MARCELO “El Muñeco” GALLARDO: Il migliore di tutti

Il 18 maggio del 2014 si conclude il “Torneo Final” del campionato argentino. A vincerlo è il River Plate, allenato da Ramon Diaz, autentica gloria prima in campo e poi sulla panchina dei “Millionarios”.

Una settimana dopo il River Plate si consacra “Campione d’Argentina” battendo per una rete a zero il San Lorenzo, squadra vincitrice del “Torneo Inicial” in una finalissima in campo neutro giocata a Mendoza.

Due giorni dopo, il 27 maggio, Ramon Diaz rassegna le sue dimissioni da allenatore del River Plate.

 “Ho portato il River Plate il più in alto possibile. Credo di avere fatto il massimo e che per me diventi impossibile fare meglio” queste le parole di Ramon Diaz al momento di rendere pubblica la sua decisione.

Tra i tifosi della “Banda” ci sono stupore e preoccupazione.

Nessuno ha dimenticato quanto accaduto solo tre anni prima: la retrocessione nella serie cadetta del giugno del 2011 è una ferita che non si è ancora rimarginata e la cui cicatrice rimarrà per sempre nella gloriosa storia dei “Millionarios”.

Dopo che Matias Almeyda aveva riportato l’anno successivo il River in Primera (con un coraggio davvero ammirevole nel farsi carico di una situazione dove c’era tutto da perdere e nulla da guadagnare) Ramon Diaz, tornato a sedersi sulla panchina dei “Millionarios” nel dicembre del 2012, aveva riportato stabilità al Club e il trionfo in quel campionato sembrava solo l’inizio di una nuova fase di successi per il River.

E adesso ?

La dirigenza è spiazzata.

Occorre una scelta oculata, attenta e al tempo stesso popolare, che infiammi i tifosi ma che sia garanzia di continuità e di equilibrio.

Fra i tanti nomi ne sbuca fuori uno, per certi versi sorprendente vista la scarsissima esperienza su una panchina.

E’ quello di Marcelo Gallardo, detto “El Muñeco”.

Sarà la scelta più azzeccata nei quasi 120 anni di storia del Club di Buenos Aires.

GALLARDO

Marcelo Gallardo è un ex-calciatore del River e uno dei più amati nella storia recente del Club. Centrocampista intelligente, dotatissimo tecnicamente è stato spesso “l’estensione” in campo degli allenatori che si sono succeduti alla guida del Club grazie alla sua sagacia tattica e alle sue doti di leadership.

Ha intrapreso da pochissimo la carriera di allenatore.

Lo ha fatto in Uruguay, nelle file del Nacional dove nel 2011 aveva chiuso la sua carriera di calciatore e dove avevano immediatamente pensato a lui come nuovo “Mister” del club.

I risultati sono immediati.

“El Muñeco” conquista subito il titolo nazionale qualificando il club per la Copa Libertadores.

Il 30 maggio del 2014 il DS del River Enzo Francescoli annuncia che Marcelo Gallardo sarà il nuovo allenatore del River Plate.

Nessuno, neppure il più ottimista tra gli “hinchas” del River poteva immaginare quello che sarebbe accaduto da quel giorno in avanti …

Non appena si siede sulla panchina del River Marcelo Gallardo chiede essenzialmente due cose: continuità in prima squadra e la possibilità di lavorare con un gruppo coeso (e numeroso !) di collaboratori per riorganizzare il Club dalle fondamenta.

Preparatori, fisioterapisti, nutrizionisti, psicologi e un settore giovanile all’avanguardia e all’altezza dei migliori club europei.

A livello squisitamente tecnico chiede due rinforzi; Julio Chiarini, esperto portiere dell’Instituto e Leonardo Pisculichi, “enganche” dell’Argentinos Juniors oltre alla conferma definitiva di  Carlos Sanchez e Rodrigo Mora in prestito al club al suo arrivo sulla panchina dei Millionarios.

La sua idea di calcio parte da alcuni presupposti fondamentali, che non cambieranno mai in tutta la sua gestione.

La difesa è rigorosamente “a quattro” e i due terzini sono determinanti nella fase d’attacco. Saranno loro a dare ampiezza alle manovre offensive.

Il centrocampo è formato da quattro giocatori disposti “a rombo” come nella più pura tradizione argentina. Ci sarà il “volante difensivo”, il classico “5” che farà da scudo ai difensori, ci saranno due mezzali con caratteristiche anche spesso molto diverse tra di loro. Una sarà magari più portata ad attaccare sull’esterno creando superiorità numerica sulla fascia insieme alle avanzate del terzino oppure sarà un centrocampista più centrale che dovrà sempre e costantemente partecipare alla manovra offensiva, inserendosi spesso anche senza palla per dare profondità al gioco del River.

Poi c’è il “10”. Quello che in Argentina si chiama “enganche” ovvero il trequartista che deve muoversi tra le linee, creare gioco e mettere in condizione le due punte di “far male”.

Si, le due punte. Questa sarà un’altra peculiarità del sistema utilizzato dal “Muñeco”.

In un momento storico dove il 4-3-3 e soprattutto il 4-2-3-1 stanno diventando il dogma in tutto il pianeta calcistico Gallardo considera ancora imprescindibili i due attaccanti.

Sarà una delle tante scommesse vinte da questo geniale allenatore.

Alla prima di campionato, la seconda partita sulla panchina dei “Millionarios” dopo la sofferta vittoria in Coppa d’Argentina ai rigori contro il Ferro Carril Oeste, il River affronta in trasferta i “lupi” del Gimnasia y Esgrima La Plata.

C’è Barovero in porta, la linea difensiva è composta da Mercado, Maidana, Funes Mori e Vangioni. Il centrocampo è formato da Ponzio, un referente assoluto per Gallardo, che giocherà da “volante difensivo”, le mezzali sono Sanchez e Ferreyra con Pisculichi come vertice avanzato di questo “rombo”. In avanti Gallardo non ha timore ad affidarsi a due giovanotti del settore giovanile, i diciottenni Sebastian Driussi e Lucas Boyè, preferendoli per l’occasione ai due titolari Mora e Gutierrez.

La prova del River non è brillante. La squadra è spesso “slegata” e ancora lontana da quell’idea di gioco collettivo, di pressione “alta” e ossessiva che pretende Gallardo.

Sarà un pareggio, con la vittoria che sfuggirà a poco più di un minuto dalla fine grazie ad una rete concessa da una difesa totalmente immobile in seguito ad un calcio d’angolo.

Da quel giorno però il River cambierà passo completamente.

In campionato arrivano tredici partite consecutive senza conoscere la sconfitta e in Copa Sudamericana un percorso pressoché perfetto che si concluderà, dopo otto vittorie, due pareggi e nessuna sconfitta con il trionfo in finale contro l’Atletico Nacional de Medellin.

Sarà il primo trionfo continentale del River Plate dopo diciassette anni di astinenza.

Gallardo conquisterà tutti.

Giocatori, dirigenza e tifosi.

Come ha potuto un allenatore giovane e con così poca esperienza ottenere risultati di tale portata in così poco tempo ?

Per spiegare il “fenomeno Gallardo” occorre partire da molto lontano.

Innanzitutto dal suo “sapere” calcistico.

Marcelo Gallardo a diciassette anni fa il suo esordio nel River Plate.

A 18 segna il suo primo gol con la maglia del River. Lo fa in un Superclasico contro il Boca incaricandosi di tirare un calcio di rigore che si rivelerà decisivo per le sorti del match.

A 21 è il punto di riferimento di una squadra che nelle proprie file ha giocatori del valore di Enzo Francescoli, Marcelo Salas e Sergio Berti.

A 22 è nella rosa dell’Argentina di Daniel Passarella ai mondiali di Francia, diventando sempre più importante nel River e per la sua Nazionale.

Il suo sapere calcistico è immenso.

Un giorno Alejandro Sabella, che fu suo allenatore nella squadra riserve del River e che diventò poi anche allenatore della nazionale Argentina, disse di lui “Se apri il cranio di Gallardo dentro troverai l’enciclopedia illustrata del calcio”.

Perfino un inizio di 2015 non esaltante non scalfisce minimamente la fiducia nel tecnico nato a Merlo, città argentina distante una trentina di chilometri dalla capitale.

Intanto in bacheca si è aggiunta la “Recopa Sudamericana” ottenuta battendo il San Lorenzo sempre per una rete a zero in entrambi gli incontri di finale e poi il progetto ha convinto tutti.

Nelle giovanili tutte le squadre giocano con il sistema implementato dalla prima squadra e Gallardo verifica di persona i progressi della Cantera del River.

“Idealmente un giorno vorrei arrivare a vedere la rosa della prima squadra del River composta solo da giocatore cresciuti nel settore giovanile”.

E’ un’idea visionaria, che riprende quella di Marcelo Bielsa al Newell’s di un quarto di secolo prima … ma che funziona da volano per tutto il club.

Entrare nel River vuol dire essere seguiti in ogni aspetto tecnico e della crescita personale. La rete di osservatori è enorme. I giovani più promettenti devono entrare nelle giovanili del Club.

Intanto il lavoro di Gallardo con la prima squadra continua ad avere un impatto enorme.

“La sua capacità di farti sentire parte fondamentale del gruppo è unica. Sono in molti gli allenatori che parlano dell’importanza del gruppo, di come tutti sono ugualmente importanti, di come ognuno può fare la differenza … poi in realtà sono solo parole”.

Con lui no. Lui mantiene quello che dice. Nessuno è più importante del gruppo. Sa tutto di te e vuol sapere tutto. Non c’è nulla che gli sfugga e ti dimostra ogni giorno quanto tiene a te … e non parlo solo del giocatore.”

Queste parole sono il refrain che praticamente tutti, giocatori attuali e del passato recente del River, raccontano della loro esperienza con il Muñeco.

Uno dei suoi soprannomi è “Napoleone” ma c’è qualcuno che si spinge ancora oltre.

“El mini-Kaiser” lo chiamano.

Il controllo per lui è fondamentale.

Ci sono parametri di disciplina molto chiari, a volte apparentemente molto rigidi.

Ma nei quali i calciatori imparano a riconoscersi e a comportarsi di conseguenza.

In campo e fuori.

Non è una leggenda da spogliatoio quella che racconta di quel promettentissimo centrocampista del River che dopo aver guadagnato stima e ammirazione all’esordio si presentò con in ciabatte e in pantaloncini corti all’allenamento successivo … salvo non venire convocato in prima squadra per oltre un mese !

Gallardo sa come parlare con i propri calciatori. E sa convincerli.

“Non è un venditore di fumo. Quello che dice è sempre in grado di provarlo con i fatti. E non c’è nulla che conquisti di più un calciatore che vedere realizzata la teoria con la pratica” è l’ammissione di uno dei suoi leader storici, capitan Leonardo Ponzio.

E in campo sono in pochi che “vedono” e sanno leggere la partita come sa fare Marcelo Gallardo.

“Non voglio una rosa numerosa. Voglio giocatori duttili, che sappiano disimpegnarsi in più ruoli e che sappiano adattarsi alle diverse situazioni che si presentano in partita”.

Questo è uno dei suoi concetti base.

Nessun integralismo tattico, nessun “Piano A” che deve per forza funzionare.

Il “rombo” di centrocampo diventa spesso un “doble pivote” ovvero un doppio centrocampista difensivo con due mezzali più avanzate e le irrinunciabili due punte. Oppure con uno dei due attaccanti che parte più largo per “aprire” la difesa avversaria e permettere l’inserimento di un centrocampista. Quello che il nuovo arrivato Matias Suarez fa regolarmente partendo dalla sinistra.

Esistono insomma modifiche da attuare prima della partita sulla base delle caratteristiche dell’avversario o modifiche da attuare in corsa durante il match.

E per farlo occorrono i giocatori giusti.

Quando si parla di calciatori “simbolo” del calcio voluto da Gallardo è impossibile trascendere da Ignacio “Nacho” Fernandez.

Voluto fortemente da Gallardo nel 2016 il mancino di Castelli è l’autentico “maestro” del centrocampo del River. La sua duttilità, la sua tecnica e la sua superiore intelligenza tattica permettono al River di utilizzare più sistemi nel corso della stessa partita proprio grazie alla capacità di Fernandez di agire da mezzala tradizionale, da trequartista o addirittura partendo da esterno per poi andare a creare superiorità numerica nella zona più debole della difesa avversaria.

Anche i punti fermi della filosofia calcistica di Gallardo sono in realtà suscettibili di adattamento. Il calcio del River è verticale. Soprattutto fino alla trequarti avversaria. E’ lì che occorre arrivare il più spesso possibile e con più uomini possibile. Il possesso di palla fine a se stesso non rientra nella idea di calcio voluta dal “Muñeco”. Così come non è previsto arretrare una volta perso il possesso di palla. Anzi.

Uno dei motivi per i quali Gallardo adora utilizzare sempre due punte di ruolo e proprio per avere la possibilità di “tappare” l’uscita palla al piede dei difensori avversari il più possibile lontano dalla propria area di rigore.

Marcelo Gallardo, unico nella storia del River ad aver vinto la Copa Libertadores sia da calciatore che da tecnico, non è ancora sazio.

Quando tutti erano ormai convinti che il suo ciclo al River fosse destinato a finire e che le sirene dei grandi club europei fossero ormai troppo suadenti e allettanti, Gallardo ha firmato un nuovo contratto con i suoi adorati “Millionarios”.

Quando il calcio riprenderà il River sarà ancora protagonista, in Argentina come nelle competizioni internazionali.

… ma fossi nei dirigenti di un grande Club europeo mi sarei già mosso con un assegno importante ma soprattutto con un progetto serio per convincere quello che ha tutto, ma proprio tutto, per diventare il miglior tecnico del pianeta.

Con buona pace di Pep Guardiola e di Jurgen Klopp.

GALLARDO

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Gli inizi calcistici di Marcelo Gallardo sono decisamente particolari. A differenza della maggior parte dei bambini argentini Gallardo non è praticamente interessato al calcio. La sua passione sono gli aquiloni e il suo sogno diventare pilota aereonautico .

Salvo poi accorgersi quasi casualmente che con il pallone ci sa fare parecchio !

A nove anni viene invitato ad un provino per il River Plate.

Ci sono 80 ragazzini che attendono il loro turno.

Giocano praticamente tutti tranne lui.

Dopo tre ore è ancora seduto in panchina. Nel frattempo sta scendendo la sera e il padre insiste per riportarlo a casa. Marcelo non molla. Si rivolge all’allenatore delle giovanili del River chiedendo di giocare. Questi però non lo mette nella squadra dei ragazzi in prova, ma toglie uno dei suoi e lo mette con i ragazzini del River.

Dopo cinque minuti Marcelo deve ancora toccare palla.

I suoi compagni non ne vogliono sapere di passarla a quello sconosciuto.

Marcelo si arrabbia, torna dal mister e gli chiede di giocare nell’altro team.

“Ero talmente arrabbiato che quando mi arrivò il pallone non volevo più lasciarlo. Saltai in dribbling due o tre avversari con il primo pallone giocato, con il secondo feci altrettanto. Giocai in totale non più di 10 minuti. Quando finì la partita l’allenatore mi disse di presentarmi con mio padre il giorno dopo. Ero entrato nelle giovanili del River Plate” racconta Gallardo di quel giorno.

GALLARDO

Nel 1999 Gallardo abbandona il River per la prima volta. Ad attenderlo ci sono i francesi del Monaco. Qui rimane quattro stagioni giocando a livelli altissimi e vincendo un campionato e una Coppa di Francia oltre ad essere premiato come miglior calciatore del campionato al termine della prima stagione.

