NON SOLO CALCIO… GIAMPAOLO MAZZIERI

Ricapitolando le puntate precedenti abbiamo parlato di due numeri uno mondiali: Francesco Molinari, numero uno del golf italiano e tra i primi 10 del ranking mondiale e Michael Jordan, indiscusso numero uno del basket di tutti i tempi.

In questo terzo articolo della saga: “Non solo calcio…”, vogliamo rimanere nel mondo della pallacanestro ma localizzare il nostro personaggio “solo” nella nostra città (con qualche capatina nelle città limitrofe). Diciamo che a prima vista il nostro personaggio potrebbe sembrare più un protagonista delle “Storie maledette” di Remo Gandolfi, ma in realtà non è così (e per fortuna, altrimenti magari il sottoscritto non sarebbe neanche qui a scrivere questo articolo…).

Chi è dunque questo personaggio che da quanto si è capito finora era un giocatore di basket che si è reso famoso tra Parma, Reggio, Piacenza (e soprattutto in qualche derby contro le varie squadre di Salso, Borgotaro, Fidenza)? Il grande Giampaolo “Maffo” Mazzieri, nato nel 1950 che ha giocato nelle squadre più prestigiose di Parma e provincia (oltre che di Reggio) tra la fine degli anni 60 e la fine degli anni 80 (senza contare poi la lunga militanza amatoriale con gli amici del “Mangia e Bevi”, il cui nome lascia intendere che il terzo tempo non è stato inventato dal rugby…).

GIAMPAOLO MAZZIERI

“La pallacanestro per me è stata una splendida maestra di vita”

All’anagrafe è Giampaolo Mazzieri classe 1950, ma nell’ambiente della pallacanestro è per tutti il “Maffo”.

“Questo soprannome non è solo dovuto ad una storpiatura del cognome ma anche dal fatto che già a tredici anni avevo un po’ di peluria sotto il naso. Quindi baffo, Maffo. In più nel 1976 mi sono sposato che avevo i baffi”.

Ma è anche conosciuto come il “Capitano” in virtù degli oltre trent’anni di basket giocati vestendo le maglie di tutte le principali squadre di Parma di quegli anni. “Il mio amore per la pallacanestro è sbocciato nel 1963 nel Cortile della Chiesa di San Leonardo. Iginio Daolio, un appassionato di basket, mise insieme un gruppo di ragazzi per formare una squadra di pallacanestro della San Leo. Giocavamo la domenica mattina all’aperto alle 11 rigorosamente dopo aver partecipato alla messa delle 9.30 (ed aver spalato la neve nei mesi più freddi…).”

GIAMPAOLO MAZZIERI

Che cosa è per te la pallacanestro?

“Per me  è stata una maestra di vita. Ogni sport dovrebbe esserlo per chi lo pratica, soprattutto se è uno sport di squadra. Mi ha permesso di stare bene fisicamente e psicologicamente nonché di crescere nella socializzazione. Gli allenatori che ho avuto agli inizi sono stati come dei secondi papà. Poi ho avuto la fortuna di trovare dei compagni meravigliosi. Le squadre in cui ho giocato sono sempre state molto unite pur nella diversità dei caratteri dei singoli. Tutto questo mi ha forgiato nel carattere e mi ha consentito di cementare dei legami di amicizia che durano ancora oggi. Pensandoci bene però, visto che sono davvero stato bene in tutte le squadre, oltre che essere stato fortunato posso pensare che un po’ di merito è anche mio… sono sempre stato un compagno paziente, disposto a dire sempre una parola positiva, bastava uno sguardo per far capire a tutti la strada da prendere… in partita e non. Sicuramente per i più giovani ero un esempio da seguire e questa responsabilità l’ho sempre accettata volentieri.

Il fatto che ancora oggi mi sento e mi vedo (spesso a tavola…) con tanti miei compagni (e avversari) penso sia la prova che questi legami erano veri”.

GIAMPAOLO MAZZIERI

Il punto più alto della tua carriera è stata la serie B nel 1979-80 con la CBM. Non hai mai pensato di poter giocare in serie A?

“Quel campionato lo ricordo bene. Ero l’unico dilettante in una squadra con allenatore e giocatori professionisti. Loro facevano due allenamenti al giorno, io uno soltanto in quanto lavoravo ed ero diventato da poco padre. Nonostante questo partivo spesso nel quintetto. Ero considerato un giocatore abbastanza importante. Ho dimostrato che in quella categoria potevo starci. Quell’esperienza è stata comunque una specie di regalo. L’anno successivo la squadra venne ringiovanita ed io andai alla Fornaciari di Reggio Emilia”.

“L’anno in cui sarei potuto andare nelle giovanili in serie A fu quando avevo 16/17 anni, o nell’Oransoda Cantù o nella Fortitudo Bologna…

Ma i miei genitori non erano molto d’accordo (erano altri tempi…) e quindi sono rimasto nella mia città. Più di vent’anni dopo anch’io ho dovuto fare questa scelta da genitore per mio figlio che sarebbe potuto passare alle giovanili del Parma. A me sarebbe anche piaciuto ma ho lasciato a lui la decisione finale. Ricordo ancora che lasciammo l’esito della decisione ad una partita di tennis… se avessi vinto io potendo scegliere avrei gradito che mio figlio provasse questa esperienza nuova che io non avevo potuto fare, se avesse vinto lui invece avrebbe scelto di restare con gli amici nella squadra del quartiere (oltre che avere un abbonamento allo stadio per andare a vedere il Parma neo promosso in serie A…). Vinse lui e quindi niente avventura con le giovanili del Parma… (chissà se ha mai capito che io quella partita gliel’ho lasciata vincere….spero di sì visto che aveva 12 anni…). Alla fine, come per me da ragazzo, credo che quella sia stata la scelta più giusta per tutti”.

GIAMPAOLO MAZZIERI

Partite da ricordare?

“Direi due. L’amichevole che nel 1969 giocammo con la Simmenthal Milano (squadra pluricampione di serie A oltre che tra le top in Europa). In quell’occasione giocai contro i vari Iellini, Masini e Riminucci. Poi nell’anno della CBM capitò che Recalcati si facesse male prima del derby con Cremona, molto sentito dallo sponsor. In quella gara ebbi ampio spazio e disputai la miglior gara della mia carriera”.

P.S. se qualcuno dei lettori non conosce Recalcati (per gli amici “Charlie”) può andare ad informarsi su Google…

“Poi non vanno dimenticati gli accaniti derby con Fulgor Fidenza, Valtarese e Salso. Agli inizi a Borgotaro e a Salso si giocava all’aperto e d’inverno capitava anche di dover spalare la neve. Mi ricordo in particolare di una gara vinta col Rapid a Borgotaro dopo la quale venimmo scortati dai carabinieri fino ad Ostia Parmense… i derby di montagna erano sempre tosti, giocare in casa loro li faceva sentire ancora più forti, e spesso usavano dei “trucchetti” che oggi giorno con la TV non si possono più usare… non che noi “cittadini” fossimo così sprovveduti però…”

Ti è dispiaciuto che i tuoi due figli non abbiano seguito le tue orme nel basket?

“Assolutamente no. Ho sempre lasciato loro seguire la strada che volevano, anche se ho cercato di fare in modo che almeno uno sport lo praticassero, perché lo sport è una scuola di vita e come dicevo prima se è uno sport di squadra si impara ancora di più. Occorre seguire delle regole, avere rispetto per i compagni, avere atteggiamenti positivi che gli altri possano seguire… Entrambi si sono dedicati più al calcio e quindi va bene così… anche se spesso mi hanno sentito dire che il “calcio è uno sport per signorine” (soprattutto quello moderno…), sempre in terra a fare scenate per un calcetto… ma un po’ li prendo in giro… e questo ormai l’hanno imparato…

A questo proposito vi faccio vedere una t-shirt che mi hanno regalato per un compleanno…”

Questo il ritratto del “Maffo”, giocatore di indubbia personalità…

Spero che i lettori del MISTERONE abbiano apprezzato questo articolo, anche se un po’ strano per il suo genere… ma sono storie di “vita vissuta” e quindi credo possano sempre essere di insegnamento per tutti, soprattutto per i più giovani”.

Grazie di tutto Papà, sei il mio numero uno!!!

P.S. Un ringraziamento anche a Stefano Minato, giornalista della Gazzetta di Parma

NON SOLO CALCIO… Michael Jordan

“Il calcio è una scuola di vita”. Non si chi abbia detto questa frase ma credo sia un’assoluta verità. Il modo in cui ti comporti in un campo da calcio o in uno spogliatoio (e non parliamo di piedi sopraffini o quant’altro…) di certo fa capire come sei anche al di fuori del rettangolo di gioco nella vita di tutti i giorni, che tu abbia 20/30 anni o solo 10…

Ma visto che tante “penne” scrivono di calcio in questo blog, mi piaceva pensare a una serie di articoli dedicata ad avvenimenti o personaggio che hanno segnato un momento della storia sportiva… un anno fa eravamo partiti da un certo Francesco Molinari che faceva nel golf quello che nessun italiano era ancora riuscito a fare vincendo uno dei tornei Major, oggi (e promettiamo di non far passare un altro anno…) ci dedichiamo forse all’atleta più conosciuto e amato di tutti gli sport, cioè sua maestà MJ23, Michael Jordan.

In realtà ci vogliamo concentrare ad un particolare momento che è successo esattamente 22 anni fa (qualche giorno fa è stato l’anniversario…).

