Maldini: Il capitano del Milan

Paolo Cesare Maldini (Milano, 26 giugno 1968) , “Il capitano”, è un ex calciatore e dirigente sportivo italiano, di ruolo difensore, attuale direttore sviluppo strategico area sport del Milan.

Figlio di Cesare e difensore di statura mondiale, annoverato fra i migliori nella storia del calcio nel corso della sua carriera, durata 25 anni, ha vestito solo la maglia del Milan, con cui ha vinto 26 trofei.

Paolo Maldini ha capitanato l’AC Milan per 12, ed è stato famoso per le sue doti di comando, guadagnandosi il soprannome di “Il Capitano”.

A Milano Maldini ha vinto cinque volte la Champions League, sette titoli di serie A, cinque Supercoppe italiane, cinque Supercoppe europee, due coppe intercontinentali, una Coppa Italia e una Coppa del Mondo FIFA.
Anche quando è andato in pensione. all’età di 41 anni, le sue prestazioni non mostravano segni evidenti di declino.

Dal 1988 al 2002 ha militato nella Nazionale italiana, della quale è stato capitano per otto anni.  Con la maglia azzurra ha stabilito i record di presenze totali (126) e da capitano (74), poi battuti da Fabio Cannavaro rispettivamente nel 2009 e nel 2010.

Sebbene non abbia mai guidato l’Italia alla vittoria in un torneo importante, è andato a due finali come capitano, ai Mondiali del 1994 e Euro 2000.
Maldini è stato anche votato terzo in due gare di Ballon d’Or, nel 1994 e nel 2003.

Al fianco di Baresi e di altri fuoriclasse come Costacurta e Tassotti per anni ha formato una delle linee difensive più forti della storia del calcio: è classe, potenza, intelligenza tattica.

Ma Paolo Maldini non è “solo” questo. E’ eleganza allo stato puro. E’ leadership nata, senza bisogno di urlare o comandare.
Sir Alex Ferguson ha detto di lui: “Kakà ha impressionato, Zinedine Zidane è stata brillante ma senza dubbio, Paolo Maldini è stato il mio preferito”.

Leadership
Se c’è un fallo da parte del Milan, Maldini si presenta davanti all’arbitro e chiede il perdono per il comportamento sbagliato del compagno di squadra.
Raramente è capitato che con Maldini in campo i giocatori non fossero motivati. Lui era il motore di questa motivazione in campo e durante gli allenamenti
La sua leadership ha superato con successo gli stili di allenatori diversi tra loro  ed ha avuto un grande impatto sui nuovi giovani giocatori che stavano scendendo in campo. Ha offerto a questi giovani giocatori carisma, motivazione e stimoli aiutandoli ad ottenere il meglio.

Il suo carisma gli è servito anche per  delegare, comunicare ai veterani l’importanza del loro ruolo nel gruppo, responsabilizzandoli sul campo.
Narra Ivan Gennaro Gattuso: “quando parla Maldini nello spogliatoio non fiata nessuno”. Parla la storia per lui.

Pep Guardiola dopo aver vinto la prima Champions della sua carriera

IL MIGLIOR RIGORISTA – La matematica non è un opinione. E neanche questa TOP 11

Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

E allora siamo pronti per partire con il primo TOP Player di questa speciale TOP11…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

1 di 11 / Il miglior rigorista (TOP11 – La “matematica” non è un’opinione)

In questa particolare sezione della nostra TOP11 c’è chi direbbe che il miglior rigorista di sempre sia stato Maradona, chi Platini, chi Alan Shearer, anzi qualcuno direbbe che meglio di Roberto Baggio non c’è stato nessuno…

Io personalmente direi che il migliore è stato uno che ha calciato pochissimi rigori nella sua carriera (segnandoli tutti), ma che soprattutto tirò e segnò all’ultimo minuto della finale di Coppa del Mondo 1990 un rigore decisivo (col destro, lui mancino) contro l’Argentina per regalare la coppa alla sua Germania…stiamo parlando di Andreas Brehme….

Ma anche di lui qualcuno potrebbe obiettare…

E quindi chi sarà il miglior rigorista di sempre?

