THE ENGLISH GAME: il calcio ai tempi della quarantena

La straordinaria drammaticità del periodo che stiamo vivendo e che ci tiene tutti, o comunque con poche eccezioni, rinchiusi in casa ci ha portati ad un problema a cui la società moderna in questi anni non ci aveva abituato: avere così tanto tempo libero da non saper come riempirlo per sfuggire alla noia. Questa è musica per le orecchie delle piattaforme di streaming come Netflix, il cui co-founder e CEO Reed Hastings nel 2017 a precisa domanda su quali fossero i competitor della piattaforma, se la televisione, il cinema o Amazon rispose: “Assolutamente niente di tutto questo! L’intrattenimento domestico non è un gioco a somma zero, oggi il nostro più grande avversario è il poco tempo libero che questa società concede alle persone e il sonno, perché dobbiamo convincerle a passare il loro tempo sulla nostra piattaforma rinunciando a delle preziose ore di riposo”.

Bene, come dicevo, la straordinarietà di questo periodo storico implica l’annullamento del problema del tempo libero e spinge spesso la gente a lanciarsi a capofitto sulle serie tv, un tipo di intrattenimento continuo ed affascinante che, visto il suo perdurare su svariate ore, a differenza dei singoli film, risulta perfetto per la vita da quarantena, sottoforma di binge-watching.

Questa disponibilità si fonde con una grande mancanza che il Coronavirus ci sta facendo sentire: il calcio. Noi appassionati ci sentiamo persi senza vedere, dal vivo o in tv, il nostro amato pallone rotolare su un prato ogni weekend o senza la possibilità di nutrirci di notizie di campo durante la settimana. Netflix sembra dunque aver intercettato alla perfezione questo bisogno manifestatosi in una larga fetta del suo pubblico e il 20 marzo ha lanciato sulla piattaforma la serie The English Game.

Diretta da Julian Fellowes, per i più esperti in materia il creatore della premiatissima Downton Abbey, The English Game si presenta come un serie di tipo storico-narrativo che va a raccontare in modo cinematografico gli albori del nostro amato sport.

Ambientata sul finire dell’800, in Inghilterra, le regole del calcio sono state scritte verso la metà del secolo dai rappresentanti di diversi prestigiosi college britannici ed esso viene ritenuto un gioco altolocato e praticato per la maggior parte esclusivamente dai giovani nobili, che si ritengono i padri naturali di quello sport e ne custodiscono gelosamente la proprietà e le regole. Hanno infatti già formato la FA (l’attuale Football Association) che ogni anno organizza il torneo nazionale che mette in palio l’ambitissima FA Cup.

La competizione è molto famosa e, nonostante nel tempo vi inizino a partecipare anche squadre provenienti dalla più umile working class inglese, viene sempre vinto dalle squadre universitarie dei nobili, che hanno a disposizione strutture e tempo libero per allenarsi (gli operai per tirare a campare passavano tutta la giornata in fabbrica), ma soprattutto non hanno problemi di “fame”.

La storia inizia a cambiare però nel 1879, quando alla stazione ferroviaria della piccola Darwen scendono da un treno arrivato dalla Scozia Jimmy Love e soprattutto Fergus Suter, il nostro protagonista.

Questi sono stati chiamati da James Walsh, il padrone della fabbrica di cotone della città che con passione supporta economicamente l’unica squadra di Darwen, composta essa stessa dagli operai della sua fabbrica. Il sogno di Walsh, nato povero e che si è creato le sue fortune attraverso il duro lavoro, è quello di vincere la FA Cup e di rendere il calcio uno sport “per tutti”, non un giocattolo per far divertire i ricchi dal sangue blu.

Per fare questo ha quindi convinto i talenti scozzesi Suter e Love, anch’essi membri della working class del tempo, a trasferirsi a Darwen, lavorare nel suo cotonificio e giocare per la sua squadra sotto compenso economico.

 

C’è solo un problema in questo avvenimento, al tempo essere pagati per giocare a calcio era vietatissimo.  Il consiglio della FA infatti, formato totalmente da giocatori nobili delle squadre partecipanti, è molto fiero del dilettantismo dello sport che hanno creato anni prima, perché spinge i partecipanti a giocare esclusivamente per passione e per amore del gioco, senza che si metta di traverso come motivazione il vile denaro. I nobili, dalla loro condizione, non vedono però la differenza che porta questo snodo, perché loro non avendo difficoltà economiche riescono a giocare ed allenarsi senza problemi e preoccupazioni, mentre le classi sociali meno abbienti, che si scontrano quotidianamente contro le difficoltà della vita del tempo, spesso non possono permettersi di “perdere tempo” in un gioco se questo non può portare il pane alle loro famiglie.

Fergus Suter diventa presto il leader tecnico e carismatico della squadra di Darwen, instaurando subito un’accesa rivalità con l’Old Etonian, squadra della vicina università i cui membri son gran parte del consiglio della Football Association, e in particolar modo con il loro capitano Arthur Kinnaird. Lo scontro inizialmente è totale, stili di vita e di pensiero completamente differenti cozzano uno contro l’altro e rappresentano al meglio le lotte di classe della Gran Bretagna di fine ‘800, che fanno da cornice al racconto.

Da qui in avanti entrerà in scena tutto il resto: The English Game è una serie, storicamente accurata, di come il pallone diventò uno strumento fondamentale per iniziare ad accorciare le distanze sociali tra le lontanissime classi inglesi del tempo. Il calcio riuscì infatti a far dialogare i nobili di sangue blu con gli operai della working class, contribuendo a creare i presupposti per la società moderna che oggi conosciamo.

Rimanendo più sul tema strettamente calcistico in questa serie si può scoprire di più sul tema del professionismo in questo sport, siccome Suter e Love possono essere considerati i primi calciatori professionisti della storia, su quello delle bandiere che per la prima volta iniziano a cambiare fazione, della nascita di veri e propri tifosi delle squadre dei territori a cui appartengono geograficamente, e delle prime visioni del calcio non più come un semplice gioco ma come un vero e proprio business da sviluppare, anche a livello internazionale.

The English Game più che una serie vera e propria viene considerata una miniserie, perché è composta da sei episodi della durata tra i 43 e i 55 minuti che raccontano una storia che in essi inizia e si conclude. Netflix però sulla piattaforma l’ha presentata come “Stagione 1”, aprendo alla possibilità che potrebbe continuare. Ora come ora il gigante dello streaming non si è ancora sbilanciato in merito al futuro di The English Game, probabilmente vorrà prendere una decisione avendo prima sottomano i dati totali di quanti abbonati hanno deciso di guardarla, se i numeri saranno soddisfacenti probabilmente The English Game 2 ci sarà.

Inoltre, se in periodo di quarantena un obiettivo è quello di migliorare in qualche modo la lingua inglese, la serie è piuttosto semplice da seguire anche in lingua originale, con un lessico chiaro, pulito e tipicamente britannico.

Tirando le conclusioni, se da casa in questi giorni si vuole continuare a masticare calcio e vedere rotolare un pallone The English Game risulta un ottimo compromesso e probabilmente terminati i sei episodi si avrà già nostalgia del carisma e delle giocate di Fergus Suter. Buon calcio a tutti!

SHEFFIELD UNITED

Una squadra di tifosi e vecchi amici sta scrivendo la storia della Premier League.

E’ il 12 maggio del 2016 quando la dirigenza dello Sheffield United annuncia il nuovo manager delle Blades. Dopo cinque stagioni in Division One, il terzo livello del campionato inglese, e dopo i recenti fallimenti di Nigel Clough e Nigel Adkins, la scelta della società cade su Chris Wilder. Non è una scelta che entusiasma troppo il popolo di Bramall Lane, ma Chris Wilder può puntare su due aspetti che non sono passati inosservati a dirigenza e tifosi della metà biancorossa di Sheffield.

Il primo è la sorprendente promozione ottenuta poche settimana prima con il Northampton passato dalla Division Two alla Division One con un percorso straordinario. 99 punti ottenuti, 13 di vantaggio sulla seconda in classifica, con un club praticamente in bancarotta (per diversi mesi lo staff non ha visto una sola sterlina di stipendio) e una rosa costruita prevalentemente con calciatori svincolati, prestiti o provenienti da campionati semi-professionistici.

Ma è soprattutto “l’altra carta” che Wilder può giocarsi con i supporters delle Blades. Per lo Sheffield United, di cui è accanito tifoso, Wilder ha giocato per 7 stagioni. Perfino durante il suo periodo a Northampton, quando non era impegnato in panchina con i Cobblers, non era raro trovarlo sugli spalti del Bramall Lane come un semplice supporter. Quando Wilder arriva al Club si trova però immediatamente catapultato nella peggiore situazione possibile per un manager: l’obbligo di vincere, riportando lo Sheffield nella categoria cadetta della Championship e farlo senza avere praticamente un soldo da spendere.

Chris Wilder non si perde d’animo. D’altronde ha vissuto situazioni pressoché identiche in tutta la sua carriera da manager, trascorsa tra i semiprofessionisti della Conference e il livello più basso della Lega inglese, la Division Two. Inizia un lavoro certosino di ricerca, di contatti, di partite viste e di calciatori sotto osservazione.

La sua prima mossa appena arrivato al Club è strategica e sarà un’autentica folgorazione: promuovere il bomber Billy Sharp a capitano del club. Sharp a Sheffield ci è nato, ci ha esordito tra i professionisti, ci è tornato una prima volta nel 2007 e dalla stagione precedente è tornato “a casa”.

E, come Wilder, è un tifoso sfegatato delle Blades. Sarà una delle mosse più azzeccate di tutta la sua gestione al club. Wilder è carismatico, ci mette passione ed entusiasmo. Qualche vecchio dirigente lo paragona all’immenso Bill Shankly, l’uomo che trasformò a fine anni ’50 il Liverpool F.C.

“Da quando c’è lui si respira un’atmosfera diversa. L’entusiasmo e la passione che sa trasmettere sono contagiose. Si capisce già adesso che le cose stanno cambiando”.

Quando inizia il campionato c’è trepidazione e attesa, dopo tanti anni grigi e di speranze frustrate. Il campo però dà un verdetto opposto. Nelle prime quattro partite di campionato arrivano tre sconfitte ed un pareggio. La delusione è tanta e qualcuno (tutto il mondo è paese) già si lascia andare a nefasti proclami.

“Come possiamo sperare di tornare in Championship senza il becco di un quattrino e con un manager che al massimo ha allenato in Division Two?”.

Altri vanno addirittura oltre e parlano della partita successiva, quella in casa con l’Oxford United, come “ultima spiaggia” per Wilder. A venticinque minuti dalla fine lo Sheffield United sta perdendo per una rete a zero. Ci sono mugugni e dalle tribune del Bramall Lane si è già alzato qualche fischio. Poi, nel giro di otto minuti, ci penseranno “Capitan Sharp” e James Wilson a ribaltare il risultato.

Da quel giorno Wilder e i suoi ragazzi non si fermeranno più, iniziando una cavalcata trionfale che li vedrà dominare il campionato chiuso al primo posto con 100 punti all’attivo, 92 reti segnate e le ultime 17 partite della stagione chiuse con 13 vittorie e 4 pareggi.

Billy Sharp sarà determinante. Il suo bottino sarà di 30 reti. La metà biancorossa di Sheffield si è risvegliata finalmente dal suo torpore. Nella stagione successiva si penserà a gettare le basi per “alzare il tiro” ed iniziare a costruire un progetto che nel giro di tre-quattro stagioni permetta allo Sheffield United di fare ritorno in quella Premier che manca dal 2007.

Intanto si potrà tornare a sfidare i rivali cittadini del Wednesday e questo, per un tifoso delle Blades, significa già tantissimo. Lo Sheffield United si rivela un osso duro per tutti quanti e per quasi tutta la stagione le Blades “flirteranno” con la possibile qualificazione ai play-off, sfumati per colpa di qualche sconfitta di troppo nel finale di stagione. Il decimo posto finale è assolutamente lusinghiero. Wilder ha assemblato una squadra coesa, organizzata, combattiva e con una mentalità offensiva da risultare a volte quasi spregiudicata. Il tutto spendendo nel complesso meno di un milione di sterline.

Ma è nella stagione successiva, la 2018-2019, che Chris Wilder e lo Sheffield United compiono un autentico capolavoro. Bastano poche settimane di campionato per capire che per i due posti che assicurano la promozione diretta alla Premier ci sono tre squadre praticamente sullo stesso livello: Il Norwich City di Daniel Farke, il Leeds di Marcelo Bielsa  e lo Sheffield United di Chris Wilder. Per buona parte della stagione sembra che le prime due abbiano qualcosa in più dello Sheffield, ma il finale di stagione racconta un’altra storia.

Mentre il Norwich si mostra regolare e affidabile per tutta l’annata, il Leeds United pare arrivare senza benzina alla volata finale. Al contrario le Blades con una seconda parte di stagione strepitosa (una sola sconfitta nelle ultime 18 gare) riescono a superare sul filo di lana i “bianchi” di Elland Road conquistando una promozione in Premier che, sono le parole del Presidente Mc Cabe, arriva almeno con una stagione di anticipo rispetto alle più rosee previsioni.

SHEFFIELD UNITED

A questo punto, dopo anni di carestia e di casse con poca liquidità, è doveroso attendersi invece cospicui investimenti. La squadra è ancora in gran parte composta da giocatori che erano presenti tre stagioni prima in Division One: troppo poco per contraddire le cassandre che prevedono un veloce ritorno dello Sheffield United in Championship, ma ci pensa Chris Wilder a zittire tutti quanti.

“Noi non possiamo pensare di combattere contro il Liverpool, le due di Manchester o i tre squadroni di Londra. Noi dobbiamo ispirarci al Bournemouth di Eddie Howe, che ha nelle sue fila calciatori come Harry Arter che giocava con loro in Conference. Questo è il nostro modello da seguire. E se ce l’hanno fatta loro non vedo perché non possiamo riuscirci anche noi”.

Aggiungendo una frase meravigliosa, che implica un termine assai poco comune nel mondo del calcio e dello sport in generale: la riconoscenza. «Il cuore del team sarà ancora formato da quei ragazzi che ci hanno consentito di uscire dal “pantano” della Division One e che ora meritano di dimostrare che possono vincere partite di calcio anche nella fottuta Premier». Mai parole furono più azzeccate.

Lo Sheffield United ora sta volando in campionato: è in lotta per una qualificazione alla prossima Europa League e non solo (al momento il quarto posto non è una chimera, tutt’altro) ma non è nei risultati o nelle statistiche che si può spiegare questa sorta di miracolo sportivo.

LA TATTICA

Chris Wilder è uno degli allenatori più fedeli alla vecchia scuola del calcio inglese. Grinta, cuore, passione. Tackle duri e cross dalle fasce. Il suo Sheffield sembra uscito da un vecchio video della First Division degli anni ’80. “No bullshit” è una delle sue frasi preferite. Niente inutili complicazioni.Il calcio è un gioco semplice e la semplicità non è un difetto, ma un grandissimo pregio. L’allenatore delle Blades è però al tempo stesso un abile innovatore.

