Manlio Scopigno e lo scudetto a Cagliari

Il Cagliari sta vincendo di misura una importantissima partita di campionato. La tensione, come si dice in questi casi, è palpabile.
In campo e sulle tribune.
E anche, ovviamente sulla panchina dei sardi, dove l’allenatore Manlio Scopigno sta seguendo l’incontro con l’immancabile sigaretta fra le labbra e la sua solita, impassibile flemma.
Ad un certo punto uno dei calciatori di riserva seduto a poca distanza da lui gli si rivolge senza minimamente tradire la sua ansia “Mister, quanto manca ?”.
Scopigno si gira lentamente verso il suo calciatore e risponde “A cosa scusa ?”.
Ecco, in questo aneddoto c’è tutto Manlio Scopigno.
Ironico ed autoironico, intelligente, colto, controcorrente e carismatico.
E dimenticato da tutti.
Tranne forse che nella sua Rieti (gli hanno intitolato lo stadio anche se solo nel 2005) e nella Sardegna dove si consacrò.
Questo è l’assurdo e inspiegabile destino di uno degli allenatori più innovativi di tutta la storia del calcio italiano. Scopigno è stato capace di portare sul tetto dell’Italia calcistica una squadra del Mezzogiorno, il Cagliari.
Per la prima volta nella storia del calcio italiano. 
Squadra costruita con sagacia e con pazienza.
Con tanta qualità certo, ma plasmata meravigliosamente da un uomo che sapeva capire gli uomini ed ottenerne il massimo.
Gigi Riva, l’immenso Gigi Riva, icona assoluta di quella squadra, disse più di una volta che per lui, per Manlio Scopigno, lui e gli altri componenti della rosa sarebbero andati in guerra se questo friulano minuto e con lo sguardo furbo come quello di una volpe glielo avesse chiesto.
“Gli volevamo bene. Perché oltre che un grande allenatore era una persona buona e onesta”.
Tutto vero.
Onesto e diretto. Sincero e coerente. In un mondo, quello del calcio, dove queste doti non sono mai state apprezzate anzi, dove spesso sono considerate un limite.
Doti non certo ideali per farsi degli amici non solo nel “palazzo del calcio” ma anche fra i vari dirigenti di Club, pronti praticamente a tutto pur di ottenere il loro posticino al sole e un minimo di ribalta.
Ma l’impresa di Cagliari resta e resterà per sempre nella memoria del popolo sardo anche se nel resto d’Italia e dai grandi club tradizionali fu vissuta come un semplice incidente di percorso.

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Manlio Scopigno arriva al Cagliari nel 1966.
Fu un po’ una sorpresa visto che a Bologna, nella stagione precedente fu esonerato
 dopo solo cinque giornate di campionato nonostante due vittorie, un pareggio e due sconfitte.
Ma immediatamente riesce a forgiare una squadra assolutamente competitiva.
Ci sono già giocatori che si riveleranno fondamentali nel successo in campionato di pochi anni dopo.
I difensori Pierluigi Cera, Mario Martiradonna, Comunardo Niccolai, il centrocampista brasiliano Nené e il regista Ricciotti Greatti … oltre naturalmente al giovanissimo Gigi Riva che in quella stagione segnerà ben 18 reti, vincendo la classifica cannonieri e attirando su di sé le attenzioni di tutte le grandi potenze del campionato, a cominciare dalla Juventus che per anni cercherà, invano, di strappare “Rombo di tuono” dal suo Cagliari.
Al termine di quella stagione arriva un sesto posto sorprendente e la consapevolezza che questa squadra, nella quale è arrivato anche un giovane e promettente centravanti che si chiama Roberto Boninsegna, ha tutto per rimanere ai vertici della massima serie.

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In estate il Cagliari viene invitato ad un torneo che si gioca negli Stati Uniti, dalle caratteristiche molto particolari.
Con il nome di Chicago Mustangs gioca in pratica il Cagliari, con tanti giovani e qualche rinforzo esterno come Hitchens dall’Atalanta. Cagliari (o meglio “Chicago Mustangs”) che si comporta onorevolmente chiudendo al terzo posto il torneo e vincendo, proprio con Roberto Boninsegna, la classifica dei marcatori.
A fine torneo la comitiva cagliaritana viene invitata ad un ricevimento presso l’Ambasciata italiana a Washington.
Sono quelle occasioni formali che Manlio Scopigno detesta più di ogni altra cosa.
Probabilmente beve un bicchiere di troppo (lui che non ha mai negato la passione per Whisky e Champagne) per vincere la noia di quella giornata e ad un certo punto le esigenze corporali lo costringono ad una “fermata improvvisa” nel bel mezzo del cortile dell’Ambasciata.
Qualcuno nota Scopigno intento ad urinare, qualcun altro pare che scatti una foto e un gesto sostanzialmente innocuo viene montato in maniera indegna e vergognosa.
Bigotti e ipocriti si scatenano. In breve una cosa assolutamente innocente (anche se magari poco elegante) si trasforma in uno scandalo.
Qualche dirigente invidioso all’interno del Club non vede l’ora di poter attaccare il Mister del Cagliari reo di non avere mai troppo tempo per la categoria.
Si arriva addirittura al licenziamento di Scopigno, tra lo sbigottimento generale dei tifosi e soprattutto dei membri della rosa che avevano già imparato ad amare e ad apprezzare questo allenatore che del dialogo, del rispetto e dell’importanza dei rapporti umani aveva fatto le sue caratteristiche principali.
Le doti di Scopigno non sono passate però inosservate.
E se è vero che rimarrà ufficialmente disoccupato per tutta la stagione successiva in realtà l’Inter di Angelo Moratti ha già messo gli occhi su di lui.
Viene pagato (profumatamente !) dal massimo dirigente nerazzurro per restare fermo un anno
, non accettando proposte di altri Club in attesa di sedersi sulla panchina del “biscione” la stagione successiva, al posto del mago Helenio Herrera ormai giunto al capolinea della sua vincente esperienza interista.
Alla fine di quel campionato però il grande Angelo Moratti decide di lasciare la squadra nelle mani del nuovo Presidente Ivanoe Fraizzoli.
Scopigno non è più l’uomo designato del nuovo corso nerazzurro.
Gli verrà preferito l’esperto Alfredo Foni.
A Cagliari però hanno capito l’errore compiuto un anno prima e a furor di popolo Manlio Scopigno torna a sedersi sulla panchina dei sardi.
L’impatto è immediato e devastante.
Il Cagliari torna ad essere una squadra assolutamente competitiva e la maturazione dei suoi giovani talenti, Gigi Riva in primis, la trasformano in una outsider di tutto rispetto nella corsa allo scudetto.
E se al termine della stagione 1968-1969 questo risultato verrà solo sfiorato (2° posto finale dietro alla Fiorentina del “petisso” Bruno Pesaola) nella stagione successiva arriverà quel titolo di campione d’Italia che sarà l’orgoglio intero di una regione, fino a quel momento considerata ingiustamente come una terra di “pastori e banditi”.
Scopigno resterà al Cagliari ancora due stagioni. La prima chiusa con un dignitoso 7mo posto (e senza Gigi Riva per più di metà stagione) quella successiva con un eccellente 4° posto finale e un posto nella Coppa Uefa della stagione successiva.
Al termine di quella stagione Manlio Scopigno chiuderà però la sua avventura sull’isola, fermandosi per una stagione intera per coltivare le sue passioni, la lettura e le partite a carte con gli amici … con una bottiglia di champagne sempre pronta e fresca sul tavolo.
Lo chiama la Roma all’inizio della stagione 1973-1974.
Ma Roma non è una piazza adatta al suo stile pacato, riflessivo 
e che ama sfuggire ai riflettori.
Un inizio di campionato disastroso (4 sconfitte e una sola vittoria nelle prime 6 partite) convincono il Presidente Anzalone a prescindere dal “filosofo” nato in Friuli quasi 50 anni prima.
Chiuderà la sua esperienza in panchina con l’avventura, tutto fuorché positiva, al Lanerossi Vicenza dove prima retrocederà al termine della stagione (arrivando però a cinque giornate dalla fine con la squadra già con un piede e mezzo in Serie B) e poi, complice uno stato di salute precario, lascerà definitivamente la panchina dei biancorossi nel febbraio del 1976.
Incredibilmente, a soli 51 anni, a Manlio Scopigno non verrà più offerta una panchina degna della sua bravura e, con un po’ di acredine, uscirà definitivamente dal mondo del calcio spegnendosi nella sua Rieti nel settembre del 1993, a 67 anni.


