Alviero Chiorri, il Maverick italiano

“Quando nasci e vivi in una piccola città della provincia lombarda e ti capita di amare visceralmente il calcio non hai molte alternative.
Prendi la tua auto e fai quella manciata di chilometri che ti separano dallo Stadio di San Siro a Milano e vai a vederti una partita del Milan o dell’Inter.
Se poi, come nel mio caso, sei uno che invece di un Club in particolare ami semplicemente IL CALCIO e la BELLEZZA che solo questo gioco sa regalarti allora segui l’una o l’altra senza preoccuparti di soffrire per una sconfitta o di esaltarti per una vittoria.
Io sono fatto così.
Per questo motivo da “neo-patentato” alla fine degli anni ’60 mi facevo i miei 90 chilometri da Cremona a Milano per andare a vedere Gianni Rivera.
… non il Milan … GIANNI RIVERA.
E che il Milan perdesse o vincesse non me ne poteva fregare di meno ! Io volevo vedere lui, “Il Gianni”. Mi bastavano due finte di corpo, un dribbling e un paio dei suoi lanci millimetrici e io potevo tornarmene nella mia Cremona contento e appagato.
Lo stesso feci più o meno dieci anni dopo.
Stavolta però era l’Inter che andavo a vedere.
Mi correggo ancora. Non l’Inter ma lui, EVARISTO BECCALOSSI.
Quando con quel suo culo basso e la sua apparente indolenza partiva in dribbling seminando avversari come birilli non riuscivo proprio a non esaltarmi.
Qualche volta mi capitava perfino di discutere con qualche tifoso interista al mio fianco.
“Certo che se qualche volta la passasse prima la palla quel testone di un bresciano !” sbottava qualcuno quando il quarto o il quinto giocatore avversario riusciva magari a togliergli la palla.
“E perché dovrebbe ?” rispondevo io. “Dio gli ha regalato il dono supremo del dribbling … perché non dovrebbe utilizzarlo ?”.
Mi guardavano come si può guardare solo un matto o un extraterrestre, ma non me ne importava nulla.
Poi un bel giorno viene da me il mio amico Paolo e mi fa “Sai che quel matto arrivato da Genova è forte davvero ?”.
Ovviamente sapevo di chi stava parlando il mio amico.
In quell’estate del 1984 la Cremonese aveva ceduto alla Sampdoria il più forte calciatore mai uscito dal settore giovanile della squadra della mia città: Gianluca Vialli.
Nella trattativa, insieme ad un bel po’ di milioni, la squadra blucerchiata aveva inserito un calciatore di cui qualche anno prima si parlava in termini molto lusinghieri.

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Il suo nome era Alviero Chiorri ma era da un po’ di tempo che non si sentiva più parlare di lui.
“Paolo, se fosse bravo come dici mi spieghi cosa sarebbe venuto a fare da noi in provincia e per di più in una squadra al suo primo anno in Serie A dopo oltre mezzo secolo ?” gli dissi quel giorno senza troppo trasporto.
“Fidati. L’ho visto in azione in Coppa Italia, qui al nostro “Zini” contro il Monza. Con il pallone ci sa fare davvero” mi spiegò Paolo sempre più determinato.
Le sue insistenza finirono per farmi cedere.
E così il giorno del nostro ritorno in Serie A, il 23 settembre del 1984, mi convinsi a tornare a vedere la squadra della mia città.
Quel giorno sembrava che tutta Cremona fosse allo stadio.
Quasi 17.000 persone per festeggiare quello storico evento.
Mi bastarono pochi minuti per capire che non avevo più bisogno di prendere l’auto e andare a San Siro. Bastava la mia bicicletta con la quale percorrere quel chilometro scarso che divideva casa mia dallo stadio della mia città.
Alviero Chiorri era un autentico spettacolo per gli occhi.
Quel giorno meraviglioso in cui battemmo il Torino di Gigi Radice, di Dossena, di Junior e di Schachner avevo trovato un nuovo calciatore che rappresentava appieno la mia “idea” del calcio: la bellezza.
E giocava per la squadra della mia città !
Segnammo due gol da due calci piazzati.
Un rigore ed una punizione dal limite: procurati entrambi da due giocate sublimi del riccioluto numero 11 che arriva dalla Sampdoria.
Nel primo caso erano passati si e no due minuti dal fischio d’inizio. Chiorri si fa dare il pallone sulla trequarti, alza la testa e nonostante la difesa del Torino schierata si lancia verso la porta avversaria.
Finta e tunnel al primo malcapitato avversario prima di saltarne altri due in velocità e presentarsi solo davanti al portiere avversario … prima di venire steso con uno sgambetto da dietro.
La seconda fu ancora più spettacolare.
Anche stavolta il mancino con i calzettoni abbassati alla “Mario Corso” pareva chiuso dai difensori avversari. Si ferma improvvisamente e si gira, sempre con il pallone incollato ai piedi, come a cercare aiuto dalle retrovie. Poi con una improvvisa “veronica” salta tre avversari in un fazzoletto prima di puntare deciso l’area avversaria. Stavolta viene steso un paio di metri prima di entrarvi.
Sulla punizione seguente segnamo il gol del 2 a 0.
Sono passati poco più di 22 minuti.
E io sono già follemente innamorato di questo mancino romano che il Dio del pallone, non si sa per quale strano destino, ha deciso di fare arrivare qua da noi, in mezzo alla nebbia della Pianura Padana.
Sono stati 8 anni meravigliosi, irripetibili quelli che Chiorri decise di passare con noi a Cremona.
Anche se abbiamo continuato a fare su e giù tra la serie A e la serie B, anche se ci sono state partite dove faceva arrabbiare per la sua testardaggine o per la sua abulia.
Lui giocava per “noi”, per la gente che lo andava a vedere.
Gol e assist parevano interessargli relativamente.
La giocata impossibile che si realizzava: quello era il suo obiettivo e quando ci riusciva, per chiunque amasse il calcio, era una gioia assoluta.”


Qualche anno fa chiesero a Renzo Ulivieri chi è stato il più forte calciatore che avesse mai allenato.
“Alviero Chiorri” fu la risposta del vulcanico (e bravo) allenatore toscano.
“Ma … ci scusi Ulivieri” riprese il giornalista in evidente disagio “ma forse dimentica che lei ha allenato Beppe Signori, Roberto Mancini e Roberto Baggio”
“Lei mi ha chiesto chi era il più forte e io le ho risposto” .

Saranno in molti tra quelli che non sono già negli “anta” a rimanere spiazzati.
Per gli altri invece, nessuna sorpresa.

Alviero Chiorri è stato uno dei talenti più puri, dotati e geniali espressi dal calcio italiano.
Nato a Roma nel marzo del 1959 viene prelevato dalla Sampdoria dalla sua piccola società, la Pro Roma, quando ha ancora solo 15 anni.
Ci mette un attimo a far capire a tutti che è un fuoriclasse, di quelli autentici, di quelli che ti cambiano il corso delle partite.
Viene convocato per la Nazionale Juniores.
Quando arriva a Coverciano gli comunicano con grande enfasi che è stato convocato per i Mondiali di categoria che si terranno in quella stessa estate in Tunisia.
“Ma voi siete matti ! Macchè Tunisia. Io quest’estate vado al mare con i miei amici !” è la replica del giovane Chiorri.
Italo Allodi e Italo Acconcia, dirigente capo e allenatore non credono alle loro orecchie.
Ne viene fuori un litigio furibondo. A Chiorri dicono di tutto. Andrà via da Coverciano scortato da due carabinieri. Ma sul suo nome, per qualsiasi Nazionale azzurra, viene tracciata una croce … che non verrà mai più cancellata.
Alla Sampdoria fa il suo esordio a 17 anni.

A gettarlo nella mischia è il “sergente di ferro” Eugenio Bersellini, che tra urla e calci nel sedere sta disperatamente cercando di mettere in riga quel prodigioso ma indisciplinato talento.
Lui va in campo e gioca allo stesso modo in cui giocava in cortile da bambino, nelle giovanili o in allenamento: vuole divertirsi e divertire.
Avrebbe tutto. Doti fisiche e tecniche.
Solo che non c’è verso di “inquadrarlo”.
Punta ? Esterno ? Rifinitore ? Alviero Chiorri va dove lo porta l’istinto.
Allenatori e dirigenti s’incazzano. I tifosi lo adorano.

