Roberto Batata e la leggenda del numero 7

La sensazione che abbiamo tutti quanti al Club è la stessa: non siamo mai stati così forti. Non è questione di superbia o di una esagerata autostima. E’ il campo a dircelo. Pochi mesi fa, nel dicembre dello scorso anno, siamo arrivati in finale del Brasileirao. Per il secondo anno di fila. L’anno prima perdemmo contro il Vasco da Gama. Eravamo sicuri di rifarci. Anche se di fronte avevamo una delle squadre più forti non solo del Brasile, ma di tutto il Sud America: l’Internacional di Porto Alegre. Paulo Cesar Carpeggiani, Paulo Roberto Falcao, Valdomiro, Elias Figueroa, Manga … Giocammo alla pari per tutto l’incontro e di gol avrebbero potuto essercene parecchi in quella partita. Invece ce ne fu uno solo, segnato da quel grande giocatore che è il cileno Figueroa. Il “gol illuminato” lo hanno chiamato. Si, perché nel momento in cui il libero dell’Internacional colpiva il pallone lui, e solo lui, fu illuminato improvvisamente da un raggio di sole. Ci provammo in tutti i modi per rimettere in piedi la partita. Non ci fu nulla da fare. Ma l’Internacional di Porto Alegre è una delle squadre più forti del Sudamerica e avere giocato alla pari con loro ci diede tanta, ma tanta fiducia. Ci siamo qualificati per la Copa Libertadores. E’ il torneo più prestigioso di tutto il Sud America. L’anno prima arrivammo fino alle semifinali, giocate in due gironi da tre squadre ciascuna. Demmo filo da torcere a tutti, Independiente compreso che poi vincerà il torneo. Ma quest’anno abbiamo qualcosa in più. Intanto abbiamo quell’esperienza necessaria ad affrontare partite del genere. E poi in una squadra già forte quest’anno è arrivato Jairzinho, che non è solo una gloria qua in Brasile, ma è ancora un giocatore fantastico che nelle partite importanti riesce sempre a dare il meglio di se. Il nostro ruolino di marcia finora è stato impressionante. Nel girone di qualificazione ci siamo ritrovati proprio l’Internacional. Li abbiamo battuti entrambe le volte così come abbiamo battuto lo Sportivo Luqueño e il Club Olimpia. E adesso, nel girone a tre di semifinale abbiamo vinto le nostre prime due partite, l’ultima proprio ieri sera, in Perù contro l’Alianza Lima. Ci siamo ad un passo. Ad un passo dalla finale di Copa Libertadores, qualcosa che per noi “Raposa” non è mai accaduto in passato. Ieri sera ho segnato io il primo gol. Eravamo già a metà del secondo tempo e ad ogni minuto che passava i nostri avversari stavano prendendo sempre più coraggio. Una volta andati in vantaggio ci siamo rilassati e abbiamo giocato un calcio che non è facile vedere da nessun altra parte. Joáozinho ne ha segnati subito altri due e il nostro leader Jairzinho ha chiuso i giochi con il quarto gol. 

Tornando in aereo parlavo con il mio amico Joáozinho. Che fenomeno ragazzi ! Ha appena compiuto 22 anni e ha già esordito in Nazionale. “Ma una squadra come la nostra chi ce l’ha in tutto il Sudamerica ?” mi diceva tutto contento durante il viaggio. “Tu, Palhinha e Jairzinho che segnate gol a valanga. Uno esperto come Piazza che tira le fila del gioco a centrocampo. Un portiere forte e affidabile come Raul e poi abbiamo Nelinho … dove lo trovi un altro terzino così ? Credi a me Roberto, quest’anno la Copa Libertadores finisce nella bacheca del nostro Mineiráo !” E allora forza. Ci basta una sola vittoria nelle prossime due partite in casa e sarà finale. Che sia il River Plate di Fillol e Luque o l’Independiente di Bochini e Bertoni poco importa. Questo è il nostro anno. E qui al Cruzeiro Esporte Clube ne siamo convinti tutti.

Quando l’allenatore del Cruzeiro Alfredo “Zezè” Moreira comunica alla squadra che concederà loro due giorni liberi prima di ricominciare gli allenamenti, Roberto Batata prende la decisione di tornare nella sua Tres Coraçóes dove ad attenderlo ci sono la moglie Denize e il piccolo Leonardo, di undici mesi. Da Belo Horizonte sono circa 300 chilometri per raggiungere la città nel sud dello stato di Minas Geiras. Prende la sua Chevrolet Chevette, saluta i compagni dandosi appuntamento per la ripresa degli allenamenti. C’è da conservare il titolo del Campeonato Mineiro e c’è soprattutto da preparare la gara di ritorno con l’Alianza di Lima che potrebbe permettere ai “Celeste” di strappare il biglietto per la finale. Roberto Batata non rivedrà più i suoi compagni di squadra. Un probabile colpo di sonno causato dalla stanchezza della partita e dal viaggio in aereo gli sarà fatale. La sua vettura andrà prima a tamponare un camion che lo precedeva per poi sbandare ed invadere l’altra corsia di marcia andandosi a scontrare con un altro mezzo pesante. La notizia arriva a Belo Horizonte. Nessuno vuole crederci.

Roberto Batata ha solo 26 anni e nonostante la squadra sia ricca di stelle è lui il giocatore più amato dalla “Torcida” della “Raposa”, la volpe, come viene soprannominata la squadra. Non solo per il suo stile di gioco, la sua velocità, il suo dribbling e la sua capacità di trovare la porta da qualsiasi angolazione. Roberto Batata è un ragazzo semplice quanto disponibile e nei suoi 6 anni al club si è fatto amare da tutti. E’ il vice-presidente Carmine Furletti ad informare molti dei suoi compagni di squadra. Uno di questi è Eduardo Amorim, probabilmente il miglior amico di Batata all’interno della squadra. Amorim non vuole crederci. Inizia a piangere disperato e corre in garage a prendere l’auto. “Voglio andare sul luogo dell’incidente. Non ci credo finché non lo vedrò con i miei occhi”. Ci vorranno le maniere forti da parte di Furletti e di qualche compagno di squadra per dissuadere Amorim, chiaramente non in grado di guidare in un momento del genere. In breve la sede del Cruzeiro si riempie di migliaia di tifosi increduli alla notizia. Gli attestati arrivano da tutto il mondo del calcio. Il campionato “Mineiro” si fermerà per due settimane. Due settimane di lutto per la morte di uno dei suoi giocatori più rappresentativi. Quando la squadra torna ad allenarsi l’atmosfera è irreale. Ricorda il portiere Raul Plassman che “avevamo il trofeo più importante di tutti da vincere ma in quei momenti ti accorgi di quanto poco importanti siano queste cose davanti alla morte di un amico e compagno di squadra. Avremmo potuto vincerne 100 di Libertadores che quel dolore non sarebbe mai stato compensato”.

Una settimana dopo la morte di Batata il Cruzeiro deve giocare la gara di ritorno contro l’Alianza Lima. Non c’è un solo tifoso della “Raposa” che non ricordi quel giorno e quell’atmosfera irreale. Quando la Banda Militare suona le prime note del “Toque do Silêncio” non c’è uno solo degli oltre 50 mila presenti che non abbia le lacrime agli occhi. Sul prato del Mineiráo c’è una maglia azzurra, quella con il numero 7, quella di Roberto Batata. “Piangevamo tutti, anche noi della squadra” ricorda il capitano Piazza, campione del mondo nel grande Brasile messicano di sei anni prima. “Stavamo raggiungendo tutti i nostri obiettivi e Roberto non era più con noi a condividerli”. La prestazione del Cruzeiro di quel giorno è perfetta per ricordare Roberto Batata nel migliore dei modi. Sarà un trionfale 7 a 1 contro il malcapitato Alianza Lima. Jairzinho segnerà quattro reti e Palhinha le altre 3. I due compagni di reparto di Roberto Batata. Sette gol in tutto. Come il suo numero di maglia. Non c’è nessuno tra i tifosi del Cruzeiro che ritenga che tutto questo sia casuale. Il Cruzeiro vincerà quella Copa Libertadores. La vincerà battendo in finale il poderoso River Plate al termine di tre sfide appassionanti e spettacolari. Sarà un grande trionfo … reso ancora più grande dal fatto di averlo conquistato senza il loro giocatore migliore alla quale tutto il Club dedicherà la vittoria.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
C’è una leggenda nata intorno alla vittoria contro l’Alianza nel primo incontro giocato dal Cruzeiro senza Roberto Batata. Quando dopo un’ora di gioco Jairzinho segna il 4 gol dell’incontro mentre i giocatori si stanno abbracciando festanti echeggia una voce “ne faremo 7”. 7, il numero perfetto di reti per onorare Batata. Il punto è che nessuno dei giocatori del Cruzeiro dice di avere detto quella frase … C’è anche il ricordo di Nelinho, il grande terzino brasiliano (quello del gol a Zoff in Argentina due anni dopo). “Non so chi abbia detto quella frase e sinceramente non sono in grado di spiegare cosa sia successo. So solo che all’ultimo minuto di gioco, mentre eravamo già sul 7 a 1, presi palla dalla destra, saltai un avversario, chiesi il triangolo a Jairzinho e mi trovai solo davanti al portiere. Calcia con tutta la mia forza. Sapevo che il pallone sarebbe entrato. Invece il pallone colpì la traversa e tornò in campo, pochi centimetri prima della linea bianca di porta. Era DESTINO che dovessimo segnarne sette quella sera, non uno di più e non uno di meno”.

Il vero nome di Roberto Batata è Roberto Monteiro. Il soprannome “Batata”, che significa “patata”, gli fu affibbiato da un allenatore delle giovanili del Cruzeiro
, Joáo Crispim, e derivava della smodata passione per Roberto nei confronti delle patatine fritte ! Roberto Batata, a 26 anni, era nel pieno della sua maturazione psico-fisica. Aveva esordito l’anno prima nella Nazionale Brasiliana nella Copa America che si era disputata nell’estate del 1975 in Brasile. Batata, con 3 reti in 6 partite, fu una delle rivelazioni della Nazionale Brasiliana che stava cambiando pelle inserendo forze nuove dopo la delusione dei Mondiali di Germania. L’altra nota lieta di quel torneo fu il giovane centrocampista del Flamengo Geraldo Cleovas, detto “Assoviador”. Anche per lui, come leggerete sempre su questo testo, il destino non fu affatto magnanimo. Sono tante le circostanza fortuite del giorno dell’incidente che costò la vita al giovane attaccante. La comitiva del Cruzeiro si era imbarcata a Lima intorno alla mezzanotte, immediatamente dopo il termine della partita. L’aereo atterrò a Rio de Janeiro intorno alle 6 di mattina e giocatori e staff dovettero attendere altre 6 ore in aeroporto prima di imbarcarsi per Belo Horizonte. “Quando sbarcammo a Belo Horizonte eravamo tutti distrutti. Roberto non ci aveva detto della sua intenzione di partire immediatamente per Tres Coraçóes” ricorda il suo compagno di squadra Palhinha. Sull’auto con Roberto Batata avrebbero dovuto esserci altre due persone. La nipotina quattordicenne Kate Cristina (che quel giorno però aveva lezione) e il compagno di squadra Dirceu Lopes che però era andato ad una seduta di fisioterapia. “Quando sono tornata da scuola in casa c’erano i miei cugini. Mi dissero che lo zio Bebeto (così veniva chiamato in famiglia Roberto) aveva avuto un incidente. Quella strada con lui l’avevo fatta decine di volte. Ero ormai la sua compagna di viaggio quando tornavamo a casa” ricorda Kate Cristina, che oggi vive negli Stati Uniti. Un altro che avrebbe dovuto essere su quell’auto era il compagno di squadra Dirceu Lopes. “Vivevamo nello stesso stabile e quando tornai a casa il ragazzo della portineria mi disse che Roberto mi aveva cercato e che stava per partire per tornare a casa dalla famiglia. Anch’io sono di Tres Coraçóes e avevamo fatto quel viaggio insieme infinite volte”. Racconta lo stesso Dirceu Lopes che “mi arrabbiai quando seppi che Roberto era già partito per Tres Coraçóes. In fondo si trattava di aspettarmi al massimo per un ora. Chissà come sarebbe andata se qualcun altro fosse stato con lui in auto. Magari non si sarebbe addormentato o magari non sarei qua neppure io a parlarne”. Un’altra coincidenza particolare dell’incidente fu che il titolare dell’impresa di autotrasporti del camion che si scontrò con l’auto di Roberto Batata era non solo un grande tifoso del Cruzeiro ma conosceva personalmente diversi giocatori della squadra, tra i quali lo stesso Batata. “Quando seppi della notizia alla radio non sapevo che si trattava di uno dei miei camion quello coinvolto nell’incidente. Sapevo che uno dei miei aveva avuto un incidente poco prima ma non potevo collegare la cosa. Mi telefonò qualche ora dopo proprio il mio autista dicendomi che nell’incidente era morto Roberto Batata.”

Oltre alle statistiche che ci dicono di un attaccante capace di segnare 110 reti in 271 partite la storia di Roberto Batata è indissolubilmente legata al Cruzeiro, squadra nella quale arrivò neppure ventenne dall’America Futebol Clube sempre di Belo Horizonte e che nel Cruzeiro avrebbe giocato con ogni probabilità per il resto della sua carriera. Già da un paio d’anni le “grandi” di Rio e di San Paolo si erano interessate al suo cartellino. “Non cominci neppure una trattativa Presidente” diceva ogni volta Roberto allo storico Felicio Brandi, che ricoprì la carica di presidente del Club per oltre vent’anni. “tanto io da qui non mi muovo !”. Oggi il Cruzeiro milita nella serie cadetta del Campionato Brasiliano. E’ retrocesso per la prima volta nella sua storia nel dicembre del 2019. Come ricorda il grande Tostáo, che nel Cruzeiro giocò praticamente tutta la sua carriera, “è in questi momenti difficili che il ricordo va ai tempi più felici. E Roberto Batata sarà sempre nella memoria di chiunque abbia amato il Cruzeiro”.