In uno schema consolidato come il 3-5-2 è presente un movimento, creato da Wilder e mai visto prima su un campo di calcio, talmente rivoluzionario da meritarsi l’ammirazione e i complimenti da allenatori del calibro di Pep Guardiola, Jurgen Klopp e Marcelo Bielsa. Si tratta degli ormai celebrati “overlapping central defenders”, ovvero i due difensori centrali esterni (solitamente Jack O’Connell e Chris Basham) che vanno in sovrapposizione sulle fasce (presidiate da George Baldock e Enda Stevens) creando così quella superiorità numerica che permette allo Sheffield United di essere la seconda squadra della Premier ad effettuare più cross (dietro il Manchester City e davanti all’Everton).

SHEFFIELD UNITED

Questo movimento, che fu una sorpresa per i team di Championship la scorsa stagione, lo è ancora di più quest’anno nella Premier. L’impostazione voluta da Wilder vuole che il centrocampista difensivo (Oliver Norwood) rimanga a protezione del difensore centrale che avanza, e prevede poi che oltre alle due punte (David Mc Goldrick e Lys Mousset) ci sia sempre un altro centrocampista centrale (John Fleck o John Lundstram) presente in area al momento del cross.

Proprio la figura del centrocampista centrale è stato l’unico vero cambiamento tra lo Sheffield United della promozione e quello di quest’anno in Premier League. Mentre l’anno scorso veniva utilizzato in chiave più offensiva dietro le punte, quest’anno gioca invece dietro gli altri due centrocampisti centrali fungendo da schermo protettivo alla difesa e da primo costruttore di gioco.

IL GRUPPO

Molti dei giocatori dell’attuale rosa sono gli stessi del primo trionfale campionato di Division One vinto tre stagioni or sono. E se è vero che “vincere” è il miglior collante possibile per un gruppo è anche vero che questo nucleo di calciatori, composto quasi esclusivamente da calciatori britannici, è assolutamente coeso e unito anche “fuori” dal rettangolo di gioco. Colazioni tutti insieme al campo di allenamento e cene che coinvolgono tutti i componenti dello staff, inclusa la frequentazione collettiva dei principali pub di Sheffield, con Chris Wilder per primo a riconoscere che “un paio di pinte non hanno mai ucciso nessuno”.

Come ricordato anche recentemente in un’intervista dal centrocampista John Lundstram (uno di quelli che ha giocato in tutte le quattro divisioni professionistiche inglesi),

“noi non ci disperdiamo a fine allenamento come quasi tutti gli altri team. Siamo molto uniti e passiamo un sacco di tempo insieme. E questo credo che si veda sul campo”.

Già, il campo. «Nessuno di noi, a cominciare dal Manager, accetta che qualcuno dia meno del 100% in campo. Da noi non ci sono primedonne. E il Boss è molto attento a scegliere calciatori con le giuste caratteristiche» conclude il numero 7 delle Blades.

CHRIS WILDER

Inutile negarlo. La principale ragione del successo dello Sheffield United risiede in quest’uomo. Persona estremamente preparata, meticolosa e attenta professionalmente quanto onesta, diretta e trasparente umanamente. “Quando hai fatto bene il tuo lavoro non esita a dirtelo, complimentandosi senza ipocrisia” racconta l’esterno destro George Baldock, “ma se non è contento di quello che hai fatto non te lo manda a dire. E con lui guai a montarti la testa. Ti fa tornare immediatamente con i piedi per terra!”.

John Lundstram aggiunge che “ci sono allenatori che ti mandano improvvisamente in panchina o in tribuna senza darti una spiegazione, anzi, quasi evitandoti per l’imbarazzo. Con Wilder questo non succede. Ti spiega sempre esattamente il perché delle sue scelte e questo i calciatori lo apprezzano tantissimo”. Una delle prime cose che fece Wilder una volta insediatosi allo Sheffield United fu di togliere dai muri degli spogliatoi del Bramall Lane tutte le frasi “motivazionali” dei suoi predecessori. La spiegazione?

“Fate già il mestiere più bello del mondo. Se non sapete trovare le motivazioni senza questi fottuti slogan siete da prendere tutti a calci nel culo”.

SHEFFIELD UNITED

L’AMBIZIONE

Lo Sheffield United dopo la tremenda, immeritata e sfortunatissima retrocessione del 2007, è stato per anni lontano dal calcio che “conta”. Ora nessuno si pone più limiti, e ancora una volta questo lo si deve essenzialmente a Wilder. In tutta la sua carriera da manager non ha praticamente mai avuto denaro da spendere per acquistare giocatori, dimostrando che non è indispensabile avere un portafogli pieno per raggiungere dei risultati.

“I risultati non si comprano ma si costruiscono”, è una delle sue tante frasi. E questo Sheffield United, costruito con calciatori in gran parte acquistati a parametro zero o per cifre quasi ridicole nel mercato attuale, lo dimostra. Nella partita pareggiata a novembre fuori casa contro il Totthenam lo Sheffield si è presentato in campo con 10 calciatori su 11 che erano già al club nella stagione precedente. 1-1 il punteggio, con Wilder scontento a fine gara.

“Oggi dovevamo vincere. Abbiamo giocato meglio di loro e lo avremmo meritato”.

DAL VANGELO SECONDO CHRIS WILDER

«Pressione? La pressione di vincere o perdere una partita in Premier? Questa non è pressione. La pressione l’avevo a Northampton quando rimanemmo tre mesi senza prendere una sterlina. Un giorno andai a far spesa al supermercato e quando arrivai alla cassa la mia carta di credito venne rifiutata. Questa è pressione».

È molto facile incontrare Chris Wilder su un autobus, in giro per la città o ancora più facilmente nel suo pub preferito di Sheffield. «Sono stato l’allenatore della squadra di questo pub e in tutte le squadre dove sono stato ho lasciato dei buoni ricordi. Qui, oltre a quelli, c’è anche la birra buona». Da buon manager “old fashion”, poi, una delle cose più odiate da Wilder sono i procuratori.

“Capisco che il mondo sia cambiato, anche nel calcio. Ma i calciatori dovrebbero imparare a riprendersi in mano il proprio destino. Grazie ai procuratori guadagnano qualcosa in più ma professionalmente non sempre fanno le scelte giuste. Cervello e portafogli non vanno sempre d’accordo”.

Chris Wilder ha recentemente rinnovato il contratto con le Blades fino al 2024, rilasciando questa dichiarazione. «Ho sempre sognato di allenare qui. Adesso che ci sono riuscito secondo voi dovrei andarmene?». Ci sia concesso rispondere: certo che no. Lunga vita allo Sheffield United, a Chris Wilder e al vero calcio inglese.

Calcio femminile: Uno sport senza età!

Stavo controllando le notifiche di Facebook, quando leggo questo annuncio sulla pagina della squadra della mia amica peruviana Eliz:

“👋⚽️🎯Este Sábado de 6pm a 8pm empezamos el entrenamiento para Mujeres Adultas YO APRENDO en un Club Privado será 1 hora entreno + 1 hora pichanga las interesadas BASE30 BASE40 BASE50 y BASE60 escribirme al sgte enlace:

➡️ http://bit.ly/ElizBase30y60Fut”

Trad. Questo sabato dalle 18 alle 20 organizziamo un allenamento di calcio per donne adulte. Il corso “io imparo” si svolge in un Club privato ed è composto da 1 ora di allenamento e 1 ora di gioco libero. Prego tutte le interessate per le categorie BASE 30 anni, 40 anni, 50 anni e 60 anni di contattarmi mandandomi un messaggio whatsapp.

Non trovo strano, anzi è piuttosto consueto, che le donne inizino a giocare da ragazze, per varie ragioni interrompano il proprio percorso sportivo (studio, lavoro, maternità) e riprendano a giocare verso i 30 anni nelle categorie amatoriali. Ciò che trovo curioso è che ragazze di 60 anni possano maturare il desiderio di fare un corso base di calcio.

💙😎Una entrenadora es tan buena, como lo sea la más débil de su Equipo, no la más sobresaliente💯 Eliz fut

Pubblicato da Eliz Fútbol Femenino Perú su Martedì 17 dicembre 2019

La risposta alla mia curiosità me la dà Tatiana Juscamayta, allenatrice dei portieri della squadra di Eliz.

“Sono una donna e gioco a calcio. Una donna che gioca a calcio vive da ribelle. Di Eliz aprezziamo il tempo e la disponibilità che ci dedica. Le sue parole troveranno dimora nelle ragazze che la seguono, che lotteranno per avere il proprio spazio per educarsi e giocare. Penso che non smetteremo mai di imparare, a 20, 30 o 50 anni. Tutte le donne che partecipano agli allenamenti tenuti da Elisabeth portano in se stesse i suoi insegnamenti perché questi possano essere comunicati e trasmessi alle generazioni che verranno. 

La comunicazione è una parte molto importante per il ruolo di una allenatrice. Che si parli di chiacchierare, conversare o fare riunioni, non dobbiamo dimenticare di ascoltare bene le altre persone. Perché attraverso gli altri possiamo continuare ad imparare per migliorare ed evolvere la nostra vita! Quello che oggi pensiamo essere l’unica verità, domani potrebbe cambiare e persino migliorare. Dobbiamo smetterla di fingere di comunicare, come accade nei social network, dove si è perso il desiderio di conversare. Abbiamo lasciato il posto alla violenza del voler sovrastare e schernire l’altro. 

Non lasciamo nemmeno finire il discorso dell’altro che già cerchiamo di sovrascrivere il suo pensiero con il nostro. Dobbiamo ricominciare ad osservare ed essere curiosi. La nostra cultura attuale ci porta ad essere degli eterni bambini, perché nel nostro desiderio di conoscenza seguiamo “il pieno” del sapere, prendendo come certezze le parole dei nostri maestri. Mentre nel diventare adulti dovremmo inseguire “il vuoto” che guida il desiderio di conoscenza del buon maestro, che ricerca ciò che non sa o che non conosce. Il buon insegnante per tutto ciò che crede di sapere lascia sempre una piccola finestra aperta per il dialogo o l’approfondimento. Dicevano che il calcio non è uno sport per le femmine ed arrivarono perfino a proibirlo, a dimenticare le storie delle nostre pioniere. Oggi il calcio femminile si gioca ovunque, ma il suo sviluppo parte da noi che anche a 50 o 60 anni iniziamo ad impararlo, per segnare la rotta per le nostre figlie e le nostre nipoti.
¿CUÁNDO FUÉ QUE ME GUSTO EL FÚTBOL Y DECIDÍ HACER PICHANGAS?

Hace 16 años recuerdo haber ido a una academia en el monumental de pequeña me gustaba mucho el fútbol era como un imán desde el colegio.. sólo esperaba que suene la campana de recreo y me daba tanta cólera que solo nos dieran la pelota de voley y a los chicos la de fútbol Rayos !!Luego conocí la academia JC sport girls la Seño Manuela muy amable siempre diciéndome Elizabeth tu puedes ! con mucha dedicación .. lo mío era algo por diversión es decir .. no apuestas quizás el tema de estudios y laboral hizo que viera el fútbol como eso parte de diversión para mí !.. Hace 2 años la salude a Manuela ahora con su academia que llega a varias niñas y adolescentes en el Perú donde llevé a mi hija de 4 años en ese entonces !!.. Ahora ya tengo 32 años como que llegas a un punto en que hay 2 opciones o te enfocas solo en tu trabajo , familia, estudios o te enfocas y agregas el fútbol a tus domingos. elegí añadir este espacio .. que hace aproximadamente 4 años se hizo la primera pichanga en loza ahora jugamos sólo en sintética. y aunque han pasado muchas personas algunas se han ido otras han vuelto.. considero este espacio de pichangas domingueras un momento de DIVERSIÓN para las mujeres que no buscan apuestas .. esas que no buscan ir a la pierna o jugar a la mala .. sea el distrito que seas o tengas la edad que tengas o el nivel de juego …quizás vuelva escribir esto de aqui a 10 años o de aquí a 30 años les aseguro que seguiré con las pichangas Dios mediante.. Van a ver personas que te digan que No juegues o que el fútbol no es pa Mujeres .. o tu esposo que no te apoye . o tu flaco o con quien estés .. pero si en verdad quisieras pelotear cuenta con este espacio ..LIBRE en el Perú para pichangas :)Y si alguna desea jugar mañana domingo 7 octubre del 2018 avisarme a mi celular whatsapp 988884161 con gusto le atendemos en Lima !

Pubblicato da Eliz Fútbol Femenino Perú su Sabato 6 ottobre 2018
In Francia non sono da meno…

Martine e Simone, 68 e 78 anni, hanno ottenuto la possibilità di giocare in un club nella loro città di Lucé (Eure-et-Loir), dove si allenano due volte a settimana con ragazze di 14 anni.

Queste due pensionate facevano parte della squadra francese di donne anziane, la “Mamies Foot”. Come loro, anche altre giocatrici si sono iscritte nel club vicino casa. Ciò è possibile grazie all’aiuto dell’associazione Footeuses, che permette a persone di qualunque età di giocare. Marie-France Gosselet, la presidentessa, è una delle “Mamie Foot” che per prima promuove il calcio femminile tra le donne anziane.

Martine et Simone dans leur club de foot

Martine et Simone, 68 et 78 ans, ont pris une licence dans un club de leur ville de Lucé (Eure-et-Loir), où elles s'entraînent deux fois par semaine avec des jeunes-filles de 14 ans.⚽️👵🏼🇫🇷Ces deux retraitées ont fait partie de l'équipe de France des femmes séniors, les "Mamies Foot". Comme elles, d'autres joueuses se sont inscrites dans un club près de chez elles. Elles sont aidées dans leurs démarches par l'association Footeuses à tout âge , présidée par l'une des "Mamie Foot", Marie-France Gosselet, pour promouvoir le foot féminin chez les femmes âgées.C’est la quatrième étape du tour de France Oldyssey à la rencontre des vieux des régions, avec le soutien de l'Assurance Retraite (Pourbienvieillir.fr) , MGEN, CNC – Centre national du cinéma et de l'image animéeCc : Bien vivre ma retraite avec SeniorialesAbonnez-vous à @Oldyssey pour suivre les prochaines étapes !