Numeri alla mano la “matematica” ci dice che il TOP Player che merita di essere inserito nella nostra TOP11 è il mitico Matthew Le Tissier.

Matthew Le Tissier

Matthew Le Tissier. Perchè proprio lui?

Nelle 16 stagioni disputate col suo Southampton ha realizzato 47 rigori sui 48 calciati… Nessun calciatore tra i campionati più importanti ha una percentuale migliore della sua.

 Matthew Le Tissier. Dicono di lui

Se la grandezza di un calciatore si misurasse dal numero dei soprannomi, Matthew Le Tissier non avrebbe rivali: Le Tiss, Le Kiss, Tizz, The Magician, The Weaver (il tessitore, richiamo del cognome d’origine francese). Ma se chiedete a un tifoso del Southampton chi e’ Matthew Le Tissier, la risposta sarà istantanea: «He’s God, Le God», in una parola, per i fan dei Saints Le Tissier e’ Dio. Ma non e’ tutto: per anni, un cartello sulla cancellata d’ingresso al “The Dell”, lo storico stadio del Southampton, avvertiva giocatori e supporters avversari: “Benvenuti nella casa di Dio”. Frase ai limiti della blasfemia, ma della religione pagana del calcio Le Tissier e stato senza dubbio tra i profeti più illuminati in terra britannica.

Venerato a Southampton, rispettato ovunque, per quei colpi di classe che lo hanno elevato al rango di sorridente sovvertitore dei luoghi comuni del calcio. Si sosteneva che la Premier fosse essenzialmente un campionato fisico, governato dalla filosofia del “kick and run”, palla lunga e pedalare. In tal contesto, Le Tissier avrebbe dovuto soccombere regolarmente davanti agli aitanti difensori avversari. E invece, un dribbling qui, un pallonetto là, il rotondetto numero 7 del Southampton non perdeva occasione per ribadire, nel football, il primato della classe sul fisico.

La storia di Le Tissier e’ uno dei paradossi del calcio moderno. In uno sport sempre più votato allo show-business, i “no” del talento nato sull’isola di Guemsey, nel canale della Manica, sono stati spesso interpretati come eccesso di originalità condita da una buona dose di pigrizia. Come quella volta che, all’apice della carriera, rifiutò il pressing del Tottenham, sostenendo che la frenesia di Londra Io avrebbe intristito nel privato e condizionato in campo. Oppure quando ribadi il concetto ad Alex Ferguson, non ancora Sir ma già a capo del club più vincente d’Inghilterra negli Anni 90. E dire che il manager del Manchester United aveva riempito due pagine intere di un “Match Programme”, per tessere le lodi del giocatore del Southampton. Niente da fare. “Maverick”, anticonformista, questa l’etichetta che comunemente venne appiccicata a Le Tissier da chi si ostinava a non comprendere che sulla costa del Sud, nella tranquillità di Southampton, Matt aveva trovato l’habitat ideale. E non Io avrebbe barattato nemmeno con uno stipendio dieci volte più remunerativo. (da http://storiedicalcio.altervista.org)

Matthew Le Tissier. Un video per capire meglio chi è

 Matthew Le Tissier. Il suo “segreto”

“Come faccio a segnare sempre su rigore? Tanto allenamento…miro un angolo e tiro forte lì… per esercitarmi, chiedo sempre al mio portiere di buttarsi nell’angolo in cui tirerò e finchè non ne segno 20 consecutivi non smetto di fare allenamento…

Il rigore devi volerlo fare. Sapevo le mie possibilità. Provavo solo due rigori: di piatto nei due angoli. Se il portiere mi becca la parte avete il 50% ma se la mettete nell’angolo le percentuali sono al 75% per te e il 25% per lui… Se poi sgomberi dalla testa ogni pensiero negativo le percentuali salgono anche fino al 90%… e io con la testa ero sempre sereno… so che se segnerò sarò osannato, e se sbaglierò nessuno dei miei compagni o dei miei tifosi oserebbe dirmi qualcosa…. Quindi sono in una “botte di ferro” e questo mi fa stare calmo…”  (Matt Le Tissier)

