NON SOLO CALCIO… Michael Jordan

“Il calcio è una scuola di vita”. Non si chi abbia detto questa frase ma credo sia un’assoluta verità. Il modo in cui ti comporti in un campo da calcio o in uno spogliatoio (e non parliamo di piedi sopraffini o quant’altro…) di certo fa capire come sei anche al di fuori del rettangolo di gioco nella vita di tutti i giorni, che tu abbia 20/30 anni o solo 10…

Ma visto che tante “penne” scrivono di calcio in questo blog, mi piaceva pensare a una serie di articoli dedicata ad avvenimenti o personaggio che hanno segnato un momento della storia sportiva… un anno fa eravamo partiti da un certo Francesco Molinari che faceva nel golf quello che nessun italiano era ancora riuscito a fare vincendo uno dei tornei Major, oggi (e promettiamo di non far passare un altro anno…) ci dedichiamo forse all’atleta più conosciuto e amato di tutti gli sport, cioè sua maestà MJ23, Michael Jordan.

In realtà ci vogliamo concentrare ad un particolare momento che è successo esattamente 22 anni fa (qualche giorno fa è stato l’anniversario…).

Speriamo che questa rubrica vi possa piacere, distogliendo un attimo lo sguardo dallo sport più bello del mondo (che rimane sempre il calcio… in ogni sua forma)

22 anni fa “The Last Shot”, l’ultimo tiro di Jordan in maglia Bulls alle Finals 1998.

michael jordan

La mitica serie contro gli Utah Jazz si chiude con l’epilogo atteso da tutti, la vittoria del titolo NBA dei Tori, il sesto in otto anni, con un canestro di MJ in faccia a Bryon Russell, l’ultimo di una serata da 45 punti.

Un tiro divenuto iconico e attorno al quale si è costruita un’importante narrativa che ha segnato un’epoca intera.

Se “The Last Dance”, l’ultimo ballo, è la definizione per l’annata 1997-98 dei Chicago Bulls, l’ultima versione di una squadra mitica e irripetibile, “The Last Shot”, l’ultimo tiro, non può che essere riferito al canestro di Michael Jordan che segnò l’epilogo e il lieto fine di quella cavalcata, tanto clamorosa quanto difficile e controversa.

Il sigillo di Sua Maestà

Era il 14 giugno del 1998. Al Delta Center di Salt Lake City, Utah. Finali NBA 1998 tra Utah Jazz e Chicago BullsGara 6 con i Tori in vantaggio 3-2 nella serie e ad un passo dal sesto titolo in otto anni, il secondo “Three-Peat” dopo quello dal 91 al 93. Sotto 86-83 a 42″ dalla fine dopo una tripla di John Stockton, i Bulls si affidano a MJ e Sua Maestà non tradisce.

Dopo il timeout di Phil Jackson, ecco la sequenza iconica:

  • Jordan, reduce da 4 liberi consecutivi a segno, si fa consegnare la palla sulla rimessa, attacca direttamente Russell, la difesa lascia libera la corsa di penetrazione e così arriva un canestro immediato di mano destra al ferro per il -1, 85-86 a 37″ dal termine.
  • I Jazz attaccano con Stockton, lavorano con calma per far correre il cronometro, il playmaker sceglie il alto sinistro e attende che Karl Malone si piazzi in post basso. Il “Postino” riceve spalle a canestro marcato da Rodman e lì, dal nulla, dalla linea di fondo, il lato cieco di Malone, sbuca Jordan che gli tocca il pallone, glielo fa cadere e arriva il recupero. 19″ sul cronometro.
  • Michael va dall’altra parte, sceglie il lato sinistro del campo, i compagni gli lasciano completamente libera la fascia centrale, lui attacca Bryon Russell andando verso la lunetta, lo sbilancia con una finta in palleggio di mano destra, torna sulla mano sinistra e si alza per il tiro dai 6 metri. Lingua fuori, ciuf, retina che si muove, canestro, 87-86 per Chicagoa 5″ dalla fine.

Il resto è storia, dopo il timeout gli Utah Jazz hanno la chance per il controsorpasso e portare la serie a gara 7, ma Stockton sbaglia la tripla da posizione centrale e così, al suono della sirena, può scattare la festa dei Bulls e contemporaneamente chiudersi un’era del basket moderno.

Lo scenario: per i Bulls non si metteva bene

Il canestro di Jordan e la conseguente vittoria di partita e titolo, hanno levato tutte le castagne dal fuoco per i Bulls dato che, in caso di sconfitta e di successiva gara 7, le prospettive non erano per nulla buone.

Infatti, pur osservando che nessuno nella storia NBA era mai riuscito a vincere un titolo partendo da uno svantaggio di 3-1 (ci riusciranno i Cavs di LeBron James nel 2016 contro i Warriors, ndr), quei Jazz avevano vinto gara 5 a Chicago impedendo ai Tori di chiudere il discorso sul parquet amico (errore da tre di MJ a fil di sirena, ndr) e poi avrebbero avuto appunto la decisiva gara 7 in casa, al Delta Center, dove da sempre il pubblico e i tifosi fanno sentire il proprio calore, più che altrove in NBA.

Inoltre, Utah avrebbe avuto l’inerzia della rimonta mentre Chicago avrebbe potuto tremare, considerando anche l’infortunio alla schiena che tormentava Pippen da gara 3, l’influenza che debilitò Harper in gara 6 e l’inevitabile stanchezza di tutti, Jordan in primis, rimasto sostanzialmente solo a sorreggere l’attacco dei suoi (45 punti in gara 6 con 15 su 35 al tiro, 19 su 32 per il resto dei Bulls).

E poi il fattore stanchezza era legato anche al cammino nei playoff: i Jazz, a parte il combattuto 3-2 contro i Rockets al primo turno, poi passeggiarono contro Spurs, 4-1, e Lakers, 4-0, mentre i Bulls, tolto il 3-0 iniziale coi Nets e poi il 4-1 sugli Hornets, dovettero lottare duramente contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller nella finale dell’Est, vinta soltanto 4-3 in gara 7 al termine di una serie massacrante.

Era fallo in attacco contro Bryon Russell?

A più di 20 anni da quel canestro di Michael Jordan, si dibatte ancora sullo sviluppo dell’azione e se ci fosse fallo da parte di Michael ai danni di Bryon Russell. Dai replay si nota una leggera spinta di Jordan con la mano sinistra sul gluteo di Russell che poi scivola e va a terra, ma non si capisce se sia abbastanza intensa per generare un fallo.

Secondo il sito AskMen.com questa azione è sesta nella Top 10 ogni epoca dei fischi arbitrali sbagliati, o mancati, mentre nel 2008 Tim Bucley del Desert News, quotidiano di Salt Lake City, ha sottolineato anche altri due errori arbitrali in gara 6 legati al cronometro, una tripla di Howard Eisley nel primo tempo annullata (era buona) e un canestro di Ron Harper per i Bulls nella ripresa, convalidato nonostante il replay abbia mostrato fosse oltre lo scadere. Ma a quel tempo l’instant replay non c’era e non si poteva andare a rivedere l’azione al monitor per gli arbitri.

michael jordan

E il diretto interessato, Bryon Russell, cosa pensa? Ne ha parlato nel 2018, a 20 anni da quel tiro:

Sapevo dove sarebbe voluto andare a tirare. Ero più atlo e più pesante di lui, per cui ha dovuto fare qualcosa che neanche il resto del mondo è riuscito a vedere. Mi ha dato una piccola spinta ‘extra’ con cui ha potuto mettersi nella posizione che voleva per tirare. Sapevo cosa voleva fare, ho cercato di impedirglielo, ero un passo avanti a lui, ma è stato bravo e poi ha tirato

Michael Jordan, dopo la fine della partita e la conquista del titolo NBA, con anche il premio di MVP delle Finals, ha parlato a proposito del canestro e se fosse il modo migliore per uscire di scena.

Sì ci ho pensato. Quando ho conquistato l’ultimo pallone, ho avuto una sensazione di benessere. La gente si è zittita e il momento ha cominciato a diventare tutt’uno con me stesso, in una sensazione di perfetta armonia. Tutto ha cominciato a svolgersi come se fosse al rallentatore, la visione del campo era perfettamente nitida. Allora provi a leggere la difesa, cerchi l’attimo e l’ho trovato quando Russell si è sbilanciato. Non ho mai dubitato di me stesso, sapevamo che avremmo avuto un’opportunità di vincere la partita

Pensando allo spogliatoio

Lo Spogliatoio…questo sconosciuto! Come lo si vive, come lo si gestisce…cosa succede dentro quelle “4 mura”. Il punto di vista di Davide Gottuso, mister del Forii calcio a 5.

Quanto è importante per un Mister “saper comunicare”?

Credo sia una delle qualità più importanti per un allenatore, saper comunicare verbalmente ma anche fisicamente è fondamentale… Riuscire ad entrare in empatia con ogni ragazzo, riuscire a trasformare la propria autorità (data dal ruolo di Mister) in autorevolezza grazie al modo di comunicare con i giocatori crea un rapporto di reale fiducia indispensabile per ottenere risultati positivi.

Secondo me un allenatore deve essere un po’ padre, un po’ fratello maggiore, un po’ professore, un po’ psicologo e un po’ amico… Se manca qualcuna di queste figure diventa difficile trovare il modo giusto per comunicare con la squadra.

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Codici di comportamento e regole… come le gestisci con i tuoi giocatori?

Di fatto creo ad inizio stagione una sorta di regolamento interno, dove ad ogni situazione negativa viene associata una sorta di “punizione”, come a cercare di creare qualcosa di automatico e schematico, ma ciò serve solo ad indicare cosa non si deve fare, nella realtà ogni situazione viene valutata volta per volta, cercando di avere un metro di giudizio oggettivo e di non creare differenze all’interno dello spogliatoio.

Ammetto che molto dipende dal trascorso del giocatore in questione, nel senso che se due giocatori arrivano tardi ad allenamento, oltre a prendere in considerazione le motivazioni e se hanno avvisato per tempo o no, valuto il passato dei due ragazzi, il decimo ritardo non può avere lo stesso peso del primo o del terzo.

Ti è mai capitato di “ammettere di aver sbagliato” nello spogliatoio?

Un sacco di volte, mi è capitato di scusarmi per una reazione magari troppo forte o per un rimprovero troppo veemente, parto sempre dal presupposto che ai ragazzi non serve un dito accusatore ma piuttosto un muro dietro al quale sentirsi protetti, devono giocare ed allenarsi con serenità, ho sempre fatto da scudo alle loro prestazioni negative cercando di prendermi le mie responsabilità.

Come prepari una partita?

Dal punto di vista tecnico/tattico in base ai fattori statistici e oggettivi, dimensioni del campo, tipo di gioco preferito dagli avversari, situazione di classifica, giocatori a disposizione, etc. etc…

Dal punto di vista emotivo in base all’importanza della gara e soprattutto ai comportamenti dei miei giocatori, se li vedo troppo euforici cerco di abbassare la loro “troppa” sicurezza, se invece li vedo rassegnati o abbattuti vado a cercare di colpire il loro orgoglio e provo ad infuocare il loro spirito.

Durante la settimana martello molto, a prescindere dalla classifica o dai risultati ottenuti, ogni partita va giocata con la massima concentrazione e con il massimo rispetto dell’avversario, nessuna partita è vinta o persa al venerdì sera… I conti si fanno dopo il triplice fischio.

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Che tipo di comunicazione fai quando devi comunicare i titolari e le riserve?

Nel calcio a 5 trovo riduttivo parlare di titolari e riserve, nell’arco della partita tutto cambia costantemente ogni secondo.

I convocati al match vengono indicati al mattino del giorno di gara, con un messaggio nel gruppo di whatsapp, raramente avviso prima un non convocato, alla fine lo trovo poco rispettoso per me e per il mio staff, come se dovessimo giustificarci di una scelta, i 12 che vengono convocati, lo sono in funzione del match e della stagione, e sono sempre quei giocatori che mi danno più garanzie.

Come ti comporti dopo una sconfitta?

Partiamo dal presupposto che mi metto sempre in discussione, mi assumo la totale responsabilità delle sconfitte.

La mia reazione però dipende principalmente da due fattori, il primo è l’atteggiamento avuto dai ragazzi e il secondo le scelte fatte. Ammetto di non essere bravissimo nel riuscire a non esternare rabbia o delusione ma credo che per imparare a vincere bisogna necessariamente saper perdere.

Se però ho notato poco attaccamento alla maglia o mancanza di voglia allora significa che non sono nel posto giusto, perché una squadra allenata da me non può scendere in campo senza il sangue agli occhi.

Alla fine chi comanda dentro uno spogliatoio?

Risponderei tutti e nessuno, lo spogliatoio è un po’ come una famiglia, dove intervengono sicuramente  i  genitori  ma  anche  i  fratelli  maggiori,  gli  zii  e  i  nonni  hanno  la loro importanza e utilità… Ecco, Il Mister, i giocatori, i dirigenti, i collaboratori tecnici… ognuno ha la sua importanza e aiuta nel creare un ambiente il più sereno e positivo possibile.

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Che “strategie” utilizzi per cambiare le “strategie” in una squadra?

Gioco di parole interessante, diciamo che cerco sempre di far arrivare alle soluzioni i giocatori stessi, cerco sempre di aumentare la capacità cognitiva e provo ad avere giocatori pensanti in ogni momento, dal riscaldamento, all’esercitazione fino ad arrivare alla partita, voglio giocatori capaci di adattarsi e di trovare soluzioni, la maggior parte degli  allenamenti  sono  questo,  risoluzione  di  problemi.  

Quindi  se  stiamo usando strategie di squadra poco funzionali la mia strategia per cambiarle sarà quella di mettere i miei giocatori nelle condizioni di dover trovare soluzioni a problemi che con la “solita” strategia non possono essere risolti.

Come integri “i nuovi arrivi”?

Dipende da quanto sono importanti e dal loro carattere, se arriva un giocatore di un certo livello e con un carattere forte verrà trattato come gli altri, se invece viene un giocatore poco conosciuto o con un carattere introverso o timido come spesso accade con i giovani dell’under quando vengono aggregati alla prima squadra, allora faccio un po’ da chioccia, e cerco di farli sentire subito importanti per il progetto, magari creando esercitazioni che ne evidenzino le peculiarità, che sicuramente li porteranno ad emergere positivamente e a togliersi di dosso un po’ di timore iniziale.

