Morgia: nel ricordo di un amico, una carriera dove il denaro non è l’unico dio

Morgia:
Massimo Nobile e Claudio Cavalieri stanno viaggiando a bordo della BMW 3000 di Cavalieri.
Destinazione Cassino per far visita ad un amico.
Sono entrambi calciatori dell’Avellino che a due giornate dalla fine è invischiato nella lotta per non retrocedere in quel campionato di Serie B.
Sono nei pressi di San Nicola la Strada e sono quasi le 9 di sera quando Claudio Cavalieri perde il controllo del suo potente mezzo che sbanda e va a finire la sua corsa contro un pilastro in cemento a bordo strada.
I due ragazzi muoiono sul colpo.
Hanno entrambi 23 anni.
Massimo Nobile  era il miglior amico di Massimo Morgia.
Massimo Morgia fa l’allenatore di calcio.
E’ uno di quelli con la valigia perennemente pronta.

Non solo perché il cambiamento è parte integrante della sua professione ma anche e soprattutto perché Massimo Morgia non accetta compromessi.
Se le promesse non vengono mantenute ci mette un nano secondo a strappare un contratto, salutare e ripartire altrove con la sua vita e la sua carriera.
Massimo Morgia e Massimo “Massimino” Nobile sono cresciuti insieme, nel quartiere San Paolo di Roma.
Sono amici fin dall’infanzia.

Ci sono tre anni di differenza tra loro.
Massimo Morgia è come un fratello maggiore e Massimino Nobile si fida ciecamente di lui.
Morgia prima lo porta con se alla OMI Roma dove i due condivideranno campo e spogliatoio con un ragazzino taciturno, timidissimo ma di grande talento: si chiama Agostino Di Bartolomei.Massimo Morgia fa il difensore.
E’ alto, forte fisicamente, tenace e volitivo. E’ eccellente nell’anticipo e nel colpo di tesa.

Ma è uno di quei difensori che hanno cervello, che sanno “leggere” la partita e i movimenti degli attaccanti.
E i piedi sono migliori del classico stopper del periodo.
Massimino invece è il classico centrocampista completo.
Corsa, grinta ma anche piedi “educati”.
Morgia nel 1973 va al Rovereto, in serie D.
Serve un centrocampista di corsa e temperamento ma che abbia anche qualità.
“Conosci Massimo Nobile ?” gli chiede un dirigente.
“Certo” risponde Morgia. “Se potete acquistatelo oggi stesso.”
Nobile arriva a Rovereto a novembre.
I due giocano una eccellente stagione e per entrambi arriva la chiamata dell’ambiziosa Nocerina, squadra che gioca in Serie C.
E’ la stagione 1974-1975.
Al sud il calcio è calore, passione, è tifo spesso “cieco”.
Nel bene e nel male.
La squadra non ottiene i risultati attesi.
C’è in pericolo la categoria.
C’è tanta rabbia e i tifosi contestano la squadra.
Quando tirano quelle arie meglio non farsi vedere troppo in giro.
I due passano mesi interi praticamente in clausura, segregati in un convitto fuori città.
Poi Massimo Morgia si rompe le scatole di questa situazione e fa quello che non hanno il coraggio di fare i “vecchi” dello spogliatoio.
Va a parlare con i tifosi.

“Molto probabilmente come calciatori siamo delle mezze seghe ma vi garantisco che in campo ci mettiamo l’anima in ogni partita” dice loro Morgia in tono deciso.
Aggiungendo “e adesso se volete menatemi pure”.
Nessuno si azzarderà a toccarlo. Anzi. La stima per quel difensore roccioso, tenace e passionale da quel giorno aumenterà ulteriormente.
A fine stagione arriverà la salvezza mentre quella successiva sarà addirittura eccellente, con un 7° posto finale di tutto rispetto.
Al termine di quella stagione le loro strade si divideranno.
Massimo Morgia andrà alla Lucchese, sempre in C, dove incontrerà l’amore della vita, Annalisa e dalla quale avrà una figlia che chiamerà Valentina
, nome voluto fortemente da Massimo perché così si chiamava la figlia del suo mentore Giovanni Meragalli.
Per “Massimino” Nobile c’è l’Avellino che milita nel campionato di serie B.
Per Morgia è una stagione maledetta. Ha grossi guai alla caviglia.
La sera prima dell’incidente Nobile cerca il suo amico al telefono 
per sentire come sta e per fare le chiacchiere rituali che due grandi amici hanno bisogno di fare, specie ora che le loro carriere hanno preso strade diverse.
Nobile non riesce a rintracciare Morgia.
L’ultimo tentativo è chiamare a casa della madre di Massimo.
Non è neppure lì ma con la madre di Morgia si conoscono da una vita e passano più di un’ora al telefono.
Quando Massimo arriverà sul luogo dell’incidente troverà diversi gettoni telefonici sparsi per terra … sono quelli rimasti dopo la telefonata fiume con la madre della sera prima.Siamo nell’estate del 2017.
Massimo Morgia ha chiuso da pochi mesi la sua avventura all’Aquila.
Arriva una telefonata. E’ Nicola Padovano, il Presidente della Nocerina.
Offre a Massimo Morgia la panchina dei rossoneri campani.
La Nocerina è in Serie D.