Suo compagno di squadra in quel periodo fu il centrocampista francese Sabri Lamouchi che diede una definizione fantastica di Gallardo calciatore. “Gli tiri una salsiccia e lui ti restituisce un piatto di caviale”.

Nel 2002 in preparazione ai Mondiali di Corea e Giappone gli uomini di Marcelo Bielsa giocano un’ amichevole di preparazione contro la nazionale giovanile argentina. Tra gli altri in campo quel giorno ci sono anche Javier Mascherano e Pablo Zabaleta.

E c’è anche il diciottenne Leonardo Pisculichi.

Al termine di quella partita Marcelo Gallardo si avvicina a quel ragazzino mancino e con i capelli lunghi. “Quando diventerò allenatore ti prenderò nella mia squadra” sono le parole del “Muñeco al giovane centrocampista dell’Argentinos Juniors.

Dodici anni dopo Leonardo Pisculichi sarà il primo calciatore acquistato da Marcelo Gallardo per il River Plate.

Nel maggio del 2014 Marcelo Gallardo riceve un’offerta dal Newell’s Old Boys, una delle due grandi di Rosario. La dirigenza della “Lepra” è intenzionata ad offrirgli il posto di tecnico.

Mentre si sta recando in auto a Rosario arriva una telefonata di Enzo Francescoli. “Muñe, Ramon Diaz si è dimesso. Vieni in sede che dobbiamo fare due chiacchiere” sono le parole del grande ex-attaccante uruguaiano.

Gallardo telefona ai dirigenti del Newell’s, si scusa, fa inversione di marcia e torna a Buenos Aires.

Dopo poche ore firmerà il suo primo contratto da allenatore del River Plate.

Il primo Superclasico di Gallardo sulla panchina del River si gioca il 5 ottobre del 2014 in un Monumental sferzato dal vento e da una pioggia torrenziale. Il gol del Boca in avvio di Magallan complica le cose ai giocatori del Muñeco. Attaccare e fare gioco in quelle condizioni non è affatto facile. Quando Rodrigo Mora sul finire del primo tempo calcia un rigore alle stelle per il River sembra proprio una giornata storta.

Ad un quarto d’ora dalla fine Gallardo fa il suo ultimo cambio.

Toglie un centrocampista, Sanchez, per inserire un difensore, German Pezzella (l’attuale capitano della Fiorentina). Calciatori e hinchas del River rimangono spiazzati. C’è da pareggiare una partita e Gallardo toglie un centrocampista con spiccate doti offensive per inserire un difensore ? E’ forse impazzito ? Pezzella va in campo ma non si sistema nel suo ruolo naturale al centro della difesa ma si va a posizionare al centro dell’attacco dei Millionarios. Passano tre minuti e su un cross dalla sinistra di Vangioni il difensore centrale del River sale in cielo per impattare il pallone. Oriol, il portiere del Boca, compie un mezzo miracolo riuscendo a respingere il pallone … sul quale però si avventa lo stesso Pezzella che con l’esterno del piede destro lo spinge in fondo alla rete. Il Monumental impazzisce. Pezzella corre verso la panchina “Es tuyo ! Es tuyo !” grida indicando Gallardo … che quel giorno conquisterà un altro pezzetto del cuore dei tifosi del River.

Come detto uno dei grandi referenti nel team per Gallardo è sempre stato, fin dal suo arrivo sulla panchina del River, il centrocampista Leonardo Ponzio.

“Quando arrivai al River e vidi Ponzio per la prima volta mi spaventai” racconta l’attuale tecnico del River.

“Aveva i capelli lunghissimi, una barba altrettanto lunga e incolta,ed era  magrissimo. Sembrava Tom Hanks in “Cast Away !”.

Ponzio non era tenuto in nessun tipo di considerazione dal precedente tecnico Ramon Diaz ed era ad un passo da firmare per il Racing … salvo poi diventare una delle pietre miliari della formazione di Gallardo … tagliandosi però capelli e barba !

Il primo trionfo del River dell’era Gallardo arriva però in uno dei momenti più difficili della vita di Marcelo. Pochi giorni prima della partita di ritorno con l’Atletico Nacional muore la madre del tecnico, Ana Maria. E’ a lei che “El Muñeco” dedicherà il suo primo grande trofeo con i Millionarios.

In questi sei anni al River c’è stato solo un momento in cui i tifosi del River hanno realmente tremato all’idea di perdere il loro “Napoleone”. E’ stato nel 2016 quando, dopo la vittoria in Coppa d’Argentina contro il Rosario Central, Gallardo dichiara che “vado a prendermi qualche giorno di riflessione per capire cosa voglio veramente fare”. Pochi giorni dopo, in una conferenza stampa, la decisione di continuare il rapporto con il River … per la gioia di ogni singolo tifoso del club della “banda”.

Ad oggi Marcelo Gallardo è ancora il tecnico del River Plate.

L’amore per questi colori ha radici profonde e non è detto che il sogno di dirigenza e di tutti gli hinchas dei Millionarios di averlo al timone ancora per tanti anni non si avveri … per il calcio europeo sarebbe però una perdita immensa perché allenatori di questo spessore, in giro, ce ne sono proprio pochini …

Puoi trovare le Storie di Remo su storie www.ilnostrocalcio.it e su www.storiemaledette.com.

NON SOLO CALCIO… GIAMPAOLO MAZZIERI

Ricapitolando le puntate precedenti abbiamo parlato di due numeri uno mondiali: Francesco Molinari, numero uno del golf italiano e tra i primi 10 del ranking mondiale e Michael Jordan, indiscusso numero uno del basket di tutti i tempi.

In questo terzo articolo della saga: “Non solo calcio…”, vogliamo rimanere nel mondo della pallacanestro ma localizzare il nostro personaggio “solo” nella nostra città (con qualche capatina nelle città limitrofe). Diciamo che a prima vista il nostro personaggio potrebbe sembrare più un protagonista delle “Storie maledette” di Remo Gandolfi, ma in realtà non è così (e per fortuna, altrimenti magari il sottoscritto non sarebbe neanche qui a scrivere questo articolo…).

Chi è dunque questo personaggio che da quanto si è capito finora era un giocatore di basket che si è reso famoso tra Parma, Reggio, Piacenza (e soprattutto in qualche derby contro le varie squadre di Salso, Borgotaro, Fidenza)? Il grande Giampaolo “Maffo” Mazzieri, nato nel 1950 che ha giocato nelle squadre più prestigiose di Parma e provincia (oltre che di Reggio) tra la fine degli anni 60 e la fine degli anni 80 (senza contare poi la lunga militanza amatoriale con gli amici del “Mangia e Bevi”, il cui nome lascia intendere che il terzo tempo non è stato inventato dal rugby…).

GIAMPAOLO MAZZIERI

“La pallacanestro per me è stata una splendida maestra di vita”

All’anagrafe è Giampaolo Mazzieri classe 1950, ma nell’ambiente della pallacanestro è per tutti il “Maffo”.

“Questo soprannome non è solo dovuto ad una storpiatura del cognome ma anche dal fatto che già a tredici anni avevo un po’ di peluria sotto il naso. Quindi baffo, Maffo. In più nel 1976 mi sono sposato che avevo i baffi”.

Ma è anche conosciuto come il “Capitano” in virtù degli oltre trent’anni di basket giocati vestendo le maglie di tutte le principali squadre di Parma di quegli anni. “Il mio amore per la pallacanestro è sbocciato nel 1963 nel Cortile della Chiesa di San Leonardo. Iginio Daolio, un appassionato di basket, mise insieme un gruppo di ragazzi per formare una squadra di pallacanestro della San Leo. Giocavamo la domenica mattina all’aperto alle 11 rigorosamente dopo aver partecipato alla messa delle 9.30 (ed aver spalato la neve nei mesi più freddi…).”

GIAMPAOLO MAZZIERI

Che cosa è per te la pallacanestro?

“Per me  è stata una maestra di vita. Ogni sport dovrebbe esserlo per chi lo pratica, soprattutto se è uno sport di squadra. Mi ha permesso di stare bene fisicamente e psicologicamente nonché di crescere nella socializzazione. Gli allenatori che ho avuto agli inizi sono stati come dei secondi papà. Poi ho avuto la fortuna di trovare dei compagni meravigliosi. Le squadre in cui ho giocato sono sempre state molto unite pur nella diversità dei caratteri dei singoli. Tutto questo mi ha forgiato nel carattere e mi ha consentito di cementare dei legami di amicizia che durano ancora oggi. Pensandoci bene però, visto che sono davvero stato bene in tutte le squadre, oltre che essere stato fortunato posso pensare che un po’ di merito è anche mio… sono sempre stato un compagno paziente, disposto a dire sempre una parola positiva, bastava uno sguardo per far capire a tutti la strada da prendere… in partita e non. Sicuramente per i più giovani ero un esempio da seguire e questa responsabilità l’ho sempre accettata volentieri.

Il fatto che ancora oggi mi sento e mi vedo (spesso a tavola…) con tanti miei compagni (e avversari) penso sia la prova che questi legami erano veri”.

GIAMPAOLO MAZZIERI

Il punto più alto della tua carriera è stata la serie B nel 1979-80 con la CBM. Non hai mai pensato di poter giocare in serie A?

“Quel campionato lo ricordo bene. Ero l’unico dilettante in una squadra con allenatore e giocatori professionisti. Loro facevano due allenamenti al giorno, io uno soltanto in quanto lavoravo ed ero diventato da poco padre. Nonostante questo partivo spesso nel quintetto. Ero considerato un giocatore abbastanza importante. Ho dimostrato che in quella categoria potevo starci. Quell’esperienza è stata comunque una specie di regalo. L’anno successivo la squadra venne ringiovanita ed io andai alla Fornaciari di Reggio Emilia”.

“L’anno in cui sarei potuto andare nelle giovanili in serie A fu quando avevo 16/17 anni, o nell’Oransoda Cantù o nella Fortitudo Bologna…

Ma i miei genitori non erano molto d’accordo (erano altri tempi…) e quindi sono rimasto nella mia città. Più di vent’anni dopo anch’io ho dovuto fare questa scelta da genitore per mio figlio che sarebbe potuto passare alle giovanili del Parma. A me sarebbe anche piaciuto ma ho lasciato a lui la decisione finale. Ricordo ancora che lasciammo l’esito della decisione ad una partita di tennis… se avessi vinto io potendo scegliere avrei gradito che mio figlio provasse questa esperienza nuova che io non avevo potuto fare, se avesse vinto lui invece avrebbe scelto di restare con gli amici nella squadra del quartiere (oltre che avere un abbonamento allo stadio per andare a vedere il Parma neo promosso in serie A…). Vinse lui e quindi niente avventura con le giovanili del Parma… (chissà se ha mai capito che io quella partita gliel’ho lasciata vincere….spero di sì visto che aveva 12 anni…). Alla fine, come per me da ragazzo, credo che quella sia stata la scelta più giusta per tutti”.

GIAMPAOLO MAZZIERI

Partite da ricordare?

“Direi due. L’amichevole che nel 1969 giocammo con la Simmenthal Milano (squadra pluricampione di serie A oltre che tra le top in Europa). In quell’occasione giocai contro i vari Iellini, Masini e Riminucci. Poi nell’anno della CBM capitò che Recalcati si facesse male prima del derby con Cremona, molto sentito dallo sponsor. In quella gara ebbi ampio spazio e disputai la miglior gara della mia carriera”.

P.S. se qualcuno dei lettori non conosce Recalcati (per gli amici “Charlie”) può andare ad informarsi su Google…

“Poi non vanno dimenticati gli accaniti derby con Fulgor Fidenza, Valtarese e Salso. Agli inizi a Borgotaro e a Salso si giocava all’aperto e d’inverno capitava anche di dover spalare la neve. Mi ricordo in particolare di una gara vinta col Rapid a Borgotaro dopo la quale venimmo scortati dai carabinieri fino ad Ostia Parmense… i derby di montagna erano sempre tosti, giocare in casa loro li faceva sentire ancora più forti, e spesso usavano dei “trucchetti” che oggi giorno con la TV non si possono più usare… non che noi “cittadini” fossimo così sprovveduti però…”

Ti è dispiaciuto che i tuoi due figli non abbiano seguito le tue orme nel basket?

“Assolutamente no. Ho sempre lasciato loro seguire la strada che volevano, anche se ho cercato di fare in modo che almeno uno sport lo praticassero, perché lo sport è una scuola di vita e come dicevo prima se è uno sport di squadra si impara ancora di più. Occorre seguire delle regole, avere rispetto per i compagni, avere atteggiamenti positivi che gli altri possano seguire… Entrambi si sono dedicati più al calcio e quindi va bene così… anche se spesso mi hanno sentito dire che il “calcio è uno sport per signorine” (soprattutto quello moderno…), sempre in terra a fare scenate per un calcetto… ma un po’ li prendo in giro… e questo ormai l’hanno imparato…

A questo proposito vi faccio vedere una t-shirt che mi hanno regalato per un compleanno…”

Questo il ritratto del “Maffo”, giocatore di indubbia personalità…

Spero che i lettori del MISTERONE abbiano apprezzato questo articolo, anche se un po’ strano per il suo genere… ma sono storie di “vita vissuta” e quindi credo possano sempre essere di insegnamento per tutti, soprattutto per i più giovani”.

Grazie di tutto Papà, sei il mio numero uno!!!

P.S. Un ringraziamento anche a Stefano Minato, giornalista della Gazzetta di Parma

Keegan la leggenda

Chiamai Bill la sera stessa. Ero insieme a Reuben. Eravamo a Scunthorpe. Avevamo appena visto la squadra di casa battere per quattro reti a zero il Workington.
Il nostro capo degli osservatori, Geoff Twentyman ci stava parlando da qualche settimana di un ragazzo che giocava nellp Scunthorpe.
“Non credo ci sia un giocatore più forte di lui fuori dalla First Division. Andate a vederlo e vi basteranno novanta minuti per pensarla allo stesso modo”
Questo è quello che ci ripeteva un giorno si e l’altro pure il buon Geoff.
Così Reuben ed io prendemmo la macchina e ci sparammo quelle 120 miglia che ci sono tra Liverpool e questa cittadina dello Yorkshire.
Furono le due ore di viaggio spese meglio nella storia recente del Liverpool Football Club.
Quello a cui assistemmo quella sera ci lasciò a bocca aperta.
Twentyman non aveva affatto esagerato.
Anzi.
Quel folletto con il numero 7 era una forza della natura.
Veloce, generoso, caparbio.
Non aveva una tecnica esagerata … ma la palla non gliela portavi via in nessun modo !
Ogni pallone per lui era una questione di vita o di morte.
Superava a malapena i 170 centimetri ma saltava come un grillo e di testa la prendeva contro avversari una spanna più alti di lui.
Giocava all’ala destra ma confinato in quella zona sembrava in gabbia.
Era dappertutto. A vent’anni ci può stare di essere un po’ anarchico, quello non sarebbe certo stato un problema.
Aveva un coraggio da leone e non temeva lo scontro fisico.
Ma quello che ci impressionò maggiormente fu il suo spirito combattivo e la sua resistenza fisica.
A meno di due minuti dalla fine in una partita che la sua squadra stava vincendo per quattro reti a zero lo abbiamo visto rincorrere un avversario per trenta metri buoni … prima di lanciarsi in un tackle in scivolata e mandare la palla in fallo laterale.
Non aspettammo la fine della partita.
Entrammo in pub e telefonai a Bill.
“Bill abbiamo visto in azione quel ragazzo, quello di cui Twentyman raccontava meraviglie. Bill, lo dobbiamo comprare. Subito. Stasera stessa se fosse possibile.”
La risposta di Bill furono quattro sole parole.
“Quello che volevo sentire”.