Futre, il sogno di Reggio Emilia

A Reggio Emilia siamo matti per il calcio.
Lo so, la cosa può sorprendere molti visto che non abbiamo certo una tradizione di cui vantarci troppo.
Tanta serie C, diversi campionati nella serie cadetta e qualche presenza nella massima serie all’inizio della nostra storia. 
Qualche campionato in Serie A lo abbiamo giocato … ma negli anni ’20 quando il calcio era un’altra cosa.
Ma la passione di una città non si misura certo in base ai risultati.
Anzi.
Amare la Reggiana come sappiamo fare noi con tutto quello che abbiamo passato vuol dire proprio che a Reggio il calcio ce l’abbiamo nel sangue.
C’era un cartello anni fa che veniva regolarmente esposto nel nostro Mirabello, il vecchio stadio in centro città.
Ovviamente dedicato alla nostra amata “Regia” e recitava “TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI”.
Ecco. In quel cartello ci siamo noi tifosi reggiani.
Per un illecito sportivo mai dimostrato denunciato dal Parma e ratificato da un membro della Lega Calcio sempre proveniente dalla “città aldilà del fiume Enza” ci mandarono addirittura in Quarta serie.
Ci mettemmo tre anni per tornare almeno in Serie C, dopo aver girovagato per i campi di provincia di tutto il Nord Italia.
… e ancora oggi ci chiedono perché non amiamo i parmigiani …
Di andare in Serie A non c’era proprio verso.
Ci andammo vicini tante di quelle volte che credevamo ci fosse una maledizione nei nostri confronti.  Negli anni in cui salivano due squadre dalla B arrivavamo terzi e quando invece ne salivano tre arrivavamo quarti !
Poi nell’estate del 1988 arrivò il nostro profeta. Era un milanese con una lunga e dignitosa carriera alle spalle. Si chiamava Pippo Marchioro.
In realtà era tutto meno che un “profeta”, ma una persona umile, concreta ed estremamente intelligente.
Tornammo subito in Serie B dove rimanemmo tre stagioni sempre piazzandoci nella parte alta della classifica.
Poi arrivò un miracolo.
Ormai non ci speravamo più. Eravamo sicuri che anche in quella stagione sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe impedito di conquistare la massima categoria. 
Qualunque cosa.
Un infortunio ai nostri migliori calciatori, la malasorte che avrebbe trasformato gol fatti in pali e traverse, arbitraggi “guidati” che avrebbero favorite club più grandi e importanti di noi …
Invece vincemmo il campionato e dopo 64 anni tornavamo in Serie A.
Reggio Emilia era letteralmente impazzita.
Non sono mai stato a Rio de Janeiro per il carnevale ma so per certo che quella sera di primavera dopo la consacrazione matematica a Cesena ce la saremmo giocata almeno alla pari !
E diciamolo pure.
Quello che ci stuzzicava più di tutto era poter affrontare di nuovo i nostri “odiati cugini” che nel frattempo erano diventati una delle formazioni più forti di tutta la Serie A.
Fu un’estate interminabile.
A Reggio non c’era nessuno che non vedesse l’ora che arrivasse la fine di agosto e l’inizio del campionato. E poco importava se voleva dire tornare a scuola, negli uffici o nelle fabbriche.
Voleva dire tornare nel nostro Mirabello a vedere la nostra “Regia” giocare in Serie A.
La squadra era tosta.
Avevamo calciatori di esperienza come Gigi De Agostini, Sgarbossa e Scienza e alcuni giovani davvero bravi come Torrisi e il centravanti Padovano. Tra i pali addirittura il portiere della Nazionale brasiliana Taffarel scambiato proprio con i “cugini” che al suo posto scelsero Luca Bucci, con noi nella stagione precedente, quella della promozione.

Poi arrivò “la notizia”.
Quella a cui inizialmente non voleva credere nessuno.
Paulo Futre aveva firmato per la Reggiana. 


Uno che 6 anni prima aveva alzato al cielo la Coppa dei Campioni con il Porto.
Uno che aveva fatto innamorare i tifosi dell’Atletico Madrid regalando loro due Coppe di Spagna.
Uno che era arrivato secondo nella classifica del Pallone d’oro dietro Ruud Gullit.
Uno che quando lo guardavi partire in dribbling ti faceva venire in mente Diego Armando Maradona.
Era tutto vero.
Paulo Futre giocherà nella Reggiana.
E iniziò un altro carnevale.

E’ il 21 novembre del 1993.
Reggio Emilia è paralizzata.
Oggi Paulo Futre 
(foto archiviofutbolfarà l’esordio con i nostri colori, quel granata che i nostri fondatori vollero identico a quello del Torino.
Finora è stata durissima.
Non abbiamo ancora vinto una sola delle undici partite giocate finora.
Ma è anche vero che fino adesso nessuno in casa è riuscito a batterci, anche se abbiamo raccolto solo pareggi.
Il nostro Mirabello è una fortezza. Deve esserlo.
E’ l’unica chance che abbiamo per evitare di tornare subito in B.
Mi correggo. Non è l’unica.
Da oggi ne avremo un’altra.

Si chiama Jorge Paulo Dos Santos Futre.
Tutta Reggio Emilia sembra che oggi sia allo stadio.


Il nostro Mirabello ora ha spazio per 15.500 persone.
Se qualcuno mi viene a dire che oggi ce ne sono meno di 20 mila gli do del matto.
Bandiere della “Regia” in tutto lo stadio. Ma anche del Portogallo, del Brasile e qualcuna pure della Romania, in onore dell’altro nuovo acquisto, l’attaccante Mateut.

Ci mettiamo 10 minuti scarsi per capire che uno così, a Reggio Emilia, non lo avevamo mai visto.
Nell’uno contro uno è imprendibile, vede il gioco e sa sempre quando è ora di saltare l’uomo o di servire un compagno.
Il primo tempo lo passiamo a cercare un varco nella difesa della Cremonese.
Padovano e Morello si dannano l’anima. Lottano su ogni pallone ma qualche volta si capisce che non sono sulla stessa lunghezza d’onda del portoghese.
Non c’è problema.
Ci sarà tempo per affinare l’intesa.
Nel secondo tempo si attacca nella porta sotto la curva sud, quella della tifoseria più calda di tutto il Mirabello.
E’ passato poco più di un quarto d’ora quando Mateut appoggia un pallone verso Morello. L’attaccante granata sembra in ritardo sul pallone ma con un notevole gesto atletico si allunga in scivolata e riesce a toccare il pallone sul vertice destro dell’area di rigore della Cremonese.
E’ qui che si trova Paulo Futre.
Riceve palla, accelera lasciando sul posto il suo avversario diretto.

Entra in area, finge il tiro mandando “al bar” un altro difensore grigiorosso per poi rientrare sul sinistro.
A quel punto un altro difensore dei lombardi si avventa su di lui per impedirgli la conclusione.
Non fa in tempo. Paulo Futre scarica un sinistro all’angolo basso del portiere della Cremonese Turci.
Non ricordo un momento d’estasi superiore a quello.
Sicuramente non per una partita di calcio.

Avete presente la sensazione di quando il destino, le stelle o Dio si sono improvvisamente ricordati di te e ti fanno il regalo più grande che puoi desiderare in quel preciso momento ?
Ecco, la sensazione era quella.

Paulo Futre a Reggio Emilia.
Esordio e gol. 


Mi stavo ancora crogiolando con quei pensieri, con quel “godimento puro” che vedo Paulo ricevere palla sul settore di destra, quello da cui praticamente sono partite tutte le sue azioni e le sue iniziative.
Se la porta avanti con il sinistro, rubando il tempo per l’ennesima volta al suo controllore diretto Pedroni.
Non si sa se è per l’umiliazione dell’ennesimo dribbling subito, se è per gli evidenti limiti calcistici o semplicemente perché pensa che Futre vada fermato, comunque e in ogni modo.
Fatto sta che la sua entrata è brutale, fuori tempo completamente e degna non della serie A ma di un campetto di amatori della domenica mattina.
Per lui arriva il cartellino rosso diretto ma in quel preciso momento ne a me ne agli altri 20 mila presenti importa più di tanto.

Paulo Futre è sul terreno di gioco e sta urlando dal dolore.

Non riesce ad alzarsi e non riesce neppure a sollevare da terra la sua gamba destra.
Si trascina fuori dal campo, strisciando sull’erba del Mirabello.
Non ci vuole un genio per capire che NON E’ un infortunio normale.
La partita riprende. Mateut segna il gol del due a zero che ci regala la prima vittoria in campionato.
Ma non c’è nessuno che riesce a gustarla fino in fondo.
A dieci minuti dal termine si è spenta la luce.
Ora non ci resta che aspettare … sperando che il buio non sia per sempre.

Per Paulo Futre c’è la rottura del tendine rotuleo.

Un anno intero lontano dai campi di calcio.

Quando torna non è più lo stesso giocatore.


Se ne accorgono tutti. Lui per primo.
Quel passo felpato, quel cambio di ritmo o di direzione non ci sono più.
Tecnica, visione di gioco e quel suo magico sinistro sono rimasti quelli di prima.
Ma prima era un fenomeno, ora è “solo” un eccellente giocatore.
Con la Reggiana nella stagione successiva riesce a mettere insieme 12 presenze e 4 gol.
Non sufficienti per evitare la retrocessione dei granata al termine di quella seconda stagione in Serie A.

Al Milan, campione d’Europa in carica, Futre piace parecchio.

Decidono di aggregarlo in una tournèe di fine stagione nell’est asiatico.
Probabilmente aiutato dai ritmi blandi e da partite contro avversari più che abbordabili, Paulo Futre incanta tutti. Il Milan gli offre un contratto.

Bastano però poche settimane per capire che il suo ginocchio, ai ritmi serrati del campionato più bello e difficile del pianeta, non può reggere.

Davanti ha giocatori come Weah, Baggio, Savicevic e Simone.
Giocherà una sola partita, l’ultima di campionato contro la Cremonese, prima di lasciare, ad una manciata di minuti dalla fine, il posto a Roberto Baggio.
In Inghilterra al West Ham, poi il romantico ritorno all’Atletico Madrid e infine una stagione in Giappone.

Niente da fare.

Futre non ce la fa più e a 32 anni è costretto a dire basta.
In Italia non ha lasciato il segno e fuori da Reggio Emilia se lo ricordano in pochi.

Ma provate a chiedere di lui ad un tifoso di calcio portoghese o ad uno dei “Colchoneros” dell’Atletico Madrid … penserete che stiano parlando di Diego Armando Maradona.

Invece parlano di lui, di Paulo Futre.

… quello che forse, al genio di Villa Fiorito, ha assomigliato più di tutti.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

All fine della sfortunata esperienza milanista Paulo Futre va in Inghilterra a giocare nel West Ham.
Dopo un buon precampionato arriva la partita d’esordio in campionato contro l’Arsenal.
Le squadre sono negli spogliatoi per prepararsi al match.
Paulo Futre è ovviamente tra i titolari ma si accorge che la maglia con il numero 10 è stato assegnata a John Moncur.
Per lui c’è quella con il numero 16.
“Non se ne parla neppure !” grida inferocito Futre. “O mi date il mio numero 10 o io non scendo in campo” minaccia il fantasista portoghese.
Harry Redknapp, manager degli Hammers, non sa più che pesci pigliare.
“Ok Paulo, oggi giochi con il 16 e dalla prossima partita vediamo di risolvere la cosa” prova a convincerlo il manager inglese.

Niente da fare. Futre si riveste e se ne va.

Due giorni dopo si presenta in sede addirittura con i suoi legali disposto a sborsare 100.000 sterline per avere la “sua” maglia.

Eusebio aveva il 10, Pelé il 10, Maradona il 10, Zico il 10 e Paulo Futre ha SEMPRE giocato con il 10 !” dirà in quell’incontro il portoghese.

Alla fine le parti riescono a trovare una soluzione.
E’ lo stesso Futre a raccontare che “Moncur era un accanito giocatore di golf. Io avevo una villa ad Algarve nei pressi del più bel campo di golf di tutto il Portogallo. Gli dissi che gliela avrei messa a disposizione ogni volta che voleva … purché mi consegnasse la maglia numero 10”.
Alla fine Moncur accetta … anche se non utilizzerà mai la villa visto che Futre rimase agli Hammers solo per pochi mesi …

Il soggiorno inglese non fu certo fortunato per Futre, costantemente alle prese con infortuni di varia natura, ma il portoghese ha sempre parlato benissimo del suo periodo con gli Hammers.

“Intanto al West Ham non esistevano i ritiri e i ritrovi in Hotel il giorno prima del match. E poi gli allenamenti erano quanto di più divertente mi era capitato in carriera. Harry Redknapp dopo un po’ di stretching e di riscaldamento ci divideva in due squadre: gli inglesi contro gli “stranieri. Erano partite tiratissime e la miglior preparazione possibile alle partite ufficiali”.

Lo stesso Harry Redknapp ammette che “Paulo Futre è tra i 10 forti calciatori che io abbia mai visto in azione. In allenamento a volte ci fermavamo increduli ad ammirare le giocate che era in grado di fare”.

Arrivato allo Sporting Lisbona nel 1984 a soli 11 anni (e con un tragitto quotidiano di due ore dal suo paese natio di Montijo) quando Paulo ha solo diciotto anni, arriva una importante offerta del Porto.

“Allo Sporting mi davano 800 escudos all’anno. Il Porto me ne offriva 9000. Andai dal Presidente e gli dissi che per 6000 escudos sarei rimasto con loro. Mi disse che ero matto a pretendere una cifra del genere. Non mi restava altra scelta che andarmene. Lo feci molto a malincuore perché allo Sporting trascorsi sette anni meravigliosi”.

Al suo arrivo all’Atletico Madrid, nell’estate del 1987, Futre trova sulla panchina dei “Colchoneros” l’argentino Cesar Menotti, l’uomo che meno di dieci anni prima guidò la nazionale biancoceleste al suo primo titolo mondiale.
Dopo un ottimo inizio (“Futre sembra una miniatura del Subbuteo. Non fa a tempo a cadere in terra che si rialza immediatamente. E’ un portento”  dirà di lui il carismatico Mister argentino) la situazione tra i due però non tarda a degenerare.

Futre accusa Menotti di manie di protagonismo e di scarsa onestà nei suoi confronti (“adesso mi mette in panchina, poche settimane fa diceva che più forte del sottoscritto c’era solo Maradona. Un ipocrita ecco cos’è !”) dirà del manager argentino in più di un’intervista.
Altrettanto tagliente la risposta di Menotti. “Futre ? il piede destro di Maradona è meglio dei due di Futre”.
L’ultima parola però la ebbe Futre che nell’Atletico giocò altre cinque stagioni mentre “El Flaco” se ne andò prima della fine di quella Liga.

Al termine della vittoriosa finale con il Porto in Coppa dei Campioni Futre è uno dei calciatori più ambiti di tutto il panorama mondiale.

E mentre il Milan di Berlusconi ha acquistato il giocatore che in quella stagione vincerà il pallone d’oro (Ruud Gullit) il Presidente dell’Inter Pellegrini punta proprio su Paulo Futre (che in quella classifica arriverà secondo per un solo voto) per contrastare i cugini rossoneri.
L’Inter ha raggiunto l’accordo economico con il Porto.
L’affare sembra concluso. Futre s’incontra a Milano con Pellegrini e i suoi procuratori e inizia già a circolare la notizia che il contratto sia stato stipulato.
Quando tutto sembra ormai definito entra in scena il controverso Presidente dell’Atletico Madrid Jesu Gil y Gil.
“Preparate voi il contratto” dirà Gil ai procuratori di Futre. “Io lo firmerò senza cambiare neppure una virgola”.
E così accadde. Nel contratto c’è anche una Porsche fiammante espressamente richiesta dal calciatore portoghese.
Alla mattina Paulo Futre era un calciatore dell’Inter … la sera stessa fu presentato come nuovo acquisto dell’Atletico in un locale di Madrid davanti a cinquemila persone

… 

Ps: ancora oggi Paulo Futre racconta divertito di quel contratto stipulato con il Presidente Jesus Gil. “Sono stato uno scemo … perché una Porsche ? Avrei dovuto chiedere una Ferrari !!!”

Marco Negri

Primavera del 1997.
I Glasgow Rangers
 stanno cercando un attaccante. Ally Mc Coist, lo straordinario bomber della “metà blu di Glasgow” ha raggiunto ormai le 35 primavere e per l’assalto al titolo (che sarebbe il 10mo consecutivo, record nella storia del calcio scozzese) occorrono forze fresche e gambe più reattive.
Dopo i primi confortanti riscontri del suo staff, Ewan Chester, capo degli osservatori del club, decide di visionare personalmente un attaccante italiano che gli è stato segnalato.
Per farlo sceglie l’incontro tra Perugia e Roma.

Il Perugia, dove gioca l’attaccante sotto osservazione, ha una classifica assai compromessa e sta lottando con le unghie e con i denti per evitare la retrocessione.
Di fronte i giallorossi di Totti e Balbo che al termine di una stagione imprevedibilmente tribolata la salvezza l’hanno raggiunta solo poche settimane prima.
Gli umbri lottano con ardore su ogni pallone.
Ogni contrasto, ogni duello aereo, ogni palla recuperata può diventare fondamentale.
Tutti i calciatori del Perugia ne sono perfettamente consapevoli e il loro impegno è quasi
commovente.
Tutti … tranne uno.
Quello che gioca con il numero 18 e che rimane sempre nell’ultimo quarto di campo,
apparentemente disinteressato a quanto sta succedendo sul terreno di gioco.
Niente pressing, niente rincorse inutili ai palloni lunghi lanciati dalle retrovie, niente sbattimenti per andare incontro al pallone per far salire la squadra o fare spazio agli inserimenti dei compagni.