 Un ultima domanda Mr Le Tissier :
J: “l’unico rigore sbagliato?”
MLT: “La perfezione non è di questo mondo…ed io sono di Southampton”

Matthew Le Tissier

Philipp Lahm: il giocatore più costante che ci sia

Philipp Lahm aveva 11 anni quando è entrato a far parte del Bayern Monaco.
Arrivò a Säbener Strasse pieno di entusiasmo e Mehmet Scholl, centrocampista offensivo, come suo eroe. L’unico problema è che Lahm si è presto ritrovato a giocare al terzino.  Il giovane ha dovuto ripensare, ha dovuto adattarsi. “Mi sono subito reso conto che non potevo più avere Mehmet come il mio modello di ruolo”, ha detto una volta, “quindi l’ho cambiato invece con Paolo Maldini.”
Pensiero rapido e versatile. Niente e tutto è cambiato.
La straordinaria versatilità di Lahm lo rende un giocatore da sogno per qualsiasi manager.
Xavi Hernández di Barcellona ne è un ammiratore. “Lahm è un grande giocatore con molta personalità e puoi farlo giocare dietro, nel mezzo, avanti, ed è sempre bravo.”
“L’ex capitano brasiliano e vincitore della Coppa del Mondo Carlos Alberto una volta ha detto:” A volte Lahm è semplicemente mozzafiato. Lui non commette errori. È una macchina? No, Weber, Schulz, Höttges, ai miei tempi, erano macchine. Philipp Lahm è un artista. ”
Lahm e Lionel Messi sono entrambi calciatori completi, ma solo uno di loro è stato descritto da Pep Guardiola come “il giocatore più intelligente” che abbia mai allenato…. E non è Messi

Eppure c’è stato un tempo in cui Lahm non era così stimato.
Come la maggior parte dei calciatori durante la sua adolescenza, c’erano dubbi sul fatto che sarebbe stato in grado di entrare nella prima squadra.
Hermann Gerland, un ex calciatore che ha lavorato con squadre giovanili e dilettanti del Bayern dal 2001,  ricorda una storia di quando Lahm aveva 17 anni.

“Lahm era un calciatore perfetto anche a quell’età ma nessuno lo voleva. Lo offrii in prestito”. Un manager volle persino gli rimborsassi i soldi della benzina che aveva speso per essere venuto a vederlo.
Gerland allora chiamò Felix Magath, allora il manager di Stoccarda, e gli offrì i servizi di un giocatore “che sembra avere 15 anni ma gioca come se avesse 30”. Uno scettico Magath chiese dove avrebbe dovuto giocare questo ragazzo. Gerland rispose: “A destra, o terzino sinistro, o a centrocampo a destra, o centrocampista centrale”.
Due mesi dopo lo Stoccarda battè il Manchester United in Champions League e, secondo Gerland, Sir Alex Ferguson fu talmente colpito da Lahm da volerlo immediatamente sotto contratto.
Lahm è entrato a far parte dello Stoccarda in prestito per due stagioni nel 2003. Ha disputato 53 partite della Bundesliga e ha fatto parte della squadra che è arrivata quarta in campionato sotto Felix Magath nel 2004.
Pochi anni dopo incontrai lo stesso manager a Berlino. Ho tirato fuori il portafoglio e ho detto: “Ora, giovanotto, quanto vuoi per quel viaggio?”

Quando è tornato in Baviera si è rapidamente affermato nella prima squadra.

Per molti versi, Lahm è lontano dall’archetipo del calciatore moderno. Non è qualcuno che può essere condensato in un pacchetto di highlights di YouTube, o le cui abilità possono essere facilmente catturate in un gioco per computer, e chissà quale potrebbe essere stata la sua Emoji. Di conseguenza, non ha mai vinto il premio per il calciatore tedesco dell’anno, per non parlare del più celebre Pallone d’ oro.
Lahm si è sempre distinto per la sua professionalità, versatilità e intelligenza. Ha vinto cinque titoli di Bundesliga, cinque German Cup, la Super Coppa tedesca due volte, la Champions League, la Supercoppa europea e la Coppa del Mondo Fifa Club. Di questi 15 titoli, otto sono stati vinti da Lahm come capitano del Bayern e qui sta una leggera dicotomia nella sua personalità.