La Sampdoria è in Serie B e fatica a risalire.
Chiorri la A la merita e la Sampdoria lo cede in prestito al Bologna.
Potrebbe essere la stagione della sua definitiva consacrazione ma dopo un eccellente avvio stavolta è un brutto infortunio a tenerlo lontano dal campo per parecchi mesi.
Il Bologna retrocede ma la sua Sampdoria in quella stessa stagione fa il percorso inverso, risalendo in Serie A.
Chiorri rientra a Genova.
Sulla panchina trova Renzo Ulivieri che soprattutto nella prima stagione gli dà parecchio spazio non ripagato però da un Chiorri sempre più anarchico e discontinuo.
La stagione successiva è ancora peggiore. Nel suo ruolo è arrivato Roberto Mancini, che aveva già trovato a Bologna, e per lui le chance sono limitate.
Come raccontato all’inizio entra nell’affare Vialli, va a Cremona dove gioca 8 stagioni. In provincia ritrova se stesso. E’ amato dalla gente e la pressione non è la stessa di un club come la Sampdoria.
L’ideale per uno come lui che del risultato non si è mai preoccupato troppo.
Appenderà gli scarpini al fatidico chiodo al termine della stagione 1991-1992 … a soli 33 anni e giocando la sua ultima partita proprio al Marassi di Genova, contro la Sampdoria.
Per lui niente patentino da allenatore, niente procure né tantomeno incarichi dirigenziali.
Due anni dopo Alviero Chiorri, “Il marziano” come lo chiamavano a Genova, si trasferisce per sempre a l’Havana di Cuba, luogo di cui si era innamorato qualche anno prima e che diventerà il posto dove invecchiare … con una nuova compagna e una meravigliosa bimba mulatta di nome Nicole.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Quando Alviero Chiorri viene aggregato per la prima volta al raduno ufficiale della prima squadra, nel luglio del 1976, ci sono Presidente, Allenatore e tifosi.
Sono quelle occasioni ufficiali dove tutto è organizzato da un protocollo sobrio e rigido. Divise ufficiali, compostezza nei modi e sorrisi di circostanza.
Chiorri arriva all’ultimo minuto.
Un attimo prima era in spiaggia con gli amici.
Sandali, bermuda e camicia a fiori. E gli immancabili orecchini.
“Sono stato il primo nell’album Panini fotografato con l’orecchino !” ricorda ancora oggi con orgoglio Alviero.

“Bersellini era tremendo. Allenamenti durissimi e con me era più duro che con tutti gli altri. Sapeva che ero una testa matta ma sentivo anche quanto mi stimava. Quando da Genova andò all’Inter voleva portarmi con sé ma i dirigenti nerazzurri avevano già scelto Beccalossi”. 

Nell’anno trascorso a Bologna e condizionato da un grave infortunio si trovò a giocare con altre due delle più grandi promesse del calcio italiano di allora. Gli allora giovanissimi Roberto Mancini e Marco Macina.
“Macina tecnicamente era il migliore di tutti. Ma Roberto era calciatore “nella testa” … cosa che né io né Marco eravamo” ammette con grande sincerità Chiorri.

Al ritorno a Genova Chiorri, negli anni bui della serie B, è l’autentico raggio di sole che illumina le domeniche dei tifosi blucerchiati. In Italia stanno arrivando tanti grandi stranieri ma il coro della Gradinata Sud in quel periodo è inequivocabile: “Alviero Alviero sei tu il nostro straniero”.

Si gioca in Coppa Italia. Avversario della Samp è la Fiorentina. Chiorri è in una di quelle giornate dove tutto quello che prova gli riesce. Dribbling, finte, assist “a nastro”, tiri … Moreno Roggi, il suo marcatore, sta rischiando di impazzire. Ad un certo punto dietro di lui sente una voce. “Oh ragazzino. Ormai ci hai rotto le palle. O ti dai una calmata o cominciamo a menarti sul serio”. Era Giancarlo Antognoni, il capitano dei “Viola” che cercava in qualche modo di arginare quella furia scatenata.

Una delle “stranezze” di Chiorri è quella legata all’uso degli scarpini durante le partite.
Scarpa a 6 tacchetti di ferro nel piede destro e scarpa “estiva” con i 13 tacchetti di gomma nel piede sinistro. Anche se diluviava.
“Io ero il classico mancino puro, che usa il destro solo per reggersi in piedi. Per farlo avevo bisogno di una scarpa che affondasse nel terreno, che mi desse stabilità. Nella sinistra invece mi occorreva qualcosa di più leggero e morbido nel piede con il quale dovevo creare le giocate.”

Dopo un paio di stagioni non all’altezza per Chiorri arriva l’addio a Genova. Il Presidente Mantovani gli comunica che è stato inserito nella trattativa per l’arrivo di Gianluca Vialli. Glielo dice con le lacrime agli occhi. “Alviero sei stato la più grande delusione della mia vita”.
Per fortuna di Chiorri a Cremona a volerlo c’è un’altra meravigliosa figura di presidente, Domenico Luzzara.
“Luzzara aveva da poco perso un figlio. Si affezionò tantissimo a me, c’era sempre quando ne avevo bisogno. Una persona meravigliosa” è il ricordo di Chiorri che aggiunge “Ci furono un paio di club importanti che si interessarono a me in quegli anni. Ma non me la sono proprio sentita di tradire l’affetto di quella bellissima persona”.

Persona talmente meravigliosa che quando Alviero Chiorri cade in una preoccupante depressione nel 1989 sarà proprio il Presidente Luzzara ad occuparsi di lui convincendo il suo adorato talento ad andare in clinica e a rimettersi in sesto. In quel finale di stagione la Cremonese è in lotta per il ritorno in Serie A. Il quarto posto finale a pari merito con la Reggina costringe i grigiorossi allo spareggio.
Alviero, che si è da poco ripreso dal suo difficile periodo, viene aggregato alla squadra.
Il cortisone somministratogli durante le cure gli ha “regalato” tanti chilogrammi in più che quando rientra in prima squadra non sono completamente spariti.
Nello spareggio per lui c’è solo un posto in panchina.
La partita non si sblocca e a pochi minuti dal termine dei supplementari viene mandato in campo con il solo scopo di avere un rigorista affidabile.
Chiorri va dal dischetto. Il suo rigore è qualcosa di inguardabile. Non centra neppure lo specchio della porta. Alviero scoppia in un pianto inconsolabile.
Tutte le cure, i mesi in clinica, i farmaci, i sacrifici per tornare in condizione … per essere solo colui che costerà ai suoi compagni il ritorno in serie A.
Gli si avvicina il portiere Rampulla.

Gli mette un braccio sulle spalle. “Stai tranquillo Alviero. Ci penso io”.
Rampulla mantiene la sua promessa.
Para due rigori consecutivi e quando Attilio Lombardo segna quello decisivo, sono parole di Alviero Chiorri, “mi sono sentito rinascere”.

Capitolo rimpianti.
“Il più grande è quello di non essere mai riuscito a segnare in un derby contro il Genoa. Questa cosa mi peserà per sempre”.

“Ero fatto così. Immaturo, anarchico e indisciplinato. Certo, con un’altra testa avrei potuto e dovuto fare molto di più. Ma di quante decine e decine di calciatori possiamo dire la stessa cosa ?” ammette Alviero con un fatalismo … “cubano”.

Non c’è solo Ulivieri tra i grandi estimatori di Chiorri.
I suoi primi anni alla Samp coincidono con gli ultimi di una bandiera di quella squadra.
Nonostante la differenza di età tra i due nasce una bella amicizia che non si è mai spezzata, neanche adesso, a quarant’anni circa da quei giorni.
Anche se uno è a Cuba a non fare nulla e l’altro è in giro per il mondo ad allenare.
Come ad Ulivieri anche a quest’ultimo qualche tempo fa venne fatta una domanda simile. “Mister ma c’è un giocatore tra quelli con cui ha giocato o che ha allenato che avrebbe meritato molto di più di quanto ottenuto ?
“Uno c’è. Si chiama Alviero Chiorri. Qualità tecniche e atletiche a livello dei migliori che ho conosciuto nella mia carriera”.
Questo Signore, che ha allenato Zidane, Del Piero e Totti, si chiama MARCELLO LIPPI.

Italia under 21: una squadra di qualità

L’Italia Under 21 di Di Biagio mi ha emozionato e coinvolto. La vittoria contro la Spagna  per 3 a 1 è stata inaspettata ma dalla partita direi non casuale. Purtroppo non sono riuscito ad andare a vederla allo stadio e neanche l’ho vista in diretta ma me la sono riguardata sapendo già il risultato per potermi gustare la partita in tutte le sue parti.

In genere l’italia non ci ha mai esaltato per avere un gioco chiaro e sfavillante ma contro la Spagna si sono visti decisamente tratti di gioco chiaro e deciso. Si è visto soprattutto, secondo me il fatto di voler imporre il gioco, di poter dominare il ritmo della gara nonostante gli avversari siano più bravi nel possesso palla e nella ricerca del lato debole.

Sul sito del Misterone non facciamo commenti  sulle partite in genere perchè ci sono persone molto più competenti di noi che ogni giorno parlano di questo per molte ore ma nel caso di questa partita mi piace sottolineare come l’ambiente dell’under 21 abbia  saputo coinvolgere emotivamente il pubblico grazie ad un’identità propria (e molto nuova per l’Italia) che non imita nessuno dei giocatori.

MI ha dato la sensazione che il gioco si modella a seconda dei giocatori che ci sono con l’intento di esaltare i singoli con grandi qualità e un potenziale enorme (per alcuni ancora tutto da scoprire nelle proprie squadre di appartenenza) probabilmente superiore a quello dei loro coetanei di altre nazioni, come non succedeva da tempo.

L’under 21 è una squadra di qualità che, secondo me, sta lavorando bene per valorizzare il talento che ha dando l’impressione all’esterno di divertirsi e di volersi migliorare.