Alla fine dei novanta minuti però sarà lui a fornire il pallone per il primo gol di Milan Rapajc e a segnare il secondo, quello della tranquillità, nel 2 a 0 finale.
In quel match colpirà anche una traversa con una prodezza in acrobazia. Il Perugia, nonostante i 15 gol in 27 partite del suo bomber retrocederà nella serie cadetta.

Ma quello che ha visto quel giorno Ewan Chester sarà più che sufficiente: MARCO NEGRI è l’uomo perfetto per i Rangers.
Sarà lui il successore di Mc Coist.

Un ragazzo di 26 anni che ha finalmente trovato la consacrazione definitiva dopo anni difficili, con pochi gol all’attivo, giocati spesso in un ruolo non adatto alle sue caratteristiche e forse con la consapevolezza che ormai il suo destino nel calcio sarebbe sempre stato al massimo in qualche buona squadra di provincia.

L’impatto in Scozia di Negri è brusco e spiazza dirigenti e i suoi nuovo compagni di squadra. Marco Negri è una persona riservata, quasi timida. Ama stare in famiglia e rifugge le luci dei riflettori, le interviste e i media.

“Lo spirito di squadra si costruisce al pub!”.
Questa è la regola non scritta per qualsiasi squadra del Regno Unito. Il Rangers non fa eccezione. Richard Gough e compagni è al pub che si ritrovano regolarmente dopo gli allenamenti, per festeggiare le vittorie della squadra o per “consolarsi” dopo una sconfitta.

E se in quella squadra la stella si chiama PAUL GASCOIGNE questo rito diventa ancora più frequente e accettato.


Marco parla pochissimo.
Negli spogliatoi e con la stampa.
Ma quando si inizia a fare sul serio per lui a parlare sarà qualcos’altro.
23 reti nelle prime 10 giornate di campionato.

Avete letto bene.
In una partita contro il Dundee segnerà tutte e 5 i gol della vittoria dei Rangers.
In questi cinque gol c’è tutto il repertorio possibile di un grande attaccante.
Potenza, acrobazia, tecnica e opportunismo.
Il tutto con la più totale nonchalance … senza nessuna manifestazione di entusiasmo particolare o condita da gesti fuori dall’ordinario.
“Festeggiando questi gol con la stessa gioia di uno che vede schiacciare il proprio gatto dal furgone dei gelati” scriverà il giorno dopo un giornalista scozzese.
Ad Ibrox Park bastano poche settimane per trasformarlo in un mito.
Sostituire Ally Mc Coist sul campo era già di per se un’impresa proibitiva … farlo nel cuore dei tifosi dei Rangers era la classica “mission impossibile”.

Rangers che con Gascoigne e Brian Laudrup ad alimentare l’insaziabile fame di gol di Marco sembrano imbattibili a livello nazionale e potenzialmente in grado di tornare nell’elite del calcio europeo.

Tutto effimero.

Come spesso accade è il destino che decide di rimescolare completamente le carte in tavola. E tutto finisce, con la stessa velocità con cui era cominciato.
E’ il primo mercoledì di gennaio. Per la maggior parte delle squadre britanniche se non ci sono partite ufficiali è il giorno libero.
Per Marco Negri e l’amico e compagno di squadra Sergio Porrini è un’usanza che non li convince proprio.
Il tono fisico va mantenuto, sempre.
Mentre i loro compagni di squadra sono probabilmente al pub a godersi il pomeriggio libero da ripetute o pesi in palestra, Marco e Sergio decidono di andarsi a fare una corroborante sudata giocando a Squash.
Porrini adora questo gioco ed è ormai un habitué.
Per Marco è solo la seconda volta.
Ribatte colpo su colpo ma la sua inesperienza fa si che decida di giocare senza gli occhialini di protezione e questa scelta si rivelerà purtroppo fatale.
Una pallina scagliata con forza dall’amico Porrini lo colpirà in pieno all’occhio destro provocando il parziale distacco della retina.
Per qualche giorno si teme addirittura per la vista di Marco.
Non sarà per fortuna così ma la sosta ai box sarà di oltre un mese.
Ci sono ricorrenti mal di testa e a quel punto allenarsi con continuità non è facile.
Tutti ovviamente “bramano” il suo rientro e Marco non si tira certo indietro.

Forza i tempi. Un paio di partite e tutto sembra rientrato nella normalità.
Negri è tornato e ha ripreso a segnare e i Rangers hanno ricominciato a vincere.
Sembra tutto a posto ma il destino non è di questo avviso.

Marco non riesce più a ritrovare la forma di quel fantastico inizio di stagione.
Il sogno è durato più o meno 5 mesi.

Il risveglio però è terribile. Come terribile sarà per i Rangers che senza il loro terminale offensivo si vedono soffiare dagli odiati rivali del Celtic il titolo.
Quel 10mo titolo consecutivo che li avrebbe consegnati nella leggenda del calcio scozzese.
Invece non ci sarà nessun trofeo da alzare in quella maledetta stagione … per la prima volta dopo
12 anni.
Nella stagione successiva sulla panchina dei Glasgow Rangers arriva l’olandese Dick Advocaat che, almeno a parole, dice di “voler ripartire da Marco Negri” … salvo poi cambiare idea dopo tre sole partite (senza reti) dell’attaccante italiano.
Negri, già piuttosto chiuso e “umorale” di suo, si defila ulteriormente.
Per il bomber milanese arriva prima una polmonite e poi un brutto infortunio alla schiena con conseguente operazione per rimuovere un’ernia.
Si parla di diverse liti negli spogliatoi con i compagni di squadra e di una vita sempre più isolata tra le mura domestiche.
Gli attriti con la società diventano nel frattempo scontri veri e propri.
A quel punto non resta che una strada: andarsene dalla Scozia.
Magari in Spagna dove ci sono un paio di club importanti che lo accoglierebbero a braccia aperte.
David Murray, il ricchissimo presidente dei Rangers, non lascia spazio a molti discorsi.
“Negri rispetterà il contratto con i Rangers fino in fondo. A costo di farlo giocare nel giardino di casa mia”.
Le scaramucce continuano fino a che Negri viene messo fuori rosa e senza stipendio.
Solo nel gennaio del 1999 arriva la libertà: Negri firma per il Vicenza.
E’ solo un prestito fino al termine della stagione.
I guai fisici però non lo abbandonano e continuano a condizionare pesantemente le sue
prestazioni.
Nove incontri e una sola rete.

Poi verranno il ritorno a Bologna, il Cagliari, il Livorno (dove ritrova per un attimo le vecchie sensazioni e la confidenza con il gol) e infine il ritorno, anche se solo per un pugno di partite nella “sua” Perugia.
Umorale si diceva. A volte scorbutico e incostante ma sempre onesto fino in fondo.
Soprattutto con se stesso.
Marco Negri a 35 anni capisce che non è il caso di prendere in giro nessuno.
Appende le scarpe al fatidico chiodo
.
La famiglia è sempre stato il suo punto di riferimento assoluto e il calcio torna per un po’ ad essere niente di più che un passatempo da condividere con gli amici.
Per tanti che fanno fatica ad accettare il ritorno ad una vita normale dopo il clamore di un’attività agonistica ad alti livelli c’è anche qualcuno, come Marco Negri, che è anzi felice di tornare ad essere una persona “normale”. In fondo per lui stare lontano dai riflettori è la cosa più naturale del mondo.

Il suo bagaglio di esperienza e quella sua grande abilità di muoversi in area di rigore sono però un patrimonio che non può essere sprecato.
Marco Negri è stato per due stagioni uno dei preparatori nello staff dell’Udinese.
Una sorta di “coach offensivo” che ha sicuramente tanto da insegnare ai giovani.
Chiuso il rapporto con la società friulana sta vagliando ora diverse offerte. Nel frattempo è tornato a vivere a Bologna, la città nella quale mise per la prima volta in mostra le sue grandi doti realizzative e per la quale Negri non ha mai nascosto il suo grande amore … assolutamente ricambiato dai tifosi felsinei.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Uno dei modelli dal quale Marco Negri ha preso maggior ispirazione è stato sicuramente il grande attaccante argentino Abel Balbo.

Nella stagione 1990-1991 Negri, di ritorno dal non esaltante prestito a Novara, viene inserito nella rosa della prima squadra. Al centro dell’attacco c’è il giovane attaccante argentino arrivato nella stagione precedente dal River Plate.
Balbo è un bomber vero. Che segna in tutti i modi possibili.
La scuola ideale per Negri che dall’anno successivo, in prestito alla Ternana, inizia a segnare i suoi primi gol ufficiali e soprattutto a giocare nel suo ruolo vero … al centro dell’attacco.

La città dove con ogni probabilità Marco Negri è stato amato di più è Perugia. Nel cuore dei tifosi Marco ha rappresentato prima l’uomo capace con i suoi gol di riportare il Perugia in serie A nella stagione 1995-1996 e poi, in quella successiva, di permettere ai tifosi dei “Grifoni” di sperare fino all’ultimo di mantenere la categoria.
33 reti in due stagioni sono un bottino eccellente ma che non bastano a spiegare il profondo legame con la città.
Anche nell’estate scorsa Marco è tornato a Perugia e in Piazza Matteotti si è lasciato abbracciare da migliaia di tifosi, rendendosi disponibile a domande, foto e autografi.
Molto diversa per Marco l’esperienza a Cosenza.
Nonostante il pubblico lo accoglie e lo sostiene con calore i rapporti di Marco in seno alla squadra non sono certo idilliaci.
Il tutto sfugge di mano durante un allenamento durante il quale Negri, sottoposto a “cure”
particolarmente assidue in una partitella sbotta e reagisce con veemenza al compagno che lo stava riempiendo di calci.
Da Cosenza deve praticamente scappare.
L’ancora di salvezza arriva da Bologna
 e dal D.S. Lele Oriali che lo porta nella città felsinea dove anche se deve scendere di una categoria (il Bologna in quella stagione è in C1) riesce come detto a mettere in mostra finalmente tutte le sue qualità.

Quando Ewan Chester, capo degli osservatori dei Rangers rientra dalla sua missione in Italia il report al manager dei “Blues” Walter Smith dice più o meno così.
“Se cerchiamo un attaccante che lotti su ogni pallone, che apra varchi per i compagni, che si sacrifichi in pressing sui difensori avversari … allora è meglio lasciar perdere.
Ma se cerchiamo uno che segni per noi almeno trenta gol a stagione abbiamo trovato l’uomo che fa per noi”.
Il periodo ai Rangers diventa memorabile per diversi aspetti.
Uno di questo per Negri è l’aver diviso partite, allenamenti e spogliatoio con Paul Gascoigne.
Uno degli aneddoti più conosciuti di quel periodo è relativo ad un allenamento.
Mentre i giocatori del Rangers stanno facendo stretching, Gascoigne sta contemporaneamente facendo pipì sulla gamba del compagno più vicino.
Nessuno riesce a trattenere le risate.

… tranne ovviamente la vittima che, accortasi della cosa, inizia inferocito a inseguire Gascoigne per tutto il campo.
Senza riuscirci perché “Gazza” diventava velocissimo in caso di necessità !

Infine la descrizione di un giornalista dell’Herald, uno dei più importanti giornali scozzesi.
Negri segna con la stessa facilità con cui noi alla sera ci laviamo i denti prima di andare a dormire”.
Questo è Marco Negri. Un attaccante speciale e una persona normale.

Nota:
Un grazie davvero di cuore all’amico Gabriele Stracciari e allo stesso Marco Negri per la squisita disponibilità e collaborazione nella stesura del pezzo.

THE ENGLISH GAME: il calcio ai tempi della quarantena

La straordinaria drammaticità del periodo che stiamo vivendo e che ci tiene tutti, o comunque con poche eccezioni, rinchiusi in casa ci ha portati ad un problema a cui la società moderna in questi anni non ci aveva abituato: avere così tanto tempo libero da non saper come riempirlo per sfuggire alla noia. Questa è musica per le orecchie delle piattaforme di streaming come Netflix, il cui co-founder e CEO Reed Hastings nel 2017 a precisa domanda su quali fossero i competitor della piattaforma, se la televisione, il cinema o Amazon rispose: “Assolutamente niente di tutto questo! L’intrattenimento domestico non è un gioco a somma zero, oggi il nostro più grande avversario è il poco tempo libero che questa società concede alle persone e il sonno, perché dobbiamo convincerle a passare il loro tempo sulla nostra piattaforma rinunciando a delle preziose ore di riposo”.

Bene, come dicevo, la straordinarietà di questo periodo storico implica l’annullamento del problema del tempo libero e spinge spesso la gente a lanciarsi a capofitto sulle serie tv, un tipo di intrattenimento continuo ed affascinante che, visto il suo perdurare su svariate ore, a differenza dei singoli film, risulta perfetto per la vita da quarantena, sottoforma di binge-watching.

Questa disponibilità si fonde con una grande mancanza che il Coronavirus ci sta facendo sentire: il calcio. Noi appassionati ci sentiamo persi senza vedere, dal vivo o in tv, il nostro amato pallone rotolare su un prato ogni weekend o senza la possibilità di nutrirci di notizie di campo durante la settimana. Netflix sembra dunque aver intercettato alla perfezione questo bisogno manifestatosi in una larga fetta del suo pubblico e il 20 marzo ha lanciato sulla piattaforma la serie The English Game.

Diretta da Julian Fellowes, per i più esperti in materia il creatore della premiatissima Downton Abbey, The English Game si presenta come un serie di tipo storico-narrativo che va a raccontare in modo cinematografico gli albori del nostro amato sport.

Ambientata sul finire dell’800, in Inghilterra, le regole del calcio sono state scritte verso la metà del secolo dai rappresentanti di diversi prestigiosi college britannici ed esso viene ritenuto un gioco altolocato e praticato per la maggior parte esclusivamente dai giovani nobili, che si ritengono i padri naturali di quello sport e ne custodiscono gelosamente la proprietà e le regole. Hanno infatti già formato la FA (l’attuale Football Association) che ogni anno organizza il torneo nazionale che mette in palio l’ambitissima FA Cup.

La competizione è molto famosa e, nonostante nel tempo vi inizino a partecipare anche squadre provenienti dalla più umile working class inglese, viene sempre vinto dalle squadre universitarie dei nobili, che hanno a disposizione strutture e tempo libero per allenarsi (gli operai per tirare a campare passavano tutta la giornata in fabbrica), ma soprattutto non hanno problemi di “fame”.

La storia inizia a cambiare però nel 1879, quando alla stazione ferroviaria della piccola Darwen scendono da un treno arrivato dalla Scozia Jimmy Love e soprattutto Fergus Suter, il nostro protagonista.

Questi sono stati chiamati da James Walsh, il padrone della fabbrica di cotone della città che con passione supporta economicamente l’unica squadra di Darwen, composta essa stessa dagli operai della sua fabbrica. Il sogno di Walsh, nato povero e che si è creato le sue fortune attraverso il duro lavoro, è quello di vincere la FA Cup e di rendere il calcio uno sport “per tutti”, non un giocattolo per far divertire i ricchi dal sangue blu.

Per fare questo ha quindi convinto i talenti scozzesi Suter e Love, anch’essi membri della working class del tempo, a trasferirsi a Darwen, lavorare nel suo cotonificio e giocare per la sua squadra sotto compenso economico.