Quando Kevin Keegan arriva per la prima volta ad Anfield Bill Shankly lo accompagna personalmente prima alle visite mediche di rito e poi nel suo studio per la firma del contratto.
“Posso darti 45 sterline alla settimana figliolo” esordsce Shankly.
Kevin Keegan guarda il contratto.
Shankly capisce immediatamente che il ragazzo non è soddisfatto.
“Qualcosa non va figliolo ?” chiede gentilmente il Manager dei Reds.
“Ecco … vede signore, non voglio apparirle maleducato o egoista ma … mio padre mi ripete sempre che devo cercare di migliorarmi, continuamente e ogni volta che posso” ammette titubante Keegan.
“Ne prendo 35 allo Scunthorpe e signore … qua pensavo di guadagnare qualcosa di più” aggiunge un sempre più imbarazzato Keegan.
“Che mestiere fa tuo padre figliolo ?” chiede Shankly.
“Faceva il minatore. Ma non riesce più a lavorare per colpa di una bronchite cronica. Sa com’è … la polvere
…” spiega il ventenne attaccante di Armthorpe.
“Fai benissimo ad ascoltarlo figliolo. Perché tuo padre conosce il lavoro e conosce la fatica. Sii orgoglioso di tuo padre figliolo” prosegue Shankly che poi aggiunge.

“Ti darò 50 sterline a settimana figliolo” è la frase con cui Bill Shankly chiude la trattativa.
E un attimo dopo, mentre Keegan sta uscendo tutto felice dal suo studio aggiunge “Ricordati però una cosa figliolo: se vuoi continuare a giocare per il Liverpool e per i suoi tifosi non chiedermi mai più un aumento di stipendio in vita tua”.

Kevin Keegan inizia la sua carriera calcistica nello Scunthorpe, squadra della Quarta divisione inglese. Fa il suo esordio a soli 17 anni. Non uscirà più di squadra per le tre successive stagioni.
Il suo nome inizia ben presto a circolare tra diversi club della First Division tra i quali Arsenal e Birmingham.
Ma sarà il Liverpool di Bill Shankly a battere sul tempo la concorrenza staccando un assegno da 33 mila sterline per la ventenne promessa.
Gli inizi ai Reds non sono facili.
Come da prassi ormai consolidata nel club ai nuovi arrivati, soprattutto se giovani, viene offerta un po’ di sana gavetta nella squadra Riserve, in modo da capire i meccanismi di gioco e integrarsi gradualmente nella prima squadra.
Joseph Kevin Keegan viene acquistato come ala destra, il ruolo in cui era abitualmente utilizzato allo Scunthorpe.
Tuttavia l’interpretazione del ruolo del giovanotto nato ad Armthorpe (a due passi da Doncaster) nel febbraio del 1951 è decisamente “sui generis”.
La sua incredibile energia e il suo entusiasmo lo portano a lasciare spesso la sua zona di competenza per lanciarsi in area di rigore dove il suo tiro secco e preciso e la sua abilità nel gioco aereo lo rendono una costante minaccia per le difese avversarie.
La cosa però non è affatto gradita dal manager delle riserve Ronnie Moran (uno dei componenti della famosa “boot room” di Anfield Road ovvero la stanza degli scarpini dove solevano tenere le riunioni tecniche Shankly e il suo staff).
Tra Keegan e Moran nasce ben presto un conflitto importante … risolto brillantemente da Bill Shankly.
In una partita di pre-campionato della squadra Riserve Shankly “invita” Moran a schierare Keegan in attacco.
Il Liverpool vincerà quell’incontro per due reti ad una e Kevin Keegan sarà l’autore di entrambe le reti dei Reds.
… diatriba terminata.

Keegan

Kevin Keegan viene immediatamente aggregato alla prima squadra.
Passano pochi giorni e a Melwood (la storica sede degli allenamenti del Liverpool) si gioca la classica sfida interna fra titolari e riserve.
Keegan, per la prima volta, viene schierato fra i titolari.
Nel sette a zero finale saranno ben quattro le reti messe a segno dal giovane prodigio dello Yorkshire.
A questo punto tutti i dubbi sono fugati definitivamente.

I tifosi del Liverpool faranno la loro conoscenza con Keegan il 14 agosto del 1971.
Si gioca la prima partita di campionato e all’Anfield Road, di fronte ai Reds, c’è il Nottingham Forest.
E’ il debutto ufficiale assoluto di Keegan e il suo primo gol con la casacca rossa degli uomini di Shankly arriverà dopododici minuti di gioco.

Al Liverpool Kevin Keegan rimarrà per sei stagioni prima di trasferirsi in Germania nelle file dell’Amburgo.

Chiuderà la sua permanenza al Club nella maniera migliore possibile: conquistando la Coppa dei Campioni nel maggio del 1977 battendo in finale il Borussia Monchengladbach per tre reti ad una. Keegan giocherà una partita sontuosa, risultando imprendibile per tutti i novanta minuti anche per un mastino autentico come il tedesco Bertie Vogst.


ANEDDOTI E CURIOSITA’

La competitività di Kevin Keegan era proverbiale. Fin da ragazzo eccelleva praticamente in qualsiasi sport si cimentasse. Nel rugby, nel cricket, nella corsa campestre e perfino nella boxe. Per lui arrivare secondo era semplicemente inaccettabile.

Questa caratteristica però gli diede qualche problema appena arrivato al Liverpool.

In tutti gli allenamenti Keegan voleva primeggiare.

Che si trattasse di scatti, allunghi o di test sulle mezze distanze.

La cosa dopò qualche tempo finì per infastidire non poco Tommy Smith, il durissimo difensore dei Reds che dopo l’ennesima vittoria di Keegan durante una sessione di corsa si rivolse al giovane attaccante senza troppi giri di parole.

“Ragazzino, questo è un allenamento. Non sono le fottute Olimpiadi. Vedi di darti una calmata … da adesso.”

… Consiglio che, vista la fama di “Iron man” Smith, Keegan ammise di aver preso immediatamente in grande considerazione.

Fin dagli esordi con il Liverpool Keegan formò con il gigante gallese John Toschack una coppia d’attacco di livello assoluto. L’intesa tra loro era quasi telepatica. 


“The little & large” vennero immediatamente ribattezzati prendendo i soprannomi in prestito dal celeberrimo duo comico formato da Stan Laurel e Oliver Hardy, i nostri Stanlio e Olio.

Toschack a fare da sponda o a concludere a rete con la sua potenza e la sua grande abilità nel gioco aereo e Keegan ad attaccare gli spazi con la sua velocità e abilità nel tiro.

L’amore per i Reds da parte di Kevin Keegan non è mai stato in discussione.

Keegan

Nonostante le polemiche e la delusione di tifosi e dirigenza quando decise di lasciare Anfield per trasferirsi all’Amburgo.

E neppure quando, nell’estate del 1980, alla scadenza del suo contratto con i tedeschi, Keegan sperava di far valere la clausola del suo contratto che prevedeva un’opzione privilegiata del Liverpool in caso di cessione di Keegan tra l’altro potendo riaverlo alla stessa cifra pagata dall’Amburgo tre anni prima.

Il Liverpool però decise di non far valere questa opzione e così “KKK” (King Kevin Keegan) tornò si in Inghilterra ma nelle file del Southampton, con la tifoseria impazzita (e incredula !) di vedere il “Pallone d’oro” in carica firmare per il piccolo club del sud dell’Inghilterra.

Con Keegan in quel Southampton ci sono diversi grandi calciatori di grande spessore anche se ormai al crepuscolo delle loro carriere. Mick Channon, Charlie George e Alan Ball, tutti ex-nazionali inglesi. La squadra del manager Lawrie

McMenemy gioca un calcio offensivo e spettacolare. Nella prima stagione arriva un sesto posto sorprendente (miglior piazzamento in classifica nella storia del Southampton fino ad allora).

Nella stagione successiva, 1981-1982, il Southampton a febbraio è addirittura in testa alla classifica ma un finale di campionato disastroso vedrà i “Saints” chiudere con un deludente 7mo posto.

Per Kevin Keegan sarà però la miglior stagione dal punto di vista realizzativo. Segnerà ben 26 reti laureandosi capocannoniere della First Division e votato al termine del campionato dai suoi colleghi come “Miglior calciatore della stagione”.

Al termine di quella stagione ci sono i Mondiali di Spagna.

Kevin Keegan è perfettamente cosciente che quella sarà la prima e l’ultima occasione che avrà per giocare in una fase finale dei Mondiali. Nel 1974 e nel 1978 l’Inghilterra ha fallito la qualificazione e nel 1986 avrà già appeso gli scarpini a l fatidico chiodo.

Entra ovviamente nella lista dei 22 di Ron Greenwood ma poco prima dell’inizio dei Mondiali un infortunio alla schiena non gli permette di arrivare a questo grande appuntamento nelle condizioni ideali.

Il suo posto in squadra viene preso da Trevor Francis e con l’Inghilterra che gioca un eccellente girone di qualificazione

Keegan diventa improvvisamente prescindibile nell’undici titolare.

Arriva però un pareggio a reti bianche con i tedeschi e appare evidente che agli inglesi davanti manchi un uomo gol di levatura internazionale.

Kevin Keegan, di nascosto a tutti, prende la sua auto e corre in Germania da un fisioterapista presso cui si curava ai tempi dell’Amburgo.

Rientra giusto in tempo per sedersi in panchina nel match decisivo per la qualificazione alle semifinali contro i padroni di casa della Spagna. A metà della ripresa il risultato è ancora fermo sullo zero a zero e l’Inghilterra è alla disperata ricerca dei gol qualificazione. A questo punto Ron Greenwood manda in campo quelle che ad inizio mondiale dovevano essere i due leader di questa nazionale, Trevor Brooking del West Ham e lo stesso Keegan.

Keegan


Il loro impatto nel match è notevole.

L’Inghilterra ritrova morale ma è necessario segnare due reti.


Ad una manciata di minuti dalla fine Bryan Robson se ne va sulla sinistra e mette in mezzo un perfetto pallone un paio di metri fuori dall’area piccola.

Kevin Keegan si lancia di testa in tuffo. Colpisce la palla ma angola troppo la conclusione.

Il pallone finirà fuori alla sinistra del portiere basco Arconada.

Sarà l’ultima opportunità degli inglesi per riaprire il discorso qualificazione … e l’ultima partita di Kevin Keegan con la sua nazionale.

Al termine di quella stagione i rapporti con la dirigenza del Southampton sono però molto tesi.

Keegan ha ormai 31 anni e le sue ambizioni non collimano con quelle del Club, già felicissimo di finire il campionato nella prima metà della classifica.

A questo punto Keegan decide di cambiare aria.

E ancora una volta la sua decisione spiazzerà tutti quanti: la sua destinazione è Newcastle
, squadra gloriosa, con un tifo con pochi eguali in Inghilterra ma che milita nella Seconda Divisione inglese.

“E’ la squadra per cui tifava mio padre che mi raccontava sempre delle gesta di Jackie Milburn e di Hughie Gallagher.

Lui sognava di vedermi giocare in questa squadra e in cuor mio sapevo che quel giorno prima o poi sarebbe arrivato”, racconterà l’attaccante poco dopo la firma per i “Magpies”.

L’arrivo di Keegan per il popolo Geordie è qualcosa di sorprendente quanto di meraviglioso. Keegan è accolto come un messia in una zona, il Tyneside, dove il calcio è sentito come in nessun’altra parte del paese.

Nella prima stagione la tanto agognata promozione viene solo sfiorata ma nella seconda, grazie anche e soprattutto ai 28 gol di Keegan, arriva finalmente il ritorno ai vertici del calcio britannico.

Ma per l’ennesima volta Keegan lascerà tutti di stucco annunciando diversi mesi prima della fine del campionato il suo addio al calcio.

E così il Newcastle tornerà in First Division senza il suo uomo guida, colui che aveva ridato fiducia e speranza al popolo

Geordie dopo diverse deludenti stagioni.

Sarà lo stesso Kevin Keegan a spiegare poi anni dopo quando e perché prese questa decisione.

Accade tutto durante il terzo turno di FA CUP.

E’ il 6 gennaio del 1984.

Il Newcastle è in trasferta a Liverpool, in quell’Anfield Road che lo ha visto crescere ed affermarsi come giocatori di livello mondiale.

Il Newcastle sta difendendo con i denti il risultato, ancora a reti bianche.

Con il Liverpool sbilanciato in avanti alla ricerca del gol arriva un rilancio dalla difesa. Keegan “legge” quel pallone un attimo prima dei difensori avversari e si lancia verso la porta di Bruce Grobbelaar.

Occasione perfetta per uno come lui e proprio nella porta dove dietro sono schierati migliaia di tifosi del Newcastle che hanno seguito la squadra in trasferta.

Keegan corre verso la porta ma quando si prepara a calciare da dietro arriva in scivolata Mark Lawrenson, il difensore irlandese del Liverpool, che gli porta via la palla evitando alla sua squadra di andare in svantaggio.

“In quel preciso momento ho capito che avevo perso qualcosa nel mio gioco, nella mia velocità. Potevo ancora cavarmela egregiamente in Seconda Divisione, ma il calcio al più alto livello non era più alla mia portata”.

Kevin Keegan si ritirerà dal calcio nell’estate del 1984, a soli 33 anni.

Infine, il ricordo dello stesso Keegan verso l’uomo che ha cambiato la sua carriera e al quale Keegan non ha mai nascosto di essersi ispirato nella sua carriera successiva di allenatore: Bill Shankly.

“Shankly mi ha insegnato tutto quello che so. Era un uomo onesto, sincero e generoso come non ho mai più trovato in tutta la mia carriera. Dopo poche settimane che ero arrivato al Liverpool e dovevo ancora esordire in prima squadra mi disse che sarei diventato un giocatore fondamentale per la nazionale inglese.

L’anno dopo feci il mio esordio con l’Inghilterra.

Quando nel 1974 decise di ritirarsi si spezzò qualcosa dentro di me. Il Liverpool Football Club non era più quello che avevo conosciuto e nel quale ero cresciuto.

Se fosse rimasto Shankly probabilmente non me ne sarei mai andato da Anfield Road”.

… ed è davvero un peccato che il meraviglioso popolo dei Reds non sia mai riuscito a dimenticarlo e a dare a Kevin Keegan l’amore che merita.