Pubblicato da Oldyssey su Domenica 5 gennaio 2020

Alviero Chiorri, il Maverick italiano

“Quando nasci e vivi in una piccola città della provincia lombarda e ti capita di amare visceralmente il calcio non hai molte alternative.
Prendi la tua auto e fai quella manciata di chilometri che ti separano dallo Stadio di San Siro a Milano e vai a vederti una partita del Milan o dell’Inter.
Se poi, come nel mio caso, sei uno che invece di un Club in particolare ami semplicemente IL CALCIO e la BELLEZZA che solo questo gioco sa regalarti allora segui l’una o l’altra senza preoccuparti di soffrire per una sconfitta o di esaltarti per una vittoria.
Io sono fatto così.
Per questo motivo da “neo-patentato” alla fine degli anni ’60 mi facevo i miei 90 chilometri da Cremona a Milano per andare a vedere Gianni Rivera.
… non il Milan … GIANNI RIVERA.
E che il Milan perdesse o vincesse non me ne poteva fregare di meno ! Io volevo vedere lui, “Il Gianni”. Mi bastavano due finte di corpo, un dribbling e un paio dei suoi lanci millimetrici e io potevo tornarmene nella mia Cremona contento e appagato.
Lo stesso feci più o meno dieci anni dopo.
Stavolta però era l’Inter che andavo a vedere.
Mi correggo ancora. Non l’Inter ma lui, EVARISTO BECCALOSSI.
Quando con quel suo culo basso e la sua apparente indolenza partiva in dribbling seminando avversari come birilli non riuscivo proprio a non esaltarmi.
Qualche volta mi capitava perfino di discutere con qualche tifoso interista al mio fianco.
“Certo che se qualche volta la passasse prima la palla quel testone di un bresciano !” sbottava qualcuno quando il quarto o il quinto giocatore avversario riusciva magari a togliergli la palla.
“E perché dovrebbe ?” rispondevo io. “Dio gli ha regalato il dono supremo del dribbling … perché non dovrebbe utilizzarlo ?”.
Mi guardavano come si può guardare solo un matto o un extraterrestre, ma non me ne importava nulla.
Poi un bel giorno viene da me il mio amico Paolo e mi fa “Sai che quel matto arrivato da Genova è forte davvero ?”.
Ovviamente sapevo di chi stava parlando il mio amico.
In quell’estate del 1984 la Cremonese aveva ceduto alla Sampdoria il più forte calciatore mai uscito dal settore giovanile della squadra della mia città: Gianluca Vialli.
Nella trattativa, insieme ad un bel po’ di milioni, la squadra blucerchiata aveva inserito un calciatore di cui qualche anno prima si parlava in termini molto lusinghieri.

Risultato immagini per Alviero Chiorri"

Il suo nome era Alviero Chiorri ma era da un po’ di tempo che non si sentiva più parlare di lui.
“Paolo, se fosse bravo come dici mi spieghi cosa sarebbe venuto a fare da noi in provincia e per di più in una squadra al suo primo anno in Serie A dopo oltre mezzo secolo ?” gli dissi quel giorno senza troppo trasporto.
“Fidati. L’ho visto in azione in Coppa Italia, qui al nostro “Zini” contro il Monza. Con il pallone ci sa fare davvero” mi spiegò Paolo sempre più determinato.
Le sue insistenza finirono per farmi cedere.
E così il giorno del nostro ritorno in Serie A, il 23 settembre del 1984, mi convinsi a tornare a vedere la squadra della mia città.
Quel giorno sembrava che tutta Cremona fosse allo stadio.
Quasi 17.000 persone per festeggiare quello storico evento.
Mi bastarono pochi minuti per capire che non avevo più bisogno di prendere l’auto e andare a San Siro. Bastava la mia bicicletta con la quale percorrere quel chilometro scarso che divideva casa mia dallo stadio della mia città.
Alviero Chiorri era un autentico spettacolo per gli occhi.
Quel giorno meraviglioso in cui battemmo il Torino di Gigi Radice, di Dossena, di Junior e di Schachner avevo trovato un nuovo calciatore che rappresentava appieno la mia “idea” del calcio: la bellezza.
E giocava per la squadra della mia città !
Segnammo due gol da due calci piazzati.
Un rigore ed una punizione dal limite: procurati entrambi da due giocate sublimi del riccioluto numero 11 che arriva dalla Sampdoria.
Nel primo caso erano passati si e no due minuti dal fischio d’inizio. Chiorri si fa dare il pallone sulla trequarti, alza la testa e nonostante la difesa del Torino schierata si lancia verso la porta avversaria.
Finta e tunnel al primo malcapitato avversario prima di saltarne altri due in velocità e presentarsi solo davanti al portiere avversario … prima di venire steso con uno sgambetto da dietro.
La seconda fu ancora più spettacolare.
Anche stavolta il mancino con i calzettoni abbassati alla “Mario Corso” pareva chiuso dai difensori avversari. Si ferma improvvisamente e si gira, sempre con il pallone incollato ai piedi, come a cercare aiuto dalle retrovie. Poi con una improvvisa “veronica” salta tre avversari in un fazzoletto prima di puntare deciso l’area avversaria. Stavolta viene steso un paio di metri prima di entrarvi.
Sulla punizione seguente segnamo il gol del 2 a 0.
Sono passati poco più di 22 minuti.
E io sono già follemente innamorato di questo mancino romano che il Dio del pallone, non si sa per quale strano destino, ha deciso di fare arrivare qua da noi, in mezzo alla nebbia della Pianura Padana.
Sono stati 8 anni meravigliosi, irripetibili quelli che Chiorri decise di passare con noi a Cremona.
Anche se abbiamo continuato a fare su e giù tra la serie A e la serie B, anche se ci sono state partite dove faceva arrabbiare per la sua testardaggine o per la sua abulia.
Lui giocava per “noi”, per la gente che lo andava a vedere.
Gol e assist parevano interessargli relativamente.
La giocata impossibile che si realizzava: quello era il suo obiettivo e quando ci riusciva, per chiunque amasse il calcio, era una gioia assoluta.”


Qualche anno fa chiesero a Renzo Ulivieri chi è stato il più forte calciatore che avesse mai allenato.
“Alviero Chiorri” fu la risposta del vulcanico (e bravo) allenatore toscano.
“Ma … ci scusi Ulivieri” riprese il giornalista in evidente disagio “ma forse dimentica che lei ha allenato Beppe Signori, Roberto Mancini e Roberto Baggio”
“Lei mi ha chiesto chi era il più forte e io le ho risposto” .

Saranno in molti tra quelli che non sono già negli “anta” a rimanere spiazzati.
Per gli altri invece, nessuna sorpresa.

Alviero Chiorri è stato uno dei talenti più puri, dotati e geniali espressi dal calcio italiano.
Nato a Roma nel marzo del 1959 viene prelevato dalla Sampdoria dalla sua piccola società, la Pro Roma, quando ha ancora solo 15 anni.
Ci mette un attimo a far capire a tutti che è un fuoriclasse, di quelli autentici, di quelli che ti cambiano il corso delle partite.
Viene convocato per la Nazionale Juniores.
Quando arriva a Coverciano gli comunicano con grande enfasi che è stato convocato per i Mondiali di categoria che si terranno in quella stessa estate in Tunisia.
“Ma voi siete matti ! Macchè Tunisia. Io quest’estate vado al mare con i miei amici !” è la replica del giovane Chiorri.
Italo Allodi e Italo Acconcia, dirigente capo e allenatore non credono alle loro orecchie.
Ne viene fuori un litigio furibondo. A Chiorri dicono di tutto. Andrà via da Coverciano scortato da due carabinieri. Ma sul suo nome, per qualsiasi Nazionale azzurra, viene tracciata una croce … che non verrà mai più cancellata.
Alla Sampdoria fa il suo esordio a 17 anni.

A gettarlo nella mischia è il “sergente di ferro” Eugenio Bersellini, che tra urla e calci nel sedere sta disperatamente cercando di mettere in riga quel prodigioso ma indisciplinato talento.
Lui va in campo e gioca allo stesso modo in cui giocava in cortile da bambino, nelle giovanili o in allenamento: vuole divertirsi e divertire.
Avrebbe tutto. Doti fisiche e tecniche.
Solo che non c’è verso di “inquadrarlo”.
Punta ? Esterno ? Rifinitore ? Alviero Chiorri va dove lo porta l’istinto.
Allenatori e dirigenti s’incazzano. I tifosi lo adorano.

La Sampdoria è in Serie B e fatica a risalire.
Chiorri la A la merita e la Sampdoria lo cede in prestito al Bologna.
Potrebbe essere la stagione della sua definitiva consacrazione ma dopo un eccellente avvio stavolta è un brutto infortunio a tenerlo lontano dal campo per parecchi mesi.
Il Bologna retrocede ma la sua Sampdoria in quella stessa stagione fa il percorso inverso, risalendo in Serie A.
Chiorri rientra a Genova.
Sulla panchina trova Renzo Ulivieri che soprattutto nella prima stagione gli dà parecchio spazio non ripagato però da un Chiorri sempre più anarchico e discontinuo.
La stagione successiva è ancora peggiore. Nel suo ruolo è arrivato Roberto Mancini, che aveva già trovato a Bologna, e per lui le chance sono limitate.
Come raccontato all’inizio entra nell’affare Vialli, va a Cremona dove gioca 8 stagioni. In provincia ritrova se stesso. E’ amato dalla gente e la pressione non è la stessa di un club come la Sampdoria.
L’ideale per uno come lui che del risultato non si è mai preoccupato troppo.
Appenderà gli scarpini al fatidico chiodo al termine della stagione 1991-1992 … a soli 33 anni e giocando la sua ultima partita proprio al Marassi di Genova, contro la Sampdoria.
Per lui niente patentino da allenatore, niente procure né tantomeno incarichi dirigenziali.
Due anni dopo Alviero Chiorri, “Il marziano” come lo chiamavano a Genova, si trasferisce per sempre a l’Havana di Cuba, luogo di cui si era innamorato qualche anno prima e che diventerà il posto dove invecchiare … con una nuova compagna e una meravigliosa bimba mulatta di nome Nicole.

Risultato immagini per Alviero Chiorri"

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Quando Alviero Chiorri viene aggregato per la prima volta al raduno ufficiale della prima squadra, nel luglio del 1976, ci sono Presidente, Allenatore e tifosi.
Sono quelle occasioni ufficiali dove tutto è organizzato da un protocollo sobrio e rigido. Divise ufficiali, compostezza nei modi e sorrisi di circostanza.
Chiorri arriva all’ultimo minuto.
Un attimo prima era in spiaggia con gli amici.
Sandali, bermuda e camicia a fiori. E gli immancabili orecchini.
“Sono stato il primo nell’album Panini fotografato con l’orecchino !” ricorda ancora oggi con orgoglio Alviero.

“Bersellini era tremendo. Allenamenti durissimi e con me era più duro che con tutti gli altri. Sapeva che ero una testa matta ma sentivo anche quanto mi stimava. Quando da Genova andò all’Inter voleva portarmi con sé ma i dirigenti nerazzurri avevano già scelto Beccalossi”. 

Nell’anno trascorso a Bologna e condizionato da un grave infortunio si trovò a giocare con altre due delle più grandi promesse del calcio italiano di allora. Gli allora giovanissimi Roberto Mancini e Marco Macina.
“Macina tecnicamente era il migliore di tutti. Ma Roberto era calciatore “nella testa” … cosa che né io né Marco eravamo” ammette con grande sincerità Chiorri.

Al ritorno a Genova Chiorri, negli anni bui della serie B, è l’autentico raggio di sole che illumina le domeniche dei tifosi blucerchiati. In Italia stanno arrivando tanti grandi stranieri ma il coro della Gradinata Sud in quel periodo è inequivocabile: “Alviero Alviero sei tu il nostro straniero”.

Si gioca in Coppa Italia. Avversario della Samp è la Fiorentina. Chiorri è in una di quelle giornate dove tutto quello che prova gli riesce. Dribbling, finte, assist “a nastro”, tiri … Moreno Roggi, il suo marcatore, sta rischiando di impazzire. Ad un certo punto dietro di lui sente una voce. “Oh ragazzino. Ormai ci hai rotto le palle. O ti dai una calmata o cominciamo a menarti sul serio”. Era Giancarlo Antognoni, il capitano dei “Viola” che cercava in qualche modo di arginare quella furia scatenata.

Una delle “stranezze” di Chiorri è quella legata all’uso degli scarpini durante le partite.
Scarpa a 6 tacchetti di ferro nel piede destro e scarpa “estiva” con i 13 tacchetti di gomma nel piede sinistro. Anche se diluviava.
“Io ero il classico mancino puro, che usa il destro solo per reggersi in piedi. Per farlo avevo bisogno di una scarpa che affondasse nel terreno, che mi desse stabilità. Nella sinistra invece mi occorreva qualcosa di più leggero e morbido nel piede con il quale dovevo creare le giocate.”

Dopo un paio di stagioni non all’altezza per Chiorri arriva l’addio a Genova. Il Presidente Mantovani gli comunica che è stato inserito nella trattativa per l’arrivo di Gianluca Vialli. Glielo dice con le lacrime agli occhi. “Alviero sei stato la più grande delusione della mia vita”.
Per fortuna di Chiorri a Cremona a volerlo c’è un’altra meravigliosa figura di presidente, Domenico Luzzara.
“Luzzara aveva da poco perso un figlio. Si affezionò tantissimo a me, c’era sempre quando ne avevo bisogno. Una persona meravigliosa” è il ricordo di Chiorri che aggiunge “Ci furono un paio di club importanti che si interessarono a me in quegli anni. Ma non me la sono proprio sentita di tradire l’affetto di quella bellissima persona”.

Persona talmente meravigliosa che quando Alviero Chiorri cade in una preoccupante depressione nel 1989 sarà proprio il Presidente Luzzara ad occuparsi di lui convincendo il suo adorato talento ad andare in clinica e a rimettersi in sesto. In quel finale di stagione la Cremonese è in lotta per il ritorno in Serie A. Il quarto posto finale a pari merito con la Reggina costringe i grigiorossi allo spareggio.
Alviero, che si è da poco ripreso dal suo difficile periodo, viene aggregato alla squadra.
Il cortisone somministratogli durante le cure gli ha “regalato” tanti chilogrammi in più che quando rientra in prima squadra non sono completamente spariti.
Nello spareggio per lui c’è solo un posto in panchina.
La partita non si sblocca e a pochi minuti dal termine dei supplementari viene mandato in campo con il solo scopo di avere un rigorista affidabile.
Chiorri va dal dischetto. Il suo rigore è qualcosa di inguardabile. Non centra neppure lo specchio della porta. Alviero scoppia in un pianto inconsolabile.
Tutte le cure, i mesi in clinica, i farmaci, i sacrifici per tornare in condizione … per essere solo colui che costerà ai suoi compagni il ritorno in serie A.
Gli si avvicina il portiere Rampulla.

Gli mette un braccio sulle spalle. “Stai tranquillo Alviero. Ci penso io”.
Rampulla mantiene la sua promessa.
Para due rigori consecutivi e quando Attilio Lombardo segna quello decisivo, sono parole di Alviero Chiorri, “mi sono sentito rinascere”.

Capitolo rimpianti.
“Il più grande è quello di non essere mai riuscito a segnare in un derby contro il Genoa. Questa cosa mi peserà per sempre”.

“Ero fatto così. Immaturo, anarchico e indisciplinato. Certo, con un’altra testa avrei potuto e dovuto fare molto di più. Ma di quante decine e decine di calciatori possiamo dire la stessa cosa ?” ammette Alviero con un fatalismo … “cubano”.

Non c’è solo Ulivieri tra i grandi estimatori di Chiorri.
I suoi primi anni alla Samp coincidono con gli ultimi di una bandiera di quella squadra.
Nonostante la differenza di età tra i due nasce una bella amicizia che non si è mai spezzata, neanche adesso, a quarant’anni circa da quei giorni.
Anche se uno è a Cuba a non fare nulla e l’altro è in giro per il mondo ad allenare.
Come ad Ulivieri anche a quest’ultimo qualche tempo fa venne fatta una domanda simile. “Mister ma c’è un giocatore tra quelli con cui ha giocato o che ha allenato che avrebbe meritato molto di più di quanto ottenuto ?
“Uno c’è. Si chiama Alviero Chiorri. Qualità tecniche e atletiche a livello dei migliori che ho conosciuto nella mia carriera”.
Questo Signore, che ha allenato Zidane, Del Piero e Totti, si chiama MARCELLO LIPPI.