Italia under 21

Ad un certo punto della partita sul risultato di 1 a 1 La Spagna è rimasta chiusa nella sua metà campo per diversi minuti sotto la pressione dell’italia senza riuscire a fare possesso palla con la sua solita precisione perché l’Italia è stata sempre aggressiva sul portatore e se riusciva a conquistare palla proponeva sempre attacchi diretti in verticale. 

In altre partite la stessa squadra è risultata essere più passiva, attendeva il gioco avversario occupando il campo e limitandosi a cercare l’errore avversario. Allora ecco spiegato il mio coinvolgimento, il perché mi sono emozionato. Vedere i vari giocatori dell’Italia sia attaccanti che centrocampisti pressare e schiacciare la Spagna nella propria metà campo con l’idea di riconquistare la palla e andare a fare goal è per me l’essenza del calcio, come quando guardavo scherzosamente le partite di Holly e Benji.

Italia under 21

Mi è piaciuto molto anche la goliardia (sintomo di tranquillità all’interno dello spogliatoio) che i giocatori hanno dimostrato. Nella gioia del singolo hanno partecipato anche altri giocatori ma non in maniera scontata ma partecipata, coinvolta e divertita. Nella foto qui sopra una esultanza particolare di Chiesa, Orsolini e Cutrone ad esempio.

Anche dopo il goal su rigore del 3 a 1 i ragazzi si abbracciano e addirittura scoppiano in lacrime: che emozione, come vorrei essere dentro quello spogliatoio a fine partita!

Sono queste le partite da far vedere ai nostri ragazzi magari davanti ad una pizza anche se sappiamo già il risultato perché ci sono mille spunti da sottolineare e su cui poi lavorare durante l’anno.

Qualcuno potrebbe obiettare che tatticamente sul 2 a 1 è stata la Spagna a schiacciarci e noi a giocare in contropiede ma la qualità e la velocità con cui li abbiamo colpiti in azioni di rimessa sono da manuale.

Lascio i commenti tecnici e tattici ai più titolati di me ma volevo sottolineare l’emozione a vedere questa partita nonostante “il ritardo”, sapendo già il risultato. E’ sempre bello celebrare il bel calcio…questa sera c’è la Polonia…non sarò allo stadio ma forse riuscirò a guardarla in diretta…sarà una bella partita? Non lo si può sapere ma di una cosa sono certo: la qualità non manca! Vamooooooooossssss

Di Bartolomei, un campione troppo buono

Si sono tutti dimenticati di me.
Tutti.
Anche quelli che credevo amici.
Anzi, soprattutto quelli che credevo amici.
Adesso sono qua, solo.
A contemplare un futuro dove il calcio, quel calcio a cui ho dato tutto me stesso per più di vent’anni, non vuole proprio saperne di “tenermi dentro”, di darmi la possibilità di insegnare e di condividere quello che ho imparato in tutti questi anni.
Io che ci mettevo l’anima in ogni partita e in ogni allenamento, che ascoltavo ogni singola parola dei miei allenatori e che cercavo di applicare poi in campo, provando e riprovando fino a quando quelle cose non mi riuscivano alla perfezione.
Conoscevo i miei limiti, li ho sempre conosciuti.
Non ero esattamente un fulmine di guerra ma sapevo che con l’applicazione, con la concentrazione e con la dedizione potevo compensare questo mio difetto.
Posso dire di avercela fatta e non solo per quell’indimenticabile giorno di maggio al Marassi di Genoa quando riportammo lo scudetto a Roma.
 
Di Bartolomei, 25 anni fa quel maledetto 30 maggio
 
Ho una famiglia meravigliosa.
Per amore loro e della mia splendida Marisa siamo venuti tutti qui, a Castellabate a vivere nella nostra bella casa dove ci ho messo tanti dei risparmi di 18 anni da professionista nel calcio.
Ma, come si dice, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.
Forse qualcuno lo ha interpretato come il mio ritiro dorato, quello dove veder crescere i miei figli e invecchiare, aspettando magari dei nipoti.
Ma non è affatto questa la mia intenzione.
Amo il calcio e il calcio è l’unica cosa che conosco.
Il mio amico Bruno (lui si che c’è sempre) me lo ripete spesso.
“Ago, tu sei troppo buono ed educato. Quelli in giacca e cravatta del mondo del calcio quando non gli servi più ti mettono da parte come un paio di scarpe vecchie. E se non gli rompi i coglioni un giorno si e l’altro pure quelli si dimenticano presto di te !”.
Io lo so che Bruno, il mio amico Bruno, ha perfettamente ragione.
Solo che io non ne sono capace.
Non sono mai stato bravo con le parole e non sono mai stato capace di “lisciare” presidenti, dirigenti, procuratori e quella pletora di faccendieri che sono sbucati come funghi negli ultimi anni in cui ho giocato a calcio.
Io ho sempre fatto “parlare” le mie gambe e la mia testa.
Per me ha sempre “parlato” il mio comportamento, la mia serietà professionale, la mia onestà …
Non ce la faccio proprio ad elemosinare un posto nei quadri dirigenziali o nel settore giovanile di un Club.
Tutti sanno chi sono.
Io, Agostino Di Bartolomei, se prendo un impegno vado anche nel fuoco per mantenerlo.
Forse si tratta solo di avere pazienza come mi ripete Bruno continuamente.
Ma il tempo passa e i tutti i miei progetti si stanno sgretolando come castelli di sabbia davanti ai miei occhi.
Mi sento chiuso in un buco.
E il pallone, il mio adorato pallone, è sempre più lontano …
Coppa dei Campioni 1984, Liverpool-Roma,la squadra della Roma schierata prima della partita

Ci sono due “30 maggio” nella storia di Agostino Di Bartolomei.
Il primo è quello del 1984 e per la città di Roma, quella
di fede giallorossa, è il giorno del suo incubo peggiore. In quel 30 maggio del 1984 c’era una Coppa dei Campioni che sembrava essere nel destino di un Club che negli ultimi anni aveva fatto passi da gigante, diventando prima una potenza assoluta del calcio italiano, non senza sofferenze e cocenti delusioni, e che quel giorno si apprestava, anzi DOVEVA coronare quella meravigliosa parabola andandosi a sedere sul tetto d’Europa.
Una finale di Coppa dei Campioni nella propria “arena”, con una città che non aspettava altro che impazzire di gioia.
Invece arrivò un incubo “rosso”, travestito da portiere-clown con due improbabili baffoni che ipnotizzò due dei gladiatori di quella Roma … e spaventando a tal punto il loro “Re” che quel rigore non volle nemmeno tirarlo.
Agostino Di Bartolomei, al rifiuto del Re che veniva dal Brasile, prende in mano il pallone, cuore e testicoli e butta dentro il primo rigore, senza che il portiere-clown dai grandi baffi possa solo pensare di sfiorare quel pallone. L’incubo si concretizzerà in seguito, e il Liverpool di Souness, Kennedy e del portiere-clown Grobbelaar alzerà quel trofeo sotto gli occhi, quasi sicuramente umidi, di giocatori della Roma e di migliaia e migliaia dei suoi appassionati sostenitori.
Sono serate che lasciano il segno, che ti stroncano le gambe e il cuore.
Ci vogliono settimane per rimettersi in sesto.
Poi però arriva la voglia di un’altra stagione, di un’altra avventura e di un altro giro sull’ottovolante perché come di dice Nick Hornby “prima o poi agosto ritorna e tutto ricomincia daccapo”.
Agostino Di Bartolomei non fa eccezione.
C’è un campionato sfuggito per un pelo da rivincere perché c’è un’altra Coppa dei Campioni in cui riprovarci prima che quel ciclo meraviglioso arrivi alla sua fine.
Solo che per Agostino Di Bartolomei non ci sarà una seconda possibilità.
La Roma, con Liedholm in partenza per Milano (sponda rossonera) si affida ad un altro svedese. Un tecnico giovane ma che ha già colto risultati importanti con Goteborg e Benfica.
Si chiama Sven-Goran Eriksson e la sua “idea” di calcio è diametralmente opposta a quella del connazionale svedese che lo ha preceduto.
Pressing, un rigido 4-4-2 con squadra corta e aggressiva.
… l’esatto opposto del gioco ragionato, compassato e basato sul possesso di palla voluto dal Maestro Liedholm.
Di Bartolomei non ha le caratteristiche che Eriksson chiede ai suoi.
Il suo rapporto d’amore con la Roma si interrompe bruscamente.
Alla sua ultima partita in giallorosso, quella vinta con il Verona in finale di Coppa Italia, La Curva Sud gli tributa un messaggio d’affetto inequivocabile: sullo striscione c’è scritto “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”.
A volere Di Bartolomei a tutti i costi è proprio Liedholm, che a Milano deve ricostruire un Milan che arriva da anni turbolenti e scarsi di soddisfazioni.
Di Bartolomei lascia Roma con la morte nel cuore ma con altrettanta voglia di dimostrare che lui, “Ago”, ha ancora tanto da dare.
Il 14 ottobre del 1984 a San Siro si gioca Milan – Roma.
Il Milan è partito benissimo in campionato. Gli innesti di Hateley, Virdis, Wilkins e dello stesso Di Bartolomei hanno alzato parecchio il tasso tecnico del team.
Quando scocca l’ora di gioco il risultato è ancora sullo 0 a 0.
C’è un appoggio di Wilkins qualche metro fuori dall’area di rigore della Roma.
Toninho Cerezo, il centrocampista brasiliano della Roma, pare in netto vantaggio sulla palla.
Non fa i conti però con l’irruenza e la fisicità di Di Bartolomei che gli strappa letteralmente il pallone dei piedi prima di lanciarsi in percussione verso la porta difesa da Tancredi.
Un tocco di esterno destro per controllare la palla e un altro, sempre con l’esterno del piede destro, per metterla in diagonale in fondo alla rete.
Di Bartolomei corre sotto la curva.
La sua gioia esplode in tutta la sua naturalezza.
“Ci sono ancora ! Non ero da buttare via” è probabilmente solo questo che la sua straripante esultanza vorrebbe significare.
Per i tifosi della Roma questa esultanza è troppa, è esagerata e non è consona all’immagine del “loro” Agostino Di Bartolomei.
Che si sia rotto qualcosa nel rapporto con la Roma e i suoi tifosi se ne ha evidenza  in modo lampante e per certi versi inaspettato qualche mese dopo, il 24 febbraio del 1985.
Per Liedholm c’è un’accoglienza caldissima, ci sono i fiori giallorossi di rito e ci sono i cori.
Per Di Bartolomei solo tanta freddezza.
Non certo quello che si aspettava “Ago” dopo tutti quegli anni in giallorosso.
In fondo cosa ha fatto di male ? Ha celebrato senza ipocrisia un gol per la sua “nuova” squadra contro quella “vecchia” dalla quale, giusto ricordarlo, non è certo stato lui a volersene andare.
Il nervosismo si trascina sul campo.
Il Milan imbriglia la Roma.
Liedholm regala una lezione di tattica al giovane connazionale e Di Bartolomei, schierato sulla linea di difensori, pensa a “fare legna” chiudendo spazi e rubando palloni sulla sua trequarti difensiva.
Il Milan va in vantaggio con Virdis e difende con ordine e determinazione il vantaggio.
Nel finale succede qualcosa che non c’entra proprio nulla con Agostino Di Bartolomei e la sua storia.
“Ago” arriva in ritardo su un pallone e con un robusto tackle manda per le terre Bruno Conti.
Si proprio lui l’amico Bruno.
Tra loro non ci sono problemi ed è tutto finito ancora prima di iniziare.
Ssolo che arriva Ciccio Graziani, entrato nella ripresa e forse con energie ancora in abbondanza da spendere, che aggredisce Di Bartolomei.
In pochi secondi i due si scambiano una gragnola di pugni prima che arrivino i compagni a dividerli.
Non c’è niente di rotto per nessuno dei due … quello che forse si è rotto definitivamente è il rapporto di “Ago” con la sua Roma.