ANEDDOTI E CURIOSITA’

E’ con ogni probabilità l’aneddoto più conosciuto riguardante Manlio Scopigno ma vale comunque la pena di ricordarlo.
Il Cagliari è in albergo nel classico ritiro come ogni sabato sera in vista della partita di campionato del giorno seguente. E’ notte inoltrata. I calciatori della compagine sarda sono nelle loro camere a riposare. Non tutti però. A qualche dirigente della squadra sarda è giunta all’orecchio la voce che alcuni membri della rosa hanno abitudini non proprio consone ad un atleta professionista.
L’allenatore Scopigno viene informato della cosa.
E’ già abbondantemente passata la mezzanotte quando il Mister del Cagliari si dirige verso la stanza che gli è stata indicata come quella dei “viziosi”.
E’ la camera dove dormono (o dovrebbero dormire …) Gigi Riva e Roberto Bonisegna.
Scopigno apre la porta. La stanza è avvolta da un’unica grande nuvola di fumo. Ci sono anche un paio di bottiglie non esattamente di acqua minerale. 
Sono in quattro, tutti con le carte in mano e la sigaretta in bocca. Riva, Albertosi, Boninsegna e Cera.
Nel silenzio più assoluto Scopigno entra, prende una sedia e si siede a fianco dei suoi calciatori.
Poi porta una mano verso il taschino della giacca.
Estrae una sigaretta e poi con tutta la calma del mondo chiede “Dà fastidio se fumo ?”.
Scoppia una risata generale, grassa e liberatoria !
Niente ramanzine, niente multe o punizioni.
Il giorno dopo il Cagliari vincerà quella partita per 3 reti a 0.

L’esperienza traumatica di Bologna (licenziato dopo 5 partite di cui 2 vinte e una pareggiata) lascerà il segno per diverso tempo nell’animo del Mister di origine friulana.
Licenziamento che tra l’altro gli arriva tramite un biglietto consegnatogli a mano da uno dei galoppini del presidente felsineo Luigi Goldoni.
Scopigno legge il biglietto senza battere ciglio.
Il fattorino del Presidente chiede a questo punto se deve riferire qualcosa.
“Si” gli risponde Scopigno “Gli dica che nel biglietto ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato” fu la meravigliosa risposta.

Qualche anno dopo un cronista ebbe l’ardore di chiedere a Scopigno se nel caso di una chiamata, sarebbe tornato a Bologna. “Certo !” rispose lui “con un aereo da bombardamento”.

Il giorno del trionfo nel campionato del 1970 tutto il Cagliari è invitato alla Domenica sportiva.
Il conduttore, il compianto Enzo Tortora, si rivolge così al Mister dei sardi. “Di lei signor Scopigno hanno detto che è il filosofo, l’enigmatico, il sornione, l’ironico e lo scettico … Insomma Scopigno, lei chi è ?”
“Uno che in questo momento ha tanto sonno” è la sua fantastica risposta.

Un altro dei giocatori con cui Scopigno aveva un rapporto profondo e di stima reciproca era lo stopper Comunardo Niccolai, famoso all’epoca più per i suoi decisivi autogol che per la sua grande bravura di difensore.
Nella partita probabilmente decisiva per lo scudetto, quella giocata a Torino contro la Juventus nel marzo del 1970, Niccolai con una deviazione di testa mette il pallone alle spalle di Albertosi permettendo così alla Juventus di portarsi in vantaggio.
Scopigno, che assiste dal match in tribuna a causa di una lunga squalifica commenta “Beh, almeno è un bell’autogol”.

Sempre con la sua ironia e come ulteriore testimonianza di affetto verso il suo difensore, durante i Mondiali del Messico ai quali partecipa anche Niccolai convocato da Valcareggi come riserva di Roberto Rosato, Scopigno dichiarerà che “tutto mi sarei aspettato dalla vita ma non di vedere Niccolai via satellite, a colori e in Mondovisione !”

Uno dei suoi bersagli preferiti era l’ala destra Corrado Nastasio, acquistato inizialmente con il compito di rifornire di cross dalla fascia Riva e Boninsegna. 
Purtroppo per il giocatore livornese nella stessa estate Boninsegna finì all’Inter e nella contropartita arrivò Domenghini, che fece sua la fascia destra, nel Cagliari e nella Nazionale.
Nastasio era un ala veloce, ma con “piedi” e visione di gioco piuttosto limitati.
Con la sua irruenza finiva spesso per trascinarsi il pallone oltre la linea di fondo.
A quel punto Scopigno mise un cartello pochi centimetri fuori dal rettangolo di gioco appositamente per Nastasio.
Sul cartello c’era scritto “QUI FINISCE IL CAMPO”.

Infine la filosofia in pillole di Scopigno che riassume perfettamente la sua visione del mondo del pallone.
“Il più pulito nel calcio è il pallone. … quando non piove”. 

Incontri Domenicali sui Campi…

Ciao a tutti, oggi mi scuserete ma vorrei scrivere, brevemente, di quello che mi è capitato ieri al campo.

Ore 13:30 prepartita campionato Under 17 Nazionali tra Cremonese e Milan, arriva il pullman dei rossoneri e chi scende ?

Il mio allenatore dei portieri “avversario” che segue il Milan non è altro che il mitico Nelson Dida, portiere che non ha bisogno di presentazioni direi .

Gli stringo la mano e ci scambiamo un ” Ciao Mister ” che per me, abituato al calcio cosiddetto minore, è stata una bella emozione.

Fino a ieri l’avevo visto solo in tv e invece eccolo di fronte a me che scambia quattro chiacchiere in maniera molto amichevole.

Ad un certo punto gli dico ” Mister, lo sai vero che prima di andare ti rubo un selfie…..” e lui in maniera molto tranquilla e disponibile ” Certo Mister, non c’è problema !”Incontri

So che a molti forse non importerà ma per me è stata una bella soddisfazione !!

A presto !!

Casagrande: l’Ascoli nel cuore

Non c’è una sola persona ad Ascoli che non conosca il suo nome.
Mio figlio ha 16 anni, va in Curva Sud da 3 e ama l’Ascoli da sempre.
Lui è uno di quelli che si mette dietro la nostra bandiera più grande.
In quella bandiera c’è l’immagine di un calciatore con la nostra maglia.
Ha lunghi capelli riccioli che gli arrivano fino alle spalle e la barba incolta.
Sembra più il chitarrista di un gruppo heavy-metal che un calciatore.
Invece era proprio un calciatore … e che calciatore !

Il suo nome è WALTER JUNIOR CASAGRANDE.
Mio figlio sa tutto di lui, molto più di quello che so io che invece ho avuto la fortuna di vederlo giocare.
Arrivò da noi nell’estate del 1987.
Veniva dal Porto, fresco campione d’Europa.
Anche se lui in quella finale fu un semplice spettatore non pagante, seduto per tutto il match sulla panchina dei portoghesi.
L’anno prima aveva giocato i Mondiali del Messico con il Brasile e l’idea che un nazionale brasiliano venisse da noi ad Ascoli non fu facile da credere.
Sapevamo anche che aveva avuto qualche guaio con la giustizia per qualche vizietto non proprio legale …
Ma il nostro grande presidente, Costantino Rozzi, sborsò più di un miliardo delle vecchie lire per lui.
Una cifra importante per lui e per l’Ascoli.
“Tutti da ragazzi abbiamo fatto qualche sciocchezza” minimizzò il nostro presidente all’epoca.
E se Rozzi, notoriamente … molto attento (eufemismo) con il suo denaro aveva sborsato una cifra del genere si poteva stare tutto sommato abbastanza tranquilli.
Lo vidi per la prima volta in Corso Vittorio Emanuele, posto abituale di ritrovo per noi tifosi.

Casagrande
Era appena arrivato ad Ascoli.
Capelli lunghi, barba, occhiali scuri, jeans sdruciti e tracolla di cuoio.
… sembrava scappato da una comune hippie.
Qualche tifoso commentò “quiste me pare nu barbone !”.
Casagrande sentì il commento … e sorrise.
Probabilmente lo aveva preso per un complimento …
In campo era davvero tanta roba !
Fortissimo nel gioco aereo, aveva una eccellente tecnica di base e pur non essendo certo un fulmine di guerra con il suo metro e novanta abbondante si muoveva su tutto il fronte d’attacco, facendo da punto di riferimento per i compagni, appoggiando palloni su palloni e lasciando il giovane Scarafoni negli ultimi 16 metri con il compito di metterla dentro.
Fu una stagione tribolata e bellissima.
Ci salvammo proprio sul filo di lana, con un solo punto di vantaggio sull’Avellino, sconfitto al nostro “Del Duca” alla terz’ultima giornata di campionato.
Fu un pochino meno sofferta la stagione successiva dove il nostro “Casao Meravigliao” (così lo chiamavamo tutti quanti ai tempi) giocò pochissimo a causa dei tanti infortuni ma trovammo un Bruno Giordano che ci regalò grandi prestazioni e i gol sufficienti per mantenerci nella massima serie.
Alla fine della stagione 1989-1990 però arrivò la retrocessione nella serie cadetta.
Fu una stagione bastarda dove tutto quello che poteva andare storto ci andò.
Arrivammo ultimi.
In quella estate la preoccupazione di tutta la tifoseria dell’Ascoli era quasi palpabile.
Temevamo che la squadra potesse sfaldarsi.
Ormai ci eravamo abituati alla serie A e tornare tra i cadetti avrebbe potuto togliere entusiasmo a tutti quanti, tifosi e dirigenza.
Non al nostro grande Presidente Rozzi però.
Lui di lottare non ha mai smesso un secondo, pur sapendo che occorreva ridimensionarsi un po’ e che gli stipendi, soprattutto ai giocatori più importanti, non potevano essere gli stessi.
A questo punto però entro prepotentemente in scena lui, il nostro riccioluto centravanti.
Eravamo tutti convinti che sarebbe stato il primo ad andarsene, sia per l’alto ingaggio sia perché, nonostante gli ultimi due anni costellati da tanti infortuni, era uno dei pochi ad avere richieste concrete e importanti.
Invece accadde l’incredibile.