Keegan

Ian Wright

E’ la sua ultima chance.
Ne è perfettamente consapevole.
A 19 anni, dopo quasi la metà passata a ricevere rifiuti da tutte (e non sono poche) le squadre professionistiche di Londra e dintorni queste sei settimane in prova al Brighton sono davvero l’ultima chance.
Per essere lì, in quella città sulla costa, meta turistica ambita da tutto il popolo inglese, ha dato fondo agli ultimi suoi risparmi … anzi, ha dovuto chiedere anche qualche sterlina in prestito agli amici del quartiere dove è cresciuto, Brockley.
Non esattamente il posto più agiato e tranquillo dove crescere.
A Brighton è l’ultimo lancio dei dadi.
Dovesse andare male anche stavolta l’unica alternativa sarà quella di cercare un lavoro “serio” con il quale dare un futuro alla sua famiglia … un futuro quantomeno migliore di quello che suo padre aveva dato a lui.
Sarà per la disperazione legata al fatto di giocarsi la sua ultima possibilità nel calcio professionistico, sarà per le sue qualità indiscusse di calciatore ma resta il fatto che il provino sta andando alla grande.
Sta giocando bene e sta facendo gol, tanti gol.
E non solo nelle partite con la squadra Juniores o con quella Riserve ma anche contro la prima squadra.
Perfino Steve Foster, il possente difensore centrale e capitano delle “Seagulls” gli ha fatto più di una volta i complimenti.
Arriverà invece un rifiuto, l’ennesimo.
Non glielo diranno neppure in faccia, ma glielo faranno dire dal suo amico e allenatore della squadra dilettantistica per la quale sta giocando in quel periodo.
Lui si chiama Tony Davis e la squadra Ten-Em-Bee.
Stavolta per IAN WRIGHT è finita davvero.
Non si può continuare a vivere di sogni e a nutrirsi di illusioni.
Ian torna a Londra.
Pare aver perso le coordinate.
Quest’ultima delusione ha lasciato il segno, più di tutte le altre.
Finisce addirittura in carcere.
Ha un auto, ma non ha patente e neppure assicurazione e ci sono tante multe non pagate.
Saranno i quindici giorni più terribili della sua vita.
Quando esce capisce che “o affoga o impara a nuotare”.
Ian, per fortuna, sceglie la seconda strada.
Trova un lavoro.
Ci si mette anima e corpo anche se fa solo l’operaio in una ditta alimentare. Ma qui trova la serenità che aveva cercato, senza mai riuscirci, per più di venti anni della sua vita.
Ha uno stipendio regolare e il calcio è quello semi-professionistico della domenica mattina.
E’ un buon team, il Greenwich Borough, e quelle sterline supplementari che arrivano nelle sue tasche dal Club sono tutto grasso che cola per Ian.
Anche perché intanto la famiglia si è allargata.
Ha adottato il piccolo Shaun e poi è arrivato anche Bradley.
A quasi 22 anni Ian Wright ha trovato il suo equilibrio e la sua pace interiore.
Quella che non ha mai avuto in una infanzia di rinunce, condizionata da un padre che se ne è andato quando lui era ancora un bambino lasciando sua madre ad occuparsi di lui, di suo fratello Maurice e della sorellina Dionne.


Poi sono arrivate le botte e i soprusi da un padrino da cui non è mai stato accettato e da un’adolescenza sulla soglia della miseria.
Tutto finito, tutto alle spalle finalmente.
Anche il sogno di fare il calciatore professionista è ormai definitivamente riposto in fondo ad un cassetto.
Si vede che non era destino, nonostante le doti di Ian Wright parevano così evidenti a tutti quelli che lo vedevano in azione su un campo di calcio.
Ian Wright è talmente felice che quando il Crystal Palace lo invita ad un provino di due settimane non ha un solo dubbio al mondo: il suo è un “NO”, chiaro, rotondo ed inequivocabile.
La determinazione del Palace è tanta ma lo è altrettanto la decisione di Wright nel rifiutare l’offerta.
E’ contento della vita che fa e poi due settimane? Come giustificarle in azienda? L’idea di correre anche solo un piccolo rischio di perdere il lavoro terrorizza Ian Wright.
“Ian, vuoi davvero invecchiare rimpiangendo in eterno questa occasione?”
Queste le parole dell’amico Tony Davis.
Wright vacilla.
Sarà lo stesso Tony ad andare a rassicurare i titolari dell’azienda dove lavora Wright e ad ottenere per lui un permesso per quelle due settimane.
Ian Wright affronta il provino con uno spirito completamente diverso dal passato.
L’approccio non è più “Non posso farmi sfuggire questa occasione” ma il molto più pragmatico “Vada come vada. Non me ne fotte un cazzo.”
Sarà probabilmente il fattore decisivo.
Wright gioca senza alcuna pressione, pensando solo ed esclusivamente a quello che sa fare.
E su un campo di calcio sa fare praticamente tutto. Soprattutto fare gol.
Alla fine delle due settimane Steve Coppel, grande ex-ala di Manchester United e nazionale ed ora Manager delle “Eagles” londinesi, gli offre un contratto professionistico.
Sono solo tre mesi.
Ma per Ian Wright sono una vita.
Il sogno si è avverato.
A quasi 22 anni.

Quando ormai pensi che i giochi siano fatti e che le strade che percorrerai nella vita sono in gran parte già segnate.
La prima cosa che fa è chiamare la madre Nesta.
E’ lei che lo ha cresciuto in mezzo a tante difficoltà.
Lui, Maurice e la piccola Dionne.
Parole poche, lacrime tante.
“Ce l’hai fatta figlio mio”.
“Grazie mamma. Ma adesso c’è tanto di quel tempo da recuperare … “
E’ il 12 maggio del 1990.
Il Crystal Palace, alla sua prima stagione nella massima serie inglese dopo otto lunghe stagioni nella seria cadetta, è in finale di FA CUP.

Di fronte il Manchester United di Alex Ferguson che sta finalmente tornando ai vertici del calcio inglese dopo anni di oblio.
Sono passati quasi cinque anni dal giorno in cui Steve Coppel gli aveva offerto il suo primo contratto da professionista.
In questo lasso di tempo Ian Wright ha fatto quello che in tanti avevano previsto fin dai suoi esordi sui campetti di Hilly
Fields: segnato tanti gol.
Compresi i 24 gol segnati nella stagione precedente, quella della promozione.

Ian Wright

Questo primo anno in First Division però non è andato secondo le attese di Ian.
Due brutti infortuni
 lo hanno tenuto lontano dai campi di gioco per diversi mesi.
L’ultimo di questi circa due mesi prima, in una partita di campionato contro il Derby County.
Una frattura alla tibia che per lo staff medico del Crystal Palace significava solo una cosa: per Ian Wright di calcio giocato se ne sarebbe parlato solo la stagione successiva.
Ma una finale di FA CUP non è una partita qualsiasi.
E per le “Aquile” del sud di Londra è una giornata storica.
E’ infatti la prima volta nella storia del Club che la squadra raggiunge una finale di FA CUP.
Ian Wright ce la mette tutta per recuperare ma neppure per l’ultima partita di campionato, una settimana prima contro il Manchester City, riesce ad essere disponibile.
E così quando quel sabato di maggio Steve Coppel lo inserisce tra i componenti della panchina tutti pensano che sia poco più di un riconoscimento a quanto fatto dall’attaccante di Brockley in queste ultime cinque stagioni.
Sarà una delle finali più spettacolari ed appassionanti della storia di questa gloriosa manifestazione.
Il difensore del Palace Gary O’Reilly porta in vantaggio le “Eagles” ma la reazione dei “Red Devils” è veemente. Prima capitan Bryan Robson pareggia sul finire del primo tempo e poi, dopo circa un quarto d’ora nella ripresa, Mark Hughes porta in vantaggio i suoi. Manca meno di mezz’ora alla fine.
Steve Coppel non indugia oltre.
Toglie un centrocampista, Phil Barber, e butta dentro Ian Wright.
L’impatto di Wright sarà devastante.
Un paio di minuti dopo il suo ingresso 
riceve palla sulla trequarti del Manchester United.
Accelera, lasciando sul posto Mike Phelan e poi saltando Gary Pallister con un finta prima di concludere a rete mettendo la palla alle spalle di Jim Leighton, il portiere scozzese del Manchester United.
Il gol permette al Palace di andare ai supplementari.
Non passano neppure due minuti che John Salako, la guizzante ala dei rossoblu londinesi, va sul fondo e mette un invitante pallone sul secondo palo.
Su quel pallone si avventa Wright che con un acrobatica spaccata lo spedisce in fondo al sacco. Il popolo del Palace esplode di gioia.
Sarebbe il primo trofeo nella storia del piccolo e amatissimo club di Selhurst Park.
Mark Hughes però ha intenzioni assai diverse.
A sette minuti dalla fine sarà lui a segnare il definitivo tre a tre che manderà il match alla ripetizione.
Stavolta la partita sarà assai diversa e basterà un gol del terzino Lee Martin a decidere l’incontro.
Ian Wright rimarrà un’altra stagione al Palace.
Sarà una stagione da incorniciare.

Un terzo posto in classifica, miglior risultato nella storia del Club e un trofeo, anche se minore, come la Full Members Cup, da mettere finalmente in bacheca.
Ian Wright sarà ancora una volta il capocannoniere della squadra. Venticinque reti di cui quindici in campionato.
Ma a quasi 28 anni c’è bisogno di nuove sfide, di nuovi stimoli e di “provarsi” in realtà maggiori.
E’ solo una questione di tempo prima che un grande club riesca ad impossessarsi del cartellino di Wright. Il più deciso di tutti è George Graham, manager dell’Arsenal che mette sul piatto due milioni e mezzo di sterline (un record nella storia dei Gunners) per assicurarsi le sue prestazioni.
Saranno i soldi spesi meglio dal manager scozzese che costruirà un ciclo vincente con Ian Wright al centro dell’attacco.
Wright sarà capace di confermarsi miglior realizzatore al Club per sei stagioni consecutive, diventando un idolo assoluto del popolo di Highbury.
A 35 anni lascerà i Gunners quando è evidente che i suoi giorni migliori sono ormai alle spalle.
Dopo un dignitoso periodo al West Ham arrivano stagioni meno felici culminate con l’infelice periodo al Celtic di Glasgow.

Nel 2000, dopo aver contribuito al ritorno del Burnley in Division One, Wright decide di appendere gli scarpini al chiodo.
Diventerà un eccellente commentatore televisivo, brillante, sagace e sempre molto critico nei confronti dei suoi “colleghi” attaccanti.

Ian Wright

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Con il padre che si dà “alla macchia” quando Wright ha solo sei anni l’infanzia di Wright è tutt’altro che semplice. Il nuovo compagno della madre è un poco di buono e i soprusi che Ian e suo fratello Maurice devono subire sono spesso crudeli e ingiustificati.

Ricorda lo stesso Wright che uno dei “divertimenti” preferiti del padrino era al sabato sera al momento di “Match of the day” la popolarissima trasmissione calcistica che mostrava gli highlights del campionato e attesa con trepidazione dai due fratelli “malati” di calcio. Il padrino, con la tv accesa, li costringeva a girarsi dalla parte opposta alla tv, facendo loro sentire il commento ma impedendo a Ian e a suo fratello di vedere le immagini. Ian racconta neppure le sue lacrime disperate e copiose riuscivano a commuovere il padrino mentre il fratello Maurice cercava inutilmente di consolarlo.

“Per anni quando sentivo la sigla di “Match of the day” mi arrivava una gran fitta nel petto con il ricordo che andava a quei terribili giorni” racconta ancora oggi l’ex-bomber di Palace e Arsenal. Nell’infanzia di Wright ci fu però una persona speciale.
Un suo professore alle elementari che si prese cura di lui come di un padre.
“Ero veramente un bambino difficile” ricorda Wright.
“Non era che non capissi le cose o facessi fatica ad apprendere. Era semplicemente che non riuscivo a stare fermo più di cinque minuti … che più o meno era il mio massimo periodo di concentrazione. Finivo quasi sempre per essere espulso dalla classe. Fu lì che alla quarta o alla quinta volta che mi vide in corridoio Mister

Sydney Pigden si prese cura di me. Mi insegnò tutto lui. Non solo la didattica, ma a controllarmi, a canalizzare la mia rabbia e a contare fino a dieci prima di esplodere come facevo di solito. Mi affidò perfino delle responsabilità importanti in ambito scolastico. Mi fece anche da allenatore, insegnandomi tantissime cose che ho poi portato dentro per tutto il resto della carriera”.

Ian Wright

“Non calciare sempre di potenza. Guarda dov’è posizionato il portiere e poi mettila con delicatezza dove sai che non può arrivare” fu uno dei suoi tanti preziosi consigli.
Fu la prima persona che vide in me cose che nemmeno io sapevo di avere.

Un giorno di Mister Pigden mi chiamò. Avevo appena fatto il mio esordio con la Nazionale d’Inghilterra. Lui mi disse che questo lo aveva reso orgoglioso come nient’altro nella sua vita. Aveva fatto il pilota d’aereo durante la Seconda Guerra Mondiale. Eppure ero io la cosa ad averlo reso più orgoglioso …” è il commosso ricordo di Wright.

Il più grande amico in ambito calcistico per Ian Wright è stato David Rocastle.
Cresciuti entrambi a Brockley erano praticamente sempre insieme.

“Rocky fu come un secondo fratello per me” ricorda Wright.
Nonostante i quattro anni di differenza di età il legame tra i due era solidissimo.
“David continuava a ripetermi che era impossibile che io non giocassi nei professionisti” racconta Wright.

“Gioco contro le squadre giovanili più forti del paese ma uno forte come te non l’ho ancora visto” continuava a ripetere Rocastle all’amico.
“Non mollare Ian, prima o poi ce la farai anche tu, ne sono certo”.
Riuscirono anche a giocare insieme una stagione all’Arsenal, quella del 1991-1992 che fu la prima con i Gunners per Wright ma l’ultima per Rocastle che a causa di un ginocchio malandato era ormai ritenuto prescindibile da George Graham.
“Fu tremendo vederlo trasferirsi al Leeds. Lui amava l’Arsenal e all’Arsenal tutti lo amavano. Pensavo di giocare con lui per il resto della mia carriera” racconta sempre Wright del suo rapporto con “Rocky”.

La morte di David Rocastle a soli 33 anni a causa di un tumore rimane ancora oggi uno dei giorni più tristi della vita di Ian Wright.
Infine il ricordo del giorno della finale di FA CUP, il giorno che lo consacrò definitivamente all’attenzione di pubblico e addetti ai lavori.
“Fino a pochi giorni prima del match pareva impossibile che riuscissi a recuperare. Steve Coppel, la cui presenza ed insegnamenti sono stati decisivi per il resto della mia carriera, non voleva arrendersi … come tantomeno intendevo fare io !

Il mercoledì prima della finale viene organizzata un’amichevole a porte chiuse contro una squadra dilettantistica. Ricordo che i miei compagni giocavano in punta di piedi tanto era grande il timore di farsi male prima di un match così importante … mentre io giocavo come un indemoniato per dimostrare che ero in condizione di andare quanto meno in panchina !
Il giorno della finale, dopo il gol del vantaggio del Manchester, Coppel mi disse di prepararmi ad andare in campo. Mancavano poco più di venti minuti alla fine. Più o meno i minuti che avevo nella gambe. Al momento di entrare continuavo a ripetermi una sola cosa: Ian, appena hai la palla tira in porta. Non importa dove ti trovi.
Tira. Servirà a far capire che non sei lì per fare presenza ma per lasciare il segno.
Ed ecco che mi arriva il primo pallone. Sono a 30 metri dalla porta. Accelero, evito il recupero di Mike Phelan, il terzino dello United. Mi affronta Gary Pallister ma è troppo precipitoso ! Faccio una finta e rientro sul piede destro, il mio preferito. Guardo la porta. Mi sembra enorme mentre Jim Leighton, il portiere scozzese del Manchester United, mi sembra piccolo piccolo.

Piazzala “a giro” Ian. Niente forza, solo precisione. Quando la palla è entrata mi è sembrato di impazzire. Una botta di adrenalina così non l’ho mai più provata in vita mia. Avevo fatto il gol più importante della mia carriera, nella partita e nello stadio più prestigioso.
… e avevo fatto gol come mi aveva insegnato Mister Pigden …

Peter Crouch

Non è affatto facile partire con un handicap del genere. Quando pare proprio che tutti gli addetti ai lavori o quasi siano incapaci di vedere le grandi qualità racchiuse in quella struttura fisica particolare, strana e poco consona a quello classica di un giocatore di calcio. “Con quel fisico lì non può giocare a pallone !” è il refrain di tutti quegli anni nelle giovanili del Queens Park Rangers prima e del Totthenam poi.