Ci sono ambizioni ma ci sono anche altre Società con risorse economiche importanti.
Dalla sua la Nocerina ha un pubblico fedele e caloroso.
“I Molossi” hanno pochi rivali quando si tratta di spingere la propria squadra.
A Massimo Morgia tornano in mente le due stagioni passate a Nocera da calciatore.
Anni intensi, non sempre facili ma felici … insieme al suo grande e sfortunato amico Massimo Nobile.
Morgia accetta. Sarà lui il nuovo allenatore dei rossoneri.
“Lo devo al mio amico Massimino” saranno le sue prime parole dopo la firma.
Passa una settimana.
Arriva un’altra telefonata.
E’ una di quelle che ti cambiano la vita.
L’Albania offre a Massimo Morgia il ruolo di Direttore Tecnico di tutte le Nazionali del paese.
Contratto di 5 anni. Ottimamente remunerato.
E’ il coronamento di una carriera, un sogno che diventa realtà.

Dopo più di 25 anni su panchine di serie C e serie D su e giù per l’Italia sempre con lo stesso entusiasmo, lo stesso indomito spirito, lo stesso coraggio e la stessa coerenza dimostrando ovunque è andato che può esistere un altro concetto di calcio, più onesto e pulito.
E dove il denaro non è l’unico parametro  che conta.
Non lo sarà neppure stavolta per Massimo Morgia.

Ha firmato un contratto e soprattutto ha dato la sua parola d’onore alla Nocerina.
E questo è tutto quello che conta.
Siamo ai giorni nostri.
Massimo Morgia crea un gruppo eccezionale, coeso e affiatato.
Talmente forte e compatto che le vicissitudini societarie quasi non li sfiorano.

Dritti e avanti per la loro strada, fatta di vittorie e di pezzi di cuore lasciati in campo in ogni partita.
E poi ci sono loro, i “molossi”. Come numero non sono più quelli degli anni d’oro, ma come passione, calore, partecipazione e incitamento sembrano cinque volte tanti.
Tutti insieme stanno facendo un miracolo.
Uno dei tanti della carriera di questo baffuto capellone
 (si, Morgia ha ancora la stessa chioma di quando giocava, figlia di quel ’68 che porta ancora nel cuore).
La Nocerina sta lottando gomito a gomito per la promozione diretta contro Vibonese e Troina e con un posto nei play-offs già in cascina.
Come andrà a finire ovviamente nessuno lo sa.
Di certo c’è che a Nocera sarà esattamente come è stato a Palermo
 (nella foto, Morgia insieme a D’Antoni), a  Siena, a Pistoia o a Marsala.
L’impronta lasciata da Massimo Morgia non sarà così facilmente cancellata dal tempo.