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Roberto Batata e la leggenda del numero 7

La sensazione che abbiamo tutti quanti al Club è la stessa: non siamo mai stati così forti. Non è questione di superbia o di una esagerata autostima. E’ il campo a dircelo. Pochi mesi fa, nel dicembre dello scorso anno, siamo arrivati in finale del Brasileirao. Per il secondo anno di fila. L’anno prima perdemmo contro il Vasco da Gama. Eravamo sicuri di rifarci. Anche se di fronte avevamo una delle squadre più forti non solo del Brasile, ma di tutto il Sud America: l’Internacional di Porto Alegre. Paulo Cesar Carpeggiani, Paulo Roberto Falcao, Valdomiro, Elias Figueroa, Manga … Giocammo alla pari per tutto l’incontro e di gol avrebbero potuto essercene parecchi in quella partita. Invece ce ne fu uno solo, segnato da quel grande giocatore che è il cileno Figueroa. Il “gol illuminato” lo hanno chiamato. Si, perché nel momento in cui il libero dell’Internacional colpiva il pallone lui, e solo lui, fu illuminato improvvisamente da un raggio di sole. Ci provammo in tutti i modi per rimettere in piedi la partita. Non ci fu nulla da fare. Ma l’Internacional di Porto Alegre è una delle squadre più forti del Sudamerica e avere giocato alla pari con loro ci diede tanta, ma tanta fiducia. Ci siamo qualificati per la Copa Libertadores. E’ il torneo più prestigioso di tutto il Sud America. L’anno prima arrivammo fino alle semifinali, giocate in due gironi da tre squadre ciascuna. Demmo filo da torcere a tutti, Independiente compreso che poi vincerà il torneo. Ma quest’anno abbiamo qualcosa in più. Intanto abbiamo quell’esperienza necessaria ad affrontare partite del genere. E poi in una squadra già forte quest’anno è arrivato Jairzinho, che non è solo una gloria qua in Brasile, ma è ancora un giocatore fantastico che nelle partite importanti riesce sempre a dare il meglio di se. Il nostro ruolino di marcia finora è stato impressionante. Nel girone di qualificazione ci siamo ritrovati proprio l’Internacional. Li abbiamo battuti entrambe le volte così come abbiamo battuto lo Sportivo Luqueño e il Club Olimpia. E adesso, nel girone a tre di semifinale abbiamo vinto le nostre prime due partite, l’ultima proprio ieri sera, in Perù contro l’Alianza Lima. Ci siamo ad un passo. Ad un passo dalla finale di Copa Libertadores, qualcosa che per noi “Raposa” non è mai accaduto in passato. Ieri sera ho segnato io il primo gol. Eravamo già a metà del secondo tempo e ad ogni minuto che passava i nostri avversari stavano prendendo sempre più coraggio. Una volta andati in vantaggio ci siamo rilassati e abbiamo giocato un calcio che non è facile vedere da nessun altra parte. Joáozinho ne ha segnati subito altri due e il nostro leader Jairzinho ha chiuso i giochi con il quarto gol. 

Tornando in aereo parlavo con il mio amico Joáozinho. Che fenomeno ragazzi ! Ha appena compiuto 22 anni e ha già esordito in Nazionale. “Ma una squadra come la nostra chi ce l’ha in tutto il Sudamerica ?” mi diceva tutto contento durante il viaggio. “Tu, Palhinha e Jairzinho che segnate gol a valanga. Uno esperto come Piazza che tira le fila del gioco a centrocampo. Un portiere forte e affidabile come Raul e poi abbiamo Nelinho … dove lo trovi un altro terzino così ? Credi a me Roberto, quest’anno la Copa Libertadores finisce nella bacheca del nostro Mineiráo !” E allora forza. Ci basta una sola vittoria nelle prossime due partite in casa e sarà finale. Che sia il River Plate di Fillol e Luque o l’Independiente di Bochini e Bertoni poco importa. Questo è il nostro anno. E qui al Cruzeiro Esporte Clube ne siamo convinti tutti.

Quando l’allenatore del Cruzeiro Alfredo “Zezè” Moreira comunica alla squadra che concederà loro due giorni liberi prima di ricominciare gli allenamenti, Roberto Batata prende la decisione di tornare nella sua Tres Coraçóes dove ad attenderlo ci sono la moglie Denize e il piccolo Leonardo, di undici mesi. Da Belo Horizonte sono circa 300 chilometri per raggiungere la città nel sud dello stato di Minas Geiras. Prende la sua Chevrolet Chevette, saluta i compagni dandosi appuntamento per la ripresa degli allenamenti. C’è da conservare il titolo del Campeonato Mineiro e c’è soprattutto da preparare la gara di ritorno con l’Alianza di Lima che potrebbe permettere ai “Celeste” di strappare il biglietto per la finale. Roberto Batata non rivedrà più i suoi compagni di squadra. Un probabile colpo di sonno causato dalla stanchezza della partita e dal viaggio in aereo gli sarà fatale. La sua vettura andrà prima a tamponare un camion che lo precedeva per poi sbandare ed invadere l’altra corsia di marcia andandosi a scontrare con un altro mezzo pesante. La notizia arriva a Belo Horizonte. Nessuno vuole crederci.

Roberto Batata ha solo 26 anni e nonostante la squadra sia ricca di stelle è lui il giocatore più amato dalla “Torcida” della “Raposa”, la volpe, come viene soprannominata la squadra. Non solo per il suo stile di gioco, la sua velocità, il suo dribbling e la sua capacità di trovare la porta da qualsiasi angolazione. Roberto Batata è un ragazzo semplice quanto disponibile e nei suoi 6 anni al club si è fatto amare da tutti. E’ il vice-presidente Carmine Furletti ad informare molti dei suoi compagni di squadra. Uno di questi è Eduardo Amorim, probabilmente il miglior amico di Batata all’interno della squadra. Amorim non vuole crederci. Inizia a piangere disperato e corre in garage a prendere l’auto. “Voglio andare sul luogo dell’incidente. Non ci credo finché non lo vedrò con i miei occhi”. Ci vorranno le maniere forti da parte di Furletti e di qualche compagno di squadra per dissuadere Amorim, chiaramente non in grado di guidare in un momento del genere. In breve la sede del Cruzeiro si riempie di migliaia di tifosi increduli alla notizia. Gli attestati arrivano da tutto il mondo del calcio. Il campionato “Mineiro” si fermerà per due settimane. Due settimane di lutto per la morte di uno dei suoi giocatori più rappresentativi. Quando la squadra torna ad allenarsi l’atmosfera è irreale. Ricorda il portiere Raul Plassman che “avevamo il trofeo più importante di tutti da vincere ma in quei momenti ti accorgi di quanto poco importanti siano queste cose davanti alla morte di un amico e compagno di squadra. Avremmo potuto vincerne 100 di Libertadores che quel dolore non sarebbe mai stato compensato”.

Una settimana dopo la morte di Batata il Cruzeiro deve giocare la gara di ritorno contro l’Alianza Lima. Non c’è un solo tifoso della “Raposa” che non ricordi quel giorno e quell’atmosfera irreale. Quando la Banda Militare suona le prime note del “Toque do Silêncio” non c’è uno solo degli oltre 50 mila presenti che non abbia le lacrime agli occhi. Sul prato del Mineiráo c’è una maglia azzurra, quella con il numero 7, quella di Roberto Batata. “Piangevamo tutti, anche noi della squadra” ricorda il capitano Piazza, campione del mondo nel grande Brasile messicano di sei anni prima. “Stavamo raggiungendo tutti i nostri obiettivi e Roberto non era più con noi a condividerli”. La prestazione del Cruzeiro di quel giorno è perfetta per ricordare Roberto Batata nel migliore dei modi. Sarà un trionfale 7 a 1 contro il malcapitato Alianza Lima. Jairzinho segnerà quattro reti e Palhinha le altre 3. I due compagni di reparto di Roberto Batata. Sette gol in tutto. Come il suo numero di maglia. Non c’è nessuno tra i tifosi del Cruzeiro che ritenga che tutto questo sia casuale. Il Cruzeiro vincerà quella Copa Libertadores. La vincerà battendo in finale il poderoso River Plate al termine di tre sfide appassionanti e spettacolari. Sarà un grande trionfo … reso ancora più grande dal fatto di averlo conquistato senza il loro giocatore migliore alla quale tutto il Club dedicherà la vittoria.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
C’è una leggenda nata intorno alla vittoria contro l’Alianza nel primo incontro giocato dal Cruzeiro senza Roberto Batata. Quando dopo un’ora di gioco Jairzinho segna il 4 gol dell’incontro mentre i giocatori si stanno abbracciando festanti echeggia una voce “ne faremo 7”. 7, il numero perfetto di reti per onorare Batata. Il punto è che nessuno dei giocatori del Cruzeiro dice di avere detto quella frase … C’è anche il ricordo di Nelinho, il grande terzino brasiliano (quello del gol a Zoff in Argentina due anni dopo). “Non so chi abbia detto quella frase e sinceramente non sono in grado di spiegare cosa sia successo. So solo che all’ultimo minuto di gioco, mentre eravamo già sul 7 a 1, presi palla dalla destra, saltai un avversario, chiesi il triangolo a Jairzinho e mi trovai solo davanti al portiere. Calcia con tutta la mia forza. Sapevo che il pallone sarebbe entrato. Invece il pallone colpì la traversa e tornò in campo, pochi centimetri prima della linea bianca di porta. Era DESTINO che dovessimo segnarne sette quella sera, non uno di più e non uno di meno”.

Il vero nome di Roberto Batata è Roberto Monteiro. Il soprannome “Batata”, che significa “patata”, gli fu affibbiato da un allenatore delle giovanili del Cruzeiro
, Joáo Crispim, e derivava della smodata passione per Roberto nei confronti delle patatine fritte ! Roberto Batata, a 26 anni, era nel pieno della sua maturazione psico-fisica. Aveva esordito l’anno prima nella Nazionale Brasiliana nella Copa America che si era disputata nell’estate del 1975 in Brasile. Batata, con 3 reti in 6 partite, fu una delle rivelazioni della Nazionale Brasiliana che stava cambiando pelle inserendo forze nuove dopo la delusione dei Mondiali di Germania. L’altra nota lieta di quel torneo fu il giovane centrocampista del Flamengo Geraldo Cleovas, detto “Assoviador”. Anche per lui, come leggerete sempre su questo testo, il destino non fu affatto magnanimo. Sono tante le circostanza fortuite del giorno dell’incidente che costò la vita al giovane attaccante. La comitiva del Cruzeiro si era imbarcata a Lima intorno alla mezzanotte, immediatamente dopo il termine della partita. L’aereo atterrò a Rio de Janeiro intorno alle 6 di mattina e giocatori e staff dovettero attendere altre 6 ore in aeroporto prima di imbarcarsi per Belo Horizonte. “Quando sbarcammo a Belo Horizonte eravamo tutti distrutti. Roberto non ci aveva detto della sua intenzione di partire immediatamente per Tres Coraçóes” ricorda il suo compagno di squadra Palhinha. Sull’auto con Roberto Batata avrebbero dovuto esserci altre due persone. La nipotina quattordicenne Kate Cristina (che quel giorno però aveva lezione) e il compagno di squadra Dirceu Lopes che però era andato ad una seduta di fisioterapia. “Quando sono tornata da scuola in casa c’erano i miei cugini. Mi dissero che lo zio Bebeto (così veniva chiamato in famiglia Roberto) aveva avuto un incidente. Quella strada con lui l’avevo fatta decine di volte. Ero ormai la sua compagna di viaggio quando tornavamo a casa” ricorda Kate Cristina, che oggi vive negli Stati Uniti. Un altro che avrebbe dovuto essere su quell’auto era il compagno di squadra Dirceu Lopes. “Vivevamo nello stesso stabile e quando tornai a casa il ragazzo della portineria mi disse che Roberto mi aveva cercato e che stava per partire per tornare a casa dalla famiglia. Anch’io sono di Tres Coraçóes e avevamo fatto quel viaggio insieme infinite volte”. Racconta lo stesso Dirceu Lopes che “mi arrabbiai quando seppi che Roberto era già partito per Tres Coraçóes. In fondo si trattava di aspettarmi al massimo per un ora. Chissà come sarebbe andata se qualcun altro fosse stato con lui in auto. Magari non si sarebbe addormentato o magari non sarei qua neppure io a parlarne”. Un’altra coincidenza particolare dell’incidente fu che il titolare dell’impresa di autotrasporti del camion che si scontrò con l’auto di Roberto Batata era non solo un grande tifoso del Cruzeiro ma conosceva personalmente diversi giocatori della squadra, tra i quali lo stesso Batata. “Quando seppi della notizia alla radio non sapevo che si trattava di uno dei miei camion quello coinvolto nell’incidente. Sapevo che uno dei miei aveva avuto un incidente poco prima ma non potevo collegare la cosa. Mi telefonò qualche ora dopo proprio il mio autista dicendomi che nell’incidente era morto Roberto Batata.”

Oltre alle statistiche che ci dicono di un attaccante capace di segnare 110 reti in 271 partite la storia di Roberto Batata è indissolubilmente legata al Cruzeiro, squadra nella quale arrivò neppure ventenne dall’America Futebol Clube sempre di Belo Horizonte e che nel Cruzeiro avrebbe giocato con ogni probabilità per il resto della sua carriera. Già da un paio d’anni le “grandi” di Rio e di San Paolo si erano interessate al suo cartellino. “Non cominci neppure una trattativa Presidente” diceva ogni volta Roberto allo storico Felicio Brandi, che ricoprì la carica di presidente del Club per oltre vent’anni. “tanto io da qui non mi muovo !”. Oggi il Cruzeiro milita nella serie cadetta del Campionato Brasiliano. E’ retrocesso per la prima volta nella sua storia nel dicembre del 2019. Come ricorda il grande Tostáo, che nel Cruzeiro giocò praticamente tutta la sua carriera, “è in questi momenti difficili che il ricordo va ai tempi più felici. E Roberto Batata sarà sempre nella memoria di chiunque abbia amato il Cruzeiro”.