Al Milan Di Bartolomei rimane per tre stagioni. Nell’estate del 1987 al Milan arriva Sacchi. La sua filosofia di calcio non prevede giocatori dalle caratteristiche di Ago che accetta a quel punto l’offerta del Cesena, squadra che si appresta ad affrontare una stagione nella massima serie con un solo obiettivo: la salvezza. Obiettivo che viene raggiunto con estrema facilità.
Il Cesena chiuderà quella stagione con un eccellente 9° posto e Di Bartolomei, oltre a prestazioni di alto livello, farà da “chioccia” a giovani di grande avvenire come Sebastiano Rossi, Lorenzo Minotti e Ruggiero Rizzitelli. 

A 33 anni però Ago sta arrivando al crepuscolo della sua brillante carriera.
Carriera a cui in fondo mancano solo due cose per essere perfetta: quella Coppa dei Campioni sfiorata in quella maledetta notte di fine maggio e una maglia azzurra, anche solo una, che sarebbe l’attestato definitivo e finale alla sua storia professionale.
Arriva però un’ultima sfida.
Molto lontana dai palcoscenici ai quali è abituato Agostino.
E’ la Salernitana, squadra che milita in Serie C, ad offrirgli un nuovo contratto.
Ago sarà l’uomo che dovrà guidare la squadra campana all’assalto verso la promozione alla categoria superiore, che a Salerno manca da oltre vent’anni.
Agostino Di Bartolomei vive questa nuova avventura con il solito grande senso di responsabilità e con la consueta estrema professionalità, pur sapendo che con aspettative così alte nei suoi confronti i rischi sono sempre molto grandi.
Ma quello che accade dopo poche giornate di campionato è totalmente inaspettato e imprevedibile. Antonio Pasinato, l’allenatore dei granata, entra in conflitto con Di Bartolomei decidendo ben presto di prescindere da lui relegandolo il panchina.
Per “Ago” è uno smacco tremendo.
Non è certo questo il finale degno di una carriera come la sua.
I risultati della squadra però sono disastrosi.
Pasinato viene licenziato e con l’arrivo in panchina di Lamberto Leonardi tutto tornerà nella normalità con Agostino capitano e leader del team.
La stagione successiva inizia sotto i migliori auspici.
Il nuovo mister Giancarlo Ansaloni costruisce la squadra intorno a Di Bartolomei e i risultati arrivano immediatamente.
Stavolta la promozione nella serie cadetta non è più un sogno.
Alla penultima di campionato per la Salernitana è in programma la trasferta di Brindisi.
Una vittoria potrebbe significare la tanto agognata promozione.
La vittoria arriva e contemporaneamente i rivali diretti della Casertana perdono a Giarre.
A firmarla, e non poteva essere altrimenti, è proprio lui: Agostino Di Bartolomei con uno dei suoi rinomati tiri da fuori area.
Nella partita successiva contro il Taranto è solo una grande festa per entrambi i team neopromossi in Serie B. A fine partita c’è la classica, festosa invasione di campo.
Il grande e indimenticabile Luigi Necco mette un microfono sotto il naso di Agostino che anche in quei momenti di festa mantiene il suo classico aplomb dichiarando con il suo sorriso dolcissimo e la sua inappuntabile flemma che “Questa è stata la mia ultima partita”.

E così sarà, nonostante un campionato di Serie B da affrontare e nel quale la sua esperienza e la sua leadership sarebbero ancora utilissime.
Da quel giorno felice invece, inizierà una rapida discesa verso quel buco nero nel quale Agostino Di Bartolomei scivolerà, giorno dopo giorno, sempre di più fino ad arrivare al suo  “secondo” maledetto 30 di maggio, quello di dieci anni dopo esatti dopo la serata della finale di Coppa dei Campioni.
E’ il 30 maggio del 1994.
Il giorno in cui Agostino Di Bartolomei prenderà la pistola di casa, acquistata tempo addietro “per proteggere la sua famiglia”, se la punterà al cuore e metterà fine a 39 anni alla sua vita.
Lascerà tutti attoniti e sconvolti, senza fiato e senza risposte.
Solo con tante lacrime da versare per quel ragazzo introverso e profondo, taciturno e sensibile, che il mondo del calcio aveva colpevolmente e troppo in fretta dimenticato.
Lui, che come disse ai microfoni della Domenica Sportiva dopo il suo diverbio con Graziani in quel Roma -Milan “Sono solo un uomo tranquillo. E un bravo ragazzo.”

Maa…Che cos’è il calcio???

Oggi è una giornata molto particolare per il calcio italiano. Non è certo difficile imbattersi in vignette, articoli, pensieri sulla partita di Champions di ieri che ha visto la nostra Juventus, per molti la favorita, uscire malamente sconfitta dal campo e vedere abbandonato e rinviato il sogno per il quale avevano tanto investito in estate.

Sicuramente i veri appassionati di calcio avranno faticato a spegnere il televisore per andare a dormire, caricati di incredibile adrenalina dalla performance della nuova star europea che ha “tinto” il calcio di colori dolci e romantici: l’Ajax.

Il nostro Blog non si prefissa l’obiettivo di volersi sostituire ad esperti tecnici o analisti, inutile precisarlo; la riflessione di oggi vuole assumere un tono “da bar sport”, per parlare in amicizia con tutti i nostri seguaci come se fossimo davanti ad una birretta seduti ad un tavolino.

Quando ieri mattina ho telefonato al caro amico Paolo, la prima cosa che mi ha detto è stata “LA JUVE NON L’HA MAI VISTA”. Come già detto, la nostra analisi al telefono non verrà trasmessa a SKY CALCIO SHOW, ma questa semplicissima frase mi ha fornito lo spunto per una riflessione da condividere appunto con tutti voi.

Vedere questa partita ha sicuramente dato a tutti una sensazione di rivoluzione, di un qualcosa di nuovo e di incredibilmente bello; una squadra giovanissima, che si diverte, corre, fa girare il pallone ad incredibile velocità e arriva davanti alla porta infinite volte a partite…spesso rischiando di sbagliare troppo e complicare il risultato. Una squadra che ti causa un brivido continuo e, come all’andata, magari va pure in svantaggio e quando sembra spacciata decide di schiacciare sull’acceleratore e ribaltare tutto. Sulla carta, un Davide contro Golia.