 

C’è solo un problema in questo avvenimento, al tempo essere pagati per giocare a calcio era vietatissimo.  Il consiglio della FA infatti, formato totalmente da giocatori nobili delle squadre partecipanti, è molto fiero del dilettantismo dello sport che hanno creato anni prima, perché spinge i partecipanti a giocare esclusivamente per passione e per amore del gioco, senza che si metta di traverso come motivazione il vile denaro. I nobili, dalla loro condizione, non vedono però la differenza che porta questo snodo, perché loro non avendo difficoltà economiche riescono a giocare ed allenarsi senza problemi e preoccupazioni, mentre le classi sociali meno abbienti, che si scontrano quotidianamente contro le difficoltà della vita del tempo, spesso non possono permettersi di “perdere tempo” in un gioco se questo non può portare il pane alle loro famiglie.

Fergus Suter diventa presto il leader tecnico e carismatico della squadra di Darwen, instaurando subito un’accesa rivalità con l’Old Etonian, squadra della vicina università i cui membri son gran parte del consiglio della Football Association, e in particolar modo con il loro capitano Arthur Kinnaird. Lo scontro inizialmente è totale, stili di vita e di pensiero completamente differenti cozzano uno contro l’altro e rappresentano al meglio le lotte di classe della Gran Bretagna di fine ‘800, che fanno da cornice al racconto.

Da qui in avanti entrerà in scena tutto il resto: The English Game è una serie, storicamente accurata, di come il pallone diventò uno strumento fondamentale per iniziare ad accorciare le distanze sociali tra le lontanissime classi inglesi del tempo. Il calcio riuscì infatti a far dialogare i nobili di sangue blu con gli operai della working class, contribuendo a creare i presupposti per la società moderna che oggi conosciamo.

Rimanendo più sul tema strettamente calcistico in questa serie si può scoprire di più sul tema del professionismo in questo sport, siccome Suter e Love possono essere considerati i primi calciatori professionisti della storia, su quello delle bandiere che per la prima volta iniziano a cambiare fazione, della nascita di veri e propri tifosi delle squadre dei territori a cui appartengono geograficamente, e delle prime visioni del calcio non più come un semplice gioco ma come un vero e proprio business da sviluppare, anche a livello internazionale.

The English Game più che una serie vera e propria viene considerata una miniserie, perché è composta da sei episodi della durata tra i 43 e i 55 minuti che raccontano una storia che in essi inizia e si conclude. Netflix però sulla piattaforma l’ha presentata come “Stagione 1”, aprendo alla possibilità che potrebbe continuare. Ora come ora il gigante dello streaming non si è ancora sbilanciato in merito al futuro di The English Game, probabilmente vorrà prendere una decisione avendo prima sottomano i dati totali di quanti abbonati hanno deciso di guardarla, se i numeri saranno soddisfacenti probabilmente The English Game 2 ci sarà.

Inoltre, se in periodo di quarantena un obiettivo è quello di migliorare in qualche modo la lingua inglese, la serie è piuttosto semplice da seguire anche in lingua originale, con un lessico chiaro, pulito e tipicamente britannico.

Tirando le conclusioni, se da casa in questi giorni si vuole continuare a masticare calcio e vedere rotolare un pallone The English Game risulta un ottimo compromesso e probabilmente terminati i sei episodi si avrà già nostalgia del carisma e delle giocate di Fergus Suter. Buon calcio a tutti!

SHEFFIELD UNITED

Una squadra di tifosi e vecchi amici sta scrivendo la storia della Premier League.

E’ il 12 maggio del 2016 quando la dirigenza dello Sheffield United annuncia il nuovo manager delle Blades. Dopo cinque stagioni in Division One, il terzo livello del campionato inglese, e dopo i recenti fallimenti di Nigel Clough e Nigel Adkins, la scelta della società cade su Chris Wilder. Non è una scelta che entusiasma troppo il popolo di Bramall Lane, ma Chris Wilder può puntare su due aspetti che non sono passati inosservati a dirigenza e tifosi della metà biancorossa di Sheffield.

Il primo è la sorprendente promozione ottenuta poche settimana prima con il Northampton passato dalla Division Two alla Division One con un percorso straordinario. 99 punti ottenuti, 13 di vantaggio sulla seconda in classifica, con un club praticamente in bancarotta (per diversi mesi lo staff non ha visto una sola sterlina di stipendio) e una rosa costruita prevalentemente con calciatori svincolati, prestiti o provenienti da campionati semi-professionistici.

Ma è soprattutto “l’altra carta” che Wilder può giocarsi con i supporters delle Blades. Per lo Sheffield United, di cui è accanito tifoso, Wilder ha giocato per 7 stagioni. Perfino durante il suo periodo a Northampton, quando non era impegnato in panchina con i Cobblers, non era raro trovarlo sugli spalti del Bramall Lane come un semplice supporter. Quando Wilder arriva al Club si trova però immediatamente catapultato nella peggiore situazione possibile per un manager: l’obbligo di vincere, riportando lo Sheffield nella categoria cadetta della Championship e farlo senza avere praticamente un soldo da spendere.

Chris Wilder non si perde d’animo. D’altronde ha vissuto situazioni pressoché identiche in tutta la sua carriera da manager, trascorsa tra i semiprofessionisti della Conference e il livello più basso della Lega inglese, la Division Two. Inizia un lavoro certosino di ricerca, di contatti, di partite viste e di calciatori sotto osservazione.

La sua prima mossa appena arrivato al Club è strategica e sarà un’autentica folgorazione: promuovere il bomber Billy Sharp a capitano del club. Sharp a Sheffield ci è nato, ci ha esordito tra i professionisti, ci è tornato una prima volta nel 2007 e dalla stagione precedente è tornato “a casa”.

E, come Wilder, è un tifoso sfegatato delle Blades. Sarà una delle mosse più azzeccate di tutta la sua gestione al club. Wilder è carismatico, ci mette passione ed entusiasmo. Qualche vecchio dirigente lo paragona all’immenso Bill Shankly, l’uomo che trasformò a fine anni ’50 il Liverpool F.C.

“Da quando c’è lui si respira un’atmosfera diversa. L’entusiasmo e la passione che sa trasmettere sono contagiose. Si capisce già adesso che le cose stanno cambiando”.

Quando inizia il campionato c’è trepidazione e attesa, dopo tanti anni grigi e di speranze frustrate. Il campo però dà un verdetto opposto. Nelle prime quattro partite di campionato arrivano tre sconfitte ed un pareggio. La delusione è tanta e qualcuno (tutto il mondo è paese) già si lascia andare a nefasti proclami.

“Come possiamo sperare di tornare in Championship senza il becco di un quattrino e con un manager che al massimo ha allenato in Division Two?”.

Altri vanno addirittura oltre e parlano della partita successiva, quella in casa con l’Oxford United, come “ultima spiaggia” per Wilder. A venticinque minuti dalla fine lo Sheffield United sta perdendo per una rete a zero. Ci sono mugugni e dalle tribune del Bramall Lane si è già alzato qualche fischio. Poi, nel giro di otto minuti, ci penseranno “Capitan Sharp” e James Wilson a ribaltare il risultato.

Da quel giorno Wilder e i suoi ragazzi non si fermeranno più, iniziando una cavalcata trionfale che li vedrà dominare il campionato chiuso al primo posto con 100 punti all’attivo, 92 reti segnate e le ultime 17 partite della stagione chiuse con 13 vittorie e 4 pareggi.

Billy Sharp sarà determinante. Il suo bottino sarà di 30 reti. La metà biancorossa di Sheffield si è risvegliata finalmente dal suo torpore. Nella stagione successiva si penserà a gettare le basi per “alzare il tiro” ed iniziare a costruire un progetto che nel giro di tre-quattro stagioni permetta allo Sheffield United di fare ritorno in quella Premier che manca dal 2007.

Intanto si potrà tornare a sfidare i rivali cittadini del Wednesday e questo, per un tifoso delle Blades, significa già tantissimo. Lo Sheffield United si rivela un osso duro per tutti quanti e per quasi tutta la stagione le Blades “flirteranno” con la possibile qualificazione ai play-off, sfumati per colpa di qualche sconfitta di troppo nel finale di stagione. Il decimo posto finale è assolutamente lusinghiero. Wilder ha assemblato una squadra coesa, organizzata, combattiva e con una mentalità offensiva da risultare a volte quasi spregiudicata. Il tutto spendendo nel complesso meno di un milione di sterline.

Ma è nella stagione successiva, la 2018-2019, che Chris Wilder e lo Sheffield United compiono un autentico capolavoro. Bastano poche settimane di campionato per capire che per i due posti che assicurano la promozione diretta alla Premier ci sono tre squadre praticamente sullo stesso livello: Il Norwich City di Daniel Farke, il Leeds di Marcelo Bielsa  e lo Sheffield United di Chris Wilder. Per buona parte della stagione sembra che le prime due abbiano qualcosa in più dello Sheffield, ma il finale di stagione racconta un’altra storia.

Mentre il Norwich si mostra regolare e affidabile per tutta l’annata, il Leeds United pare arrivare senza benzina alla volata finale. Al contrario le Blades con una seconda parte di stagione strepitosa (una sola sconfitta nelle ultime 18 gare) riescono a superare sul filo di lana i “bianchi” di Elland Road conquistando una promozione in Premier che, sono le parole del Presidente Mc Cabe, arriva almeno con una stagione di anticipo rispetto alle più rosee previsioni.

SHEFFIELD UNITED

A questo punto, dopo anni di carestia e di casse con poca liquidità, è doveroso attendersi invece cospicui investimenti. La squadra è ancora in gran parte composta da giocatori che erano presenti tre stagioni prima in Division One: troppo poco per contraddire le cassandre che prevedono un veloce ritorno dello Sheffield United in Championship, ma ci pensa Chris Wilder a zittire tutti quanti.

“Noi non possiamo pensare di combattere contro il Liverpool, le due di Manchester o i tre squadroni di Londra. Noi dobbiamo ispirarci al Bournemouth di Eddie Howe, che ha nelle sue fila calciatori come Harry Arter che giocava con loro in Conference. Questo è il nostro modello da seguire. E se ce l’hanno fatta loro non vedo perché non possiamo riuscirci anche noi”.

Aggiungendo una frase meravigliosa, che implica un termine assai poco comune nel mondo del calcio e dello sport in generale: la riconoscenza. «Il cuore del team sarà ancora formato da quei ragazzi che ci hanno consentito di uscire dal “pantano” della Division One e che ora meritano di dimostrare che possono vincere partite di calcio anche nella fottuta Premier». Mai parole furono più azzeccate.

Lo Sheffield United ora sta volando in campionato: è in lotta per una qualificazione alla prossima Europa League e non solo (al momento il quarto posto non è una chimera, tutt’altro) ma non è nei risultati o nelle statistiche che si può spiegare questa sorta di miracolo sportivo.

LA TATTICA

Chris Wilder è uno degli allenatori più fedeli alla vecchia scuola del calcio inglese. Grinta, cuore, passione. Tackle duri e cross dalle fasce. Il suo Sheffield sembra uscito da un vecchio video della First Division degli anni ’80. “No bullshit” è una delle sue frasi preferite. Niente inutili complicazioni.Il calcio è un gioco semplice e la semplicità non è un difetto, ma un grandissimo pregio. L’allenatore delle Blades è però al tempo stesso un abile innovatore.

In uno schema consolidato come il 3-5-2 è presente un movimento, creato da Wilder e mai visto prima su un campo di calcio, talmente rivoluzionario da meritarsi l’ammirazione e i complimenti da allenatori del calibro di Pep Guardiola, Jurgen Klopp e Marcelo Bielsa. Si tratta degli ormai celebrati “overlapping central defenders”, ovvero i due difensori centrali esterni (solitamente Jack O’Connell e Chris Basham) che vanno in sovrapposizione sulle fasce (presidiate da George Baldock e Enda Stevens) creando così quella superiorità numerica che permette allo Sheffield United di essere la seconda squadra della Premier ad effettuare più cross (dietro il Manchester City e davanti all’Everton).

SHEFFIELD UNITED

Questo movimento, che fu una sorpresa per i team di Championship la scorsa stagione, lo è ancora di più quest’anno nella Premier. L’impostazione voluta da Wilder vuole che il centrocampista difensivo (Oliver Norwood) rimanga a protezione del difensore centrale che avanza, e prevede poi che oltre alle due punte (David Mc Goldrick e Lys Mousset) ci sia sempre un altro centrocampista centrale (John Fleck o John Lundstram) presente in area al momento del cross.

Proprio la figura del centrocampista centrale è stato l’unico vero cambiamento tra lo Sheffield United della promozione e quello di quest’anno in Premier League. Mentre l’anno scorso veniva utilizzato in chiave più offensiva dietro le punte, quest’anno gioca invece dietro gli altri due centrocampisti centrali fungendo da schermo protettivo alla difesa e da primo costruttore di gioco.

IL GRUPPO

Molti dei giocatori dell’attuale rosa sono gli stessi del primo trionfale campionato di Division One vinto tre stagioni or sono. E se è vero che “vincere” è il miglior collante possibile per un gruppo è anche vero che questo nucleo di calciatori, composto quasi esclusivamente da calciatori britannici, è assolutamente coeso e unito anche “fuori” dal rettangolo di gioco. Colazioni tutti insieme al campo di allenamento e cene che coinvolgono tutti i componenti dello staff, inclusa la frequentazione collettiva dei principali pub di Sheffield, con Chris Wilder per primo a riconoscere che “un paio di pinte non hanno mai ucciso nessuno”.

Come ricordato anche recentemente in un’intervista dal centrocampista John Lundstram (uno di quelli che ha giocato in tutte le quattro divisioni professionistiche inglesi),

“noi non ci disperdiamo a fine allenamento come quasi tutti gli altri team. Siamo molto uniti e passiamo un sacco di tempo insieme. E questo credo che si veda sul campo”.

Già, il campo. «Nessuno di noi, a cominciare dal Manager, accetta che qualcuno dia meno del 100% in campo. Da noi non ci sono primedonne. E il Boss è molto attento a scegliere calciatori con le giuste caratteristiche» conclude il numero 7 delle Blades.

CHRIS WILDER

Inutile negarlo. La principale ragione del successo dello Sheffield United risiede in quest’uomo. Persona estremamente preparata, meticolosa e attenta professionalmente quanto onesta, diretta e trasparente umanamente. “Quando hai fatto bene il tuo lavoro non esita a dirtelo, complimentandosi senza ipocrisia” racconta l’esterno destro George Baldock, “ma se non è contento di quello che hai fatto non te lo manda a dire. E con lui guai a montarti la testa. Ti fa tornare immediatamente con i piedi per terra!”.

John Lundstram aggiunge che “ci sono allenatori che ti mandano improvvisamente in panchina o in tribuna senza darti una spiegazione, anzi, quasi evitandoti per l’imbarazzo. Con Wilder questo non succede. Ti spiega sempre esattamente il perché delle sue scelte e questo i calciatori lo apprezzano tantissimo”. Una delle prime cose che fece Wilder una volta insediatosi allo Sheffield United fu di togliere dai muri degli spogliatoi del Bramall Lane tutte le frasi “motivazionali” dei suoi predecessori. La spiegazione?

“Fate già il mestiere più bello del mondo. Se non sapete trovare le motivazioni senza questi fottuti slogan siete da prendere tutti a calci nel culo”.

SHEFFIELD UNITED

L’AMBIZIONE

Lo Sheffield United dopo la tremenda, immeritata e sfortunatissima retrocessione del 2007, è stato per anni lontano dal calcio che “conta”. Ora nessuno si pone più limiti, e ancora una volta questo lo si deve essenzialmente a Wilder. In tutta la sua carriera da manager non ha praticamente mai avuto denaro da spendere per acquistare giocatori, dimostrando che non è indispensabile avere un portafogli pieno per raggiungere dei risultati.