Hai voglia a mostrare a tutti, in ogni allenamento e in ogni partita, che con quei 200 centimetri abbondanti di altezza non sei solo lì per colpire palloni di testa ma che i piedi ce li hai e pure più raffinati e “sensibili” di almeno il 90% dei tuoi compagni di squadra. Nulla da fare. Non c’era verso. Qualunque cosa Peter facesse tutti a mettere in risalto i limiti, mai le qualità. Quando dal QPR andammo a lavorare per gli Spurs ce lo portammo dietro.

Io ero il suo allenatore nelle giovanili del QPR e pensavo che agli Spurs avrebbe finalmente trovato qualcuno capace di rendersi conto del suo vero valore. Una volta nelle giovanili segnò una tripletta al Charlton. Due reti di testa e una di piede. Quel giorno alla partita c’era uno dei coach dello staff di Christian Gross, il manager svizzero che era da poco arrivato al Club. “Eh vabbè, è quindici centimetri più alto di tutti gli altri ! Se non la prende almeno di testa allora addio !” fu il suo commento. Inutile tentare di spiegargli che di testa non basta “prenderla” ma la devi pure indirizzare dove il portiere non può arrivare e non è esattamente così semplice. Perfino il gol di piede venne in qualche modo ridimensionato. “Il portiere gliel’ha respinta proprio sui piedi. Era più facile segnare che sbagliarlo !” fu tutto quello che riuscì a dire il coach mandato dal manager Gross.

Il problema è sempre lo stesso: l’angolazione da cui si guardando le cose. Se lo avesse segnato uno nelle grazie di quel coach allora si sarebbe chiamato “opportunismo e senso del gol” … nel caso di Peter era solo fortuna sfacciata. Fu quasi una sorpresa quando all’inizio di luglio del 1998 a Peter venne offerto il suo primo contratto da professionista. I dubbi sul suo conto non si erano certo dissolti ma era innegabile che quel lungagnone magro magro, sempre sorridente ed estremamente educato, aveva incuriosito tanti. Fu in quel periodo che iniziò a circolare quella frase che poi Peter si portò dietro per tutta la carriera e che mi fa arrabbiare ogni volta: “beh, ha piedi buoni per uno così alto”. La frase avrebbe dovuto essere “Ha piedi buoni”. Fine. Però la prima squadra continuava a rimanere un miraggio, anche dopo che nel 1999 venne convocato nella nazionale inglese Under-20 per i campionati mondiali della categoria.

Peter Crouch

Fu dopo due infelici prestiti prima nei semi-professionisti del Dulwich Hamlet e in seguito nella Seconda Divisone svedese con l’IFK Hassleholm che al Totthenam si convinsero che Peter in Premier avrebbe potuto giocarci solo a PES. Così quando arrivò l’offerta del QPR per riportarlo al Loftus Road i dirigenti degli Spurs furono ben felici di firmare il trasferimento e incassare l’astronomica cifra di … 60 mila sterline.

Mi chiamò la sera stessa. “Des, torno al QPR. Mi vuole Gerry Francis. Ha un sacco di attaccanti ma spero di riuscire a trovare un po’ di spazio” mi disse Peter al telefono. “Ne sono certo ragazzo. Ne sono certo. Non mollare !“ gli dissi senza esitare. Ci mise un po’ a “carburare” ma all’ottava di campionato arrivò il suo primo gol, quello decisivo nella vittoria sul Wimbledon. Da allora non uscì più dalla prima squadra e anche se fu un campionato maledetto chiuso con la retrocessione nella Terza serie del calcio inglese, Peter Crouch giocò una stagione eccellente. Dodici reti, tanti assist e la dimostrazione che nel calcio professionistico un posto per lui c’era eccome … alla faccia di tutte quelle cassandre che lo giudicavano prima ancora di vederlo in azione. Fu votato dai tifosi come giocatore dell’anno e non si stupì nessuno quando il Portsmouth del magnate serbo Milan Mandaric, ambiziosa squadra della serie cadetta, decise di investire 1.5 milioni di sterline per questo filiforme attaccante, vincendo la concorrenza di una mezza dozzina di rivali.

In quell’estate insieme a Peter arrivò a Fratton Park anche un formidabile centrocampista croato che anche se ormai al crepuscolo della sua carriera era assolutamente in grado di fare la differenza. Si chiamava Robert Prosinecki. Le cose non andarono come nelle attese. Il Portsmouth non lottò mai per quella promozione in Premier che era nelle aspettative di Mandaric, del manager Graham Rix e dei tifosi dei Pompey. Il motivo essenzialmente fu che tolti Prosinecki e Crouch nessuno degli altri giocatori della rosa rese secondo le aspettative. Peter giocò una stagione straordinaria.

Segnò 19 reti e non si sorprese nessuno quando ancora prima della fine del campionato, a marzo del 2001, l’Aston Villa sborsò la bellezza di 5 milioni di sterline per il suo cartellino. Sembrava avercela fatta. Due reti nelle ultime sette partite di campionato e la sensazione che sarebbe stato tutto in discesa da quel momento in poi. Non fu così. Nella stagione successiva Peter faticò parecchio ad esprimersi ai suoi livelli. Arrivarono 18 partite senza neppure segnare un gol. La stagione successiva andò un pochino meglio ma era evidente che “Crouchy” aveva perso un po’ di fiducia in se stesso … e questa è una cosa che soprattutto un attaccante non può permettersi. “Temo di non essere ancora pronto per la Premier Des. Forse farei meglio a tornare a giocare un gradino più in basso per un po’” mi disse in quel periodo Peter. Andò esattamente così. Giocò in prestito per qualche mese al Norwich dove anche se non fece sfracelli ritrovò un posto fisso da titolare e con quello un po’ della sua autostima. Quando rientrò ai Villans nella seconda parte di campionato segnò una doppietta al Leicester e un altro paio di gol contro Bolton e Middlesbrough ma per David O’Leary, il manager irlandese dell’Aston Villa, Peter era tutt’altro che imprescindibile.

Per lui si fece allora avanti il Southampton. Al Portsmouth non la presero bene … firmare per i loro grandi rivali ! Ma a quel punto non c’era esattamente la fila per accaparrarsi le prestazioni di Peter. Anche al Southampton le cose faticavano ad ingranare. Kevin Phillips e James Beattie erano i due indiscussi titolari in attacco e per Crouch c’era solo qualche piccolo cameo ogni tanto. Nella vita ci vuole fortuna dicono. E finalmente la ruota decise di girare per il verso giusto anche per Peter. Ad inizio dicembre, dopo un avvio di stagione disastroso, arrivò Harry Redknapp, che conosceva Peter dai tempi del Portsmouth. Non ci pensò un secondo. Crouch diventò titolare e James Beattie fu ceduto un mese dopo all’Everton. Il Southampton non riuscì a salvarsi ma Peter Crouch giocò una stagione da incorniciare. Segnò sedici reti e diventò finalmente quello che io avevo sempre saputo che avrebbe potuto diventare: un grandissimo attaccante, in grado di giocare ai vertici del calcio e non solo inglese. Poi arrivò quella telefonata. Lo ricordo come se fosse ieri.Invece era il 30 maggio del 2005. “Des, ti rendi conto Des ?” mi gridò Peter eccitatissimo al telefono. “Domani farò il mio esordio in Nazionale ! Nella nazionale inglese Des ! Giocherò a fianco di Michael Owen. Eriksson me lo ha detto dieci minuti fa” mi disse Peter subito dopo. “Non lo dimentico Des. Anche se sono passati quasi dieci anni. Tu mi hai sempre detto che questo giorno sarebbe arrivato … e ora è successo davvero. Grazie a te Des.” Quando misi giù il telefono non nego che mi scappò qualche lacrima. Quel ragazzone alto e magro, sempre sorridente, educato e gentile ce l’aveva fatta davvero. Contro tutto e tutti.  “Des” non è altri che Desmond Bulpin, probabilmente l’unico insieme al padre di Peter, Bruce Crouch, ad aver creduto da sempre nelle qualità di Crouch. Des Bulpin fu il primo allenatore di Crouch al QPR e fu sempre lui che portò con se l’attaccante di Macclesfield al Totthenam quando diventò un coach nel settore giovanile degli Spurs. Fu proprio Des che quando Peter Crouch aveva solo quindici anni gli pronosticò un futuro nella Nazionale inglese. Lo disse a Peter e al suo compagno di attacco nella squadra allievi del Totthenam, un certo Jermain Defoe, che diventerà anche lui come Crouch un giocatore della nazionale inglese e che con Crouch formerà una delle partnership d’attacco più letali di tutta la storia della Premier League.

Peter Crouch


ANEDDOTI E CURIOSITA’
Neppure due mesi dopo il suo esordio in Nazionale arriva per Peter Crouch la chiamata di uno dei più grandi club del calcio mondiale: il Liverpool di Rafa Benitez
L’inizio di Peter Crouch al Liverpool è tutt’altro che semplice. Nonostante le più che decorose prestazioni quando chiamato in causa (in un team che in attacco aveva giocatori del valore di Djibril Cissé, di Fernando Morientes, di Harry Kewell e di Robbie Fowler) il biondo attaccante di Macclesfield deve attendere il 3 dicembre per segnare il suo primo gol ufficiale con i Reds. Lo fa in un match contro il Wigan ad Anfield quando arriverà addirittura una doppietta. Crouch chiuderà la stagione con 13 reti ufficiali ma soprattutto vincendo il suo primo trofeo, la FA CUP, giocando da titolare la finale contro il West Ham del 13 maggio 2006.

L’onda lunga dello stato di forma di Crouch pare non voglia interrompersi. Entra nella lista dei 23 per il Mondiale di Germania dove giocherà da titolare le prime due partite segnando contro Trinidad e Tobago il suo unico gol in una fase finale di un grande torneo per nazioni. Al termine della manifestazione iridata sulla panchina inglese arriva Steve Mc Laren. Al suo primo incontro ufficiale, una amichevole a Wembley contro la Grecia, Crouch è fra i convocati ma nei piani di Mc Laren il ruolo di “target man” nella sua nuova nazionale inglese sarà di Dean Ashton, il fortissimo numero 9 del West Ham. Durante l’ultimo allenamento alla vigilia dell’incontro Dean Ashton subirà un gravissimo infortunio alla caviglia. Crouch giocherà da titolare il giorno seguente, segnerà due reti e per le quattro stagioni successive sarà praticamente sempre lui la prima scelta per il ruolo di “prima punta” nella nazionale dei bianchi d’Inghilterra, nella quale chiuderà la sua avventura con uno score assolutamente lusinghiero: 22 reti in 42 partite.

E’ durante la stagione successiva che accade quello che ancora oggi Peter Crouch considera il suo più grande rimpianto della carriera: quello di essere entrato nella finale di Champions League del 2007 contro il Milan soltanto a dodici minuti dalla fine. “Quel giorno credo che Rafa Benitez fece un grosso errore. Decise di giocare con una punta sola, Dirk Kuyt che di fatto fu facilmente controllato da due grandi difensori come Maldini e Nesta. Credo che sia il sottoscritto che Craig Bellamy al suo fianco dall’inizio avremmo potuto dare una grossa mano alla squadra. Dopo aver giocato praticamente sempre fino alla finale non fu facile accettare quella decisione” ricorda Crouch senza nascondere il suo dispiacere. Problema che avrebbe potuto essere “risolto” solo una settimana prima. I giocatori del Liverpool sono in Portogallo per preparare la finale della Coppa dei Campioni contro il Milan menzionata sopra. Tutta la rosa decide di passare la serata andando a sfidarsi sui go-kart. Peter Crouch sta guidando il suo mezzo quando improvvisamente si accorge che in mezzo alla pista ci sono proprio Kuyt e Xabi Alonso che stanno chiacchierando tranquillamente. Crouch tenta di frenare ma i freni non funzionano. Prova a sterzare ma in realtà si dirige proprio contro Kuyt il quale con un salto acrobatico riesce ad evitare l’impatto con il go-kart di Crouch. Kuyt è ovviamente imbestialito ma Crouch giura che la colpa è dei freni che non fecero il loro dovere. Viene fatto un rapido controllo ed effettivamente i freni del go-kart di Crouch erano inutilizzabili. “Ok” gli dice Kuyt poco dopo “Ma perché sei venuto addosso a me e non a Xabi Alonso ?” chiede l’olandese a Peter. “Beh, lì per lì ho pensato che Alonso fosse più importante per la squadra” è la risposta di Crouch ! Risata generale di tutti i compagni … Kuyt escluso ovviamente …

Dopo aver lasciato il Liverpool Crouch torna al Portsmouth per una sola stagione. I suoi 18 gol sono più che sufficienti per attirare l’attenzione del Totthenam Hotspurs e del suo mentore Harry Redknapp che lo vuole con lui agli Spurs. Sarà una eccellente stagione a livello individuale e di squadra. Per il Totthenam arriverà la qualificazione per la successiva Champions League e sarà proprio Peter Crouch con il suo gol ad una manciata di minuti dal termine nel decisivo match con il Manchester City a suggellarla. Nella successiva stagione Crouch segnerà 11 reti di cui ben 7 in Champions League ! Sarà lui stesso a spiegare il perché. “In Inghilterra ormai mi conoscono benissimo e devo ammettere che in molti hanno capito come neutralizzarmi. In Europa e con la Nazionale inglese invece non sono abituati a giocare contro uno con le mie caratteristiche … e fino a quando dura cercherò di approfittarne ! affermava Crouch in quel periodo. Aldilà delle imprese calcistiche Peter Crouch è unanimemente considerato uno dei personaggi più simpatici e ironici di tutto il mondo del calcio britannico. E’ spesso in tv come ospite e commentatore e da qualche settimana ha anche un suo programma televisivo intitolato “Save our summer” e ha da tempo un seguitissimo Podcast. Da sempre si è contraddistinto per la sua grande autoironia. “Non ho tatuaggi. La ragione principale è con non ho muscoli abbastanza grandi perché possano vedersi”. “Mia moglie non sa assolutamente nulla di calcio e non gliene importa minimamente. Una volta mi squillò il cellulare negli spogliatoi. Stavamo per scendere in campo con il Totthenam in una partita di Champions League. Decisi di rispondere visto che temevo fosse accaduto qualcosa di grave. … era mia moglie che voleva sapere dove mi trovavo e cosa stessi facendo …”

Peter Crouch

Gli inizi comunque come detto non furono assolutamente facili. Il suo fisico particolare era un facile bersaglio per i tifosi avversari. “Freak”, mostro, è solo una delle tante offese che gli arrivano dagli spalti. Crouch ricorda in particolare il periodo del prestito dal Totthenam ai semiprofessionisti del Dulwich Hamlet. “Ti trovi a diciannove anni a giocare davanti a 200 persone con almeno la metà di loro che ti urlano di tutto. E’ in quei momenti che pensi se valga la pena davvero di credere ancora in un futuro nel calcio” racconta oggi l’ex nazionale inglese. Uno dei momenti di maggiore popolarità arrivò per Crouch insieme ai primi gol con la Nazionale inglese che amava festeggiare con la famosa “Robotic dance”, mimando le mosse di un robot scherzando sulla sua apparente mancanza di agilità. “Mi capitava che mi fermassero per strada chiedendomi di ripetere la danza !” ricorda oggi Crouch. “C’era da impazzire ! E d’altronde con un fisico come il mio non era facile camuffarmi. A molti miei colleghi bastava mettersi un cappello calato sulla fronte e avevano risolto il problema. Quando lo facevo io diventava «Ehi, guarda Crouch con il cappello !» Nel suo fisico particolare c’erano anche dei vantaggi. “Durante la pausa estiva non è che curassi molto il mio fisico. Mangiavo e bevevo un po’ di tutto e mi allenavo pochissimo. Il primo giorno di preparazione però pesavo esattamente come al termine della stagione precedente ! Ricordo che molti miei compagni mi “odiavano” per questo …” racconta sempre lo stesso Crouch.