Futre, il sogno di Reggio Emilia

A Reggio Emilia siamo matti per il calcio.
Lo so, la cosa può sorprendere molti visto che non abbiamo certo una tradizione di cui vantarci troppo.
Tanta serie C, diversi campionati nella serie cadetta e qualche presenza nella massima serie all’inizio della nostra storia. 
Qualche campionato in Serie A lo abbiamo giocato … ma negli anni ’20 quando il calcio era un’altra cosa.
Ma la passione di una città non si misura certo in base ai risultati.
Anzi.
Amare la Reggiana come sappiamo fare noi con tutto quello che abbiamo passato vuol dire proprio che a Reggio il calcio ce l’abbiamo nel sangue.
C’era un cartello anni fa che veniva regolarmente esposto nel nostro Mirabello, il vecchio stadio in centro città.
Ovviamente dedicato alla nostra amata “Regia” e recitava “TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI”.
Ecco. In quel cartello ci siamo noi tifosi reggiani.
Per un illecito sportivo mai dimostrato denunciato dal Parma e ratificato da un membro della Lega Calcio sempre proveniente dalla “città aldilà del fiume Enza” ci mandarono addirittura in Quarta serie.
Ci mettemmo tre anni per tornare almeno in Serie C, dopo aver girovagato per i campi di provincia di tutto il Nord Italia.
… e ancora oggi ci chiedono perché non amiamo i parmigiani …
Di andare in Serie A non c’era proprio verso.
Ci andammo vicini tante di quelle volte che credevamo ci fosse una maledizione nei nostri confronti.  Negli anni in cui salivano due squadre dalla B arrivavamo terzi e quando invece ne salivano tre arrivavamo quarti !
Poi nell’estate del 1988 arrivò il nostro profeta. Era un milanese con una lunga e dignitosa carriera alle spalle. Si chiamava Pippo Marchioro.
In realtà era tutto meno che un “profeta”, ma una persona umile, concreta ed estremamente intelligente.
Tornammo subito in Serie B dove rimanemmo tre stagioni sempre piazzandoci nella parte alta della classifica.
Poi arrivò un miracolo.
Ormai non ci speravamo più. Eravamo sicuri che anche in quella stagione sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe impedito di conquistare la massima categoria. 
Qualunque cosa.
Un infortunio ai nostri migliori calciatori, la malasorte che avrebbe trasformato gol fatti in pali e traverse, arbitraggi “guidati” che avrebbero favorite club più grandi e importanti di noi …
Invece vincemmo il campionato e dopo 64 anni tornavamo in Serie A.
Reggio Emilia era letteralmente impazzita.
Non sono mai stato a Rio de Janeiro per il carnevale ma so per certo che quella sera di primavera dopo la consacrazione matematica a Cesena ce la saremmo giocata almeno alla pari !
E diciamolo pure.
Quello che ci stuzzicava più di tutto era poter affrontare di nuovo i nostri “odiati cugini” che nel frattempo erano diventati una delle formazioni più forti di tutta la Serie A.
Fu un’estate interminabile.
A Reggio non c’era nessuno che non vedesse l’ora che arrivasse la fine di agosto e l’inizio del campionato. E poco importava se voleva dire tornare a scuola, negli uffici o nelle fabbriche.
Voleva dire tornare nel nostro Mirabello a vedere la nostra “Regia” giocare in Serie A.
La squadra era tosta.
Avevamo calciatori di esperienza come Gigi De Agostini, Sgarbossa e Scienza e alcuni giovani davvero bravi come Torrisi e il centravanti Padovano. Tra i pali addirittura il portiere della Nazionale brasiliana Taffarel scambiato proprio con i “cugini” che al suo posto scelsero Luca Bucci, con noi nella stagione precedente, quella della promozione.

Poi arrivò “la notizia”.
Quella a cui inizialmente non voleva credere nessuno.
Paulo Futre aveva firmato per la Reggiana. 


Uno che 6 anni prima aveva alzato al cielo la Coppa dei Campioni con il Porto.
Uno che aveva fatto innamorare i tifosi dell’Atletico Madrid regalando loro due Coppe di Spagna.
Uno che era arrivato secondo nella classifica del Pallone d’oro dietro Ruud Gullit.
Uno che quando lo guardavi partire in dribbling ti faceva venire in mente Diego Armando Maradona.
Era tutto vero.
Paulo Futre giocherà nella Reggiana.
E iniziò un altro carnevale.

E’ il 21 novembre del 1993.
Reggio Emilia è paralizzata.
Oggi Paulo Futre 
(foto archiviofutbolfarà l’esordio con i nostri colori, quel granata che i nostri fondatori vollero identico a quello del Torino.
Finora è stata durissima.
Non abbiamo ancora vinto una sola delle undici partite giocate finora.
Ma è anche vero che fino adesso nessuno in casa è riuscito a batterci, anche se abbiamo raccolto solo pareggi.
Il nostro Mirabello è una fortezza. Deve esserlo.
E’ l’unica chance che abbiamo per evitare di tornare subito in B.
Mi correggo. Non è l’unica.
Da oggi ne avremo un’altra.

Si chiama Jorge Paulo Dos Santos Futre.
Tutta Reggio Emilia sembra che oggi sia allo stadio.


Il nostro Mirabello ora ha spazio per 15.500 persone.
Se qualcuno mi viene a dire che oggi ce ne sono meno di 20 mila gli do del matto.
Bandiere della “Regia” in tutto lo stadio. Ma anche del Portogallo, del Brasile e qualcuna pure della Romania, in onore dell’altro nuovo acquisto, l’attaccante Mateut.

Ci mettiamo 10 minuti scarsi per capire che uno così, a Reggio Emilia, non lo avevamo mai visto.
Nell’uno contro uno è imprendibile, vede il gioco e sa sempre quando è ora di saltare l’uomo o di servire un compagno.
Il primo tempo lo passiamo a cercare un varco nella difesa della Cremonese.
Padovano e Morello si dannano l’anima. Lottano su ogni pallone ma qualche volta si capisce che non sono sulla stessa lunghezza d’onda del portoghese.
Non c’è problema.
Ci sarà tempo per affinare l’intesa.
Nel secondo tempo si attacca nella porta sotto la curva sud, quella della tifoseria più calda di tutto il Mirabello.
E’ passato poco più di un quarto d’ora quando Mateut appoggia un pallone verso Morello. L’attaccante granata sembra in ritardo sul pallone ma con un notevole gesto atletico si allunga in scivolata e riesce a toccare il pallone sul vertice destro dell’area di rigore della Cremonese.
E’ qui che si trova Paulo Futre.
Riceve palla, accelera lasciando sul posto il suo avversario diretto.

Entra in area, finge il tiro mandando “al bar” un altro difensore grigiorosso per poi rientrare sul sinistro.
A quel punto un altro difensore dei lombardi si avventa su di lui per impedirgli la conclusione.
Non fa in tempo. Paulo Futre scarica un sinistro all’angolo basso del portiere della Cremonese Turci.
Non ricordo un momento d’estasi superiore a quello.
Sicuramente non per una partita di calcio.

Avete presente la sensazione di quando il destino, le stelle o Dio si sono improvvisamente ricordati di te e ti fanno il regalo più grande che puoi desiderare in quel preciso momento ?
Ecco, la sensazione era quella.

Paulo Futre a Reggio Emilia.
Esordio e gol. 


Mi stavo ancora crogiolando con quei pensieri, con quel “godimento puro” che vedo Paulo ricevere palla sul settore di destra, quello da cui praticamente sono partite tutte le sue azioni e le sue iniziative.
Se la porta avanti con il sinistro, rubando il tempo per l’ennesima volta al suo controllore diretto Pedroni.
Non si sa se è per l’umiliazione dell’ennesimo dribbling subito, se è per gli evidenti limiti calcistici o semplicemente perché pensa che Futre vada fermato, comunque e in ogni modo.
Fatto sta che la sua entrata è brutale, fuori tempo completamente e degna non della serie A ma di un campetto di amatori della domenica mattina.
Per lui arriva il cartellino rosso diretto ma in quel preciso momento ne a me ne agli altri 20 mila presenti importa più di tanto.

Paulo Futre è sul terreno di gioco e sta urlando dal dolore.

Non riesce ad alzarsi e non riesce neppure a sollevare da terra la sua gamba destra.
Si trascina fuori dal campo, strisciando sull’erba del Mirabello.
Non ci vuole un genio per capire che NON E’ un infortunio normale.
La partita riprende. Mateut segna il gol del due a zero che ci regala la prima vittoria in campionato.
Ma non c’è nessuno che riesce a gustarla fino in fondo.
A dieci minuti dal termine si è spenta la luce.
Ora non ci resta che aspettare … sperando che il buio non sia per sempre.

Per Paulo Futre c’è la rottura del tendine rotuleo.

Un anno intero lontano dai campi di calcio.

Quando torna non è più lo stesso giocatore.


Se ne accorgono tutti. Lui per primo.
Quel passo felpato, quel cambio di ritmo o di direzione non ci sono più.
Tecnica, visione di gioco e quel suo magico sinistro sono rimasti quelli di prima.
Ma prima era un fenomeno, ora è “solo” un eccellente giocatore.
Con la Reggiana nella stagione successiva riesce a mettere insieme 12 presenze e 4 gol.
Non sufficienti per evitare la retrocessione dei granata al termine di quella seconda stagione in Serie A.

Al Milan, campione d’Europa in carica, Futre piace parecchio.

Decidono di aggregarlo in una tournèe di fine stagione nell’est asiatico.
Probabilmente aiutato dai ritmi blandi e da partite contro avversari più che abbordabili, Paulo Futre incanta tutti. Il Milan gli offre un contratto.

Bastano però poche settimane per capire che il suo ginocchio, ai ritmi serrati del campionato più bello e difficile del pianeta, non può reggere.

Davanti ha giocatori come Weah, Baggio, Savicevic e Simone.
Giocherà una sola partita, l’ultima di campionato contro la Cremonese, prima di lasciare, ad una manciata di minuti dalla fine, il posto a Roberto Baggio.
In Inghilterra al West Ham, poi il romantico ritorno all’Atletico Madrid e infine una stagione in Giappone.

Niente da fare.

Futre non ce la fa più e a 32 anni è costretto a dire basta.
In Italia non ha lasciato il segno e fuori da Reggio Emilia se lo ricordano in pochi.

Ma provate a chiedere di lui ad un tifoso di calcio portoghese o ad uno dei “Colchoneros” dell’Atletico Madrid … penserete che stiano parlando di Diego Armando Maradona.

Invece parlano di lui, di Paulo Futre.

… quello che forse, al genio di Villa Fiorito, ha assomigliato più di tutti.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

All fine della sfortunata esperienza milanista Paulo Futre va in Inghilterra a giocare nel West Ham.
Dopo un buon precampionato arriva la partita d’esordio in campionato contro l’Arsenal.
Le squadre sono negli spogliatoi per prepararsi al match.
Paulo Futre è ovviamente tra i titolari ma si accorge che la maglia con il numero 10 è stato assegnata a John Moncur.
Per lui c’è quella con il numero 16.
“Non se ne parla neppure !” grida inferocito Futre. “O mi date il mio numero 10 o io non scendo in campo” minaccia il fantasista portoghese.
Harry Redknapp, manager degli Hammers, non sa più che pesci pigliare.
“Ok Paulo, oggi giochi con il 16 e dalla prossima partita vediamo di risolvere la cosa” prova a convincerlo il manager inglese.

Niente da fare. Futre si riveste e se ne va.

Due giorni dopo si presenta in sede addirittura con i suoi legali disposto a sborsare 100.000 sterline per avere la “sua” maglia.

Eusebio aveva il 10, Pelé il 10, Maradona il 10, Zico il 10 e Paulo Futre ha SEMPRE giocato con il 10 !” dirà in quell’incontro il portoghese.

Alla fine le parti riescono a trovare una soluzione.
E’ lo stesso Futre a raccontare che “Moncur era un accanito giocatore di golf. Io avevo una villa ad Algarve nei pressi del più bel campo di golf di tutto il Portogallo. Gli dissi che gliela avrei messa a disposizione ogni volta che voleva … purché mi consegnasse la maglia numero 10”.
Alla fine Moncur accetta … anche se non utilizzerà mai la villa visto che Futre rimase agli Hammers solo per pochi mesi …

Il soggiorno inglese non fu certo fortunato per Futre, costantemente alle prese con infortuni di varia natura, ma il portoghese ha sempre parlato benissimo del suo periodo con gli Hammers.

“Intanto al West Ham non esistevano i ritiri e i ritrovi in Hotel il giorno prima del match. E poi gli allenamenti erano quanto di più divertente mi era capitato in carriera. Harry Redknapp dopo un po’ di stretching e di riscaldamento ci divideva in due squadre: gli inglesi contro gli “stranieri. Erano partite tiratissime e la miglior preparazione possibile alle partite ufficiali”.

Lo stesso Harry Redknapp ammette che “Paulo Futre è tra i 10 forti calciatori che io abbia mai visto in azione. In allenamento a volte ci fermavamo increduli ad ammirare le giocate che era in grado di fare”.

Arrivato allo Sporting Lisbona nel 1984 a soli 11 anni (e con un tragitto quotidiano di due ore dal suo paese natio di Montijo) quando Paulo ha solo diciotto anni, arriva una importante offerta del Porto.

“Allo Sporting mi davano 800 escudos all’anno. Il Porto me ne offriva 9000. Andai dal Presidente e gli dissi che per 6000 escudos sarei rimasto con loro. Mi disse che ero matto a pretendere una cifra del genere. Non mi restava altra scelta che andarmene. Lo feci molto a malincuore perché allo Sporting trascorsi sette anni meravigliosi”.

Al suo arrivo all’Atletico Madrid, nell’estate del 1987, Futre trova sulla panchina dei “Colchoneros” l’argentino Cesar Menotti, l’uomo che meno di dieci anni prima guidò la nazionale biancoceleste al suo primo titolo mondiale.
Dopo un ottimo inizio (“Futre sembra una miniatura del Subbuteo. Non fa a tempo a cadere in terra che si rialza immediatamente. E’ un portento”  dirà di lui il carismatico Mister argentino) la situazione tra i due però non tarda a degenerare.

Futre accusa Menotti di manie di protagonismo e di scarsa onestà nei suoi confronti (“adesso mi mette in panchina, poche settimane fa diceva che più forte del sottoscritto c’era solo Maradona. Un ipocrita ecco cos’è !”) dirà del manager argentino in più di un’intervista.
Altrettanto tagliente la risposta di Menotti. “Futre ? il piede destro di Maradona è meglio dei due di Futre”.
L’ultima parola però la ebbe Futre che nell’Atletico giocò altre cinque stagioni mentre “El Flaco” se ne andò prima della fine di quella Liga.

Al termine della vittoriosa finale con il Porto in Coppa dei Campioni Futre è uno dei calciatori più ambiti di tutto il panorama mondiale.

E mentre il Milan di Berlusconi ha acquistato il giocatore che in quella stagione vincerà il pallone d’oro (Ruud Gullit) il Presidente dell’Inter Pellegrini punta proprio su Paulo Futre (che in quella classifica arriverà secondo per un solo voto) per contrastare i cugini rossoneri.
L’Inter ha raggiunto l’accordo economico con il Porto.
L’affare sembra concluso. Futre s’incontra a Milano con Pellegrini e i suoi procuratori e inizia già a circolare la notizia che il contratto sia stato stipulato.
Quando tutto sembra ormai definito entra in scena il controverso Presidente dell’Atletico Madrid Jesu Gil y Gil.
“Preparate voi il contratto” dirà Gil ai procuratori di Futre. “Io lo firmerò senza cambiare neppure una virgola”.
E così accadde. Nel contratto c’è anche una Porsche fiammante espressamente richiesta dal calciatore portoghese.
Alla mattina Paulo Futre era un calciatore dell’Inter … la sera stessa fu presentato come nuovo acquisto dell’Atletico in un locale di Madrid davanti a cinquemila persone

… 

Ps: ancora oggi Paulo Futre racconta divertito di quel contratto stipulato con il Presidente Jesus Gil. “Sono stato uno scemo … perché una Porsche ? Avrei dovuto chiedere una Ferrari !!!”