Blanco, l’imperatore azteco

“Se ve lo dico io potete fidarvi.
Sono più di 30 anni che vado in giro per il mondo ad assistere a partite di calcio.
Dove gioca il Messico ci sono anch’io.
Che sia Copa America, CONCACAF e soprattutto Campionati del Mondo.
Io ci sono.
Nel 1986 ero uno studente di letteratura e i Mondiali si giocavano proprio nel mio Paese.
Ricordo tutto, ma proprio tutto di quel Mondiale.
C’erano fior di giocatori nella nostra Nazionale.
Fernando Quirarte, Manuel Negrete e soprattutto lui, Hugo Sanchez, che in Europa aveva dato spettacolo con il grande Real Madrid.
E ho visto tutti gli altri grandi giocatori che il mio Paese ha sfornato fino ad oggi.
Ramon Morales, Jorge Campos, Rafael Marquez, Carlos Hermosillo, Jared Borgetti, Luis Hernandez, Luis Roberto Alves fino al Chicharito Hernandez.
Tutti autentici fuoriclasse.
Ma non ho un solo dubbio al mondo su chi sia stato il più grande calciatore messicano che io abbia visto con i miei occhi: CUAUHTEMOC BLANCO.
Per tante ragioni.
Non solo tecniche.
Un condottiero autentico, nel massimo rispetto del suo nome di battesimo.
Come Cuauhtèmoc è stato l’ultimo ad arrendersi agli spagnoli così il “nostro” Cuauhtèmoc è sempre stato l’ultimo a farlo su un campo di calcio.
L’ho visto volere a tutti i costi la palla quando ai suoi compagni scottava terribilmente tra i piedi e qualcuno addirittura si nascondeva.
L’ho visto inventarsi giocate incredibili capace di ridare vigore ai compagni e di scuotere noi tifosi sugli spalti.
L’ho visto fare gol in tutti i modi possibili: di testa, di destro e di sinistro, in acrobazia, su punizione, di opportunismo a un metro dalla porta o con dei tiri pazzeschi dalla distanza.
L’ho visto fornire palloni d’oro a compagni di squadra spesso stupiti e incapaci di reagire a regali del genere.
Io c’ero in Francia quando il mondo intero scoprì “il salto del canguro” nella partita d’esordio contro la Corea.

Cuauhtémoc Blanco
C’ero ovviamente anche pochi giorni dopo quando un suo gol in acrobazia ci permise di agguantare il pari contro il Belgio e di fatto rimanere in gioco in quei Mondiali.
C’ero anche nel 2002 quando Cuauhtèmoc arrivò a quei Mondiali in condizioni fisiche pietose dopo le due tribolate stagioni in Spagna.
Per fortuna il nostro Mister, il “vasco” Aguirre, sapeva bene che un condottiero è tale in ogni circostanza, soprattutto in quelle apparentemente più complicate.
Fu suo il gol su rigore contro la Croazia che ci spianò la strada verso la qualificazione al turno successivo.
C’ero anche quando lui non c’era.
Nel 2006 c’è mancato poco che in Messico non scoppiasse una nuova rivoluzione !
Quando si seppe che Cuauhtèmoc Blanco non avrebbe fatto parte della spedizione per i mondiali di Germania la gente scese in strada a manifestare contro il commissario tecnico Ricardo La Volpe e i suoi collaboratori, colpevoli di aver escluso l’icona assoluta del calcio messicano.
Non ci fu niente da fare.
“Témo” (così lo chiamiamo qui da noi) non giocò in quel Mondiale … ma incredibilmente fu presente in quello successivo … a 37 anni suonati !
Non male per uno che quattro anni prima era stato giudicato finito …
Non solo.
Contro la Francia segnò, ancora una volta su rigore, il gol del definitivo 2 a 0, diventando così l’unico giocatore messicano ad aver segnato in tre diverse edizioni dei Mondiali.
… che sarebbero con ogni probabilità diventate quattro se fosse sceso in campo ai Mondiali del 2002 in Corea e Giappone
Scorbutico, arrogante, irascibile …
Ma tutti lo abbiamo amato, tutti. Come un imperatore. Il nostro ultimo imperatore …
Anche da chi come il sottoscritto tifa per il Chivas di Guadalajara.
E sapete perché ? Perché Cuauhtémoc Blanco era lo sberleffo davanti ai dogmi del calcio moderno, fatto di fisici scultorei, di atleti tutti sopra il metro e ottanta, con pettinature all’ultimo grido, cerchietti tra i capelli e sorrisi da star di Hollywood. Cuauhtémoc invece aveva la pancetta da bevitore di birra, un collo taurino, un naso da pugile e le gambe corte. E in campo faceva quello che voleva … e quasi sempre lo faceva alla grande”.



Cuauhtémoc Blanco nasce il 17 gennaio del 1973 a Città del Messico.
Quando a 16 anni, durante un torneo giovanile, viene notato da Antonio Gonzalez, Cuauhtémoc non solo dimostra già grandi doti tecniche ma spicca soprattutto per il carattere mai domo, per la predisposizione al confronto fisico anche con avversari molto più dotati fisicamente di lui e per quel carattere combattivo e spesso spigoloso che sarà una costante nella sua carriera.
D’altronde uno cresciuto nel Barrio Bravo di Tepito, uno dei quartieri più poveri e malfamati della capitale messicana, a quell’età ha già capito che farsi rispettare non è una scelta ma una necessità.
Viene portato al Club América, la squadra probabilmente più prestigiosa di tutto il Paese e che gioca le sue partite interne nel suggestivo Stadio Azteca.
Inizia il classico periodo di prova ma le cose non vanno certo come sperato dal giovane Blanco.
Viene schierato in difesa, lui che vive già per segnare gol e mandare in rete i compagni.
“Témo” dopo pochi giorni se ne torna a casa.
“Vorrà dire che mi cercherò un’altra squadra. Di sicuro in difesa io non ci gioco”. Queste la parole del “Temo” al momento di abbandonare il Club.
La sua ostinazione e il suo carattere non lasciano insensibili i dirigenti delle “Aguilas”.
Blanco viene convinto a rientrare nei ranghi e spostato in un ruolo a lui più congeniale (all’ala ma con ampia libertà di manovra).
A questo punto “Témo” inizia a mostrare appieno le sue grandi doti anche se quel fisico tozzo, senza collo e con il baricentro basso non entusiasma certo gli esteti del futbol.
Gli viene offerto il primo contratto (tre anni di durata) e nel 1992 fa il suo esordio in prima squadra.
Per oltre un anno però le sue apparizioni sono assai sporadiche e quasi sempre dalla panchina.
Davanti a lui nelle gerarchie di squadre ci sono due autentiche glorie nazionali come Hugo Sanchez, appena rientrato in Messico dal suo indimenticabile soggiorno madrileno, e da un altro fantastico attaccante come Luis Roberto Alves detto “Zaguinho”.
Nella stagione 1994-1995 arriva però la svolta.

Cuauhtémoc Blanco
Sulla panchina del Club América arriva l’olandese Leo Beenhakker che non solo stravolge lo stile di gioco delle “Aquile” trasformandole in un team dal gioco spiccatamente offensivo, veloce e verticale ma utilizzando in attacco il giovane Cuauhtémoc Blanco a fianco del gigante “Zaguinho” e del neo-acquisto Omam-Biyik, il camerunense affermatosi ad Italia 90.
Non si fermerà più diventando in poco tempo la star assoluta del campionato messicano e della sua Nazionale.
Dopo una esperienza infelice e sfortunata in Spagna (Real Valladolid) qualche anno dopo ne affronterà un’altra, del tutto particolare.
Si trasferisce negli Stati Uniti per giocare con i Chicago Fire.

Per la numerosissima comunità messicana della città è una festa.
Qui giocherà tre stagioni ad altissimo livello, deliziando i tifosi con le sue giocate estemporanee, con i suoi assist e i suoi gol.

Al suo ritorno in Messico nel 2010, a 37 anni suonati, non solo Blanco decide di continuare a giocare ma lo fa con una squadra della Seconda Divisione messicana, nei “Tiburones Rojos” di Veracruz.
… giocando ad un livello tale da meritarsi la convocazione per i Mondiali Sudafricani del 2010 … scrivendo un altro record: quello del primo giocatore messicano a disputare i Mondiali di calcio pur giocando in Seconda Divisione.
Appenderà definitivamente le scarpette al fatidico chiodo solo nel 2015, dopo essere addirittura tornato in Prima Divisione nelle file del Puebla.
Ma l’ultimissima partita ufficiale, e non poteva davvero essere diversamente, Cuauhtémoc Blanco la gioca nelle file del Club nel quale aveva esordito la bellezza di 24 anni prima … il CLUB de FUTBOL AMERICA.
E’ una partita di campionato e di fronte c’è il Monarcas Morelia.
Cuauhtémoc è in campo dall’inizio, con la fascia di capitano al braccio e il numero “100” sulla schiena.
Ha esattamente 42 anni e 47 giorni.

In campo però non va per una semplice passerella. Lotta, vuole il pallone tra i piedi come ha fatto per più di un quarto di secolo, imposta spesso l’azione, inventa giocate, assist … e solo la traversa gli impedisce di segnare un gol che lo consegnerebbe ulteriormente alla leggenda del calcio messicano. 
Uscirà dopo 36 minuti di gioco … e la sua ultima giocata pochi secondi prima di chiedere il cambio e non poteva essere diversamente, è stata una Cuauhtemina.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Il “salto del canguro”, una delle giocate più singolari e spettacolari di Blanco in Messico viene chiamata, in onore del suo inventore, la Cuauhtemina.
Ma cos’è esattamente ?
E’ una giocata semplicemente pazzesca, unica e geniale.
Quando Blanco si trova chiuso e pressato da due o più avversari stringe il pallone tra i piedi prima di compiere un balzo in avanti sempre trattenendo il pallone per poi lasciarlo nell’attimo in cui ricade a terra, controllandolo e ripartendo dopo aver lasciato sul posto i suoi esterrefatti avversari.

Nel suo repertorio ci sono altre giocate assolutamente originali.
I passaggi ai compagni effettuati con la spalla o addirittura con la schiena prendono il nome di “Jorobinha” mentre l’altra giocata con il suo marchio di fabbrica è lo stop effettuato con il sedere, chiamato “Nalguinha”.

La mancata convocazione per i Mondiali di Germania del 2006 fu un boccone molto difficile da digerire per Blanco.
Le ragioni di quella esclusione però vengono da molto lontano.
Per un breve e infelice periodo infatti Ricardo La Volpe, allenatore amatissimo in Messico, si sedette sulla panchina del Club America.
Il rapporto con Blanco fu assolutamente burrascoso.
L’idea di calcio “collettivo” di La Volpe si scontrava clamorosamente con il calcio creativo, estemporaneo ma comunque anarchico di Blanco.
Nel 1999, durante una partita di qualificazione per la Libertardores tra il Club America di Blanco e l’Atlas Guadalajara diretto proprio dal tecnico argentino. “Témo” segna e decide di festeggiare andandosi a coricare con un sorriso a 32 denti proprio davanti alla panchina del “rivale”.
… che evidentemente non ha mai dimenticato lo sgarbo …

Fece scalpore, per più di un motivo, il gol di Blanco al Santiago Bernabeu.
Un calcio di punizione magistrale
, che batté Casillas e permise al Real Valladolid di cogliere un insperato punto nella cattedrale delle “Merengues”.
… talmente insperato che praticamente tutti i compagni di squadra avevano giocato la schedina mettendo il segno “1” sul loro incontro con il Real Madrid.
Il gol di Blanco costò ai compagni di squadra qualcosa come 800 milioni di pesetas … non c’è da stupirsi se dopo il gol se ne vede solo uno correre per abbracciare “Témo” !

Durante la Copa Libertadores del 2000 il sorteggio mette di fronte l’América di Blanco contro i colombiani dell’America de Cali.
All’andata i messicani si impongono per 2 reti ad 1 e il gol decisivo è siglato proprio da “Témo” ad una manciata di minuti dalla fine.
Prima della gara di ritorno in Colombia a Cuauhtémoc Blanco arrivano minacce di morte ripetute da parte soprattutto da componenti della “Barra Disturbio Rojo” dei colombiani.
La cosa viene presa tremendamente sul serio dalle autorità e si arriva perfino a pensare di evitare a Blanco questa trasferta.
Ipotesi che “Témo” non prende neppure in considerazione.
Andrà in Colombia e giocherà quella importantissima partita.
Al suo arrivo a Bogotà viene accolto con un chiaro avviso da parte della tifoseria colombiana: “Cuauhtémoc cabron te vas en un cajon”.
La partita si gioca regolarmente.
L’América vincerà per 3 reti a 2 qualificandosi per il turno successivo e Cuauhtémoc Blanco segnerà tutti e tre i gol per la sua squadra … uscendo dal campo tra gli applausi del pubblico colombiano.

Manlio Scopigno e lo scudetto a Cagliari

Il Cagliari sta vincendo di misura una importantissima partita di campionato. La tensione, come si dice in questi casi, è palpabile.
In campo e sulle tribune.
E anche, ovviamente sulla panchina dei sardi, dove l’allenatore Manlio Scopigno sta seguendo l’incontro con l’immancabile sigaretta fra le labbra e la sua solita, impassibile flemma.
Ad un certo punto uno dei calciatori di riserva seduto a poca distanza da lui gli si rivolge senza minimamente tradire la sua ansia “Mister, quanto manca ?”.
Scopigno si gira lentamente verso il suo calciatore e risponde “A cosa scusa ?”.
Ecco, in questo aneddoto c’è tutto Manlio Scopigno.
Ironico ed autoironico, intelligente, colto, controcorrente e carismatico.
E dimenticato da tutti.
Tranne forse che nella sua Rieti (gli hanno intitolato lo stadio anche se solo nel 2005) e nella Sardegna dove si consacrò.
Questo è l’assurdo e inspiegabile destino di uno degli allenatori più innovativi di tutta la storia del calcio italiano. Scopigno è stato capace di portare sul tetto dell’Italia calcistica una squadra del Mezzogiorno, il Cagliari.
Per la prima volta nella storia del calcio italiano. 
Squadra costruita con sagacia e con pazienza.
Con tanta qualità certo, ma plasmata meravigliosamente da un uomo che sapeva capire gli uomini ed ottenerne il massimo.
Gigi Riva, l’immenso Gigi Riva, icona assoluta di quella squadra, disse più di una volta che per lui, per Manlio Scopigno, lui e gli altri componenti della rosa sarebbero andati in guerra se questo friulano minuto e con lo sguardo furbo come quello di una volpe glielo avesse chiesto.
“Gli volevamo bene. Perché oltre che un grande allenatore era una persona buona e onesta”.
Tutto vero.
Onesto e diretto. Sincero e coerente. In un mondo, quello del calcio, dove queste doti non sono mai state apprezzate anzi, dove spesso sono considerate un limite.
Doti non certo ideali per farsi degli amici non solo nel “palazzo del calcio” ma anche fra i vari dirigenti di Club, pronti praticamente a tutto pur di ottenere il loro posticino al sole e un minimo di ribalta.
Ma l’impresa di Cagliari resta e resterà per sempre nella memoria del popolo sardo anche se nel resto d’Italia e dai grandi club tradizionali fu vissuta come un semplice incidente di percorso.