Poco dopo aver firmato con il Liverpool Crouch decide di farsi un regalo particolare: una Aston Martin nuova fiammante. “Ero alla guida del mio gioiellino. Finestrini aperti, occhiali da sole, musica “a palla” dallo stereo. Insomma mi sentivo “The Man”. Ad un semaforo mi si affianca un’altra auto. Al volante c’è Roy Keane. Mi guarda come si può guardare un grosso brufolo giallo in mezzo alla fronte. Mi sgonfiai come un palloncino. Meno di una settimana dopo avevo venduto l’Aston Martin !” racconta divertito Crouch. Quando Cristiano Ronaldo segnò il suo famoso gol in rovesciata nella partita di Champions tra la Juventus e il suo Real Madrid Peter Crouch era negli studi della BBC nelle vesti di commentatore. “Eh si, devo dire che siamo davvero in pochi quelli capaci di segnare un gol così !” strappando una grassa risata a tutto lo studio. … solo che Peter Crouch non disse affatto una bugia …

Peter Crouch

Nel gennaio del 2018 il Chelsea di Antonio Conte era alla ricerca di un classico numero 9 “all’inglese”, ovvero un giocatore forte nel gioco aereo e capace di giocare spalle alla porta. Peter Crouch fu uno dei nomi presi in considerazione dal tecnico italiano che poi alla fine decise di acquistare il francese Olivier Giroud dall’Arsenal. Peter Crouch la prese con il suo solito humour. “Beh, il Chelsea si è accontentato del secondo più avvenente centravanti del campionato inglese “ … Infine, la “perla” assoluta tra tutte le dichiarazioni di Peter Crouch. Giornalista: Peter, cosa saresti se non avessi fatto il calciatore ? Crouch: Vergine.

NON SOLO CALCIO… Michael Jordan

“Il calcio è una scuola di vita”. Non si chi abbia detto questa frase ma credo sia un’assoluta verità. Il modo in cui ti comporti in un campo da calcio o in uno spogliatoio (e non parliamo di piedi sopraffini o quant’altro…) di certo fa capire come sei anche al di fuori del rettangolo di gioco nella vita di tutti i giorni, che tu abbia 20/30 anni o solo 10…

Ma visto che tante “penne” scrivono di calcio in questo blog, mi piaceva pensare a una serie di articoli dedicata ad avvenimenti o personaggio che hanno segnato un momento della storia sportiva… un anno fa eravamo partiti da un certo Francesco Molinari che faceva nel golf quello che nessun italiano era ancora riuscito a fare vincendo uno dei tornei Major, oggi (e promettiamo di non far passare un altro anno…) ci dedichiamo forse all’atleta più conosciuto e amato di tutti gli sport, cioè sua maestà MJ23, Michael Jordan.

In realtà ci vogliamo concentrare ad un particolare momento che è successo esattamente 22 anni fa (qualche giorno fa è stato l’anniversario…).

Speriamo che questa rubrica vi possa piacere, distogliendo un attimo lo sguardo dallo sport più bello del mondo (che rimane sempre il calcio… in ogni sua forma)

22 anni fa “The Last Shot”, l’ultimo tiro di Jordan in maglia Bulls alle Finals 1998.

michael jordan

La mitica serie contro gli Utah Jazz si chiude con l’epilogo atteso da tutti, la vittoria del titolo NBA dei Tori, il sesto in otto anni, con un canestro di MJ in faccia a Bryon Russell, l’ultimo di una serata da 45 punti.

Un tiro divenuto iconico e attorno al quale si è costruita un’importante narrativa che ha segnato un’epoca intera.

Se “The Last Dance”, l’ultimo ballo, è la definizione per l’annata 1997-98 dei Chicago Bulls, l’ultima versione di una squadra mitica e irripetibile, “The Last Shot”, l’ultimo tiro, non può che essere riferito al canestro di Michael Jordan che segnò l’epilogo e il lieto fine di quella cavalcata, tanto clamorosa quanto difficile e controversa.

Il sigillo di Sua Maestà

Era il 14 giugno del 1998. Al Delta Center di Salt Lake City, Utah. Finali NBA 1998 tra Utah Jazz e Chicago BullsGara 6 con i Tori in vantaggio 3-2 nella serie e ad un passo dal sesto titolo in otto anni, il secondo “Three-Peat” dopo quello dal 91 al 93. Sotto 86-83 a 42″ dalla fine dopo una tripla di John Stockton, i Bulls si affidano a MJ e Sua Maestà non tradisce.

Dopo il timeout di Phil Jackson, ecco la sequenza iconica:

  • Jordan, reduce da 4 liberi consecutivi a segno, si fa consegnare la palla sulla rimessa, attacca direttamente Russell, la difesa lascia libera la corsa di penetrazione e così arriva un canestro immediato di mano destra al ferro per il -1, 85-86 a 37″ dal termine.
  • I Jazz attaccano con Stockton, lavorano con calma per far correre il cronometro, il playmaker sceglie il alto sinistro e attende che Karl Malone si piazzi in post basso. Il “Postino” riceve spalle a canestro marcato da Rodman e lì, dal nulla, dalla linea di fondo, il lato cieco di Malone, sbuca Jordan che gli tocca il pallone, glielo fa cadere e arriva il recupero. 19″ sul cronometro.
  • Michael va dall’altra parte, sceglie il lato sinistro del campo, i compagni gli lasciano completamente libera la fascia centrale, lui attacca Bryon Russell andando verso la lunetta, lo sbilancia con una finta in palleggio di mano destra, torna sulla mano sinistra e si alza per il tiro dai 6 metri. Lingua fuori, ciuf, retina che si muove, canestro, 87-86 per Chicagoa 5″ dalla fine.

Il resto è storia, dopo il timeout gli Utah Jazz hanno la chance per il controsorpasso e portare la serie a gara 7, ma Stockton sbaglia la tripla da posizione centrale e così, al suono della sirena, può scattare la festa dei Bulls e contemporaneamente chiudersi un’era del basket moderno.

Lo scenario: per i Bulls non si metteva bene

Il canestro di Jordan e la conseguente vittoria di partita e titolo, hanno levato tutte le castagne dal fuoco per i Bulls dato che, in caso di sconfitta e di successiva gara 7, le prospettive non erano per nulla buone.

Infatti, pur osservando che nessuno nella storia NBA era mai riuscito a vincere un titolo partendo da uno svantaggio di 3-1 (ci riusciranno i Cavs di LeBron James nel 2016 contro i Warriors, ndr), quei Jazz avevano vinto gara 5 a Chicago impedendo ai Tori di chiudere il discorso sul parquet amico (errore da tre di MJ a fil di sirena, ndr) e poi avrebbero avuto appunto la decisiva gara 7 in casa, al Delta Center, dove da sempre il pubblico e i tifosi fanno sentire il proprio calore, più che altrove in NBA.

Inoltre, Utah avrebbe avuto l’inerzia della rimonta mentre Chicago avrebbe potuto tremare, considerando anche l’infortunio alla schiena che tormentava Pippen da gara 3, l’influenza che debilitò Harper in gara 6 e l’inevitabile stanchezza di tutti, Jordan in primis, rimasto sostanzialmente solo a sorreggere l’attacco dei suoi (45 punti in gara 6 con 15 su 35 al tiro, 19 su 32 per il resto dei Bulls).

E poi il fattore stanchezza era legato anche al cammino nei playoff: i Jazz, a parte il combattuto 3-2 contro i Rockets al primo turno, poi passeggiarono contro Spurs, 4-1, e Lakers, 4-0, mentre i Bulls, tolto il 3-0 iniziale coi Nets e poi il 4-1 sugli Hornets, dovettero lottare duramente contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller nella finale dell’Est, vinta soltanto 4-3 in gara 7 al termine di una serie massacrante.

Era fallo in attacco contro Bryon Russell?

A più di 20 anni da quel canestro di Michael Jordan, si dibatte ancora sullo sviluppo dell’azione e se ci fosse fallo da parte di Michael ai danni di Bryon Russell. Dai replay si nota una leggera spinta di Jordan con la mano sinistra sul gluteo di Russell che poi scivola e va a terra, ma non si capisce se sia abbastanza intensa per generare un fallo.

Secondo il sito AskMen.com questa azione è sesta nella Top 10 ogni epoca dei fischi arbitrali sbagliati, o mancati, mentre nel 2008 Tim Bucley del Desert News, quotidiano di Salt Lake City, ha sottolineato anche altri due errori arbitrali in gara 6 legati al cronometro, una tripla di Howard Eisley nel primo tempo annullata (era buona) e un canestro di Ron Harper per i Bulls nella ripresa, convalidato nonostante il replay abbia mostrato fosse oltre lo scadere. Ma a quel tempo l’instant replay non c’era e non si poteva andare a rivedere l’azione al monitor per gli arbitri.

michael jordan

E il diretto interessato, Bryon Russell, cosa pensa? Ne ha parlato nel 2018, a 20 anni da quel tiro:

Sapevo dove sarebbe voluto andare a tirare. Ero più atlo e più pesante di lui, per cui ha dovuto fare qualcosa che neanche il resto del mondo è riuscito a vedere. Mi ha dato una piccola spinta ‘extra’ con cui ha potuto mettersi nella posizione che voleva per tirare. Sapevo cosa voleva fare, ho cercato di impedirglielo, ero un passo avanti a lui, ma è stato bravo e poi ha tirato

Michael Jordan, dopo la fine della partita e la conquista del titolo NBA, con anche il premio di MVP delle Finals, ha parlato a proposito del canestro e se fosse il modo migliore per uscire di scena.

Sì ci ho pensato. Quando ho conquistato l’ultimo pallone, ho avuto una sensazione di benessere. La gente si è zittita e il momento ha cominciato a diventare tutt’uno con me stesso, in una sensazione di perfetta armonia. Tutto ha cominciato a svolgersi come se fosse al rallentatore, la visione del campo era perfettamente nitida. Allora provi a leggere la difesa, cerchi l’attimo e l’ho trovato quando Russell si è sbilanciato. Non ho mai dubitato di me stesso, sapevamo che avremmo avuto un’opportunità di vincere la partita

Pensando allo spogliatoio

Lo Spogliatoio…questo sconosciuto! Come lo si vive, come lo si gestisce…cosa succede dentro quelle “4 mura”. Il punto di vista di Davide Gottuso, mister del Forii calcio a 5.

Quanto è importante per un Mister “saper comunicare”?

Credo sia una delle qualità più importanti per un allenatore, saper comunicare verbalmente ma anche fisicamente è fondamentale… Riuscire ad entrare in empatia con ogni ragazzo, riuscire a trasformare la propria autorità (data dal ruolo di Mister) in autorevolezza grazie al modo di comunicare con i giocatori crea un rapporto di reale fiducia indispensabile per ottenere risultati positivi.

Secondo me un allenatore deve essere un po’ padre, un po’ fratello maggiore, un po’ professore, un po’ psicologo e un po’ amico… Se manca qualcuna di queste figure diventa difficile trovare il modo giusto per comunicare con la squadra.

spogliatoio

Codici di comportamento e regole… come le gestisci con i tuoi giocatori?

Di fatto creo ad inizio stagione una sorta di regolamento interno, dove ad ogni situazione negativa viene associata una sorta di “punizione”, come a cercare di creare qualcosa di automatico e schematico, ma ciò serve solo ad indicare cosa non si deve fare, nella realtà ogni situazione viene valutata volta per volta, cercando di avere un metro di giudizio oggettivo e di non creare differenze all’interno dello spogliatoio.

Ammetto che molto dipende dal trascorso del giocatore in questione, nel senso che se due giocatori arrivano tardi ad allenamento, oltre a prendere in considerazione le motivazioni e se hanno avvisato per tempo o no, valuto il passato dei due ragazzi, il decimo ritardo non può avere lo stesso peso del primo o del terzo.

Ti è mai capitato di “ammettere di aver sbagliato” nello spogliatoio?

Un sacco di volte, mi è capitato di scusarmi per una reazione magari troppo forte o per un rimprovero troppo veemente, parto sempre dal presupposto che ai ragazzi non serve un dito accusatore ma piuttosto un muro dietro al quale sentirsi protetti, devono giocare ed allenarsi con serenità, ho sempre fatto da scudo alle loro prestazioni negative cercando di prendermi le mie responsabilità.

Come prepari una partita?

Dal punto di vista tecnico/tattico in base ai fattori statistici e oggettivi, dimensioni del campo, tipo di gioco preferito dagli avversari, situazione di classifica, giocatori a disposizione, etc. etc…

Dal punto di vista emotivo in base all’importanza della gara e soprattutto ai comportamenti dei miei giocatori, se li vedo troppo euforici cerco di abbassare la loro “troppa” sicurezza, se invece li vedo rassegnati o abbattuti vado a cercare di colpire il loro orgoglio e provo ad infuocare il loro spirito.

Durante la settimana martello molto, a prescindere dalla classifica o dai risultati ottenuti, ogni partita va giocata con la massima concentrazione e con il massimo rispetto dell’avversario, nessuna partita è vinta o persa al venerdì sera… I conti si fanno dopo il triplice fischio.

spogliatoio

Che tipo di comunicazione fai quando devi comunicare i titolari e le riserve?

Nel calcio a 5 trovo riduttivo parlare di titolari e riserve, nell’arco della partita tutto cambia costantemente ogni secondo.

I convocati al match vengono indicati al mattino del giorno di gara, con un messaggio nel gruppo di whatsapp, raramente avviso prima un non convocato, alla fine lo trovo poco rispettoso per me e per il mio staff, come se dovessimo giustificarci di una scelta, i 12 che vengono convocati, lo sono in funzione del match e della stagione, e sono sempre quei giocatori che mi danno più garanzie.

Come ti comporti dopo una sconfitta?

Partiamo dal presupposto che mi metto sempre in discussione, mi assumo la totale responsabilità delle sconfitte.

La mia reazione però dipende principalmente da due fattori, il primo è l’atteggiamento avuto dai ragazzi e il secondo le scelte fatte. Ammetto di non essere bravissimo nel riuscire a non esternare rabbia o delusione ma credo che per imparare a vincere bisogna necessariamente saper perdere.

Se però ho notato poco attaccamento alla maglia o mancanza di voglia allora significa che non sono nel posto giusto, perché una squadra allenata da me non può scendere in campo senza il sangue agli occhi.

Alla fine chi comanda dentro uno spogliatoio?

Risponderei tutti e nessuno, lo spogliatoio è un po’ come una famiglia, dove intervengono sicuramente  i  genitori  ma  anche  i  fratelli  maggiori,  gli  zii  e  i  nonni  hanno  la loro importanza e utilità… Ecco, Il Mister, i giocatori, i dirigenti, i collaboratori tecnici… ognuno ha la sua importanza e aiuta nel creare un ambiente il più sereno e positivo possibile.

spogliatoio

Che “strategie” utilizzi per cambiare le “strategie” in una squadra?

Gioco di parole interessante, diciamo che cerco sempre di far arrivare alle soluzioni i giocatori stessi, cerco sempre di aumentare la capacità cognitiva e provo ad avere giocatori pensanti in ogni momento, dal riscaldamento, all’esercitazione fino ad arrivare alla partita, voglio giocatori capaci di adattarsi e di trovare soluzioni, la maggior parte degli  allenamenti  sono  questo,  risoluzione  di  problemi.  