Gigi Simoni…ricordato da Marco Gaetani

In questa ultima settimana ho letto diversi articoli riguardanti Gigi Simoni, persona che ho sempre stimato sia come uomo che come allenatore. Ho trovato in Marco Gaetani (giornalista per repubblica.it) un articolo sul sito www.ultimouomo.com (riportato integralmente qui sotto) che ritrae molto bene e con molti aneddoti la storia e i tratti essenziali della persona sottolineando l’importanza dell’aspetto umano di un allenatore che ha saputo farsi volere bene da tutti. 

Un grazie enorme a Marco Gaetani e allo staff di Ultimouomo.com.

Quando Simoni era il mago delle promozioni

La parte semi-dimenticata della carriera del tecnico.

Dallo specchio che riflette l’immagine postuma di Gigi Simoni emergono due figure. La prima è quella dell’allenatore perbene, del tecnico gentiluomo: la definizione che ha dato di lui Massimo Moratti, l’uomo che più di tutti ha deciso di scommettere ad alto livello sulle sue capacità e, allo stesso tempo, colui che l’ha fatto scendere dalla giostra in un momento nel quale l’Inter non sembrava poi così allo sbando, almeno non quanto sarebbe apparsa dopo il suo esonero. 

La seconda, legata in maniera indissolubile al suo periodo nerazzurro, lo vede perdere le staffe in maniera decisa ma non per questo sgarbata in occasione di uno Juventus-Inter rimasto nella storia del calcio italiano, senza dubbio il giorno più delicato della carriera di un tecnico che, effettivamente, aveva trascorso un’intera carriera senza scomporsi. 

Eppure, con il passare del tempo, la nostra memoria si è legata a quell’unico ricordo. Abbiamo accettato che i media cercassero Simoni soltanto a gettone, come una cordicella da tirare per ascoltare il solito ricordo di quel giorno, di Iuliano contro Ronaldo, dell’arbitro Ceccarini, di uno scudetto volato via fra le polemiche. Il ricordo della persona perbene è rimasto, ma con il passare degli anni si è persa la misura dell’importanza del Simoni allenatore: il re della provincia, il mago delle promozioni capace, grazie alla gavetta, di issarsi fino alla possibilità di allenare, con grandi risultati, il giocatore più forte del mondo. 

È bello, e significativo, leggere le parole che Ronaldo ha voluto affidare ai social per ricordare il mister, immortalato in uno scatto con la bacchetta da direttore d’orchestra. C’è un passaggio così denso di sentimento da farci capire davvero che persona e che allenatore quello che l’Italia del calcio sta piangendo: «Un uomo saggio e buono, che non ti ordinava di fare le cose, ma ti spiegava perché quelle cose erano importanti».

All’Inter Simoni si è dimostrato un eccellente gestore di talenti, e di quell’esperienza, come di quella al Napoli, si sa tutto. Proviamo a raccontare invece quello che aveva fatto prima e ciò che dopo non gli è più riuscito fino in fondo, perché quando si arriva a sfiorare il cielo con un dito diventa complicato per tutti riabituarsi a essere terreni.

L’amore per il calcio

Il colpo di fulmine tra Simoni e il calcio ha una data ben precisa: 2 novembre 1947. Con la mano stretta in quella del papà, mette il naso all’interno del Comunale di Bologna. Il babbo è tifoso rossoblù, ma l’occasione è di quelle da non perdere: c’è il Grande Torino. La fede calcistica non è qualcosa con cui si possa negoziare: i granata perdono ma Simoni ha occhi solo per la squadra di Mazzola e Bacigalupo. È uno di quegli amori ciechi e incondizionati che soltanto un bambino può avere e allora Gigi chiede, ogni volta che può, di andare a vedere i suoi idoli. Ma il Mito, lo sappiamo, si infrange sulla collina di Superga il 4 maggio 1949, la notizia arriva mentre Gigi è in chiesa: il parroco arriva a interrompere la funzione per dare l’incredibile annuncio, il piccolo Simoni ha gli occhi gonfi di lacrime e corre a casa ad ascoltare la radio. In famiglia è il cocco di papà: è nato, quarto e ultimo figlio, dopo tre femmine, con il babbo Leonardo, a tempo perso presidente della Crevalcorese, che corre in chiesa a chiedere di suonare le campane per celebrare il lieto evento. 

Con il pallone, almeno all’inizio, non è proprio un amore corrisposto: Gigi gioca senza troppe pretese fino all’incontro con un “talent scout”, tale Mabelli, che lo nota con la maglia del modesto club locale chiamato Arsenal. Gli organizza un provino con il Torino quando ha 15 anni: va bene, non benissimo. Meglio tornare a casa, a coltivare una passione che ai giorni d’oggi, specialmente per un ragazzo, ci suona totalmente fuori dal tempo: addestrare piccioni viaggiatori. «L’ho fatto per molti anni, utilizzando il granaio, e ne ho ricavato grandi soddisfazioni: alcuni hanno fatto centinaia di chilometri per poi ritrovare la strada di casa. Mi piaceva fantasticare sui luoghi dove erano volati», racconta in un passaggio di Simoni si nasce: tre vite per il calcio, biografia scritta con Luca Carmignani, Luca Tronchetti e Rudi Ghedini, dalla quale sono tratti molti dei virgolettati usati in questo racconto. I provini successivi sono con Bologna e Fiorentina: l’ultimo è quello buono. 

Il sedicenne Gigi viene gettato in pasto ai leoni, in una partitella in famiglia riserve-prima squadra. Fulvio Bernardini se ne innamora e Simoni rimane a Firenze per apprendere il mestiere nel settore giovanile. È un’ala, un numero 7, e cercare anche solo di diventare titolare in viola è un’impresa: in prima squadra ammira prima il brasiliano Julinho e poi lo svedese Hamrin. Il debutto in Coppa Italia, a 19 anni, contro la Carbosarda, senza mai riuscire a mettere piede in campo in Serie A. Quindi Mantova, in Serie B, agli ordini di Edmondo Fabbri: due anni con una buona continuità, poi un anno in prestito ancora in B a Napoli, vincendo addirittura la Coppa Italia. C’è chi lo chiama “il Sivori dei poveri”, si trova bene ma è un amore a tempo, in parte motivato dall’avventura militare a Roma condivisa con Burgnich, Albertosi, Campana e Trapattoni. 

Torna a Mantova, dove ritrova il più grande amico riservatogli dal mondo del calcio: Sergio Pini, con cui condivide tutto. Otto anni insieme, tra il viola e il biancorosso, e un episodio incredibile. Quando si separano, Gigi al Torino e Sergio al Vicenza, quest’ultimo ha un gravissimo infortunio, così grave da fargli concludere la carriera. A procurarglielo, involontariamente, è proprio Simoni, che non si dà pace, anche se a fare fallo era stato Pini: «Gigi scattò sulla destra, per fermarlo da dietro gli agganciai la gamba con la mia che rimase sotto la sua e si piegò. Ripresi a fine stagione ma l’arto si gonfiava, nel 1968 fui costretto a smettere». Simoni chiama l’amico mentre è ricoverato all’ospedale di Vicenza con la gamba in trazione, chiede informazioni, si fa rincuorare. 

Non si incontreranno più su un campo da gioco per sette anni: Gigi, dopo tre ottime stagioni al Torino, schierato sulla fascia opposta rispetto a quella di un altro Gigi, Meroni, viene acquistato addirittura dalla Juventus, ma la pubalgia lo frena nell’anno della potenziale consacrazione ad altissimi livelli. Pini cerca di fare carriera come allenatore, partendo dai dilettanti, mentre la carriera di Simoni imbocca il viale del tramonto fino a ritirarsi a 35 anni. 

All’inizio della stagione 1974-75 è il vice di Vincenzi al Genoa, la sua ultima squadra da calciatore. Quando il tecnico viene esonerato, tocca a Gigi subentrare. E la prima persona a cui pensa è Pini, l’amico di una vita: «Mi dette appuntamento sulle colline sopra Firenze per chiedermi se me la sentivo di lavorare con lui, di fargli da secondo. Non ebbi esitazioni. Nel calcio, come nella vita, l’amicizia è merce rara. Dura un attimo. Oggi giochiamo con la stessa maglia, domani siamo avversari. Si tende a dimenticare, spesso prevale l’egoismo. Io ho avuto fortuna, ho trovato Gigi Simoni». 

Dal campo alla panchina

Simoni, alla sua prima esperienza da allenatore, raccoglie l’eredità di una squadra teoricamente destinata alla pronta risalita in Serie A eppure lontana dalla zona promozione. Il direttore sportivo, “Sandokan” Silvestri, stravede per lui. Gigi, trentaseienne, sale in sella nell’ultima giornata del girone d’andata: 1-1 con l’Avellino. La squadra non riesce a centrare la rimonta per tornare in A ma Simoni viene confermato alla guida del club più antico d’Italia. Il tecnico si lega mani e piedi al senso del gol del giovane Roberto Pruzzo, con il quale aveva giocato nell’ultimo anno da calciatore, e accoglie a braccia aperte un altro talento rampante del calcio italiano: Bruno Conti, che chiude il tridente con Fabio Bonci. 

A fine stagione realizzano 36 dei 57 gol totali della squadra: il Genoa domina il campionato pur rischiando il clamoroso crollo nel finale e Simoni mette in bacheca la prima promozione della sua carriera da allenatore. Lo fa con la spensieratezza di un tecnico giovane ma con qualche guizzo da bucaniere navigato: per assecondare Conti e Pruzzo, entrambi militari di stanza a Roma, ogni sabato accetta di buon grado di guidare fino alla Città eterna, raccogliendoli alla Cecchignola per poi portarli in ritiro con la squadra. Simoni cerca di riportare in campo gli insegnamenti di Edmondo Fabbri, l’uomo che lo aveva portato a Mantova e che gli aveva fatto sfiorare l’esordio in Nazionale. In Ungheria, durante un’amichevole nel giugno del 1965, il c.t. aveva preferito lanciare un giovanissimo Gigi Riva al posto dell’infortunato Pascutti. Il non ancora “Rombo di tuono”, però, non aveva neanche la maglia: fu proprio Simoni a fornirgli la sua numero 22, cogliendo di sorpresa Niccolò Carosio che, in radiocronaca, vedendo entrare il 22 scambiò per tutta la gara Riva con Simoni. 

Simoni si affaccia nella massima serie giovanissimo: è uno degli esponenti principali della “nouvelle vague” della panchina italiana insieme a Ilario Castagner e Giovanni Trapattoni. Non ci sono molti soldi in tasca e le grandi squadre hanno tutte Pruzzo nel mirino. Il patron Renzo Fossati vende un’opzione di acquisto alla Juventus, ottenendo in cambio non soldi ma un calciatore, Oscar Damiani, che nello scacchiere di Simoni rimpiazza Conti. 

La squadra viene smantellata e arrivano tanti giocatori dalla Serie B. Tra questi c’è anche il difensore ventiquattrenne Claudio Onofri, che diventerà un mito genoano. Tra i saluti più accorati che si sono accavallati nelle ore successive alla morte di Simoni, quello di Onofri spicca per sentimento: «Ciao papà, ti devo tutto non solo per la mia carriera ma per come mi hai fatto diventare uomo». Il Genoa stenta a inizio stagione, poi il nuovo tridente Basilico-Pruzzo-Damiani inizia a funzionare. La squadra chiude a metà classifica e si toglie lo sfizio di vincere il derby di ritorno. Nella stagione successiva, tormentata dagli infortuni, il Genoa retrocede all’ultima giornata, condannato dalla differenza reti in un arrivo a tre con Fiorentina e Foggia. 

Per Simoni è un addio amaro, anche se viene accolto dalla piazza che lo aveva rilanciato dopo la sfortunata parentesi juventina: Gigi si accasa in un Brescia che ha appena visto partire la bandiera Cagni e la stella Beccalossi. Deve scendere nuovamente in B, ma non la vive come una diminutio. Simoni non ha procuratori, fa tutto da sé, e forse per questo motivo non si concretizzano i contatti con Bologna e Fiorentina. Il Brescia gli offre un biennale, Gigi invece firma il “solito” annuale: sarà uno dei tratti distintivi della sua carriera. Chiede l’acquisto del bizzoso Gianfranco Zigoni, ex compagno di Simoni alla Juventus, appena scaricato dal Verona. 

Tra i due si crea un rapporto speciale, confermato da Zigo: «Non volevo andare a Brescia ma mi fidavo di Gigi a cui serviva una chioccia. Con Gigi fui chiaro. Gli davo una mano accettando il ruolo di quarta punta, in cambio lui e Pini mi risparmiavano di andare sempre a pranzo con la squadra all’Hotel Ambasciatori. Mi fermavo in una trattoria vicino al centro storico di Brescia e avevo un menù particolare annaffiato da un buon vino. Arrivavo all’allenamento, mi osservava la pancetta e indovinava sempre: coniglio con la polenta e tre quarti di rosso. Ancora oggi mi chiedo chi faceva la spia». Nelle testimonianze dei calciatori che hanno lavorato con Simoni, dalla Serie B fino a Ronaldo, è impressionante come si ponga l’accento sull’aspetto umano. Racconta Lele Podavini, terzino di quel Brescia: «Mi ha fatto crescere prima come persona, poi come calciatore. Con il mister mi sono arricchito soprattutto sul piano umano. L’educazione, la lealtà, la disciplina, la puntualità. Oggi trionfano il cattivo gusto, la volgarità, l’arroganza. Ma io non dimentico, vado avanti con le regole di Simoni». Ottavo posto al primo anno, terzo e promozione nel 1979-80. Il lavoro di Gigi è compiuto, ancora una volta. Ma c’è quell’addio che non è andato giù. Arriva la nuova chiamata del Genoa, in una Serie B trasformata dalle sentenze per il Totonero. 

Il mago delle promozioni

Ecco un’altra delle caratteristiche di Simoni: tornare e vincere ancora, contro quella storiella della minestra riscaldata. Ci sono tre posti per risalire, ma due sembrano prenotati da Milan e Lazio. Teoricamente, si gioca per il terzo posto. Stavolta Gigi partecipa attivamente al mercato: chiede Silvano Martina per i pali, il terzino Caneo, il mediano Corti. L’ultimo sfizio è il “Poeta del Gol,” Claudio Sala, che arriva a stagione in corso. Nel calcio di inizio anni ’80, un trentatreenne porta inevitabilmente con sé l’etichetta del bollito. Per Simoni, invece, è il tassello decisivo. Si mette al servizio di Russo e Boito, che chiudono entrambi in doppia cifra.

Nel momento clou della stagione, per riempire Marassi in vista delle sfide decisive, il patron Fossati decide di far esibire sul campo alcuni big della scena musicale italiana. Con il Genoa che si gioca la promozione, sul terreno del Ferraris si esibiscono Donatella Rettore, i Ricchi e Poveri, Adriano Pappalardo. Il Milan fa corsa a sé, la penultima giornata di campionato è quella che indirizza il torneo. Lazio, Cesena e Genoa ci entrano a 44 punti, i tifosi del “Grifone” fanno rotta su Bergamo per la sfida con l’Atalanta: i rossoblù vincono soffrendo, mentre la Lazio si ferma in casa, tradita dagli undici metri dallo specialista Chiodi. Con il Rimini, a Marassi, è una formalità.