Casagrande
“Presidente, io da qua non mi muovo” disse il nostro “Casao” a Rozzi.
“Voglio restare qui e dare il mio contributo per riportare l’Ascoli in Serie A”.
Sembrava inizialmente solo il classico gesto di riconoscenza verso una dirigenza ed una città che lo aveva accolto e amato fin dal primo momento.
Niente di più sbagliato.
Walter Junior Casagrande faceva sul serio, tremendamente sul serio.
Insieme a Rozzi si inventarono una formula di contratto quasi a “cottimo”, in base al rendimento.
Pur avendo avuto tanti problemi fisici e pur non essendo esattamente un “goleador” Casagrande propose a Rozzi questo patto: giocare più di 30 partite e fare più di 20 gol.
Sembrava una follia.
Walter Casagrande giocò 33 partite, segnò 22 reti e l’Ascoli tornò in Serie A.
… entrando nel cuore di tutti noi per non uscirci mai più.



ANEDDOTI E CURIOSITA’

In quella stessa estate il Torino farà un’offerta sensazionale per “Casao”: 5 miliardi di lire per portarlo al Comunale.
Casagrande gioca due eccellenti stagioni a Torino. 

Nella prima arriverà un terzo posto in campionato e soprattutto una fantastica cavalcata in Coppa Uefa che porterà i granata fino alla finale, persa solo per la regola dei gol segnati in trasferta contro l’Ajax.
Dopo il 2 a 2 di Torino infatti (con doppietta di Casagrande) arriva il pareggio a reti inviolate di Amsterdam che consentirà ai lancieri di alzare il trofeo.

Nella sua parentesi granata oltre alla finale suddetta e al trionfo in Coppa Italia della stagione successiva ci sarà una partita in particolare che farà entrare Casagrande anche nel cuore dei tifosi granata.
E’ il 5 aprile del 1992 e una sua doppietta permetterà al “Toro” di aggiudicarsi il derby della Mole ai danni dei cugini bianconeri.
Con una soddisfazione doppia: quella di cancellare completamente i sogni di scudetto della Juventus in quella stagione.

Casagrande

Il nome di Walter Junior Casagrande è legato indissolubilmente ad una delle pagine più straordinarie della storia del Corinthians, club nel quale “Casao” ha iniziato la carriera ed è tornato a più riprese.
Nel 1982, durante il periodo della feroce dittatura di  João Baptista de Oliveira Figueiredo il Corinthians intraprende una strada coraggiosa e rivoluzionaria. E’ la famosa “Democracia Corinthiana” che con una totale autogestione di tutte le attività della squadra (allenamenti, ritiri, premi partita, tattiche di gioco ecc.) dà una spallata importante ad una dittatura che mostra sempre più crepe.
Socrates, Vladimir e il giovanissimo Casagrande sono i leader di questa autentica rivoluzione.
A cominciare proprio dalla parola “Democracia”, vietata dal regime e addirittura impressa sulle maglie dei calciatori del Corinthians.
Casagrande, il dottor Socrates e compagni trionferanno in due campionati “Paulista” consecutivi prima che, con la partenza dei due nel 1984 il Corinthians non ritorni ad essere una squadra “normale” … finalmente però in un Paese democratico.

Proverbiale un suo diverbio con il portiere Leao, titolare in Nazionale e non esattamente “simpatizzante” del movimento “democratico”. Al termine di una partita Leao se la prende arrabbiatissimo con alcuni suoi compagni della difesa rei di aver lasciato troppo spazio agli attaccanti avversari.
“Qui non esistono “colpevoli”. Qui siamo tutti responsabili e tutti in egual misura. Tu compreso” fu la secca risposta del diciannovenne Casagrande al navigato portiere.

Dopo una stagione al San Paolo “Casao” fa ritorno a casa.
E’ il 1985. Inizia a segnare con continuità e il livello delle sue prestazioni è tale che Telé Santana, il CT del Brasile, lo inserisce stabilmente nel suo “11” titolare.
Casagrande ricambierà appieno la fiducia segnando  gran parte dei gol che permetteranno al Brasile di qualificarsi per il Mondiale Messicano dell’estate successiva.
In quel Mondiale però Casagrande non terrà fede alle attese e dopo le prime due partite giocate da titolare contro Spagna e Algeria verrà relegato in panchina in quelle successive.

Al termine della carriera calcistica però la vita di Casagrande prende completamente un’altra piega, la peggiore.
E’ lo stesso Casagrande a raccontarsi in diverse interviste.

“Quando smisi di giocare mi sembrò che la mia vita intera smettesse di avere un senso. Non avevo più alcun stimolo per alzarmi dal letto alla mattina. Mi sentivo vuoto e inutile. Per colmare questo vuoto ho scelto la maniera peggiore possibile: la droga.
Non ero mai stato un santo in gioventù ma adesso non era più qualcosa per sballare un po’ o “aprire nuovi spazi della mente” come mi raccontavano i miei idoli da ragazzo Jim Morrison e Jimi Hendrix.
Stavolta era molto peggio. Era l’unica cosa che mi interessava veramente fare. Mi facevo di tutto, cocaina ed eroina comprese. Passavo giornate intere in casa da solo a fumare, sniffare, bere e bucarmi. Ero avido di droga, come prima lo ero di calcio.
Toccai il fondo nell’ottobre del 2007.

Non riuscivo più a chiudere occhio.
Vedevo mostri, bestie, demoni dappertutto. Erano veri e propri incubi ad occhi aperti.
Presi la mia auto e scappai, senza una meta precisa.
Mi addormentai al volante. Quando mi risvegliai ero in ospedale. Mi ero ribaltato con la macchina e finendo per investirne altre cinque.
Ero vivo per miracolo.
La mia famiglia mi obbligò ad andare in un centro per disintossicarmi.
Mio figlio più grande, Victor Hugo, fu determinante. Non aveva ancora 20 anni ma si comportò da uomo.
“Papà, non voglio che tu muoia. E se per evitarlo ti devo trascinare a calci dove possano prendersi cura di te sappi che lo farò”.

Casagrande

Nell’autunno dell’anno successivo Walter Casagrande esce da quel centro. Da allora quel vuoto lo ha colmato con il calore della sua famiglia con tante nuove passioni.
La lettura e la scrittura, la palestra e le tante visite nelle scuole, in carceri minorili e in centri di riabilitazione a raccontare la sua esperienza di vita.
A 56 anni di cose da fare ce ne sono ancora tante.

Walter Casagrande è tornato ad Ascoli nel maggio del 2016.
L’affetto dei tifosi bianconeri non è mutato.

Anzi. Evidentemente il racconto dei padri ai figli, come avveniva nella più pura tradizione contadina, ha se possibile ulteriormente ingigantito il mito, trasformandolo nella icona assoluta della curva sud ascolana, popolata per lo più da ragazzi che, quando Casagrande giocava, non erano ancora nati.

Whiteside: sul tetto del mondo a 17 anni

“Non ho mai visto uno spogliatoio così silenzioso.
Mi guardo intorno e vedo i miei compagni di squadra emozionati come bambini il primo giorno di scuola.
Gente come Sammy Mc Ilroy, come Martin O’Neill, come Pat Jennings (vabbè, lui silenzioso lo è sempre !) o come Mel Donaghy.  Perfino Jimmy Nicholl, che gioca con me al Manchester United e che di solito non tace neppure in chiesa oggi  se ne sta buono buono in un angolino.
Gente che in carriera ha giocato mille battaglie e che davvero ne ha viste di tutti i colori adesso è qua intorno a me a guardarsi le punte degli scarpini o a starsene con gli occhi chiusi e la testa appoggiata al muro.
Beh, il motivo c’è ed è più che valido.
Fra poco più di un ora andremo in campo a giocare una partita che Pat, Sammy, Jimmy e molti altri  pensavano non sarebbero mai arrivati a giocare: una partita della fase finale del Campionato del Mondo di calcio.
Giocheremo contro la Jugoslavia.
Sarà la prima partita della fase finale di questi mondiali spagnoli.
Noi siamo l’Irlanda del Nord e il mio paese non si qualifica per la fase finale di un Mondiale dal 1958.
E io, a 17 anni e 41 giorni, fra poco sarò in campo insieme ai miei compagni.
Se ci penso mi viene quasi da ridere !
Io che non ho ancora la patente di guida e che, teoricamente, non posso ancora andare a bere al pub.
Giocherò i mondiali di calcio quando Georgie Best, l’icona assoluta del mio piccolo paese, non ce l’ha mai fatta.
Siamo degli outsider e niente di più. Questo lo sappiamo bene.
E poi nel nostro girone oltre alla Jugoslavia, che è una gran bella squadra, ci sono anche i padroni di casa spagnoli oltre al piccolo Honduras con il quale se non altro possiamo giocarcela alla pari.
Cerco di dire qualche battuta, di rompere un po’ questa tensione che quasi si tocca con mano.
“Fuck off Smiley ! Lasciaci in pace” è la risposta di Chris Nicholl subito assecondato dagli altri.
Già Smiley, “sorriso”, il mio soprannome.
Io sono fatto così.
Mi piace sdrammatizzare tutto e affrontare tutto quello che viene con il sorriso sulle labbra.
D’altronde come potrebbe essere diversamente ? Ho solo 17 anni, ho già esordito nel Manchester United e adesso sto per giocare i Mondiali di calcio.
Come potrei non essere felice ?