“I risultati non si comprano ma si costruiscono”, è una delle sue tante frasi. E questo Sheffield United, costruito con calciatori in gran parte acquistati a parametro zero o per cifre quasi ridicole nel mercato attuale, lo dimostra. Nella partita pareggiata a novembre fuori casa contro il Totthenam lo Sheffield si è presentato in campo con 10 calciatori su 11 che erano già al club nella stagione precedente. 1-1 il punteggio, con Wilder scontento a fine gara.

“Oggi dovevamo vincere. Abbiamo giocato meglio di loro e lo avremmo meritato”.

DAL VANGELO SECONDO CHRIS WILDER

«Pressione? La pressione di vincere o perdere una partita in Premier? Questa non è pressione. La pressione l’avevo a Northampton quando rimanemmo tre mesi senza prendere una sterlina. Un giorno andai a far spesa al supermercato e quando arrivai alla cassa la mia carta di credito venne rifiutata. Questa è pressione».

È molto facile incontrare Chris Wilder su un autobus, in giro per la città o ancora più facilmente nel suo pub preferito di Sheffield. «Sono stato l’allenatore della squadra di questo pub e in tutte le squadre dove sono stato ho lasciato dei buoni ricordi. Qui, oltre a quelli, c’è anche la birra buona». Da buon manager “old fashion”, poi, una delle cose più odiate da Wilder sono i procuratori.

“Capisco che il mondo sia cambiato, anche nel calcio. Ma i calciatori dovrebbero imparare a riprendersi in mano il proprio destino. Grazie ai procuratori guadagnano qualcosa in più ma professionalmente non sempre fanno le scelte giuste. Cervello e portafogli non vanno sempre d’accordo”.

Chris Wilder ha recentemente rinnovato il contratto con le Blades fino al 2024, rilasciando questa dichiarazione. «Ho sempre sognato di allenare qui. Adesso che ci sono riuscito secondo voi dovrei andarmene?». Ci sia concesso rispondere: certo che no. Lunga vita allo Sheffield United, a Chris Wilder e al vero calcio inglese.

Calcio femminile: Uno sport senza età!

Stavo controllando le notifiche di Facebook, quando leggo questo annuncio sulla pagina della squadra della mia amica peruviana Eliz:

“👋⚽️🎯Este Sábado de 6pm a 8pm empezamos el entrenamiento para Mujeres Adultas YO APRENDO en un Club Privado será 1 hora entreno + 1 hora pichanga las interesadas BASE30 BASE40 BASE50 y BASE60 escribirme al sgte enlace:

➡️ http://bit.ly/ElizBase30y60Fut”

Trad. Questo sabato dalle 18 alle 20 organizziamo un allenamento di calcio per donne adulte. Il corso “io imparo” si svolge in un Club privato ed è composto da 1 ora di allenamento e 1 ora di gioco libero. Prego tutte le interessate per le categorie BASE 30 anni, 40 anni, 50 anni e 60 anni di contattarmi mandandomi un messaggio whatsapp.

Non trovo strano, anzi è piuttosto consueto, che le donne inizino a giocare da ragazze, per varie ragioni interrompano il proprio percorso sportivo (studio, lavoro, maternità) e riprendano a giocare verso i 30 anni nelle categorie amatoriali. Ciò che trovo curioso è che ragazze di 60 anni possano maturare il desiderio di fare un corso base di calcio.

💙😎Una entrenadora es tan buena, como lo sea la más débil de su Equipo, no la más sobresaliente💯 Eliz fut

Pubblicato da Eliz Fútbol Femenino Perú su Martedì 17 dicembre 2019

La risposta alla mia curiosità me la dà Tatiana Juscamayta, allenatrice dei portieri della squadra di Eliz.

“Sono una donna e gioco a calcio. Una donna che gioca a calcio vive da ribelle. Di Eliz aprezziamo il tempo e la disponibilità che ci dedica. Le sue parole troveranno dimora nelle ragazze che la seguono, che lotteranno per avere il proprio spazio per educarsi e giocare. Penso che non smetteremo mai di imparare, a 20, 30 o 50 anni. Tutte le donne che partecipano agli allenamenti tenuti da Elisabeth portano in se stesse i suoi insegnamenti perché questi possano essere comunicati e trasmessi alle generazioni che verranno. 

La comunicazione è una parte molto importante per il ruolo di una allenatrice. Che si parli di chiacchierare, conversare o fare riunioni, non dobbiamo dimenticare di ascoltare bene le altre persone. Perché attraverso gli altri possiamo continuare ad imparare per migliorare ed evolvere la nostra vita! Quello che oggi pensiamo essere l’unica verità, domani potrebbe cambiare e persino migliorare. Dobbiamo smetterla di fingere di comunicare, come accade nei social network, dove si è perso il desiderio di conversare. Abbiamo lasciato il posto alla violenza del voler sovrastare e schernire l’altro. 

Non lasciamo nemmeno finire il discorso dell’altro che già cerchiamo di sovrascrivere il suo pensiero con il nostro. Dobbiamo ricominciare ad osservare ed essere curiosi. La nostra cultura attuale ci porta ad essere degli eterni bambini, perché nel nostro desiderio di conoscenza seguiamo “il pieno” del sapere, prendendo come certezze le parole dei nostri maestri. Mentre nel diventare adulti dovremmo inseguire “il vuoto” che guida il desiderio di conoscenza del buon maestro, che ricerca ciò che non sa o che non conosce. Il buon insegnante per tutto ciò che crede di sapere lascia sempre una piccola finestra aperta per il dialogo o l’approfondimento. Dicevano che il calcio non è uno sport per le femmine ed arrivarono perfino a proibirlo, a dimenticare le storie delle nostre pioniere. Oggi il calcio femminile si gioca ovunque, ma il suo sviluppo parte da noi che anche a 50 o 60 anni iniziamo ad impararlo, per segnare la rotta per le nostre figlie e le nostre nipoti.
¿CUÁNDO FUÉ QUE ME GUSTO EL FÚTBOL Y DECIDÍ HACER PICHANGAS?

Hace 16 años recuerdo haber ido a una academia en el monumental de pequeña me gustaba mucho el fútbol era como un imán desde el colegio.. sólo esperaba que suene la campana de recreo y me daba tanta cólera que solo nos dieran la pelota de voley y a los chicos la de fútbol Rayos !!Luego conocí la academia JC sport girls la Seño Manuela muy amable siempre diciéndome Elizabeth tu puedes ! con mucha dedicación .. lo mío era algo por diversión es decir .. no apuestas quizás el tema de estudios y laboral hizo que viera el fútbol como eso parte de diversión para mí !.. Hace 2 años la salude a Manuela ahora con su academia que llega a varias niñas y adolescentes en el Perú donde llevé a mi hija de 4 años en ese entonces !!.. Ahora ya tengo 32 años como que llegas a un punto en que hay 2 opciones o te enfocas solo en tu trabajo , familia, estudios o te enfocas y agregas el fútbol a tus domingos. elegí añadir este espacio .. que hace aproximadamente 4 años se hizo la primera pichanga en loza ahora jugamos sólo en sintética. y aunque han pasado muchas personas algunas se han ido otras han vuelto.. considero este espacio de pichangas domingueras un momento de DIVERSIÓN para las mujeres que no buscan apuestas .. esas que no buscan ir a la pierna o jugar a la mala .. sea el distrito que seas o tengas la edad que tengas o el nivel de juego …quizás vuelva escribir esto de aqui a 10 años o de aquí a 30 años les aseguro que seguiré con las pichangas Dios mediante.. Van a ver personas que te digan que No juegues o que el fútbol no es pa Mujeres .. o tu esposo que no te apoye . o tu flaco o con quien estés .. pero si en verdad quisieras pelotear cuenta con este espacio ..LIBRE en el Perú para pichangas :)Y si alguna desea jugar mañana domingo 7 octubre del 2018 avisarme a mi celular whatsapp 988884161 con gusto le atendemos en Lima !

Pubblicato da Eliz Fútbol Femenino Perú su Sabato 6 ottobre 2018
In Francia non sono da meno…

Martine e Simone, 68 e 78 anni, hanno ottenuto la possibilità di giocare in un club nella loro città di Lucé (Eure-et-Loir), dove si allenano due volte a settimana con ragazze di 14 anni.

Queste due pensionate facevano parte della squadra francese di donne anziane, la “Mamies Foot”. Come loro, anche altre giocatrici si sono iscritte nel club vicino casa. Ciò è possibile grazie all’aiuto dell’associazione Footeuses, che permette a persone di qualunque età di giocare. Marie-France Gosselet, la presidentessa, è una delle “Mamie Foot” che per prima promuove il calcio femminile tra le donne anziane.

Martine et Simone dans leur club de foot

Martine et Simone, 68 et 78 ans, ont pris une licence dans un club de leur ville de Lucé (Eure-et-Loir), où elles s'entraînent deux fois par semaine avec des jeunes-filles de 14 ans.⚽️👵🏼🇫🇷Ces deux retraitées ont fait partie de l'équipe de France des femmes séniors, les "Mamies Foot". Comme elles, d'autres joueuses se sont inscrites dans un club près de chez elles. Elles sont aidées dans leurs démarches par l'association Footeuses à tout âge , présidée par l'une des "Mamie Foot", Marie-France Gosselet, pour promouvoir le foot féminin chez les femmes âgées.C’est la quatrième étape du tour de France Oldyssey à la rencontre des vieux des régions, avec le soutien de l'Assurance Retraite (Pourbienvieillir.fr) , MGEN, CNC – Centre national du cinéma et de l'image animéeCc : Bien vivre ma retraite avec SeniorialesAbonnez-vous à @Oldyssey pour suivre les prochaines étapes !

Pubblicato da Oldyssey su Domenica 5 gennaio 2020

Alviero Chiorri, il Maverick italiano

“Quando nasci e vivi in una piccola città della provincia lombarda e ti capita di amare visceralmente il calcio non hai molte alternative.
Prendi la tua auto e fai quella manciata di chilometri che ti separano dallo Stadio di San Siro a Milano e vai a vederti una partita del Milan o dell’Inter.
Se poi, come nel mio caso, sei uno che invece di un Club in particolare ami semplicemente IL CALCIO e la BELLEZZA che solo questo gioco sa regalarti allora segui l’una o l’altra senza preoccuparti di soffrire per una sconfitta o di esaltarti per una vittoria.
Io sono fatto così.
Per questo motivo da “neo-patentato” alla fine degli anni ’60 mi facevo i miei 90 chilometri da Cremona a Milano per andare a vedere Gianni Rivera.
… non il Milan … GIANNI RIVERA.
E che il Milan perdesse o vincesse non me ne poteva fregare di meno ! Io volevo vedere lui, “Il Gianni”. Mi bastavano due finte di corpo, un dribbling e un paio dei suoi lanci millimetrici e io potevo tornarmene nella mia Cremona contento e appagato.
Lo stesso feci più o meno dieci anni dopo.
Stavolta però era l’Inter che andavo a vedere.
Mi correggo ancora. Non l’Inter ma lui, EVARISTO BECCALOSSI.
Quando con quel suo culo basso e la sua apparente indolenza partiva in dribbling seminando avversari come birilli non riuscivo proprio a non esaltarmi.
Qualche volta mi capitava perfino di discutere con qualche tifoso interista al mio fianco.
“Certo che se qualche volta la passasse prima la palla quel testone di un bresciano !” sbottava qualcuno quando il quarto o il quinto giocatore avversario riusciva magari a togliergli la palla.
“E perché dovrebbe ?” rispondevo io. “Dio gli ha regalato il dono supremo del dribbling … perché non dovrebbe utilizzarlo ?”.
Mi guardavano come si può guardare solo un matto o un extraterrestre, ma non me ne importava nulla.
Poi un bel giorno viene da me il mio amico Paolo e mi fa “Sai che quel matto arrivato da Genova è forte davvero ?”.
Ovviamente sapevo di chi stava parlando il mio amico.
In quell’estate del 1984 la Cremonese aveva ceduto alla Sampdoria il più forte calciatore mai uscito dal settore giovanile della squadra della mia città: Gianluca Vialli.
Nella trattativa, insieme ad un bel po’ di milioni, la squadra blucerchiata aveva inserito un calciatore di cui qualche anno prima si parlava in termini molto lusinghieri.

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Il suo nome era Alviero Chiorri ma era da un po’ di tempo che non si sentiva più parlare di lui.
“Paolo, se fosse bravo come dici mi spieghi cosa sarebbe venuto a fare da noi in provincia e per di più in una squadra al suo primo anno in Serie A dopo oltre mezzo secolo ?” gli dissi quel giorno senza troppo trasporto.
“Fidati. L’ho visto in azione in Coppa Italia, qui al nostro “Zini” contro il Monza. Con il pallone ci sa fare davvero” mi spiegò Paolo sempre più determinato.
Le sue insistenza finirono per farmi cedere.
E così il giorno del nostro ritorno in Serie A, il 23 settembre del 1984, mi convinsi a tornare a vedere la squadra della mia città.
Quel giorno sembrava che tutta Cremona fosse allo stadio.
Quasi 17.000 persone per festeggiare quello storico evento.
Mi bastarono pochi minuti per capire che non avevo più bisogno di prendere l’auto e andare a San Siro. Bastava la mia bicicletta con la quale percorrere quel chilometro scarso che divideva casa mia dallo stadio della mia città.
Alviero Chiorri era un autentico spettacolo per gli occhi.
Quel giorno meraviglioso in cui battemmo il Torino di Gigi Radice, di Dossena, di Junior e di Schachner avevo trovato un nuovo calciatore che rappresentava appieno la mia “idea” del calcio: la bellezza.
E giocava per la squadra della mia città !
Segnammo due gol da due calci piazzati.
Un rigore ed una punizione dal limite: procurati entrambi da due giocate sublimi del riccioluto numero 11 che arriva dalla Sampdoria.
Nel primo caso erano passati si e no due minuti dal fischio d’inizio. Chiorri si fa dare il pallone sulla trequarti, alza la testa e nonostante la difesa del Torino schierata si lancia verso la porta avversaria.
Finta e tunnel al primo malcapitato avversario prima di saltarne altri due in velocità e presentarsi solo davanti al portiere avversario … prima di venire steso con uno sgambetto da dietro.
La seconda fu ancora più spettacolare.
Anche stavolta il mancino con i calzettoni abbassati alla “Mario Corso” pareva chiuso dai difensori avversari. Si ferma improvvisamente e si gira, sempre con il pallone incollato ai piedi, come a cercare aiuto dalle retrovie. Poi con una improvvisa “veronica” salta tre avversari in un fazzoletto prima di puntare deciso l’area avversaria. Stavolta viene steso un paio di metri prima di entrarvi.
Sulla punizione seguente segnamo il gol del 2 a 0.
Sono passati poco più di 22 minuti.
E io sono già follemente innamorato di questo mancino romano che il Dio del pallone, non si sa per quale strano destino, ha deciso di fare arrivare qua da noi, in mezzo alla nebbia della Pianura Padana.
Sono stati 8 anni meravigliosi, irripetibili quelli che Chiorri decise di passare con noi a Cremona.
Anche se abbiamo continuato a fare su e giù tra la serie A e la serie B, anche se ci sono state partite dove faceva arrabbiare per la sua testardaggine o per la sua abulia.
Lui giocava per “noi”, per la gente che lo andava a vedere.
Gol e assist parevano interessargli relativamente.
La giocata impossibile che si realizzava: quello era il suo obiettivo e quando ci riusciva, per chiunque amasse il calcio, era una gioia assoluta.”


Qualche anno fa chiesero a Renzo Ulivieri chi è stato il più forte calciatore che avesse mai allenato.
“Alviero Chiorri” fu la risposta del vulcanico (e bravo) allenatore toscano.
“Ma … ci scusi Ulivieri” riprese il giornalista in evidente disagio “ma forse dimentica che lei ha allenato Beppe Signori, Roberto Mancini e Roberto Baggio”
“Lei mi ha chiesto chi era il più forte e io le ho risposto” .