La diversa forza economica in campo martedì

Ciò che va messo in evidenza, è sicuramente il fatto che per arrivare a certi risultati occorrono anni di lavoro e una pazza e violenta convinzione nelle proprie idee. Semplicemente, un lavoro costante, ordinato ed “esasperante” che parte dal settore giovanile.

Che l’Ajax sia notoriamente uno dei migliori settori giovanili al mondo è ormai risaputo, ma vedere tanti di questi giovani trionfare nei quarti di champions è pura poesia e un enorme inno al calcio.

Insomma, l’Ajax è sempre stato un modello. A volte ha portato trionfi, a volte non sono arrivati risultati. Ma il modo di impostare il lavoro non è mai cambiato.

E a questo punto…QUAL è il NOSTRO MODELLO? QUAL E’ IL CALCIO CHE CI PIACE?

Un lavoro che metta in primissimo piano i giovani, come ben sappiamo noi addetti ai lavori, è molto delicato. E’ un lavoro fatto di pazienza, di equilibri molto precari e di grande stabilità e fermezza.

Per rispondere alla domanda di poco fa, ne pongo un’altra a tutti quelli interessati a leggere questo articolo: CHE TIPO DI TIFOSO SONO?

Posso amare l’idea di avere la pazienza di aspettare magari interi anni di costruzione per arrivare ad una qualche rivoluzione? Riesco serenamente ad affrontare qualche sconfitta e qualche difficoltà, senza l’esasperazione forzata della vittoria, credendo in questo progetto?

O è più semplice ed emozionante godere ai gol del campione da 100 milioni o alle vittorie portate dalle “follie” dei nuovi sceicchi?

La questione è sempre questa; la domanda può risultare banale, ma è tutt’altro che scontata. Potrebbe essere semplice rispondere adesso dopo il capolavoro di martedì a Torino.

Ma era stato altrettanto molto semplice anche riempire lo stadio e gli store durante i primi giorni in Italia di Cristiano Ronaldo, o accompagnare i figli ad acquistare gli scarpini di Neymar ecc ecc.

La partita di martedì, vedendo tanta gente innamorarsi ancora del calcio di fronte a tanta bellezza, mi ha scatenato questi pensieri. La gente adesso urla il nome Ajax dappertutto, ma siamo realmente sicuri che gli sportivi di oggi potrebbero mai avere la mentalità e la pazienza di diffondere, amare e incoraggiare una mentalità di questo tipo?

Sinceramente, osservando ciò che settimanalmente accade nei campi dei settori giovanili o ascoltando i commenti negli stadi…ho più di un dubbio!!!!

Viaggio a Madrid: il “Wanda Metropolitano”

9 amici che in passato hanno condiviso insieme bellissimi ricordi (soprattutto calcistici), un addio al celibato, una incredibile città…

E’ l’inizio di un bellissimo weekend appena trascorso a Madrid, città oltretutto patria del calcio che conta.

L’ottimo bilancio di questi tre giorni è stato “”offuscato”” da un piccolo ma fastidioso rammarico: quello di non esser riusciti ad assistere dal vivo alla partita di Liga ATLETICO MADRID- CELTA VIGO e la punizione capolavoro del Dio Griezmann.

Il pensiero mi ha innervosito per tutta la serata di sabato, al punto che diventava fondamentale compensare in altra maniera….no, nessun riferimento all’alcool!!!!

Così, nella mattina precedente al ritorno in patria ci ricordiamo di avere qualche ora libere da dedicare a un po’ di “cultura”.

La prima idea era quella di accontentare il nostro compare che reclamava una visita al Bernabeu, essendo l’unico a non aver mai avuto questo privilegio prima.

Dopo un attento confronto tra il gruppetto rimasto, si opta per il nuovissimo Wanda Metropolitano, casa dell’Atletico Madrid, per accontentare tutti.

Partiamo in taxi dal nostro hotel nel centro della città e in circa 15 minuti siamo lì.

Il colpo d’occhio è notevole: un capolavoro, c’è poco da fare. Lo stadio fu inaugurato nel 1994 come impianto per l’atletica, e venne poi ristrutturato una volta acquisito dal Comune di Madrid. Dopo una costosa ristrutturazione, nel settembre 2016 diventa la casa dell’Atletico di Madrid e viene inaugurato alla presenza del Re Felipe VI.

Come vediamo dalle foto, i lavori non sono ancora terminati.

Il meraviglioso primo colpo d’occhio
I lavori nella zona dello stadio
La targa della partita inaugurale in presenza del Re

Una volta davanti allo stadio, acquistiamo i biglietti al prezzo di 18€ l’uno e iniziamo il tour.

Biglietti e cartoline omaggio dei calciatori

Iniziamo il viaggio dall’accesso al palco Vip, e ci imbattiamo in qualche attimo di emozionante batticuore di passione calcistica pura e violenta:

Lo spettacolo del Wanda Metropolitano

Proseguiamo il tour attraversando la zona interviste, e ci buttiamo nella zona di ingresso in campo. Finalmente riusciamo ad entrare: inevitabilmente andiamo a sederci sulla panchina del “Cholo”, godendoci quel rilassante silenzio e provando ad immaginare cosa significhi essere soli su quella panchina sotto 67000 persone…brividi!

Spezzato a fatica l’incantesimo del momento, il percorso del tour ci indirizza verso gli spogliatoi e la sala interviste…praticamente un cinema!

Lo spogliatoio dell’Atletico
La sala stampa

E’ora di uscire, godendoci anche il gentile omaggio di un succo di frutta all’ace, e di buttarci nel minuscolo, quasi insignificante, museo, oltre che nel tradizionale store per acquistare qualche gadget. Molto particolari le targhe sulla pavimentazione in onore dei giocatori della storia dell’Atletico.

Proviamo a prendere la metropolitana per raggiungere l’aeroporto, proprio nella stazione sotto lo stadio. L’organizzazione della metro forse è da rivedere: stadio aeroporto in taxi, scelta che abbiamo poi sposato, 5 minuti. Stadio aeroporto in metro, 1 ora!!!! NON BENISSIMO!

La stazione della Metro proprio sotto lo stadio

Così, da veri malati di calcio, ci godiamo l’esperienza appena vissuta in attesa del rientro in Italia…purtroppo incoscienti del “drammatico” viaggio di ritorno scandito da 3 ore di ritardo e varie turbolenze in volo!

Grazie Madrid, è stato un piacere.

Spero di essere riuscito nell’intento di trasmettermi un pochino di emozione e di “cuore colchoneros”.

CORAJE Y CORAZON

Alberto Bucci: Fuori tempo

Diverso tempo fa ero in libreria a curiosare tra i banchi per vedere se avessi potuto trovare un libro da leggere che mi coinvolgesse. Ne trovai uno di Alberto Bucci.

Il titolo “Fuori tempo: riflessioni di un coach tra vita e canestri ” aveva catturato la mia attenzione ma quello che mi convinse a comprarlo fu il retro di copertina dove trovai questa frase:

“Perché l’uomo è fatto di sensazioni, emozioni e debolezze che non è possibile sottoporre ad un cammino programmatico. Se non riusciamo più ad emozionarci, come facciamo ad emozionare i nostri giovani? Se non ci stupiamo più sarà difficile stupirli, e se i nostri occhi non colgono ciò che c’è di meraviglioso intorno a noi come possiamo meravigliarli?”

Lo comprai e nel pomeriggio lo lessi tutto d’un fiato. Nel libro Alberto Bucci racconta la sua storia di allenatore e di uomo, la sua visione e la sua filosofia di vita che è stata decisiva nel suo essere allenatore. Un libro imperdibile per i campionati di basket disputati ma soprattutto per le esperienze come padre e per i racconti in prima persona sulle amicizie e sui rapporti con i giocatori attraverso simpatici aneddoti come ii tanti spaghetti mangiati a mezzanotte a Rimini.

Purtroppo sabato 9 marzo Alberto Bucci se ne è andato dopo essersi battuto contro la malattia per otto lunghi anni. In un’intervista che ho letto su internet di qualche mese fa disse: “Nella vita il passato non conta, piangersi addosso non risolve i problemi. Io ho la mia vita e voglio viverla bene ogni giorno, mi impegno al massimo per riuscirci”.

Dan Peterson nel suo saluto ha scritto: “Alberto Bucci è stato un allenatore di grandissima semplicità tecnica, mai una cosa in più, mai una cosa in meno. Lui sapeva che erano gli uomini e non gli schemi a vincere le partite, e i suoi uomini gli hanno dato sempre il massimo, facendo miracoli per lui, superando spesso i loro limiti. Un giocatore fa così per un coach come Alberto Bucci e non si chiede neanche perché.”.