L’Irlanda del Nord giocherà quel Mondiale di Spagna del 1982 andando ben oltre le più rosee previsioni della vigilia.
Due pareggi con Jugoslavia e Honduras sembrano in realtà pregiudicare il passaggio al turno successivo ma contro la Spagna, nell’ultima partita del girone, arriva un’impresa assolutamente inattesa quanto storica.
La piccola Irlanda del Nord con un gol del suo attaccante Gerry Armstrong strapperà una vittoria che significa primo posto nel girone e qualificazione al turno successivo, dove però la Francia di Michel Platini riporterà sulla terra i ragazzi di Billy Bingham. 
Norman Whiteside, il giocatore più giovane ad aver mai giocato in una fase finale del Mondiale battendo addirittura il Pelè del 1958 in Svezia, sarà una delle rivelazioni di quel torneo.
Un fisico imponente che non teme lo scontro fisico, un eccellente tecnica individuale, una grande capacità di protezione della palla e una visione di gioco sorprendente per un ragazzo della sua età.
Cresciuto con la pesantissima etichetta di “nuovo George Best” pare che per il ragazzo di Belfast, cresciuto nel celeberrimo quartiere di Shankill, il futuro possa riservare ogni tipo di successo e di soddisfazione.
… non sarà così … 
 
NORMAN WHITESIDE

Già quando NORMAN WHITESIDE ha solo 13 anni si parla di lui come di un potenziale fenomeno.
Il Manchester United ce l’ha nel mirino da tempo.
A scoprirlo è stato ancora una volta Bob Bishop, lo scout del Manchester United che portò all’Old Trafford proprio George Best.
Ma tutte le più grandi squadre inglesi sanno benissimo chi è Norman Whiteside e il Liverpool sarà l’ultimo club ad arrendersi.
A 14 anni Norman Whiteside entra di fatto nelle giovanili dei Red Devils e la sua carriera subirà un’accelerazione impressionante.
I problemi fisici che però condizioneranno in maniera decisiva la carriera di Whiteside non tardano ad arrivare. 
La svolta, in negativo, nella carriera del possente ragazzo di Belfast, arriva l’anno successivo, quando Norman ha solo 15 anni.
“Avevo uno stiramento all’inguine. A Belfast tutti parlavano di questa specie di “santone”, un certo Bobby Mc Gregor, fisioterapista del Glentoran. Decisi di andare da lui a curare questo problema. Fu l’inizio della fine. Mi trattò con dei massaggi dalle cosce fino all’addome in maniera così violenta che mi sembrò di sentire il mio bacino spostarsi. Fatto sta che quando uscì dal suo studio mi accorsi che non riuscivo quasi più a ruotare sui fianchi e soprattutto avevo perso gran parte della mia velocità.”
Da sempre si è detto che il limite più grande di Whiteside fosse la sua lentezza. “Se fosse stato anche veloce ora parleremo di Norman come parliamo di Pelè, Di Stefano o di Duncan Edwards” queste le parole di Sir Alex Ferguson.
… fino a quel giorno e a quel maledetto incontro con Mr. Bobby Mc Gregor il giovane Norman Whiteside vinceva le gare di velocità ai campionati scolastici …
Non passa neppure un anno che durante una partita del campionato riserve contro il Preston un apparentemente innocuo tackle manda ko il ginocchio destro di Whiteside.
C’è una cartilagine in briciole e una lunga operazione per “ripulire” il ginocchio.
Whiteside rimane fermo per sette lunghi mesi prima di ricominciare a giocare nel gennaio del 1982. E’ l’infortunio che in pratica ne condizionerà tutta la carriera … e pensare che se fosse accaduto solo pochissimi anni dopo l’intervento sarebbe stato in artroscopia e Whiteside sarebbe stato fermo un mese al massimo …
Nonostante questo Whiteside riprende a giocare e le sue prestazioni nella squadra riserve convincono l’allora manager del Manchester United Ron Atkinson ad aggregarlo alla prima squadra dove debutta il 24 aprile del 1982 in una partita di campionato contro il Brighton, diventando il secondo più giovane calciatore della storia del Manchester United dopo il grande Duncan Edwards.
Norman Whiteside deve ancora compiere 17 anni.
Nella stagione 1982-1983, subito dopo il suo exploit al Mondiale con l’Irlanda del Nord, si conquista un posto come attaccante titolare dei “Red Devils” a fianco di Frank Stapleton.
 
NORMAN WHITESIDE

Dopo un inizio eccellente (4 gol nelle prime 5 partite) arriva un lungo periodo di astinenza realizzativa compensato poi da un finale di stagione eccellente, dove “Big Norm” scriverà uno dei suoi tanti record: il primo giocatore nella storia del calcio inglese a segnare in ENTRAMBE le finali di Coppa ! Quella di Lega (persa con il Liverpool per 2 reti ad 1) e quella di FA CUP dove segna uno dei 4 gol con cui il Manchester United liquida il Brighton nel replay.
Arriveranno poi due stagioni difficili per Whiteside alle prese con i suoi sempre più ricorrenti problemi fisici.
Tanta panchina e poco spazio in prima squadra.

Poi arriva la svolta, quella che potrebbe dare nuovo vigore alla carriera del giovane attaccante di Shankill.
Il centrocampista Remi Moses, partner di Bryan Robson nel centrocampo dei Red Devils, subisce un grave infortunio.
Atkinson propone a Whiteside di giocare al suo posto, a centrocampo.
L’impatto di Norman è devastante.
L’intesa con Robson è eccellente e i risultati sono immediati.
Nelle quindici partite successive il Manchester United perderà solo una partita.
Whiteside ha intelligenza tattica e tecnica in abbondanza e, con la sua conclamata lentezza, a centrocampo trova in realtà il suo habitat ideale.
Anzi, il suo tempismo negli inserimenti lo rendono spesso difficilmente marcabile per le difese avversarie.
Il Manchester United raggiungerà la finale di quella FA CUP.
L’avversario è l’Everton.

In quel momento i Toffeeman sono la squadra più forte d’Inghilterra e una delle più forti d’Europa.
Sono reduci dalla conquista del campionato e solo 3 giorni prima hanno portato a casa il loro prima trofeo europeo, piegando il Rapid Vienna di Hans Krankl nella finale di Coppa delle Coppe.
Sarà suo il gol partita (e che gol !) nei supplementari, con lo United in 10 per l’espulsione, la prima in una finale di FA CUP, del suo compagno di squadra Kevin Moran.
I continui problemi fisici di Whiteside si uniscono alle voci che descrivono il Manchester United come una sorta di club di alcolisti, dove il pub pare sia frequentato con grande assiduità.
Nel novembre del 1986 arriverà all’Old Trafford Alex Ferguson, reduce dai trionfi in serie con l’Aberdeen.
Si accorge subito che c’è qualcosa che non va.
Le abitudini “alcoliche” 
di molti membri della prima squadra sono fuori controllo e decide di dare uno stretto giro di vite.
Norman Whiteside è tra questi, insieme a Paul Mc Grath e al capitano Bryan Robson.
Ferguson li vede come esempi negativi per il resto della squadra e spinge insistentemente per la loro cessione.
Bryan Robson sarà l’unico che, con le sue eccellenti prestazioni in campo, convincerà Ferguson.
Whiteside e Mc Grath (che nel frattempo hanno cementato una grande amicizia) non avranno che sporadicamente questa possibilità.
Hanno entrambi gravissimi guai alle ginocchia e passano più tempo dal fisioterapista e al pub che in campo.
Nonostante questo Ferguson concede una possibilità a Whiteside che gioca due stagioni di buon livello, tornando a giocare nella sua vecchia posizione al centro dell’attacco.
Si racconta di parecchie violente discussioni con Ferguson per le sue “sessioni alcoliche” ma in campo Whiteside la sua parte la fa comunque sempre.
Quando tutto sembra si sia sistemato per il meglio arriva l’ennesimo infortunio: Norman Whiteside si rompe il tendine di Achille.
Rimane ai box per oltre un anno e quando rientra nel Manchester United non c’è più posto per lui.
Alex Ferguson sa del valore di Whiteside e inizialmente chiede un milione di sterline tonde tonde per il suo cartellino. Ma nel calcio i segreti non esistono. Tutti sanno dei problemi di Norman Whiteside e le offerte sono molto lontane dalla cifra richiesta.
L’unica in qualche modo ad avvicinarsi maggiormente alla richiesta dello United sarà proprio l’Everton che mette sul piatto 600 mila sterline più altre 150 mila al raggiungimento di Whiteside delle 50 partite con la maglia dei Blues di Goodison Park.
Così Norman Whiteside, tra la rabbia dei tifosi del Manchester United per i quali è un idolo assoluto e la gioia di quelli dei “Toffees”, approda al Goodison Park.
Firma un contratto per quattro stagioni e pare che proprio Alex Ferguson gli faccia da agente … strappando per lui un contratto con il nuovo team praticamente raddoppiando quanto guadagnava allo United !
Whiteside gioca una prima stagione eccellente.
Diventa l’autentico regista del centrocampo dell’Everton e in 35 partite ufficiali segna la bellezza di 13 reti, cifra realizzativa importante per un centrocampista.
Anche i suoi guai fisici sembrano essersi se non proprio risolti, decisamente ridotti.
Purtroppo è solo un’illusione.
A metà settembre, durante una partita amichevole, il ginocchio di Norman Whiteside cede ancora.