Saranno in molti tra quelli che non sono già negli “anta” a rimanere spiazzati.
Per gli altri invece, nessuna sorpresa.

Alviero Chiorri è stato uno dei talenti più puri, dotati e geniali espressi dal calcio italiano.
Nato a Roma nel marzo del 1959 viene prelevato dalla Sampdoria dalla sua piccola società, la Pro Roma, quando ha ancora solo 15 anni.
Ci mette un attimo a far capire a tutti che è un fuoriclasse, di quelli autentici, di quelli che ti cambiano il corso delle partite.
Viene convocato per la Nazionale Juniores.
Quando arriva a Coverciano gli comunicano con grande enfasi che è stato convocato per i Mondiali di categoria che si terranno in quella stessa estate in Tunisia.
“Ma voi siete matti ! Macchè Tunisia. Io quest’estate vado al mare con i miei amici !” è la replica del giovane Chiorri.
Italo Allodi e Italo Acconcia, dirigente capo e allenatore non credono alle loro orecchie.
Ne viene fuori un litigio furibondo. A Chiorri dicono di tutto. Andrà via da Coverciano scortato da due carabinieri. Ma sul suo nome, per qualsiasi Nazionale azzurra, viene tracciata una croce … che non verrà mai più cancellata.
Alla Sampdoria fa il suo esordio a 17 anni.

A gettarlo nella mischia è il “sergente di ferro” Eugenio Bersellini, che tra urla e calci nel sedere sta disperatamente cercando di mettere in riga quel prodigioso ma indisciplinato talento.
Lui va in campo e gioca allo stesso modo in cui giocava in cortile da bambino, nelle giovanili o in allenamento: vuole divertirsi e divertire.
Avrebbe tutto. Doti fisiche e tecniche.
Solo che non c’è verso di “inquadrarlo”.
Punta ? Esterno ? Rifinitore ? Alviero Chiorri va dove lo porta l’istinto.
Allenatori e dirigenti s’incazzano. I tifosi lo adorano.

La Sampdoria è in Serie B e fatica a risalire.
Chiorri la A la merita e la Sampdoria lo cede in prestito al Bologna.
Potrebbe essere la stagione della sua definitiva consacrazione ma dopo un eccellente avvio stavolta è un brutto infortunio a tenerlo lontano dal campo per parecchi mesi.
Il Bologna retrocede ma la sua Sampdoria in quella stessa stagione fa il percorso inverso, risalendo in Serie A.
Chiorri rientra a Genova.
Sulla panchina trova Renzo Ulivieri che soprattutto nella prima stagione gli dà parecchio spazio non ripagato però da un Chiorri sempre più anarchico e discontinuo.
La stagione successiva è ancora peggiore. Nel suo ruolo è arrivato Roberto Mancini, che aveva già trovato a Bologna, e per lui le chance sono limitate.
Come raccontato all’inizio entra nell’affare Vialli, va a Cremona dove gioca 8 stagioni. In provincia ritrova se stesso. E’ amato dalla gente e la pressione non è la stessa di un club come la Sampdoria.
L’ideale per uno come lui che del risultato non si è mai preoccupato troppo.
Appenderà gli scarpini al fatidico chiodo al termine della stagione 1991-1992 … a soli 33 anni e giocando la sua ultima partita proprio al Marassi di Genova, contro la Sampdoria.
Per lui niente patentino da allenatore, niente procure né tantomeno incarichi dirigenziali.
Due anni dopo Alviero Chiorri, “Il marziano” come lo chiamavano a Genova, si trasferisce per sempre a l’Havana di Cuba, luogo di cui si era innamorato qualche anno prima e che diventerà il posto dove invecchiare … con una nuova compagna e una meravigliosa bimba mulatta di nome Nicole.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Quando Alviero Chiorri viene aggregato per la prima volta al raduno ufficiale della prima squadra, nel luglio del 1976, ci sono Presidente, Allenatore e tifosi.
Sono quelle occasioni ufficiali dove tutto è organizzato da un protocollo sobrio e rigido. Divise ufficiali, compostezza nei modi e sorrisi di circostanza.
Chiorri arriva all’ultimo minuto.
Un attimo prima era in spiaggia con gli amici.
Sandali, bermuda e camicia a fiori. E gli immancabili orecchini.
“Sono stato il primo nell’album Panini fotografato con l’orecchino !” ricorda ancora oggi con orgoglio Alviero.

“Bersellini era tremendo. Allenamenti durissimi e con me era più duro che con tutti gli altri. Sapeva che ero una testa matta ma sentivo anche quanto mi stimava. Quando da Genova andò all’Inter voleva portarmi con sé ma i dirigenti nerazzurri avevano già scelto Beccalossi”. 

Nell’anno trascorso a Bologna e condizionato da un grave infortunio si trovò a giocare con altre due delle più grandi promesse del calcio italiano di allora. Gli allora giovanissimi Roberto Mancini e Marco Macina.
“Macina tecnicamente era il migliore di tutti. Ma Roberto era calciatore “nella testa” … cosa che né io né Marco eravamo” ammette con grande sincerità Chiorri.

Al ritorno a Genova Chiorri, negli anni bui della serie B, è l’autentico raggio di sole che illumina le domeniche dei tifosi blucerchiati. In Italia stanno arrivando tanti grandi stranieri ma il coro della Gradinata Sud in quel periodo è inequivocabile: “Alviero Alviero sei tu il nostro straniero”.

Si gioca in Coppa Italia. Avversario della Samp è la Fiorentina. Chiorri è in una di quelle giornate dove tutto quello che prova gli riesce. Dribbling, finte, assist “a nastro”, tiri … Moreno Roggi, il suo marcatore, sta rischiando di impazzire. Ad un certo punto dietro di lui sente una voce. “Oh ragazzino. Ormai ci hai rotto le palle. O ti dai una calmata o cominciamo a menarti sul serio”. Era Giancarlo Antognoni, il capitano dei “Viola” che cercava in qualche modo di arginare quella furia scatenata.

Una delle “stranezze” di Chiorri è quella legata all’uso degli scarpini durante le partite.
Scarpa a 6 tacchetti di ferro nel piede destro e scarpa “estiva” con i 13 tacchetti di gomma nel piede sinistro. Anche se diluviava.
“Io ero il classico mancino puro, che usa il destro solo per reggersi in piedi. Per farlo avevo bisogno di una scarpa che affondasse nel terreno, che mi desse stabilità. Nella sinistra invece mi occorreva qualcosa di più leggero e morbido nel piede con il quale dovevo creare le giocate.”

Dopo un paio di stagioni non all’altezza per Chiorri arriva l’addio a Genova. Il Presidente Mantovani gli comunica che è stato inserito nella trattativa per l’arrivo di Gianluca Vialli. Glielo dice con le lacrime agli occhi. “Alviero sei stato la più grande delusione della mia vita”.
Per fortuna di Chiorri a Cremona a volerlo c’è un’altra meravigliosa figura di presidente, Domenico Luzzara.
“Luzzara aveva da poco perso un figlio. Si affezionò tantissimo a me, c’era sempre quando ne avevo bisogno. Una persona meravigliosa” è il ricordo di Chiorri che aggiunge “Ci furono un paio di club importanti che si interessarono a me in quegli anni. Ma non me la sono proprio sentita di tradire l’affetto di quella bellissima persona”.

Persona talmente meravigliosa che quando Alviero Chiorri cade in una preoccupante depressione nel 1989 sarà proprio il Presidente Luzzara ad occuparsi di lui convincendo il suo adorato talento ad andare in clinica e a rimettersi in sesto. In quel finale di stagione la Cremonese è in lotta per il ritorno in Serie A. Il quarto posto finale a pari merito con la Reggina costringe i grigiorossi allo spareggio.
Alviero, che si è da poco ripreso dal suo difficile periodo, viene aggregato alla squadra.
Il cortisone somministratogli durante le cure gli ha “regalato” tanti chilogrammi in più che quando rientra in prima squadra non sono completamente spariti.
Nello spareggio per lui c’è solo un posto in panchina.
La partita non si sblocca e a pochi minuti dal termine dei supplementari viene mandato in campo con il solo scopo di avere un rigorista affidabile.
Chiorri va dal dischetto. Il suo rigore è qualcosa di inguardabile. Non centra neppure lo specchio della porta. Alviero scoppia in un pianto inconsolabile.
Tutte le cure, i mesi in clinica, i farmaci, i sacrifici per tornare in condizione … per essere solo colui che costerà ai suoi compagni il ritorno in serie A.
Gli si avvicina il portiere Rampulla.

Gli mette un braccio sulle spalle. “Stai tranquillo Alviero. Ci penso io”.
Rampulla mantiene la sua promessa.
Para due rigori consecutivi e quando Attilio Lombardo segna quello decisivo, sono parole di Alviero Chiorri, “mi sono sentito rinascere”.

Capitolo rimpianti.
“Il più grande è quello di non essere mai riuscito a segnare in un derby contro il Genoa. Questa cosa mi peserà per sempre”.

“Ero fatto così. Immaturo, anarchico e indisciplinato. Certo, con un’altra testa avrei potuto e dovuto fare molto di più. Ma di quante decine e decine di calciatori possiamo dire la stessa cosa ?” ammette Alviero con un fatalismo … “cubano”.

Non c’è solo Ulivieri tra i grandi estimatori di Chiorri.
I suoi primi anni alla Samp coincidono con gli ultimi di una bandiera di quella squadra.
Nonostante la differenza di età tra i due nasce una bella amicizia che non si è mai spezzata, neanche adesso, a quarant’anni circa da quei giorni.
Anche se uno è a Cuba a non fare nulla e l’altro è in giro per il mondo ad allenare.
Come ad Ulivieri anche a quest’ultimo qualche tempo fa venne fatta una domanda simile. “Mister ma c’è un giocatore tra quelli con cui ha giocato o che ha allenato che avrebbe meritato molto di più di quanto ottenuto ?
“Uno c’è. Si chiama Alviero Chiorri. Qualità tecniche e atletiche a livello dei migliori che ho conosciuto nella mia carriera”.
Questo Signore, che ha allenato Zidane, Del Piero e Totti, si chiama MARCELLO LIPPI.

Blanco, l’imperatore azteco

“Se ve lo dico io potete fidarvi.
Sono più di 30 anni che vado in giro per il mondo ad assistere a partite di calcio.
Dove gioca il Messico ci sono anch’io.
Che sia Copa America, CONCACAF e soprattutto Campionati del Mondo.
Io ci sono.
Nel 1986 ero uno studente di letteratura e i Mondiali si giocavano proprio nel mio Paese.
Ricordo tutto, ma proprio tutto di quel Mondiale.
C’erano fior di giocatori nella nostra Nazionale.
Fernando Quirarte, Manuel Negrete e soprattutto lui, Hugo Sanchez, che in Europa aveva dato spettacolo con il grande Real Madrid.
E ho visto tutti gli altri grandi giocatori che il mio Paese ha sfornato fino ad oggi.
Ramon Morales, Jorge Campos, Rafael Marquez, Carlos Hermosillo, Jared Borgetti, Luis Hernandez, Luis Roberto Alves fino al Chicharito Hernandez.
Tutti autentici fuoriclasse.
Ma non ho un solo dubbio al mondo su chi sia stato il più grande calciatore messicano che io abbia visto con i miei occhi: CUAUHTEMOC BLANCO.
Per tante ragioni.
Non solo tecniche.
Un condottiero autentico, nel massimo rispetto del suo nome di battesimo.
Come Cuauhtèmoc è stato l’ultimo ad arrendersi agli spagnoli così il “nostro” Cuauhtèmoc è sempre stato l’ultimo a farlo su un campo di calcio.
L’ho visto volere a tutti i costi la palla quando ai suoi compagni scottava terribilmente tra i piedi e qualcuno addirittura si nascondeva.
L’ho visto inventarsi giocate incredibili capace di ridare vigore ai compagni e di scuotere noi tifosi sugli spalti.
L’ho visto fare gol in tutti i modi possibili: di testa, di destro e di sinistro, in acrobazia, su punizione, di opportunismo a un metro dalla porta o con dei tiri pazzeschi dalla distanza.
L’ho visto fornire palloni d’oro a compagni di squadra spesso stupiti e incapaci di reagire a regali del genere.
Io c’ero in Francia quando il mondo intero scoprì “il salto del canguro” nella partita d’esordio contro la Corea.

Cuauhtémoc Blanco
C’ero ovviamente anche pochi giorni dopo quando un suo gol in acrobazia ci permise di agguantare il pari contro il Belgio e di fatto rimanere in gioco in quei Mondiali.
C’ero anche nel 2002 quando Cuauhtèmoc arrivò a quei Mondiali in condizioni fisiche pietose dopo le due tribolate stagioni in Spagna.
Per fortuna il nostro Mister, il “vasco” Aguirre, sapeva bene che un condottiero è tale in ogni circostanza, soprattutto in quelle apparentemente più complicate.
Fu suo il gol su rigore contro la Croazia che ci spianò la strada verso la qualificazione al turno successivo.
C’ero anche quando lui non c’era.
Nel 2006 c’è mancato poco che in Messico non scoppiasse una nuova rivoluzione !
Quando si seppe che Cuauhtèmoc Blanco non avrebbe fatto parte della spedizione per i mondiali di Germania la gente scese in strada a manifestare contro il commissario tecnico Ricardo La Volpe e i suoi collaboratori, colpevoli di aver escluso l’icona assoluta del calcio messicano.
Non ci fu niente da fare.
“Témo” (così lo chiamiamo qui da noi) non giocò in quel Mondiale … ma incredibilmente fu presente in quello successivo … a 37 anni suonati !
Non male per uno che quattro anni prima era stato giudicato finito …
Non solo.
Contro la Francia segnò, ancora una volta su rigore, il gol del definitivo 2 a 0, diventando così l’unico giocatore messicano ad aver segnato in tre diverse edizioni dei Mondiali.
… che sarebbero con ogni probabilità diventate quattro se fosse sceso in campo ai Mondiali del 2002 in Corea e Giappone
Scorbutico, arrogante, irascibile …
Ma tutti lo abbiamo amato, tutti. Come un imperatore. Il nostro ultimo imperatore …
Anche da chi come il sottoscritto tifa per il Chivas di Guadalajara.
E sapete perché ? Perché Cuauhtémoc Blanco era lo sberleffo davanti ai dogmi del calcio moderno, fatto di fisici scultorei, di atleti tutti sopra il metro e ottanta, con pettinature all’ultimo grido, cerchietti tra i capelli e sorrisi da star di Hollywood. Cuauhtémoc invece aveva la pancetta da bevitore di birra, un collo taurino, un naso da pugile e le gambe corte. E in campo faceva quello che voleva … e quasi sempre lo faceva alla grande”.