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Manlio Scopigno arriva al Cagliari nel 1966.
Fu un po’ una sorpresa visto che a Bologna, nella stagione precedente fu esonerato
 dopo solo cinque giornate di campionato nonostante due vittorie, un pareggio e due sconfitte.
Ma immediatamente riesce a forgiare una squadra assolutamente competitiva.
Ci sono già giocatori che si riveleranno fondamentali nel successo in campionato di pochi anni dopo.
I difensori Pierluigi Cera, Mario Martiradonna, Comunardo Niccolai, il centrocampista brasiliano Nené e il regista Ricciotti Greatti … oltre naturalmente al giovanissimo Gigi Riva che in quella stagione segnerà ben 18 reti, vincendo la classifica cannonieri e attirando su di sé le attenzioni di tutte le grandi potenze del campionato, a cominciare dalla Juventus che per anni cercherà, invano, di strappare “Rombo di tuono” dal suo Cagliari.
Al termine di quella stagione arriva un sesto posto sorprendente e la consapevolezza che questa squadra, nella quale è arrivato anche un giovane e promettente centravanti che si chiama Roberto Boninsegna, ha tutto per rimanere ai vertici della massima serie.

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In estate il Cagliari viene invitato ad un torneo che si gioca negli Stati Uniti, dalle caratteristiche molto particolari.
Con il nome di Chicago Mustangs gioca in pratica il Cagliari, con tanti giovani e qualche rinforzo esterno come Hitchens dall’Atalanta. Cagliari (o meglio “Chicago Mustangs”) che si comporta onorevolmente chiudendo al terzo posto il torneo e vincendo, proprio con Roberto Boninsegna, la classifica dei marcatori.
A fine torneo la comitiva cagliaritana viene invitata ad un ricevimento presso l’Ambasciata italiana a Washington.
Sono quelle occasioni formali che Manlio Scopigno detesta più di ogni altra cosa.
Probabilmente beve un bicchiere di troppo (lui che non ha mai negato la passione per Whisky e Champagne) per vincere la noia di quella giornata e ad un certo punto le esigenze corporali lo costringono ad una “fermata improvvisa” nel bel mezzo del cortile dell’Ambasciata.
Qualcuno nota Scopigno intento ad urinare, qualcun altro pare che scatti una foto e un gesto sostanzialmente innocuo viene montato in maniera indegna e vergognosa.
Bigotti e ipocriti si scatenano. In breve una cosa assolutamente innocente (anche se magari poco elegante) si trasforma in uno scandalo.
Qualche dirigente invidioso all’interno del Club non vede l’ora di poter attaccare il Mister del Cagliari reo di non avere mai troppo tempo per la categoria.
Si arriva addirittura al licenziamento di Scopigno, tra lo sbigottimento generale dei tifosi e soprattutto dei membri della rosa che avevano già imparato ad amare e ad apprezzare questo allenatore che del dialogo, del rispetto e dell’importanza dei rapporti umani aveva fatto le sue caratteristiche principali.
Le doti di Scopigno non sono passate però inosservate.
E se è vero che rimarrà ufficialmente disoccupato per tutta la stagione successiva in realtà l’Inter di Angelo Moratti ha già messo gli occhi su di lui.
Viene pagato (profumatamente !) dal massimo dirigente nerazzurro per restare fermo un anno
, non accettando proposte di altri Club in attesa di sedersi sulla panchina del “biscione” la stagione successiva, al posto del mago Helenio Herrera ormai giunto al capolinea della sua vincente esperienza interista.
Alla fine di quel campionato però il grande Angelo Moratti decide di lasciare la squadra nelle mani del nuovo Presidente Ivanoe Fraizzoli.
Scopigno non è più l’uomo designato del nuovo corso nerazzurro.
Gli verrà preferito l’esperto Alfredo Foni.
A Cagliari però hanno capito l’errore compiuto un anno prima e a furor di popolo Manlio Scopigno torna a sedersi sulla panchina dei sardi.
L’impatto è immediato e devastante.
Il Cagliari torna ad essere una squadra assolutamente competitiva e la maturazione dei suoi giovani talenti, Gigi Riva in primis, la trasformano in una outsider di tutto rispetto nella corsa allo scudetto.
E se al termine della stagione 1968-1969 questo risultato verrà solo sfiorato (2° posto finale dietro alla Fiorentina del “petisso” Bruno Pesaola) nella stagione successiva arriverà quel titolo di campione d’Italia che sarà l’orgoglio intero di una regione, fino a quel momento considerata ingiustamente come una terra di “pastori e banditi”.
Scopigno resterà al Cagliari ancora due stagioni. La prima chiusa con un dignitoso 7mo posto (e senza Gigi Riva per più di metà stagione) quella successiva con un eccellente 4° posto finale e un posto nella Coppa Uefa della stagione successiva.
Al termine di quella stagione Manlio Scopigno chiuderà però la sua avventura sull’isola, fermandosi per una stagione intera per coltivare le sue passioni, la lettura e le partite a carte con gli amici … con una bottiglia di champagne sempre pronta e fresca sul tavolo.
Lo chiama la Roma all’inizio della stagione 1973-1974.
Ma Roma non è una piazza adatta al suo stile pacato, riflessivo 
e che ama sfuggire ai riflettori.
Un inizio di campionato disastroso (4 sconfitte e una sola vittoria nelle prime 6 partite) convincono il Presidente Anzalone a prescindere dal “filosofo” nato in Friuli quasi 50 anni prima.
Chiuderà la sua esperienza in panchina con l’avventura, tutto fuorché positiva, al Lanerossi Vicenza dove prima retrocederà al termine della stagione (arrivando però a cinque giornate dalla fine con la squadra già con un piede e mezzo in Serie B) e poi, complice uno stato di salute precario, lascerà definitivamente la panchina dei biancorossi nel febbraio del 1976.
Incredibilmente, a soli 51 anni, a Manlio Scopigno non verrà più offerta una panchina degna della sua bravura e, con un po’ di acredine, uscirà definitivamente dal mondo del calcio spegnendosi nella sua Rieti nel settembre del 1993, a 67 anni.


ANEDDOTI E CURIOSITA’

E’ con ogni probabilità l’aneddoto più conosciuto riguardante Manlio Scopigno ma vale comunque la pena di ricordarlo.
Il Cagliari è in albergo nel classico ritiro come ogni sabato sera in vista della partita di campionato del giorno seguente. E’ notte inoltrata. I calciatori della compagine sarda sono nelle loro camere a riposare. Non tutti però. A qualche dirigente della squadra sarda è giunta all’orecchio la voce che alcuni membri della rosa hanno abitudini non proprio consone ad un atleta professionista.
L’allenatore Scopigno viene informato della cosa.
E’ già abbondantemente passata la mezzanotte quando il Mister del Cagliari si dirige verso la stanza che gli è stata indicata come quella dei “viziosi”.
E’ la camera dove dormono (o dovrebbero dormire …) Gigi Riva e Roberto Bonisegna.
Scopigno apre la porta. La stanza è avvolta da un’unica grande nuvola di fumo. Ci sono anche un paio di bottiglie non esattamente di acqua minerale. 
Sono in quattro, tutti con le carte in mano e la sigaretta in bocca. Riva, Albertosi, Boninsegna e Cera.
Nel silenzio più assoluto Scopigno entra, prende una sedia e si siede a fianco dei suoi calciatori.
Poi porta una mano verso il taschino della giacca.
Estrae una sigaretta e poi con tutta la calma del mondo chiede “Dà fastidio se fumo ?”.
Scoppia una risata generale, grassa e liberatoria !
Niente ramanzine, niente multe o punizioni.
Il giorno dopo il Cagliari vincerà quella partita per 3 reti a 0.

L’esperienza traumatica di Bologna (licenziato dopo 5 partite di cui 2 vinte e una pareggiata) lascerà il segno per diverso tempo nell’animo del Mister di origine friulana.
Licenziamento che tra l’altro gli arriva tramite un biglietto consegnatogli a mano da uno dei galoppini del presidente felsineo Luigi Goldoni.
Scopigno legge il biglietto senza battere ciglio.
Il fattorino del Presidente chiede a questo punto se deve riferire qualcosa.
“Si” gli risponde Scopigno “Gli dica che nel biglietto ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato” fu la meravigliosa risposta.

Qualche anno dopo un cronista ebbe l’ardore di chiedere a Scopigno se nel caso di una chiamata, sarebbe tornato a Bologna. “Certo !” rispose lui “con un aereo da bombardamento”.

Il giorno del trionfo nel campionato del 1970 tutto il Cagliari è invitato alla Domenica sportiva.
Il conduttore, il compianto Enzo Tortora, si rivolge così al Mister dei sardi. “Di lei signor Scopigno hanno detto che è il filosofo, l’enigmatico, il sornione, l’ironico e lo scettico … Insomma Scopigno, lei chi è ?”
“Uno che in questo momento ha tanto sonno” è la sua fantastica risposta.

Un altro dei giocatori con cui Scopigno aveva un rapporto profondo e di stima reciproca era lo stopper Comunardo Niccolai, famoso all’epoca più per i suoi decisivi autogol che per la sua grande bravura di difensore.
Nella partita probabilmente decisiva per lo scudetto, quella giocata a Torino contro la Juventus nel marzo del 1970, Niccolai con una deviazione di testa mette il pallone alle spalle di Albertosi permettendo così alla Juventus di portarsi in vantaggio.
Scopigno, che assiste dal match in tribuna a causa di una lunga squalifica commenta “Beh, almeno è un bell’autogol”.

Sempre con la sua ironia e come ulteriore testimonianza di affetto verso il suo difensore, durante i Mondiali del Messico ai quali partecipa anche Niccolai convocato da Valcareggi come riserva di Roberto Rosato, Scopigno dichiarerà che “tutto mi sarei aspettato dalla vita ma non di vedere Niccolai via satellite, a colori e in Mondovisione !”

Uno dei suoi bersagli preferiti era l’ala destra Corrado Nastasio, acquistato inizialmente con il compito di rifornire di cross dalla fascia Riva e Boninsegna. 
Purtroppo per il giocatore livornese nella stessa estate Boninsegna finì all’Inter e nella contropartita arrivò Domenghini, che fece sua la fascia destra, nel Cagliari e nella Nazionale.
Nastasio era un ala veloce, ma con “piedi” e visione di gioco piuttosto limitati.
Con la sua irruenza finiva spesso per trascinarsi il pallone oltre la linea di fondo.
A quel punto Scopigno mise un cartello pochi centimetri fuori dal rettangolo di gioco appositamente per Nastasio.
Sul cartello c’era scritto “QUI FINISCE IL CAMPO”.

Infine la filosofia in pillole di Scopigno che riassume perfettamente la sua visione del mondo del pallone.
“Il più pulito nel calcio è il pallone. … quando non piove”. 

Casagrande: l’Ascoli nel cuore

Non c’è una sola persona ad Ascoli che non conosca il suo nome.
Mio figlio ha 16 anni, va in Curva Sud da 3 e ama l’Ascoli da sempre.
Lui è uno di quelli che si mette dietro la nostra bandiera più grande.
In quella bandiera c’è l’immagine di un calciatore con la nostra maglia.
Ha lunghi capelli riccioli che gli arrivano fino alle spalle e la barba incolta.
Sembra più il chitarrista di un gruppo heavy-metal che un calciatore.
Invece era proprio un calciatore … e che calciatore !

Il suo nome è WALTER JUNIOR CASAGRANDE.
Mio figlio sa tutto di lui, molto più di quello che so io che invece ho avuto la fortuna di vederlo giocare.
Arrivò da noi nell’estate del 1987.
Veniva dal Porto, fresco campione d’Europa.
Anche se lui in quella finale fu un semplice spettatore non pagante, seduto per tutto il match sulla panchina dei portoghesi.
L’anno prima aveva giocato i Mondiali del Messico con il Brasile e l’idea che un nazionale brasiliano venisse da noi ad Ascoli non fu facile da credere.
Sapevamo anche che aveva avuto qualche guaio con la giustizia per qualche vizietto non proprio legale …
Ma il nostro grande presidente, Costantino Rozzi, sborsò più di un miliardo delle vecchie lire per lui.
Una cifra importante per lui e per l’Ascoli.
“Tutti da ragazzi abbiamo fatto qualche sciocchezza” minimizzò il nostro presidente all’epoca.
E se Rozzi, notoriamente … molto attento (eufemismo) con il suo denaro aveva sborsato una cifra del genere si poteva stare tutto sommato abbastanza tranquilli.
Lo vidi per la prima volta in Corso Vittorio Emanuele, posto abituale di ritrovo per noi tifosi.

Casagrande
Era appena arrivato ad Ascoli.
Capelli lunghi, barba, occhiali scuri, jeans sdruciti e tracolla di cuoio.
… sembrava scappato da una comune hippie.
Qualche tifoso commentò “quiste me pare nu barbone !”.
Casagrande sentì il commento … e sorrise.
Probabilmente lo aveva preso per un complimento …
In campo era davvero tanta roba !
Fortissimo nel gioco aereo, aveva una eccellente tecnica di base e pur non essendo certo un fulmine di guerra con il suo metro e novanta abbondante si muoveva su tutto il fronte d’attacco, facendo da punto di riferimento per i compagni, appoggiando palloni su palloni e lasciando il giovane Scarafoni negli ultimi 16 metri con il compito di metterla dentro.
Fu una stagione tribolata e bellissima.
Ci salvammo proprio sul filo di lana, con un solo punto di vantaggio sull’Avellino, sconfitto al nostro “Del Duca” alla terz’ultima giornata di campionato.
Fu un pochino meno sofferta la stagione successiva dove il nostro “Casao Meravigliao” (così lo chiamavamo tutti quanti ai tempi) giocò pochissimo a causa dei tanti infortuni ma trovammo un Bruno Giordano che ci regalò grandi prestazioni e i gol sufficienti per mantenerci nella massima serie.
Alla fine della stagione 1989-1990 però arrivò la retrocessione nella serie cadetta.
Fu una stagione bastarda dove tutto quello che poteva andare storto ci andò.
Arrivammo ultimi.
In quella estate la preoccupazione di tutta la tifoseria dell’Ascoli era quasi palpabile.
Temevamo che la squadra potesse sfaldarsi.
Ormai ci eravamo abituati alla serie A e tornare tra i cadetti avrebbe potuto togliere entusiasmo a tutti quanti, tifosi e dirigenza.
Non al nostro grande Presidente Rozzi però.
Lui di lottare non ha mai smesso un secondo, pur sapendo che occorreva ridimensionarsi un po’ e che gli stipendi, soprattutto ai giocatori più importanti, non potevano essere gli stessi.
A questo punto però entro prepotentemente in scena lui, il nostro riccioluto centravanti.
Eravamo tutti convinti che sarebbe stato il primo ad andarsene, sia per l’alto ingaggio sia perché, nonostante gli ultimi due anni costellati da tanti infortuni, era uno dei pochi ad avere richieste concrete e importanti.
Invece accadde l’incredibile.