Occorre un’altra operazione, l’ennesima.
Quando rientra però si accorge che stavolta qualcosa di irreparabile è accaduto.
Si rende conto definitivamente che il suo ginocchio, martoriato da 9 operazioni in altrettanti anni, non gli garantisce più un rendimento all’altezza della sua fama.
C’è solo una cosa che un uomo dello spessore e dell’onestà intellettuale di Whiteside può fare: ritirarsi dall’attività agonistica.
“Avevo ancora due anni di contratto, il più ricco di tutta la mia carriera. Potevo tranquillamente tirare avanti tra qualche partita in prima squadra, qualche settimana in infermeria e tante partite nel campionato riserve.
Ma avrei solo preso in giro un grande club come l’Everton, i suoi meravigliosi tifosi e soprattutto me stesso.” Queste le parole di Whiteside in quel giugno del 1991.
Ha solo 26 anni, l’età in cui un calciatore sta entrando nel suo migliore periodo agonistico.
Sono in molti a temere per l’equilibrio emotivo di Norman.
In fondo bere non gli è mai dispiaciuto e a 26 anni, con una carriera finita ancora prima di arrivare al suo zenit e con tanti soldi in tasca Norman Whiteside non sarebbe né il primo né l’ultimo ad essere trascinato nel terribile binomio “depressione più alcolismo”.
Non sarà così.
Anzi.
Norman Whiteside si metterà a studiare.
Da fisioterapista.

Tornando sui banchi di scuola insieme a ragazzi spesso molto più giovani di lui.
Prenderà addirittura una specializzazione in podologia aprendo uno studio a Manchester.
“Spesso per lavoro ho a che fare con ragazzi che magari giocano già nei settori giovanili di club prestigiosi e mi chiedono consigli calcistici. Io gliene do uno solo: studiate e preparate per la vita sempre un piano “B” perché il mondo del calcio sa essere spietato come pochi”.
Infine una considerazione su quello che è stato e quello che avrebbe potuto essere.
Non ho rimpianti. Anche se solo per pochi anni sono stato ai vertici della mia professione pur giocando a calcio per troppo poco tempo è vero … ma molto meglio così che non esserci mai arrivati !”.
 
NORMAN WHITESIDE

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Quando Billy Bingham, il manager dell’Irlanda del Nord, lo convoca per uno stage pre-mondiale a Brighton Whiteside non ha ancora giocato due ore di calcio professionistico con il Manchester United.
Durante questo stage però Whiteside impressiona tutti quanti. Primo fra tutti il grande Pat Jennings che durante una partitella in allenamento si vede superare da un fantastico tiro ad effetto di Whiteside … molto simile a quello che realizzerà pochi anni più tardi nella famosa finale di FA CUP contro l’Everton.

Fin dagli esordi Whiteside dimostra, oltre che una tecnica e una visione di gioco non comuni, una notevole prestanza fisica e altrettanta aggressività. Talmente tanta che nei primi anni di carriera in Irlanda del Nord venne soprannominato “Lo skinhead di Shankill”.

Ai Mondiali del 1982 come detto batterà il record di Pelé come più giovane calciatore ad aver giocato in una fase finale del campionato del Mondo.
Oltre alle performance di grande qualità di lui si ricorda ancora una importante lezione rifilata a Juanito, la fortissima ala di Real Madrid e della Nazionale spagnola, famoso per le sue doti di provocatore.
Norman Whiteside con un tackle lo sollevò letteralmente da terra scaraventandolo contro i tabelloni pubblicitari a bordo campo !

Nell’estate del 1984, dopo aver visto Norman Whiteside mettere in grande difficoltà la Juventus nella semifinale della Coppa delle Coppe, il Milan è pronto a sborsare l’importante cifra di 1.5 milioni di sterline per il giovane attaccante nord-irlandese. L’offerta è davvero troppo ghiotta. Il Manchester United accetta. Solo che Norman Whiteside non ha nessuna intenzione di lasciare il Manchester United e avventurarsi in un campionato così diverso come quello italiano. Il Manchester United ci proverà in ogni modo a convincere Norman ad accettare il trasferimento, offrendo nel pacchetto 100.000 sterline al giocatore.
Non c’è nulla da fare.

Il Milan dovrà optare per la seconda scelta. Un certo Mark Hateley.

Norman Whiteside ha sempre vigorosamente smentito che tra lui e Alex Ferguson ci fosse un rapporto così negativo come raccontavano i media dell’epoca.
“Ho un grande rispetto di Alex Ferguson. Non so quante grosse offerte economiche ho ricevuto dai tabloids inglesi per attaccarlo e metterlo in cattiva luce. Ho sempre rifiutato perché non ho davvero nulla contro di lui. Solo tanta stima e il rammarico di non aver dato un maggior contributo a causa dei miei problemi fisici” ricorda ancora oggi Whiteside.

Una star a 17 anni e “finito” a 26. Ma sono ancora le parole proprio di Alex Ferguson a descrivere al meglio le grandi doti di questo ragazzo. “Aveva una sicurezza e una calma sotto pressione impressionanti per un ragazzo della sua età. Un equilibrio, una compostezza e una tecnica che gli permettevano sempre di fare la scelta migliore in campo. Era rarissimo vedergli sprecare o perdere un pallone. Freddo nei momenti più caldi della partita e più la partita era importante a più il suo rendimento aumentava. Quando parliamo di Norman Whiteside parliamo di un calciatore molto ma molto vicino alla categoria dei “geni del calcio”.

Non mollare Appie!

Justin Kluivert quando arrivò alla Roma scelse il numero 34. Lo stesso numero di maglia che porta Amin Younes al Napoli, Philippe Sandler al Manchester City e Kevin Diks, in prestito ai danesi dell’Aarhus dalla Fiorentina.
Vebbè, qualcuno deve pur prenderlo quel numero direte voi.
Vero.
Ma quando lo scelgono 4 ragazzi, tutti olandesi e tutti molto giovani, la cosa non può passare inosservata.
Kluivert, Younes, Sandler e Diks sono tutti amici ed ex-compagni di squadra di ABDELHAK NOURI.
Forse a pochi questo nome dice qualcosa.
Ma su chi sarebbe diventato Abdelhak Nouri ci sono ben pochi dubbi.
Sarebbe stata solo una questione di tempo.
All’Ajax e tutti quelli che lo hanno visto in azione su un campo di calcio, ne sono tutti quanti assolutamente convinti: di Abdelhak Nouri si parlerebbe come si parla oggi di Matthijs De Ligt, di Frenkie De Jong, di Donny Van de Beek o come magari prestissimo si parlerà di Carel Eiting.

Abdelhak Nouri giocava con tutti loro nello “Jong Ajax” la squadra giovanile dell’Ajax.
Aveva giocato con loro nella stagione 2016-2017 alla fine della quale fu votato come “IL MIGLIOR CALCIATORE DELLA STAGIONE”.
In prima squadra aveva già esordito, proprio in quella stagione.

Era il 21 settembre del 2016 quando, in una partita di Coppa d’Olanda contro il Willem II, fece il suo debutto. Segnando anche una rete.
Un sogno che si realizzava per questo ragazzo di origini marocchine, nato proprio ad Amsterdam il 2 aprile 1997 e tifoso dei biancorossi da sempre.
Ancor di più da quando, a soli 7 anni, entrò nelle giovanili del Club.
Nel estate del 2017 viene definitivamente inserito nella rosa della prima squadra.
“Appie”, come viene chiamato da tutti, sceglierà il NUMERO 34.






E’ l’8 luglio del 2017.
La preparazione dell’Ajax è iniziata da pochi giorni e nel piccolo stadio di Schwendau, nelle Alpi austriache a meno di 70 km da Innsbruck, si gioca una partita amichevole.
Di fronte all’Ajax ci sono i tedeschi del Werder Brema.
Mancano meno di venti minuti alla fine.
L’Ajax sta spingendo alla ricerca del gol del pareggio.
L’azione si sta sviluppando sulla fascia destra.
Dall’altra parte del campo però c’è un giocatore che sta camminando lentamente disinteressandosi totalmente allo sviluppo del gioco.
Poi improvvisamente si inginocchia a terra e poi si corica di schiena.
Un compagno se ne accorge, alza il braccio per attirare l’attenzione dei compagni.
L’arbitro ferma il gioco.
Passano diversi secondi prima che ci si renda conto che non è stanchezza, non è un infortunio e non è neppure colpa dei 30 gradi abbondanti di quella giornata di luglio.
Intorno al giovane Nouri si muovono tutti con apparente tranquillità.
Per oltre un minuto.
Poi Klaas-Jan Huntelaar si avvicina e i suoi gesti sono di autentico terrore.
A quel punto anche il medico del Werder Brema si precipita in campo.
Passeranno 7 lunghissimi minuti prima che un defibrillatore entri in azione.
Dopo 13 minuti, quando la situazione sembra ormai compromessa, il cuore di Abdelhak Nouri ricomincia a battere
 e il suo respiro torna regolare.
Arriva un elicottero che porta il giovane talento di origine marocchina all’ospedale di Innsbruck. 
I primi segnali sono confortanti. Come spesso accade in questi casi viene indotto il coma ma i primi test a cuore e cervello sono confortanti.
La famiglia di Abdelhak arriva al suo capezzale.
Manca solo il padre, che dopo un anno a lavorare in macelleria era tornato in Marocco per qualche giorno di vacanza.
Ulteriori controlli però svelano un quadro diverso.
Ci sono importanti danni subiti dal cervello.
“Appie” non tornerà mai più su un campo di calcio.