Quindi  se  stiamo usando strategie di squadra poco funzionali la mia strategia per cambiarle sarà quella di mettere i miei giocatori nelle condizioni di dover trovare soluzioni a problemi che con la “solita” strategia non possono essere risolti.

Come integri “i nuovi arrivi”?

Dipende da quanto sono importanti e dal loro carattere, se arriva un giocatore di un certo livello e con un carattere forte verrà trattato come gli altri, se invece viene un giocatore poco conosciuto o con un carattere introverso o timido come spesso accade con i giovani dell’under quando vengono aggregati alla prima squadra, allora faccio un po’ da chioccia, e cerco di farli sentire subito importanti per il progetto, magari creando esercitazioni che ne evidenzino le peculiarità, che sicuramente li porteranno ad emergere positivamente e a togliersi di dosso un po’ di timore iniziale.

spogliatoio

Roberto Batata e la leggenda del numero 7

La sensazione che abbiamo tutti quanti al Club è la stessa: non siamo mai stati così forti. Non è questione di superbia o di una esagerata autostima. E’ il campo a dircelo. Pochi mesi fa, nel dicembre dello scorso anno, siamo arrivati in finale del Brasileirao. Per il secondo anno di fila. L’anno prima perdemmo contro il Vasco da Gama. Eravamo sicuri di rifarci. Anche se di fronte avevamo una delle squadre più forti non solo del Brasile, ma di tutto il Sud America: l’Internacional di Porto Alegre. Paulo Cesar Carpeggiani, Paulo Roberto Falcao, Valdomiro, Elias Figueroa, Manga … Giocammo alla pari per tutto l’incontro e di gol avrebbero potuto essercene parecchi in quella partita. Invece ce ne fu uno solo, segnato da quel grande giocatore che è il cileno Figueroa. Il “gol illuminato” lo hanno chiamato. Si, perché nel momento in cui il libero dell’Internacional colpiva il pallone lui, e solo lui, fu illuminato improvvisamente da un raggio di sole. Ci provammo in tutti i modi per rimettere in piedi la partita. Non ci fu nulla da fare. Ma l’Internacional di Porto Alegre è una delle squadre più forti del Sudamerica e avere giocato alla pari con loro ci diede tanta, ma tanta fiducia. Ci siamo qualificati per la Copa Libertadores. E’ il torneo più prestigioso di tutto il Sud America. L’anno prima arrivammo fino alle semifinali, giocate in due gironi da tre squadre ciascuna. Demmo filo da torcere a tutti, Independiente compreso che poi vincerà il torneo. Ma quest’anno abbiamo qualcosa in più. Intanto abbiamo quell’esperienza necessaria ad affrontare partite del genere. E poi in una squadra già forte quest’anno è arrivato Jairzinho, che non è solo una gloria qua in Brasile, ma è ancora un giocatore fantastico che nelle partite importanti riesce sempre a dare il meglio di se. Il nostro ruolino di marcia finora è stato impressionante. Nel girone di qualificazione ci siamo ritrovati proprio l’Internacional. Li abbiamo battuti entrambe le volte così come abbiamo battuto lo Sportivo Luqueño e il Club Olimpia. E adesso, nel girone a tre di semifinale abbiamo vinto le nostre prime due partite, l’ultima proprio ieri sera, in Perù contro l’Alianza Lima. Ci siamo ad un passo. Ad un passo dalla finale di Copa Libertadores, qualcosa che per noi “Raposa” non è mai accaduto in passato. Ieri sera ho segnato io il primo gol. Eravamo già a metà del secondo tempo e ad ogni minuto che passava i nostri avversari stavano prendendo sempre più coraggio. Una volta andati in vantaggio ci siamo rilassati e abbiamo giocato un calcio che non è facile vedere da nessun altra parte. Joáozinho ne ha segnati subito altri due e il nostro leader Jairzinho ha chiuso i giochi con il quarto gol. 

Tornando in aereo parlavo con il mio amico Joáozinho. Che fenomeno ragazzi ! Ha appena compiuto 22 anni e ha già esordito in Nazionale. “Ma una squadra come la nostra chi ce l’ha in tutto il Sudamerica ?” mi diceva tutto contento durante il viaggio. “Tu, Palhinha e Jairzinho che segnate gol a valanga. Uno esperto come Piazza che tira le fila del gioco a centrocampo. Un portiere forte e affidabile come Raul e poi abbiamo Nelinho … dove lo trovi un altro terzino così ? Credi a me Roberto, quest’anno la Copa Libertadores finisce nella bacheca del nostro Mineiráo !” E allora forza. Ci basta una sola vittoria nelle prossime due partite in casa e sarà finale. Che sia il River Plate di Fillol e Luque o l’Independiente di Bochini e Bertoni poco importa. Questo è il nostro anno. E qui al Cruzeiro Esporte Clube ne siamo convinti tutti.

Quando l’allenatore del Cruzeiro Alfredo “Zezè” Moreira comunica alla squadra che concederà loro due giorni liberi prima di ricominciare gli allenamenti, Roberto Batata prende la decisione di tornare nella sua Tres Coraçóes dove ad attenderlo ci sono la moglie Denize e il piccolo Leonardo, di undici mesi. Da Belo Horizonte sono circa 300 chilometri per raggiungere la città nel sud dello stato di Minas Geiras. Prende la sua Chevrolet Chevette, saluta i compagni dandosi appuntamento per la ripresa degli allenamenti. C’è da conservare il titolo del Campeonato Mineiro e c’è soprattutto da preparare la gara di ritorno con l’Alianza di Lima che potrebbe permettere ai “Celeste” di strappare il biglietto per la finale. Roberto Batata non rivedrà più i suoi compagni di squadra. Un probabile colpo di sonno causato dalla stanchezza della partita e dal viaggio in aereo gli sarà fatale. La sua vettura andrà prima a tamponare un camion che lo precedeva per poi sbandare ed invadere l’altra corsia di marcia andandosi a scontrare con un altro mezzo pesante. La notizia arriva a Belo Horizonte. Nessuno vuole crederci.

Roberto Batata ha solo 26 anni e nonostante la squadra sia ricca di stelle è lui il giocatore più amato dalla “Torcida” della “Raposa”, la volpe, come viene soprannominata la squadra. Non solo per il suo stile di gioco, la sua velocità, il suo dribbling e la sua capacità di trovare la porta da qualsiasi angolazione. Roberto Batata è un ragazzo semplice quanto disponibile e nei suoi 6 anni al club si è fatto amare da tutti. E’ il vice-presidente Carmine Furletti ad informare molti dei suoi compagni di squadra. Uno di questi è Eduardo Amorim, probabilmente il miglior amico di Batata all’interno della squadra. Amorim non vuole crederci. Inizia a piangere disperato e corre in garage a prendere l’auto. “Voglio andare sul luogo dell’incidente. Non ci credo finché non lo vedrò con i miei occhi”. Ci vorranno le maniere forti da parte di Furletti e di qualche compagno di squadra per dissuadere Amorim, chiaramente non in grado di guidare in un momento del genere. In breve la sede del Cruzeiro si riempie di migliaia di tifosi increduli alla notizia. Gli attestati arrivano da tutto il mondo del calcio. Il campionato “Mineiro” si fermerà per due settimane. Due settimane di lutto per la morte di uno dei suoi giocatori più rappresentativi. Quando la squadra torna ad allenarsi l’atmosfera è irreale. Ricorda il portiere Raul Plassman che “avevamo il trofeo più importante di tutti da vincere ma in quei momenti ti accorgi di quanto poco importanti siano queste cose davanti alla morte di un amico e compagno di squadra. Avremmo potuto vincerne 100 di Libertadores che quel dolore non sarebbe mai stato compensato”.

Una settimana dopo la morte di Batata il Cruzeiro deve giocare la gara di ritorno contro l’Alianza Lima. Non c’è un solo tifoso della “Raposa” che non ricordi quel giorno e quell’atmosfera irreale. Quando la Banda Militare suona le prime note del “Toque do Silêncio” non c’è uno solo degli oltre 50 mila presenti che non abbia le lacrime agli occhi. Sul prato del Mineiráo c’è una maglia azzurra, quella con il numero 7, quella di Roberto Batata. “Piangevamo tutti, anche noi della squadra” ricorda il capitano Piazza, campione del mondo nel grande Brasile messicano di sei anni prima. “Stavamo raggiungendo tutti i nostri obiettivi e Roberto non era più con noi a condividerli”. La prestazione del Cruzeiro di quel giorno è perfetta per ricordare Roberto Batata nel migliore dei modi. Sarà un trionfale 7 a 1 contro il malcapitato Alianza Lima. Jairzinho segnerà quattro reti e Palhinha le altre 3. I due compagni di reparto di Roberto Batata. Sette gol in tutto. Come il suo numero di maglia. Non c’è nessuno tra i tifosi del Cruzeiro che ritenga che tutto questo sia casuale. Il Cruzeiro vincerà quella Copa Libertadores. La vincerà battendo in finale il poderoso River Plate al termine di tre sfide appassionanti e spettacolari. Sarà un grande trionfo … reso ancora più grande dal fatto di averlo conquistato senza il loro giocatore migliore alla quale tutto il Club dedicherà la vittoria.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
C’è una leggenda nata intorno alla vittoria contro l’Alianza nel primo incontro giocato dal Cruzeiro senza Roberto Batata. Quando dopo un’ora di gioco Jairzinho segna il 4 gol dell’incontro mentre i giocatori si stanno abbracciando festanti echeggia una voce “ne faremo 7”. 7, il numero perfetto di reti per onorare Batata. Il punto è che nessuno dei giocatori del Cruzeiro dice di avere detto quella frase … C’è anche il ricordo di Nelinho, il grande terzino brasiliano (quello del gol a Zoff in Argentina due anni dopo). “Non so chi abbia detto quella frase e sinceramente non sono in grado di spiegare cosa sia successo. So solo che all’ultimo minuto di gioco, mentre eravamo già sul 7 a 1, presi palla dalla destra, saltai un avversario, chiesi il triangolo a Jairzinho e mi trovai solo davanti al portiere. Calcia con tutta la mia forza. Sapevo che il pallone sarebbe entrato. Invece il pallone colpì la traversa e tornò in campo, pochi centimetri prima della linea bianca di porta. Era DESTINO che dovessimo segnarne sette quella sera, non uno di più e non uno di meno”.

Il vero nome di Roberto Batata è Roberto Monteiro. Il soprannome “Batata”, che significa “patata”, gli fu affibbiato da un allenatore delle giovanili del Cruzeiro
, Joáo Crispim, e derivava della smodata passione per Roberto nei confronti delle patatine fritte ! Roberto Batata, a 26 anni, era nel pieno della sua maturazione psico-fisica. Aveva esordito l’anno prima nella Nazionale Brasiliana nella Copa America che si era disputata nell’estate del 1975 in Brasile. Batata, con 3 reti in 6 partite, fu una delle rivelazioni della Nazionale Brasiliana che stava cambiando pelle inserendo forze nuove dopo la delusione dei Mondiali di Germania. L’altra nota lieta di quel torneo fu il giovane centrocampista del Flamengo Geraldo Cleovas, detto “Assoviador”. Anche per lui, come leggerete sempre su questo testo, il destino non fu affatto magnanimo. Sono tante le circostanza fortuite del giorno dell’incidente che costò la vita al giovane attaccante. La comitiva del Cruzeiro si era imbarcata a Lima intorno alla mezzanotte, immediatamente dopo il termine della partita. L’aereo atterrò a Rio de Janeiro intorno alle 6 di mattina e giocatori e staff dovettero attendere altre 6 ore in aeroporto prima di imbarcarsi per Belo Horizonte. “Quando sbarcammo a Belo Horizonte eravamo tutti distrutti. Roberto non ci aveva detto della sua intenzione di partire immediatamente per Tres Coraçóes” ricorda il suo compagno di squadra Palhinha. Sull’auto con Roberto Batata avrebbero dovuto esserci altre due persone. La nipotina quattordicenne Kate Cristina (che quel giorno però aveva lezione) e il compagno di squadra Dirceu Lopes che però era andato ad una seduta di fisioterapia. “Quando sono tornata da scuola in casa c’erano i miei cugini. Mi dissero che lo zio Bebeto (così veniva chiamato in famiglia Roberto) aveva avuto un incidente. Quella strada con lui l’avevo fatta decine di volte. Ero ormai la sua compagna di viaggio quando tornavamo a casa” ricorda Kate Cristina, che oggi vive negli Stati Uniti. Un altro che avrebbe dovuto essere su quell’auto era il compagno di squadra Dirceu Lopes. “Vivevamo nello stesso stabile e quando tornai a casa il ragazzo della portineria mi disse che Roberto mi aveva cercato e che stava per partire per tornare a casa dalla famiglia. Anch’io sono di Tres Coraçóes e avevamo fatto quel viaggio insieme infinite volte”. Racconta lo stesso Dirceu Lopes che “mi arrabbiai quando seppi che Roberto era già partito per Tres Coraçóes. In fondo si trattava di aspettarmi al massimo per un ora. Chissà come sarebbe andata se qualcun altro fosse stato con lui in auto. Magari non si sarebbe addormentato o magari non sarei qua neppure io a parlarne”. Un’altra coincidenza particolare dell’incidente fu che il titolare dell’impresa di autotrasporti del camion che si scontrò con l’auto di Roberto Batata era non solo un grande tifoso del Cruzeiro ma conosceva personalmente diversi giocatori della squadra, tra i quali lo stesso Batata. “Quando seppi della notizia alla radio non sapevo che si trattava di uno dei miei camion quello coinvolto nell’incidente. Sapevo che uno dei miei aveva avuto un incidente poco prima ma non potevo collegare la cosa. Mi telefonò qualche ora dopo proprio il mio autista dicendomi che nell’incidente era morto Roberto Batata.”

Oltre alle statistiche che ci dicono di un attaccante capace di segnare 110 reti in 271 partite la storia di Roberto Batata è indissolubilmente legata al Cruzeiro, squadra nella quale arrivò neppure ventenne dall’America Futebol Clube sempre di Belo Horizonte e che nel Cruzeiro avrebbe giocato con ogni probabilità per il resto della sua carriera. Già da un paio d’anni le “grandi” di Rio e di San Paolo si erano interessate al suo cartellino. “Non cominci neppure una trattativa Presidente” diceva ogni volta Roberto allo storico Felicio Brandi, che ricoprì la carica di presidente del Club per oltre vent’anni. “tanto io da qui non mi muovo !”. Oggi il Cruzeiro milita nella serie cadetta del Campionato Brasiliano. E’ retrocesso per la prima volta nella sua storia nel dicembre del 2019. Come ricorda il grande Tostáo, che nel Cruzeiro giocò praticamente tutta la sua carriera, “è in questi momenti difficili che il ricordo va ai tempi più felici. E Roberto Batata sarà sempre nella memoria di chiunque abbia amato il Cruzeiro”.