’è da pensare il Genoa del futuro, con la possibilità di tesserare uno straniero. Simoni costruisce la sua squadra intorno alla regia illuminata del belga Vandereycken, il tecnico in estate pensa anche di abbandonare l’assetto con il libero ma poi fa marcia indietro. È un campionato con luci e ombre, caratterizzato anche dal terrificante scontro tra Giancarlo Antognoni e Silvano Martina a Firenze. La svolta della stagione è rappresentata dall’arrivo di Briaschi nel mercato di riparazione: otto gol decisivi per la salvezza. È però anche, e soprattutto, il campionato di Napoli-Genoa all’ultima giornata, con il Milan ancora in corsa per salvarsi. Per cinque minuti, in quel turbolento finale, il Grifone ha un piede in B: i rossoneri sono riemersi da un doppio svantaggio a Cesena, mettendo le mani sulla vittoria che varrebbe la salvezza, mentre il Napoli sta battendo 2-1 i rossoblù. Quello che accade al San Paolo è tuttora uno degli episodi più oscuri della storia del calcio italiano.

Il Genoa è salvo, dunque, ed è il Milan ad andare in B. Simoni resta, la Federcalcio apre al secondo straniero e arriva l’olandese Peters, tanto forte quanto tendente all’infortunio. Dal Milan retrocesso viene acquistato Antonelli, ad annata in corso sono Viola e Fiorini i rinforzi. Il Grifone si salva ancora, ma c’è un nuovo capitolo dalle tinte fosche. A sei giornate dalla fine a Marassi sbarca l’Inter. La partita sta scivolando verso la fine sul 2-2 quando Salvatore Bagni svetta a centro area e regala i due punti a nerazzurri. Esulta da solo, però. Negli spogliatoi succede di tutto, anche gli interisti sembrano infuriati con Bagni, mentre il direttore sportivo del Genoa, Giorgio Vitali, pronuncia la frase che diventerà il titolo di un libro-inchiesta firmato da Paolo Ziliani e Claudio Pea: «Non si fanno queste cose a cinque minuti dalla fine». L’indagine federale non porta a nulla, i rossoblù si salvano infilando quattro pareggi consecutivi con Sampdoria, Napoli, Pisa e Roma, nel giorno in cui i giallorossi vincono lo scudetto. Nella terza stagione in A, Simoni canna clamorosamente lo straniero: il brasiliano Eloi promette ma non mantiene, la squadra scivola mestamente in Serie B e Gigi, per la seconda volta, saluta Genova. 

Gli tocca comunque scendere in cadetteria: lo vuole l’altra retrocessa, il Pisa di Romeo Anconetani, un fuoriclasse della provincia italiana. Gli mette a disposizione una corazzata: «Quella è stata la migliore squadra di B che abbia mai allenato. Non ebbi grande merito in quella vittoria, ce l’avrebbero fatta anche senza di me. Con un tridente d’attacco formato da Berggreen, Kieft e Baldieri, capaci di realizzare trenta gol, la promozione era un passaggio obbligato. Ci saremmo salvati senza patemi anche in A». La squadra non perde per le prime sedici partite, ma il rapporto con Anconetani non è semplice: è il classico padre-padrone, per il Pisa ha un trasporto quasi morboso. Simoni, pur apprezzando gli slanci del presidente, chiude la stagione vincendo la Serie B con il miglior attacco del torneo e se ne va, direzione Lazio. Anconetani lo accusa di tradimento mentre il tecnico va nella Città eterna con l’obiettivo di centrare la quinta promozione in Serie A della sua carriera. 

Il club biancoceleste lo convince grazie alle telefonate di Felice Pulici, portiere della Lazio tricolore nel ’74 e uomo di fiducia per il mercato del presidente Giorgio Chinaglia. “Long John” incontra Simoni, lo incanta a parole: vuole riportare la Lazio non solo in A, ma in Europa. Per la prima volta, il tecnico firma un biennale. C’è un solo problema: gli investitori americani promessi da Chinaglia non arrivano. La squadra, dopo una prima fase di stagione vissuta in testa alla classifica, trascinata dai gol di Garlini, si sfalda nell’incertezza. Simoni deve organizzare in prima persona, con la segretaria del club, Gabriella Grassi, la logistica delle trasferte. È allo stesso tempo allenatore e dirigente con una proprietà inesistente. Di stipendi, neanche l’ombra. 

Gigi diventa il volto del gruppo, parla con i tifosi in prima persona, si espone raccontando nelle tv locali il dissesto di una società sull’orlo del fallimento. Più che la promozione, c’è in ballo la sopravvivenza. La squadra scivola dalle zone alte a quelle medio-basse, alla fine si salva, all’orizzonte c’è una nuova proprietà, con l’avvento di Bocchi e dei fratelli Calleri, che hanno idee diverse sulla guida tecnica. Simoni lascia lì il contratto, ma non solo. Il 15 giugno 1986 si chiude un campionato da brividi, c’è Lazio-Brescia. La Curva Nord saluta il tecnico gentiluomo con uno striscione: «Non ci hai dato la A, ma ci hai dato il cuore». 

La seduzione del ritorno

Lo richiama Anconetani: i toscani sono stati ripescati in A per il secondo scandalo calcioscommesse e la società inizia a lavorare convinta di essere alla vigilia di una stagione nella massima serie, ma l’Udinese viene riammessa con penalizzazione. Anconetani, che aveva già acquistato Schachner, deve cederlo per i regolamenti sugli stranieri. Se da un lato Simoni si ritrova ad allenare una squadra allestita per la A, dall’altro deve anche vedersela con dei calciatori frustrati per aver accettato un’offerta per un categoria diversa da quella effettiva. In sette partite il Pisa raccoglie la miseria di sei punti. Anconetani minaccia l’esonero a più riprese e vuole mettere becco nelle scelte di formazione, il tecnico lo affronta con la calma olimpica che lo contraddistingue: «Se vuole, mi mandi via». 

È una tiritera che prosegue per tutto il torneo. Ogni volta che Anconetani mette nel mirino un calciatore durante i pranzi di gruppo, Simoni continua a schierarlo e in cambio riceve gol e ottime prestazioni. Anche stavolta, l’allenatore deve cementare un gruppo che riceve il primo stipendio solamente a Natale. Anconetani va avanti a cambiali, ha bisogno di risalire in A per mettere a posto i conti della squadra. Nel girone di ritorno, dopo mille peripezie, la squadra decolla. Un gol di Piovanelli a Cremona proietta i nerazzurri in Serie A, in un finale di campionato a dir poco rocambolesco: i grigiorossi sono in testa prima del calcio d’inizio dell’ultima giornata, ma il Pisa sbanca lo Zini e la Cremonese viene raggiunta da Lecce e Cesena, nonché sorpassata dal Pescara di Galeone e, per l’appunto, dal Pisa, che sale a braccetto con gli abruzzesi. La Cremonese, da prima, si ritrova quinta, estromessa anche dallo spareggio (che si giocherà tra Cesena e Lecce) per classifica avulsa. «Avevano preparato diecimila panini, torte di tutti i tipi, birra, vino, spumante. Che fine ha fatto tutto quel ben di Dio? Ai dirigenti della Cremonese non ho mai osato chiederlo», avrebbe ricordato poi Simoni. 

Anconetani, con un colpo di teatro, gela il gruppo annunciando l’arrivo, per la stagione successiva, di Giuseppe Materazzi. Giunti a questo punto, non ci deve sorprendere che Simoni faccia nuovamente un passo indietro. Lo chiama il nuovo proprietario del Genoa, Aldo Spinelli. Il club vuole salire in A, ma qualcosa non funziona. Simoni, solitamente amato dallo spogliatoio, proprio non riesce a capire quel gruppo. In piena zona retrocessione, viene silurato alla fine del girone d’andata, dopo un 1-1 con il Modena.

Inizia così, con un esonero, il momento più difficile della carriera di Simoni. Dice sì, forse troppo in fretta, alla chiamata dell’Empoli, che lo esonera a metà maggio, con la squadra ancora fuori dalla zona retrocessione (poi retrocederà). Poi va a Cosenza, in una stagione maledetta dalla morte di Donato Bergamini. Un evento che scuote un animo nobile come quello di Simoni. «Era emiliano, come me. Un giovane buono, sensibile. Cosa sia successo lo sanno solo i protagonisti, io posso solo dire che dopo quel giorno niente fu come prima». La sconfitta contro il Pisa, da lì a tre settimane, vale il terzo esonero consecutivo nel giro di meno di tre stagioni. 

Simoni, il mago delle promozioni, il Re Mida della B, diventa un oggetto ingombrante, facile da dimenticare. E allora decide di sporcarsi le mani. Gennaio 1991, arriva la chiamata della Carrarese, nei bassifondi della Serie C1. Simoni non solo non ha mai allenato in quella categoria, non ci ha mai nemmeno messo piede da calciatore. Ma per andare lontano, a volte, serve una rincorsa bella lunga. Con la dirigenza non vuole nemmeno parlare di soldi. 

L’unica richiesta, ovviamente, è portare con sé Pini, anche a costo di pagarlo di tasca propria. Simoni le prova tutte per salvare la squadra, infila 18 punti nel girone di ritorno, una media da zona tranquillità, senza quella partenza disastrosa. La Carrarese non si salva, retrocede. La società lo conferma e gli dà carta bianca per il mercato: sarà lui a gestirlo. La stagione si decide in volata, come ai tempi del Pisa a Cremona. Carrarese-Pontedera, tutto in novanta minuti. Il gol di Carillo frutta una promozione sudatissima, Pini sviene in panchina, Simoni è in lacrime. La città si riversa in piazza, il tecnico sa che andrà via ma partecipa ai festeggiamenti. Alle porte c’è la costruzione di un miracolo.

Capolavoro grigiorosso

Il direttore sportivo della Cremonese è un vecchio amico di Simoni, Erminio Favalli. Avevano condiviso l’esperienza da calciatori nella Juventus e il ds ha seguito con attenzione il tentativo di rinascita dell’ex compagno, impegnato a risollevare la Carrarese e la propria carriera. La presidente Luzzara non ama mettere il naso nelle storie di mercato e di formazione, cura la squadra come un padre saggio, che si tiene leggermente a distanza per comprendere meglio il quadro complessivo delle cose. La squadra viene stravolta: Rampulla va alla Juventus, i tre gioielli cresciuti nel vivaio, Favalli, Bonomi e Marcolin, finiscono tutti alla Lazio. Le richieste esplicite di Simoni sono poche: il jolly Cristiani, allenato nella parentesi empolese, e il centravanti Andrea Tentoni, 24 anni, proveniente dalla Vis Pesaro, Serie C2. 

Nel corso degli anni, il 4-3-3 di Simoni è andato via via sfumando verso un 3-5-2. Libero staccato, ovviamente, com’è la regola del tempo: la mente difensiva di quella squadra è anche il capitano, Corrado Verdelli. La coppia d’attacco diventa in fretta quella composta dal neo arrivato Tentoni, che scalza Florjancic, e Gustavo Abel Dezotti. Passare allo Zini diventa impossibile, la Cremonese sale in Serie A con la proverbiale pipa in bocca: miglior attacco del torneo con 63 gol e la Coppa Anglo-Italiana, affrontata nella prima parte con leggerezza, dando minuti a chi giocava meno in campionato.

Dopo aver eliminato il Bari in semifinale, la Cremonese vola a Wembley per sfidare il Derby County: sono 1500 i tifosi che partono dalla Lombardia per andare nel tempio del calcio inglese. Verdelli presenta la squadra alla famiglia del duca di Windsor nella sfilata pre-partita e poi sblocca il risultato sugli sviluppi di un corner ma il Derby pareggia subito. Nicolini sbaglia il rigore del raddoppio, la Cremonese può calciarne un altro in avvio di ripresa e stavolta tocca a Maspero, che non fallisce. Tentoni chiude il discorso e i grigiorossi alzano al cielo di Londra la coppa. «La vittoria di Wembley la paragono solo alla Coppa Uefa vinta con l’Inter». Nove anni dopo l’ultima volta, e con una coppa in più in bacheca, Simoni è pronto ad allenare nuovamente in A.

Il tecnico non va a sconvolgere un meccanismo funzionante, si affida ancora alla classe di Maspero sulla trequarti e al tandem Dezotti-Tentoni. Per una volta, la squadra di Simoni non parte come un diesel ma è subito performante. Tiene testa alla Juve, batte la Lazio, sbanca l’Olimpico romanista. A metà novembre è quarta in classifica, arriva anche il 4-0 nel derby con il Piacenza. Nella seconda parte di stagione c’è un calo e per salvarsi diventa vitale un 3-3 ottenuto sul campo dell’Udinese alla penultima di campionato: sotto di tre reti fino al 67’, l’impennata finale dei grigiorossi vale, di fatto, la permanenza in A. Mantenere inalterato il giocattolo diventa sempre più difficile. Tentoni va in tournée con la Sampdoria, con lui c’è anche Maspero: alla fine è “Ricky” ad accasarsi in blucerchiato.

La Roma acquista Colonnese, parte anche Dezotti. La ricerca del partner di Tentoni non è delle più semplici, alla fine Simoni e Favalli mettono le mani su un attaccante che Simoni aveva apprezzato quando militava nel Teramo, in C2: è Enrico Chiesa, che la Sampdoria vuole testare in Serie A dopo l’ottima stagione con il Modena. Inizialmente Simoni deve inquadrarlo, in diverse partite si schiera addirittura con il tridente Chiesa-Tentoni-Florjancic ed è con questo assetto che raggiunge quello che è forse il punto più alto della sua era grigiorossa: 25 settembre 1994, Cremonese-Milan 1-0.

Segue un altro girone di ritorno di sofferenza, con un filotto negativo di sette partite. Sono i gol di Chiesa, schierato seconda punta, a dare la svolta alla stagione, fino alla salvezza. Anche le belle storie, si sa, sono destinate a finire. Nella quarta annata di Simoni, la terza in Serie A, la Cremonese deve arrendersi mestamente alla retrocessione. Luzzara e Favalli decidono comunque di chiudere la stagione senza ricorrere all’esonero, un atto nobile nei confronti di chi aveva dato così tanto alla piazza. È da qui che Simoni spicca il volo verso le due esperienze più segnanti, per motivi diversi, della sua carriera: il Napoli, un amore fugace, una grande intesa con la squadra e le sirene interiste che si fanno pressanti.

A metà aprile, con la squadra già in finale di Coppa Italia, Simoni raggiunge un accordo verbale con l’Inter. Lo comunica a Ferlaino, rinunciando al rinnovo contrattuale, e in tutta risposta ottiene un bell’esonero: «Volle farmi un dispetto e impedirmi di essere in panchina per la finale di Coppa Italia, a cui sapeva che tenevo tanto». La squadra, che si sente tradita, si sfalda, rischia di finire addirittura in zona retrocessione e perde la finale di Coppa Italia. A Napoli tornerà quasi sette anni dopo, con la squadra sull’orlo del fallimento: un atto d’amore per una piazza che non aveva mai dimenticato. 