Casagrande
“Presidente, io da qua non mi muovo” disse il nostro “Casao” a Rozzi.
“Voglio restare qui e dare il mio contributo per riportare l’Ascoli in Serie A”.
Sembrava inizialmente solo il classico gesto di riconoscenza verso una dirigenza ed una città che lo aveva accolto e amato fin dal primo momento.
Niente di più sbagliato.
Walter Junior Casagrande faceva sul serio, tremendamente sul serio.
Insieme a Rozzi si inventarono una formula di contratto quasi a “cottimo”, in base al rendimento.
Pur avendo avuto tanti problemi fisici e pur non essendo esattamente un “goleador” Casagrande propose a Rozzi questo patto: giocare più di 30 partite e fare più di 20 gol.
Sembrava una follia.
Walter Casagrande giocò 33 partite, segnò 22 reti e l’Ascoli tornò in Serie A.
… entrando nel cuore di tutti noi per non uscirci mai più.



ANEDDOTI E CURIOSITA’

In quella stessa estate il Torino farà un’offerta sensazionale per “Casao”: 5 miliardi di lire per portarlo al Comunale.
Casagrande gioca due eccellenti stagioni a Torino. 

Nella prima arriverà un terzo posto in campionato e soprattutto una fantastica cavalcata in Coppa Uefa che porterà i granata fino alla finale, persa solo per la regola dei gol segnati in trasferta contro l’Ajax.
Dopo il 2 a 2 di Torino infatti (con doppietta di Casagrande) arriva il pareggio a reti inviolate di Amsterdam che consentirà ai lancieri di alzare il trofeo.

Nella sua parentesi granata oltre alla finale suddetta e al trionfo in Coppa Italia della stagione successiva ci sarà una partita in particolare che farà entrare Casagrande anche nel cuore dei tifosi granata.
E’ il 5 aprile del 1992 e una sua doppietta permetterà al “Toro” di aggiudicarsi il derby della Mole ai danni dei cugini bianconeri.
Con una soddisfazione doppia: quella di cancellare completamente i sogni di scudetto della Juventus in quella stagione.

Casagrande

Il nome di Walter Junior Casagrande è legato indissolubilmente ad una delle pagine più straordinarie della storia del Corinthians, club nel quale “Casao” ha iniziato la carriera ed è tornato a più riprese.
Nel 1982, durante il periodo della feroce dittatura di  João Baptista de Oliveira Figueiredo il Corinthians intraprende una strada coraggiosa e rivoluzionaria. E’ la famosa “Democracia Corinthiana” che con una totale autogestione di tutte le attività della squadra (allenamenti, ritiri, premi partita, tattiche di gioco ecc.) dà una spallata importante ad una dittatura che mostra sempre più crepe.
Socrates, Vladimir e il giovanissimo Casagrande sono i leader di questa autentica rivoluzione.
A cominciare proprio dalla parola “Democracia”, vietata dal regime e addirittura impressa sulle maglie dei calciatori del Corinthians.
Casagrande, il dottor Socrates e compagni trionferanno in due campionati “Paulista” consecutivi prima che, con la partenza dei due nel 1984 il Corinthians non ritorni ad essere una squadra “normale” … finalmente però in un Paese democratico.

Proverbiale un suo diverbio con il portiere Leao, titolare in Nazionale e non esattamente “simpatizzante” del movimento “democratico”. Al termine di una partita Leao se la prende arrabbiatissimo con alcuni suoi compagni della difesa rei di aver lasciato troppo spazio agli attaccanti avversari.
“Qui non esistono “colpevoli”. Qui siamo tutti responsabili e tutti in egual misura. Tu compreso” fu la secca risposta del diciannovenne Casagrande al navigato portiere.

Dopo una stagione al San Paolo “Casao” fa ritorno a casa.
E’ il 1985. Inizia a segnare con continuità e il livello delle sue prestazioni è tale che Telé Santana, il CT del Brasile, lo inserisce stabilmente nel suo “11” titolare.
Casagrande ricambierà appieno la fiducia segnando  gran parte dei gol che permetteranno al Brasile di qualificarsi per il Mondiale Messicano dell’estate successiva.
In quel Mondiale però Casagrande non terrà fede alle attese e dopo le prime due partite giocate da titolare contro Spagna e Algeria verrà relegato in panchina in quelle successive.

Al termine della carriera calcistica però la vita di Casagrande prende completamente un’altra piega, la peggiore.
E’ lo stesso Casagrande a raccontarsi in diverse interviste.

“Quando smisi di giocare mi sembrò che la mia vita intera smettesse di avere un senso. Non avevo più alcun stimolo per alzarmi dal letto alla mattina. Mi sentivo vuoto e inutile. Per colmare questo vuoto ho scelto la maniera peggiore possibile: la droga.
Non ero mai stato un santo in gioventù ma adesso non era più qualcosa per sballare un po’ o “aprire nuovi spazi della mente” come mi raccontavano i miei idoli da ragazzo Jim Morrison e Jimi Hendrix.
Stavolta era molto peggio. Era l’unica cosa che mi interessava veramente fare. Mi facevo di tutto, cocaina ed eroina comprese. Passavo giornate intere in casa da solo a fumare, sniffare, bere e bucarmi. Ero avido di droga, come prima lo ero di calcio.
Toccai il fondo nell’ottobre del 2007.

Non riuscivo più a chiudere occhio.
Vedevo mostri, bestie, demoni dappertutto. Erano veri e propri incubi ad occhi aperti.
Presi la mia auto e scappai, senza una meta precisa.
Mi addormentai al volante. Quando mi risvegliai ero in ospedale. Mi ero ribaltato con la macchina e finendo per investirne altre cinque.
Ero vivo per miracolo.
La mia famiglia mi obbligò ad andare in un centro per disintossicarmi.
Mio figlio più grande, Victor Hugo, fu determinante. Non aveva ancora 20 anni ma si comportò da uomo.
“Papà, non voglio che tu muoia. E se per evitarlo ti devo trascinare a calci dove possano prendersi cura di te sappi che lo farò”.

Casagrande

Nell’autunno dell’anno successivo Walter Casagrande esce da quel centro. Da allora quel vuoto lo ha colmato con il calore della sua famiglia con tante nuove passioni.
La lettura e la scrittura, la palestra e le tante visite nelle scuole, in carceri minorili e in centri di riabilitazione a raccontare la sua esperienza di vita.
A 56 anni di cose da fare ce ne sono ancora tante.

Walter Casagrande è tornato ad Ascoli nel maggio del 2016.
L’affetto dei tifosi bianconeri non è mutato.

Anzi. Evidentemente il racconto dei padri ai figli, come avveniva nella più pura tradizione contadina, ha se possibile ulteriormente ingigantito il mito, trasformandolo nella icona assoluta della curva sud ascolana, popolata per lo più da ragazzi che, quando Casagrande giocava, non erano ancora nati.

Whiteside: sul tetto del mondo a 17 anni

“Non ho mai visto uno spogliatoio così silenzioso.
Mi guardo intorno e vedo i miei compagni di squadra emozionati come bambini il primo giorno di scuola.
Gente come Sammy Mc Ilroy, come Martin O’Neill, come Pat Jennings (vabbè, lui silenzioso lo è sempre !) o come Mel Donaghy.  Perfino Jimmy Nicholl, che gioca con me al Manchester United e che di solito non tace neppure in chiesa oggi  se ne sta buono buono in un angolino.
Gente che in carriera ha giocato mille battaglie e che davvero ne ha viste di tutti i colori adesso è qua intorno a me a guardarsi le punte degli scarpini o a starsene con gli occhi chiusi e la testa appoggiata al muro.
Beh, il motivo c’è ed è più che valido.
Fra poco più di un ora andremo in campo a giocare una partita che Pat, Sammy, Jimmy e molti altri  pensavano non sarebbero mai arrivati a giocare: una partita della fase finale del Campionato del Mondo di calcio.
Giocheremo contro la Jugoslavia.
Sarà la prima partita della fase finale di questi mondiali spagnoli.
Noi siamo l’Irlanda del Nord e il mio paese non si qualifica per la fase finale di un Mondiale dal 1958.
E io, a 17 anni e 41 giorni, fra poco sarò in campo insieme ai miei compagni.
Se ci penso mi viene quasi da ridere !
Io che non ho ancora la patente di guida e che, teoricamente, non posso ancora andare a bere al pub.
Giocherò i mondiali di calcio quando Georgie Best, l’icona assoluta del mio piccolo paese, non ce l’ha mai fatta.
Siamo degli outsider e niente di più. Questo lo sappiamo bene.
E poi nel nostro girone oltre alla Jugoslavia, che è una gran bella squadra, ci sono anche i padroni di casa spagnoli oltre al piccolo Honduras con il quale se non altro possiamo giocarcela alla pari.
Cerco di dire qualche battuta, di rompere un po’ questa tensione che quasi si tocca con mano.
“Fuck off Smiley ! Lasciaci in pace” è la risposta di Chris Nicholl subito assecondato dagli altri.
Già Smiley, “sorriso”, il mio soprannome.
Io sono fatto così.
Mi piace sdrammatizzare tutto e affrontare tutto quello che viene con il sorriso sulle labbra.
D’altronde come potrebbe essere diversamente ? Ho solo 17 anni, ho già esordito nel Manchester United e adesso sto per giocare i Mondiali di calcio.
Come potrei non essere felice ?



L’Irlanda del Nord giocherà quel Mondiale di Spagna del 1982 andando ben oltre le più rosee previsioni della vigilia.
Due pareggi con Jugoslavia e Honduras sembrano in realtà pregiudicare il passaggio al turno successivo ma contro la Spagna, nell’ultima partita del girone, arriva un’impresa assolutamente inattesa quanto storica.
La piccola Irlanda del Nord con un gol del suo attaccante Gerry Armstrong strapperà una vittoria che significa primo posto nel girone e qualificazione al turno successivo, dove però la Francia di Michel Platini riporterà sulla terra i ragazzi di Billy Bingham. 
Norman Whiteside, il giocatore più giovane ad aver mai giocato in una fase finale del Mondiale battendo addirittura il Pelè del 1958 in Svezia, sarà una delle rivelazioni di quel torneo.
Un fisico imponente che non teme lo scontro fisico, un eccellente tecnica individuale, una grande capacità di protezione della palla e una visione di gioco sorprendente per un ragazzo della sua età.
Cresciuto con la pesantissima etichetta di “nuovo George Best” pare che per il ragazzo di Belfast, cresciuto nel celeberrimo quartiere di Shankill, il futuro possa riservare ogni tipo di successo e di soddisfazione.
… non sarà così … 
 
NORMAN WHITESIDE

Già quando NORMAN WHITESIDE ha solo 13 anni si parla di lui come di un potenziale fenomeno.
Il Manchester United ce l’ha nel mirino da tempo.
A scoprirlo è stato ancora una volta Bob Bishop, lo scout del Manchester United che portò all’Old Trafford proprio George Best.
Ma tutte le più grandi squadre inglesi sanno benissimo chi è Norman Whiteside e il Liverpool sarà l’ultimo club ad arrendersi.
A 14 anni Norman Whiteside entra di fatto nelle giovanili dei Red Devils e la sua carriera subirà un’accelerazione impressionante.
I problemi fisici che però condizioneranno in maniera decisiva la carriera di Whiteside non tardano ad arrivare. 
La svolta, in negativo, nella carriera del possente ragazzo di Belfast, arriva l’anno successivo, quando Norman ha solo 15 anni.
“Avevo uno stiramento all’inguine. A Belfast tutti parlavano di questa specie di “santone”, un certo Bobby Mc Gregor, fisioterapista del Glentoran. Decisi di andare da lui a curare questo problema. Fu l’inizio della fine. Mi trattò con dei massaggi dalle cosce fino all’addome in maniera così violenta che mi sembrò di sentire il mio bacino spostarsi. Fatto sta che quando uscì dal suo studio mi accorsi che non riuscivo quasi più a ruotare sui fianchi e soprattutto avevo perso gran parte della mia velocità.”
Da sempre si è detto che il limite più grande di Whiteside fosse la sua lentezza. “Se fosse stato anche veloce ora parleremo di Norman come parliamo di Pelè, Di Stefano o di Duncan Edwards” queste le parole di Sir Alex Ferguson.
… fino a quel giorno e a quel maledetto incontro con Mr. Bobby Mc Gregor il giovane Norman Whiteside vinceva le gare di velocità ai campionati scolastici …
Non passa neppure un anno che durante una partita del campionato riserve contro il Preston un apparentemente innocuo tackle manda ko il ginocchio destro di Whiteside.
C’è una cartilagine in briciole e una lunga operazione per “ripulire” il ginocchio.
Whiteside rimane fermo per sette lunghi mesi prima di ricominciare a giocare nel gennaio del 1982. E’ l’infortunio che in pratica ne condizionerà tutta la carriera … e pensare che se fosse accaduto solo pochissimi anni dopo l’intervento sarebbe stato in artroscopia e Whiteside sarebbe stato fermo un mese al massimo …
Nonostante questo Whiteside riprende a giocare e le sue prestazioni nella squadra riserve convincono l’allora manager del Manchester United Ron Atkinson ad aggregarlo alla prima squadra dove debutta il 24 aprile del 1982 in una partita di campionato contro il Brighton, diventando il secondo più giovane calciatore della storia del Manchester United dopo il grande Duncan Edwards.
Norman Whiteside deve ancora compiere 17 anni.
Nella stagione 1982-1983, subito dopo il suo exploit al Mondiale con l’Irlanda del Nord, si conquista un posto come attaccante titolare dei “Red Devils” a fianco di Frank Stapleton.
 
NORMAN WHITESIDE

Dopo un inizio eccellente (4 gol nelle prime 5 partite) arriva un lungo periodo di astinenza realizzativa compensato poi da un finale di stagione eccellente, dove “Big Norm” scriverà uno dei suoi tanti record: il primo giocatore nella storia del calcio inglese a segnare in ENTRAMBE le finali di Coppa ! Quella di Lega (persa con il Liverpool per 2 reti ad 1) e quella di FA CUP dove segna uno dei 4 gol con cui il Manchester United liquida il Brighton nel replay.
Arriveranno poi due stagioni difficili per Whiteside alle prese con i suoi sempre più ricorrenti problemi fisici.
Tanta panchina e poco spazio in prima squadra.

Poi arriva la svolta, quella che potrebbe dare nuovo vigore alla carriera del giovane attaccante di Shankill.
Il centrocampista Remi Moses, partner di Bryan Robson nel centrocampo dei Red Devils, subisce un grave infortunio.
Atkinson propone a Whiteside di giocare al suo posto, a centrocampo.
L’impatto di Norman è devastante.
L’intesa con Robson è eccellente e i risultati sono immediati.
Nelle quindici partite successive il Manchester United perderà solo una partita.
Whiteside ha intelligenza tattica e tecnica in abbondanza e, con la sua conclamata lentezza, a centrocampo trova in realtà il suo habitat ideale.
Anzi, il suo tempismo negli inserimenti lo rendono spesso difficilmente marcabile per le difese avversarie.
Il Manchester United raggiungerà la finale di quella FA CUP.
L’avversario è l’Everton.