Cuauhtémoc Blanco nasce il 17 gennaio del 1973 a Città del Messico.
Quando a 16 anni, durante un torneo giovanile, viene notato da Antonio Gonzalez, Cuauhtémoc non solo dimostra già grandi doti tecniche ma spicca soprattutto per il carattere mai domo, per la predisposizione al confronto fisico anche con avversari molto più dotati fisicamente di lui e per quel carattere combattivo e spesso spigoloso che sarà una costante nella sua carriera.
D’altronde uno cresciuto nel Barrio Bravo di Tepito, uno dei quartieri più poveri e malfamati della capitale messicana, a quell’età ha già capito che farsi rispettare non è una scelta ma una necessità.
Viene portato al Club América, la squadra probabilmente più prestigiosa di tutto il Paese e che gioca le sue partite interne nel suggestivo Stadio Azteca.
Inizia il classico periodo di prova ma le cose non vanno certo come sperato dal giovane Blanco.
Viene schierato in difesa, lui che vive già per segnare gol e mandare in rete i compagni.
“Témo” dopo pochi giorni se ne torna a casa.
“Vorrà dire che mi cercherò un’altra squadra. Di sicuro in difesa io non ci gioco”. Queste la parole del “Temo” al momento di abbandonare il Club.
La sua ostinazione e il suo carattere non lasciano insensibili i dirigenti delle “Aguilas”.
Blanco viene convinto a rientrare nei ranghi e spostato in un ruolo a lui più congeniale (all’ala ma con ampia libertà di manovra).
A questo punto “Témo” inizia a mostrare appieno le sue grandi doti anche se quel fisico tozzo, senza collo e con il baricentro basso non entusiasma certo gli esteti del futbol.
Gli viene offerto il primo contratto (tre anni di durata) e nel 1992 fa il suo esordio in prima squadra.
Per oltre un anno però le sue apparizioni sono assai sporadiche e quasi sempre dalla panchina.
Davanti a lui nelle gerarchie di squadre ci sono due autentiche glorie nazionali come Hugo Sanchez, appena rientrato in Messico dal suo indimenticabile soggiorno madrileno, e da un altro fantastico attaccante come Luis Roberto Alves detto “Zaguinho”.
Nella stagione 1994-1995 arriva però la svolta.

Cuauhtémoc Blanco
Sulla panchina del Club América arriva l’olandese Leo Beenhakker che non solo stravolge lo stile di gioco delle “Aquile” trasformandole in un team dal gioco spiccatamente offensivo, veloce e verticale ma utilizzando in attacco il giovane Cuauhtémoc Blanco a fianco del gigante “Zaguinho” e del neo-acquisto Omam-Biyik, il camerunense affermatosi ad Italia 90.
Non si fermerà più diventando in poco tempo la star assoluta del campionato messicano e della sua Nazionale.
Dopo una esperienza infelice e sfortunata in Spagna (Real Valladolid) qualche anno dopo ne affronterà un’altra, del tutto particolare.
Si trasferisce negli Stati Uniti per giocare con i Chicago Fire.

Per la numerosissima comunità messicana della città è una festa.
Qui giocherà tre stagioni ad altissimo livello, deliziando i tifosi con le sue giocate estemporanee, con i suoi assist e i suoi gol.

Al suo ritorno in Messico nel 2010, a 37 anni suonati, non solo Blanco decide di continuare a giocare ma lo fa con una squadra della Seconda Divisione messicana, nei “Tiburones Rojos” di Veracruz.
… giocando ad un livello tale da meritarsi la convocazione per i Mondiali Sudafricani del 2010 … scrivendo un altro record: quello del primo giocatore messicano a disputare i Mondiali di calcio pur giocando in Seconda Divisione.
Appenderà definitivamente le scarpette al fatidico chiodo solo nel 2015, dopo essere addirittura tornato in Prima Divisione nelle file del Puebla.
Ma l’ultimissima partita ufficiale, e non poteva davvero essere diversamente, Cuauhtémoc Blanco la gioca nelle file del Club nel quale aveva esordito la bellezza di 24 anni prima … il CLUB de FUTBOL AMERICA.
E’ una partita di campionato e di fronte c’è il Monarcas Morelia.
Cuauhtémoc è in campo dall’inizio, con la fascia di capitano al braccio e il numero “100” sulla schiena.
Ha esattamente 42 anni e 47 giorni.

In campo però non va per una semplice passerella. Lotta, vuole il pallone tra i piedi come ha fatto per più di un quarto di secolo, imposta spesso l’azione, inventa giocate, assist … e solo la traversa gli impedisce di segnare un gol che lo consegnerebbe ulteriormente alla leggenda del calcio messicano. 
Uscirà dopo 36 minuti di gioco … e la sua ultima giocata pochi secondi prima di chiedere il cambio e non poteva essere diversamente, è stata una Cuauhtemina.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Il “salto del canguro”, una delle giocate più singolari e spettacolari di Blanco in Messico viene chiamata, in onore del suo inventore, la Cuauhtemina.
Ma cos’è esattamente ?
E’ una giocata semplicemente pazzesca, unica e geniale.
Quando Blanco si trova chiuso e pressato da due o più avversari stringe il pallone tra i piedi prima di compiere un balzo in avanti sempre trattenendo il pallone per poi lasciarlo nell’attimo in cui ricade a terra, controllandolo e ripartendo dopo aver lasciato sul posto i suoi esterrefatti avversari.

Nel suo repertorio ci sono altre giocate assolutamente originali.
I passaggi ai compagni effettuati con la spalla o addirittura con la schiena prendono il nome di “Jorobinha” mentre l’altra giocata con il suo marchio di fabbrica è lo stop effettuato con il sedere, chiamato “Nalguinha”.

La mancata convocazione per i Mondiali di Germania del 2006 fu un boccone molto difficile da digerire per Blanco.
Le ragioni di quella esclusione però vengono da molto lontano.
Per un breve e infelice periodo infatti Ricardo La Volpe, allenatore amatissimo in Messico, si sedette sulla panchina del Club America.
Il rapporto con Blanco fu assolutamente burrascoso.
L’idea di calcio “collettivo” di La Volpe si scontrava clamorosamente con il calcio creativo, estemporaneo ma comunque anarchico di Blanco.
Nel 1999, durante una partita di qualificazione per la Libertardores tra il Club America di Blanco e l’Atlas Guadalajara diretto proprio dal tecnico argentino. “Témo” segna e decide di festeggiare andandosi a coricare con un sorriso a 32 denti proprio davanti alla panchina del “rivale”.
… che evidentemente non ha mai dimenticato lo sgarbo …

Fece scalpore, per più di un motivo, il gol di Blanco al Santiago Bernabeu.
Un calcio di punizione magistrale
, che batté Casillas e permise al Real Valladolid di cogliere un insperato punto nella cattedrale delle “Merengues”.
… talmente insperato che praticamente tutti i compagni di squadra avevano giocato la schedina mettendo il segno “1” sul loro incontro con il Real Madrid.
Il gol di Blanco costò ai compagni di squadra qualcosa come 800 milioni di pesetas … non c’è da stupirsi se dopo il gol se ne vede solo uno correre per abbracciare “Témo” !

Durante la Copa Libertadores del 2000 il sorteggio mette di fronte l’América di Blanco contro i colombiani dell’America de Cali.
All’andata i messicani si impongono per 2 reti ad 1 e il gol decisivo è siglato proprio da “Témo” ad una manciata di minuti dalla fine.
Prima della gara di ritorno in Colombia a Cuauhtémoc Blanco arrivano minacce di morte ripetute da parte soprattutto da componenti della “Barra Disturbio Rojo” dei colombiani.
La cosa viene presa tremendamente sul serio dalle autorità e si arriva perfino a pensare di evitare a Blanco questa trasferta.
Ipotesi che “Témo” non prende neppure in considerazione.
Andrà in Colombia e giocherà quella importantissima partita.
Al suo arrivo a Bogotà viene accolto con un chiaro avviso da parte della tifoseria colombiana: “Cuauhtémoc cabron te vas en un cajon”.
La partita si gioca regolarmente.
L’América vincerà per 3 reti a 2 qualificandosi per il turno successivo e Cuauhtémoc Blanco segnerà tutti e tre i gol per la sua squadra … uscendo dal campo tra gli applausi del pubblico colombiano.

Manlio Scopigno e lo scudetto a Cagliari

Il Cagliari sta vincendo di misura una importantissima partita di campionato. La tensione, come si dice in questi casi, è palpabile.
In campo e sulle tribune.
E anche, ovviamente sulla panchina dei sardi, dove l’allenatore Manlio Scopigno sta seguendo l’incontro con l’immancabile sigaretta fra le labbra e la sua solita, impassibile flemma.
Ad un certo punto uno dei calciatori di riserva seduto a poca distanza da lui gli si rivolge senza minimamente tradire la sua ansia “Mister, quanto manca ?”.
Scopigno si gira lentamente verso il suo calciatore e risponde “A cosa scusa ?”.
Ecco, in questo aneddoto c’è tutto Manlio Scopigno.
Ironico ed autoironico, intelligente, colto, controcorrente e carismatico.
E dimenticato da tutti.
Tranne forse che nella sua Rieti (gli hanno intitolato lo stadio anche se solo nel 2005) e nella Sardegna dove si consacrò.
Questo è l’assurdo e inspiegabile destino di uno degli allenatori più innovativi di tutta la storia del calcio italiano. Scopigno è stato capace di portare sul tetto dell’Italia calcistica una squadra del Mezzogiorno, il Cagliari.
Per la prima volta nella storia del calcio italiano. 
Squadra costruita con sagacia e con pazienza.
Con tanta qualità certo, ma plasmata meravigliosamente da un uomo che sapeva capire gli uomini ed ottenerne il massimo.
Gigi Riva, l’immenso Gigi Riva, icona assoluta di quella squadra, disse più di una volta che per lui, per Manlio Scopigno, lui e gli altri componenti della rosa sarebbero andati in guerra se questo friulano minuto e con lo sguardo furbo come quello di una volpe glielo avesse chiesto.
“Gli volevamo bene. Perché oltre che un grande allenatore era una persona buona e onesta”.
Tutto vero.
Onesto e diretto. Sincero e coerente. In un mondo, quello del calcio, dove queste doti non sono mai state apprezzate anzi, dove spesso sono considerate un limite.
Doti non certo ideali per farsi degli amici non solo nel “palazzo del calcio” ma anche fra i vari dirigenti di Club, pronti praticamente a tutto pur di ottenere il loro posticino al sole e un minimo di ribalta.
Ma l’impresa di Cagliari resta e resterà per sempre nella memoria del popolo sardo anche se nel resto d’Italia e dai grandi club tradizionali fu vissuta come un semplice incidente di percorso.

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Manlio Scopigno arriva al Cagliari nel 1966.
Fu un po’ una sorpresa visto che a Bologna, nella stagione precedente fu esonerato
 dopo solo cinque giornate di campionato nonostante due vittorie, un pareggio e due sconfitte.
Ma immediatamente riesce a forgiare una squadra assolutamente competitiva.
Ci sono già giocatori che si riveleranno fondamentali nel successo in campionato di pochi anni dopo.
I difensori Pierluigi Cera, Mario Martiradonna, Comunardo Niccolai, il centrocampista brasiliano Nené e il regista Ricciotti Greatti … oltre naturalmente al giovanissimo Gigi Riva che in quella stagione segnerà ben 18 reti, vincendo la classifica cannonieri e attirando su di sé le attenzioni di tutte le grandi potenze del campionato, a cominciare dalla Juventus che per anni cercherà, invano, di strappare “Rombo di tuono” dal suo Cagliari.
Al termine di quella stagione arriva un sesto posto sorprendente e la consapevolezza che questa squadra, nella quale è arrivato anche un giovane e promettente centravanti che si chiama Roberto Boninsegna, ha tutto per rimanere ai vertici della massima serie.

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In estate il Cagliari viene invitato ad un torneo che si gioca negli Stati Uniti, dalle caratteristiche molto particolari.
Con il nome di Chicago Mustangs gioca in pratica il Cagliari, con tanti giovani e qualche rinforzo esterno come Hitchens dall’Atalanta. Cagliari (o meglio “Chicago Mustangs”) che si comporta onorevolmente chiudendo al terzo posto il torneo e vincendo, proprio con Roberto Boninsegna, la classifica dei marcatori.
A fine torneo la comitiva cagliaritana viene invitata ad un ricevimento presso l’Ambasciata italiana a Washington.
Sono quelle occasioni formali che Manlio Scopigno detesta più di ogni altra cosa.
Probabilmente beve un bicchiere di troppo (lui che non ha mai negato la passione per Whisky e Champagne) per vincere la noia di quella giornata e ad un certo punto le esigenze corporali lo costringono ad una “fermata improvvisa” nel bel mezzo del cortile dell’Ambasciata.
Qualcuno nota Scopigno intento ad urinare, qualcun altro pare che scatti una foto e un gesto sostanzialmente innocuo viene montato in maniera indegna e vergognosa.
Bigotti e ipocriti si scatenano. In breve una cosa assolutamente innocente (anche se magari poco elegante) si trasforma in uno scandalo.
Qualche dirigente invidioso all’interno del Club non vede l’ora di poter attaccare il Mister del Cagliari reo di non avere mai troppo tempo per la categoria.
Si arriva addirittura al licenziamento di Scopigno, tra lo sbigottimento generale dei tifosi e soprattutto dei membri della rosa che avevano già imparato ad amare e ad apprezzare questo allenatore che del dialogo, del rispetto e dell’importanza dei rapporti umani aveva fatto le sue caratteristiche principali.
Le doti di Scopigno non sono passate però inosservate.
E se è vero che rimarrà ufficialmente disoccupato per tutta la stagione successiva in realtà l’Inter di Angelo Moratti ha già messo gli occhi su di lui.
Viene pagato (profumatamente !) dal massimo dirigente nerazzurro per restare fermo un anno
, non accettando proposte di altri Club in attesa di sedersi sulla panchina del “biscione” la stagione successiva, al posto del mago Helenio Herrera ormai giunto al capolinea della sua vincente esperienza interista.
Alla fine di quel campionato però il grande Angelo Moratti decide di lasciare la squadra nelle mani del nuovo Presidente Ivanoe Fraizzoli.
Scopigno non è più l’uomo designato del nuovo corso nerazzurro.
Gli verrà preferito l’esperto Alfredo Foni.
A Cagliari però hanno capito l’errore compiuto un anno prima e a furor di popolo Manlio Scopigno torna a sedersi sulla panchina dei sardi.
L’impatto è immediato e devastante.
Il Cagliari torna ad essere una squadra assolutamente competitiva e la maturazione dei suoi giovani talenti, Gigi Riva in primis, la trasformano in una outsider di tutto rispetto nella corsa allo scudetto.
E se al termine della stagione 1968-1969 questo risultato verrà solo sfiorato (2° posto finale dietro alla Fiorentina del “petisso” Bruno Pesaola) nella stagione successiva arriverà quel titolo di campione d’Italia che sarà l’orgoglio intero di una regione, fino a quel momento considerata ingiustamente come una terra di “pastori e banditi”.
Scopigno resterà al Cagliari ancora due stagioni. La prima chiusa con un dignitoso 7mo posto (e senza Gigi Riva per più di metà stagione) quella successiva con un eccellente 4° posto finale e un posto nella Coppa Uefa della stagione successiva.
Al termine di quella stagione Manlio Scopigno chiuderà però la sua avventura sull’isola, fermandosi per una stagione intera per coltivare le sue passioni, la lettura e le partite a carte con gli amici … con una bottiglia di champagne sempre pronta e fresca sul tavolo.
Lo chiama la Roma all’inizio della stagione 1973-1974.
Ma Roma non è una piazza adatta al suo stile pacato, riflessivo 
e che ama sfuggire ai riflettori.
Un inizio di campionato disastroso (4 sconfitte e una sola vittoria nelle prime 6 partite) convincono il Presidente Anzalone a prescindere dal “filosofo” nato in Friuli quasi 50 anni prima.
Chiuderà la sua esperienza in panchina con l’avventura, tutto fuorché positiva, al Lanerossi Vicenza dove prima retrocederà al termine della stagione (arrivando però a cinque giornate dalla fine con la squadra già con un piede e mezzo in Serie B) e poi, complice uno stato di salute precario, lascerà definitivamente la panchina dei biancorossi nel febbraio del 1976.
Incredibilmente, a soli 51 anni, a Manlio Scopigno non verrà più offerta una panchina degna della sua bravura e, con un po’ di acredine, uscirà definitivamente dal mondo del calcio spegnendosi nella sua Rieti nel settembre del 1993, a 67 anni.