Speriamo che questa rubrica vi possa piacere, distogliendo un attimo lo sguardo dallo sport più bello del mondo (che rimane sempre il calcio… in ogni sua forma)

22 anni fa “The Last Shot”, l’ultimo tiro di Jordan in maglia Bulls alle Finals 1998.

michael jordan

La mitica serie contro gli Utah Jazz si chiude con l’epilogo atteso da tutti, la vittoria del titolo NBA dei Tori, il sesto in otto anni, con un canestro di MJ in faccia a Bryon Russell, l’ultimo di una serata da 45 punti.

Un tiro divenuto iconico e attorno al quale si è costruita un’importante narrativa che ha segnato un’epoca intera.

Se “The Last Dance”, l’ultimo ballo, è la definizione per l’annata 1997-98 dei Chicago Bulls, l’ultima versione di una squadra mitica e irripetibile, “The Last Shot”, l’ultimo tiro, non può che essere riferito al canestro di Michael Jordan che segnò l’epilogo e il lieto fine di quella cavalcata, tanto clamorosa quanto difficile e controversa.

Il sigillo di Sua Maestà

Era il 14 giugno del 1998. Al Delta Center di Salt Lake City, Utah. Finali NBA 1998 tra Utah Jazz e Chicago BullsGara 6 con i Tori in vantaggio 3-2 nella serie e ad un passo dal sesto titolo in otto anni, il secondo “Three-Peat” dopo quello dal 91 al 93. Sotto 86-83 a 42″ dalla fine dopo una tripla di John Stockton, i Bulls si affidano a MJ e Sua Maestà non tradisce.

Dopo il timeout di Phil Jackson, ecco la sequenza iconica:

  • Jordan, reduce da 4 liberi consecutivi a segno, si fa consegnare la palla sulla rimessa, attacca direttamente Russell, la difesa lascia libera la corsa di penetrazione e così arriva un canestro immediato di mano destra al ferro per il -1, 85-86 a 37″ dal termine.
  • I Jazz attaccano con Stockton, lavorano con calma per far correre il cronometro, il playmaker sceglie il alto sinistro e attende che Karl Malone si piazzi in post basso. Il “Postino” riceve spalle a canestro marcato da Rodman e lì, dal nulla, dalla linea di fondo, il lato cieco di Malone, sbuca Jordan che gli tocca il pallone, glielo fa cadere e arriva il recupero. 19″ sul cronometro.
  • Michael va dall’altra parte, sceglie il lato sinistro del campo, i compagni gli lasciano completamente libera la fascia centrale, lui attacca Bryon Russell andando verso la lunetta, lo sbilancia con una finta in palleggio di mano destra, torna sulla mano sinistra e si alza per il tiro dai 6 metri. Lingua fuori, ciuf, retina che si muove, canestro, 87-86 per Chicagoa 5″ dalla fine.

Il resto è storia, dopo il timeout gli Utah Jazz hanno la chance per il controsorpasso e portare la serie a gara 7, ma Stockton sbaglia la tripla da posizione centrale e così, al suono della sirena, può scattare la festa dei Bulls e contemporaneamente chiudersi un’era del basket moderno.

Lo scenario: per i Bulls non si metteva bene

Il canestro di Jordan e la conseguente vittoria di partita e titolo, hanno levato tutte le castagne dal fuoco per i Bulls dato che, in caso di sconfitta e di successiva gara 7, le prospettive non erano per nulla buone.

Infatti, pur osservando che nessuno nella storia NBA era mai riuscito a vincere un titolo partendo da uno svantaggio di 3-1 (ci riusciranno i Cavs di LeBron James nel 2016 contro i Warriors, ndr), quei Jazz avevano vinto gara 5 a Chicago impedendo ai Tori di chiudere il discorso sul parquet amico (errore da tre di MJ a fil di sirena, ndr) e poi avrebbero avuto appunto la decisiva gara 7 in casa, al Delta Center, dove da sempre il pubblico e i tifosi fanno sentire il proprio calore, più che altrove in NBA.

Inoltre, Utah avrebbe avuto l’inerzia della rimonta mentre Chicago avrebbe potuto tremare, considerando anche l’infortunio alla schiena che tormentava Pippen da gara 3, l’influenza che debilitò Harper in gara 6 e l’inevitabile stanchezza di tutti, Jordan in primis, rimasto sostanzialmente solo a sorreggere l’attacco dei suoi (45 punti in gara 6 con 15 su 35 al tiro, 19 su 32 per il resto dei Bulls).

E poi il fattore stanchezza era legato anche al cammino nei playoff: i Jazz, a parte il combattuto 3-2 contro i Rockets al primo turno, poi passeggiarono contro Spurs, 4-1, e Lakers, 4-0, mentre i Bulls, tolto il 3-0 iniziale coi Nets e poi il 4-1 sugli Hornets, dovettero lottare duramente contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller nella finale dell’Est, vinta soltanto 4-3 in gara 7 al termine di una serie massacrante.

Era fallo in attacco contro Bryon Russell?

A più di 20 anni da quel canestro di Michael Jordan, si dibatte ancora sullo sviluppo dell’azione e se ci fosse fallo da parte di Michael ai danni di Bryon Russell. Dai replay si nota una leggera spinta di Jordan con la mano sinistra sul gluteo di Russell che poi scivola e va a terra, ma non si capisce se sia abbastanza intensa per generare un fallo.

Secondo il sito AskMen.com questa azione è sesta nella Top 10 ogni epoca dei fischi arbitrali sbagliati, o mancati, mentre nel 2008 Tim Bucley del Desert News, quotidiano di Salt Lake City, ha sottolineato anche altri due errori arbitrali in gara 6 legati al cronometro, una tripla di Howard Eisley nel primo tempo annullata (era buona) e un canestro di Ron Harper per i Bulls nella ripresa, convalidato nonostante il replay abbia mostrato fosse oltre lo scadere. Ma a quel tempo l’instant replay non c’era e non si poteva andare a rivedere l’azione al monitor per gli arbitri.

michael jordan

E il diretto interessato, Bryon Russell, cosa pensa? Ne ha parlato nel 2018, a 20 anni da quel tiro:

Sapevo dove sarebbe voluto andare a tirare. Ero più atlo e più pesante di lui, per cui ha dovuto fare qualcosa che neanche il resto del mondo è riuscito a vedere. Mi ha dato una piccola spinta ‘extra’ con cui ha potuto mettersi nella posizione che voleva per tirare. Sapevo cosa voleva fare, ho cercato di impedirglielo, ero un passo avanti a lui, ma è stato bravo e poi ha tirato

Michael Jordan, dopo la fine della partita e la conquista del titolo NBA, con anche il premio di MVP delle Finals, ha parlato a proposito del canestro e se fosse il modo migliore per uscire di scena.

Sì ci ho pensato. Quando ho conquistato l’ultimo pallone, ho avuto una sensazione di benessere. La gente si è zittita e il momento ha cominciato a diventare tutt’uno con me stesso, in una sensazione di perfetta armonia. Tutto ha cominciato a svolgersi come se fosse al rallentatore, la visione del campo era perfettamente nitida. Allora provi a leggere la difesa, cerchi l’attimo e l’ho trovato quando Russell si è sbilanciato. Non ho mai dubitato di me stesso, sapevamo che avremmo avuto un’opportunità di vincere la partita

THE ENGLISH GAME: il calcio ai tempi della quarantena

La straordinaria drammaticità del periodo che stiamo vivendo e che ci tiene tutti, o comunque con poche eccezioni, rinchiusi in casa ci ha portati ad un problema a cui la società moderna in questi anni non ci aveva abituato: avere così tanto tempo libero da non saper come riempirlo per sfuggire alla noia. Questa è musica per le orecchie delle piattaforme di streaming come Netflix, il cui co-founder e CEO Reed Hastings nel 2017 a precisa domanda su quali fossero i competitor della piattaforma, se la televisione, il cinema o Amazon rispose: “Assolutamente niente di tutto questo! L’intrattenimento domestico non è un gioco a somma zero, oggi il nostro più grande avversario è il poco tempo libero che questa società concede alle persone e il sonno, perché dobbiamo convincerle a passare il loro tempo sulla nostra piattaforma rinunciando a delle preziose ore di riposo”.

Bene, come dicevo, la straordinarietà di questo periodo storico implica l’annullamento del problema del tempo libero e spinge spesso la gente a lanciarsi a capofitto sulle serie tv, un tipo di intrattenimento continuo ed affascinante che, visto il suo perdurare su svariate ore, a differenza dei singoli film, risulta perfetto per la vita da quarantena, sottoforma di binge-watching.

Questa disponibilità si fonde con una grande mancanza che il Coronavirus ci sta facendo sentire: il calcio. Noi appassionati ci sentiamo persi senza vedere, dal vivo o in tv, il nostro amato pallone rotolare su un prato ogni weekend o senza la possibilità di nutrirci di notizie di campo durante la settimana. Netflix sembra dunque aver intercettato alla perfezione questo bisogno manifestatosi in una larga fetta del suo pubblico e il 20 marzo ha lanciato sulla piattaforma la serie The English Game.

Diretta da Julian Fellowes, per i più esperti in materia il creatore della premiatissima Downton Abbey, The English Game si presenta come un serie di tipo storico-narrativo che va a raccontare in modo cinematografico gli albori del nostro amato sport.

Ambientata sul finire dell’800, in Inghilterra, le regole del calcio sono state scritte verso la metà del secolo dai rappresentanti di diversi prestigiosi college britannici ed esso viene ritenuto un gioco altolocato e praticato per la maggior parte esclusivamente dai giovani nobili, che si ritengono i padri naturali di quello sport e ne custodiscono gelosamente la proprietà e le regole. Hanno infatti già formato la FA (l’attuale Football Association) che ogni anno organizza il torneo nazionale che mette in palio l’ambitissima FA Cup.