Nonostante tutta la sua apparente modestia e la sua parlata tranquilla, ha sempre chiaramente ed ardentemente desiderato essere un leader.
Quando ha rifiutato Barcellona nel 2008, la cosa più importante per Lahm non era il suo stipendio, ma la sua posizione nella gerarchia del Bayern.
Non molto tempo dopo aver rifiutato l’offerta dei catalani, contro il parere del suo consulente, ha detto: “Potrebbe essere che la mia personalità fosse sottovalutata. Per me era importante sapere come mi vede il Bayern.
E c’erano volte in cui avevo l’impressione che la mia opinione non fosse sempre apprezzata al 100%. Ora, dopo molte buone discussioni, ho la sensazione di essere una parte importante del puzzle del Bayern. E questo è molto importante per me. ”

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In quel periodo, stava anche cercando di estendere la sua influenza nella Nationalmannschaft. Lo ha fatto con tranquillità e modestia.
Dopo la sconfitta contro la Croazia nella fase a gironi di Euro 2008 gli è stato chiesto dalla rivista 11Freunde se avesse parlato alla riunione della squadra dopo la partita. “Certo che ho detto qualcosa”, rispose Lahm. “E quando hai la sensazione di essere ascoltato dal team, ti accorgi che lentamente cresci nel ruolo di leader.” Gli è stato poi chiesto se un giocatore diventa leader o se improvvisamente decide di voler diventare capitano. “Entrambi”, ha detto Lahm. “Sono entrato nella squadra nazionale quando avevo 19 anni e non avevo l’esperienza per poter partecipare alle discussioni.
Ora sono ancora piuttosto giovane, ma sono un calciatore molto esperto. Sono ambizioso e voglio raggiungere le cose e voglio farlo con la squadra. Voglio contribuire di più. ” Alla fine, Lahm fu nominato capitano della Germania e del Bayern. Ha preso il posto di Ballack in nazionale ed ha sostituito Mark van Bommel come capitano del Bayern l’anno successivo.

Lahm è molto “protettivo” nei confronti del suo stile di leadership, eliminando i paragoni con l’idea che un capitano debba essere un certo tipo di Führungsspieler (leader),  nel modo in cui Ballack, Stefan Effenberg e persino Roy Keane erano. Giocatori schietti con grandi personalità. “Cos’è un Führungsspieler ?” gli venne chiesto una volta da un intervistatore. “Non mi piace il termine. Per me non esiste una definizione chiara del termine.
Perché Effenberg era un leader, perché era schietto? O perché aveva una certa presenza in campo? Quando questo è il criterio, OK, allora forse ho una definizione diversa di cosa sia un leader.
Effenberg era un leader perché proiettava la presenza o perché aveva una presenza? C’è una differenza. Oggi non ci sono giocatori che guidano da soli le loro squadre. Oggi condividi questa responsabilità. Ogni singolo giocatore deve assumersi la responsabilità di ciò che fa. Guarda la squadra del Manchester United che ha vinto la Champions League nel 2008, non avevano più un “leader” come Roy Keane. ”
Quindi eccoci qui, un giocatore quasi perfetto che ha trovato la sua voce, dentro e fuori dal campo. Chi avrebbe mai pensato che il timido ragazzino di Gern sarebbe andato così lontano?
Contro l’Argentina, il leader silenzioso della Germania ha compiuto l’ultimo passo per consolidare il suo posto tra i grandi del calcio.

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Georges Grün un belga con la faccia da Incantesimo

Georges Grün (Schaerbeek, 25 gennaio 1962) è un conduttore televisivo ed ex calciatore belga, di ruolo difensore o mediano. Dopo aver militato per otto stagioni nell’Anderlecht, passò nel 1990 al Parma di Nevio Scala diventando un perno della retroguardia vincendo la Coppa Italia nel 1992 e venendo considerato uno dei migliori calciatori del campionato italiano.