Reinventarsi, ancora

Dopo il Napoli, l’Inter, e tutto quello che sappiamo. I campioni, Ronaldo, la lotta scudetto, la Coppa Uefa, l’incredibile esonero. Simoni prova a rifugiarsi nella provincia, a Piacenza, rinunciando alle offerte di Siviglia e Benfica: a posteriori, non una scelta illuminata. Abbiamo già toccato con mano il momento più duro del Simoni allenatore, ma qui c’è qualcosa di diverso. Gigi, pochi giorni dopo essere diventato padre per la quinta volta del piccolo Leonardo, deve fare i conti con quanto di peggio possa accadere a un genitore: la morte di un figlio, il trentatreenne Adriano. La mente di Simoni è inevitabilmente offuscata e a Piacenza l’esonero arriva poco dopo l’inizio del 2000. 

Non era stato accolto bene, in quanto eroe della rivale Cremonese, mentre aveva raccolto soltanto applausi al Meazza, tornando per la prima volta da avversario davanti al pubblico interista, che l’aveva visto esonerato nel giorno in cui ritirava la Panchina d’Oro. L’unico guizzo della sua esperienza al Piacenza è la scelta di far esordire il diciassettenne Gilardino. «Fecero bene a mandarmi via, non c’ero con la testa. Tornai a casa dove ad attendermi c’era Leonardo, il piccolino. Lui riusciva ad allontanare i miei pensieri da quello stato di angoscia e tormento interiore». Sandro Mazzola lo cerca per affidargli la rinascita del Torino, appena retrocesso in B. Per Simoni è la nuova esplosione della sua passione d’infanzia, ma dura pochissimo: otto partite in sella, poi l’esonero. Al suo posto arriva Camolese, che guida la squadra alla promozione e lascia tanti dubbi nella testa del mister di Crevalcore, convinto di aver lavorato con un gruppo tutt’altro che convinto delle sue idee. 

Prova quindi l’avventura estera, sei mesi al CSKA Sofia. Sembra l’esilio sgangherato di un tecnico in disarmo, eppure soltanto tre anni prima aveva vinto la Coppa Uefa. Arriva a dicembre, per la prima volta senza il fidato Pini, e se ne va a maggio: terzo posto e sconfitta in finale di coppa nazionale. Simoni è quasi divertito dalla figura del presidente Bozhkov: «In una partita l’arbitraggio fu quanto di peggio si potesse immaginare. A un certo punto dalla panchina vidi una cosa incredibile. Il presidente saltò la balaustra e si gettò direttamente in campo andando incontro al direttore di gara per dirgliene quattro». Pensa di restare a Sofia ma c’è ancora tempo per un’altra promozione, l’ultima. 

Viene chiamato da Ermanno Pieroni all’Ancona mentre si sta rilassando in montagna con la famiglia e il suo labrador, Taribo (sì). Il presidente dei marchigiani si reca fino a Ponte di Legno per convincerlo, e Gigi accetta. È un campionato strano, quello dei biancorossi, ma vincente: il quarto posto finale è sufficiente per salire in A, il gruppo è tutto con il mister, ma Pieroni lo scarica una volta conquistata la massima serie, forse invidioso del grande affetto di giocatori e tifosi nei confronti del tecnico. Comunica la decisione al gruppo dopo la festa promozione, di ritorno dal bagno di folla in piazza. A nulla serve il tentativo dei veterani di farlo tornare sui propri passi. Segue la salvezza alla guida di un Napoli prossimo al fallimento e l’ultimo giro di giostra in Serie A, al Siena: un’esperienza sfortunata, con un gruppo diviso in due fazioni e il tecnico che, a distanza di qualche tempo, scopre il “tradimento” di un suo fedelissimo come Ciccio Colonnese, più devoto alla Gea che allo spogliatoio. 

Dopo una bizzarra esperienza alla Lucchese, non per causa sua ma per le acrobazie finanziarie del presidente Hadj, Simoni accetta l’offerta di direttore tecnico del Gubbio, ruolo ricoperto nella seconda parte della parentesi lucchese dopo un inizio da allenatore. La società gli mette in mano l’organizzazione tecnica del club insieme al ds Giammarioli e arrivano due promozioni consecutive, dalla Lega Pro fino alla Serie B, dove torna in panchina per qualche mese in seguito all’esonero di Fabio Pecchia. «Rientrai per fare un favore al presidente e a quella gente che mi trattava come un principe e mi voleva bene». Resta l’ultimo ritorno. A Cremona, su convocazione del cavalier Arvedi, Simoni veste i panni del direttore tecnico prima e del presidente poi. È lui a dare la chance per ripartire a Marco Giampaolo, immalinconito per qualche fallimento di troppo. Gigi resta a Cremona fino al giugno 2016, poi dice basta con quel mondo del calcio che in questi giorni lo ha salutato in maniera commossa, lasciando prevalere, almeno per una volta, l’importanza dell’aspetto umano di un allenatore che ha saputo farsi volere bene da tutti.

Una piccola postilla sul labrador, Taribo. Fu un regalo del gruppo interista dopo la finale di Coppa Uefa contro la Lazio. Gigi lo ricevette dalle mani di Gigi Sartor ad Appiano Gentile e scoprì che i “ragazzi” gli avevano già dato il nome del nigeriano West. Taribo, il labrador, rimase nella vita della famiglia Simoni per ben quattordici anni. E ogni volta che in casa squillava il telefono, e dall’altra parte della cornetta c’era l’altro Taribo, inevitabilmente scattava la domanda: «Mister, come sta mio fratello?».

Luigi Ragno: i rapporti umani prima di tutto

Luigi Ragno dal 2010 per dieci anni ha lavorato al Milan come allenatore dei portieri, dal settore giovanile fino alla prima squadra. Di seguito la sua tesi sul ruolo del preparatore dei portieri basata sull’analisi dei rapporti umani che si instaurano all’interno di una squadra perché il calcio è uno sport costruito intorno alle relazioni.

Luigi ragno

Essere preparatore dei portieri significa prima di ogni cosa usare discrezione, educazione, osservazione, tatto ed intelligenza in ogni tipo di comunicazione e ambiente. La comunicazione deve avvenire in maniera sintetica, con voce ferma e decisa, senza mai indugiare in eccessive e prolungate spiegazioni, che altro non fanno se non impoverire il messaggio che si vuole trasmettere.

Con i portieri e in qualsiasi contesto di lavoro, il preparatore deve sempre avere un ruolo ben definito ma leggermente defilato. Deve lavorare tanto sul campo, essere sempre corretto con le persone, non avere smanie di protagonismo ma soprattutto avere un buon dialogo con tutti. Non deve criticare, ma avere sempre la lucidità per analizzare e sapersi organizzare nello svolgere con ordine il proprio lavoro e ruolo.

Se il livello del preparatore cresce, il preparatore si troverà a lavorare all’interno di uno staff. Gli staff tecnici delle società sono la quotidianità della convivenza e della comunicazione. Allenatore, allenatore in seconda, preparatore atletico, collaboratori atletici e collaboratori tecnici di campo, analisti video, osservatori di staff e osservatori (scounting) della società, medici, fisioterapisti, fisioterapisti addetti al recupero infortuni, team manager, magazzinieri, addetti ai campi e manutentori, infine direttori sportivi e presidenti.

Luigi ragno

Essere un portiere di calcio ha tanti significati, tante sfumature; credo sia davvero un ruolo a parte, dal fascino unico che nasce dalla consapevolezza di avere tanta responsabilità.
Per interpretarlo al meglio servono caratteristiche fisiche e capacità tecniche nelle quali non voglio addentrarmi, ma su due aspetti caratteriali vorrei invece soffermarmi e soprattutto evidenziarne la reale importanza.

A mio avviso gli occhi, e di conseguenza l’osservazione, portano il portiere ad avere la percezione di tutto quello che gli accade intorno. In campo e fuori dal campo, all’interno del gruppo, dello spogliatoio, si tratta sempre di vedere e capire quello che succede e saper
comunicare con tutti coloro che fanno parte della squadra e della società
. Farlo sempre con equilibrio, con positività, scegliendo soprattutto i tempi ed i modi più opportuni.

Cercare di diventare un leader, anche silenzioso, ma un riferimento per tutti. Dare sempre la conferma che su di lui si possa fare affidamento. E per far ciò non serve essere titolari inamovibili: lo si può essere anche come secondi o come terzi, e in questi casi le opportunità di osservazione aumentano e fanno si che si possa essere di supporto a chi invece sta vivendo la gara da protagonista.

Serve dimenticare ogni gloria e vittoria, ogni delusione e sconfitta di squadra ma soprattutto la prestazione come singolo. Il motivo è semplice: il portiere è un ruolo solitario, ma spesso è proprio in questa solitudine che si trova nuova forza. In tutti i due casi, l’adrenalina è tanta, e la delusione pesa e spesso toglie il sonno. Ma poi la luce del
giorno successivo deve dare una spinta, una nuova motivazione da trasmettere a se stessi e a tutti coloro che hanno bisogno di ricevere energia.

Credo davvero che il portiere debba conoscere il calcio da interprete del ruolo e da esperto del gioco: essere l’estremo difensore della propria porta e della propria area e dei molti spazi attorno, lo portano ad essere il giocatore col più alto tasso di osservazione. Deve sapere di calcio e deve far capire all’intero gruppo che tutto quello che succede in settimana in allenamento ed in gara è sempre sotto la sua lente d’ingrandimento. Poi arrivano personalità, coraggio, tecnica e capacità fisiche. Ma alla base ci sono occhi e ragionamento: questo a mio avviso deve essere un portiere principalmente.

Luigi ragno

Ecco di seguito la tesi intera di Luigi Ragno ricca di aneddoti della vita personale con vari capitoli legati alla comunicazione con tutti le varie componenti della struttura societaria. Una persona autentica e trasparente come ce ne vorrebbero tante sui campi da calcio!

Marco Negri

Primavera del 1997.
I Glasgow Rangers
 stanno cercando un attaccante. Ally Mc Coist, lo straordinario bomber della “metà blu di Glasgow” ha raggiunto ormai le 35 primavere e per l’assalto al titolo (che sarebbe il 10mo consecutivo, record nella storia del calcio scozzese) occorrono forze fresche e gambe più reattive.
Dopo i primi confortanti riscontri del suo staff, Ewan Chester, capo degli osservatori del club, decide di visionare personalmente un attaccante italiano che gli è stato segnalato.
Per farlo sceglie l’incontro tra Perugia e Roma.

Il Perugia, dove gioca l’attaccante sotto osservazione, ha una classifica assai compromessa e sta lottando con le unghie e con i denti per evitare la retrocessione.
Di fronte i giallorossi di Totti e Balbo che al termine di una stagione imprevedibilmente tribolata la salvezza l’hanno raggiunta solo poche settimane prima.
Gli umbri lottano con ardore su ogni pallone.
Ogni contrasto, ogni duello aereo, ogni palla recuperata può diventare fondamentale.
Tutti i calciatori del Perugia ne sono perfettamente consapevoli e il loro impegno è quasi
commovente.
Tutti … tranne uno.
Quello che gioca con il numero 18 e che rimane sempre nell’ultimo quarto di campo,
apparentemente disinteressato a quanto sta succedendo sul terreno di gioco.
Niente pressing, niente rincorse inutili ai palloni lunghi lanciati dalle retrovie, niente sbattimenti per andare incontro al pallone per far salire la squadra o fare spazio agli inserimenti dei compagni.

Alla fine dei novanta minuti però sarà lui a fornire il pallone per il primo gol di Milan Rapajc e a segnare il secondo, quello della tranquillità, nel 2 a 0 finale.
In quel match colpirà anche una traversa con una prodezza in acrobazia. Il Perugia, nonostante i 15 gol in 27 partite del suo bomber retrocederà nella serie cadetta.

Ma quello che ha visto quel giorno Ewan Chester sarà più che sufficiente: MARCO NEGRI è l’uomo perfetto per i Rangers.
Sarà lui il successore di Mc Coist.

Un ragazzo di 26 anni che ha finalmente trovato la consacrazione definitiva dopo anni difficili, con pochi gol all’attivo, giocati spesso in un ruolo non adatto alle sue caratteristiche e forse con la consapevolezza che ormai il suo destino nel calcio sarebbe sempre stato al massimo in qualche buona squadra di provincia.

L’impatto in Scozia di Negri è brusco e spiazza dirigenti e i suoi nuovo compagni di squadra. Marco Negri è una persona riservata, quasi timida. Ama stare in famiglia e rifugge le luci dei riflettori, le interviste e i media.

“Lo spirito di squadra si costruisce al pub!”.
Questa è la regola non scritta per qualsiasi squadra del Regno Unito. Il Rangers non fa eccezione. Richard Gough e compagni è al pub che si ritrovano regolarmente dopo gli allenamenti, per festeggiare le vittorie della squadra o per “consolarsi” dopo una sconfitta.

E se in quella squadra la stella si chiama PAUL GASCOIGNE questo rito diventa ancora più frequente e accettato.


Marco parla pochissimo.
Negli spogliatoi e con la stampa.
Ma quando si inizia a fare sul serio per lui a parlare sarà qualcos’altro.
23 reti nelle prime 10 giornate di campionato.

Avete letto bene.
In una partita contro il Dundee segnerà tutte e 5 i gol della vittoria dei Rangers.
In questi cinque gol c’è tutto il repertorio possibile di un grande attaccante.
Potenza, acrobazia, tecnica e opportunismo.
Il tutto con la più totale nonchalance … senza nessuna manifestazione di entusiasmo particolare o condita da gesti fuori dall’ordinario.
“Festeggiando questi gol con la stessa gioia di uno che vede schiacciare il proprio gatto dal furgone dei gelati” scriverà il giorno dopo un giornalista scozzese.
Ad Ibrox Park bastano poche settimane per trasformarlo in un mito.
Sostituire Ally Mc Coist sul campo era già di per se un’impresa proibitiva … farlo nel cuore dei tifosi dei Rangers era la classica “mission impossibile”.

Rangers che con Gascoigne e Brian Laudrup ad alimentare l’insaziabile fame di gol di Marco sembrano imbattibili a livello nazionale e potenzialmente in grado di tornare nell’elite del calcio europeo.

Tutto effimero.