A Nocera lo sanno benissimo e qualche giorno, in occasione del compleanno di Massimo, i “Molossi” glielo hanno dimostrato.
C’era uno striscione enorme a lui dedicato.
“Maestro di esempi e di valori di altri tempi. Auguri Mister”.
Ecco, in questo striscione c’è tutto Massimo Morgia.
C’è l’uomo che strappa un contratto perché, come ad Aquila, hanno mancato di rispetto ad un amico, c’è l’uomo che a Pistoia crea un settore giovanile quasi dal nulla e premia i ragazzi facendoli allenare ed apprendere dai calciatori della prima squadra.
E soprattutto c’è l’uomo che quando allenava la Juve Stabia vede due dei suoi ragazzi, Brunner e Radi, essere inseguiti, minacciati e picchiati dai propri tifosi e non può fare a meno di denunciare la cosa in mezzo ad un mare di omertà.
E quell’omertà, quell’apatia, quel disinteresse vergognoso lo svuotano dentro.
A tal punto che decide di mollare tutto.
“Perché questo” parole di Massimo Morgia “non ha niente a che vedere con il calcio che amo e che cerco di insegnare ai miei ragazzi”.
Massimo Morgia ha mille interessi. Legge Hermann Hesse e Oriana Fallaci, ama la storia contemporanea, sa tutto delle Rivoluzioni (riuscite e tentate) in America Latina e ama molti dei suoi protagonisti.
Mette tempo libero e denaro nell’aiutare bambini disabili e con la sindrome di Down, la stessa di cui soffre il suo adorato Paolino, il fratello della moglie.
Massimo starà lontano tre anni da quel mondo che da sempre è il suo mondo fino a quando l’amico Walter Novellino lo vorrà a tutti i costi con se a Livorno, a fargli da braccio destro.
Così la favola di Massimo Morgia può ricominciare, passando anche dalla Nocerina nel ricordo del suo grande amico Massimo Nobile. 

E meno male che questa favola è ricominciata !
Perché di persone come Massimo Morgia, nel calcio, non ce ne saranno mai abbastanza.MorgiaQuest’anno allenatore sulla panchina del Mantova in serie D. «Dopo vent’anni di professionismo, da 5 anni per mia scelta sono in serie D. E lo faccio anche perché voglio fare un lavoro rivolto ai giovani. La prima cosa che ho chiesto al Mantova è far allenare insieme prima squadra e juniores sotto la mia direzione. Così ho più scelta sui giovani, li posso far crescere e coltivare il senso di appartenenza, il legame col territorio, l’aggregazione sociale. Due giovani che avevo l’anno scorso alla Nocerina sono in A, alla Spal e al Parma: alla mia età lavoro anche per queste soddisfazioni».Il suo Mantova il mister lo immagina così: «Prima cosa correre, seconda fare gruppo, perché è quello che esalta poi i singoli. Non accade mai il contrario. Non parlatemi di moduli tattici, non amo nemmeno il calcio troppo parlato. Ma posso dirvi che, pur avendo giocato da stopper, a me piace un calcio propositivo. Un buon calcio, possibilmente giocato con la palla a terra e molto offensivo. Sempre mirato alla verticalizzazione e non all’esasperazione del possesso palla. Ma i miei attaccanti devono anche sacrificarsi ed essere i primi difensori, così come dai difensori mi aspetto che partecipino alla costruzione della manovra».

Il gol alla Juve senza uno scarpino, la vodka di notte in hotel: ecco Elkjaer

Elkjaer Preben Larsen è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore danese, di ruolo attaccante. Soprannominato Cavallo Pazzo, ha più volte sfiorato la vittoria del Pallone d’oro (wikipedia).

Elkjaer

Articolo di Remo Gandolfi apparso su calciomercato.com il 15 giugno 2018

“Figliolo, ti rendi conto che ti hanno visto girare per l’albergo alle tre del mattino con una bottiglia di whisky in mano ?” gli chiede il suo arrabbiatissimo allenatore.
“No, mister guardi che non è esatto” risponde intimidito il giovane calciatore.
“Senti ragazzo, almeno non prendermi per il culo ! Ti hanno visto che giravi per la hall in tuta, ubriaco e con una bottiglia di whisky in mano !” lo incalza il Mister
“Mister, davvero mi creda … non è esatto” è la risposta di un sempre più intimorito Elkjaer.
“Adesso basta farmi incazzare ! Ti hanno visto tre persone diverse ! Cosa c’è che non è esatto ???” gli urla il Mister
“Che non era whisky mister, era vodka.”
Questo il celeberrimo dialogo tra l’allenatore del Colonia Hennes Weisweiler e Preben Larsen Elkjaer, allora ventenne attaccante di grandi speranze.
Anche se esistono versioni più “hot” di questa storia, la stessa descrive in ogni caso in maniera eloquente l’approccio di Elkjaer al calcio.
… non a caso Preben è stato definito uno degli ultimi “matti” del calcio moderno.