Georges Grün

Dopo 4 stagioni ritornò all’Anderlecht ma, svincolatosi nel 1996, decide di ritornare in Italia vestendo la casacca della Reggiana terminando la carriera nell’estate 1997.

Il valore aggiunto di Georges Grun, come sottolinea Apolloni, è l’intelligenza tattica. Capire cioè le intenzioni avversarie e gestirle insieme ai compagni. “Si è trattato di un partner difensivo per me e per la squadra molto importante perché ci ha permesso di migliorare le caratteristiche sia individuali sia del collettivo” (Apolloni)

Non pareva mai in difficoltà, mai in ritardo, mai in affanno. Sembrava che la “partita l’avesse già vista”, imparata a memoria e non riservasse sorprese. Soprattutto era capace di entrare in sintonia con i compagni e creare reparto facendo crescere e migliorare chiunque giocasse con lui.

L’intelligenza tattica, la capacità di leggere le situazioni di gioco, si preannunciano nell’Anderlecht di fine anni ’80. Un Anderlecht vincente in campo Nazionale ed Internazionale. Ma è ai mondiali di Messico ’86 che Grun rivela il suo carisma, la sua sagacia, la sua leadership silenziosa.

Il 15 giugno 1986 a León, nella semifinale mondiale Argentina Belgio, nasce il 5-3-2 a zona che monopolizzerà il panorama tattico fino a metà degli anni ’90. La semifinale finirà come noto ma tale modulo verrà utilizzato, peraltro molto ene, da Nevio Scala nel suo Parma europeo e non solo. Farà da apripista, da ispiratore al gioco delle nazionali per almeno un decennio.

Grun oltre ad essere un dei più grandi giocatori della nazionale Belga  diventerà il perno del Parma di Scala. In campo era evidente la capacità di giocare ed al contempo guidare i compagni di reparto. Riusciva ad ottenere il meglio dai compagni di squadra facendoli crescere, esprimere, diventare giocatori di livello internazionale. A lui Scala affidò le cure di una nidiata di giovani talentuosi al loro esordio in serie A. Quel Parma segnò un’epoca.

Senso della posizione, tempi perfetti nelle coperture e nelle diagonali, sempre a testa alta nella ricostruzione della manovra, un faro a guidare la difesa. “Maestro in campo” di Minotti ed Apolloni, nel fenomenale parma degli anni ’90, che hanno appreso da lui tutto quello che hanno potuto carpirgli.

Fuori dal campo si è sempre distinto per la sua signorilità e classe, mai una parola fuori posto, tanto da essere considerato come un vero “barone”, un nobiluomo prestato al calcio.

Gerges Grun fa parte della All-Time Belgian Squad

Palmares

Campionato belga:     4      Anderlecht: 1984-1985, 1985-1986, 1986-1987,                                                                                            1994-1995

Coppa del Belgio:        2      Anderlecht: 1987-1988, 1988-1989

Supercoppa belga:     3      Anderlecht: 1985, 1987, 1995

Coppa Italia:                   1       Parma: 1991-1992

Coppa UEFA:                  1     Anderlecht: 1982-1983

Coppa delle Coppe:     1     Parma: 1992-1993

Supercoppa UEFA:      1     Parma 1993

 

 

Carles Puyol: Un autentico leader. Per i tifosi del Barcellona sarà sempre ‘El Capità’

Ogni squadra di successo nel calcio o in qualsiasi altro sport basato sul gruppo ha un leader nel team. Un giocatore che è ampiamente rispettato e ha un’influenza su tutti i giocatori. Qualcuno che i giocatori guardano come un modello e un idolo. Il tratto di leader nel calcio è spesso frainteso dalle persone, specialmente nel calcio moderno. Oggigiorno la gente pensa che il leader (il capitano) della squadra sia il giocatore che può gridare ai suoi compagni di squadra per motivarli o avere un dialogo con l’arbitro. Questa è solo una piccola parte della leadership.
Questa versione di leadership non è solo incompleta ma totalmente ingenua! La leadership è piuttosto un tratto completo che copre molte aree dentro e fuori dal campo. Va oltre. Il modo migliore per spiegarlo è far luce sull’illustre carriera di Carles Puyol, probabilmente uno dei miglior leader che il calcio che abbia mai visto.
Puyol nonostante sia uno dei migliori difensori al mondo è stato più conosciuto per il suo esemplare ruolo di capitano e leader.