La competizione è molto famosa e, nonostante nel tempo vi inizino a partecipare anche squadre provenienti dalla più umile working class inglese, viene sempre vinto dalle squadre universitarie dei nobili, che hanno a disposizione strutture e tempo libero per allenarsi (gli operai per tirare a campare passavano tutta la giornata in fabbrica), ma soprattutto non hanno problemi di “fame”.

La storia inizia a cambiare però nel 1879, quando alla stazione ferroviaria della piccola Darwen scendono da un treno arrivato dalla Scozia Jimmy Love e soprattutto Fergus Suter, il nostro protagonista.

Questi sono stati chiamati da James Walsh, il padrone della fabbrica di cotone della città che con passione supporta economicamente l’unica squadra di Darwen, composta essa stessa dagli operai della sua fabbrica. Il sogno di Walsh, nato povero e che si è creato le sue fortune attraverso il duro lavoro, è quello di vincere la FA Cup e di rendere il calcio uno sport “per tutti”, non un giocattolo per far divertire i ricchi dal sangue blu.

Per fare questo ha quindi convinto i talenti scozzesi Suter e Love, anch’essi membri della working class del tempo, a trasferirsi a Darwen, lavorare nel suo cotonificio e giocare per la sua squadra sotto compenso economico.

 

C’è solo un problema in questo avvenimento, al tempo essere pagati per giocare a calcio era vietatissimo.  Il consiglio della FA infatti, formato totalmente da giocatori nobili delle squadre partecipanti, è molto fiero del dilettantismo dello sport che hanno creato anni prima, perché spinge i partecipanti a giocare esclusivamente per passione e per amore del gioco, senza che si metta di traverso come motivazione il vile denaro. I nobili, dalla loro condizione, non vedono però la differenza che porta questo snodo, perché loro non avendo difficoltà economiche riescono a giocare ed allenarsi senza problemi e preoccupazioni, mentre le classi sociali meno abbienti, che si scontrano quotidianamente contro le difficoltà della vita del tempo, spesso non possono permettersi di “perdere tempo” in un gioco se questo non può portare il pane alle loro famiglie.

Fergus Suter diventa presto il leader tecnico e carismatico della squadra di Darwen, instaurando subito un’accesa rivalità con l’Old Etonian, squadra della vicina università i cui membri son gran parte del consiglio della Football Association, e in particolar modo con il loro capitano Arthur Kinnaird. Lo scontro inizialmente è totale, stili di vita e di pensiero completamente differenti cozzano uno contro l’altro e rappresentano al meglio le lotte di classe della Gran Bretagna di fine ‘800, che fanno da cornice al racconto.

Da qui in avanti entrerà in scena tutto il resto: The English Game è una serie, storicamente accurata, di come il pallone diventò uno strumento fondamentale per iniziare ad accorciare le distanze sociali tra le lontanissime classi inglesi del tempo. Il calcio riuscì infatti a far dialogare i nobili di sangue blu con gli operai della working class, contribuendo a creare i presupposti per la società moderna che oggi conosciamo.

Rimanendo più sul tema strettamente calcistico in questa serie si può scoprire di più sul tema del professionismo in questo sport, siccome Suter e Love possono essere considerati i primi calciatori professionisti della storia, su quello delle bandiere che per la prima volta iniziano a cambiare fazione, della nascita di veri e propri tifosi delle squadre dei territori a cui appartengono geograficamente, e delle prime visioni del calcio non più come un semplice gioco ma come un vero e proprio business da sviluppare, anche a livello internazionale.

The English Game più che una serie vera e propria viene considerata una miniserie, perché è composta da sei episodi della durata tra i 43 e i 55 minuti che raccontano una storia che in essi inizia e si conclude. Netflix però sulla piattaforma l’ha presentata come “Stagione 1”, aprendo alla possibilità che potrebbe continuare. Ora come ora il gigante dello streaming non si è ancora sbilanciato in merito al futuro di The English Game, probabilmente vorrà prendere una decisione avendo prima sottomano i dati totali di quanti abbonati hanno deciso di guardarla, se i numeri saranno soddisfacenti probabilmente The English Game 2 ci sarà.

Inoltre, se in periodo di quarantena un obiettivo è quello di migliorare in qualche modo la lingua inglese, la serie è piuttosto semplice da seguire anche in lingua originale, con un lessico chiaro, pulito e tipicamente britannico.

Tirando le conclusioni, se da casa in questi giorni si vuole continuare a masticare calcio e vedere rotolare un pallone The English Game risulta un ottimo compromesso e probabilmente terminati i sei episodi si avrà già nostalgia del carisma e delle giocate di Fergus Suter. Buon calcio a tutti!

Alviero Chiorri, il Maverick italiano

“Quando nasci e vivi in una piccola città della provincia lombarda e ti capita di amare visceralmente il calcio non hai molte alternative.
Prendi la tua auto e fai quella manciata di chilometri che ti separano dallo Stadio di San Siro a Milano e vai a vederti una partita del Milan o dell’Inter.
Se poi, come nel mio caso, sei uno che invece di un Club in particolare ami semplicemente IL CALCIO e la BELLEZZA che solo questo gioco sa regalarti allora segui l’una o l’altra senza preoccuparti di soffrire per una sconfitta o di esaltarti per una vittoria.
Io sono fatto così.
Per questo motivo da “neo-patentato” alla fine degli anni ’60 mi facevo i miei 90 chilometri da Cremona a Milano per andare a vedere Gianni Rivera.
… non il Milan … GIANNI RIVERA.
E che il Milan perdesse o vincesse non me ne poteva fregare di meno ! Io volevo vedere lui, “Il Gianni”. Mi bastavano due finte di corpo, un dribbling e un paio dei suoi lanci millimetrici e io potevo tornarmene nella mia Cremona contento e appagato.
Lo stesso feci più o meno dieci anni dopo.
Stavolta però era l’Inter che andavo a vedere.
Mi correggo ancora. Non l’Inter ma lui, EVARISTO BECCALOSSI.
Quando con quel suo culo basso e la sua apparente indolenza partiva in dribbling seminando avversari come birilli non riuscivo proprio a non esaltarmi.
Qualche volta mi capitava perfino di discutere con qualche tifoso interista al mio fianco.
“Certo che se qualche volta la passasse prima la palla quel testone di un bresciano !” sbottava qualcuno quando il quarto o il quinto giocatore avversario riusciva magari a togliergli la palla.
“E perché dovrebbe ?” rispondevo io. “Dio gli ha regalato il dono supremo del dribbling … perché non dovrebbe utilizzarlo ?”.
Mi guardavano come si può guardare solo un matto o un extraterrestre, ma non me ne importava nulla.
Poi un bel giorno viene da me il mio amico Paolo e mi fa “Sai che quel matto arrivato da Genova è forte davvero ?”.
Ovviamente sapevo di chi stava parlando il mio amico.
In quell’estate del 1984 la Cremonese aveva ceduto alla Sampdoria il più forte calciatore mai uscito dal settore giovanile della squadra della mia città: Gianluca Vialli.
Nella trattativa, insieme ad un bel po’ di milioni, la squadra blucerchiata aveva inserito un calciatore di cui qualche anno prima si parlava in termini molto lusinghieri.

Risultato immagini per Alviero Chiorri"

Il suo nome era Alviero Chiorri ma era da un po’ di tempo che non si sentiva più parlare di lui.
“Paolo, se fosse bravo come dici mi spieghi cosa sarebbe venuto a fare da noi in provincia e per di più in una squadra al suo primo anno in Serie A dopo oltre mezzo secolo ?” gli dissi quel giorno senza troppo trasporto.
“Fidati. L’ho visto in azione in Coppa Italia, qui al nostro “Zini” contro il Monza. Con il pallone ci sa fare davvero” mi spiegò Paolo sempre più determinato.
Le sue insistenza finirono per farmi cedere.
E così il giorno del nostro ritorno in Serie A, il 23 settembre del 1984, mi convinsi a tornare a vedere la squadra della mia città.
Quel giorno sembrava che tutta Cremona fosse allo stadio.
Quasi 17.000 persone per festeggiare quello storico evento.
Mi bastarono pochi minuti per capire che non avevo più bisogno di prendere l’auto e andare a San Siro. Bastava la mia bicicletta con la quale percorrere quel chilometro scarso che divideva casa mia dallo stadio della mia città.
Alviero Chiorri era un autentico spettacolo per gli occhi.
Quel giorno meraviglioso in cui battemmo il Torino di Gigi Radice, di Dossena, di Junior e di Schachner avevo trovato un nuovo calciatore che rappresentava appieno la mia “idea” del calcio: la bellezza.
E giocava per la squadra della mia città !
Segnammo due gol da due calci piazzati.
Un rigore ed una punizione dal limite: procurati entrambi da due giocate sublimi del riccioluto numero 11 che arriva dalla Sampdoria.
Nel primo caso erano passati si e no due minuti dal fischio d’inizio. Chiorri si fa dare il pallone sulla trequarti, alza la testa e nonostante la difesa del Torino schierata si lancia verso la porta avversaria.
Finta e tunnel al primo malcapitato avversario prima di saltarne altri due in velocità e presentarsi solo davanti al portiere avversario … prima di venire steso con uno sgambetto da dietro.
La seconda fu ancora più spettacolare.
Anche stavolta il mancino con i calzettoni abbassati alla “Mario Corso” pareva chiuso dai difensori avversari. Si ferma improvvisamente e si gira, sempre con il pallone incollato ai piedi, come a cercare aiuto dalle retrovie. Poi con una improvvisa “veronica” salta tre avversari in un fazzoletto prima di puntare deciso l’area avversaria. Stavolta viene steso un paio di metri prima di entrarvi.
Sulla punizione seguente segnamo il gol del 2 a 0.
Sono passati poco più di 22 minuti.
E io sono già follemente innamorato di questo mancino romano che il Dio del pallone, non si sa per quale strano destino, ha deciso di fare arrivare qua da noi, in mezzo alla nebbia della Pianura Padana.
Sono stati 8 anni meravigliosi, irripetibili quelli che Chiorri decise di passare con noi a Cremona.
Anche se abbiamo continuato a fare su e giù tra la serie A e la serie B, anche se ci sono state partite dove faceva arrabbiare per la sua testardaggine o per la sua abulia.
Lui giocava per “noi”, per la gente che lo andava a vedere.
Gol e assist parevano interessargli relativamente.
La giocata impossibile che si realizzava: quello era il suo obiettivo e quando ci riusciva, per chiunque amasse il calcio, era una gioia assoluta.”