Preben Larsen Elkjaer nasce a Copenhagen l’11 settembre del 1957 e dopo un solo anno da professionista nel suo paese con il Vanlose (7 reti in 15 partite di campionato) è decisamente evidente a tutti che il suo destino di calciatore è degno di ben altri palcoscenici.
E’ il Colonia, il fortissimo team della Bundesliga, a fare l’offerta migliore dopo una strenua battaglia a suon di marchi con lo Stoccarda.
Preben arriva al Colonia e le cose iniziano come meglio non si può.
Il suo esordio arriva in una partita di Coppa UEFA contro gli svizzeri del Grasshopers.
Segna due reti nella vittoria per 3 a 2 dei tedeschi. Un altro gol in campionato contro il Duisburg prima di infilare un periodo non esattamente positivo.
La sua passione per la vita notturna, qualche bicchiere e la sua già smodata attrazione per le sigarette, non incontrano esattamente i favori del severo e autoritario Weisweiler che finisce per mettere spesso Preben fuori rosa. Anche in campo le cose non vanno meglio.
Elkjaer è molto restio (eufemismo !) ad accettare rigidi compiti tattici, movimenti programmati e posizioni fisse in campo. Lui è troppo anarchico per il calcio che ha in mente Weisweiler, di cui apprezza la competenza ma con il quale non riesce ad esprimersi al massimo.
Ritorna in squadra per qualche partita nel finale di stagione e gioca anche uno scampolo di partita nella finale della Coppa di Germania vinta proprio dal Colonia.
Ma è evidente che per lui non c’è lo spazio sufficiente in uno squadrone che comprende calciatori del valore di Overath, Cullman, Flohe (tutti campioni del Mondo con la Germania nel 1974) e talenti emergenti come il centravanti Dieter Muller e il portiere Harald Schumacher.
Occorre fare un passo indietro per ritrovare la continuità in campo e la fiducia in se stesso.
Ci sono molti ammiratori ma in realtà pochi pronti ad investire in un ragazzo che si porta già appresso la fama della passione per la bella vita.
La squadra che appare più determinata viene dal Belgio, non certo un campionato tra i più attraenti nel panorama calcistico.
La scelta, anche se apparentemente poco stimolante, è in realtà perfetta.
Preben sceglie il Lokeren, squadra discreta ma senza pressioni particolari.
Qui Preben inizia a mostrare appieno tutte le sue qualità: una potenza straripante, un tiro impressionante con entrambi i piedi e grandi doti in acrobazia.
La libertà di muoversi su tutto il fronte d’attacco senza alcuna costrizione tattica, sono l’ideale per questo attaccante che ben presto verrà ribattezzato “il pazzo di Lokeren”, sia per il suo comportamento assai difficilmente “inquadrabile” in campo che fuori dal rettangolo verde.
Qui Elkjaer troverà anche un compagno d’attacco di assoluta qualità che sarà determinante nel mettere a frutto le indubbie doti dell’ariete danese: si chiama Wlodzimierz Lubanski ed è uno dei più grandi calciatori polacchi di tutti i tempi ed ha tutte quelle doti che invece mancano, e per questo compensano alla perfezione, Preben; intelligenza tattica, visione di gioco, altruismo e una tecnica sopraffina.
Due anni dopo arriverà anche un altro fantastico attaccante polacco, Gregorz Lato, e il tridente che si verrà a formare sarà uno dei più produttivi e spettacolari di tutto il calcio belga.
In poco meno di 6 stagioni Preben Larsen Elkjaer segnerà la bellezza oltre 100 reti ufficiali (98 in campionato).
In questo periodo metterà in luce un’altra delle sue caratteristiche peculiari … e qui si parla dell’UOMO non solo del calciatore: Preben Larsen Elkjaer è un uomo riconoscente, virtù alquanto rara nel mondo del calcio professionistico, allora come oggi.
Già dopo la sua seconda stagione al Lokeren iniziano ad arrivare offerte di club più ambiziosi e prestigiosi ma Preben non prende neppure in considerazione l’idea di andarsene.
“Il Lokeren mi ha dato una chance nel momento più difficile della mia carriera. E io questo non lo dimentico” saranno le sue parole ogni qualvolta un nuovo Club busserà alle porte del Club belga.
La stagione 1980-1981 sarà la stagione magica nella storia del piccolo Club fiammingo. Un secondo posto in campionato alle spalle del poderoso Anderlecht e una fantastica galoppata in Coppa UEFA dove Elkjaer, Lato e compagni arriveranno fino ai quarti di finale perdendo di misura con gli olandesi dell’AZ ALKMAAR che arriveranno alla finalissima, persa poi con il grande Ipswich di Bobby Robson.
Nel frattempo Elkjaer è diventato titolare inamovibile della Nazionale danese, una nazionale nella quale stanno emergendo giovani di assoluto valore.
Le prime avvisaglie della forza di questa squadra arrivano durante le qualificazione ai mondiali di Spagna dove la Danimarca sconfiggerà senza appello gli azzurri di Enzo Bearzot, che esattamente un anno dopo diventeranno Campioni del Mondo.
Questo risultato è però il passaggio definitivo verso una nuova consapevolezza: che la Danimarca, dopo decenni di vacche magre, è ormai pronta per prendersi un ruolo importante nel calcio mondiale.

