U.S. POGGESE: Un sogno che si avvera

Poggiano dei Baldovini è un piccolo centro della collina parmense.

Il cartello segnaletico all’entrata del paese dice che siamo a 517 metri d’altezza sul livello del mare e quello azzurro posto qualche decina di metri prima dice che Parma, capoluogo della provincia, dista 32 chilometri.

A Poggiano ci sono due bar, un negozio di alimentari, una banca, un negozio di elettrodomestici, la farmacia, il negozio di frutta e verdura che fa anche da rivendita giornali, una macelleria e c’è un negozio di ferramenta e giocattoli.

A Poggiano il calcio è una cosa importante.

Il tifo in paese è praticamente diviso fra milanisti e juventini. Tutti gli altri, interisti compresi, sono una striminzita minoranza.

Del Parma, che sta lottando nelle divisioni inferiori del calcio professionistico, non importa quasi a nessuno.

Qualche volta parte una macchina per il Tardini ma senza regolarità o troppo entusiasmo.

Sono diverse invece le puntate a San Siro o al Comunale.

Il gruppo dei più assidui riguarda i tifosi milanisti.

Che non si accontentano di andare semplicemente a tifare per i rossoneri ma che ogni tanto decidono di ravvivare le loro gite milanesi con qualche goliardica invenzione, quasi sempre escogitata da Gigi, l’autentico giullare del paese, sempre in vena di scherzi e battute.

La più popolare e celebrata è quella in cui lo stesso Gigi si veste da capo a piedi da sacerdote e circondato dai fedelissimi Corrado, Antonio ed Ettore si piazza sulle gradinate di San Siro … per poi iniziare un recital di bestemmie dal primo all’ultimo minuto prendendo di mira una volta il povero Calloni, una volta Capello, un’altra volta Maldera o Buriani fino ad arrivare, nelle giornata di maggiore ispirazione, anche ad insultare sua Maestà Gianni Rivera.

Le reazioni dei tifosi intorno sono ovviamente di tutti i tipi.

C’è imbarazzo, c’è chi gli si avvicina chiedendogli di calmarsi, c’è chi inorridisce … ma la maggior parte di loro non fa che sbellicarsi dalle risate per quella scenetta davvero degna di “Amici miei”.

Oggi però, domenica 7 maggio del 1978, a Poggiano è una giornata speciale.

A nessuno è venuto in mente di andare a San Siro o al Comunale.

Anche perché in Serie A si gioca l’ultima partita di un campionato già deciso.

Vittoria alla Juve che ha la meglio su un Torino sempre tosto e sulla rivelazione Lanerossi Vicenza del giovane bomber Paolo Rossi.

E in questa domenica non c’è neppure nessuno che faccia idea di andare a vedere il Parma che gioca in casa una inutile partita con il Grosseto in un campionato dominato dalla Spal.

Oggi il calcio è a Poggiano.

Si perché i gialli della Unione Sportiva Poggese hanno una occasione storica: conquistare la prima promozione alla serie superiore (la Seconda Categoria) per la prima volta nei 14 anni di storia.

Mai si era andati aldilà di un terzo posto (alla terza stagione in categoria, quando però c’erano solo dodici squadre iscritte e non sedici come oggi).

Oggi invece, all’ultima giornata di campionato, la Poggese ci arriva con un secondo posto in classifica ad un solo punto dalla capolista, il Bar Primavera di Parma che, per ironia della sorte, è l’avversario diretto di oggi.

I “parmigiani” (ovvero gli abitanti della città, contrapposti ai parmensi, quelli della provincia o, come nel nostro caso, ai “montanari”) hanno quindi due risultati utili mentre per i padroni di casa l’imperativo è uno solo: vincere e superare così in classifica gli avversari conquistando il primo posto, l’unico che garantisce l’accesso alla Seconda Categoria.

La rappresentativa dei tifosi ospiti è minore del previsto.

Sono una quarantina al massimo. Molti meno del previsto.

Il Bar Primavera è uno dei ritrovi storici del Parma Calcio ma è difficile credere che la partita del Tardini con il Grosseto possa aver attirato tanti tifosi.

Qualcuno dice che “se la sono fatta sotto” e hanno preferito la passeggiata in centro che venire in collina.

Il paese di Poggiano dei Baldovini è invece praticamente tutto al campo.

Ci sono anziani, mamme con i figli piccoli che scorrazzano nel parco giochi sistemato tra la chiesa parrocchiale e il campo di gioco e diversi appassionati dai paesi limitrofi … anche qualcuno che, per rivalità di campanile, è venuto essenzialmente a gufare.

Di sicuro tanta gente al campo parrocchiale di Poggiano non si è mai vista.

Mino, il presidente del Club, è un poggese doc che lasciò il paese da ragazzo pochi anni dopo la fine della guerra con la famose “pezze al culo” per trasferirsi con la famiglia a Milano.

Ora ha un’avviata sartoria a due passi da Corso Buenos Aires … e si mormora (e lui non fa assolutamente nulla per smentirlo) che tra i suoi clienti ci sia perfino Adriano Celentano.

“Oh, Mino !” gli grida Brenno, macellaio e più grande giocatore di bocce della storia di Poggiano “Se oggi si vince alla festa di sabato prossimo prendi su Celentano … e magari anche la Mori che è molto meglio di lui !”.

Il Presidente sorride “Ci provo, ma mi ha già detto che deve portare i figli dai nonni al mare” è la pronta risposta.

Questa effettivamente ci mancava nel campionario di scuse.

La mancata presenza di Celentano in una qualsiasi manifestazione del paese era stata giustificata in passato con:

  1. È in studio di registrazione per il nuovo disco
  2. Sta per partire per una tournèe in Sud America
  3. Ha una serata nel Canton Ticino
  4. E’ alla comunione del figlio di Don Backy

Fino all’ultimo, tristissimo “Hanno operato la madre di tonsille”.

Sabato prossimo infatti, comunque vadano le cose oggi, ci sarà la grande festa di saluto ai tifosi della Poggese e il Presidente ha già garantito che tutto l’incasso sarà utilizzato per la cena a base di torta fritta, salume e fiumi di lambrusco.

Pare che in un momento di euforia alcolica qualche sera prima il Presidente aveva promesso “al 100%” la presenza di Celentano in caso di promozione … che il giorno dopo era già diventata “Beh, se non viene Adriano porto Don Backy di sicuro !” … che è un po’ come sostituire Brigitte Bardot con Anna Mazzamauro …

Manca ormai meno di una mezz’ora alla partita e i calciatori delle rispettive squadre sono in campo per il riscaldamento.

Nella Poggese non ci sono sorprese.

L’undici titolare è sempre quello, una sorta di “Sarti, Burgnich, Facchetti …” del calcio dilettantistico.

In porta c’è Gianni G. detto “Channon” … Channon è in realtà è un attaccante inglese ma che ha le basette delle dimensioni del corpulento portiere locale. Proprio grazie alla sua stazza qualcuno ogni tanto afferma che “più che Gianni sembra Pinotto” ma finora nessuno si è mai azzardato a dirlo in faccia al numero uno locale.

Terzino destro è Gastone S. detto “Erpice”. Esattamente come l’attrezzo agricolo del suo soprannome dove passa raccoglie praticamente tutto. Spiccata preferenza per le caviglie degli avversari.

Terzino sinistro è Alfredo P. Z. detto “Clint”, da Clint Eastwood. Fratello di Andrea “Krol” dice mediamente una decina di parole in più del fratello ma di solito sono per minacciare il suo avversario diretto. Di solito la sua prima “entrata” non è mai sul pallone ma è per valutare il coraggio della avversario … che in ogni caso verrà riempito di calci per tutto il match.

Il mediano è Ferdinando T. detto “Angioletto”. E’, al contrario di Clint, il giocatore più picchiato del calcio dilettantistico parmense. Che per un centrocampista difensivo non è certo il massimo. Corre come un matto per tutti i novanta minuti ma piuttosto di fare un fallo sarebbe disposto a strappare la foto del suo adorato Sandro Mazzola che tiene nel portafogli.

Lo stopper è Andrea P. detto “Krol” o “Buster Keaton”. Il primo soprannome deriva dal fatto che è di almeno due spanne il giocatore più forte della rosa. Potrebbe giocare in ogni ruolo del campo e soprattutto in categorie parecchio superiori alla Terza. Solo che a lui non gliene frega nulla o almeno così pensano tutti visto che è praticamente impossibile sentirlo parlare … da qui il suo secondo soprannome !!!

Libero è Renato B. detto “Gabriel Pontello” in virtù della sua grande … “passione” (su cui non entreremo nei dettagli). Di sicuro, chi lo ha visto sotto la doccia conferma i suoi importanti “argomenti”.

Libero talmente all’antica da far sembrare Giacinto Facchetti un olandese. Tira a tutto quello che si muove dalle sue parti e qualche volta prende anche il pallone che, dopo un suo rinvio, molto difficilmente rimane all’interno del campo di gioco. Nell’uno contro uno è però insuperabile. Il suo motto è “nella mia area entra solo chi dico io”.

Ala destra è Luigino M. detto “Beethoven”. Precocissimo talento con il violino si è poi perso per strada. Pare che le troppe ore di studio abbiano inciso un tantino sulla sua psiche. Grande talento anche con il pallone tra i piedi, specie quando capirà che il calcio è uno sport di squadra. (Pare che conti i “tunnel” fatti durante una partita e che tenga la statistica da quando ha iniziato a giocare).