Qualche anno fa chiesero a Renzo Ulivieri chi è stato il più forte calciatore che avesse mai allenato.
“Alviero Chiorri” fu la risposta del vulcanico (e bravo) allenatore toscano.
“Ma … ci scusi Ulivieri” riprese il giornalista in evidente disagio “ma forse dimentica che lei ha allenato Beppe Signori, Roberto Mancini e Roberto Baggio”
“Lei mi ha chiesto chi era il più forte e io le ho risposto” .

Saranno in molti tra quelli che non sono già negli “anta” a rimanere spiazzati.
Per gli altri invece, nessuna sorpresa.

Alviero Chiorri è stato uno dei talenti più puri, dotati e geniali espressi dal calcio italiano.
Nato a Roma nel marzo del 1959 viene prelevato dalla Sampdoria dalla sua piccola società, la Pro Roma, quando ha ancora solo 15 anni.
Ci mette un attimo a far capire a tutti che è un fuoriclasse, di quelli autentici, di quelli che ti cambiano il corso delle partite.
Viene convocato per la Nazionale Juniores.
Quando arriva a Coverciano gli comunicano con grande enfasi che è stato convocato per i Mondiali di categoria che si terranno in quella stessa estate in Tunisia.
“Ma voi siete matti ! Macchè Tunisia. Io quest’estate vado al mare con i miei amici !” è la replica del giovane Chiorri.
Italo Allodi e Italo Acconcia, dirigente capo e allenatore non credono alle loro orecchie.
Ne viene fuori un litigio furibondo. A Chiorri dicono di tutto. Andrà via da Coverciano scortato da due carabinieri. Ma sul suo nome, per qualsiasi Nazionale azzurra, viene tracciata una croce … che non verrà mai più cancellata.
Alla Sampdoria fa il suo esordio a 17 anni.

A gettarlo nella mischia è il “sergente di ferro” Eugenio Bersellini, che tra urla e calci nel sedere sta disperatamente cercando di mettere in riga quel prodigioso ma indisciplinato talento.
Lui va in campo e gioca allo stesso modo in cui giocava in cortile da bambino, nelle giovanili o in allenamento: vuole divertirsi e divertire.
Avrebbe tutto. Doti fisiche e tecniche.
Solo che non c’è verso di “inquadrarlo”.
Punta ? Esterno ? Rifinitore ? Alviero Chiorri va dove lo porta l’istinto.
Allenatori e dirigenti s’incazzano. I tifosi lo adorano.

La Sampdoria è in Serie B e fatica a risalire.
Chiorri la A la merita e la Sampdoria lo cede in prestito al Bologna.
Potrebbe essere la stagione della sua definitiva consacrazione ma dopo un eccellente avvio stavolta è un brutto infortunio a tenerlo lontano dal campo per parecchi mesi.
Il Bologna retrocede ma la sua Sampdoria in quella stessa stagione fa il percorso inverso, risalendo in Serie A.
Chiorri rientra a Genova.
Sulla panchina trova Renzo Ulivieri che soprattutto nella prima stagione gli dà parecchio spazio non ripagato però da un Chiorri sempre più anarchico e discontinuo.
La stagione successiva è ancora peggiore. Nel suo ruolo è arrivato Roberto Mancini, che aveva già trovato a Bologna, e per lui le chance sono limitate.
Come raccontato all’inizio entra nell’affare Vialli, va a Cremona dove gioca 8 stagioni. In provincia ritrova se stesso. E’ amato dalla gente e la pressione non è la stessa di un club come la Sampdoria.
L’ideale per uno come lui che del risultato non si è mai preoccupato troppo.
Appenderà gli scarpini al fatidico chiodo al termine della stagione 1991-1992 … a soli 33 anni e giocando la sua ultima partita proprio al Marassi di Genova, contro la Sampdoria.
Per lui niente patentino da allenatore, niente procure né tantomeno incarichi dirigenziali.
Due anni dopo Alviero Chiorri, “Il marziano” come lo chiamavano a Genova, si trasferisce per sempre a l’Havana di Cuba, luogo di cui si era innamorato qualche anno prima e che diventerà il posto dove invecchiare … con una nuova compagna e una meravigliosa bimba mulatta di nome Nicole.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Quando Alviero Chiorri viene aggregato per la prima volta al raduno ufficiale della prima squadra, nel luglio del 1976, ci sono Presidente, Allenatore e tifosi.
Sono quelle occasioni ufficiali dove tutto è organizzato da un protocollo sobrio e rigido. Divise ufficiali, compostezza nei modi e sorrisi di circostanza.
Chiorri arriva all’ultimo minuto.
Un attimo prima era in spiaggia con gli amici.
Sandali, bermuda e camicia a fiori. E gli immancabili orecchini.
“Sono stato il primo nell’album Panini fotografato con l’orecchino !” ricorda ancora oggi con orgoglio Alviero.

“Bersellini era tremendo. Allenamenti durissimi e con me era più duro che con tutti gli altri. Sapeva che ero una testa matta ma sentivo anche quanto mi stimava. Quando da Genova andò all’Inter voleva portarmi con sé ma i dirigenti nerazzurri avevano già scelto Beccalossi”. 

Nell’anno trascorso a Bologna e condizionato da un grave infortunio si trovò a giocare con altre due delle più grandi promesse del calcio italiano di allora. Gli allora giovanissimi Roberto Mancini e Marco Macina.
“Macina tecnicamente era il migliore di tutti. Ma Roberto era calciatore “nella testa” … cosa che né io né Marco eravamo” ammette con grande sincerità Chiorri.

Al ritorno a Genova Chiorri, negli anni bui della serie B, è l’autentico raggio di sole che illumina le domeniche dei tifosi blucerchiati. In Italia stanno arrivando tanti grandi stranieri ma il coro della Gradinata Sud in quel periodo è inequivocabile: “Alviero Alviero sei tu il nostro straniero”.

Si gioca in Coppa Italia. Avversario della Samp è la Fiorentina. Chiorri è in una di quelle giornate dove tutto quello che prova gli riesce. Dribbling, finte, assist “a nastro”, tiri … Moreno Roggi, il suo marcatore, sta rischiando di impazzire. Ad un certo punto dietro di lui sente una voce. “Oh ragazzino. Ormai ci hai rotto le palle. O ti dai una calmata o cominciamo a menarti sul serio”. Era Giancarlo Antognoni, il capitano dei “Viola” che cercava in qualche modo di arginare quella furia scatenata.

Una delle “stranezze” di Chiorri è quella legata all’uso degli scarpini durante le partite.
Scarpa a 6 tacchetti di ferro nel piede destro e scarpa “estiva” con i 13 tacchetti di gomma nel piede sinistro. Anche se diluviava.
“Io ero il classico mancino puro, che usa il destro solo per reggersi in piedi. Per farlo avevo bisogno di una scarpa che affondasse nel terreno, che mi desse stabilità. Nella sinistra invece mi occorreva qualcosa di più leggero e morbido nel piede con il quale dovevo creare le giocate.”

Dopo un paio di stagioni non all’altezza per Chiorri arriva l’addio a Genova. Il Presidente Mantovani gli comunica che è stato inserito nella trattativa per l’arrivo di Gianluca Vialli. Glielo dice con le lacrime agli occhi. “Alviero sei stato la più grande delusione della mia vita”.
Per fortuna di Chiorri a Cremona a volerlo c’è un’altra meravigliosa figura di presidente, Domenico Luzzara.
“Luzzara aveva da poco perso un figlio. Si affezionò tantissimo a me, c’era sempre quando ne avevo bisogno. Una persona meravigliosa” è il ricordo di Chiorri che aggiunge “Ci furono un paio di club importanti che si interessarono a me in quegli anni. Ma non me la sono proprio sentita di tradire l’affetto di quella bellissima persona”.

Persona talmente meravigliosa che quando Alviero Chiorri cade in una preoccupante depressione nel 1989 sarà proprio il Presidente Luzzara ad occuparsi di lui convincendo il suo adorato talento ad andare in clinica e a rimettersi in sesto. In quel finale di stagione la Cremonese è in lotta per il ritorno in Serie A. Il quarto posto finale a pari merito con la Reggina costringe i grigiorossi allo spareggio.
Alviero, che si è da poco ripreso dal suo difficile periodo, viene aggregato alla squadra.
Il cortisone somministratogli durante le cure gli ha “regalato” tanti chilogrammi in più che quando rientra in prima squadra non sono completamente spariti.
Nello spareggio per lui c’è solo un posto in panchina.
La partita non si sblocca e a pochi minuti dal termine dei supplementari viene mandato in campo con il solo scopo di avere un rigorista affidabile.
Chiorri va dal dischetto. Il suo rigore è qualcosa di inguardabile. Non centra neppure lo specchio della porta. Alviero scoppia in un pianto inconsolabile.
Tutte le cure, i mesi in clinica, i farmaci, i sacrifici per tornare in condizione … per essere solo colui che costerà ai suoi compagni il ritorno in serie A.
Gli si avvicina il portiere Rampulla.