Futre, il sogno di Reggio Emilia

A Reggio Emilia siamo matti per il calcio.
Lo so, la cosa può sorprendere molti visto che non abbiamo certo una tradizione di cui vantarci troppo.
Tanta serie C, diversi campionati nella serie cadetta e qualche presenza nella massima serie all’inizio della nostra storia. 
Qualche campionato in Serie A lo abbiamo giocato … ma negli anni ’20 quando il calcio era un’altra cosa.
Ma la passione di una città non si misura certo in base ai risultati.
Anzi.
Amare la Reggiana come sappiamo fare noi con tutto quello che abbiamo passato vuol dire proprio che a Reggio il calcio ce l’abbiamo nel sangue.
C’era un cartello anni fa che veniva regolarmente esposto nel nostro Mirabello, il vecchio stadio in centro città.
Ovviamente dedicato alla nostra amata “Regia” e recitava “TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI”.
Ecco. In quel cartello ci siamo noi tifosi reggiani.
Per un illecito sportivo mai dimostrato denunciato dal Parma e ratificato da un membro della Lega Calcio sempre proveniente dalla “città aldilà del fiume Enza” ci mandarono addirittura in Quarta serie.
Ci mettemmo tre anni per tornare almeno in Serie C, dopo aver girovagato per i campi di provincia di tutto il Nord Italia.
… e ancora oggi ci chiedono perché non amiamo i parmigiani …
Di andare in Serie A non c’era proprio verso.
Ci andammo vicini tante di quelle volte che credevamo ci fosse una maledizione nei nostri confronti.  Negli anni in cui salivano due squadre dalla B arrivavamo terzi e quando invece ne salivano tre arrivavamo quarti !
Poi nell’estate del 1988 arrivò il nostro profeta. Era un milanese con una lunga e dignitosa carriera alle spalle. Si chiamava Pippo Marchioro.
In realtà era tutto meno che un “profeta”, ma una persona umile, concreta ed estremamente intelligente.
Tornammo subito in Serie B dove rimanemmo tre stagioni sempre piazzandoci nella parte alta della classifica.
Poi arrivò un miracolo.
Ormai non ci speravamo più. Eravamo sicuri che anche in quella stagione sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe impedito di conquistare la massima categoria. 
Qualunque cosa.
Un infortunio ai nostri migliori calciatori, la malasorte che avrebbe trasformato gol fatti in pali e traverse, arbitraggi “guidati” che avrebbero favorite club più grandi e importanti di noi …
Invece vincemmo il campionato e dopo 64 anni tornavamo in Serie A.
Reggio Emilia era letteralmente impazzita.
Non sono mai stato a Rio de Janeiro per il carnevale ma so per certo che quella sera di primavera dopo la consacrazione matematica a Cesena ce la saremmo giocata almeno alla pari !
E diciamolo pure.
Quello che ci stuzzicava più di tutto era poter affrontare di nuovo i nostri “odiati cugini” che nel frattempo erano diventati una delle formazioni più forti di tutta la Serie A.
Fu un’estate interminabile.
A Reggio non c’era nessuno che non vedesse l’ora che arrivasse la fine di agosto e l’inizio del campionato. E poco importava se voleva dire tornare a scuola, negli uffici o nelle fabbriche.
Voleva dire tornare nel nostro Mirabello a vedere la nostra “Regia” giocare in Serie A.
La squadra era tosta.
Avevamo calciatori di esperienza come Gigi De Agostini, Sgarbossa e Scienza e alcuni giovani davvero bravi come Torrisi e il centravanti Padovano. Tra i pali addirittura il portiere della Nazionale brasiliana Taffarel scambiato proprio con i “cugini” che al suo posto scelsero Luca Bucci, con noi nella stagione precedente, quella della promozione.

Poi arrivò “la notizia”.
Quella a cui inizialmente non voleva credere nessuno.
Paulo Futre aveva firmato per la Reggiana. 


Uno che 6 anni prima aveva alzato al cielo la Coppa dei Campioni con il Porto.
Uno che aveva fatto innamorare i tifosi dell’Atletico Madrid regalando loro due Coppe di Spagna.
Uno che era arrivato secondo nella classifica del Pallone d’oro dietro Ruud Gullit.
Uno che quando lo guardavi partire in dribbling ti faceva venire in mente Diego Armando Maradona.
Era tutto vero.
Paulo Futre giocherà nella Reggiana.
E iniziò un altro carnevale.

E’ il 21 novembre del 1993.
Reggio Emilia è paralizzata.
Oggi Paulo Futre 
(foto archiviofutbolfarà l’esordio con i nostri colori, quel granata che i nostri fondatori vollero identico a quello del Torino.
Finora è stata durissima.
Non abbiamo ancora vinto una sola delle undici partite giocate finora.
Ma è anche vero che fino adesso nessuno in casa è riuscito a batterci, anche se abbiamo raccolto solo pareggi.
Il nostro Mirabello è una fortezza. Deve esserlo.
E’ l’unica chance che abbiamo per evitare di tornare subito in B.
Mi correggo. Non è l’unica.
Da oggi ne avremo un’altra.

Si chiama Jorge Paulo Dos Santos Futre.
Tutta Reggio Emilia sembra che oggi sia allo stadio.


Il nostro Mirabello ora ha spazio per 15.500 persone.
Se qualcuno mi viene a dire che oggi ce ne sono meno di 20 mila gli do del matto.
Bandiere della “Regia” in tutto lo stadio. Ma anche del Portogallo, del Brasile e qualcuna pure della Romania, in onore dell’altro nuovo acquisto, l’attaccante Mateut.

Ci mettiamo 10 minuti scarsi per capire che uno così, a Reggio Emilia, non lo avevamo mai visto.
Nell’uno contro uno è imprendibile, vede il gioco e sa sempre quando è ora di saltare l’uomo o di servire un compagno.
Il primo tempo lo passiamo a cercare un varco nella difesa della Cremonese.
Padovano e Morello si dannano l’anima. Lottano su ogni pallone ma qualche volta si capisce che non sono sulla stessa lunghezza d’onda del portoghese.
Non c’è problema.
Ci sarà tempo per affinare l’intesa.
Nel secondo tempo si attacca nella porta sotto la curva sud, quella della tifoseria più calda di tutto il Mirabello.
E’ passato poco più di un quarto d’ora quando Mateut appoggia un pallone verso Morello. L’attaccante granata sembra in ritardo sul pallone ma con un notevole gesto atletico si allunga in scivolata e riesce a toccare il pallone sul vertice destro dell’area di rigore della Cremonese.
E’ qui che si trova Paulo Futre.
Riceve palla, accelera lasciando sul posto il suo avversario diretto.

Entra in area, finge il tiro mandando “al bar” un altro difensore grigiorosso per poi rientrare sul sinistro.
A quel punto un altro difensore dei lombardi si avventa su di lui per impedirgli la conclusione.
Non fa in tempo. Paulo Futre scarica un sinistro all’angolo basso del portiere della Cremonese Turci.
Non ricordo un momento d’estasi superiore a quello.
Sicuramente non per una partita di calcio.

Avete presente la sensazione di quando il destino, le stelle o Dio si sono improvvisamente ricordati di te e ti fanno il regalo più grande che puoi desiderare in quel preciso momento ?
Ecco, la sensazione era quella.

Paulo Futre a Reggio Emilia.
Esordio e gol. 


Mi stavo ancora crogiolando con quei pensieri, con quel “godimento puro” che vedo Paulo ricevere palla sul settore di destra, quello da cui praticamente sono partite tutte le sue azioni e le sue iniziative.
Se la porta avanti con il sinistro, rubando il tempo per l’ennesima volta al suo controllore diretto Pedroni.
Non si sa se è per l’umiliazione dell’ennesimo dribbling subito, se è per gli evidenti limiti calcistici o semplicemente perché pensa che Futre vada fermato, comunque e in ogni modo.
Fatto sta che la sua entrata è brutale, fuori tempo completamente e degna non della serie A ma di un campetto di amatori della domenica mattina.
Per lui arriva il cartellino rosso diretto ma in quel preciso momento ne a me ne agli altri 20 mila presenti importa più di tanto.

Paulo Futre è sul terreno di gioco e sta urlando dal dolore.

Non riesce ad alzarsi e non riesce neppure a sollevare da terra la sua gamba destra.
Si trascina fuori dal campo, strisciando sull’erba del Mirabello.
Non ci vuole un genio per capire che NON E’ un infortunio normale.
La partita riprende. Mateut segna il gol del due a zero che ci regala la prima vittoria in campionato.
Ma non c’è nessuno che riesce a gustarla fino in fondo.
A dieci minuti dal termine si è spenta la luce.
Ora non ci resta che aspettare … sperando che il buio non sia per sempre.

Per Paulo Futre c’è la rottura del tendine rotuleo.

Un anno intero lontano dai campi di calcio.

Quando torna non è più lo stesso giocatore.


Se ne accorgono tutti. Lui per primo.
Quel passo felpato, quel cambio di ritmo o di direzione non ci sono più.
Tecnica, visione di gioco e quel suo magico sinistro sono rimasti quelli di prima.
Ma prima era un fenomeno, ora è “solo” un eccellente giocatore.
Con la Reggiana nella stagione successiva riesce a mettere insieme 12 presenze e 4 gol.
Non sufficienti per evitare la retrocessione dei granata al termine di quella seconda stagione in Serie A.

Al Milan, campione d’Europa in carica, Futre piace parecchio.

Decidono di aggregarlo in una tournèe di fine stagione nell’est asiatico.
Probabilmente aiutato dai ritmi blandi e da partite contro avversari più che abbordabili, Paulo Futre incanta tutti. Il Milan gli offre un contratto.

Bastano però poche settimane per capire che il suo ginocchio, ai ritmi serrati del campionato più bello e difficile del pianeta, non può reggere.

Davanti ha giocatori come Weah, Baggio, Savicevic e Simone.
Giocherà una sola partita, l’ultima di campionato contro la Cremonese, prima di lasciare, ad una manciata di minuti dalla fine, il posto a Roberto Baggio.
In Inghilterra al West Ham, poi il romantico ritorno all’Atletico Madrid e infine una stagione in Giappone.

Niente da fare.

Futre non ce la fa più e a 32 anni è costretto a dire basta.
In Italia non ha lasciato il segno e fuori da Reggio Emilia se lo ricordano in pochi.

Ma provate a chiedere di lui ad un tifoso di calcio portoghese o ad uno dei “Colchoneros” dell’Atletico Madrid … penserete che stiano parlando di Diego Armando Maradona.

Invece parlano di lui, di Paulo Futre.

… quello che forse, al genio di Villa Fiorito, ha assomigliato più di tutti.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

All fine della sfortunata esperienza milanista Paulo Futre va in Inghilterra a giocare nel West Ham.
Dopo un buon precampionato arriva la partita d’esordio in campionato contro l’Arsenal.
Le squadre sono negli spogliatoi per prepararsi al match.
Paulo Futre è ovviamente tra i titolari ma si accorge che la maglia con il numero 10 è stato assegnata a John Moncur.
Per lui c’è quella con il numero 16.
“Non se ne parla neppure !” grida inferocito Futre. “O mi date il mio numero 10 o io non scendo in campo” minaccia il fantasista portoghese.
Harry Redknapp, manager degli Hammers, non sa più che pesci pigliare.
“Ok Paulo, oggi giochi con il 16 e dalla prossima partita vediamo di risolvere la cosa” prova a convincerlo il manager inglese.

Niente da fare. Futre si riveste e se ne va.

Due giorni dopo si presenta in sede addirittura con i suoi legali disposto a sborsare 100.000 sterline per avere la “sua” maglia.

Eusebio aveva il 10, Pelé il 10, Maradona il 10, Zico il 10 e Paulo Futre ha SEMPRE giocato con il 10 !” dirà in quell’incontro il portoghese.

Alla fine le parti riescono a trovare una soluzione.
E’ lo stesso Futre a raccontare che “Moncur era un accanito giocatore di golf. Io avevo una villa ad Algarve nei pressi del più bel campo di golf di tutto il Portogallo. Gli dissi che gliela avrei messa a disposizione ogni volta che voleva … purché mi consegnasse la maglia numero 10”.
Alla fine Moncur accetta … anche se non utilizzerà mai la villa visto che Futre rimase agli Hammers solo per pochi mesi …

Il soggiorno inglese non fu certo fortunato per Futre, costantemente alle prese con infortuni di varia natura, ma il portoghese ha sempre parlato benissimo del suo periodo con gli Hammers.

“Intanto al West Ham non esistevano i ritiri e i ritrovi in Hotel il giorno prima del match. E poi gli allenamenti erano quanto di più divertente mi era capitato in carriera. Harry Redknapp dopo un po’ di stretching e di riscaldamento ci divideva in due squadre: gli inglesi contro gli “stranieri. Erano partite tiratissime e la miglior preparazione possibile alle partite ufficiali”.

Lo stesso Harry Redknapp ammette che “Paulo Futre è tra i 10 forti calciatori che io abbia mai visto in azione. In allenamento a volte ci fermavamo increduli ad ammirare le giocate che era in grado di fare”.

Arrivato allo Sporting Lisbona nel 1984 a soli 11 anni (e con un tragitto quotidiano di due ore dal suo paese natio di Montijo) quando Paulo ha solo diciotto anni, arriva una importante offerta del Porto.

“Allo Sporting mi davano 800 escudos all’anno. Il Porto me ne offriva 9000. Andai dal Presidente e gli dissi che per 6000 escudos sarei rimasto con loro. Mi disse che ero matto a pretendere una cifra del genere. Non mi restava altra scelta che andarmene. Lo feci molto a malincuore perché allo Sporting trascorsi sette anni meravigliosi”.

Al suo arrivo all’Atletico Madrid, nell’estate del 1987, Futre trova sulla panchina dei “Colchoneros” l’argentino Cesar Menotti, l’uomo che meno di dieci anni prima guidò la nazionale biancoceleste al suo primo titolo mondiale.
Dopo un ottimo inizio (“Futre sembra una miniatura del Subbuteo. Non fa a tempo a cadere in terra che si rialza immediatamente. E’ un portento”  dirà di lui il carismatico Mister argentino) la situazione tra i due però non tarda a degenerare.

Futre accusa Menotti di manie di protagonismo e di scarsa onestà nei suoi confronti (“adesso mi mette in panchina, poche settimane fa diceva che più forte del sottoscritto c’era solo Maradona. Un ipocrita ecco cos’è !”) dirà del manager argentino in più di un’intervista.
Altrettanto tagliente la risposta di Menotti. “Futre ? il piede destro di Maradona è meglio dei due di Futre”.
L’ultima parola però la ebbe Futre che nell’Atletico giocò altre cinque stagioni mentre “El Flaco” se ne andò prima della fine di quella Liga.

Al termine della vittoriosa finale con il Porto in Coppa dei Campioni Futre è uno dei calciatori più ambiti di tutto il panorama mondiale.

E mentre il Milan di Berlusconi ha acquistato il giocatore che in quella stagione vincerà il pallone d’oro (Ruud Gullit) il Presidente dell’Inter Pellegrini punta proprio su Paulo Futre (che in quella classifica arriverà secondo per un solo voto) per contrastare i cugini rossoneri.
L’Inter ha raggiunto l’accordo economico con il Porto.
L’affare sembra concluso. Futre s’incontra a Milano con Pellegrini e i suoi procuratori e inizia già a circolare la notizia che il contratto sia stato stipulato.
Quando tutto sembra ormai definito entra in scena il controverso Presidente dell’Atletico Madrid Jesu Gil y Gil.
“Preparate voi il contratto” dirà Gil ai procuratori di Futre. “Io lo firmerò senza cambiare neppure una virgola”.
E così accadde. Nel contratto c’è anche una Porsche fiammante espressamente richiesta dal calciatore portoghese.
Alla mattina Paulo Futre era un calciatore dell’Inter … la sera stessa fu presentato come nuovo acquisto dell’Atletico in un locale di Madrid davanti a cinquemila persone

… 

Ps: ancora oggi Paulo Futre racconta divertito di quel contratto stipulato con il Presidente Jesus Gil. “Sono stato uno scemo … perché una Porsche ? Avrei dovuto chiedere una Ferrari !!!”