Mezzala destra è Paolo T. detto “Psycho”. Il ragazzo più buono e tranquillo del mondo che spesso e volentieri nei novanta minuti perde le coordinate e allora diventa una belva. A Poggiano ce ne accorgiamo perché quando succede inizia a roteare gli occhi e a parlare biascicando. Quando arriva quel momento ormai si è soliti fare una telefonata preventiva in ortopedia al Maggiore di Parma …

Centravanti è Marco T. detto “il Killer” dai tifosi locali nei momenti felici e il “Paracarro” in quelli che lo sono meno. La sua mobilità infatti è praticamente nulla. Qualcuno un giorno disse che il nove della Poggese non era “fermo sul terreno di gioco … ce lo avevano avvitato”. Può finire una partita senza versare una goccia di sudore ma … quando “libera” il suo destro sono dolori. La potenza del suo tiro è devastante e riesce praticamente sempre a centrare lo specchio della porta.

Quest’anno ha segnato 21 reti in 25 partite ed è secondo nella classifica marcatori del girone ad un solo gol da Bernuzzi, il temibile bomber del Bar Primavera che però ha giocato tutte e 29 le partite di calendario.

Il regista è Andrea G. detto “Il Professore”. La sua capacità oratoria è infinita. Inizia a parlare dal primo minuto di gioco. Con tutti. Compagni, avversari, arbitro e se non ha soddisfazione perfino con gli spettatori a bordo campo. Il suo livello di autostima è enorme. Una volta sbagliò un calcio di rigore e accusò il portiere avversario di essere scarso in quanto non aveva capito la sua finta … Va detto però che tecnica e visione di gioco sono effettivamente di prim’ordine.

L’ala sinistra è Michele G. detto “Scheggia” o “A prescindere”. Scheggia per la punta di velocità assolutamente pazzesca per questi livelli. Peccato che corra con la testa talmente bassa che non si accorga mai quando finisce il campo … nonostante il cartello che i tifosi poggesi hanno posto ad un metro dalle linea di fondo con la scritta “Sta per finire il campo”. “A prescindere” perché riesce a inserire queste due parole in ogni frase, anche dove obiettivamente non ha alcun senso.

In panchina ci sono con il numero 13 Massimo C. detto anche il “Dottore” visto che è il figlio del medico condotto del paese. Ragazzo d’oro, capace di giocare in più ruoli ma anche quello più disposto ad accettare senza polemiche la panchina. E’ anche uno dei pochissimi a capire tutte le battute del di Mister “Ghiaccio”. Un’altra riserva è Francesco U. attaccante detto “Daniele Piombi” visto che ama presentare ogni manifestazione si svolga nella zona (dalla fiera bovina alle recite scolastiche) o “Lamento” perché nonostante i suoi 190 centimetri per 90 chilogrammi ad ogni contatto fisico in partita finisce regolarmente in terra urlando come un maiale sgozzato. E’ sempre lui, in caso di necessità, il secondo portiere della squadra.

Poi c’è Tullio C., terzino ammirevole per impegno, serietà e abnegazione ma dalle doti tecniche decisamente scarse. Ama farsi chiamare “Gentile” come il terzino destro della sua adorata Juventus ma in squadra è conosciuto come “Malvasia”, per la sua passione per il liquido giallo paglierino che nei week end adora deglutire in quantità industriali.

Infine l’ultima riserva della ristretta “rosa” della Poggese è Roberto G., fratello minore del Professore soprannominato “Romeo Benetti”perché della grinta del centrocampista della Nazionale … non ne ha nemmeno un’ombra ! Pare che non vinca un tackle dall’autunno del 1976. E’ però un altro giocatore importante per la grande umiltà e disponibilità.

Il Mister è Paolo M. detto “Ghiaccio” per la sua incredibile flemma in ogni situazione e la apparente incapacità di provare emozioni. Lavora in banca ed è stimatissimo sia per la sua cultura che per il suo spiccato senso dell’umorismo “inglese” che purtroppo viene apprezzato da pochi intimi.

Anima e cuore della Poggese però è Lello S.

Massaggiatore, dirigente accompagnatore, uomo delle pulizie, segretario e primo amico di tutti i calciatori della rosa.

Nessuno ama la Poggese più di lui e nessuno dedica tanto tempo, energie e passione alla Società quanto lui.

Gli vogliono bene tutti. Milanista fino al midollo ma se gli chiedi se preferisce lo scudetto del Milan o la promozione della Poggese non ha alcuno dubbio al mondo: “Se vinciamo il campionato vado a Fontanellato a piedi !” dichiarò qualche settimana fa dopo la vittoria contro il Basilicanova.

E non c’è nessuno a Poggiano che metta in dubbio la cosa.

Le squadre intanto stanno scendendo in campo.

Vista l’importanza del match oggi c’è la terna arbitrale al completo, cosa decisamente infrequente in Terza Categoria.

Intorno alla rete metallica che divide i tifosi dal campo di gioco ci sono almeno 400 persone.

Il “cuore” della tifoseria della Poggese é posto nel terrapieno sotto al muro del cimitero. E’ lì dove ci sono Renato, Remo, Stefano e compagni ovvero la decina di scatenati adolescenti e riconosciuti “Ultrà” con tamburi e trombette.

Il campo parrocchiale è di dimensioni ridotte. Non arriva a 90 metri di lunghezza e supera di poco i 40 di larghezza. E’ equamente diviso in una metà con erba e l’altra completamente brulla.

Fare “pressing” come richiedono i dettami del calcio olandese diventa la cosa più naturale del mondo in spazi così ristretti.

L’avvio della Poggese è contratto. Enrico Ameri direbbe che “la tensione per la posta in palio è palpabile”. Il Professore ha parlato ininterrottamente per i primi dieci minuti di partita, comprese le due volte in cui è entrato in possesso di palla.

In realtà i centrocampisti di entrambe le squadre hanno svolto finora il compito della “rete in un campo da tennis” visto che la palla è passata costantemente sopra le loro testa senza alcuna possibilità di giocarla.

C’è però un segnale alquanto incoraggiante che non sfugge a Marcello, tifoso storico della Poggese, statistico del club e la cui fama di “tuttologo” ha da tempo varcato i confini del Comune.

“Non capitava dalla terza partita del girone di andata” afferma solenne l’attempato ex-segretario comunale.

Intorno a lui c’è il classico silenzio che anticipa una grande dichiarazione.

“Cioè che Pontello non facesse tre rinvii consecutivi con la palla che è rimasta sul terreno di gioco” è la sentenza di Marcello che immediatamente aggiunge “quel giorno battemmo il Panocchia tre a uno con doppietta del Killer e gol su punizione del Professore”.

L’impatto di questa statistica è immediato.

Tutti quelli intorno a Marcello sono concordi “Allora è proprio l’anno buono !”

Dopo venti minuti di gioco c’è il primo sussulto.

O meglio.

Il primo grosso spavento per i locali.

C’è un lungo cross dalla trequarti  verso l’area di rigore della Poggese. Si sente distintamente il vocione di Gianni “Channon” gridare “miaaaaa”.

Solo che il suo metro e settantadue di altezza per gli ottanta chilogrammi di peso non gli permettono esattamente uno stacco imperioso.

Più in alto delle mani del portiere locale arriva la testa di Bernuzzi, il centravanti ospite e autentico spauracchio della vigilia.

Il suo colpo di testa verso la porta a quel punto sguarnita pare destinato in fondo alla rete quando sulla palla si avventa Gastone “Erpice” che con una spettacolare sforbiciata riesce ad evitare il gol … spedendo il pallone nel sottobosco sul lato nord del campo.

“Per poco non mi scaviccio” è la frase con cui Gastone spiega la sua impresa.

E questo è un altro segnale importante, forse decisivo. Sono in molti a giurare di non aver mai sentito Gastone parlare in italiano prima di quel momento.

Fino ad allora solo e rigorosamente nel dialetto locale.

… anche se nessuno sa bene cosa voglia dire “scaviccio” …

Il Bar Primavera prende coraggio ma Bernuzzi, punto di riferimento assoluto del gioco dei suoi, è controllato in maniera impeccabile da Andrea “Krol”.

Il timore di non farcela sta attanagliando le gambe dei giocatori della Poggese.

Non attanaglia però la lingua del Professore che dall’inizio del match sembra un vigile impazzito, intento a gesticolare verso i compagni e discutendo con l’arbitro ogni singola decisione della terna, rimesse laterali comprese.

Intanto il numero 9 dei locali, Marco il “Killer” sta passeggiando con indolenza dall’inizio del match.

E’ passato meno di un minuto da quando dal pubblico si è levato il grido “portate un asciugamano al nove”. Ora però è il Professore che palla al piede supera la linea mediana. Evita con una finta un avversario, alza la testa e serve un pallone perfetto sui piedi del centravanti locale e compagno di squadra. Il “Killer” è spalle alla porta ad una decina di metri dall’area di rigore avversaria. Il suo stop è perfetto e con il secondo tocco si sposta il pallone mezzo metro sulla sua sinistra per poi lasciar partire un’autentica cannonata di contro balzo.

Il portiere avversario non accenna neppure la parata. Guarda il pallone stamparsi sulla traversa, impennarsi di venti metri buoni e poi finire la sua corsa sul fondo dietro la propria porta.

Il boato di ammirazione è unanime.

Tre dita più in basso e sarebbe stato il gol del vantaggio.

Gli ultras intonano uno dei loro cori preferiti “Il Killer ce l’abbiamo noi, ce l’abbiamo solo noi”.

Si va al riposo sullo zero a zero.

Quando le squadre rientrano sul terreno di gioco sono due le novità.

La prima è che il Bar Primavera ha dovuto sostituire il suo numero 10, il talentuoso Dalla Casa, perdendo così il suo giocatore di maggior classe.

L’altra novità è rappresentata dai nuvoloni neri che hanno coperto il cielo della località della collina parmense.

Quando inizia il secondo tempo i primi goccioloni hanno già iniziato a scendere.

Dopo dieci minuti si scatena un autentico diluvio.

Mentre la Poggese attacca nella metà campo erbosa gli ospiti stanno già affondando nel fango ogni volta che superano la linea mediana del campo.