A due anni abbondanti di distanza da quel giorno è ancora in un letto d’ospedale.
E’ uscito dal coma, riconosce i suoi famigliari, riesce a muovere bocca e occhi.
Per la famiglia di Nouri è un passo importante.
Non si arrendono, sono convinti che un pieno recupero sia ancora possibile.
Il padre Mohammed non lavora più in macelleria.
Passa tutti i giorni ore e ore al capezzale del figlio poi arrivano i fratelli Abderrahim e Mohammed a dargli il cambio.
Da quando è tornato ad Amsterdam, nel quartiere di Geuzenveld, gli attestati di affetto e il calore di amici, vicini e semplici tifosi dell’Ajax non hanno mai smesso di arrivare alla famiglia Nouri.
Nel campetto da gioco del quartiere campeggia una grande scritta su un muro “Appie 4 ever”.
Neanche all’Ajax intendono dimenticare questo ragazzino sempre sorridente, allegro e con tanta voglia di giocare a calcio e di imparare.
Sono tutti assolutamente sicuri che “Appie” avrebbe recitato una parte importantissima in questo Ajax che nella scorsa stagione ha incantato il mondo del pallone con il suo gioco offensivo e spettacolare.
Un classico 10, che amava giocare tra le linee e che si adattava benissimo anche partendo dall’esterno. 
Edwin Van der Saar, l’ex grande portiere e ora direttore generale dell’Ajax ha ammesso con grande onestà che “si sarebbe dovuto fare molto di più quel giorno. Troppo tempo perso a liberare le vie respiratorie, troppo tempo perso prima di capire da dove veniva il problema.
… e troppo tempo perso prima di utilizzare il defibrillatore. Se tutto questo fosse stato fatto è possibile che Abdelhak ora sarebbe in condizioni migliori. Non è una certezza, ma è una possibilità”.





TRIBUTI

Il Guardian, il prestigioso quotidiano inglese, nel 2014 (quando Abdelhak aveva solo 17 anni) lo aveva inserito tra i 40 migliori giovani del calcio mondiale.

Ricorda David Endt, che fu general manager all’Ajax fino al 2013.
“Già allora si vedeva che aveva una qualità assoluta. Un giorno gli dissi che il suo stile di gioco mi ricordava quello del grande Andres Iniesta”. “Appie” sgranò gli occhi e rimase per un paio di secondi a bocca aperta prima di bisbigliare un “ma … dice sul serio ? E’ proprio il giocatore a cui mi ispiro ! Grazie Boss !”.

Ousmane Dembélé, l’attaccante del Barcellona, diventò amico di “Appie” durante un torneo giovanile, in cui giocarono come avversari. Nacque una bella amicizia e Ousmane ancora oggi, sui suoi scarpini di gioco, ha inciso il nome “Nouri” e il numero 34.

Due dei migliori amici di Abdelhak sono Frenkie de Jong ora al Barcellona e Donny Van de Beek.
Quest’ultimo va spessissimo a trovare “Appie” e si racconta che spesso rimanga a dormire vicino a lui, nel letto a fianco.

Il 16 aprile di quest’anno è stato proprio Van de Beek a segnare il gol del pareggio dell’Ajax nella sfida con la Juventus nei quarti di finale della Champions League.
“Stavo impazzendo di gioia quando correndo verso i nostri tifosi ho guardato il tabellone luminoso. Avevo segnato al minuto 34. E’ stato Appie, ne sono assolutamente sicuro” ricorda commosso Donny.

All’entrata del museo dell’Ajax, a pochi metri dal “Johann Cruyff Arena”, ci sono tre maglie con il numero 34. Su ognuna di loro, sopra il numero, c’è una parola.
Insieme formano un messaggio “Stay strong Appie”.
Non mollare ragazzo. 

Dener, il Neymar che il destino si portò via

E’ il primo maggio del 1993.
Si gioca per il “Paulistao”
, ovvero il campionato regionale della zona di San Paolo. 
Lo stadio è il “Canindé” di San Paolo dove i padroni di casa del Portuguesa ospitano il Santos.
Nonostante i bianchi di Guga e Axel abbiano i favori del pronostico, i rossoverdi del Portuguesa, piccolo club abituato a fare su e giù tra la serie maggiore e quella cadetta, stanno dando filo da torcere ai più titolati avversari.
Dopo un primo tempo a senso unico in favore dell’ex squadra di Pelè e chiuso dal Santos in vantaggio per 2 reti a 0 quella che si presenta in campo nel secondo tempo davanti ai propri tifosi è una squadra completamente trasformata.
Il Portuguesa mette alle corde il Santos e dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo accorcia le distanze.
E’ un gran colpo di testa di Bentinho che rianima le speranze dei tifosi della “LUSA”, questo il nome con cui è conosciuto il Club tra i propri tifosi e in tutto il Brasile.
Lo stesso Bentinho riporta in parità le sorti del match.
L’azione si sviluppa ancora sulla fascia destra dove Dener, il numero 10 del Portuguesa e indiscusso idolo della torcida “Lusa”,  dopo aver saltato un uomo in dribbling “chiama” un triangolo con un compagno di squadra, guadagna la linea di fondo per poi mettere un invitante pallone all’interno dell’area piccola che deve solo essere spinto in rete.
Bentinho è ancora lì, al posto giusto nel momento giusto.
A metà della ripresa arriva addirittura il sorpasso.
E’ Tico, che sul filo del fuorigioco, viene pescato solo al limite dell’area.
Avanza verso la porta e con un tocco di esterno destro beffa Edinho, il numero 1 del Santos e figlio del grande Pelé.
Ci sono proteste infinite e la partita si scalda improvvisamente.
Il Santos ovviamente non ci sta.
Sono punti fondamentali nella corsa al titolo regionale anche se Palmeiras e Corinthians sembravano avere obiettivamente qualcosa in più in quella stagione.
I bianchi si riversano in attacco.
C’è un calcio di punizione a favore degli uomini allenati da Evaristo de Macedo dalla trequarti.
Il pallone viene rinviato di testa fuori dall’area, raccolto da Tico che lo appoggia a Dener.
Il numero 10 del Portuguesa riceve palla, spalle alla porta, quando si trova si e no dieci metri all’interno della metà campo avversaria. 
E a questo punto si inventa “qualcosa” che ancora oggi, nei racconti dei tifosi del Portuguesa, è considerato IL GOL della storia del Club.

Con un solo tocco stoppa la palla, si gira e con il secondo tocco fa passare la palla tra le gambe di un avversario.
Si lancia verso la porta che è però ad almeno 40 metri di distanza.
Salta un altro avversario, ne supera due in velocità, arriva davanti al portiere del Santos, lo fa sedere con una finta e poi spinge con l’esterno del piede la palla nella porta ormai vuota.
La “torcida” del piccolo “Estadio do Canindé” impazzisce letteralmente.
E’ il gol che chiude definitivamente il match … ed è il gol che consegna Dener Augusto de Souza alla leggenda del Portuguesa e gli apre definitivamente le porte di una carriera che a 23 anni non ancora compiuti, lo ha già visto esordire nella Nazionale maggiore brasiliana.

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Siamo nell’aprile del 1994.
Sono passati meno di 5 mesi da quel gol.
Dener ad inizio anno si è trasferito in prestito al Vasco de Gama, che non ha badato a spese per assicurarsi le prestazioni del giovane talento di Vila Ede per il “Campionato Carioca” (il campionato regionale di Rio de Janeiro) di quella stagione.
Le prestazioni di Dener sono di altissimo livello.
Il suo esordio con il Vasco de Gama è in una mini tournèe in Argentina dove il team di Sebastiao Lazaroni affronta anche il Newell’s All Boys di Diego Maradona.
La prestazione di Dener è talmente spettacolare che a fine partita “El Diego” vorrà complimentarsi personalmente con il ragazzo.