Bucci è stato anche un grande appassionato di calcio e grande amico di Carlo Ancelotti. «Ci siamo conosciuti dodici anni fa, alla presentazione della squadra di basket a Reggio Emilia. Come si dice in questi casi, ci siamo piaciuti subito. È scattato il feeling e non ci siamo più perduti. L’ho seguito ovunque, al Milan come al Chelsea, a Parigi, a Madrid a Monaco. E adesso qui al ritiro del Napoli. È un rapporto che si basa sulla condivisione di valori che per noi sono importanti. I valori sono tutto nella vita. C’è anche una sintonia caratteriale. Ero un allenatore schivo, non amavo la ribalta sempre e comunque, al termine della partita cercavo di scappare, non ambivo a essere sempre al centro dell’attenzione. Ancelotti è come me, vuole vivere in maniera normale il rapporto con le persone. Alla base di tutto c’è il rapporto umano»


Intervistato sulle affinità con Ancelotti risponde: «Un allenatore dev’essere bravo a calarsi nella realtà che va ad affrontare. Deve trarre il meglio dal materiale che ha. Non ho mai concepito quei tecnici che impongono la loro pallacanestro o il loro calcio. Che significa? Non posso proporre il minestrone di verdure a prescindere dagli ingredienti che ho. Se ho le verdure, va bene. Ma se ho pesce e carne, sarebbe assurdo farlo. Non condivido il concetto che quella squadra è lo specchio di un determinato allenatore. Un tecnico deve offrire i propri ingredienti ai calciatori, questo sì ma poi ciascuno metabolizza gli alimenti a modo suo. Per il mio modo di allenare, non esiste dire a un giocatore: “o fai così o non giochi”. Per me, quelli sono allenatori limitati. In questo, Ancelotti e io siamo simili, abbiamo la stessa visione.

Vediamo il ritiro allo stesso modo. Sono momenti importanti soprattutto per cementare il gruppo. Deve crearsi l’armonia trai giocatore, l’allenatore e lo staff. È importante che ogni malinteso venga risolto, anche attraverso confronti duri. L’importante è che siano improntati alla sincerità e al desiderio di superare i conflitti. Guai a mantenere qualcosa dentro, quel qualcosa rischia di crescere giorno dopo giorno e poi finire col creare problemi seri”.

Descrive Ancelotti come «un allenatore cui piace infondere i suoi principi calcistici, ma poi ama anche lasciare al calciatore la sua libertà. Gli piace giocare, ma anche far giocare. Gli piace il calciatore che sa prendersi anche la sua libertà e le sue responsabilità. Non a caso, Carlo è un allenatore che ha vinto ovunque sia andato. Ha stabilito dei record che vengono sottovalutati. A Madrid ha vinto 22 partite consecutive, non so se mi spiego, oltre ad aver vinto quello che ha vinto. Col Chelsea ha stabilito il record di gol fatti nel campionato inglese (quest’anno battuto dal City di Guardiola). Capisci la sua forza perché è un uomo di sport che non cerca mai alibi. E quando grida, lo fa solo nel chiuso dello spogliatoio. All’esterno difenderà sempre la squadra e ogni singolo giocatore».

Alberto Bucci ha vinto tre scudetti sulla panchina della Virtus (il primo, quello della stella, nel 1984 poi nel ’94 e nel ’95) e 4 coppe Italia (2 Virtus, le altre a Verona e Pesaro. Iniziò la sua carriera in Fortitudo,a 25 anni, poi ha guidato oltre alle squadre citate anche Rimini, Fabriano e Livorno (che portò, sponda Libertas, dalla A2 alla finale scudetto perduta con Milano).

Uno scudetto perso all’ultimo secondo con l’Enichem Livorno a causa di una decisione arbitrale che ancora oggi fa discutere: l’ultimo canestro non venne convalidato e vinse Milano. «Allora non c’era il Var – ricorda Bucci – l’arbitro era impegnato in due situazioni, non era attento. Capitò anche dell’altro, un giocatore – Forti – giocò dodici minuti con cinque falli. C’erano le condizioni per ottenere la ripetizione della partita. Ma nello sport sono cose cose che succedono, bisogna saper accettare anche questo».

Dal 2016 Bucci era tornato in Virtus come presidente seguendo la sua squadra del cuore fino all’ultimo.

Francesco Molinari. Perché merita un posto su misterone.com ?

Dopo quello di giocatore dell’anno dell’European Tour, arriva anche il prestigioso riconoscimento della BBC quale miglior sportivo del 2018.

Proseguono i riconoscimenti per Francesco Molinari a coronamento del suo straordinario 2018. Dopo la nomina “Golfista dell’Anno 2018” e Membro Onorario da parte dell’European Tour, per il campione azzurro arriva anche il prestigioso premio della BBC come “World Sport Star of the Year 2018”.

Francesco Molinari

“Non riesco ancora a credere di aver ricevuto un premio così importante dalla BBC – ha commentato Molinari –  Mi sembra irreale. Questi riconoscimenti mi danno una grande carica e rappresentano un punto di partenza per lavorare ancora di più nel 2019. È stata una stagione fantastica e sono felice di poter festeggiare tutti i miei successi in Italia il 19 dicembre a Roma, dove avrò l’onore di ricevere il Collare d’Oro nella cerimonia del CONI e poi raccontare le mie emozioni nell’incontro con la stampa italiana allo Stadio Olimpico”.

Molinari, primo italiano a divenire “World Sport Star of the Year”, aggiunge il suo nome a un albo d’oro prestigioso in cui figurano, tra gli altri, Federer, Bolt, Djokovic, Dan Carter, Nadal, Cristiano Ronaldo, Woods, Magic Johnson, Lomu, Ronaldo, Ali, Lewis e Pelè.
La BBC ha voluto sottolineare le imprese di Chicco esaltandolo come miglior sportivo nato fuori dalla Gran Bretagna. Il campione torinese era in competizione con la ginnasta americana Simone Biles, con la snowboarder e sciatrice alpina ceca Ester Ledecka e con il pugile ucraino Oleksandr Usyk.

Tanti i premi internazionali per Molinari, protagonista della copertina di Golf Digest del mese di dicembre e delle 10 migliori News Maker 2018 di Golf Channel. In Italia i suoi trionfi sono stati inseriti tra le immagini più significative scattate dai fotoreporter dell’Ansa e raccolte nel libro fotografico “PhotoAnsa 2018”. A completamento di un anno indimenticabile, il vincitore della Race to Dubai il 19 dicembre a Roma riceverà il Collare d’Oro al Merito Sportivo, la massima onorificenza dello sport italiano. Un premio che rappresenta un motivo di orgoglio per la Federazione Italiana Golf e per tutto il movimento golfistico.

Francesco Molinari. Conosciamolo meglio

Classe 82, torinese,  l’atleta che ha scritto la storia a Carnoustie è un italiano con un carattere poco nazionale: programma e costruisce senza chiasso le proprie fortune. Ecco come ha fatto:

“Sei straordinario, lo sei sempre stato ma volevi arrivare a questo obbiettivo e sei riuscito a migliorare tutto quello che serviva per diventare storia del nostro sport! L’esempio per tutti noi”. Messaggi così arrivano a pochi, soprattutto da parte di colleghi, di rivali della stessa nazionalità, addirittura più giovani, peraltro più dotati di talento e già avvezzi al successo come Matteo Manassero.

Messaggi così premiano Francesco Molinari quanto, se non di più, del Claret Jug, del successo all’Open Championship, del testa a testa col mitico Tiger Woods, dell’ingresso nella storia del golf italiano come primo azzurro ad aggiudicarsi un Major, della promozione alla nazionale europea nella sua terza Ryder Cup, del numero 6 della classifica mondiale, della conferma del numero 1 nella Race to Dubai, della borsa di 1.625.387 euro.
E come coronamento della magnifica annata a settembre trascina l’Europa nella vittoria In Ryder Cup contro gli USA (il terzo avvenimento sportivo più seguito al mondo dopo Mondiali di calcio e Olimpiadi)

Francesco Molinari

Perché sono l’attestato di una dignità avvalorata, senza dubbi, del rispetto del gruppo, senza invidia. Ecco, quando vince Chicco vincono un po’ tutti, perché lui non ha il dono di altri: quella caratteristica tutta italiana di salvare capra e cavoli con un colpo solo, una fiammata sola, un giorno solo, un’impresa. Il 35enne di Torino vince col lavoro, con la serietà, con la coscienziosità, costruendosi un pezzo dietro l’altro, come una forbicina alacre e intelligente. Molto intelligente.

Impariamo tutti da Chicco, chiediamo aiuto a Chicco, seguiamo e imitiamo Chicco, l’italiano anomalo che programma e costruisce senza chiasso le proprie fortune.

SIR ALEX: il Mister

Sir Alex Ferguson, nome completo Alexander Chapman Ferguson (Glasgow, 31 dicembre 1941), è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore scozzese, di ruolo attaccante.

È considerato uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi, nonché uno dei manager più carismatici e influenti della storia.

Con il Manchester United, che ha guidato ininterrottamente per 27 anni (dal 1986 al 2013), ha conquistato:
2 Champions League
1 Coppa delle Coppe
1 Supercoppa UEFA
1 Coppa Intercontinentale
1 Coppa del mondo per club
13 Premier League
5 FA Cup
4 League Cup
10 Community Shield.
In precedenza aveva condotto l’Aberdeen alla conquista di
1 Coppa delle Coppe
1 Supercoppa UEFA
3 Scottish Premier League
4 Scottish Cup
1 Scottish League Cup.