Quando a metà della ripresa viene concesso alla Poggese un calcio di punizione a circa cinque metri dal vertice destro dell’area di rigore avversaria gli ombrelli hanno già tolto visibilità a gran parte degli spettatori e quando la palla calciata “a giro” dal Professore arriva perfetta sul secondo palo non sono molti a vedere sbucare da dietro Ferdinando “l’Angioletto”, il più piccolino di tutti.

Soprattutto non lo vedono sbucare i difensori del Bar Primavera tutti intenti a marcare i “lunghi” della Poggese a centro area.

Ferdinando impatta la palla con la fronte, schiacciandola sul palo vicino dove il numero uno avversario non può proprio arrivare.

Il pubblico ci mette qualche attimo a realizzare … ma prima le trombette e le urla di Renato & co. e poi gli ombrelli delle prime file che vengono lanciati in aria non lasciano spazio ad equivoci.

E’ il gol del vantaggio.

Il gol che potrebbe voler dire promozione in Seconda Categoria.

I giocatori della Poggese sono tutti addosso al piccolo Ferdinando, abbracciati nel fango dell’area di rigore degli ospiti. Gli sguardi vanno verso la panchina.

Il Presidente corre in campo anche lui, scivola una prima volta, si rialza e poi si lancia nella mischia degli abbracci. Quando si rialza il suo costoso completo di lino beige è diventato marrone scuro.

Mister “Ghiaccio” quasi si scompone.

Quasi.

Mentre Lello lo bacia appassionatamente sulla guancia lui si limita ad alzare un pugno e poi ad applaudire.

Il resto del corpo rimane assolutamente immobile.

Un secondo dopo tutti portano lo sguardo al proprio orologio.

Ventidue minuti alla fine.

Un’eternità.

Il Bar Primavera si riversa in avanti.

Hanno perso il loro uomo più creativo e i loro tentativi di giocare palla a terra sono assolutamente inefficaci su un campo ormai impraticabile.

Il pallone pesa talmente tanto che perfino “Pontello” fatica a spedire la sua solita quota di palloni nel sottobosco aldilà della recinzione.

“Beethoven” ha lasciato il posto al “Dottore”. Non serve più il fioretto. Ora ci vuole la spada e Massimo è ideale.

E’ una battaglia dove però “cuori” grandi come quelli di “Krol”, di “Psycho”, di “Clint”, di “Erpice”, del piccolo “Angioletto” e dello stesso “Pontello” si esaltano.

E poi c’è la velocità di Michele “Scheggia” a tenere in apprensione gli avversari.

Il Professore sale davvero in cattedra.

Si fa dare palla in ogni situazione.

A lui tra i piedi non scotta mai.

La difende, la protegge e guadagna preziosi calci di punizione in serie che alleggeriscono la pressione e fanno scorrere le lancette del cronometro.

Perfino “il Killer” dà una mano in fase difensiva andando un paio di volte in pressing sui difensori avversari.

… non si era mai visto … e tutti sono praticamente certi che non accadrà mai più …

I minuti al termine sono ormai meno di quattro.

La Poggese è sopravvissuta a due punizioni dal limite, a sei calci d’angolo in rapida successione e ad un fuorigioco clamoroso non visto dalla terna arbitrale rimediato solo da un intervento disperato in scivolata di “Psycho”, un guerriero autentico.

Il traguardo è vicino.

Quando un terzino del Bar Primavera lancia l’ennesimo pallone in area la situazione sembra assolutamente sotto controllo. Nel duello aereo tra Bernuzzi e Krol non c’è un vero vincitore.

La palla carambola a pochi metri da loro e sembra destinata fra le mani di Channon.

La palla però appena tocca terra si ferma nel fango un metro fuori dall’area piccola

Pontello allarga le braccia per proteggere l’uscita del compagno … che però è fermo quasi sulla linea di porta.

Quando il libero della Poggese se ne accorge è troppo tardi.

Fra di loro si è già inserito il numero 7 avversario Pelosi che sta per battere a rete.

Il gesto di Pontello è istintivo.

Allunga il braccio sulla spalla dell’avversario che, sbilanciato, manca la palla e finisce dritto nel fango.

C’è un lungo secondo di silenzio che illude i giocatori della Poggese in campo, quelli della panchina e le quasi 400 anime del pubblico.

Poi arriva il fischio dell’arbitro a spegnere quella flebile illusione.

E’ calcio di rigore.

Altro attimo di silenzio, rotto dalle urla del Presidente Mino.

“Noooooo … cazzo noooooooooooo” urla disperato in ginocchio scagliando pugni al terreno che sollevano schizzi di pioggia.

Le proteste sono quasi di rito, ma assai poco convinte.

L’arbitro, impassibile, è con il fischietto in bocca e il dito ad indicare il dischetto.

C’è un problema però.

Del cerchio di gesso bianco da cui calciare il penalty non c’è traccia.

Il fango e la pioggia se lo sono portati via, come gran parte delle linee dell’area di rigore e di quella di porta.

Inizia a quel punto una interminabile discussione su dove si trovi il punto di battuta.

Ci sono almeno due metri di differenza tra le pretese del Bar Primavera e le rimostranze dei giocatori della Poggese.

Qualcuno va a contare i passi dalla linea di porta, qualcuno cerca tracce della linea dei sedici metri e qualcuno si rivolge al pubblico chiedendo una tavella per una misurazione effettiva.

Il più agitato è proprio il rigorista prescelto, il bomber Bernuzzi, che con già il pallone tra le mani, sta discutendo praticamente con tutti.

Nel brusio di voci si eleva distintamente il vocione di Channon.

“Metti il pallone dove cazzo vuoi. Tanto te lo paro”.

Scende improvvisamente il silenzio.

L’arbitro sorride verso Gianni che lo ha tolto da una situazione decisamente imbarazzante.

Bernuzzi posiziona il pallone nel punto che stava indicando dall’inizio … anzi, guadagna pure un’altra manciata di centimetri.

Intanto ha smesso di piovere e nel momento stesso in cui il numero 9 del Bar Primavera sta per prendere la rincorsa esce addirittura un timido raggio di sole.

Il tiro è potente e anche abbastanza angolato.

Ma è a mezza altezza e soprattutto è diretto all’angolo verso il quale si è lanciato “Channon”.

Il pallone viene respinto dal polso destro del portiere della Poggese e sta per tornare sui piedi dell’attaccante avversario, pronto a ribadire in rete.

Su un campo asciutto sarebbe stato così.

Invece stavolta il pallone appena tocca il terreno si ferma in una pozzanghera a meno di un metro da “Channon” che si allunga e un secondo dopo se lo mette al sicuro sotto il suo corpo.

L’urlo sembra quello di quattromila persone, non di quattrocento.

Si coricano tutti con Gianni per abbracciarlo, qualcuno lo bacia sulla testa.

Lui rimane immobile con il pallone stretto fra le braccia.

I tre minuti che rimangono scorrono senza altri patemi.

Quando arriva il triplice fischio dell’arbitro è una bolgia.

Sono tutti in campo. Tutti nel fango. Tifosi compresi.

Tutti tranne “Ghiaccio”, immobile in panchina con la testa fra le mani.

Diversi giocatori vanno verso di lui.

Ha gli occhi sgranati, lo sguardo fisso. E’ evidente che deve ancora “realizzare”.

Ma tutti, tutti quanti corrono verso Lello.

E’ ancora seduto in panchina.

Ha le mani sul volto e sembra che stia guardando il terreno.

Quando alza la testa il suo viso è pieno di lacrime …

 

EPILOGO

Sabato 13 maggio.

La festa per la promozione è al culmine nella piazza del Municipio di Poggiano dei Baldovini.

Nei dodici lunghi tavoli imbanditi per l’occasione non c’è un solo posto libero. Migliaia di pezzi di torta fritta, chilogrammi di prosciutto crudo, spalla cotta e salame e litri e litri di lambrusco e malvasia sono già stati fatti fuori.

E siamo solo a metà.

C’è tutto il paese.

Ci sono i vecchi, ci sono mamme e papà con i figli piccoli e ci sono ovviamente tutti i protagonisti dell’impresa con mogli e morose.

Il presidente Mino è sul palco appositamente approntato per l’occasione.

“Quando diventai presidente della Poggese quattro anni fa vi avevo promesso che un giorno avremmo vinto il campionato” sono le prime parole del Presidente.

“Quel giorno è arrivato. Cosa volete farci ? Sono uno che le promesse fa di tutto per mantenerle e qualche volta ci riesceanche quelle a cui non credeva nessuno”

Poi si gira verso la porta d’ingresso del municipio.

Dagli altoparlanti in quel preciso momento escono le prime note di una canzone.

Una canzone che conoscono tutti.

Sul palco sale un uomo magro, un po’ stempiato, con un paio di pantaloni a zampa di elefante e una camicia a fiori,

Ha in mano un microfono.

Inizia a cantare.

“Questa è la storia di uno di noi, nato per caso anche lui in via Gluck …”

#Be Brave: Tappa di Padova

Ragazze nel Pallone continuano gli incontri con le società che ci ospiteranno nel tour di #beBRAVERAGAZZE, il primo evento di futsal femminile per grandi e piccine.

Interverranno:

– Stefano Valso, Padova calcio femminile C5
– Laura Baù – Cus Padova calcio a 5 femminile
Le organizzatrici:
Arianna Pomposelli2 Be Brave Academy
Sonia Facino e Alessandra SpagnoloRagazze nel Pallone
Coordina Silvia vinditti di Any Given Sunday, media partner di BBr
#RNP 

Baccarini Roberto: se parla di calcio…tendenzialmente ha ragione!!!

Il calcio è un ambiente in cui spesso trovi persone a cui piace chiacchierare, presentarsi, vantarsi, spesso raccontare di gloriosi tempi passati (“avrei potuto ma…”) e quando si scende sul livello tecnico molti utilizzano frasi fatte oppure sposano filosofie di moda o “vincenti” almeno all’apparenza.