Gli mette un braccio sulle spalle. “Stai tranquillo Alviero. Ci penso io”.
Rampulla mantiene la sua promessa.
Para due rigori consecutivi e quando Attilio Lombardo segna quello decisivo, sono parole di Alviero Chiorri, “mi sono sentito rinascere”.

Capitolo rimpianti.
“Il più grande è quello di non essere mai riuscito a segnare in un derby contro il Genoa. Questa cosa mi peserà per sempre”.

“Ero fatto così. Immaturo, anarchico e indisciplinato. Certo, con un’altra testa avrei potuto e dovuto fare molto di più. Ma di quante decine e decine di calciatori possiamo dire la stessa cosa ?” ammette Alviero con un fatalismo … “cubano”.

Non c’è solo Ulivieri tra i grandi estimatori di Chiorri.
I suoi primi anni alla Samp coincidono con gli ultimi di una bandiera di quella squadra.
Nonostante la differenza di età tra i due nasce una bella amicizia che non si è mai spezzata, neanche adesso, a quarant’anni circa da quei giorni.
Anche se uno è a Cuba a non fare nulla e l’altro è in giro per il mondo ad allenare.
Come ad Ulivieri anche a quest’ultimo qualche tempo fa venne fatta una domanda simile. “Mister ma c’è un giocatore tra quelli con cui ha giocato o che ha allenato che avrebbe meritato molto di più di quanto ottenuto ?
“Uno c’è. Si chiama Alviero Chiorri. Qualità tecniche e atletiche a livello dei migliori che ho conosciuto nella mia carriera”.
Questo Signore, che ha allenato Zidane, Del Piero e Totti, si chiama MARCELLO LIPPI.

Italia under 21: una squadra di qualità

L’Italia Under 21 di Di Biagio mi ha emozionato e coinvolto. La vittoria contro la Spagna  per 3 a 1 è stata inaspettata ma dalla partita direi non casuale. Purtroppo non sono riuscito ad andare a vederla allo stadio e neanche l’ho vista in diretta ma me la sono riguardata sapendo già il risultato per potermi gustare la partita in tutte le sue parti.

In genere l’italia non ci ha mai esaltato per avere un gioco chiaro e sfavillante ma contro la Spagna si sono visti decisamente tratti di gioco chiaro e deciso. Si è visto soprattutto, secondo me il fatto di voler imporre il gioco, di poter dominare il ritmo della gara nonostante gli avversari siano più bravi nel possesso palla e nella ricerca del lato debole.

Sul sito del Misterone non facciamo commenti  sulle partite in genere perchè ci sono persone molto più competenti di noi che ogni giorno parlano di questo per molte ore ma nel caso di questa partita mi piace sottolineare come l’ambiente dell’under 21 abbia  saputo coinvolgere emotivamente il pubblico grazie ad un’identità propria (e molto nuova per l’Italia) che non imita nessuno dei giocatori.

MI ha dato la sensazione che il gioco si modella a seconda dei giocatori che ci sono con l’intento di esaltare i singoli con grandi qualità e un potenziale enorme (per alcuni ancora tutto da scoprire nelle proprie squadre di appartenenza) probabilmente superiore a quello dei loro coetanei di altre nazioni, come non succedeva da tempo.

L’under 21 è una squadra di qualità che, secondo me, sta lavorando bene per valorizzare il talento che ha dando l’impressione all’esterno di divertirsi e di volersi migliorare.

Italia under 21

Ad un certo punto della partita sul risultato di 1 a 1 La Spagna è rimasta chiusa nella sua metà campo per diversi minuti sotto la pressione dell’italia senza riuscire a fare possesso palla con la sua solita precisione perché l’Italia è stata sempre aggressiva sul portatore e se riusciva a conquistare palla proponeva sempre attacchi diretti in verticale. 

In altre partite la stessa squadra è risultata essere più passiva, attendeva il gioco avversario occupando il campo e limitandosi a cercare l’errore avversario. Allora ecco spiegato il mio coinvolgimento, il perché mi sono emozionato. Vedere i vari giocatori dell’Italia sia attaccanti che centrocampisti pressare e schiacciare la Spagna nella propria metà campo con l’idea di riconquistare la palla e andare a fare goal è per me l’essenza del calcio, come quando guardavo scherzosamente le partite di Holly e Benji.

Italia under 21

Mi è piaciuto molto anche la goliardia (sintomo di tranquillità all’interno dello spogliatoio) che i giocatori hanno dimostrato. Nella gioia del singolo hanno partecipato anche altri giocatori ma non in maniera scontata ma partecipata, coinvolta e divertita. Nella foto qui sopra una esultanza particolare di Chiesa, Orsolini e Cutrone ad esempio.

Anche dopo il goal su rigore del 3 a 1 i ragazzi si abbracciano e addirittura scoppiano in lacrime: che emozione, come vorrei essere dentro quello spogliatoio a fine partita!

Sono queste le partite da far vedere ai nostri ragazzi magari davanti ad una pizza anche se sappiamo già il risultato perché ci sono mille spunti da sottolineare e su cui poi lavorare durante l’anno.

Qualcuno potrebbe obiettare che tatticamente sul 2 a 1 è stata la Spagna a schiacciarci e noi a giocare in contropiede ma la qualità e la velocità con cui li abbiamo colpiti in azioni di rimessa sono da manuale.

Lascio i commenti tecnici e tattici ai più titolati di me ma volevo sottolineare l’emozione a vedere questa partita nonostante “il ritardo”, sapendo già il risultato. E’ sempre bello celebrare il bel calcio…questa sera c’è la Polonia…non sarò allo stadio ma forse riuscirò a guardarla in diretta…sarà una bella partita? Non lo si può sapere ma di una cosa sono certo: la qualità non manca! Vamooooooooossssss

Di Bartolomei, un campione troppo buono

Si sono tutti dimenticati di me.
Tutti.
Anche quelli che credevo amici.
Anzi, soprattutto quelli che credevo amici.
Adesso sono qua, solo.
A contemplare un futuro dove il calcio, quel calcio a cui ho dato tutto me stesso per più di vent’anni, non vuole proprio saperne di “tenermi dentro”, di darmi la possibilità di insegnare e di condividere quello che ho imparato in tutti questi anni.
Io che ci mettevo l’anima in ogni partita e in ogni allenamento, che ascoltavo ogni singola parola dei miei allenatori e che cercavo di applicare poi in campo, provando e riprovando fino a quando quelle cose non mi riuscivano alla perfezione.
Conoscevo i miei limiti, li ho sempre conosciuti.
Non ero esattamente un fulmine di guerra ma sapevo che con l’applicazione, con la concentrazione e con la dedizione potevo compensare questo mio difetto.
Posso dire di avercela fatta e non solo per quell’indimenticabile giorno di maggio al Marassi di Genoa quando riportammo lo scudetto a Roma.
 
Di Bartolomei, 25 anni fa quel maledetto 30 maggio
 
Ho una famiglia meravigliosa.
Per amore loro e della mia splendida Marisa siamo venuti tutti qui, a Castellabate a vivere nella nostra bella casa dove ci ho messo tanti dei risparmi di 18 anni da professionista nel calcio.
Ma, come si dice, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.
Forse qualcuno lo ha interpretato come il mio ritiro dorato, quello dove veder crescere i miei figli e invecchiare, aspettando magari dei nipoti.
Ma non è affatto questa la mia intenzione.
Amo il calcio e il calcio è l’unica cosa che conosco.
Il mio amico Bruno (lui si che c’è sempre) me lo ripete spesso.
“Ago, tu sei troppo buono ed educato. Quelli in giacca e cravatta del mondo del calcio quando non gli servi più ti mettono da parte come un paio di scarpe vecchie. E se non gli rompi i coglioni un giorno si e l’altro pure quelli si dimenticano presto di te !”.
Io lo so che Bruno, il mio amico Bruno, ha perfettamente ragione.
Solo che io non ne sono capace.
Non sono mai stato bravo con le parole e non sono mai stato capace di “lisciare” presidenti, dirigenti, procuratori e quella pletora di faccendieri che sono sbucati come funghi negli ultimi anni in cui ho giocato a calcio.
Io ho sempre fatto “parlare” le mie gambe e la mia testa.
Per me ha sempre “parlato” il mio comportamento, la mia serietà professionale, la mia onestà …
Non ce la faccio proprio ad elemosinare un posto nei quadri dirigenziali o nel settore giovanile di un Club.
Tutti sanno chi sono.
Io, Agostino Di Bartolomei, se prendo un impegno vado anche nel fuoco per mantenerlo.
Forse si tratta solo di avere pazienza come mi ripete Bruno continuamente.
Ma il tempo passa e i tutti i miei progetti si stanno sgretolando come castelli di sabbia davanti ai miei occhi.
Mi sento chiuso in un buco.
E il pallone, il mio adorato pallone, è sempre più lontano …
Coppa dei Campioni 1984, Liverpool-Roma,la squadra della Roma schierata prima della partita