In quel campionato “Carioca” il ruolino di marcia del Vasco è impressionante.
Nel girone di qualificazione al quadrangolare finale per il Vasco di sono 8 vittorie e 3 pareggi … e nessuna sconfitta.
Dener gioca finalmente con quella continuità che finora gli aveva fatto difetto ed è uno dei protagonisti principali di questa trionfale cavalcata.
A tal punto che praticamente tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere il minuto attaccante di proprietà del Portuguesa una certezza tra i 22 giocatori che faranno parte della spedizione negli USA per gli ormai imminenti mondiali.
Dener, che agisce prevalentemente da seconda punta alla spalle del bomber “giramondo” Jardel, ha letteralmente fatto innamorare i sostenitori del Vasco.
Quello che impressiona maggiormente in questo minuscolo attaccante (168 centimetri per 60 chilogrammi di peso) è la capacità di dribbling lanciato in piena velocità e anche chi tenta di fermarlo con le “cattive” scopre ben presto che le sue doti di equilibrio e di agilità sono davvero fuori dalla norma.
La palla sembra non voglia staccarsi dai suoi piedi, vede il gioco, è bravo nell’ultimo passaggio e segna con regolarità.
La Torcida del Vasco ha coniato un ritornello appositamente per lui.
‘Ê cafuné! Ê cafuné! O Dener é a mistura de Garrincha com Pelé!’
Se la parola cafuné è quasi intraducibile (è più o meno una carezza, un gesto delicato) molto più chiara la seconda parte del testo “Dener è un misto fra Garrincha e Pelé !” il complimento più grande immaginabile in Brasile, visto che cita i due più grandi campioni della storia calcistica di questo paese.
Il 17 aprile al Maracanà si gioca Fluminense – Vasco da Gama.
Finirà in pareggio, un 1 a 1 che non sarà certo ricordato negli annali ne per lo spettacolo in sé e neppure per Dener, che verrà espulso durante il match per una lite con il terzino brasiliano Branco, vecchia conoscenza anche del calcio italiano.
Nessuno però può immaginare che quella sarà l’ultima partita di Dener, il minuscolo talento destinato ad una carriera luminosissima.
Subito dopo la partita, giocata il 17 aprile,  Dener rientra a San Paolo.
Non è una semplice gita di piacere nella sua città.

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A San Paolo, insieme ai dirigenti del suo Portuguesa ci sono quelli dello Stoccarda, in quel momento una della squadre più importanti e competitive della Bundesliga.
A caldeggiare il suo acquisto con il team tedesco è nientemeno che Carlos Dunga, arrivato a Stoccarda l’estate precedente dopo le sei stagioni trascorse in Italia con Pisa, Fiorentina e Pescara.
E’ un passo importantissimo per la carriera di Dener e la proposta economica è assai allettante per questo ragazzo che nonostante la giovanissima età è già padre di tre figli.
Dener in passato ha avuto diversi problemi disciplinari:
Allenamenti saltati o arrivando in ritardo, qualche violenta discussione con alcuni allenatori (con l’ex portiere della Nazionale Leao in primis) e comunque diversi comportamenti non esattamente professionali.
Da qualche tempo però pare maturato, più responsabile e disciplinato e il suo rendimento in campo ne è la prova più evidente.
Il 19 aprile riprendono gli allenamenti del Vasco in vista della fase finale del campionato Carioca e Dener, insieme all’inseparabile amico Otto Gomes Miranda, riparte da San Paolo per far ritorno a Rio de Janeiro.
E’ proprio l’amico Otto che in quell’alba del 19 aprile sta guidando l’auto di Dener, una Mitsubishi Eclipse.
Sono partiti da San Paolo durante la notte, quasi sei ore prima e sono ormai nei pressi di Rio de Janeiro (esattamente a Lagoa Rodrigo de Freitas).
Nemmeno quindici minuti e saranno a destinazione.
Ad un certo punto accade qualcosa di imprevedibile.
E di drammatico.
La macchina esce dalla carreggiata e finisce contro un grosso albero ai lati della strada.
L’impatto è tremendo, sia per la forte velocità sia perché con ogni probabilità ha colto entrambi nel sonno.
Otto Gomes Miranda sopravviverà anche se gli verranno amputati gli arti inferiori mentre per Dener non ci sarà nulla da fare.
Morirà sul colpo
, soffocato dalla cintura di sicurezza.
L’inchiesta successiva stabilirà che Dener al momento dell’impatto stava dormendo con il sedile completamente reclinato all’indietro e la cintura di sicurezza, invece di proteggerlo, lo ha praticamente strangolato.
Il cordoglio in tutto il Brasile è immenso.
Vedere oggi le immagini di Dener in Internet non può che farci pensare ad un altro immenso talento brasiliano di oggi che forse riuscirà a raggiungere tutto quello che DENER AUGUSTO DE SOSA ha solo potuto sognare.
Il suo nome è NEYMAR.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Come per molti altri ragazzi brasiliani l’infanzia di Dener è sulla soglia della miseria. Rimasto orfano all’età di 8 anni per Dener la vita è stata per anni andare a scuola alla mattina e trovare lavoretti saltuari al pomeriggio per contribuire al magro bilancio famigliare.
Può giocare solo al famoso “futbol sala” (il calcio a 5 al coperto) dove però a nessuno sfuggono le grandi doti di questo piccolo e magrissimo ragazzo.
A undici anni il Portuguesa lo mette sotto contratto ma a quindici le necessità famigliari lo costringono a lasciare il calcio giocato. Per lui c’è il ritorno nel Calcio al coperto dove riesce a raggranellare qualche soldino. Tornerà due anni dopo.
Questo il racconto di Antonio Gomes, allenatore del Portoguesa che fece esordire Dener in prima squadra.
“Un dirigente del Club mi parlò di questo ragazzino tutto pelle e ossa che mi convinse a provarlo in una partitella di allenamento. Arrivò al campo e dissi al magazziniere di dargli maglietta e calzoncini.
La partita era già iniziata da diversi minuti quando mi accorsi che Dener era ancora a bordo campo. Sembrava un pulcino smarrito. Lo invitai a entrare in campo. Il primo pallone che toccò lo fece passare sopra la testa di un difensore, lo stoppò e poi scattò via come un fulmine. Il secondo fu una palla a metà tra lui e un altro giocatore, più o meno il doppio di lui fisicamente. Quest’ultimo entrò in scivolata, in maniera anche molto dura e scoordinata. Dener arrivò una frazione di secondo prima sul pallone, lo toccò con la punta del piede e poi saltò a piedi uniti per evitare il tackle dell’avversario. 
A quel punto mi voltai verso i dirigenti e dissi loro di “non fate andar via quel ragazzo prima di avergli fatto firmare un contratto da professionista !”.

La consacrazione per Dener arriva nel 1991 durante il famoso torneo “Junior Cup di San Paolo”, il torneo Under-20 più importante del Brasile e ai tempi autentica vetrina per i giovani talenti.
Dener porta il Portuguesa al trionfo (4 a 0 in finale contro il Gremio e verrà eletto Miglior calciatore del Torneo.

Prima dello storico gol contro il Santos Dener ne realizzò un altro molto simile nel 1991 contro l’Inter de Limeira, sempre per il campionato paulista.
In quell’occasione furono quattro i calciatori saltati in dribbling e in velocità prima di battere a rete con un tocco “sotto” a scavalcare il portiere.

A farlo esordire nella Nazionale Brasiliana fu niente meno che Paulo Roberto Falcao durante la sua breve permanenza sulla panchina del Brasile. Due presenze, entrambe contro l’Argentina.
“Un giocatore meraviglioso. Di quelli che possono cambiarti l’esito di una partita in un solo secondo. Quelli come lui sono un piacere per chiunque ami il calcio” queste le parole dell’Ottavo Re di Roma.

Josè Macia, detto Pepe, uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio brasiliano, fu l’allenatore di Dener al Santos in una carriera che lo ha visto fare da chioccia al grande Pelé al Santos e in seguito in giro per il mondo come allenatore in oltre 20 diversi club.
“Tra tutti i calciatori che ho allenato nella mia carriera è l’unico che si è in qualche modo avvicinato a Pelè. Quel ragazzo aveva un talento straordinario”.

Sempre nei ricordi di Pepe c’è un altro racconto particolare e molto emblematico nel periodo in cui fu l’allenatore di Dener al Portuguesa.
“Dener era spesso in ritardo agli allenamenti, oppure non si presentava neppure. Stavo per perdere la pazienza con lui quando venne da me Capitao, il giocatore più esperto della squadra” racconta il grande ex-centravanti del Santos.
“Vengo in rappresentanza dei miei compagni Mister. La preghiamo di avere un po’ di pazienza con Dener. Sappiamo che non sempre si comporta bene … ma è lui che ci fa vincere le partite”.
Ricorda Pepe che “fu la prima e l’ultima volta nella mia carriera di allenatore che fece un eccezione per qualcuno” aggiungendo poi che “Capitao e i suoi compagni però avevano effettivamente ragione !.

L’ultima aneddoto riguarda proprio quel giocatore che per i brasiliani che ricordano Dener ne racchiude gran parte delle caratteristiche, Neymar Junior.
Si racconta che durante i suoi primi anni al Santos Neymar subiva molto la durezza degli interventi degli avversari (non che sia cambiato tantissimo !) e finiva spesso per reagire in malo modo facendosi spesso espellere.
Un giorno il Direttore Sportivo del Santos Paulo Jamelli decide di chiudere Neymar in una stanza per mostrargli come reagivano i grandi campioni ai falli degli avversari … ovvero senza mostrare debolezze, rialzandosi dopo un fallo pronti a ripartire per una nuova giocata.
I video mostrati quel giorno furono di Pelé, di Maradona, di Messi e … di DENER.