Roberto NON è così. E’ una persona veramente competente e pieno di risorse come ce ne sono poche in questo ambiente. Non ha un carattere sbragone e non si impone con storie strampalate ma è un concreto, uno che va al sodo e che va assaporato un po per volta come un buon sigaro del Nicaragua.

Ho avuto la fortuna di approfondire la sua conoscenza perché ci siamo ritrovati nello stesso gruppo di lavoro  durante il corso Uefa C e sono rimasto piacevolmente sorpreso perché  parlando di calcio (ma non solo) è uno che tendenzialmente HA RAGIONE!!!

Attualmente allena la categoria Piccoli amici e Primi calci nella società Carighnano ASD. 

Raccontaci un po la tua storia

Il calcio ha sempre fatto parte della mia vita fin da quando seguiva mio padre e guardavo le sue partite da bordo campo, oppure quando alla domenica mattina fingevo di andare a messa e invece sgattaiolavo fuori dalla chiesa per andare a guardare le partite al mitico campo “Sbravati” di via Pelicelli, in quartiere Montanara, dove poi sono cresciuto calcisticamente e ho giocato la maggior parte delle mie gare giovanili con la “Ducale 61”.

La mia carriera calcistica non è certo stata entusiasmante e purtroppo si è interrotta presto. Diciamo che nel momento decisivo al mio fianco non ho avuto le persone giuste per cui ho abbandonato prematuramente l’attività (17/18 anni) per poi riprenderla qualche anno dopo negli amatori. Pazienza, ognuno nella vita subisce le conseguenze di decisioni sbagliate, questo il calcio ce lo insegna ogni allenamento e ogni partita, lo amo anche per questo, e perché come la vita ti dà sempre un’altra partita da giocare dopo una sconfitta.

Negli amatori mi sono divertito molto, ma diciamo che fisicamente sono sempre stato un po’ delicato. Nel 2003 mi sono rotto il primo crociato, quello sinistro, nel 2011 (a 34 anni) il secondo quello destro. Da lì una serie di eventi sfortunati mi ha fatto quasi abbandonare l’attività. L’intervento era riuscito bene ma la riabilitazione sbagliata al ginocchio mi ha mandato quasi in necrosi il tendine d’Achille della gamba che stavo curando…risultato: quasi due anni totalmente fermo nei quali faticavo ad avere una vita normale…capirai giocare a calcio.

La paura di non poter più giocare mai più (mi dicevano nemmeno correre…) ma la necessità di restare attaccato al calcio mi ha fatto iniziare a studiare da allenatore, e così è iniziato questo nuovo capitolo. Montagne di libri, filmati, i primi corsi… prima allenatore/giocatore di calcio a 7 (perché poi fortunatamente il Dott. Concari, a cui va tutta la mia gratitudine, è riuscito miracolosamente a rimettermi in piedi), e nel frattempo mio figlio maggiore inizia a giocare a calcio nell’US Carignano. Come tanti papà ho iniziato “dando una mano” in Società e oggi finalmente sono riuscito a realizzare il sogno di avere un patentino riconosciuto, cosa che, senza una vera carriera da calciatore alle spalle, fino all’anno scorso non avrei mai ritenuto possibile.

Come mai hai Carignano nel cuore?

La curiosità è che il Carignano è per me la “squadra di famiglia”. Mio padre ci ha giocato per anni in gioventù vincendo anche un campionato (una sua foto è appesa in segreteria), entrambi i miei figli Ernesto ed Enrico ci giocano oggi, e io ci alleno!

Nel 2018 il Carignano ha fatto una grande festa per i suoi 70 anni, noi eravamo tutti lì, resterà per sempre un gran bel ricordo. Il Carignano fa parte della nostra tradizione.

Da giocatore se dovessi scegliere un ruolo nella squadra allenata da te in quale sceglieresti di giocare?

Io ho sempre giocato da attaccante o centrocampista offensivo perché sono sempre stato molto veloce, finché il fisico ha retto mi sono divertito molto. Poi gioco forza con l’età e gli acciacchi mi sono “inventato” centrocampista centrale, soprattutto quando giocando studiavo anche da allenatore, era un ruolo che mi ispirava. Diciamo che oggi giocherei volentieri in quel ruolo che ho fatto davvero per poco tempo.

Come imposti il tuo allenamento settimanale

Facciamo due sedute di allenamento da 1.5 ore, più la partita al sabato. Parliamo di bambini molto piccoli per cui l’attività è prevalentemente ludica. All’interno del gioco cerco di sviluppare l’ABC motorio, molto importante per una generazione che non vive all’aria aperta e che non ha la possibilità di sperimentare in libertà le proprie capacità. Da quelle basi cerco di insegnare i primi rudimenti di tecnica, sempre attraverso il gioco, sempre attraverso il divertimento e la serenità che deve essere propria di questa splendida età (ma con impegno, ovviamente, perché nulla arriva per caso).

Quale è stata la partita che più ti ha regalato soddisfazioni?

Ricordo bene due partite. La prima è stata la finale del torneo di Carignano con i 2010 (stagione 17/18) che allora militavano nella categoria Primi Calci. Abbiamo vinto la finale con una bellissima partita di collettivo, allenavo col mio “Maestro” Danilo Bertolotti, e in porta giocava mio figlio Ernesto, fu una grande festa, anche perché arrivammo in finale da ripescati! La gioia più grande è stata vedere la felicità dei bambini nel sentirsi premiati alla fine del loro percorso di lavoro. Quella gioia se la sono guadagnata.

L’altra l’anno successivo (18/19), una partita del torneo primaverile organizzato dall’Astra di Parma, allenavo sempre i 2010 del Carignano (Pulcini I° anno), giocammo contro una squadra che veniva dalla Romania, il Cluj Napoca. La mia era una bella squadra, ma loro per “piglio di gioco” e grinta sembravano avere due o tre anni in più. La partita è stata bellissima, i miei ragazzi hanno dato l’anima e si sono aiutati l’un l’altro, meritavamo i tre punti, alla fine abbiamo pareggiato, ma siamo usciti comunque vincitori perché tutti abbiamo imparato qualcosa da quella partita.

Che cosa porti del corso nel tuo essere allenatore 

Francamente credo che per un allenatore di calcio giovanile fare quel corso faccia davvero la differenza. Oltre ai giusti principi della ormai fortunatamente diffusa e nota “Carta dei diritti del bambino nello sport”, promossi con forza dal corso per “Allenatori di giovani calciatori UEFA C”, ma già presenti ormai da anni in tutti i corsi che ho frequentato (giustamente), quello che questo corso mi ha dato è un reale, direi anche pratico, miglioramento delle mie competenze. Allenerò con più sicurezza nei miei mezzi e con più consapevolezza su cosa sia giusto o sbagliato per la crescita di bambini e ragazzi sia dal punto di vista etico/educativo che sportivo, cosa non scontata nel mondo del calcio giovanile, purtroppo.

In più ho avuto il piacere di conoscere tanti colleghi competenti e appassionati oltre a ritrovare vecchi amici, con cui ho condiviso quest’importante e faticosa esperienza.

Ringrazio molto Roberto per questa sua chiacchierata di presentazione. Nel corso è stato uno dei migliori raggiungendo infatti il massimo del punteggio. Aspetto impazientemente il momento di parlare di calcio gustandoci assieme una buona birra (non si era detto di andare al birrificio ARGO??? – nome scelto per il gruppo di lavoro durante il corso) ascoltando uno dei suoi assoli di chitarra…come vi dicevo all’inizio…una persona ricca da scoprire!!!

Giovedi 15 Aprile alle ore 21 con Ivan Zauli

Ciao, sono Maurizio Vici, allenatore Uefa B, osservatore abilitato a Coverciano per Società professionistiche e Host nei corsi Federali Uefa C, Uefa D, Uefa B.

Questo articolo, grazie alla cortesia del Misterone, per segnalare, presentare e invitare tutti ad una serata online su Zoom.

Avremo il grande piacere di avere ospite il primo Maestro di Tecnica Ivan Zauli (Cesena, Brescia, Juventus) che da 20 anni porta il messaggio e l’argomento della tecnica calcistica nel mondo del calcio.

Ivan durante la serata ci aggiornerà quali sono e saranno i cambiamenti impattanti che stanno attraversando il nostro mondo della palla rotonda, anche in base a questo periodo di pandemia che ci ha costretto tutti a fermarci o a limitare fortemente l’attività di noi tutti sul campo, dalle scuole calcio alle categorie agonistiche, alle prime squadre.

Ivan sarà certamente aperto a domande e considerazioni da parte di tutti.

Nella serata presenteremo insieme a lui il Camp/Stage che si svolgerà a Piacenza dal 17 al 20 Giugno per allenatori e per ragazzi dai 9 ai 14 anni.

Ivan Zauli lavorerà il 17 con i ragazzi per poi spostarsi il 18-19-20 a lavorare con gli allenatori.

Il Camp per i ragazzi proseguirà il 18 e 19 con lo staff di Zauli (il suo vice e un Mental Coach).

Nell’imminenza dell’evento sarà consegnato agli interessati un link, cliccando sul quale, saranno direttamente portati all’interno della serata.

Viva la tecnica calcistica, viva il calcio, vi aspettiamo molto volentieri, Giovedì 15 Aprile alle ore 21.