La leadership inizia dallo spogliatoio
Il calcio è uno sport in cui giocatori di diverse culture e nazionalità condividono lo stesso spogliatoio. Mantenere buoni rapporti tra i compagni di squadra è vitale per una squadra sana. A causa delle differenze nei giocatori ci possono essere alcuni problemi tra loro. Puyol lo sapeva e cercava sempre di risolvere le questioni.

Conoscere gli obiettivi della squadra e assicurarsi che anche i compagni di squadra li conoscano!
Aveva un atteggiamento serio quando era in campo. Ha sempre avuto ben chiaro quali fossero gli obiettivi della squadra nella sua mente in modo che potesse assicurarsi che i suoi compagni di squadra non li trascurassero. Riconobbe che la concentrazione, vincente o perdente, era una cosa importante per raggiungere gli obiettivi della squadra.

Foto via Marca

Durante un ‘el classico’ giocato al Bernabeu (sfida tra Real e Barcellona) venne lanciato in campo un accendino che colpì Piquè. Uno dei trucchi che alcune tifoserie fanno contro i loro avversari è provocare lotte solo per ottenere la loro deconcentrazione. Puyol lo sapeva, buttò via l’accendino e chiese a Pique di riprendere la sua posizione in campo. Dopo la partita disse che queste sono cose erano normali, dovremmo abituarci a superarle e concentrarci sul gioco.

Il secondo esempio è citato da Pique. Ricordo il giorno in cui è tornato [dopo l’infortunio]. Nel bel mezzo del gioco ho detto: ‘Puyi, mi sei mancato così tanto.’ Mi ha detto di chiudere il becco e concentrarmi. Non si ferma mai. Una volta, il gioco è stato fermato, qualcuno era in barella e mi stava urlando. Gli dissi: calmati, siamo 4-0 e mancano tre minuti. Disse: “E allora? Concentrati. Ti conosco.’ Stavo morendo dalle risate. Puyol ti tiene sempre sulla corda. “

Impegno, passione e duro lavoro
Nessuno era più impegnato o lavoratore di Puyol. Era sempre il primo a svolgere il compito piuttosto che dire agli altri di farlo. Era un esempio di comportamento da seguire per i suoi compagni di squadra. Sempre! Come diceva il leggendario Franco Baresi “Carles Puyol mette la faccia dove altri difensori non metterebbero il piede”. Lo ricordiamo tutti con un tiro contro Lokomotiv nel 2002 a porta vuota.

https://www.youtube.com/watch?v=ovEJjn2bEjE

Una volta, Puyol disse: “Non ho la tecnica di Romário, il ritmo di Overmars o la forza di Patrick Kluivert. Ma lavoro più duramente degli altri. Sono come lo studente che non è così intelligente, ma rivede i suoi esami e alla fine fa OK. “ Questa citazione ci dice che il duro lavoro è necessario e il talento senza il duro lavoro va sprecato.

Mantenere la condotta della squadra e promuovere il fair play
La condotta di Carles Puyol in campo è un esempio per tutti. Puyol era contro ogni sorta di comportamento scorretto, scontri e violenze in campo. Si è tenuto lontano da tali atti e ha esortato i suoi compagni di squadra a stare lontano da loro. Una volta è stato schiaffeggiato da Ballesteros. Ronaldinho si affrettò ad affrontare Ballesteros ma Puyol lo trascinò via. Lasciò andare Ballesteros che lo colpì, per mostrare ai suoi compagni di squadra di ignorare la violenza.

Immagine tramite metro.co.uk

Puyol credeva nel fairplay. Il Rayo Vallecano era in zona retrocessione mentre ci stavano giocando la stagione 2011/12. Dani Alves e Thiago stavano ballando per celebrare un goal e la vittoria. Gesto che era offensivo per i fan del Rayo. Puyol li vide, interruppe la celebrazione e chiese loro di tornare nella loro metà campo in in modo che il gioco potesse riprendere.