Ci sono due “30 maggio” nella storia di Agostino Di Bartolomei.
Il primo è quello del 1984 e per la città di Roma, quella
di fede giallorossa, è il giorno del suo incubo peggiore. In quel 30 maggio del 1984 c’era una Coppa dei Campioni che sembrava essere nel destino di un Club che negli ultimi anni aveva fatto passi da gigante, diventando prima una potenza assoluta del calcio italiano, non senza sofferenze e cocenti delusioni, e che quel giorno si apprestava, anzi DOVEVA coronare quella meravigliosa parabola andandosi a sedere sul tetto d’Europa.
Una finale di Coppa dei Campioni nella propria “arena”, con una città che non aspettava altro che impazzire di gioia.
Invece arrivò un incubo “rosso”, travestito da portiere-clown con due improbabili baffoni che ipnotizzò due dei gladiatori di quella Roma … e spaventando a tal punto il loro “Re” che quel rigore non volle nemmeno tirarlo.
Agostino Di Bartolomei, al rifiuto del Re che veniva dal Brasile, prende in mano il pallone, cuore e testicoli e butta dentro il primo rigore, senza che il portiere-clown dai grandi baffi possa solo pensare di sfiorare quel pallone. L’incubo si concretizzerà in seguito, e il Liverpool di Souness, Kennedy e del portiere-clown Grobbelaar alzerà quel trofeo sotto gli occhi, quasi sicuramente umidi, di giocatori della Roma e di migliaia e migliaia dei suoi appassionati sostenitori.
Sono serate che lasciano il segno, che ti stroncano le gambe e il cuore.
Ci vogliono settimane per rimettersi in sesto.
Poi però arriva la voglia di un’altra stagione, di un’altra avventura e di un altro giro sull’ottovolante perché come di dice Nick Hornby “prima o poi agosto ritorna e tutto ricomincia daccapo”.
Agostino Di Bartolomei non fa eccezione.
C’è un campionato sfuggito per un pelo da rivincere perché c’è un’altra Coppa dei Campioni in cui riprovarci prima che quel ciclo meraviglioso arrivi alla sua fine.
Solo che per Agostino Di Bartolomei non ci sarà una seconda possibilità.
La Roma, con Liedholm in partenza per Milano (sponda rossonera) si affida ad un altro svedese. Un tecnico giovane ma che ha già colto risultati importanti con Goteborg e Benfica.
Si chiama Sven-Goran Eriksson e la sua “idea” di calcio è diametralmente opposta a quella del connazionale svedese che lo ha preceduto.
Pressing, un rigido 4-4-2 con squadra corta e aggressiva.
… l’esatto opposto del gioco ragionato, compassato e basato sul possesso di palla voluto dal Maestro Liedholm.
Di Bartolomei non ha le caratteristiche che Eriksson chiede ai suoi.
Il suo rapporto d’amore con la Roma si interrompe bruscamente.
Alla sua ultima partita in giallorosso, quella vinta con il Verona in finale di Coppa Italia, La Curva Sud gli tributa un messaggio d’affetto inequivocabile: sullo striscione c’è scritto “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”.
A volere Di Bartolomei a tutti i costi è proprio Liedholm, che a Milano deve ricostruire un Milan che arriva da anni turbolenti e scarsi di soddisfazioni.
Di Bartolomei lascia Roma con la morte nel cuore ma con altrettanta voglia di dimostrare che lui, “Ago”, ha ancora tanto da dare.
Il 14 ottobre del 1984 a San Siro si gioca Milan – Roma.
Il Milan è partito benissimo in campionato. Gli innesti di Hateley, Virdis, Wilkins e dello stesso Di Bartolomei hanno alzato parecchio il tasso tecnico del team.
Quando scocca l’ora di gioco il risultato è ancora sullo 0 a 0.
C’è un appoggio di Wilkins qualche metro fuori dall’area di rigore della Roma.
Toninho Cerezo, il centrocampista brasiliano della Roma, pare in netto vantaggio sulla palla.
Non fa i conti però con l’irruenza e la fisicità di Di Bartolomei che gli strappa letteralmente il pallone dei piedi prima di lanciarsi in percussione verso la porta difesa da Tancredi.
Un tocco di esterno destro per controllare la palla e un altro, sempre con l’esterno del piede destro, per metterla in diagonale in fondo alla rete.
Di Bartolomei corre sotto la curva.
La sua gioia esplode in tutta la sua naturalezza.
“Ci sono ancora ! Non ero da buttare via” è probabilmente solo questo che la sua straripante esultanza vorrebbe significare.
Per i tifosi della Roma questa esultanza è troppa, è esagerata e non è consona all’immagine del “loro” Agostino Di Bartolomei.
Che si sia rotto qualcosa nel rapporto con la Roma e i suoi tifosi se ne ha evidenza  in modo lampante e per certi versi inaspettato qualche mese dopo, il 24 febbraio del 1985.
Per Liedholm c’è un’accoglienza caldissima, ci sono i fiori giallorossi di rito e ci sono i cori.
Per Di Bartolomei solo tanta freddezza.
Non certo quello che si aspettava “Ago” dopo tutti quegli anni in giallorosso.
In fondo cosa ha fatto di male ? Ha celebrato senza ipocrisia un gol per la sua “nuova” squadra contro quella “vecchia” dalla quale, giusto ricordarlo, non è certo stato lui a volersene andare.
Il nervosismo si trascina sul campo.
Il Milan imbriglia la Roma.
Liedholm regala una lezione di tattica al giovane connazionale e Di Bartolomei, schierato sulla linea di difensori, pensa a “fare legna” chiudendo spazi e rubando palloni sulla sua trequarti difensiva.
Il Milan va in vantaggio con Virdis e difende con ordine e determinazione il vantaggio.
Nel finale succede qualcosa che non c’entra proprio nulla con Agostino Di Bartolomei e la sua storia.
“Ago” arriva in ritardo su un pallone e con un robusto tackle manda per le terre Bruno Conti.
Si proprio lui l’amico Bruno.
Tra loro non ci sono problemi ed è tutto finito ancora prima di iniziare.
Ssolo che arriva Ciccio Graziani, entrato nella ripresa e forse con energie ancora in abbondanza da spendere, che aggredisce Di Bartolomei.
In pochi secondi i due si scambiano una gragnola di pugni prima che arrivino i compagni a dividerli.
Non c’è niente di rotto per nessuno dei due … quello che forse si è rotto definitivamente è il rapporto di “Ago” con la sua Roma.

Al Milan Di Bartolomei rimane per tre stagioni. Nell’estate del 1987 al Milan arriva Sacchi. La sua filosofia di calcio non prevede giocatori dalle caratteristiche di Ago che accetta a quel punto l’offerta del Cesena, squadra che si appresta ad affrontare una stagione nella massima serie con un solo obiettivo: la salvezza. Obiettivo che viene raggiunto con estrema facilità.
Il Cesena chiuderà quella stagione con un eccellente 9° posto e Di Bartolomei, oltre a prestazioni di alto livello, farà da “chioccia” a giovani di grande avvenire come Sebastiano Rossi, Lorenzo Minotti e Ruggiero Rizzitelli. 

A 33 anni però Ago sta arrivando al crepuscolo della sua brillante carriera.
Carriera a cui in fondo mancano solo due cose per essere perfetta: quella Coppa dei Campioni sfiorata in quella maledetta notte di fine maggio e una maglia azzurra, anche solo una, che sarebbe l’attestato definitivo e finale alla sua storia professionale.
Arriva però un’ultima sfida.
Molto lontana dai palcoscenici ai quali è abituato Agostino.
E’ la Salernitana, squadra che milita in Serie C, ad offrirgli un nuovo contratto.
Ago sarà l’uomo che dovrà guidare la squadra campana all’assalto verso la promozione alla categoria superiore, che a Salerno manca da oltre vent’anni.
Agostino Di Bartolomei vive questa nuova avventura con il solito grande senso di responsabilità e con la consueta estrema professionalità, pur sapendo che con aspettative così alte nei suoi confronti i rischi sono sempre molto grandi.
Ma quello che accade dopo poche giornate di campionato è totalmente inaspettato e imprevedibile. Antonio Pasinato, l’allenatore dei granata, entra in conflitto con Di Bartolomei decidendo ben presto di prescindere da lui relegandolo il panchina.
Per “Ago” è uno smacco tremendo.
Non è certo questo il finale degno di una carriera come la sua.
I risultati della squadra però sono disastrosi.
Pasinato viene licenziato e con l’arrivo in panchina di Lamberto Leonardi tutto tornerà nella normalità con Agostino capitano e leader del team.
La stagione successiva inizia sotto i migliori auspici.
Il nuovo mister Giancarlo Ansaloni costruisce la squadra intorno a Di Bartolomei e i risultati arrivano immediatamente.
Stavolta la promozione nella serie cadetta non è più un sogno.
Alla penultima di campionato per la Salernitana è in programma la trasferta di Brindisi.
Una vittoria potrebbe significare la tanto agognata promozione.
La vittoria arriva e contemporaneamente i rivali diretti della Casertana perdono a Giarre.
A firmarla, e non poteva essere altrimenti, è proprio lui: Agostino Di Bartolomei con uno dei suoi rinomati tiri da fuori area.
Nella partita successiva contro il Taranto è solo una grande festa per entrambi i team neopromossi in Serie B. A fine partita c’è la classica, festosa invasione di campo.
Il grande e indimenticabile Luigi Necco mette un microfono sotto il naso di Agostino che anche in quei momenti di festa mantiene il suo classico aplomb dichiarando con il suo sorriso dolcissimo e la sua inappuntabile flemma che “Questa è stata la mia ultima partita”.

E così sarà, nonostante un campionato di Serie B da affrontare e nel quale la sua esperienza e la sua leadership sarebbero ancora utilissime.
Da quel giorno felice invece, inizierà una rapida discesa verso quel buco nero nel quale Agostino Di Bartolomei scivolerà, giorno dopo giorno, sempre di più fino ad arrivare al suo  “secondo” maledetto 30 di maggio, quello di dieci anni dopo esatti dopo la serata della finale di Coppa dei Campioni.
E’ il 30 maggio del 1994.
Il giorno in cui Agostino Di Bartolomei prenderà la pistola di casa, acquistata tempo addietro “per proteggere la sua famiglia”, se la punterà al cuore e metterà fine a 39 anni alla sua vita.
Lascerà tutti attoniti e sconvolti, senza fiato e senza risposte.
Solo con tante lacrime da versare per quel ragazzo introverso e profondo, taciturno e sensibile, che il mondo del calcio aveva colpevolmente e troppo in fretta dimenticato.
Lui, che come disse ai microfoni della Domenica Sportiva dopo il suo diverbio con Graziani in quel Roma -Milan “Sono solo un uomo tranquillo. E un bravo ragazzo.”