ANEDDOTI E CURIOSITA’

E’ con ogni probabilità l’aneddoto più conosciuto riguardante Manlio Scopigno ma vale comunque la pena di ricordarlo.
Il Cagliari è in albergo nel classico ritiro come ogni sabato sera in vista della partita di campionato del giorno seguente. E’ notte inoltrata. I calciatori della compagine sarda sono nelle loro camere a riposare. Non tutti però. A qualche dirigente della squadra sarda è giunta all’orecchio la voce che alcuni membri della rosa hanno abitudini non proprio consone ad un atleta professionista.
L’allenatore Scopigno viene informato della cosa.
E’ già abbondantemente passata la mezzanotte quando il Mister del Cagliari si dirige verso la stanza che gli è stata indicata come quella dei “viziosi”.
E’ la camera dove dormono (o dovrebbero dormire …) Gigi Riva e Roberto Bonisegna.
Scopigno apre la porta. La stanza è avvolta da un’unica grande nuvola di fumo. Ci sono anche un paio di bottiglie non esattamente di acqua minerale. 
Sono in quattro, tutti con le carte in mano e la sigaretta in bocca. Riva, Albertosi, Boninsegna e Cera.
Nel silenzio più assoluto Scopigno entra, prende una sedia e si siede a fianco dei suoi calciatori.
Poi porta una mano verso il taschino della giacca.
Estrae una sigaretta e poi con tutta la calma del mondo chiede “Dà fastidio se fumo ?”.
Scoppia una risata generale, grassa e liberatoria !
Niente ramanzine, niente multe o punizioni.
Il giorno dopo il Cagliari vincerà quella partita per 3 reti a 0.

L’esperienza traumatica di Bologna (licenziato dopo 5 partite di cui 2 vinte e una pareggiata) lascerà il segno per diverso tempo nell’animo del Mister di origine friulana.
Licenziamento che tra l’altro gli arriva tramite un biglietto consegnatogli a mano da uno dei galoppini del presidente felsineo Luigi Goldoni.
Scopigno legge il biglietto senza battere ciglio.
Il fattorino del Presidente chiede a questo punto se deve riferire qualcosa.
“Si” gli risponde Scopigno “Gli dica che nel biglietto ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato” fu la meravigliosa risposta.

Qualche anno dopo un cronista ebbe l’ardore di chiedere a Scopigno se nel caso di una chiamata, sarebbe tornato a Bologna. “Certo !” rispose lui “con un aereo da bombardamento”.

Il giorno del trionfo nel campionato del 1970 tutto il Cagliari è invitato alla Domenica sportiva.
Il conduttore, il compianto Enzo Tortora, si rivolge così al Mister dei sardi. “Di lei signor Scopigno hanno detto che è il filosofo, l’enigmatico, il sornione, l’ironico e lo scettico … Insomma Scopigno, lei chi è ?”
“Uno che in questo momento ha tanto sonno” è la sua fantastica risposta.

Un altro dei giocatori con cui Scopigno aveva un rapporto profondo e di stima reciproca era lo stopper Comunardo Niccolai, famoso all’epoca più per i suoi decisivi autogol che per la sua grande bravura di difensore.
Nella partita probabilmente decisiva per lo scudetto, quella giocata a Torino contro la Juventus nel marzo del 1970, Niccolai con una deviazione di testa mette il pallone alle spalle di Albertosi permettendo così alla Juventus di portarsi in vantaggio.
Scopigno, che assiste dal match in tribuna a causa di una lunga squalifica commenta “Beh, almeno è un bell’autogol”.

Sempre con la sua ironia e come ulteriore testimonianza di affetto verso il suo difensore, durante i Mondiali del Messico ai quali partecipa anche Niccolai convocato da Valcareggi come riserva di Roberto Rosato, Scopigno dichiarerà che “tutto mi sarei aspettato dalla vita ma non di vedere Niccolai via satellite, a colori e in Mondovisione !”

Uno dei suoi bersagli preferiti era l’ala destra Corrado Nastasio, acquistato inizialmente con il compito di rifornire di cross dalla fascia Riva e Boninsegna. 
Purtroppo per il giocatore livornese nella stessa estate Boninsegna finì all’Inter e nella contropartita arrivò Domenghini, che fece sua la fascia destra, nel Cagliari e nella Nazionale.
Nastasio era un ala veloce, ma con “piedi” e visione di gioco piuttosto limitati.
Con la sua irruenza finiva spesso per trascinarsi il pallone oltre la linea di fondo.
A quel punto Scopigno mise un cartello pochi centimetri fuori dal rettangolo di gioco appositamente per Nastasio.
Sul cartello c’era scritto “QUI FINISCE IL CAMPO”.

Infine la filosofia in pillole di Scopigno che riassume perfettamente la sua visione del mondo del pallone.
“Il più pulito nel calcio è il pallone. … quando non piove”. 

Casagrande: l’Ascoli nel cuore

Non c’è una sola persona ad Ascoli che non conosca il suo nome.
Mio figlio ha 16 anni, va in Curva Sud da 3 e ama l’Ascoli da sempre.
Lui è uno di quelli che si mette dietro la nostra bandiera più grande.
In quella bandiera c’è l’immagine di un calciatore con la nostra maglia.
Ha lunghi capelli riccioli che gli arrivano fino alle spalle e la barba incolta.
Sembra più il chitarrista di un gruppo heavy-metal che un calciatore.
Invece era proprio un calciatore … e che calciatore !

Il suo nome è WALTER JUNIOR CASAGRANDE.
Mio figlio sa tutto di lui, molto più di quello che so io che invece ho avuto la fortuna di vederlo giocare.
Arrivò da noi nell’estate del 1987.
Veniva dal Porto, fresco campione d’Europa.
Anche se lui in quella finale fu un semplice spettatore non pagante, seduto per tutto il match sulla panchina dei portoghesi.
L’anno prima aveva giocato i Mondiali del Messico con il Brasile e l’idea che un nazionale brasiliano venisse da noi ad Ascoli non fu facile da credere.
Sapevamo anche che aveva avuto qualche guaio con la giustizia per qualche vizietto non proprio legale …
Ma il nostro grande presidente, Costantino Rozzi, sborsò più di un miliardo delle vecchie lire per lui.
Una cifra importante per lui e per l’Ascoli.
“Tutti da ragazzi abbiamo fatto qualche sciocchezza” minimizzò il nostro presidente all’epoca.
E se Rozzi, notoriamente … molto attento (eufemismo) con il suo denaro aveva sborsato una cifra del genere si poteva stare tutto sommato abbastanza tranquilli.
Lo vidi per la prima volta in Corso Vittorio Emanuele, posto abituale di ritrovo per noi tifosi.

Casagrande
Era appena arrivato ad Ascoli.
Capelli lunghi, barba, occhiali scuri, jeans sdruciti e tracolla di cuoio.
… sembrava scappato da una comune hippie.
Qualche tifoso commentò “quiste me pare nu barbone !”.
Casagrande sentì il commento … e sorrise.
Probabilmente lo aveva preso per un complimento …
In campo era davvero tanta roba !
Fortissimo nel gioco aereo, aveva una eccellente tecnica di base e pur non essendo certo un fulmine di guerra con il suo metro e novanta abbondante si muoveva su tutto il fronte d’attacco, facendo da punto di riferimento per i compagni, appoggiando palloni su palloni e lasciando il giovane Scarafoni negli ultimi 16 metri con il compito di metterla dentro.
Fu una stagione tribolata e bellissima.
Ci salvammo proprio sul filo di lana, con un solo punto di vantaggio sull’Avellino, sconfitto al nostro “Del Duca” alla terz’ultima giornata di campionato.
Fu un pochino meno sofferta la stagione successiva dove il nostro “Casao Meravigliao” (così lo chiamavamo tutti quanti ai tempi) giocò pochissimo a causa dei tanti infortuni ma trovammo un Bruno Giordano che ci regalò grandi prestazioni e i gol sufficienti per mantenerci nella massima serie.
Alla fine della stagione 1989-1990 però arrivò la retrocessione nella serie cadetta.
Fu una stagione bastarda dove tutto quello che poteva andare storto ci andò.
Arrivammo ultimi.
In quella estate la preoccupazione di tutta la tifoseria dell’Ascoli era quasi palpabile.
Temevamo che la squadra potesse sfaldarsi.
Ormai ci eravamo abituati alla serie A e tornare tra i cadetti avrebbe potuto togliere entusiasmo a tutti quanti, tifosi e dirigenza.
Non al nostro grande Presidente Rozzi però.
Lui di lottare non ha mai smesso un secondo, pur sapendo che occorreva ridimensionarsi un po’ e che gli stipendi, soprattutto ai giocatori più importanti, non potevano essere gli stessi.
A questo punto però entro prepotentemente in scena lui, il nostro riccioluto centravanti.
Eravamo tutti convinti che sarebbe stato il primo ad andarsene, sia per l’alto ingaggio sia perché, nonostante gli ultimi due anni costellati da tanti infortuni, era uno dei pochi ad avere richieste concrete e importanti.
Invece accadde l’incredibile.

Casagrande
“Presidente, io da qua non mi muovo” disse il nostro “Casao” a Rozzi.
“Voglio restare qui e dare il mio contributo per riportare l’Ascoli in Serie A”.
Sembrava inizialmente solo il classico gesto di riconoscenza verso una dirigenza ed una città che lo aveva accolto e amato fin dal primo momento.
Niente di più sbagliato.
Walter Junior Casagrande faceva sul serio, tremendamente sul serio.
Insieme a Rozzi si inventarono una formula di contratto quasi a “cottimo”, in base al rendimento.
Pur avendo avuto tanti problemi fisici e pur non essendo esattamente un “goleador” Casagrande propose a Rozzi questo patto: giocare più di 30 partite e fare più di 20 gol.
Sembrava una follia.
Walter Casagrande giocò 33 partite, segnò 22 reti e l’Ascoli tornò in Serie A.
… entrando nel cuore di tutti noi per non uscirci mai più.



ANEDDOTI E CURIOSITA’

In quella stessa estate il Torino farà un’offerta sensazionale per “Casao”: 5 miliardi di lire per portarlo al Comunale.
Casagrande gioca due eccellenti stagioni a Torino. 

Nella prima arriverà un terzo posto in campionato e soprattutto una fantastica cavalcata in Coppa Uefa che porterà i granata fino alla finale, persa solo per la regola dei gol segnati in trasferta contro l’Ajax.
Dopo il 2 a 2 di Torino infatti (con doppietta di Casagrande) arriva il pareggio a reti inviolate di Amsterdam che consentirà ai lancieri di alzare il trofeo.

Nella sua parentesi granata oltre alla finale suddetta e al trionfo in Coppa Italia della stagione successiva ci sarà una partita in particolare che farà entrare Casagrande anche nel cuore dei tifosi granata.
E’ il 5 aprile del 1992 e una sua doppietta permetterà al “Toro” di aggiudicarsi il derby della Mole ai danni dei cugini bianconeri.
Con una soddisfazione doppia: quella di cancellare completamente i sogni di scudetto della Juventus in quella stagione.

Casagrande

Il nome di Walter Junior Casagrande è legato indissolubilmente ad una delle pagine più straordinarie della storia del Corinthians, club nel quale “Casao” ha iniziato la carriera ed è tornato a più riprese.
Nel 1982, durante il periodo della feroce dittatura di  João Baptista de Oliveira Figueiredo il Corinthians intraprende una strada coraggiosa e rivoluzionaria. E’ la famosa “Democracia Corinthiana” che con una totale autogestione di tutte le attività della squadra (allenamenti, ritiri, premi partita, tattiche di gioco ecc.) dà una spallata importante ad una dittatura che mostra sempre più crepe.
Socrates, Vladimir e il giovanissimo Casagrande sono i leader di questa autentica rivoluzione.
A cominciare proprio dalla parola “Democracia”, vietata dal regime e addirittura impressa sulle maglie dei calciatori del Corinthians.
Casagrande, il dottor Socrates e compagni trionferanno in due campionati “Paulista” consecutivi prima che, con la partenza dei due nel 1984 il Corinthians non ritorni ad essere una squadra “normale” … finalmente però in un Paese democratico.

Proverbiale un suo diverbio con il portiere Leao, titolare in Nazionale e non esattamente “simpatizzante” del movimento “democratico”. Al termine di una partita Leao se la prende arrabbiatissimo con alcuni suoi compagni della difesa rei di aver lasciato troppo spazio agli attaccanti avversari.
“Qui non esistono “colpevoli”. Qui siamo tutti responsabili e tutti in egual misura. Tu compreso” fu la secca risposta del diciannovenne Casagrande al navigato portiere.

Dopo una stagione al San Paolo “Casao” fa ritorno a casa.
E’ il 1985. Inizia a segnare con continuità e il livello delle sue prestazioni è tale che Telé Santana, il CT del Brasile, lo inserisce stabilmente nel suo “11” titolare.
Casagrande ricambierà appieno la fiducia segnando  gran parte dei gol che permetteranno al Brasile di qualificarsi per il Mondiale Messicano dell’estate successiva.
In quel Mondiale però Casagrande non terrà fede alle attese e dopo le prime due partite giocate da titolare contro Spagna e Algeria verrà relegato in panchina in quelle successive.

Al termine della carriera calcistica però la vita di Casagrande prende completamente un’altra piega, la peggiore.
E’ lo stesso Casagrande a raccontarsi in diverse interviste.

“Quando smisi di giocare mi sembrò che la mia vita intera smettesse di avere un senso. Non avevo più alcun stimolo per alzarmi dal letto alla mattina. Mi sentivo vuoto e inutile. Per colmare questo vuoto ho scelto la maniera peggiore possibile: la droga.
Non ero mai stato un santo in gioventù ma adesso non era più qualcosa per sballare un po’ o “aprire nuovi spazi della mente” come mi raccontavano i miei idoli da ragazzo Jim Morrison e Jimi Hendrix.
Stavolta era molto peggio. Era l’unica cosa che mi interessava veramente fare. Mi facevo di tutto, cocaina ed eroina comprese. Passavo giornate intere in casa da solo a fumare, sniffare, bere e bucarmi. Ero avido di droga, come prima lo ero di calcio.
Toccai il fondo nell’ottobre del 2007.

Non riuscivo più a chiudere occhio.
Vedevo mostri, bestie, demoni dappertutto. Erano veri e propri incubi ad occhi aperti.
Presi la mia auto e scappai, senza una meta precisa.
Mi addormentai al volante. Quando mi risvegliai ero in ospedale. Mi ero ribaltato con la macchina e finendo per investirne altre cinque.
Ero vivo per miracolo.
La mia famiglia mi obbligò ad andare in un centro per disintossicarmi.
Mio figlio più grande, Victor Hugo, fu determinante. Non aveva ancora 20 anni ma si comportò da uomo.
“Papà, non voglio che tu muoia. E se per evitarlo ti devo trascinare a calci dove possano prendersi cura di te sappi che lo farò”.

Casagrande

Nell’autunno dell’anno successivo Walter Casagrande esce da quel centro. Da allora quel vuoto lo ha colmato con il calore della sua famiglia con tante nuove passioni.
La lettura e la scrittura, la palestra e le tante visite nelle scuole, in carceri minorili e in centri di riabilitazione a raccontare la sua esperienza di vita.
A 56 anni di cose da fare ce ne sono ancora tante.

Walter Casagrande è tornato ad Ascoli nel maggio del 2016.
L’affetto dei tifosi bianconeri non è mutato.

Anzi. Evidentemente il racconto dei padri ai figli, come avveniva nella più pura tradizione contadina, ha se possibile ulteriormente ingigantito il mito, trasformandolo nella icona assoluta della curva sud ascolana, popolata per lo più da ragazzi che, quando Casagrande giocava, non erano ancora nati.