Per prenotarsi contattarmi ai seguenti riferimenti: Maurizio Vici, 333 6436675 mauriziovici04@gmail.com

ADRIANO CAPRA – L’intervista

Un calciatore con un grande e lungo percorso nel calcio professionistico e che ha legato la sua carriera a due momenti ben precisi: la strepitosa annata con il Taranto che fino al febbraio 1978 pareva destinata a chiudersi con una miracolosa quanto meritata promozione in Serie A … prima che un tragico incidente si portasse via “l’uomo gol” di quella meravigliosa squadra: Erasmo Iacovone e con lui le speranze di calcare finalmente i palcoscenici prestigiosi della  Serie A. L’altra è quella legata alla sua città adottiva, dove Adriano ancora oggi è popolare, amato e stimato: Parma. Quel Parma che al termine della stagione 1972-1973 conquistò la promozione nella serie cadetta dopo il drammatico e trionfale spareggio di Vicenza contro l’Udinese.

Finita la carriera nel calcio professionistico Adriano è sempre rimasto nel mondo del calcio, come allenatore prima (cogliendo importanti risultati nel calcio dilettantistico) e come dirigente in seguito.

Adriano oggi si racconta a noi alla sua maniera: con estrema onestà e senza inutili giri di parole.

La squadra per cui tifavi da bambino

 La squadra per cui ho sempre tifato e’ il MILAN

Il tuo primo idolo calcistico

 Il mio idolo era Gianni RIVERA, giocatore fantastico.

L’avversario più forte che hai incontrato

 Ne ho incontrati tanti che farvi un nome e’ difficile.

Il compagno di squadra più forte con cui hai giocato
 E’ sicuramente Ivan ROMANZINI, mio compagno di squadra al Taranto. Non troppo conosciuto al grande pubblico ma giocatore completo e di grande carisma.

L’avversario più … “antipatico”

 Antipatici nessuno. Si può discutere, litigare e magari darsi qualche bel calcione … ma usciti dal campo è tutto finito.

Il compagno di squadra più simpatico

 Sicuramente  Lamberto BORANGA. Un personaggio !

L’allenatore più bravo che hai avuto

Gianni SEGHEDONI. Fama di “sergente di ferro” ma persona competente e di grande spessore umano.

L’allenatore … meno capace …

Quello meno capace o meglio quello con cui ho imparato meno e’ stato Cesare MALDINI a Parma.

Un calciatore con cui avresti voluto giocare
Sono tanti che è difficile fare un solo un nome !

Vi dico Roberto ROSATO del TORINO, stopper della Nazionale ai Mondiali del Messico nel 1970. Lui giocava in prima squadra nel Toro nel periodo in cui ero nel settore giovanile. In campo non ce l’ho mai fatta a giocare con lui … ma per fortuna qualche partitella in allenamento si !

Un calciatore che avresti voluto allenare
 Di campioni ce ne sono stati tanti ma alla fine si casca sempre su di lui … su Gianni RIVERA !

Un allenatore che avresti voluto avere
Un allenatore molto bravo e che forse meritava di più’ e’ OSVALDO  BAGNOLI. Sarebbe stato bello poter lavorare con lui.

Il Club dove hai lasciato il cuore

Probabilmente a Taranto dove ho vissuto 4 anni di momenti davvero molto belli ma anche molto tristi. Ancora oggi quando mi capita di tornarci il ricordo e l’amore della gente non sono mai spariti.

Il più bel ricordo calcistico in assoluto

Il ricordo più bello e’ la vittoria del mio primo campionato a PARMA. Stagione davvero indimenticabile.

La più grande delusione

Non aver avuto la possibilità’ di giocare in Serie A.

La partita che ricordi con più piacere
Senza ombra di dubbio lo spareggio a Vicenza tra PARMA  e UDINESE che ci permise di conquistare la promozione in Serie B. Giornata meravigliosa ed indimenticabile.

La partita che vorresti dimenticare
 RIMINI – TARANTO, la prima partita dopo la morte del povero Erasmo IACOVONE.

La cosa che meno ami del calcio moderno

La distanza che si è venuta a creare tra pubblico e giocatori. Ai miei tempi c’era un rapporto molto diverso, più vero e genuino. Ora i calciatori sono “lontani” dalla gente.

Quella che più rimpiangi del “tuo” calcio

 L’amicizia tra noi giocatori. Si creavano rapporti che potevano durare una vita.

Il calciatore più forte che hai allenato

 A livello dilettantistico  Luca MONTALI

Il calciatore attuale che apprezzi maggiormente

 Sicuramente  Cristiano RONALDO

Il calciatore nel quale ti riconosci di più

 Mi rivedo abbastanza in Leonardo BONUCCI, un difensore però capace di impostare il gioco.

L’allenatore che è stato il tuo punto di riferimento

Sempre Gianni SEGHEDONI per i suoi insegnamenti in campo ma soprattutto per la persona che era fuori dal campo.

Un allenatore attuale che ammiri

 Stefano  PIOLI

La qualità più importante per un allenatore

Penso che la qualità migliore per un allenatore sia la capacità di comunicazione con i giocatori, fondamentale per ottenere il meglio da ognuno di loro.

Lo schema di gioco preferito e perché

 Lo schema lo fai in base ai giocatori che hai.

Formazione ideale tra i tuoi ex-compagni di squadra

Non è affatto facile ma ci provo ! PETROVIC  BIAGINI  CAPRA  SPANIO  DAOLIO  ROMANZINI  SEGA  ANTOGNONI  IACOVONE  SELVAGGI  RIZZATI

Formazione ideale tra i calciatori che hai allenato

 Questa è davvero troppo difficili ! Sono davvero tanti che non saprei chi scegliere.

Un grazie di cuore ad Adriano Capra, persona “vera”, genuina e con una passione per il calcio che non si è mai assopita.

Tom Brady: da Gisele al pigiama… i 5 segreti del campione

Tom Brady, a 43 anni, ha vinto il suo settimo titolo di Football americano, trascinando i Tampa Bay al successo nel SuperBowl. 

L’asso della palla ovale è uno sportivo modello, è accompagnato dalla modella brasiliana Gisele Bundchen e segue una dieta ferrea: ecco i segreti del suo successo.

Tom Brady ha conquistato il suo settimo SuperBowl e il quinto titolo di migliore in campo. Il quarterback è una leggenda del football americano, come Maradona per il calcio, Michael Jordan per la pallacanestro, Mohamed Alì per la boxe.

Tom Brady è una celebrità senza rivali in attività: ha lasciato i New England Patriots dopo sei titoli per rimettersi in gioco nei Tampa Bay Buccaneers, che fino a domenica avevano vinto soltanto un SuperBowl.

Non c’è stata partita per i Kansas City Chiefs. Trascinata da un sontuoso Tom Brady, i Tampa Bay hanno condotto i giochi fin dai primi minuti della partita, vincendola senza problemi con un netto e dominante 31-9, davanti a circa 30mila spettatori che, nonostante il Coronavirus, hanno ugualmente assiepato il Raymond James Stadium di Tampa, in Florida: c’era l’obbligo per tutti di essere stati testati o vaccinati, ma il distanziamento sociale, per una notte, è andato a farsi benedire.

Tom Brady: i cinque segreti. Giselle e la dieta

Ma quali sono i segreti di Tom Brady, che a 43 anni continua a dominare la scena e non conosce rivali? 

Il primo segreto è la dieta “antinfiammatoria e alcalina”. Non assume zucchero bianco, farina bianca, niente glutammato. Per cucinare usa l’olio di cocco, l’olio d’oliva soltanto a crudo.

E poi ancora: pomodori una volta al mese, niente funghi, peperoni, melanzane e latticini. Il sale? Solo quello rosa dell’Himalaya. E mangia poca frutta, solo qualche banana.

Il secondo segreto è una famiglia felice. A veder giocare e vincere Tom Brady l’altra notte c’era l’attuale compagna, la modella brasiliana Gisele Bundchen e l’ex moglie Bridget Moynahan, dalla quale ha avuto un figlio, Jack, che ora ha 13 anni.

Tom Brady e il pigiama speciale

Il terzo segreto è il più bizzarro. Tom Brady dorme indossando un pigiama speciale che aiuta il fisico a recuperare le energie perdute. Si sveglia all’alba, mai oltre le 5.30 del mattino, e alle 20.30 è già a letto. Il riposo è fondamentale: dorme soltanto su un materasso anatomico in memory foam diamante, a una temperatura che oscilla tra i 15.5 e i 18 gradi centigradi.

Tom Brady è il Cristiano Ronaldo del football americano. Ha costruito la sua potenza atletica sul sacrificio e il duro lavoro: gli allenamenti quotidiani con l’allenatore Alex Guerrero abbatterebbero chiunque, ma non Tom Brady, che a 43 anni espone un fisico atletico e da tutti invidiato: è questo il suo quarto segreto.

Il quinto e ultimo segreto è l’utilizzo degli smartphone, dei tablet e di ogni altro aggeggio elettronico. Spegne tutti gli apparecchi almeno mezz’ora prima di andare a dormire, evitando di sforzare la vista, fondamentale per il suo ruolo in campo. (fonte thewam.net)

Come può essere utile interpretare questi 5 segreti perché possano servire a chi legge gli articoli del Misterone (quindi agli allenatori) o direttamente a qualche giovane atleta (indipendentemente dallo sport) fedele agli articoli del nostro sito?

Analizziamo velocemente i 5 segreti.

Una dieta da atleta. Forse fino ai 20/25 anni ci si può permettere di tutto. Ma da un punto di vista di dieta pre-gara anche ad un ragazzo risulterà davvero “pesante” aver mangiato troppo o troppo poco o non essere idratato nel modo giusto prima di un allenamento o di una gara. E’ un aspetto che merita una riflessione

Avere una moglie super come Gisele Bundchen non è cosa comune. Ma l’idea della famiglia felice che ti permetta di essere sereno in campo e dare il 100% in ogni momento è indispensabile. Non possiamo dimenticare che i ragazzi si portano in campo i loro umori che respirano in famiglia

Il terzo segreto ovviamente per noi “comuni mortali” non è pensabile, ma se lo ragioniamo insieme al quarto allora si. Non per niente Tom Brady lo possiamo paragonare da questo punto di vista a Cristiano Ronaldo, a Lebron James o a Roger Federer. Campioni “vecchi” che si permettono ancora di sfidare (e primeggiare) i più giovani anche da un punto di vista atletico perché “si curano” e si allenano forse di più di prima. E soprattutto pensano anche al recupero post gara e alle ore di sonno prima di una partita. Forse per un giovane atleta non tutti questi aspetti sono importanti contemporaneamente, ma nel tempo vanno aggiunti tutti. Dal primo all’ultimo.