Maa…Che cos’è il calcio???

Oggi è una giornata molto particolare per il calcio italiano. Non è certo difficile imbattersi in vignette, articoli, pensieri sulla partita di Champions di ieri che ha visto la nostra Juventus, per molti la favorita, uscire malamente sconfitta dal campo e vedere abbandonato e rinviato il sogno per il quale avevano tanto investito in estate.

Sicuramente i veri appassionati di calcio avranno faticato a spegnere il televisore per andare a dormire, caricati di incredibile adrenalina dalla performance della nuova star europea che ha “tinto” il calcio di colori dolci e romantici: l’Ajax.

Il nostro Blog non si prefissa l’obiettivo di volersi sostituire ad esperti tecnici o analisti, inutile precisarlo; la riflessione di oggi vuole assumere un tono “da bar sport”, per parlare in amicizia con tutti i nostri seguaci come se fossimo davanti ad una birretta seduti ad un tavolino.

Quando ieri mattina ho telefonato al caro amico Paolo, la prima cosa che mi ha detto è stata “LA JUVE NON L’HA MAI VISTA”. Come già detto, la nostra analisi al telefono non verrà trasmessa a SKY CALCIO SHOW, ma questa semplicissima frase mi ha fornito lo spunto per una riflessione da condividere appunto con tutti voi.

Vedere questa partita ha sicuramente dato a tutti una sensazione di rivoluzione, di un qualcosa di nuovo e di incredibilmente bello; una squadra giovanissima, che si diverte, corre, fa girare il pallone ad incredibile velocità e arriva davanti alla porta infinite volte a partite…spesso rischiando di sbagliare troppo e complicare il risultato. Una squadra che ti causa un brivido continuo e, come all’andata, magari va pure in svantaggio e quando sembra spacciata decide di schiacciare sull’acceleratore e ribaltare tutto. Sulla carta, un Davide contro Golia.

La diversa forza economica in campo martedì

Ciò che va messo in evidenza, è sicuramente il fatto che per arrivare a certi risultati occorrono anni di lavoro e una pazza e violenta convinzione nelle proprie idee. Semplicemente, un lavoro costante, ordinato ed “esasperante” che parte dal settore giovanile.

Che l’Ajax sia notoriamente uno dei migliori settori giovanili al mondo è ormai risaputo, ma vedere tanti di questi giovani trionfare nei quarti di champions è pura poesia e un enorme inno al calcio.

Insomma, l’Ajax è sempre stato un modello. A volte ha portato trionfi, a volte non sono arrivati risultati. Ma il modo di impostare il lavoro non è mai cambiato.

E a questo punto…QUAL è il NOSTRO MODELLO? QUAL E’ IL CALCIO CHE CI PIACE?

Un lavoro che metta in primissimo piano i giovani, come ben sappiamo noi addetti ai lavori, è molto delicato. E’ un lavoro fatto di pazienza, di equilibri molto precari e di grande stabilità e fermezza.

Per rispondere alla domanda di poco fa, ne pongo un’altra a tutti quelli interessati a leggere questo articolo: CHE TIPO DI TIFOSO SONO?

Posso amare l’idea di avere la pazienza di aspettare magari interi anni di costruzione per arrivare ad una qualche rivoluzione? Riesco serenamente ad affrontare qualche sconfitta e qualche difficoltà, senza l’esasperazione forzata della vittoria, credendo in questo progetto?

O è più semplice ed emozionante godere ai gol del campione da 100 milioni o alle vittorie portate dalle “follie” dei nuovi sceicchi?

La questione è sempre questa; la domanda può risultare banale, ma è tutt’altro che scontata. Potrebbe essere semplice rispondere adesso dopo il capolavoro di martedì a Torino.

Ma era stato altrettanto molto semplice anche riempire lo stadio e gli store durante i primi giorni in Italia di Cristiano Ronaldo, o accompagnare i figli ad acquistare gli scarpini di Neymar ecc ecc.

La partita di martedì, vedendo tanta gente innamorarsi ancora del calcio di fronte a tanta bellezza, mi ha scatenato questi pensieri. La gente adesso urla il nome Ajax dappertutto, ma siamo realmente sicuri che gli sportivi di oggi potrebbero mai avere la mentalità e la pazienza di diffondere, amare e incoraggiare una mentalità di questo tipo?

Sinceramente, osservando ciò che settimanalmente accade nei campi dei settori giovanili o ascoltando i commenti negli stadi…ho più di un dubbio!!!!

Viaggio a Madrid: il “Wanda Metropolitano”

9 amici che in passato hanno condiviso insieme bellissimi ricordi (soprattutto calcistici), un addio al celibato, una incredibile città…

E’ l’inizio di un bellissimo weekend appena trascorso a Madrid, città oltretutto patria del calcio che conta.

L’ottimo bilancio di questi tre giorni è stato “”offuscato”” da un piccolo ma fastidioso rammarico: quello di non esser riusciti ad assistere dal vivo alla partita di Liga ATLETICO MADRID- CELTA VIGO e la punizione capolavoro del Dio Griezmann.

Il pensiero mi ha innervosito per tutta la serata di sabato, al punto che diventava fondamentale compensare in altra maniera….no, nessun riferimento all’alcool!!!!

Così, nella mattina precedente al ritorno in patria ci ricordiamo di avere qualche ora libere da dedicare a un po’ di “cultura”.

La prima idea era quella di accontentare il nostro compare che reclamava una visita al Bernabeu, essendo l’unico a non aver mai avuto questo privilegio prima.

Dopo un attento confronto tra il gruppetto rimasto, si opta per il nuovissimo Wanda Metropolitano, casa dell’Atletico Madrid, per accontentare tutti.

Partiamo in taxi dal nostro hotel nel centro della città e in circa 15 minuti siamo lì.

Il colpo d’occhio è notevole: un capolavoro, c’è poco da fare. Lo stadio fu inaugurato nel 1994 come impianto per l’atletica, e venne poi ristrutturato una volta acquisito dal Comune di Madrid. Dopo una costosa ristrutturazione, nel settembre 2016 diventa la casa dell’Atletico di Madrid e viene inaugurato alla presenza del Re Felipe VI.

Come vediamo dalle foto, i lavori non sono ancora terminati.

Il meraviglioso primo colpo d’occhio
I lavori nella zona dello stadio
La targa della partita inaugurale in presenza del Re

Una volta davanti allo stadio, acquistiamo i biglietti al prezzo di 18€ l’uno e iniziamo il tour.

Biglietti e cartoline omaggio dei calciatori

Iniziamo il viaggio dall’accesso al palco Vip, e ci imbattiamo in qualche attimo di emozionante batticuore di passione calcistica pura e violenta:

Lo spettacolo del Wanda Metropolitano

Proseguiamo il tour attraversando la zona interviste, e ci buttiamo nella zona di ingresso in campo. Finalmente riusciamo ad entrare: inevitabilmente andiamo a sederci sulla panchina del “Cholo”, godendoci quel rilassante silenzio e provando ad immaginare cosa significhi essere soli su quella panchina sotto 67000 persone…brividi!

Spezzato a fatica l’incantesimo del momento, il percorso del tour ci indirizza verso gli spogliatoi e la sala interviste…praticamente un cinema!

Lo spogliatoio dell’Atletico
La sala stampa

E’ora di uscire, godendoci anche il gentile omaggio di un succo di frutta all’ace, e di buttarci nel minuscolo, quasi insignificante, museo, oltre che nel tradizionale store per acquistare qualche gadget. Molto particolari le targhe sulla pavimentazione in onore dei giocatori della storia dell’Atletico.

Proviamo a prendere la metropolitana per raggiungere l’aeroporto, proprio nella stazione sotto lo stadio. L’organizzazione della metro forse è da rivedere: stadio aeroporto in taxi, scelta che abbiamo poi sposato, 5 minuti. Stadio aeroporto in metro, 1 ora!!!! NON BENISSIMO!

La stazione della Metro proprio sotto lo stadio

Così, da veri malati di calcio, ci godiamo l’esperienza appena vissuta in attesa del rientro in Italia…purtroppo incoscienti del “drammatico” viaggio di ritorno scandito da 3 ore di ritardo e varie turbolenze in volo!

Grazie Madrid, è stato un piacere.

Spero di essere riuscito nell’intento di trasmettermi un pochino di emozione e di “cuore colchoneros”.

CORAJE Y CORAZON

Alberto Bucci: Fuori tempo

Diverso tempo fa ero in libreria a curiosare tra i banchi per vedere se avessi potuto trovare un libro da leggere che mi coinvolgesse. Ne trovai uno di Alberto Bucci.

Il titolo “Fuori tempo: riflessioni di un coach tra vita e canestri ” aveva catturato la mia attenzione ma quello che mi convinse a comprarlo fu il retro di copertina dove trovai questa frase:

“Perché l’uomo è fatto di sensazioni, emozioni e debolezze che non è possibile sottoporre ad un cammino programmatico. Se non riusciamo più ad emozionarci, come facciamo ad emozionare i nostri giovani? Se non ci stupiamo più sarà difficile stupirli, e se i nostri occhi non colgono ciò che c’è di meraviglioso intorno a noi come possiamo meravigliarli?”

Lo comprai e nel pomeriggio lo lessi tutto d’un fiato. Nel libro Alberto Bucci racconta la sua storia di allenatore e di uomo, la sua visione e la sua filosofia di vita che è stata decisiva nel suo essere allenatore. Un libro imperdibile per i campionati di basket disputati ma soprattutto per le esperienze come padre e per i racconti in prima persona sulle amicizie e sui rapporti con i giocatori attraverso simpatici aneddoti come ii tanti spaghetti mangiati a mezzanotte a Rimini.