Come spesso accade è il destino che decide di rimescolare completamente le carte in tavola. E tutto finisce, con la stessa velocità con cui era cominciato.
E’ il primo mercoledì di gennaio. Per la maggior parte delle squadre britanniche se non ci sono partite ufficiali è il giorno libero.
Per Marco Negri e l’amico e compagno di squadra Sergio Porrini è un’usanza che non li convince proprio.
Il tono fisico va mantenuto, sempre.
Mentre i loro compagni di squadra sono probabilmente al pub a godersi il pomeriggio libero da ripetute o pesi in palestra, Marco e Sergio decidono di andarsi a fare una corroborante sudata giocando a Squash.
Porrini adora questo gioco ed è ormai un habitué.
Per Marco è solo la seconda volta.
Ribatte colpo su colpo ma la sua inesperienza fa si che decida di giocare senza gli occhialini di protezione e questa scelta si rivelerà purtroppo fatale.
Una pallina scagliata con forza dall’amico Porrini lo colpirà in pieno all’occhio destro provocando il parziale distacco della retina.
Per qualche giorno si teme addirittura per la vista di Marco.
Non sarà per fortuna così ma la sosta ai box sarà di oltre un mese.
Ci sono ricorrenti mal di testa e a quel punto allenarsi con continuità non è facile.
Tutti ovviamente “bramano” il suo rientro e Marco non si tira certo indietro.

Forza i tempi. Un paio di partite e tutto sembra rientrato nella normalità.
Negri è tornato e ha ripreso a segnare e i Rangers hanno ricominciato a vincere.
Sembra tutto a posto ma il destino non è di questo avviso.

Marco non riesce più a ritrovare la forma di quel fantastico inizio di stagione.
Il sogno è durato più o meno 5 mesi.

Il risveglio però è terribile. Come terribile sarà per i Rangers che senza il loro terminale offensivo si vedono soffiare dagli odiati rivali del Celtic il titolo.
Quel 10mo titolo consecutivo che li avrebbe consegnati nella leggenda del calcio scozzese.
Invece non ci sarà nessun trofeo da alzare in quella maledetta stagione … per la prima volta dopo
12 anni.
Nella stagione successiva sulla panchina dei Glasgow Rangers arriva l’olandese Dick Advocaat che, almeno a parole, dice di “voler ripartire da Marco Negri” … salvo poi cambiare idea dopo tre sole partite (senza reti) dell’attaccante italiano.
Negri, già piuttosto chiuso e “umorale” di suo, si defila ulteriormente.
Per il bomber milanese arriva prima una polmonite e poi un brutto infortunio alla schiena con conseguente operazione per rimuovere un’ernia.
Si parla di diverse liti negli spogliatoi con i compagni di squadra e di una vita sempre più isolata tra le mura domestiche.
Gli attriti con la società diventano nel frattempo scontri veri e propri.
A quel punto non resta che una strada: andarsene dalla Scozia.
Magari in Spagna dove ci sono un paio di club importanti che lo accoglierebbero a braccia aperte.
David Murray, il ricchissimo presidente dei Rangers, non lascia spazio a molti discorsi.
“Negri rispetterà il contratto con i Rangers fino in fondo. A costo di farlo giocare nel giardino di casa mia”.
Le scaramucce continuano fino a che Negri viene messo fuori rosa e senza stipendio.
Solo nel gennaio del 1999 arriva la libertà: Negri firma per il Vicenza.
E’ solo un prestito fino al termine della stagione.
I guai fisici però non lo abbandonano e continuano a condizionare pesantemente le sue
prestazioni.
Nove incontri e una sola rete.

Poi verranno il ritorno a Bologna, il Cagliari, il Livorno (dove ritrova per un attimo le vecchie sensazioni e la confidenza con il gol) e infine il ritorno, anche se solo per un pugno di partite nella “sua” Perugia.
Umorale si diceva. A volte scorbutico e incostante ma sempre onesto fino in fondo.
Soprattutto con se stesso.
Marco Negri a 35 anni capisce che non è il caso di prendere in giro nessuno.
Appende le scarpe al fatidico chiodo
.
La famiglia è sempre stato il suo punto di riferimento assoluto e il calcio torna per un po’ ad essere niente di più che un passatempo da condividere con gli amici.
Per tanti che fanno fatica ad accettare il ritorno ad una vita normale dopo il clamore di un’attività agonistica ad alti livelli c’è anche qualcuno, come Marco Negri, che è anzi felice di tornare ad essere una persona “normale”. In fondo per lui stare lontano dai riflettori è la cosa più naturale del mondo.

Il suo bagaglio di esperienza e quella sua grande abilità di muoversi in area di rigore sono però un patrimonio che non può essere sprecato.
Marco Negri è stato per due stagioni uno dei preparatori nello staff dell’Udinese.
Una sorta di “coach offensivo” che ha sicuramente tanto da insegnare ai giovani.
Chiuso il rapporto con la società friulana sta vagliando ora diverse offerte. Nel frattempo è tornato a vivere a Bologna, la città nella quale mise per la prima volta in mostra le sue grandi doti realizzative e per la quale Negri non ha mai nascosto il suo grande amore … assolutamente ricambiato dai tifosi felsinei.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Uno dei modelli dal quale Marco Negri ha preso maggior ispirazione è stato sicuramente il grande attaccante argentino Abel Balbo.

Nella stagione 1990-1991 Negri, di ritorno dal non esaltante prestito a Novara, viene inserito nella rosa della prima squadra. Al centro dell’attacco c’è il giovane attaccante argentino arrivato nella stagione precedente dal River Plate.
Balbo è un bomber vero. Che segna in tutti i modi possibili.
La scuola ideale per Negri che dall’anno successivo, in prestito alla Ternana, inizia a segnare i suoi primi gol ufficiali e soprattutto a giocare nel suo ruolo vero … al centro dell’attacco.

La città dove con ogni probabilità Marco Negri è stato amato di più è Perugia. Nel cuore dei tifosi Marco ha rappresentato prima l’uomo capace con i suoi gol di riportare il Perugia in serie A nella stagione 1995-1996 e poi, in quella successiva, di permettere ai tifosi dei “Grifoni” di sperare fino all’ultimo di mantenere la categoria.
33 reti in due stagioni sono un bottino eccellente ma che non bastano a spiegare il profondo legame con la città.
Anche nell’estate scorsa Marco è tornato a Perugia e in Piazza Matteotti si è lasciato abbracciare da migliaia di tifosi, rendendosi disponibile a domande, foto e autografi.
Molto diversa per Marco l’esperienza a Cosenza.
Nonostante il pubblico lo accoglie e lo sostiene con calore i rapporti di Marco in seno alla squadra non sono certo idilliaci.
Il tutto sfugge di mano durante un allenamento durante il quale Negri, sottoposto a “cure”
particolarmente assidue in una partitella sbotta e reagisce con veemenza al compagno che lo stava riempiendo di calci.
Da Cosenza deve praticamente scappare.
L’ancora di salvezza arriva da Bologna
 e dal D.S. Lele Oriali che lo porta nella città felsinea dove anche se deve scendere di una categoria (il Bologna in quella stagione è in C1) riesce come detto a mettere in mostra finalmente tutte le sue qualità.

Quando Ewan Chester, capo degli osservatori dei Rangers rientra dalla sua missione in Italia il report al manager dei “Blues” Walter Smith dice più o meno così.
“Se cerchiamo un attaccante che lotti su ogni pallone, che apra varchi per i compagni, che si sacrifichi in pressing sui difensori avversari … allora è meglio lasciar perdere.
Ma se cerchiamo uno che segni per noi almeno trenta gol a stagione abbiamo trovato l’uomo che fa per noi”.
Il periodo ai Rangers diventa memorabile per diversi aspetti.
Uno di questo per Negri è l’aver diviso partite, allenamenti e spogliatoio con Paul Gascoigne.
Uno degli aneddoti più conosciuti di quel periodo è relativo ad un allenamento.
Mentre i giocatori del Rangers stanno facendo stretching, Gascoigne sta contemporaneamente facendo pipì sulla gamba del compagno più vicino.
Nessuno riesce a trattenere le risate.

… tranne ovviamente la vittima che, accortasi della cosa, inizia inferocito a inseguire Gascoigne per tutto il campo.
Senza riuscirci perché “Gazza” diventava velocissimo in caso di necessità !

Infine la descrizione di un giornalista dell’Herald, uno dei più importanti giornali scozzesi.
Negri segna con la stessa facilità con cui noi alla sera ci laviamo i denti prima di andare a dormire”.
Questo è Marco Negri. Un attaccante speciale e una persona normale.

Nota:
Un grazie davvero di cuore all’amico Gabriele Stracciari e allo stesso Marco Negri per la squisita disponibilità e collaborazione nella stesura del pezzo.

THE ENGLISH GAME: il calcio ai tempi della quarantena

La straordinaria drammaticità del periodo che stiamo vivendo e che ci tiene tutti, o comunque con poche eccezioni, rinchiusi in casa ci ha portati ad un problema a cui la società moderna in questi anni non ci aveva abituato: avere così tanto tempo libero da non saper come riempirlo per sfuggire alla noia. Questa è musica per le orecchie delle piattaforme di streaming come Netflix, il cui co-founder e CEO Reed Hastings nel 2017 a precisa domanda su quali fossero i competitor della piattaforma, se la televisione, il cinema o Amazon rispose: “Assolutamente niente di tutto questo! L’intrattenimento domestico non è un gioco a somma zero, oggi il nostro più grande avversario è il poco tempo libero che questa società concede alle persone e il sonno, perché dobbiamo convincerle a passare il loro tempo sulla nostra piattaforma rinunciando a delle preziose ore di riposo”.

Bene, come dicevo, la straordinarietà di questo periodo storico implica l’annullamento del problema del tempo libero e spinge spesso la gente a lanciarsi a capofitto sulle serie tv, un tipo di intrattenimento continuo ed affascinante che, visto il suo perdurare su svariate ore, a differenza dei singoli film, risulta perfetto per la vita da quarantena, sottoforma di binge-watching.

Questa disponibilità si fonde con una grande mancanza che il Coronavirus ci sta facendo sentire: il calcio. Noi appassionati ci sentiamo persi senza vedere, dal vivo o in tv, il nostro amato pallone rotolare su un prato ogni weekend o senza la possibilità di nutrirci di notizie di campo durante la settimana. Netflix sembra dunque aver intercettato alla perfezione questo bisogno manifestatosi in una larga fetta del suo pubblico e il 20 marzo ha lanciato sulla piattaforma la serie The English Game.

Diretta da Julian Fellowes, per i più esperti in materia il creatore della premiatissima Downton Abbey, The English Game si presenta come un serie di tipo storico-narrativo che va a raccontare in modo cinematografico gli albori del nostro amato sport.

Ambientata sul finire dell’800, in Inghilterra, le regole del calcio sono state scritte verso la metà del secolo dai rappresentanti di diversi prestigiosi college britannici ed esso viene ritenuto un gioco altolocato e praticato per la maggior parte esclusivamente dai giovani nobili, che si ritengono i padri naturali di quello sport e ne custodiscono gelosamente la proprietà e le regole. Hanno infatti già formato la FA (l’attuale Football Association) che ogni anno organizza il torneo nazionale che mette in palio l’ambitissima FA Cup.

La competizione è molto famosa e, nonostante nel tempo vi inizino a partecipare anche squadre provenienti dalla più umile working class inglese, viene sempre vinto dalle squadre universitarie dei nobili, che hanno a disposizione strutture e tempo libero per allenarsi (gli operai per tirare a campare passavano tutta la giornata in fabbrica), ma soprattutto non hanno problemi di “fame”.

La storia inizia a cambiare però nel 1879, quando alla stazione ferroviaria della piccola Darwen scendono da un treno arrivato dalla Scozia Jimmy Love e soprattutto Fergus Suter, il nostro protagonista.

Questi sono stati chiamati da James Walsh, il padrone della fabbrica di cotone della città che con passione supporta economicamente l’unica squadra di Darwen, composta essa stessa dagli operai della sua fabbrica. Il sogno di Walsh, nato povero e che si è creato le sue fortune attraverso il duro lavoro, è quello di vincere la FA Cup e di rendere il calcio uno sport “per tutti”, non un giocattolo per far divertire i ricchi dal sangue blu.

Per fare questo ha quindi convinto i talenti scozzesi Suter e Love, anch’essi membri della working class del tempo, a trasferirsi a Darwen, lavorare nel suo cotonificio e giocare per la sua squadra sotto compenso economico.

 

C’è solo un problema in questo avvenimento, al tempo essere pagati per giocare a calcio era vietatissimo.  Il consiglio della FA infatti, formato totalmente da giocatori nobili delle squadre partecipanti, è molto fiero del dilettantismo dello sport che hanno creato anni prima, perché spinge i partecipanti a giocare esclusivamente per passione e per amore del gioco, senza che si metta di traverso come motivazione il vile denaro. I nobili, dalla loro condizione, non vedono però la differenza che porta questo snodo, perché loro non avendo difficoltà economiche riescono a giocare ed allenarsi senza problemi e preoccupazioni, mentre le classi sociali meno abbienti, che si scontrano quotidianamente contro le difficoltà della vita del tempo, spesso non possono permettersi di “perdere tempo” in un gioco se questo non può portare il pane alle loro famiglie.

Fergus Suter diventa presto il leader tecnico e carismatico della squadra di Darwen, instaurando subito un’accesa rivalità con l’Old Etonian, squadra della vicina università i cui membri son gran parte del consiglio della Football Association, e in particolar modo con il loro capitano Arthur Kinnaird. Lo scontro inizialmente è totale, stili di vita e di pensiero completamente differenti cozzano uno contro l’altro e rappresentano al meglio le lotte di classe della Gran Bretagna di fine ‘800, che fanno da cornice al racconto.

Da qui in avanti entrerà in scena tutto il resto: The English Game è una serie, storicamente accurata, di come il pallone diventò uno strumento fondamentale per iniziare ad accorciare le distanze sociali tra le lontanissime classi inglesi del tempo. Il calcio riuscì infatti a far dialogare i nobili di sangue blu con gli operai della working class, contribuendo a creare i presupposti per la società moderna che oggi conosciamo.

Rimanendo più sul tema strettamente calcistico in questa serie si può scoprire di più sul tema del professionismo in questo sport, siccome Suter e Love possono essere considerati i primi calciatori professionisti della storia, su quello delle bandiere che per la prima volta iniziano a cambiare fazione, della nascita di veri e propri tifosi delle squadre dei territori a cui appartengono geograficamente, e delle prime visioni del calcio non più come un semplice gioco ma come un vero e proprio business da sviluppare, anche a livello internazionale.

The English Game più che una serie vera e propria viene considerata una miniserie, perché è composta da sei episodi della durata tra i 43 e i 55 minuti che raccontano una storia che in essi inizia e si conclude. Netflix però sulla piattaforma l’ha presentata come “Stagione 1”, aprendo alla possibilità che potrebbe continuare. Ora come ora il gigante dello streaming non si è ancora sbilanciato in merito al futuro di The English Game, probabilmente vorrà prendere una decisione avendo prima sottomano i dati totali di quanti abbonati hanno deciso di guardarla, se i numeri saranno soddisfacenti probabilmente The English Game 2 ci sarà.

Inoltre, se in periodo di quarantena un obiettivo è quello di migliorare in qualche modo la lingua inglese, la serie è piuttosto semplice da seguire anche in lingua originale, con un lessico chiaro, pulito e tipicamente britannico.