L’ultimo segreto sembra proprio pensato apposta per le nuove generazioni. Sempre col cellulare davanti. Non mi addentro in questo discorso (soprattutto per uno cresciuto col Commodore 64…). Ma di certo essere sempre davanti ad un piccolo schermo pieno di immagini che cambiano continuamente non fa mai “staccare” il cervello e non ti permette mai di riposarti davvero. E’ vero che i nostri giovani ragazzi hanno adrenalina ed energia da spendere ma il riposo (anche mentale oltre che fisico) è indispensabile…

Allora grazie a Tom Brady per queste piccole lezioni di vita e arrivederci al prossimo Super Bowl

Davide Domeniconi: più per fare che per apparire!

Arrivo alla domenica mattina davanti alla casa di Prelerna diventato rifugio importante dai ritmi della città per Davide e la sua famiglia. Dobbiamo scendere “alla Bassa” per bere una birra con i compagni di corso ma, come al solito,  io sono in ritardo e devo ancora finire di preparare l pacchi per le varie stupidate da distribuire durante il pranzo per fare un po di festa tra di noi.

Non c’è bisogno di dire più di tanto. Con i piedi sotto la tavola in pochi minuti vengo accolto, rifocillato e davanti al caffè caldo ci ritroviamo coinvolgendo la famiglia ad impacchettare e smistare le varie cose. Sinceri, pratici, accoglienti. Così è Davide e così è la sua famiglia.

Partiamo e Davide racconta, restando in clima montanaro, di aver “arato” per 4 lustri i peggiori campi calcistici di Parma e Modena, sia in seconda e terza categoria che negli amatori. Al termine del campionato 2008-09 la decisione di terminare l’attività agonistica.

Come sei diventato mister?

Conclusi la “carriera” calcistica facendo anche da allenatore nella squadra di terza categoria dove avevo giocato gli ultimi anni a San Vito di Spilamberto a Modena. Il direttore sportivo del Vicofertile Ugolotti sapendo di questa mia esperienza e conoscendomi come genitore di una loro atleta, mi ha contattato per entrare nei loro quadri come allenatore e fu una richiesta che accettati con molto entusiasmo.

Per conoscerci reciprocamente, il primo anno feci il secondo al tecnico della prima squadra (Mr. Miodini), poi l’anno successivo mi affidarono la juniores provinciale e nei due anni seguenti allenai l’annata 1997, con i quali partecipammo al campionato giovanissimi ed allievi provinciali.

Poi passai alla società Fraore, dove mi affidarono l’annata 2000, con i quali partecipai a due campionati Giovanissimi ed uno di Allievi; quest’ultimo con due squadre (una FIGC e l’altra CSI) in comunione, ed a nome, San Leo.

Al termine di questa esperienza triennale, volli prendermi un anno di pausa con le giovanili ed andai a fare il secondo ad un amico che si apprestava ad allenare l’Inter Club in seconda categoria (Mr. Zaccardi). Terminata l’annata perdendo i play out, mi fu offerto di tornare a Vicofertile come responsabile del settore femminile, settore che conoscevo discretamente bene per la militanza di mia figlia prima nella Reggiana Femminile, poi nel Parma Academy e, contestualmente, in vari anni delle varie rappresentative regionali.

Questa nuova esperienza fu splendida sia come risultati e sia dal punto di vista umano ma fu estremamente impegnativa ed ebbe fine al termine dell’annata sportiva con la cessione di tutto il settore al Parma Academy.

Dopo un breve periodo di assenza da figura attiva nel calcio, rientrai al Fraore; dove, dopo un anno di collaborazione nei quadri societari, mi hanno affidato l’annata 2003 che si apprestava a partecipare al campionato Juniores assieme, ed in nome, al Lemignano 1988; e questo è il presente.

Dal corso UEFA C (Settembre – Dicembre 2020) cosa ti porti a casa?

Senza voler scendere nei dettagli, il corso è stato interessantissimo ma estremamente impegnativo sia per gli orari e sia per la varietà e complessità delle materie.

Beh, innanzi tutto, per il sottoscritto è stato un trauma dovuto alla scarsa preparazione tecnico-tattica avuta per i miei trascorsi agonistici di basso livello ma, soprattutto, è stato un cambio epocale: iniziai a giocare quando si marcava a uomo, con la difesa sempre schierata nella propria metà campo e con la profondità sempre coperta dal libero; con allenamenti che, definirli a secco, è un eufemismo. Successivamente all’arrivo di Mr. Sacchi e del grande Milan, si passò a giocare a zona, che imparai in età adulta; e con gli allenamenti rimasero in parte a secco ed in parte di reparto (con schemi per qualsiasi situazione di gioco). Ora il corso mi ha aperto un nuovo mondo, fatto di gioco, verifica, gioco; incentrando l’attività di formazione sul completo sviluppo del giovane atleta, che in futuro dovrà essere pronto ad applicare le filosofie di gioco del Mister del momento.

Nella specificità, oltre in generale a questo nuovo approccio alla crescita del giovane calciatore, mi ha appassionato l’enorme potenzialità degli Small Sided Games; per l’applicazione dei quali è comunque necessaria un’approfondita specifica conoscenza ed una notevole esperienza sul campo.

Infatti, giocando con le variabili applicabili, sarebbe possibile impostare gli allenamenti quasi completamente con queste esercitazioni, quasi dimenticandosi della parte atletica a secco. Considerato che l’attuale situazione pandemica ha stravolto la mia programmazione dell’anno in corso, quando sarà possibile tornare ad allenarsi normalmente, ho intenzioni di integrarli gradualmente nei miei allenamenti.

Come imposti la programmazione degli allenamenti?

A proposito della programmazione annuale, devo ammettere di essere fortunato in quanto, da quando sono entrato nel Fraore, grazie all’impegno ed alla competenza di chi segue la Direzione tecnica (Mr. Reale), ho sempre avuto come linea guida alla programmazione annuale un vademecum societario diviso per annate, e specifici incontri di verifica comune tra i vari Mister; dato per cui, quando si è affrontato lo specifico argomento durante il corso, per me era un “déjà vu”.

Normalmente, l’annata la “traccio” durante le ferie estive, dividendo il programma societario in mesocicli e sviluppando la preparazione.

Durante il periodo precampionato, aggiorno il primo mesociclo di allenamenti del periodo agonistico per adeguarlo alle risposte ed alle esigenze evidenziatesi in preparazione; e, con la medesima filosofia, organizzo di volta in volta ciascuno dei mesi successivi. Le variabili al programma sono fondamentalmente due: la verifica dell’andamento di ogni singolo allenamento, che può portare a soffermarsi su una specifica attività più volte del previsto; oppure l’evidenziarsi di una particolare difficoltà durante le gare, che può portare ad “aprire” una specifica parentesi in parte di un microciclo.

Un mister con i “fiocchi”…

No, no…non mi “spaccio” come un Mister professionista, anzi; ma sicuramente cerco di essere il più attento e professionale possibile, senza scordarmi la mia principale convinzione che ho del giovane sportivo, cioè che prima di essere atleti affermati bisogna essere Persone, in quanto non esiste campione se non si è corretti, affidabili ed umili.

Inoltre, personalmente ritengo che tutti i ragazzi, indicativamente fino alla pre-adolescenza, debbano avere la possibilità di fare più sport, per poi scegliere quello di maggiore soddisfazione. Successivamente, saranno le specifiche capacità e motivazioni che gradualmente definiranno il livello di competizione sostenibile da ciascun ragazzo nello sport.

Dato per cui, se volessi definirmi esattamente, più che un Mister mi considero un educatore; poi è indiscutibile che devo ai ragazzi, ed alla società sportiva di appartenenza, la migliore formazione atletica e tecnico-tattica possibile ma nella mia scala dei valori non è l’obiettivo primario. Sono fermamente convinto che lo sport giovanile sia uno dei pochi mezzi rimasti a disposizione per preparare i ragazzi alla vita adulta in una ambiente “protetto”, cioè sotto l’attenta guida di adulti che li aiutino a gestire le varie esperienze che i ragazzi devono provare per crescere.

Questo mi fa venire in mente un paio di aneddoti che porto nel mio cuore e che mi danno le motivazioni per continuare: uno è il ringraziamento avuto da un ragazzo, poco e male utilizzato dai precedenti Mister per le scarse attitudini atletiche, che al termine della cena con la quale mi congedavo da loro, mi disse: Mister, io amo il calcio da sempre ma non ne ho le capacità per ambire ad una carriera, però Lei mi ha fatto sentire importante per la squadra, insegnandomi come valorizzarmi in questo gruppo e gli altri me lo hanno riconosciuto.

L’altra è stata incontrare causalmente un paio di ragazzi che avevo allenato qualche anno prima, e che erano quelli che più faticavo a coinvolgere con continuità negli allenamenti. Questi, dopo i vari convenevoli, si scusarono i per i comportamenti avuti, ringraziandomi per quanto gli avevo cercato di dare.

Quando mi hai chiesto la disponibilità di presentarmi ai lettori del MiserOne e mi hai chiesto le foto a corollario dell’articolo, dopo un attimo di silenzio, ho dovuto ammettere che, nonostante i tanti anni passati in panchina, ho ben poche foto dove appaio all’opera, escludendo quelle istituzionali d’inizio anno delle specifiche squadre (che sono ben poco interessanti a questo scopo).