Nel luglio 1974 inizia la sua carriera di allenatore con l’East Stringshire per passare alla squadra del Saint Mirren che riesce a portare nella massima serie nel 1977.
L’anno successivo la squadra ottiene la salvezza, ma viene comunque esonerato.
Trova un ingaggio con l’Aberdeen: nel 1980 vince il campionato; nel 1982 l’Aberdeen conquista la Coppa di Scozia battendo in finale i Rangers per 4-1.
L’anno successivo centra un treble, vincendo la Coppa di Scozia, la Coppa delle Coppe 1982-1983 (battendo 2-1 il Real Madrid) e la Supercoppa Europea battendo l’Amburgo.
Nel 1984 ottiene il double campionato-coppa nazionale; l’anno successivo, l’ultimo titolo scozzese.
Contemporaneamente all’incarico di manager dell’Aberdeen accetta anche quello di commissario tecnico della Nazionale scozzese che ricopre dal 16 ottobre 1985 al 13 giugno 1986. Partecipa quindi ai Mondiali 1986, con la Scozia che viene eliminata al primo turno.

Il 6 novembre 1986 è ingaggiato dal Manchester United, dove rimarrà per 27 stagioni.
Il primo trofeo arriva dopo tre anni e mezzo, con la Coppa d’Inghilterra 1990.
Da allora apre un ciclo di 38 trofei, a livello nazionale e internazionale, arrivando alla conquista di un treble nella stagione 1998-1999 con il suo United che vince  il titolo nazionale davanti all’Arsenal, sconfitto anche in semifinale di FA Cup.

In Champions League, dopo aver passato il turno nel girone che comprendeva anche Barcellona e Bayern Monaco, i Red Devils sconfiggono l’Inter ai quarti di finale e la Juventus in semifinale.
In finale, gli inglesi battono il Bayern Monaco, segnando due gol nel finale con Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær dopo essere stati in svantaggio fino al novantesimo.
Nel 2007-2008 gli uomini di Ferguson si aggiudicano:  Community Shield contro il Chelsea di José Mourinho ai calci di rigore; la Premier League; la UEFA Champions League, a Mosca, contro il Chelsea ai calci di rigore.
Il 19 dicembre 2010 realizza il record di giorni consecutivi (8811) alla guida del Manchester United, precedentemente appartenuto a Matt Busby.
Il 9 gennaio 2012 a Zurigo, durante la cerimonia per l’assegnazione del Pallone d’oro a Lionel Messi, gli viene conferito il FIFA Presidential Award come premio alla carriera.

L’8 maggio 2013 comunica, attraverso il sito ufficiale del Manchester United, l’intenzione di ritirarsi dall’attività di allenatore al termine della stagione 2012-2013.
L’ultima partita di Ferguson con i Red Devils è un pareggio per 5-5 sul campo del West Bromwich Albion.

FARE SQUADRA

Ferguson viene ingaggiato nel 1986, l’anno di Crocodile Dundee, Chernobyl e la deregulation del Bing Bang dei mercati finanziari di Londra.
Le sorti della squadra vacillavano e i giocatori avevano fama di alzare un po’ troppo il gomito e non dare grandi risultati. Il patron era Martin Edwards, rampollo di una ricca industria di lavorazione delle carni di Manchester. Oggi il Manchester United è una Spa. quotata alla borsa di New York, con i Glazer della Florida come azionisti di maggioranza.
“«La grandezza di Sir Alex è essere riuscito nella parte più difficile della leadership, ovvero applicarla alla vita di tutti i giorni. È lì che cadono quasi tutti in fallo, è difficile riuscirci»”

Sir Alex non è andato a scuola di leadership, non ha seguito dei master, si è sempre affidato al suo istinto ed imparando strada facendo.
Ferguson:
«Uno degli studenti di Harvard mi ha chiesto cosa so oggi che avrei voluto sapere trent’anni fa: ….  la comunicazione! Quando ero più giovane volevo dominare il mondo e fare tutto».  È stato dopo che ha imparato a capire il valore di saper delegare agli altri. [È stata] la migliore cosa che abbia fatto; perché quando sei nel mezzo di un allenamento, guardi solo dove sta la palla. Quando uscivo dal campo… avevo una visione più ampia.
A volte non è importante quello che vedi sempre, ma quello che ti perdi».

Ci sono cose che non ha mai cambiato:
«Volevo lavorare sui giovani e gettare le fondamenta che fanno una società calcistica, una buona società calcistica, più che una buona squadra» racconta.

Un altro punto essenziale della strategia di Ferguson era il controllo sui nuovi acquisti.
Una volta si è persino presentato a una festa per farli andare a letto.
«Avevo visto cosa succedeva quando un allenatore non aveva la forza di trattare con i grandi giocatori e mi dicevo: Che razza di allenatore sei se non hai le palle per tenere a bada quei ragazzi? E non ho mai cambiato atteggiamento: se sgarrano, li metto in punizione. Se sei coerente, chi lavora per te sa chi sei. Quando qualcuno cambia di continuo, crea una specie di confusione, la gente dirà: ma come, ieri voleva andare sulla Luna e adesso vuole andare su Marte…»”

La coerenza di avere quella voglia profonda di essere al timone ed eccellere e impegnarsi senza mollare mai, è lì che la maggior parte della gente cede.
Prima di tutto Ferguson voleva vincere. Ancora oggi si pente che il Manchester United non sia riuscito a battere il record del Liverpool di cinque Champions League.  Lui voleva semplicemente dare obiettivi molto elevati: «Era per aiutare a credere di poter fare cose che altrimenti non avrebbero mai pensato di essere capaci di fare».

A seguire alcuni dei comandamenti  che Ferguson ha osservato nell osvolgimento del suo lavoro.

Guarda le persone, impara da loro
Una delle capacità di definizione di un buon leader è: colui che è osservatore di chi lo circonda.

Riconoscere la differenza tra talento e fame
Un altro motivo chiave del successo di Sir Ferguson è la sua attenzione alla fame, piuttosto che al talento. Il talento ha un valore evidente per una squadra, ma se l’individuo non viene al lavoro ogni giorno guidato a fare meglio del giorno precedente, allora quel talento sarà usato in modo inefficiente o, peggio, per niente. Una persona con più miti talenti, ma che ha una forte etica del lavoro, farà un uso molto più grande delle sue abilità e di solito sarà un membro della squadra molto migliore.

Sii disposto ad essere disciplinato
Una mancanza di disciplina può danneggiare il successo a lungo termine di qualsiasi squadra in quanto può portare gli altri membri della squadra a diventare indisciplinati, e la squadra in generale può iniziare a perdere la coesione.

Tieni d’occhio il futuro
Costruire una squadra eccellente per il qui e ora può dare risultati a breve termine, ma quando i membri del team di quella squadra partono, si può creare un vuoto di talento alle spalle.
Una delle cose più efficaci che Sir Ferguson ha ottenuto durante la sua carriera è quella di creare squadre che abbiano una forte linea di giovani talenti per imparare, supportare e alla fine sostituire l’attuale schiera di “eroi”.
Un grande leader capisce che lo sviluppo delle competenze all’interno di una squadra non si basa su nessun singolo individuo, ma è piuttosto una risorsa collettiva che il gruppo contribuisce a migliorare nel corso degli anni.

Stabilire una cultura in cui non ci sono eroi
Per Sir Ferguson non ci sono scuse per nessun leader che non si concentri sul team; “assicurati che ogni membro del team capisca di avere il proprio ruolo da svolgere e che ognuno di essi sia importante per lo sforzo complessivo.
L’attaccante della squadra potrebbe essere il primo a segnare, ma senza la forte linea difensiva e dei giocatori con l’abilità di passare la palla attraverso la difesa dell’avversario, la squadra continuerà a perdere.
Allo stesso tempo, è importante avere altri leader all’interno della tua organizzazione e persone che il team può considerare “capitani” quando non ci sei.
Non essere il collo di bottiglia per le prestazioni.

IPSE DIXIT

“I had to lift players’ expectations. They should never give in. I said that to them all the time: “If you give in once, you’ll give in twice.”
“Ho dovuto alazare le aspettative dei giocatori. Non dovrebbero mai arrendersi. Gliel’ho detto tutto il tempo: “Se ti arrendi una volta, ti arrenderai due volte”.

“I’ve never played for a draw in my life.”
“Non ho mai giocato per il pareggio in vita mia”

“Once you bid farewell to discipline you say goodbye to success”
“Una volta che hai detto addio alla disciplina, saluta il successo”

“There’s a reason that God gave us two ears, two eyes and one mouth. It’s so you can listen and watch twice as much as you talk. Best of all, listening costs you nothing.”
“C’è un motivo per cui Dio ci ha dato 2 orecchie, due occhi ed una sola bocca. Perchè tu possa ascoltare ed osservare il doppio di quanto tu debba parlare. Meglio di tutto: ascoltare costa meno”

“Perhaps the most important element of each activity is to inspire a group of people to perform at their very best. The best teachers are the unsung heroes and heroines of any society,”
“Forse l’elemento più importante di ogni attività è ispirare un gruppo di persone ad esibirsi al meglio. I migliori insegnanti sono gli eroi e le eroine non celebrati di ogni società ”

“In the long run principles are just more important than expediency.”
“Nel lungo periodo i principi sono più importanti degli espedienti.”