Simonsen, Arnesen, Lerby, Olsen, Bastrup e lo stesso Elkjaer saranno presto raggiunti da Klaus Berggren, Jesper Olsen, Ian Molby e soprattutto dal prodigioso talento di Michael Laudrup e quando i danesi si presenteranno agli Europei francesi del 1984 (20 anni esatti dopo la loro prima e unica partecipazione) sono in molti a mettere la Danimarca tra le possibili sorprese.
Nessuno però può prevedere che per i talentuosi danesi arrivi addirittura un piazzamento tra le prime quattro.
Elkjaer gioca un eccellente europeo, segnando due gol ma fallendo purtroppo il rigore decisivo nella semifinale con la Spagna, chiusa sull’1 a 1 dopo i supplementari.
A seguito di prestazioni di questo livello però è evidente che il Lokeren non è più in grado di trattenere Preben e sono diverse le grandi squadre europee che sondano il terreno per Elkjaer.
La più determinata di tutte è però il Verona, squadra non di primissima fascia di quel campionato italiano che però sta diventando a grandi passi ogni anno più ricco e spettacolare.
“Non sapevo nulla del Verona come squadra di calcio. Fu mia moglie a insistere perché conosceva Verona come città e io ho finito per ascoltarla. Sono convinto che il fatto che fosse la città di Romeo e Giulietta ha influito molto nella scelta !” questo l’onesto commento di Elkjaer…
“Chiesi a Michael Laudrup, mio compagno in Nazionale, che già giocava in Italia nelle file della Lazio, qualche informazione in più” ricorda Preben
“E’ una buona squadra” mi disse Michael “sono un paio di stagioni che arriva nelle zone alte della classifica e con uno come te può anche arrivare tra le prime 4”
Con Elkjaer in quell’estate del 1984 arriva anche il gigante tedesco Hans-Peter Briegel, anche lui come Preben nel pieno della maturazione psico-fisica e soprattutto un calciatore dalla potenza devastante.
Allenatore degli scaligeri è il milanese “doc” Osvaldo Bagnoli, allenatore intelligente quanto umile e pragmatico … e soprattutto uomo dai valori etici e morali di primissimo piano.
“Bagnoli parlava pochissimo, era quasi timido, ma sapeva farsi voler bene e sapeva come ottenere il massimo dalla squadra. Tra noi due bastava uno sguardo e ci capivamo al volo” ricorda il bomber danese.
Alla prima di campionato l’avversario del Verona è il Napoli di Diego Armando Maradona, anche lui al suo esordio nel nostro campionato. Tutti gli occhi degli appassionati sono puntati sul Bentegodi per assistere alla “prima” di colui che è già considerato il più forte calciatore del pianeta e l’uomo su cui la città di Napoli, malata di calcio, punta per arrivare al primo agognato scudetto della sua storia.
Le cose, quel giorno, vanno assai diversamente da quanto sperato dai partenopei.
Il Verona imbriglia il “Pibe de Oro” proprio con Briegel e poi riparte con grande efficacia.
La forza d’urto del Verona è terrificante.
Elkjaer e Briegel sono devastanti e si capisce da subito che i due sono quello che mancava alla disciplina dei Tricella e dei Di Gennaro e al talento di Fanna e Galderisi.
Il Napoli è spazzato via con un netto 3 a 1.