Riconoscere gli sforzi dei suoi compagni di squadra e renderli tributi per questo
Puyol sapeva come prendersi cura dei suoi compagni e farli sentire speciali. Per mantenere l’armonia tra la squadra, è necessario far sentire i giocatori importanti e supportati. Mi viene in mente una esempio anche di questo. Era l’edizione 2010 del Gamper Trophy. Ronaldinho tornaa giocare da avversario al Camp Nou per la prima volta. Puyol non perso l’occasione per un piccolo omaggio. Ha chiamato Ronaldinho per la foto della squadra. Il Barcellona vinto il trofeo ma Puyol l’ha offerto a Ronaldinho come Souvenir che lo ha accettato ringraziando i fan del Camp Nou per l’amore e il supporto.

leaderFoto via FC Barcelona

Molti giocatori sognano di diventare capitano di una squadra e di sollevare il trofeo per la propria squadra, che si tratti del trofeo della Champions League o di uno nazionale. Abidal sconfigge il cancro in tempo per giocare alla UCL Final a Wembley 2011. Il Barcellona vinse la Champions League ed al momento della premiazione Puyol si tolse la fascia di capitano, la consegnò ad Abidal, per fargli sollevare per primo il trofeo

leader

“Carles Puyol è un gentiluomo calcistico. La sua condotta è suprema ed esemplare per tutti i giocatori in generale. Ogni squadra dovrebbe avere un giocatore della sua personalità. Pique una volta ha definito Puyol il suo angelo custode e noi pensiamo lo stesso! Ci manchi, El Capità! ”

 

Johan Cruyff : giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia

“Giocare a calcio è molto semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia”.

Probabilmente abbiamo tutti i nostri esempi personali di leader: individui determinati, modelli per molti di noi durante la loro e la nostra vita. Queste leggende non moriranno mai. Cruijff ha ispirato milioni di altri seguaci dimostrando di essere un vero leader, un giocatore di squadra, un allenatore, un punto di svolta.

Johan Cruijff,  (Amsterdam, 25 aprile 1947 – Barcellona, 24 marzo 2016), è stato un calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo olandese. Considerato uno dei migliori giocatori della storia del calcio fu l’interprete più emblematico del calcio totale con cui l’Ajax e i Paesi Bassi di Rinus Michels rivoluzionarono la storia del calcio tra la seconda metà degli anni 1960 e la prima metà degli anni 1970. Nel suo palmarès può vantare nove campionati olandesi, sei Coppe d’Olanda, un campionato spagnolo, una Coppa di Spagna, tre Coppe dei Campioni, una Supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale. Vinse tre Palloni d’oro assegnati da France Football[10], nel 1971, nel 1973 e nel 1974. Fra Nazionale olandese e squadre di club segnò da professionista 402 gol in 716 partite ufficiali. È stato eletto secondo miglior calciatore del XX secolo, dietro Pelé, nella classifica stilata dall’IFFHS. Da allenatore ha vinto due Coppe d’Olanda, una Coppa di Spagna, quattro campionati spagnoli, tre Supercoppe spagnole, due Coppe delle Coppe, una Coppa dei Campioni e una Supercoppa europea. È uno dei sette allenatori ad aver vinto la Coppa dei Campioni/Champions League dopo averla conquistata da giocatore.

calcio semplice

Abbandonando la mera biografia mi piacerebbe usare alcune sue famose citazioni a mostrare come possono essere utilizzate, tradotte nella quotidianità calcistica, e non solo.

“Scegli il miglior giocatore per ogni posizione e finirai con un XI forte, ma con 11 1 forti”
Quando crei la tua squadra provi a pensare a come il team sarà in grado di lavorare insieme, giusto? Gli individui devono tutti esibirsi ma alla fine conta  ciò che il team è in grado di raggiungere insieme.

“La tecnica non è essere in grado di palleggiare una palla 1000 volte. Chiunque può farlo esercitandosi. Allora puoi lavorare nel circo. La tecnica è passare la palla con un solo tocco, con la giusta velocità, al piede giusto del compagno di squadra “.
Le persone ti seguono perché sei il loro allenatore o perché credono in te e scelgono di seguirti? Sei leader per titolo o una persona che guida (queste non hanno bisogno di titoli). Hai la tecnica e le capacità per ispirare gli altri, per lavorare in una squadra perché proviene dalla tua motivazione intrinseca o perché hai imparato questo come un trucco?