Per spiegare questo aspetto del mio carattere, Vi ripropongo la risposta che diedi al mio attuale datore di lavoro durante il colloquio, quando mi chiese di sintetizzare con una frase il mio modo di essere: sono più per fare che per apparire.

Ed a questo proposito posso concludere raccontando un altro aneddoto:

quando era coordinatore del femminile del Vicofertile, il rappresentante locale del SGS chiese a noi ed al Parma Academy di organizzare un open day femminile dedicato alle studentesse delle scuole medie. Alla fine dell’attività, i miei collaboratori mi informarono che il responsabile della comunicazione del Parma Academy aveva fatto interviste e fotografie ai vari staff ed agli organizzatori ma non mi avevano trovato. Candidamente gli comunicai che avevano guardato male perché, durante le loro interviste, ero stato nel campo da gioco intento a raccogliere le attrezzature utilizzate.

Tornando al discorso delle foto, stando al giudizio della mia gentile e paziente consorte, oltre all’immancabile foto istituzionale di squadra le altre due foto mi rappresentano in pieno: in una mi si vede serio ed attivo durante una partita e nell’altra gioiosamente rilassato in mezzo ai ragazzi al termine di una attività.

Saluto tutti i lettori e li ringrazio per il tempo dedicatomi.

Cosa dire Davide, sei un signore…come sempre!

Antonio Montesano: corsa e sacrificio, gli attributi del mister attento all’aspetto umano

Ci siamo ritrovati in campo in mezzo a tanti ragazzi di Piacenza (noi eravamo tra i pochi presenti di Parma) e ci siamo messi quasi subito a parlare.  Non ci conoscevamo ma entrambi avevamo l’impressione di esserci già visti. Parma è piccola e sicuramente i nostri percorsi si erano incrociati in passato e infatti dopo qualche minuto abbiamo ricostruito e ricordato che probabilmente avevamo fatto un paio di allenamenti insieme anni fa.

Da quel giorno si è sviluppata una piacevole conoscenza alimentata dall’aver preparato insieme la tesina finale del corso, con altri mister nella mitica Stanza 9 (alias Birrificio Argo).  Antonio è stato il nostro riferimento continuo sulle mille slide dei docenti e sui riferimenti alle lezioni del corso. Sempre posato, intelligente, meticoloso ma soprattutto attento al lato umano della relazione.

Nato in Basilicata nel mitico 1969 (annata spettacolare visto che è anche la mia annata …ahahah)  si trasferisce a Parma per frequentare e studiare nella facoltà di Economia e commercio.

Attualmente è in forza come secondo allenatore agli Juniores Regionali (2002 e 2003)  del Cervo di Collecchio.

In Basilicata la carriera calcistica dalle giovanili alla categoria (a 16 anni l’esordio) ma con l’arrivo a Parma le varie situazioni non hanno permesso di proseguire questo impegno portando Antonio a frequentare il mondo calcistico amatoriale.

Vent’anni nel glorioso Moletolo, campionati Uisp, allenato dal grande Ettore Marconi, dove ricopre per vari anni anche il ruolo di capitano. Sorridente e orgoglioso ci tiene a sottolineare; “Con il Moletolo abbiamo vinto tutto quello che si poteva vincere a livello amatoriale!”.

Come sei diventato allenatore?

A 40 anni, quando mi sono reso conto che facevo fatica a stare dietro ai più giovani, ho deciso di smettere come calciatore, e proprio Ettore Marconi è stata la persona che mi ha consigliato e avviato al ruolo di allenatore.

Siccome la mia esperienza calcistica parmigiana è stata vissuta negli amatori, ho iniziato ad allenare nella Uisp, dapprima l’Arci Toscanini e poi l’Oiki. Con questa squadra nel 2019 ho vinto il campionato e sfiorato la vittoria nella Coppa Emilia, persa ai rigori.

Ho anche ricoperto il ruolo di allenatore della Rappresentativa Uisp di Parma, vincendo per 2 anni consecutivi il titolo di Coppa Amatori nelle finali nazionali di Montecatini.

L’anno scorso, con la possibilità di poter partecipare al corso di allenatore Uefa C, ho deciso di accettare la proposta del Cervo, abbandonando la Uisp e approdando in Figc.

Da giocatore se dovessi scegliere un ruolo nella squadra allenata da te in quale sceglieresti di giocare?

Se dovessi scegliere un ruolo dove giocare nella squadra allenata da me giocherei dove ho sempre giocato, vale a dire in fascia come terzino, ruolo fatto di tanta corsa e sacrificio, Attributi che mi piacciono molto nel mondo nel calcio e non solo…anche perché i piedi non sono mai stati raffinati per poter aspirare a ruoli differenti!!!

Come imposti il tuo programma di allenamento settimanale?

Il programma di allenamento è impostato con 3 allenamenti a settimana (lunedì, mercoledì e giovedì).

La metodologia utilizzata è di tipo INTEGRATA, quindi alternanza di situazioni con e senza palla: si passa da partitine e/o possesso palla a corse con variazioni di velocità, il tutto intervallato da tempi di recupero idonei tra un esercizio/esercitazione e l’altra.

In tutti e 3 gli allenamenti settimanali la partita non manca mai, comunque al lunedì si lavora principalmente con la palla, privilegiando le fasi di costruzione e di finalizzazione, per evitare di sovraccaricare troppo il fisico degli atleti a seguito della gara del sabato.

Al mercoledì si lavora con esercizi ed esercitazioni che curano le capacità coordinative condizionali come forza, resistenza e velocità.

Infine al giovedì si prepara la gara del sabato con una partita vera.

Quale è stata la partita che più ti ha regalato soddisfazioni nella tua carriera?

La partita che più mi ha regalato soddisfazione nella mia carriera di allenatore è stata quella disputata dall’Oiki contro la Corale Verdi, Maggio 2019, campionato Uisp, categoria Seniores provinciale .

Entrambe le squadre erano in corsa per il titolo provinciale, ultima giornata di campionato, quindi una vera e propria finale.

Partita equilibrata con occasioni da una parte e dall’altra ma alla fine abbiamo trovato il gol negli ultimi 10 minuti e la partita è finita 1-0 per noi dell’Oiki che abbiamo vinto il campionato.

Grande emozione, gioia immensa e grande festa negli spogliatoi.

Che cosa porti del corso nel tuo essere allenatore?

Quello che mi porto dal corso nel mio essere allenatore è stato quello di apprendere tante nozioni di natura tecnica e tattica, scoprire che il nostro ruolo, soprattutto nelle categorie dei più giovani è molto importante perché siamo degli educatori oltre che degli allenatori. Quindi un buon allenatore può segnare in positivo il futuro di un giovane calciatore che tra qualche anno sarà un uomo all’interno della nostra società.

È stato molto interessante scoprire le strategie che ci sono dietro al settore giovanile della Figc, quella che più mi è rimasta in mente è la costruzione dal basso e il ruolo che il portiere ha in questa fase.

Infine, ma non meno importante, aver conosciuto tanti bravi allenatori e, soprattutto, tante brave persone che hanno la mia stessa passione per il calcio e per trascorrere del tempo insieme in compagnia divertendoci.

Un abbraccio (virtuale) a tutti e a presto…speriamo di poterci vedere molto presto ragazzi e, scusate, se chiudo con un FORZA VIOLA…

L’intervista: MASSIMO MORGIA

Massimo Morgia è un allenatore che, pur senza aver calcato i palcoscenici della massima serie, ha lasciato un ricordo indelebile ovunque abbia lavorato. Ha girato l’Italia dal Trentino alla Sicilia, come calciatore prima e come allenatore in seguito … sempre a testa alta, sempre mettendoci “la faccia” anche con scelte coraggiose e talvolta apparentemente impopolari.

Massimo Morgia è stato apprezzato ovunque, dove ha vinto (e ha vinto tanto) e dove non ci è riuscito perché “l’uomo” Morgia è speciale, è profondo, è passionale ed è soprattutto onesto. Massimo è un amico.

La squadra per cui tifavi da bambino

Da ragazzino tifavo Roma , come mi sembra normale per uno nato alla Garbatella.

Il tuo primo idolo calcistico

Quando ho cominciato ha giocare a calcio il mio idolo è diventato Sandro Mazzola . Mio zio Ottavio Morgia era stato un giocatore importante ed aveva giocato a Cagliare e Napoli e poi anche allenatore di Chieti e Siena. Io soffrivo di questa eredità perché tutti mi chiedevano di questa parentela e mi paragonavano a lui. Qualcuno mi dava perfino del raccomandato. Nelle prime interviste che fece Mazzola quando era già in Nazionale raccontò stesse cose di cui stavo soffrendo io, comprese le paure e l’ansia di doversi sempre misurare col fantasma ingombrante di suo padre. Mi ci ritrovai perfettamente in quelle parole ma mi dissi che se c’è l’aveva fatta lui ce la potevo fare anche io. Da allora tifando lui iniziai a tifare Inter … e non mi andò per niente male fra scudetti e coppe dei campioni !

L’avversario più forte che hai incontrato

In amichevole affrontai Bruno Giordano. Era un poco più di ragazzino ma era già un fuoriclasse nato.

Il compagno di squadra più forte con cui hai giocato

Maurizio Gaiardi mio compagno nella Lucchese. Un mediano completo, di quelli “veri” che sapeva unire corsa a tecnica.

L’avversario più … “antipatico”

Non ne ho avuti di antipatici. Magari con qualcuno ci ho anche litigato in campo, magari ci siamo pure offesi pesantemente ma la partita è uno spazio a sé. Al termine dei novanta minuti finiva sempre tutto. Nessun rancore e nessuna antipatia con nessuno.