Purtroppo sabato 9 marzo Alberto Bucci se ne è andato dopo essersi battuto contro la malattia per otto lunghi anni. In un’intervista che ho letto su internet di qualche mese fa disse: “Nella vita il passato non conta, piangersi addosso non risolve i problemi. Io ho la mia vita e voglio viverla bene ogni giorno, mi impegno al massimo per riuscirci”.

Dan Peterson nel suo saluto ha scritto: “Alberto Bucci è stato un allenatore di grandissima semplicità tecnica, mai una cosa in più, mai una cosa in meno. Lui sapeva che erano gli uomini e non gli schemi a vincere le partite, e i suoi uomini gli hanno dato sempre il massimo, facendo miracoli per lui, superando spesso i loro limiti. Un giocatore fa così per un coach come Alberto Bucci e non si chiede neanche perché.”.

Bucci è stato anche un grande appassionato di calcio e grande amico di Carlo Ancelotti. «Ci siamo conosciuti dodici anni fa, alla presentazione della squadra di basket a Reggio Emilia. Come si dice in questi casi, ci siamo piaciuti subito. È scattato il feeling e non ci siamo più perduti. L’ho seguito ovunque, al Milan come al Chelsea, a Parigi, a Madrid a Monaco. E adesso qui al ritiro del Napoli. È un rapporto che si basa sulla condivisione di valori che per noi sono importanti. I valori sono tutto nella vita. C’è anche una sintonia caratteriale. Ero un allenatore schivo, non amavo la ribalta sempre e comunque, al termine della partita cercavo di scappare, non ambivo a essere sempre al centro dell’attenzione. Ancelotti è come me, vuole vivere in maniera normale il rapporto con le persone. Alla base di tutto c’è il rapporto umano»


Intervistato sulle affinità con Ancelotti risponde: «Un allenatore dev’essere bravo a calarsi nella realtà che va ad affrontare. Deve trarre il meglio dal materiale che ha. Non ho mai concepito quei tecnici che impongono la loro pallacanestro o il loro calcio. Che significa? Non posso proporre il minestrone di verdure a prescindere dagli ingredienti che ho. Se ho le verdure, va bene. Ma se ho pesce e carne, sarebbe assurdo farlo. Non condivido il concetto che quella squadra è lo specchio di un determinato allenatore. Un tecnico deve offrire i propri ingredienti ai calciatori, questo sì ma poi ciascuno metabolizza gli alimenti a modo suo. Per il mio modo di allenare, non esiste dire a un giocatore: “o fai così o non giochi”. Per me, quelli sono allenatori limitati. In questo, Ancelotti e io siamo simili, abbiamo la stessa visione.

Vediamo il ritiro allo stesso modo. Sono momenti importanti soprattutto per cementare il gruppo. Deve crearsi l’armonia trai giocatore, l’allenatore e lo staff. È importante che ogni malinteso venga risolto, anche attraverso confronti duri. L’importante è che siano improntati alla sincerità e al desiderio di superare i conflitti. Guai a mantenere qualcosa dentro, quel qualcosa rischia di crescere giorno dopo giorno e poi finire col creare problemi seri”.

Descrive Ancelotti come «un allenatore cui piace infondere i suoi principi calcistici, ma poi ama anche lasciare al calciatore la sua libertà. Gli piace giocare, ma anche far giocare. Gli piace il calciatore che sa prendersi anche la sua libertà e le sue responsabilità. Non a caso, Carlo è un allenatore che ha vinto ovunque sia andato. Ha stabilito dei record che vengono sottovalutati. A Madrid ha vinto 22 partite consecutive, non so se mi spiego, oltre ad aver vinto quello che ha vinto. Col Chelsea ha stabilito il record di gol fatti nel campionato inglese (quest’anno battuto dal City di Guardiola). Capisci la sua forza perché è un uomo di sport che non cerca mai alibi. E quando grida, lo fa solo nel chiuso dello spogliatoio. All’esterno difenderà sempre la squadra e ogni singolo giocatore».

Alberto Bucci ha vinto tre scudetti sulla panchina della Virtus (il primo, quello della stella, nel 1984 poi nel ’94 e nel ’95) e 4 coppe Italia (2 Virtus, le altre a Verona e Pesaro. Iniziò la sua carriera in Fortitudo,a 25 anni, poi ha guidato oltre alle squadre citate anche Rimini, Fabriano e Livorno (che portò, sponda Libertas, dalla A2 alla finale scudetto perduta con Milano).

Uno scudetto perso all’ultimo secondo con l’Enichem Livorno a causa di una decisione arbitrale che ancora oggi fa discutere: l’ultimo canestro non venne convalidato e vinse Milano. «Allora non c’era il Var – ricorda Bucci – l’arbitro era impegnato in due situazioni, non era attento. Capitò anche dell’altro, un giocatore – Forti – giocò dodici minuti con cinque falli. C’erano le condizioni per ottenere la ripetizione della partita. Ma nello sport sono cose cose che succedono, bisogna saper accettare anche questo».

Dal 2016 Bucci era tornato in Virtus come presidente seguendo la sua squadra del cuore fino all’ultimo.

Francesco Molinari. Perché merita un posto su misterone.com ?

Dopo quello di giocatore dell’anno dell’European Tour, arriva anche il prestigioso riconoscimento della BBC quale miglior sportivo del 2018.

Proseguono i riconoscimenti per Francesco Molinari a coronamento del suo straordinario 2018. Dopo la nomina “Golfista dell’Anno 2018” e Membro Onorario da parte dell’European Tour, per il campione azzurro arriva anche il prestigioso premio della BBC come “World Sport Star of the Year 2018”.

Francesco Molinari

“Non riesco ancora a credere di aver ricevuto un premio così importante dalla BBC – ha commentato Molinari –  Mi sembra irreale. Questi riconoscimenti mi danno una grande carica e rappresentano un punto di partenza per lavorare ancora di più nel 2019. È stata una stagione fantastica e sono felice di poter festeggiare tutti i miei successi in Italia il 19 dicembre a Roma, dove avrò l’onore di ricevere il Collare d’Oro nella cerimonia del CONI e poi raccontare le mie emozioni nell’incontro con la stampa italiana allo Stadio Olimpico”.

Molinari, primo italiano a divenire “World Sport Star of the Year”, aggiunge il suo nome a un albo d’oro prestigioso in cui figurano, tra gli altri, Federer, Bolt, Djokovic, Dan Carter, Nadal, Cristiano Ronaldo, Woods, Magic Johnson, Lomu, Ronaldo, Ali, Lewis e Pelè.
La BBC ha voluto sottolineare le imprese di Chicco esaltandolo come miglior sportivo nato fuori dalla Gran Bretagna. Il campione torinese era in competizione con la ginnasta americana Simone Biles, con la snowboarder e sciatrice alpina ceca Ester Ledecka e con il pugile ucraino Oleksandr Usyk.

Tanti i premi internazionali per Molinari, protagonista della copertina di Golf Digest del mese di dicembre e delle 10 migliori News Maker 2018 di Golf Channel. In Italia i suoi trionfi sono stati inseriti tra le immagini più significative scattate dai fotoreporter dell’Ansa e raccolte nel libro fotografico “PhotoAnsa 2018”. A completamento di un anno indimenticabile, il vincitore della Race to Dubai il 19 dicembre a Roma riceverà il Collare d’Oro al Merito Sportivo, la massima onorificenza dello sport italiano. Un premio che rappresenta un motivo di orgoglio per la Federazione Italiana Golf e per tutto il movimento golfistico.

Francesco Molinari. Conosciamolo meglio

Classe 82, torinese,  l’atleta che ha scritto la storia a Carnoustie è un italiano con un carattere poco nazionale: programma e costruisce senza chiasso le proprie fortune. Ecco come ha fatto:

“Sei straordinario, lo sei sempre stato ma volevi arrivare a questo obbiettivo e sei riuscito a migliorare tutto quello che serviva per diventare storia del nostro sport! L’esempio per tutti noi”. Messaggi così arrivano a pochi, soprattutto da parte di colleghi, di rivali della stessa nazionalità, addirittura più giovani, peraltro più dotati di talento e già avvezzi al successo come Matteo Manassero.

Messaggi così premiano Francesco Molinari quanto, se non di più, del Claret Jug, del successo all’Open Championship, del testa a testa col mitico Tiger Woods, dell’ingresso nella storia del golf italiano come primo azzurro ad aggiudicarsi un Major, della promozione alla nazionale europea nella sua terza Ryder Cup, del numero 6 della classifica mondiale, della conferma del numero 1 nella Race to Dubai, della borsa di 1.625.387 euro.
E come coronamento della magnifica annata a settembre trascina l’Europa nella vittoria In Ryder Cup contro gli USA (il terzo avvenimento sportivo più seguito al mondo dopo Mondiali di calcio e Olimpiadi)

Francesco Molinari

Perché sono l’attestato di una dignità avvalorata, senza dubbi, del rispetto del gruppo, senza invidia. Ecco, quando vince Chicco vincono un po’ tutti, perché lui non ha il dono di altri: quella caratteristica tutta italiana di salvare capra e cavoli con un colpo solo, una fiammata sola, un giorno solo, un’impresa. Il 35enne di Torino vince col lavoro, con la serietà, con la coscienziosità, costruendosi un pezzo dietro l’altro, come una forbicina alacre e intelligente. Molto intelligente.

Impariamo tutti da Chicco, chiediamo aiuto a Chicco, seguiamo e imitiamo Chicco, l’italiano anomalo che programma e costruisce senza chiasso le proprie fortune.