In quel momento i Toffeeman sono la squadra più forte d’Inghilterra e una delle più forti d’Europa.
Sono reduci dalla conquista del campionato e solo 3 giorni prima hanno portato a casa il loro prima trofeo europeo, piegando il Rapid Vienna di Hans Krankl nella finale di Coppa delle Coppe.
Sarà suo il gol partita (e che gol !) nei supplementari, con lo United in 10 per l’espulsione, la prima in una finale di FA CUP, del suo compagno di squadra Kevin Moran.
I continui problemi fisici di Whiteside si uniscono alle voci che descrivono il Manchester United come una sorta di club di alcolisti, dove il pub pare sia frequentato con grande assiduità.
Nel novembre del 1986 arriverà all’Old Trafford Alex Ferguson, reduce dai trionfi in serie con l’Aberdeen.
Si accorge subito che c’è qualcosa che non va.
Le abitudini “alcoliche” 
di molti membri della prima squadra sono fuori controllo e decide di dare uno stretto giro di vite.
Norman Whiteside è tra questi, insieme a Paul Mc Grath e al capitano Bryan Robson.
Ferguson li vede come esempi negativi per il resto della squadra e spinge insistentemente per la loro cessione.
Bryan Robson sarà l’unico che, con le sue eccellenti prestazioni in campo, convincerà Ferguson.
Whiteside e Mc Grath (che nel frattempo hanno cementato una grande amicizia) non avranno che sporadicamente questa possibilità.
Hanno entrambi gravissimi guai alle ginocchia e passano più tempo dal fisioterapista e al pub che in campo.
Nonostante questo Ferguson concede una possibilità a Whiteside che gioca due stagioni di buon livello, tornando a giocare nella sua vecchia posizione al centro dell’attacco.
Si racconta di parecchie violente discussioni con Ferguson per le sue “sessioni alcoliche” ma in campo Whiteside la sua parte la fa comunque sempre.
Quando tutto sembra si sia sistemato per il meglio arriva l’ennesimo infortunio: Norman Whiteside si rompe il tendine di Achille.
Rimane ai box per oltre un anno e quando rientra nel Manchester United non c’è più posto per lui.
Alex Ferguson sa del valore di Whiteside e inizialmente chiede un milione di sterline tonde tonde per il suo cartellino. Ma nel calcio i segreti non esistono. Tutti sanno dei problemi di Norman Whiteside e le offerte sono molto lontane dalla cifra richiesta.
L’unica in qualche modo ad avvicinarsi maggiormente alla richiesta dello United sarà proprio l’Everton che mette sul piatto 600 mila sterline più altre 150 mila al raggiungimento di Whiteside delle 50 partite con la maglia dei Blues di Goodison Park.
Così Norman Whiteside, tra la rabbia dei tifosi del Manchester United per i quali è un idolo assoluto e la gioia di quelli dei “Toffees”, approda al Goodison Park.
Firma un contratto per quattro stagioni e pare che proprio Alex Ferguson gli faccia da agente … strappando per lui un contratto con il nuovo team praticamente raddoppiando quanto guadagnava allo United !
Whiteside gioca una prima stagione eccellente.
Diventa l’autentico regista del centrocampo dell’Everton e in 35 partite ufficiali segna la bellezza di 13 reti, cifra realizzativa importante per un centrocampista.
Anche i suoi guai fisici sembrano essersi se non proprio risolti, decisamente ridotti.
Purtroppo è solo un’illusione.
A metà settembre, durante una partita amichevole, il ginocchio di Norman Whiteside cede ancora.

Occorre un’altra operazione, l’ennesima.
Quando rientra però si accorge che stavolta qualcosa di irreparabile è accaduto.
Si rende conto definitivamente che il suo ginocchio, martoriato da 9 operazioni in altrettanti anni, non gli garantisce più un rendimento all’altezza della sua fama.
C’è solo una cosa che un uomo dello spessore e dell’onestà intellettuale di Whiteside può fare: ritirarsi dall’attività agonistica.
“Avevo ancora due anni di contratto, il più ricco di tutta la mia carriera. Potevo tranquillamente tirare avanti tra qualche partita in prima squadra, qualche settimana in infermeria e tante partite nel campionato riserve.
Ma avrei solo preso in giro un grande club come l’Everton, i suoi meravigliosi tifosi e soprattutto me stesso.” Queste le parole di Whiteside in quel giugno del 1991.
Ha solo 26 anni, l’età in cui un calciatore sta entrando nel suo migliore periodo agonistico.
Sono in molti a temere per l’equilibrio emotivo di Norman.
In fondo bere non gli è mai dispiaciuto e a 26 anni, con una carriera finita ancora prima di arrivare al suo zenit e con tanti soldi in tasca Norman Whiteside non sarebbe né il primo né l’ultimo ad essere trascinato nel terribile binomio “depressione più alcolismo”.
Non sarà così.
Anzi.
Norman Whiteside si metterà a studiare.
Da fisioterapista.

Tornando sui banchi di scuola insieme a ragazzi spesso molto più giovani di lui.
Prenderà addirittura una specializzazione in podologia aprendo uno studio a Manchester.
“Spesso per lavoro ho a che fare con ragazzi che magari giocano già nei settori giovanili di club prestigiosi e mi chiedono consigli calcistici. Io gliene do uno solo: studiate e preparate per la vita sempre un piano “B” perché il mondo del calcio sa essere spietato come pochi”.
Infine una considerazione su quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere.
Non ho rimpianti. Anche se solo per pochi anni sono stato ai vertici della mia professione pur giocando a calcio per troppo poco tempo è vero … ma molto meglio così che non esserci mai arrivati !”.
 
NORMAN WHITESIDE

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Quando Billy Bingham, il manager dell’Irlanda del Nord, lo convoca per uno stage pre-mondiale a Brighton Whiteside non ha ancora giocato due ore di calcio professionistico con il Manchester United.
Durante questo stage però Whiteside impressiona tutti quanti. Primo fra tutti il grande Pat Jennings che durante una partitella in allenamento si vede superare da un fantastico tiro ad effetto di Whiteside … molto simile a quello che realizzerà pochi anni più tardi nella famosa finale di FA CUP contro l’Everton.

Fin dagli esordi Whiteside dimostra, oltre che una tecnica e una visione di gioco non comuni, una notevole prestanza fisica e altrettanta aggressività. Talmente tanta che nei primi anni di carriera in Irlanda del Nord venne soprannominato “Lo skinhead di Shankill”.

Ai Mondiali del 1982 come detto batterà il record di Pelé come più giovane calciatore ad aver giocato in una fase finale del campionato del Mondo.
Oltre alle performance di grande qualità di lui si ricorda ancora una importante lezione rifilata a Juanito, la fortissima ala di Real Madrid e della Nazionale spagnola, famoso per le sue doti di provocatore.
Norman Whiteside con un tackle lo sollevò letteralmente da terra scaraventandolo contro i tabelloni pubblicitari a bordo campo !

Nell’estate del 1984, dopo aver visto Norman Whiteside mettere in grande difficoltà la Juventus nella semifinale della Coppa delle Coppe, il Milan è pronto a sborsare l’importante cifra di 1.5 milioni di sterline per il giovane attaccante nord-irlandese. L’offerta è davvero troppo ghiotta. Il Manchester United accetta. Solo che Norman Whiteside non ha nessuna intenzione di lasciare il Manchester United e avventurarsi in un campionato così diverso come quello italiano. Il Manchester United ci proverà in ogni modo a convincere Norman ad accettare il trasferimento, offrendo nel pacchetto 100.000 sterline al giocatore.
Non c’è nulla da fare.

Il Milan dovrà optare per la seconda scelta. Un certo Mark Hateley.

Norman Whiteside ha sempre vigorosamente smentito che tra lui e Alex Ferguson ci fosse un rapporto così negativo come raccontavano i media dell’epoca.
“Ho un grande rispetto di Alex Ferguson. Non so quante grosse offerte economiche ho ricevuto dai tabloids inglesi per attaccarlo e metterlo in cattiva luce. Ho sempre rifiutato perché non ho davvero nulla contro di lui. Solo tanta stima e il rammarico di non aver dato un maggior contributo a causa dei miei problemi fisici” ricorda ancora oggi Whiteside.

Una star a 17 anni e “finito” a 26. Ma sono ancora le parole proprio di Alex Ferguson a descrivere al meglio le grandi doti di questo ragazzo. “Aveva una sicurezza e una calma sotto pressione impressionanti per un ragazzo della sua età. Un equilibrio, una compostezza e una tecnica che gli permettevano sempre di fare la scelta migliore in campo. Era rarissimo vedergli sprecare o perdere un pallone. Freddo nei momenti più caldi della partita e più la partita era importante a più il suo rendimento aumentava. Quando parliamo di Norman Whiteside parliamo di un calciatore molto ma molto vicino alla categoria dei “geni del calcio”.

Non mollare Appie!

Justin Kluivert quando arrivò alla Roma scelse il numero 34. Lo stesso numero di maglia che porta Amin Younes al Napoli, Philippe Sandler al Manchester City e Kevin Diks, in prestito ai danesi dell’Aarhus dalla Fiorentina.
Vebbè, qualcuno deve pur prenderlo quel numero direte voi.
Vero.
Ma quando lo scelgono 4 ragazzi, tutti olandesi e tutti molto giovani, la cosa non può passare inosservata.
Kluivert, Younes, Sandler e Diks sono tutti amici ed ex-compagni di squadra di ABDELHAK NOURI.
Forse a pochi questo nome dice qualcosa.
Ma su chi sarebbe diventato Abdelhak Nouri ci sono ben pochi dubbi.
Sarebbe stata solo una questione di tempo.
All’Ajax e tutti quelli che lo hanno visto in azione su un campo di calcio, ne sono tutti quanti assolutamente convinti: di Abdelhak Nouri si parlerebbe come si parla oggi di Matthijs De Ligt, di Frenkie De Jong, di Donny Van de Beek o come magari prestissimo si parlerà di Carel Eiting.

Abdelhak Nouri giocava con tutti loro nello “Jong Ajax” la squadra giovanile dell’Ajax.
Aveva giocato con loro nella stagione 2016-2017 alla fine della quale fu votato come “IL MIGLIOR CALCIATORE DELLA STAGIONE”.
In prima squadra aveva già esordito, proprio in quella stagione.

Era il 21 settembre del 2016 quando, in una partita di Coppa d’Olanda contro il Willem II, fece il suo debutto. Segnando anche una rete.
Un sogno che si realizzava per questo ragazzo di origini marocchine, nato proprio ad Amsterdam il 2 aprile 1997 e tifoso dei biancorossi da sempre.
Ancor di più da quando, a soli 7 anni, entrò nelle giovanili del Club.
Nel estate del 2017 viene definitivamente inserito nella rosa della prima squadra.
“Appie”, come viene chiamato da tutti, sceglierà il NUMERO 34.






E’ l’8 luglio del 2017.
La preparazione dell’Ajax è iniziata da pochi giorni e nel piccolo stadio di Schwendau, nelle Alpi austriache a meno di 70 km da Innsbruck, si gioca una partita amichevole.
Di fronte all’Ajax ci sono i tedeschi del Werder Brema.
Mancano meno di venti minuti alla fine.
L’Ajax sta spingendo alla ricerca del gol del pareggio.
L’azione si sta sviluppando sulla fascia destra.
Dall’altra parte del campo però c’è un giocatore che sta camminando lentamente disinteressandosi totalmente allo sviluppo del gioco.
Poi improvvisamente si inginocchia a terra e poi si corica di schiena.
Un compagno se ne accorge, alza il braccio per attirare l’attenzione dei compagni.
L’arbitro ferma il gioco.
Passano diversi secondi prima che ci si renda conto che non è stanchezza, non è un infortunio e non è neppure colpa dei 30 gradi abbondanti di quella giornata di luglio.
Intorno al giovane Nouri si muovono tutti con apparente tranquillità.
Per oltre un minuto.
Poi Klaas-Jan Huntelaar si avvicina e i suoi gesti sono di autentico terrore.
A quel punto anche il medico del Werder Brema si precipita in campo.
Passeranno 7 lunghissimi minuti prima che un defibrillatore entri in azione.
Dopo 13 minuti, quando la situazione sembra ormai compromessa, il cuore di Abdelhak Nouri ricomincia a battere
 e il suo respiro torna regolare.
Arriva un elicottero che porta il giovane talento di origine marocchina all’ospedale di Innsbruck. 
I primi segnali sono confortanti. Come spesso accade in questi casi viene indotto il coma ma i primi test a cuore e cervello sono confortanti.
La famiglia di Abdelhak arriva al suo capezzale.
Manca solo il padre, che dopo un anno a lavorare in macelleria era tornato in Marocco per qualche giorno di vacanza.
Ulteriori controlli però svelano un quadro diverso.
Ci sono importanti danni subiti dal cervello.
“Appie” non tornerà mai più su un campo di calcio.

A due anni abbondanti di distanza da quel giorno è ancora in un letto d’ospedale.
E’ uscito dal coma, riconosce i suoi famigliari, riesce a muovere bocca e occhi.
Per la famiglia di Nouri è un passo importante.
Non si arrendono, sono convinti che un pieno recupero sia ancora possibile.
Il padre Mohammed non lavora più in macelleria.
Passa tutti i giorni ore e ore al capezzale del figlio poi arrivano i fratelli Abderrahim e Mohammed a dargli il cambio.
Da quando è tornato ad Amsterdam, nel quartiere di Geuzenveld, gli attestati di affetto e il calore di amici, vicini e semplici tifosi dell’Ajax non hanno mai smesso di arrivare alla famiglia Nouri.
Nel campetto da gioco del quartiere campeggia una grande scritta su un muro “Appie 4 ever”.
Neanche all’Ajax intendono dimenticare questo ragazzino sempre sorridente, allegro e con tanta voglia di giocare a calcio e di imparare.
Sono tutti assolutamente sicuri che “Appie” avrebbe recitato una parte importantissima in questo Ajax che nella scorsa stagione ha incantato il mondo del pallone con il suo gioco offensivo e spettacolare.
Un classico 10, che amava giocare tra le linee e che si adattava benissimo anche partendo dall’esterno. 
Edwin Van der Saar, l’ex grande portiere e ora direttore generale dell’Ajax ha ammesso con grande onestà che “si sarebbe dovuto fare molto di più quel giorno. Troppo tempo perso a liberare le vie respiratorie, troppo tempo perso prima di capire da dove veniva il problema.
… e troppo tempo perso prima di utilizzare il defibrillatore. Se tutto questo fosse stato fatto è possibile che Abdelhak ora sarebbe in condizioni migliori. Non è una certezza, ma è una possibilità”.





TRIBUTI

Il Guardian, il prestigioso quotidiano inglese, nel 2014 (quando Abdelhak aveva solo 17 anni) lo aveva inserito tra i 40 migliori giovani del calcio mondiale.