E così il Verona si scopre forte, fortissimo.
“La previsione del mio amico Michael può avverarsi davvero” pensa Elkjaer dopo il convincente esordio.
Ma è alla 5a giornata di campionato che tutto entra in un’altra dimensione.
Il Verona affronta la Juventus, la squadra campione d’Italia in carica e strafavorita anche in questa stagione.
In fondo è la squadra che ha dato l’ossatura alla Nazionale Italiana campione del Mondo due anni prima in Spagna arricchita dalla presenza del polacco Boniek e soprattutto di lui, “Le Roi” Michel Platini che pochi mesi prima ha trascinato la sua Francia sul tetto d’Europa
Il Verona vince in maniera netta ed inequivocabile per 2 reti a 0.
Per la Juventus è uno shock assoluto.
Per il Verona invece la conferma che tutti, in questo campionato, dovranno fare i conti con i gialloblù.
Elkjaer segnerà un gol destinato ad entrare nella storia del campionato italiano.

Si farà quasi 50 metri palla al piede con una progressione potente e inarrestabile conclusa con un gran destro a fil di palo … segnando senza la scarpa destra persa nel precedente contrasto !

Da quel giorno per lui ci sarà un nuovo soprannome a Verona … Cenerentolo !
La corsa degli scaligeri è inarrestabile.
Due sole sconfitte in tutta la stagione per arrivare così alla penultima giornata di campionato a Bergamo, contro l’Atalanta, dove può bastare un punto per laurearsi campioni.
Andrà esattamente così.
Un 1 a 1 (sarà proprio Elkjaer a pareggiare il gol iniziale del terzino atalantino Perico) che sancirò il primo titolo nella storia del Verona e dei suoi appassionati tifosi.

Per Preben Larsen Elkjaer saranno 4 stagioni eccellenti con gli scaligeri e pur non facendo sfracelli a livello realizzativo (32 reti in 91 presenze in campionato) il suo apporto sarà sempre determinante in quel periodo meraviglioso e indimenticabile a livello calcistico per la città di Romeo e Giulietta.
E qui a Verona, come già fece nel Lokeren, Elkjaer mostrerà in pieno le sue grandi doti umane, di rispetto e di riconoscenza nei confronti di società e tifosi.
Più volte le “grandi” storiche del campionato italiano hanno provato a strapparlo dalla sua amata Verona.
“Qui mi hanno accolto, supportato e amato. Addirittura qualcuno voleva anche farmi Sindaco ! Come avrei potuto andarmene ?!?!”.
In queste parole c’è tutto Preben Larsen Elkjaer, il danese più italiano di Danimarca.
Indisciplinato, sempre sorridente, guascone e anche un po’ matto.
E che l’Italia non potrà dimenticarla mai visto che suo figlio Max è nato qui e visto che la casa sul Lago di Garda dove abitava allora la famiglia Elkjaer non l’ha mai venduta … e qui ritorna almeno due o tre volte all’anno.
Infine è importante ricordare una cosa che forse a molti è sfuggita; Preben Larsen Elkjaer ha sfiorato due volte la conquista del Pallone d’oro. La prima volta nel 1984 arrivando 3° dietro Michel Platini e Jean Tigana e addirittura 2° l’anno seguente sempre dietro Michel Platini.
… giocando nel Verona, non nel Real Madrid, nel Barcellona o nel Bayern Monaco.
A 32 anni, dopo due stagioni contrastate in patria con il Vejle, Preben dice basta.
Fisicamente non ha più la brillantezza e l’esplosiva potenza di pochi anni prima.
In più, Preben è stanco di ritiri, regole, orari da rispettare e allenamenti.
Quattordici anni da professionista (anche se sempre “alla sua maniera”) possono bastare.

Ha interessi diversi, bisogno di nuovi stimoli. Fa un po’ l’allenatore, poi dirige un canale televisivo e ora è apprezzato commentatore.
Anche se per molti, nella sua città di adozione, il futuro è già scritto: PREBEN LARSEN ELKJAER “SINDACO DI VERONA”.