Tirando le conclusioni, se da casa in questi giorni si vuole continuare a masticare calcio e vedere rotolare un pallone The English Game risulta un ottimo compromesso e probabilmente terminati i sei episodi si avrà già nostalgia del carisma e delle giocate di Fergus Suter. Buon calcio a tutti!

SHEFFIELD UNITED

Una squadra di tifosi e vecchi amici sta scrivendo la storia della Premier League.

E’ il 12 maggio del 2016 quando la dirigenza dello Sheffield United annuncia il nuovo manager delle Blades. Dopo cinque stagioni in Division One, il terzo livello del campionato inglese, e dopo i recenti fallimenti di Nigel Clough e Nigel Adkins, la scelta della società cade su Chris Wilder. Non è una scelta che entusiasma troppo il popolo di Bramall Lane, ma Chris Wilder può puntare su due aspetti che non sono passati inosservati a dirigenza e tifosi della metà biancorossa di Sheffield.

Il primo è la sorprendente promozione ottenuta poche settimana prima con il Northampton passato dalla Division Two alla Division One con un percorso straordinario. 99 punti ottenuti, 13 di vantaggio sulla seconda in classifica, con un club praticamente in bancarotta (per diversi mesi lo staff non ha visto una sola sterlina di stipendio) e una rosa costruita prevalentemente con calciatori svincolati, prestiti o provenienti da campionati semi-professionistici.

Ma è soprattutto “l’altra carta” che Wilder può giocarsi con i supporters delle Blades. Per lo Sheffield United, di cui è accanito tifoso, Wilder ha giocato per 7 stagioni. Perfino durante il suo periodo a Northampton, quando non era impegnato in panchina con i Cobblers, non era raro trovarlo sugli spalti del Bramall Lane come un semplice supporter. Quando Wilder arriva al Club si trova però immediatamente catapultato nella peggiore situazione possibile per un manager: l’obbligo di vincere, riportando lo Sheffield nella categoria cadetta della Championship e farlo senza avere praticamente un soldo da spendere.

Chris Wilder non si perde d’animo. D’altronde ha vissuto situazioni pressoché identiche in tutta la sua carriera da manager, trascorsa tra i semiprofessionisti della Conference e il livello più basso della Lega inglese, la Division Two. Inizia un lavoro certosino di ricerca, di contatti, di partite viste e di calciatori sotto osservazione.

La sua prima mossa appena arrivato al Club è strategica e sarà un’autentica folgorazione: promuovere il bomber Billy Sharp a capitano del club. Sharp a Sheffield ci è nato, ci ha esordito tra i professionisti, ci è tornato una prima volta nel 2007 e dalla stagione precedente è tornato “a casa”.

E, come Wilder, è un tifoso sfegatato delle Blades. Sarà una delle mosse più azzeccate di tutta la sua gestione al club. Wilder è carismatico, ci mette passione ed entusiasmo. Qualche vecchio dirigente lo paragona all’immenso Bill Shankly, l’uomo che trasformò a fine anni ’50 il Liverpool F.C.

“Da quando c’è lui si respira un’atmosfera diversa. L’entusiasmo e la passione che sa trasmettere sono contagiose. Si capisce già adesso che le cose stanno cambiando”.

Quando inizia il campionato c’è trepidazione e attesa, dopo tanti anni grigi e di speranze frustrate. Il campo però dà un verdetto opposto. Nelle prime quattro partite di campionato arrivano tre sconfitte ed un pareggio. La delusione è tanta e qualcuno (tutto il mondo è paese) già si lascia andare a nefasti proclami.

“Come possiamo sperare di tornare in Championship senza il becco di un quattrino e con un manager che al massimo ha allenato in Division Two?”.

Altri vanno addirittura oltre e parlano della partita successiva, quella in casa con l’Oxford United, come “ultima spiaggia” per Wilder. A venticinque minuti dalla fine lo Sheffield United sta perdendo per una rete a zero. Ci sono mugugni e dalle tribune del Bramall Lane si è già alzato qualche fischio. Poi, nel giro di otto minuti, ci penseranno “Capitan Sharp” e James Wilson a ribaltare il risultato.

Da quel giorno Wilder e i suoi ragazzi non si fermeranno più, iniziando una cavalcata trionfale che li vedrà dominare il campionato chiuso al primo posto con 100 punti all’attivo, 92 reti segnate e le ultime 17 partite della stagione chiuse con 13 vittorie e 4 pareggi.

Billy Sharp sarà determinante. Il suo bottino sarà di 30 reti. La metà biancorossa di Sheffield si è risvegliata finalmente dal suo torpore. Nella stagione successiva si penserà a gettare le basi per “alzare il tiro” ed iniziare a costruire un progetto che nel giro di tre-quattro stagioni permetta allo Sheffield United di fare ritorno in quella Premier che manca dal 2007.

Intanto si potrà tornare a sfidare i rivali cittadini del Wednesday e questo, per un tifoso delle Blades, significa già tantissimo. Lo Sheffield United si rivela un osso duro per tutti quanti e per quasi tutta la stagione le Blades “flirteranno” con la possibile qualificazione ai play-off, sfumati per colpa di qualche sconfitta di troppo nel finale di stagione. Il decimo posto finale è assolutamente lusinghiero. Wilder ha assemblato una squadra coesa, organizzata, combattiva e con una mentalità offensiva da risultare a volte quasi spregiudicata. Il tutto spendendo nel complesso meno di un milione di sterline.

Ma è nella stagione successiva, la 2018-2019, che Chris Wilder e lo Sheffield United compiono un autentico capolavoro. Bastano poche settimane di campionato per capire che per i due posti che assicurano la promozione diretta alla Premier ci sono tre squadre praticamente sullo stesso livello: Il Norwich City di Daniel Farke, il Leeds di Marcelo Bielsa  e lo Sheffield United di Chris Wilder. Per buona parte della stagione sembra che le prime due abbiano qualcosa in più dello Sheffield, ma il finale di stagione racconta un’altra storia.

Mentre il Norwich si mostra regolare e affidabile per tutta l’annata, il Leeds United pare arrivare senza benzina alla volata finale. Al contrario le Blades con una seconda parte di stagione strepitosa (una sola sconfitta nelle ultime 18 gare) riescono a superare sul filo di lana i “bianchi” di Elland Road conquistando una promozione in Premier che, sono le parole del Presidente Mc Cabe, arriva almeno con una stagione di anticipo rispetto alle più rosee previsioni.

SHEFFIELD UNITED

A questo punto, dopo anni di carestia e di casse con poca liquidità, è doveroso attendersi invece cospicui investimenti. La squadra è ancora in gran parte composta da giocatori che erano presenti tre stagioni prima in Division One: troppo poco per contraddire le cassandre che prevedono un veloce ritorno dello Sheffield United in Championship, ma ci pensa Chris Wilder a zittire tutti quanti.

“Noi non possiamo pensare di combattere contro il Liverpool, le due di Manchester o i tre squadroni di Londra. Noi dobbiamo ispirarci al Bournemouth di Eddie Howe, che ha nelle sue fila calciatori come Harry Arter che giocava con loro in Conference. Questo è il nostro modello da seguire. E se ce l’hanno fatta loro non vedo perché non possiamo riuscirci anche noi”.

Aggiungendo una frase meravigliosa, che implica un termine assai poco comune nel mondo del calcio e dello sport in generale: la riconoscenza. «Il cuore del team sarà ancora formato da quei ragazzi che ci hanno consentito di uscire dal “pantano” della Division One e che ora meritano di dimostrare che possono vincere partite di calcio anche nella fottuta Premier». Mai parole furono più azzeccate.

Lo Sheffield United ora sta volando in campionato: è in lotta per una qualificazione alla prossima Europa League e non solo (al momento il quarto posto non è una chimera, tutt’altro) ma non è nei risultati o nelle statistiche che si può spiegare questa sorta di miracolo sportivo.

LA TATTICA

Chris Wilder è uno degli allenatori più fedeli alla vecchia scuola del calcio inglese. Grinta, cuore, passione. Tackle duri e cross dalle fasce. Il suo Sheffield sembra uscito da un vecchio video della First Division degli anni ’80. “No bullshit” è una delle sue frasi preferite. Niente inutili complicazioni.Il calcio è un gioco semplice e la semplicità non è un difetto, ma un grandissimo pregio. L’allenatore delle Blades è però al tempo stesso un abile innovatore.

In uno schema consolidato come il 3-5-2 è presente un movimento, creato da Wilder e mai visto prima su un campo di calcio, talmente rivoluzionario da meritarsi l’ammirazione e i complimenti da allenatori del calibro di Pep Guardiola, Jurgen Klopp e Marcelo Bielsa. Si tratta degli ormai celebrati “overlapping central defenders”, ovvero i due difensori centrali esterni (solitamente Jack O’Connell e Chris Basham) che vanno in sovrapposizione sulle fasce (presidiate da George Baldock e Enda Stevens) creando così quella superiorità numerica che permette allo Sheffield United di essere la seconda squadra della Premier ad effettuare più cross (dietro il Manchester City e davanti all’Everton).

SHEFFIELD UNITED

Questo movimento, che fu una sorpresa per i team di Championship la scorsa stagione, lo è ancora di più quest’anno nella Premier. L’impostazione voluta da Wilder vuole che il centrocampista difensivo (Oliver Norwood) rimanga a protezione del difensore centrale che avanza, e prevede poi che oltre alle due punte (David Mc Goldrick e Lys Mousset) ci sia sempre un altro centrocampista centrale (John Fleck o John Lundstram) presente in area al momento del cross.

Proprio la figura del centrocampista centrale è stato l’unico vero cambiamento tra lo Sheffield United della promozione e quello di quest’anno in Premier League. Mentre l’anno scorso veniva utilizzato in chiave più offensiva dietro le punte, quest’anno gioca invece dietro gli altri due centrocampisti centrali fungendo da schermo protettivo alla difesa e da primo costruttore di gioco.

IL GRUPPO

Molti dei giocatori dell’attuale rosa sono gli stessi del primo trionfale campionato di Division One vinto tre stagioni or sono. E se è vero che “vincere” è il miglior collante possibile per un gruppo è anche vero che questo nucleo di calciatori, composto quasi esclusivamente da calciatori britannici, è assolutamente coeso e unito anche “fuori” dal rettangolo di gioco. Colazioni tutti insieme al campo di allenamento e cene che coinvolgono tutti i componenti dello staff, inclusa la frequentazione collettiva dei principali pub di Sheffield, con Chris Wilder per primo a riconoscere che “un paio di pinte non hanno mai ucciso nessuno”.

Come ricordato anche recentemente in un’intervista dal centrocampista John Lundstram (uno di quelli che ha giocato in tutte le quattro divisioni professionistiche inglesi),

“noi non ci disperdiamo a fine allenamento come quasi tutti gli altri team. Siamo molto uniti e passiamo un sacco di tempo insieme. E questo credo che si veda sul campo”.

Già, il campo. «Nessuno di noi, a cominciare dal Manager, accetta che qualcuno dia meno del 100% in campo. Da noi non ci sono primedonne. E il Boss è molto attento a scegliere calciatori con le giuste caratteristiche» conclude il numero 7 delle Blades.

CHRIS WILDER

Inutile negarlo. La principale ragione del successo dello Sheffield United risiede in quest’uomo. Persona estremamente preparata, meticolosa e attenta professionalmente quanto onesta, diretta e trasparente umanamente. “Quando hai fatto bene il tuo lavoro non esita a dirtelo, complimentandosi senza ipocrisia” racconta l’esterno destro George Baldock, “ma se non è contento di quello che hai fatto non te lo manda a dire. E con lui guai a montarti la testa. Ti fa tornare immediatamente con i piedi per terra!”.

John Lundstram aggiunge che “ci sono allenatori che ti mandano improvvisamente in panchina o in tribuna senza darti una spiegazione, anzi, quasi evitandoti per l’imbarazzo. Con Wilder questo non succede. Ti spiega sempre esattamente il perché delle sue scelte e questo i calciatori lo apprezzano tantissimo”. Una delle prime cose che fece Wilder una volta insediatosi allo Sheffield United fu di togliere dai muri degli spogliatoi del Bramall Lane tutte le frasi “motivazionali” dei suoi predecessori. La spiegazione?

“Fate già il mestiere più bello del mondo. Se non sapete trovare le motivazioni senza questi fottuti slogan siete da prendere tutti a calci nel culo”.

SHEFFIELD UNITED

L’AMBIZIONE

Lo Sheffield United dopo la tremenda, immeritata e sfortunatissima retrocessione del 2007, è stato per anni lontano dal calcio che “conta”. Ora nessuno si pone più limiti, e ancora una volta questo lo si deve essenzialmente a Wilder. In tutta la sua carriera da manager non ha praticamente mai avuto denaro da spendere per acquistare giocatori, dimostrando che non è indispensabile avere un portafogli pieno per raggiungere dei risultati.

“I risultati non si comprano ma si costruiscono”, è una delle sue tante frasi. E questo Sheffield United, costruito con calciatori in gran parte acquistati a parametro zero o per cifre quasi ridicole nel mercato attuale, lo dimostra. Nella partita pareggiata a novembre fuori casa contro il Totthenam lo Sheffield si è presentato in campo con 10 calciatori su 11 che erano già al club nella stagione precedente. 1-1 il punteggio, con Wilder scontento a fine gara.

“Oggi dovevamo vincere. Abbiamo giocato meglio di loro e lo avremmo meritato”.

DAL VANGELO SECONDO CHRIS WILDER

«Pressione? La pressione di vincere o perdere una partita in Premier? Questa non è pressione. La pressione l’avevo a Northampton quando rimanemmo tre mesi senza prendere una sterlina. Un giorno andai a far spesa al supermercato e quando arrivai alla cassa la mia carta di credito venne rifiutata. Questa è pressione».

È molto facile incontrare Chris Wilder su un autobus, in giro per la città o ancora più facilmente nel suo pub preferito di Sheffield. «Sono stato l’allenatore della squadra di questo pub e in tutte le squadre dove sono stato ho lasciato dei buoni ricordi. Qui, oltre a quelli, c’è anche la birra buona». Da buon manager “old fashion”, poi, una delle cose più odiate da Wilder sono i procuratori.

“Capisco che il mondo sia cambiato, anche nel calcio. Ma i calciatori dovrebbero imparare a riprendersi in mano il proprio destino. Grazie ai procuratori guadagnano qualcosa in più ma professionalmente non sempre fanno le scelte giuste. Cervello e portafogli non vanno sempre d’accordo”.

Chris Wilder ha recentemente rinnovato il contratto con le Blades fino al 2024, rilasciando questa dichiarazione. «Ho sempre sognato di allenare qui. Adesso che ci sono riuscito secondo voi dovrei andarmene?». Ci sia concesso rispondere: certo che no. Lunga vita allo Sheffield United, a Chris Wilder e al vero calcio inglese.