Ricorda David Endt, che fu general manager all’Ajax fino al 2013.
“Già allora si vedeva che aveva una qualità assoluta. Un giorno gli dissi che il suo stile di gioco mi ricordava quello del grande Andres Iniesta”. “Appie” sgranò gli occhi e rimase per un paio di secondi a bocca aperta prima di bisbigliare un “ma … dice sul serio ? E’ proprio il giocatore a cui mi ispiro ! Grazie Boss !”.

Ousmane Dembélé, l’attaccante del Barcellona, diventò amico di “Appie” durante un torneo giovanile, in cui giocarono come avversari. Nacque una bella amicizia e Ousmane ancora oggi, sui suoi scarpini di gioco, ha inciso il nome “Nouri” e il numero 34.

Due dei migliori amici di Abdelhak sono Frenkie de Jong ora al Barcellona e Donny Van de Beek.
Quest’ultimo va spessissimo a trovare “Appie” e si racconta che spesso rimanga a dormire vicino a lui, nel letto a fianco.

Il 16 aprile di quest’anno è stato proprio Van de Beek a segnare il gol del pareggio dell’Ajax nella sfida con la Juventus nei quarti di finale della Champions League.
“Stavo impazzendo di gioia quando correndo verso i nostri tifosi ho guardato il tabellone luminoso. Avevo segnato al minuto 34. E’ stato Appie, ne sono assolutamente sicuro” ricorda commosso Donny.

All’entrata del museo dell’Ajax, a pochi metri dal “Johann Cruyff Arena”, ci sono tre maglie con il numero 34. Su ognuna di loro, sopra il numero, c’è una parola.
Insieme formano un messaggio “Stay strong Appie”.
Non mollare ragazzo. 

Dener, il Neymar che il destino si portò via

E’ il primo maggio del 1993.
Si gioca per il “Paulistao”
, ovvero il campionato regionale della zona di San Paolo. 
Lo stadio è il “Canindé” di San Paolo dove i padroni di casa del Portuguesa ospitano il Santos.
Nonostante i bianchi di Guga e Axel abbiano i favori del pronostico, i rossoverdi del Portuguesa, piccolo club abituato a fare su e giù tra la serie maggiore e quella cadetta, stanno dando filo da torcere ai più titolati avversari.
Dopo un primo tempo a senso unico in favore dell’ex squadra di Pelè e chiuso dal Santos in vantaggio per 2 reti a 0 quella che si presenta in campo nel secondo tempo davanti ai propri tifosi è una squadra completamente trasformata.
Il Portuguesa mette alle corde il Santos e dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo accorcia le distanze.
E’ un gran colpo di testa di Bentinho che rianima le speranze dei tifosi della “LUSA”, questo il nome con cui è conosciuto il Club tra i propri tifosi e in tutto il Brasile.
Lo stesso Bentinho riporta in parità le sorti del match.
L’azione si sviluppa ancora sulla fascia destra dove Dener, il numero 10 del Portuguesa e indiscusso idolo della torcida “Lusa”,  dopo aver saltato un uomo in dribbling “chiama” un triangolo con un compagno di squadra, guadagna la linea di fondo per poi mettere un invitante pallone all’interno dell’area piccola che deve solo essere spinto in rete.
Bentinho è ancora lì, al posto giusto nel momento giusto.
A metà della ripresa arriva addirittura il sorpasso.
E’ Tico, che sul filo del fuorigioco, viene pescato solo al limite dell’area.
Avanza verso la porta e con un tocco di esterno destro beffa Edinho, il numero 1 del Santos e figlio del grande Pelé.
Ci sono proteste infinite e la partita si scalda improvvisamente.
Il Santos ovviamente non ci sta.
Sono punti fondamentali nella corsa al titolo regionale anche se Palmeiras e Corinthians sembravano avere obiettivamente qualcosa in più in quella stagione.
I bianchi si riversano in attacco.
C’è un calcio di punizione a favore degli uomini allenati da Evaristo de Macedo dalla trequarti.
Il pallone viene rinviato di testa fuori dall’area, raccolto da Tico che lo appoggia a Dener.
Il numero 10 del Portuguesa riceve palla, spalle alla porta, quando si trova si e no dieci metri all’interno della metà campo avversaria. 
E a questo punto si inventa “qualcosa” che ancora oggi, nei racconti dei tifosi del Portuguesa, è considerato IL GOL della storia del Club.

Con un solo tocco stoppa la palla, si gira e con il secondo tocco fa passare la palla tra le gambe di un avversario.
Si lancia verso la porta che è però ad almeno 40 metri di distanza.
Salta un altro avversario, ne supera due in velocità, arriva davanti al portiere del Santos, lo fa sedere con una finta e poi spinge con l’esterno del piede la palla nella porta ormai vuota.
La “torcida” del piccolo “Estadio do Canindé” impazzisce letteralmente.
E’ il gol che chiude definitivamente il match … ed è il gol che consegna Dener Augusto de Souza alla leggenda del Portuguesa e gli apre definitivamente le porte di una carriera che a 23 anni non ancora compiuti, lo ha già visto esordire nella Nazionale maggiore brasiliana.

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Siamo nell’aprile del 1994.
Sono passati meno di 5 mesi da quel gol.
Dener ad inizio anno si è trasferito in prestito al Vasco de Gama, che non ha badato a spese per assicurarsi le prestazioni del giovane talento di Vila Ede per il “Campionato Carioca” (il campionato regionale di Rio de Janeiro) di quella stagione.
Le prestazioni di Dener sono di altissimo livello.
Il suo esordio con il Vasco de Gama è in una mini tournèe in Argentina dove il team di Sebastiao Lazaroni affronta anche il Newell’s All Boys di Diego Maradona.
La prestazione di Dener è talmente spettacolare che a fine partita “El Diego” vorrà complimentarsi personalmente con il ragazzo.

In quel campionato “Carioca” il ruolino di marcia del Vasco è impressionante.
Nel girone di qualificazione al quadrangolare finale per il Vasco di sono 8 vittorie e 3 pareggi … e nessuna sconfitta.
Dener gioca finalmente con quella continuità che finora gli aveva fatto difetto ed è uno dei protagonisti principali di questa trionfale cavalcata.
A tal punto che praticamente tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere il minuto attaccante di proprietà del Portuguesa una certezza tra i 22 giocatori che faranno parte della spedizione negli USA per gli ormai imminenti mondiali.
Dener, che agisce prevalentemente da seconda punta alla spalle del bomber “giramondo” Jardel, ha letteralmente fatto innamorare i sostenitori del Vasco.
Quello che impressiona maggiormente in questo minuscolo attaccante (168 centimetri per 60 chilogrammi di peso) è la capacità di dribbling lanciato in piena velocità e anche chi tenta di fermarlo con le “cattive” scopre ben presto che le sue doti di equilibrio e di agilità sono davvero fuori dalla norma.
La palla sembra non voglia staccarsi dai suoi piedi, vede il gioco, è bravo nell’ultimo passaggio e segna con regolarità.
La Torcida del Vasco ha coniato un ritornello appositamente per lui.
‘Ê cafuné! Ê cafuné! O Dener é a mistura de Garrincha com Pelé!’
Se la parola cafuné è quasi intraducibile (è più o meno una carezza, un gesto delicato) molto più chiara la seconda parte del testo “Dener è un misto fra Garrincha e Pelé !” il complimento più grande immaginabile in Brasile, visto che cita i due più grandi campioni della storia calcistica di questo paese.
Il 17 aprile al Maracanà si gioca Fluminense – Vasco da Gama.
Finirà in pareggio, un 1 a 1 che non sarà certo ricordato negli annali ne per lo spettacolo in sé e neppure per Dener, che verrà espulso durante il match per una lite con il terzino brasiliano Branco, vecchia conoscenza anche del calcio italiano.
Nessuno però può immaginare che quella sarà l’ultima partita di Dener, il minuscolo talento destinato ad una carriera luminosissima.
Subito dopo la partita, giocata il 17 aprile,  Dener rientra a San Paolo.
Non è una semplice gita di piacere nella sua città.

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A San Paolo, insieme ai dirigenti del suo Portuguesa ci sono quelli dello Stoccarda, in quel momento una della squadre più importanti e competitive della Bundesliga.
A caldeggiare il suo acquisto con il team tedesco è nientemeno che Carlos Dunga, arrivato a Stoccarda l’estate precedente dopo le sei stagioni trascorse in Italia con Pisa, Fiorentina e Pescara.
E’ un passo importantissimo per la carriera di Dener e la proposta economica è assai allettante per questo ragazzo che nonostante la giovanissima età è già padre di tre figli.
Dener in passato ha avuto diversi problemi disciplinari:
Allenamenti saltati o arrivando in ritardo, qualche violenta discussione con alcuni allenatori (con l’ex portiere della Nazionale Leao in primis) e comunque diversi comportamenti non esattamente professionali.
Da qualche tempo però pare maturato, più responsabile e disciplinato e il suo rendimento in campo ne è la prova più evidente.
Il 19 aprile riprendono gli allenamenti del Vasco in vista della fase finale del campionato Carioca e Dener, insieme all’inseparabile amico Otto Gomes Miranda, riparte da San Paolo per far ritorno a Rio de Janeiro.
E’ proprio l’amico Otto che in quell’alba del 19 aprile sta guidando l’auto di Dener, una Mitsubishi Eclipse.
Sono partiti da San Paolo durante la notte, quasi sei ore prima e sono ormai nei pressi di Rio de Janeiro (esattamente a Lagoa Rodrigo de Freitas).
Nemmeno quindici minuti e saranno a destinazione.
Ad un certo punto accade qualcosa di imprevedibile.
E di drammatico.
La macchina esce dalla carreggiata e finisce contro un grosso albero ai lati della strada.
L’impatto è tremendo, sia per la forte velocità sia perché con ogni probabilità ha colto entrambi nel sonno.
Otto Gomes Miranda sopravviverà anche se gli verranno amputati gli arti inferiori mentre per Dener non ci sarà nulla da fare.
Morirà sul colpo
, soffocato dalla cintura di sicurezza.
L’inchiesta successiva stabilirà che Dener al momento dell’impatto stava dormendo con il sedile completamente reclinato all’indietro e la cintura di sicurezza, invece di proteggerlo, lo ha praticamente strangolato.
Il cordoglio in tutto il Brasile è immenso.
Vedere oggi le immagini di Dener in Internet non può che farci pensare ad un altro immenso talento brasiliano di oggi che forse riuscirà a raggiungere tutto quello che DENER AUGUSTO DE SOSA ha solo potuto sognare.
Il suo nome è NEYMAR.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Come per molti altri ragazzi brasiliani l’infanzia di Dener è sulla soglia della miseria. Rimasto orfano all’età di 8 anni per Dener la vita è stata per anni andare a scuola alla mattina e trovare lavoretti saltuari al pomeriggio per contribuire al magro bilancio famigliare.
Può giocare solo al famoso “futbol sala” (il calcio a 5 al coperto) dove però a nessuno sfuggono le grandi doti di questo piccolo e magrissimo ragazzo.
A undici anni il Portuguesa lo mette sotto contratto ma a quindici le necessità famigliari lo costringono a lasciare il calcio giocato. Per lui c’è il ritorno nel Calcio al coperto dove riesce a raggranellare qualche soldino. Tornerà due anni dopo.
Questo il racconto di Antonio Gomes, allenatore del Portoguesa che fece esordire Dener in prima squadra.
“Un dirigente del Club mi parlò di questo ragazzino tutto pelle e ossa che mi convinse a provarlo in una partitella di allenamento. Arrivò al campo e dissi al magazziniere di dargli maglietta e calzoncini.
La partita era già iniziata da diversi minuti quando mi accorsi che Dener era ancora a bordo campo. Sembrava un pulcino smarrito. Lo invitai a entrare in campo. Il primo pallone che toccò lo fece passare sopra la testa di un difensore, lo stoppò e poi scattò via come un fulmine. Il secondo fu una palla a metà tra lui e un altro giocatore, più o meno il doppio di lui fisicamente. Quest’ultimo entrò in scivolata, in maniera anche molto dura e scoordinata. Dener arrivò una frazione di secondo prima sul pallone, lo toccò con la punta del piede e poi saltò a piedi uniti per evitare il tackle dell’avversario. 
A quel punto mi voltai verso i dirigenti e dissi loro di “non fate andar via quel ragazzo prima di avergli fatto firmare un contratto da professionista !”.

La consacrazione per Dener arriva nel 1991 durante il famoso torneo “Junior Cup di San Paolo”, il torneo Under-20 più importante del Brasile e ai tempi autentica vetrina per i giovani talenti.
Dener porta il Portuguesa al trionfo (4 a 0 in finale contro il Gremio e verrà eletto Miglior calciatore del Torneo.

Prima dello storico gol contro il Santos Dener ne realizzò un altro molto simile nel 1991 contro l’Inter de Limeira, sempre per il campionato paulista.
In quell’occasione furono quattro i calciatori saltati in dribbling e in velocità prima di battere a rete con un tocco “sotto” a scavalcare il portiere.

A farlo esordire nella Nazionale Brasiliana fu niente meno che Paulo Roberto Falcao durante la sua breve permanenza sulla panchina del Brasile. Due presenze, entrambe contro l’Argentina.
“Un giocatore meraviglioso. Di quelli che possono cambiarti l’esito di una partita in un solo secondo. Quelli come lui sono un piacere per chiunque ami il calcio” queste le parole dell’Ottavo Re di Roma.

Josè Macia, detto Pepe, uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio brasiliano, fu l’allenatore di Dener al Santos in una carriera che lo ha visto fare da chioccia al grande Pelé al Santos e in seguito in giro per il mondo come allenatore in oltre 20 diversi club.
“Tra tutti i calciatori che ho allenato nella mia carriera è l’unico che si è in qualche modo avvicinato a Pelè. Quel ragazzo aveva un talento straordinario”.

Sempre nei ricordi di Pepe c’è un altro racconto particolare e molto emblematico nel periodo in cui fu l’allenatore di Dener al Portuguesa.
“Dener era spesso in ritardo agli allenamenti, oppure non si presentava neppure. Stavo per perdere la pazienza con lui quando venne da me Capitao, il giocatore più esperto della squadra” racconta il grande ex-centravanti del Santos.
“Vengo in rappresentanza dei miei compagni Mister. La preghiamo di avere un po’ di pazienza con Dener. Sappiamo che non sempre si comporta bene … ma è lui che ci fa vincere le partite”.
Ricorda Pepe che “fu la prima e l’ultima volta nella mia carriera di allenatore che fece un eccezione per qualcuno” aggiungendo poi che “Capitao e i suoi compagni però avevano effettivamente ragione !.

L’ultima aneddoto riguarda proprio quel giocatore che per i brasiliani che ricordano Dener ne racchiude gran parte delle caratteristiche, Neymar Junior.
Si racconta che durante i suoi primi anni al Santos Neymar subiva molto la durezza degli interventi degli avversari (non che sia cambiato tantissimo !) e finiva spesso per reagire in malo modo facendosi spesso espellere.
Un giorno il Direttore Sportivo del Santos Paulo Jamelli decide di chiudere Neymar in una stanza per mostrargli come reagivano i grandi campioni ai falli degli avversari … ovvero senza mostrare debolezze, rialzandosi dopo un fallo pronti a ripartire per una nuova giocata.
I video mostrati quel giorno furono di Pelé, di Maradona, di Messi e … di DENER.