Il compagno di squadra più simpatico

Il mio compagno più simpatico, l’amico più grande e praticamente un fratello acquisito è stato Massimo Nobile con cui ho giocato prima al Rovereto e poi alla Nocerina ma con cui ho condiviso anche la mia esperienza giovanile all’Omi Roma e soprattutto le giornate sotto casa da ragazzini nel nostro quartiere di Roma, San Paolo. Purtroppo nel 1977 un incidente stradale l’ha tolto dalle nostre vite ma non certamente dal mio cuore.

L’allenatore più bravo che hai avuto

L’allenatore più preparato e che sotto questo aspetto mi ha trasmesso poi l’amore per lo studio e la professione è stato certamente Giampiero Vitali.

L’allenatore … meno capace …

Non penso di avere avuto allenatori incapaci. Magari con qualcuno non mi sono capito, con altri ho avuto problemi da un punto di vista tecnico, con altri sul piano umano ma tutti mi comunque trasmesso qualcosa che poi mi è servito per cercare di fare al meglio questo lavoro, imparando dai loro consigli, dai loro insegnamenti e anche dai loro errori.

Un calciatore con cui avresti voluto giocare

 Uno su tutti: Johann Cruyff.  Lui era “il calcio”.

Un calciatore che avresti voluto allenare

Chiunque faccia questo mestiere sogna di poter lavorare con i grandi fuoriclasse che il nostro calcio ha avuto.Da Rivera a Mazzola per continuare con Baggio , Del Piero e Totti. In realtà erano tutti talmente bravi che a loro potevi insegnare ben poco … In realtà sarebbero state tante le cose che da questi campioni avrei io potuto apprendere ! Per cui ti dico Cassano e Balotelli, due talenti tecnicamente a livello di quelli citati qui sopra ma che purtroppo si sono “buttati via”, senza mai arrivare ad esprimere tutto il loro enorme potenziale. Magari ci avrei litigato dalla mattina alla sera e magari loro con me avrebbero fatto anche peggio …ma mi sarebbe davvero piaciuto provarci.

Un allenatore che avresti voluto avere

Pep Guardiola. Oltre ad amare il calcio che riesce a sviluppare con le sue squadre mi piace sul piano umano e per come si propone sempre e comunque aldilà delle vittorie e delle sconfitte. Guardiola mette sempre al primo posto prestazione e gioco, mai il risultato.

Il Club dove hai lasciato il cuore

La Lucchese dove ho giocato quattro anni dal 76 al 80 e Lucca è ancora la città dove abito , dove ho conosciuto mia moglie e dove è nata mia figlia. La maglia rossonera me la sento tatuata sulla pelle.

Massimo è il primo in piedi a destra.

Il più bel ricordo calcistico in assoluto

Il più bel ricordo che ho del calcio è legato agli ultimi anni di carriera ovvero fra i 31 e i 33 anni quando decisi di lasciare il professionismo pur di restare a Lucca ed in Toscana scendendo nei dilettanti. Fu in quel periodo che mi arrivò la convocazione nella Nazionale Dilettanti dove disputai una quindicina di partite.  Indossare la maglia azzurra e sentire l’inno è stata davvero una grande emozione. Questo mi ha dato modo per due anni di girare il mondo andare in India, Africa , Stati Uniti …misurarmi e vedere dal vivo culture e modi di vivere diversi. Per come sono fatto io, che sono curioso di natura, questo per me era davvero il massimo. Di ricordi legati al calcio belli ne ho tanti e soprattutto delle città da nord a sud che mi hanno ospitato, della gente che ho conosciuto e dei tanti che nel corso degli anni sono diventati amici personali e di famiglia. Ma ricollegandoci a questa intervista che parte con mio Zio Ottavio , Siena è l’unica piazza in cui siamo passati tutti e due e Siena oltremodo è la città dove è nata mia mamma …. Vincere campionato e scudetto li è stato indubbiamente il più bel ricordo proprio perché come Mazzola quel giorno mi sono sentito degno del mio nome e di mio zio.

La più grande delusione

Delusioni e rimpianti non fanno parte del mio modo di vivere perché le une me le tengo strette dentro di me cercando di non prenderne altre. Ma se proprio devo indicarne una è quella di non essere riusciti a vincere tre anni fa il campionato con la Nocerina. Ero ritornato a Nocera 40 anni dopo avere giocato li l’ultima partita insieme a Massimo Nobile proprio per dedicare a lui la vittoria del Campionato.

L’abbiamo perso alla terzultima in casa pareggiando con una squadra che non aveva nulla da chiedere….non me lo sono ancora perdonato.

Il più grande rimpianto

Rimpianti nemmeno mezzo perché ho sempre fatto le cose che ritenevo giusto fare in quel preciso momento, ragionando con la mia testa e senza condizionamenti esterni. E quando fai questo sei consapevole che devi accettarne in seguito le conseguenze, nel bene e nel male.

Ma senza rimpianti.

La partita che ricordi con più piacere

La partita che ricordo con più piacere è stata sicuramente la penultima di campionato a Marsala in serie C.

Purtroppo non ricordo il nome dei nostri avversari.

Ricordo però benissimo che stavamo vincendo in casa e la nostra avversaria diretta per la promozione stava invece pareggiando la sua partita. Restando così le cose avremmo vinto il campionato. La nostra partita finì ma nell’altro campo si giocava ancora. Poi dalle nostre tribune arrivò un boato tremendo. Non fu difficile capire che anche l’altra partita era finita e che eravamo noi a conquistare la promozione. Fu il mio primo campionato vinto e come il primo amore è impossibile da dimenticare.

La partita che vorresti dimenticare

Siena – Gavorrano sempre a due giornate dalla fine. Con i tre punti si sarebbe festeggiato la vittoria del campionato. Era già tutto pronto, persino la cena sociale in Piazza del Campo. Non riuscimmo ad andare aldilà di un pareggio. La delusione e la tristezza furono incommensurabili. Per fortuna ci rifacemmo la settimana successiva vincendo la nostra partita e conquistando la promozione.

La cosa che meno ami del calcio moderno

Del calcio moderno non amo le troppe persone, i troppi ruoli, le troppe qualifiche, i troppi divieti, le troppe tv, i troppi soldi, i troppi moduli, le troppe chiacchiere, la troppa pubblicità … Insomma non amo il “troppo” !

Quella che più rimpiangi del “tuo” calcio

Il poco che c’era , il poco che a noi sembrava tanto, le poche persone che avevamo intorno e con le quali si creava un legame speciale.

Il calciatore più forte che hai allenato

Non mi piacciono questi tipi di classifiche. Sono legato ed affezionato a tutti i calciatori che ho allenato. Da quelli che sono arrivati fino alla nazionale a quelli che dopo un anno con le giovanili hanno smesso.  Io penso di aver dato qualcosa a loro ma loro di sicuro le migliaia di ragazzi che ho allenato mi hanno dato molto di più.

Il calciatore attuale che apprezzi maggiormente

In questo preciso momento Ibrahimovic perché sta dimostrando che aldilà dell’età la classe, la personalità, e la tecnica se ami davvero il calcio non se ne vanno mai. In questo gioco collettivo l’individualità è comunque sempre determinante.

Il calciatore nel quale ti riconosci di più

Nessuno in particolare. E troppo diverso il calcio ma soprattutto il mondo attuale dal mio mondo e dal mio calcio.

L’allenatore che è stato il tuo punto di riferimento

Ne ho avuti tanti ma senza dubbio Giovanni Meregalli che ho avuto per tre anni alla Lucchese . Sono passati tanti anni da allora. Adesso lui ha passato gli 80. Spesso lo chiamo per salutarlo  dandogli immancabilmente del lei. Io lo chiamo “Mister” e lui mi risponde “Ciao Massimino ! come stai ?” Solo che “Massimino” ha 69 anni…. Queste però sono le cose più belle e più vere del “nostro calcio” …

Un allenatore attuale che ammiri

Di Guardiola ho già detto ma uno in particolare è Antonio Conte perché lo conosco come persona e come uomo ed è l’esatto contrario di come che viene descritto. Persona vera, sincera,diretta e leale.

La qualità più importante per un allenatore

Ho citato Conte proprio perché ritengo queste qualità fondamentali. Aldilà delle idee tecnico-tattiche , giocatori e collaboratori ti seguono e ti apprezzano se sei vero, sincero,diretto e leale. E’ Antonio è tutto questo.

Lo schema di gioco preferito e perché

Per me il calcio non è né moduli né schemi prestabiliti. Ma spazio, tempo e tecnica. Che poi sono le doti innate che hanno i fuoriclasse … Questo è quello che gli allenatori devono incamerare e fare loro per trasmetterlo al resto della squadra.

Formazione ideale tra i tuoi ex-compagni di squadra

Pierotti Cisco Nobile Gaiardi Morgia Platto Ciardelli Savian D’Urso Vescovi Novelli. La mia Lucchese del 78. Sfiorammo la promozione in serie B ma come ho già detto quella è e sarà sempre la mia maglia, quelli saranno sempre i miei compagni e quella sarà sempre la mia città.

Formazione ideale tra i calciatori che hai allenato

Non ho ancora smesso di allenare e non ho nessuna voglia di smettere perciò per questa formazione proprio non posso ancora esprimermi ! Ripassate fra qualche anno !!!

Mi va di aggiungere che … (pensieri in libertà sul “nostro” calcio, su quello attuale, su chi lo gioca, chi lo comanda e chi lo ama …)

In quanto ai miei pensieri in libertà mi sembra già di aver detto tanto e soprattutto di aver fatto capire che non amo in generale questo calcio così tecnologico, televisivo, super miliardario e così lontano dalla gente normale e cioè dai tifosi che infatti sempre meno frequentano gli stadi e che si sentono oggi così lontani dai protagonisti. Nel calcio di una volta finita la partita o l’allenamento ci si ritrovava sovente proprio al bar o in pizzeria a berci una birra insieme, calciatori, staff e tifosi. Ecco, questa è forse la cosa più bella che abbiamo perso.

MASSIMO MORGIA