“The experience of defeat, or more particularly the manner in which a leader reacts to it, is an essential part of what makes a winner.”
“L’esperienza della sconfitta, o più in particolare il modo in cui un leader reagisce ad essa, è una parte essenziale di ciò che rende vincitore.”

“With young people you have to try to impart a sense of responsibility. If they can add greater awareness to their energy and their talents they can be rewarded with great careers.”
“Con i giovani devi provare a dare un senso di responsabilità. Se possono aggiungere maggiore consapevolezza alla loro energia e ai loro talenti, possono essere ricompensati con grandi carriere. ”

Solo i veri campioni escono e mostrano il loro valore dopo la sconfitta – e mi aspetto che lo facciamo.

Per concludere questa carellata una frase detta da Ferguson durante l’intervallo della finale di UEFA Champions League nel 1999.

“Alla fine di questa partita, la Coppa Europa sarà a soli sei metri e non potrete nemmeno toccarla se perdiamo. Per molti di voi quello sarà il momento in cui ci andranno più vicino…. Non osate tornare qui senza aver dato il massimo. ”

….sappiamo com’è andata a finire

Zinédine Zidane: il silenzioso

Zinédine Yazid Zidane (Marsiglia, 23 giugno 1972) è un allenatore di calcio, dirigente sportivo ed ex calciatore francese di origini algerine.

Soprannominato Zizou, è considerato uno dei migliori giocatori della storia del calcio.
Cresciuto nel Cannes, si afferma nel Bordeaux vincendo una Coppa Intertoto.
Nel 1996 viene acquistato dalla Juventus, dove in cinque stagioni conquista due campionati italiani, una Supercoppa italiana, una Supercoppa UEFA, una Coppa Intercontinentale e una Coppa Intertoto.
Nell’estate del 2001 si trasferisce al Real Madrid per la cifra allora record di 150 miliardi di lire, contribuendo alla vittoria di un campionato spagnolo e due Supercoppe di Spagna nonché di una UEFA Champions League, una Supercoppa UEFA e una Coppa Intercontinentale.
Al termine della stagione 2005-2006 annuncia il suo ritiro dal calcio giocato.


Con la nazionale francese ha partecipato a tre edizioni del campionato mondiale (1998, 2002 e 2006) e a tre del campionato europeo (1996, 2000 e 2004), vincendo da protagonista il Mondiale 1998 e l’Europeo 2000.
In nazionale ha collezionato complessivamente 108 presenze realizzando 31 reti.
A livello individuale ha vinto un’edizione del Pallone d’oro (1998) e tre del FIFA World Player of the Year (1998, 2000, 2003).
Nel 2004 venne inserito nella FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi stilata da Pelé e dalla FIFA in occasione delle celebrazioni del centenario della federazione.
La BBC lo ha definito il miglior giocatore europeo dell’intera storia calcistica, mentre la UEFA lo ha nominato miglior giocatore europeo degli ultimi cinquant’anni. Inoltre, è stato incluso dalla rivista World Soccer nella lista degli undici migliori giocatori della storia calcistica.

Da allenatore del Real Madrid, ha vinto tre UEFA Champions League (record condiviso con Bob Paisley e Carlo Ancelotti), un campionato spagnolo, due Supercoppe UEFA, una Supercoppa di Spagna e due Coppe del mondo per club.
È inoltre il primo e unico allenatore ad aver vinto tre edizioni consecutive della Coppa dei Campioni/Champions League.

Personaggio schivo e riservato fuori dal campo quanto carismatico e spettacolare nel rettangolo da gioco.
Aveva praticamente tutto per giocare al calcio: fisico prestante, doti atletiche (anche se non velocissimo), tecnica, visione di gioco, fantasia, carisma.
Scorrendo immagini di Zidane giocatore raramente lo vedrete urlare per incitare o rimproverare un compagno; ma se la squadra era in difficoltà era il primo a venire a cercare la palla dai difensori, a farsi carico delle sorti della partita. Per rendere meglio quanto espresso pocanzi evidenzio alcuni goal in competizioni internazionali:
– doppietta finale coppa del mondo 1998
– goal quarti di finale Europei 2000
– goal semifinale Europei 2000 (goldengoal)
– goal finale Champions League 2001-2002
Qui sotto, oltre ad un goal fantastico, gustatevi il debutto ‘facile facile e senza pressione ‘ di un altro predestinato: Iker Casillas

https://www.youtube.com/watch?v=ca-O58vdPTQ

Ma c’è un demone dentro ogni talento. Come se alla creazione debba corrispondere un’autodistruzione: l’uomo non può andare oltre l’ultimo limite.
In Zidane questa forza nera si è sempre espressa in severità con se stesso.
Quella che lo ha portato all’addio, nonostante un’età (34 anni) ancora accettabile, nonostante i milioni di euro pronti in caso di ripensamento.
“Troppo negativa la stagione di Madrid per continuare, è l’ora di dire basta”, ha pensato il francese.

Rispetto a “Le Roi” Michel Platini , a parte i gol, a Zizou è mancato il guizzo verbale, il carisma napoleonico, la battuta pronta.
Nell’era di internet e dell’informazione iper-rapida, i troppi silenzi hanno fatto di un’icona del calcio un “semplice” fuoriclasse.
Sui campi Elisi, nel giorno dell’addio, l’accoglienza da liberatore per lui, quasi un nuovo De Gaulle.
Ma Platini non sarà mai superato, neanche eguagliato pur vincendo di più.
E’ l’unica frontiera mai raggiunta per Zizou, troppo lontano dalle logiche del successo per farsene un cruccio.
Una vita scandita da scarpette allacciate e pressioni. Troppe per uno come lui che ha parlato sempre coi piedi.
Ha vinto tutto, ma non è soddisfatto. Non già per ingordigia, bensì per scarsa autostima.

Queste citazioni aiutano meglio a comprendere quanto ammirasse con umiltà alcuni suoi colleghi.

Senza esitazioni, Ronaldo è il miglior giocatore con cui abbia giocato. Aveva una tale facilità di controllo. Era il numero uno.
Ogni volta che mi allenavo con lui, vedevo qualcosa di diverso, di nuovo, di bello. Ecco quello che differenzia un buon giocatore da un giocatore straordinario.

[Nel 2016] Totti? Fino ad oggi è stato uno spettacolo, posso solo dire chapeau. Chi ama il calcio vuole vedere Totti in campo.

Ma che bello era veder giocare Zizou

 

 

GRAZIE, Vichai Srivaddhanaprabha.

Sabato sera, mentre mi trovavo in un ristorante argentino, il mio caratteristico “TIC” mi porta ad aprire l’applicazione di Facebook come accade, purtroppo, infinite volte durante la giornata.

Mentre scorro lentamente la homepage, improvvisamente vedo qualcosa che mi fa letteralmente gelare il sangue.

Leicester, cade ed esplode l’elicottero del presidente: “Lui era a bordo”

Vichai Srivaddhanaprabha, era il numero uno della King Power, società che gestisce i negozi duty-free aeroportuali.

Ma soprattutto, tutti noi abbiamo conosciuto e amato questo “ometto” sempre sorridente per averci regalato un momento che sarà indelebile nella storia del calcio e, perchè no, del mondo.

Sto parlando della stagione calcistica 2015-2016.

Il Leicester City Football Club, piccola realtà della Premier League inglese destinata a lottare per la salvezza, comincia a diventare famoso in Italia per l’ingaggio di uno dei più storici allenatori nostrani: Claudio Ranieri, persona che difficilmente per la sua inconfondibile signorilità potrà essere odiato.

Inizia il campionato.

Passano i primi mesi di campionato, e arrivati a Dicembre, ogni appassionato di questo bellissimo sport avrà sicuramente notato qualcosa di “strano”:  la piccola squadretta di una tranquilla cittadina inglese in grado di conquistare qualcosa come 12 vittorie, di cui una contro il Chelsea che aveva significato per me goduria allo stato estremo.

Il resto del campionato continuò ad essere poesia pura. Questa squadra continuava ad essere impressionante, e tutti quelli che scommettevano per il crollo…”dovettero rimanere offesi!”

In quei mesi il pianeta intero ebbe modo di scoprire giocatori mostruosi, quali Vardy, Mahrez, Schmeichel,Drinkwater, Kantè, Ulloa, Fuchs, Morgan, Okazaki…ecc. ecc.

Ho scritto “ecc. ecc”, perchè qualsiasi di quegli uomini sembrava essere stato “sporcato” da una polverina magica; chiunque entrasse in campo regalava l’anima per entrare nella storia.

E nella storia il Leicester ci entrò: siamo al 2/5 2016. I nostri ragazzi devono solo attendere un risultato favorevole tra Chelsea e Tottenham. La partita finisce sul pareggio, gli “spurs” sono fermati definitivamente e il sogno è realtà: Leicester campione di Inghilterra!!!!!!!

Il video dei festeggiamenti a casa Vardy parla da sè.

Ripercorrendo questa stagione da brividi, non penso di essere stato l’unico sabato sera a rimanere completamente di sasso di fronte alla notizia della morte del principale artefice di questo miracolo.

Da semplice tifoso, appassionato di calcio, un enorme, infinito

GRAZIE presidente.   Hai fatto la storia.