“Perché non potresti battere un club più ricco? Non ho mai visto un sacco di soldi segnare un gol ”
Non parti mai battuto. Con la giusta strategia, il lavoro e la motivazione hai la possibilità di vincere.

“Giocatori che non sono veri leader ma cercano di esserlo, aggrediscono sempre gli altri giocatori dopo un errore. I veri leader sul campo sanno già che altri faranno degli errori “.
Tutto torna di nuovo alla motivazione intrinseca delle persone. Stiamo allenando e aiutando gli altri veramente o è per ragioni egoistiche nella speranza di migliorare noi stessi? Cruijff ha dedicato una grande quantità di tempo e denaro nell’aiutare gli altri; per guadagnare nulla ma per farli sentire meglio.

“La qualità senza risultati è inutile. I risultati senza qualità sono noiosi “.
Quasi si commenta da sola.

“Giocare a calcio è molto semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia”.
“La velocità è spesso confusa con l’intuizione. Quando inizio a correre prima degli altri, appaio più veloce.”
Il calcio non è uno sport banale. Capire cosa accade prima che accada, essere lucidi, fare tesoro degli errori e giocare tanto.
I bravi veramente si esercitano, esercitano ed esercitano ancora fino a quando non lo fanno bene. E quando lo fanno bene, tutto sembra “semplice”.

calcio semplice

“Nel calcio c’è tutto come nella nella vita. Devi guardare, devi pensare, muoverti, trovare spazio, aiutare gli altri. Alla fine è molto semplice.”

 

 

Thierry Henry

Dal 2016 Henry è l’assistente di Roberto Martinez, il commissario tecnico del Belgio. Segue specialmente il reparto di attacco. Da giocatore ha segnato con la Francia, di cui è il miglior realizzatore di sempre, 51 gol in 123 partite

Thierry Henry

«Per noi ha un ruolo enorme — dice Martinez — perché Henry ha sempre quel perfezionismo che lo rendeva uno dei giocatori più forti del mondo. Proprio grazie alla sua conoscenza del calcio, Titì è importante anche nell’analisi dell’avversario.”

Ma il suo compito specifico è quello di allenare gli attaccanti e studiare assieme a Martinez nuove formule per essere pericolosi, senza perdere equilibrio.

Henry ha molte cose da insegnare ma guardando i suoi filmati è opportuno guardare il suo movimento senza palla negli spazi.  E’ sempre stato formidabile.

Guardando i suoi goal poi non si può non notare anche il colpo di “piatto” (interno del piede) che spesso Henry ha utilizzato finalizzando le sue azioni.

Il suo “piattone” (come dice il mio amico Schiaro) è un tiro di precisione e di astuzia. Gli permette di prendere il tempo al portiere ed eventualmente piazzarla dove esattamente la vuole mettere.

In Champions contro il Celtic dimostra come per fare gol serva soltanto avere precisione…e i piedi buoni collegati al cervello.

Il controllo di palla è fondamentale per saper giocare a pallone e su questo lancio dalle retrovie in un’amichevole del 2005 contro il Weiz, Thierry Henry dimostra di saper gestire il controllo di coscia, di piede (sombrero) e il tiro in lob all’incrocio.

Anche su punizione Henry dimostra di saper calciare bene il pallone. Stagione 2005-06, Arsenal–Wigan: punizione da trenta metri e Thierry Henry segna sul palo del portiere. L’arbitro annulla per motivi inspiegabili e fa ribattere la punizione. Henry stavolta la mette a giro sul primo palo e segna ancora. Si gira verso l’arbitro e gli chiede “Is that enough?“.

E’ abbastanza anche per noi…il testimone ideale per movimento, controllo di palla e conclusione a rete. “Is that enough?”. Direi di si…i nostri ragazzi devono assolutamente conoscerlo e prendere spunto!!!