Lo sciamano Gatti

Lo sciamano Gatti, il vero ‘matto’ del calcio argentino: ‘Se fissi la palla la puoi mandare dove vuoi’ | Primapagina | Calciomercato.com Con il soprannome “El Loco” ci sono probabilmente almeno un centinaio di calciatori nella storia del Futbol argentino. Già in queste pagine ci siamo occupati di uno dei grandi “Locos” del calcio argentino, Renè Houseman, che però aveva nella bottiglia la sua più importante “pazzia”.
Ma quando si parla di uno “matto”, ma matto davvero, il primo nome che viene in mente a tutti quanti in Argentina è quello di Hugo Orlando Gatti.
Eccentrico, controcorrente, polemico, presuntuoso, arrogante, guascone … di lui si può dire di tutto ma non che sia una persona o ancora prima uno sportivo “normale”.
Hugo Gatti nasce in un quartiere di Buenos Aires, il Carlos Tejedor, il 19 agosto 1944.
Gli inizi sono nell’Atlanta, dove dopo tutta la classica trafila nelle giovanili fa l’esordio in prima squadra nel 1962 a 18 anni. In quel periodo gioca con mostri sacri come Luis Artime (uno dei più grandi bomber nella storia del calcio argentino) Nestor Errea, Carlos e Mario Griguol e in quegli anni l’Atlanta vive uno dei migliori periodi della sua storia.
Da subito si capisce che Gatti non è un portiere tradizionale. Non si limita a difendere la propria porta o a comandare la sua area con le sue proverbiali uscite sui palloni alti ma esce spesso dai 16 metri per anticipare attaccanti lanciati a rete,  oppure palla al piede per impostare lui stesso l’azione. A volte capita addirittura che vada a battere le rimesse laterali ! Resta il fatto che fargli gol è difficile, molto. Ha una personalità spiccata e nulla pare intimidirlo.
Passano meno di due anni e per Gatti arriva la chiamata dei Millionarios del River Plate. Sembra il passo definitivo verso la consacrazione. Arriva addirittura la chiamata della Nazionale Argentina per i Mondiali inglesi del 1966 quando Gatti ha solo 21 anni. Ma le cose al River non vanno come previsto; il posto da titolare tra i pali del Millionarios stenta ad arrivare; c’è una autentica leggenda come Amedeo Carrizo con cui fare i conti e in 4 stagioni, tra il 1964 e il 1968, Gatti mette insieme 77 partite. La “via di fuga” e un posto da titolare certo è rappresentata dal Gimnasia Y Esgrima La Plata. Qui rimane 5 stagioni, positive ma non esaltanti. Il suo stile unico ha i suoi detrattori anche se l’arrivo sulla scena internazionale di un altro pazzo come lui, l’olandese Jongbloed, finisce per fare accettare con un po’ più di elasticità le “follie” di Gatti. Intanto, insieme alle sue uscite spericolate e alle sue giocate fuori area inizia ad affermarsi per quella che negli anni diventerà una sua peculiarità assoluta; quella di “pararigori”. Sono ben 8 quelli che para nelle sue stagioni al Gimnasia e addirittura 3 nella stessa stagione, il 1972, sui 5 complessivi che gli tirano. Nel 1975 finalmente la svolta per la carriera di Hugo; arriva la chiamata del grande Juan Carlos Lorenzo che lo vuole con lui al Union de Santa Fe. E con lui arrivano giocatori fantastici del calibro di Victorio Cocco, Rubén “Chapa” Suñe, Baudilio Jáuregui, Miguel Tojo, Ernesto Mastrángelo, Víctor Marchetti … è la “Grande Rivoluzione del ‘75” quando l’Union diventa l’autentica rivelazione del calcio argentino e per il gioco espresso diventa la squadra al centro dell’attenzione di tifosi e media. Gatti gioca partite sensazionali, para ben 4 rigori tra cui uno decisivo contro il River Plate.

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Juan Carlos Lorenzo a fine stagione riceve la chiamata degli “Xeneises” del Boca e vuole a tutti i costi che “El Loco” Gatti lo segua per diventare “l’arquero” del Boca. La trattativa tra i due Presidenti di Boca (Alberto Josè Armando) e Union (Manuel Corral) è durissima ed estenuante. L’Union sta costruendo un team formidabile, in grado di puntare al titolo assoluto, ma Lorenzo insiste con il Presidente Armando … Gatti è fondamentale per le ambizioni del Boca. La scelta di Lorenzo si rivela più che azzeccata; nella prima stagione (1976) il Boca Juniors vince sia il Metropolitano che il Nacional, quest’ultimo in una storica e indimenticabile finale contro i grandi rivali del River.

L’anno dopo arriva addirittura il trionfo continentale nella Copa Libertadores dove Gatti diventa decisivo con una miracolosa parata su un tiro di Vanderley, attaccante del Cruzeiro. Questa vittoria da al Boca la possibilità di disputare la Coppa Intercontinentale, vinta contro il Borussia Monchengladbach (che partecipa in virtù della rinuncia degli inglesi del Liverpool) e Hugo Gatti è ancora protagonista assoluto, in particolar modo nella partita giocata in Germania e vinta per 3 a 0 dove “El Loco” para tutto il parabile e anche qualcosa di più !
Sempre nel 1977 però accade qualcosa che rende problematica la continuità di Gatti per un lungo periodo di tempo; un grave infortunio al ginocchio in un match di campionato contro il Temperley. Gatti, che fino a quel punto è titolare inamovibile della Nazionale Argentina che Cesar Menotti sta preparando per il Mondiale di casa, perde il posto di titolare a favore dell’altrettanto fortissimo Ubaldo “Pato” Fillol. Quello che accade nei mesi immediatamente precedenti il Mondiale è storia e al tempo stesso gossip e illazione pura; fatto sta che ai Mondiali del 1978 Fillol è il titolare e Gatti non entra neppure nei 22. “El Loco” non dimenticherà mai questo “sgarro” e accuserà in eterno Menotti di aver ceduto alle pressioni della stampa argentina che voleva Fillol come titolare. Altre voci dicono che sia stato lo stesso Gatti (profondamente antifascista a tal punto di appoggiare pubblicamente la campagna elettorale di Raul Alfonsin, “radicale e socialista” che sarà il primo presidente della nuova Repubblica argentina) a “inventarsi” il male al ginocchio ogni volta che arrivava la chiamata della Nazionale “di Videla” … male al ginocchio che poi spariva magicamente ogni volta che doveva scendere in campo con il Boca. Qualcuno, più maligno, afferma che il dolore al ginocchio era solo una scusa per Gatti che non accettava l’idea di fare da riserva “all’odiato” Pato (papero) Fillol.
Di certo c’è che Gatti continua a giocare alla grande nel Boca che rivincerà, rimanendo imbattuto per tutto il Torneo, la Copa Libertadores del 1978. Nonostante “El Loco” abbia già 34 anni nessuno si sogna di mettere in dubbio le sue qualità e il posto di titolare nel Boca. Bisogna arrivare al 1981 per trovare un portiere, in questo caso Carlos Rodriguez, in grado di mettere in discussione la titolarità di Gatti. Dopo un lungo ballottaggio Rodriguez ha la meglio: Gatti si deve sedere in panchina. In quella stagione il Boca ha un potenziale enorme: in una squadra già fortissima sono arrivati un certo Diego Armando Maradona e Miguel Angel Brindisi ma il campionato, a causa di grosso calo di rendimento nella seconda parte della stagione, sta sfuggendo di mano agli Xeneises. Mister Marzolini allora decide di rimettere in prima squadra Gatti, in un match importantissimo contro i “Pincharratas” dell’Estudiantes. L’avvio è da brividi; Gatti sbaglia completamente il tempo di una uscita e solo un provvidenziale salvataggio del compagno di squadra Roberto Mouzo impedisce ai biancorossi di Mar de La Plata di andare in vantaggio. Gatti, che in quanto ad autostima e fiducia nei suoi mezzi non è secondo neppure al suo grande idolo Mohammed Alì, non si perde d’animo e nel resto della partita diventa assolutamente decisivo con le sue parate ma non solo; su un lungo lancio verso la propria area “El Loco” esce dalla sua area anticipando un attaccante avversario, controlla il pallone e lo porta fino alla linea di metà campo prima di appoggiare la palla all’ala sinistra Perotti che, dopo aver saltato un paio di difensori, segna il gol decisivo.

Gatti non uscirà più dalla squadra titolare fino alla fine del Torneo che il Boca riuscirà a conquistare dopo 4 stagioni di digiuno. A seguire l’azione del gol di Maradona nella decisiva partita con il Racing Club.

Dopo di allora, salvo qualche brevissima parentesi, Gatti rimane titolare indiscutibile del Boca fino al 1988 … alla veneranda età di 44 anni ! Nel 1988 però, alla prima partita di campionato contro il Club Deportivo Armenio alla Bombonera, Gatti si rende protagonista di un errore clamoroso; esce dall’area per anticipare su un pallone lungo il centravanti avversario Maciel … El Loco pare in anticipo ma sbaglia banalmente il tempo e il controllo della palla lasciando così sguarnita la propria porta.  Per Maciel è un gioco da ragazzi segnare il gol che si rivelerà decisivo per le sorti del match. L’allentore Josè Omar Pastoriza è inviperito; si scaglia contro Gatti e lo relega in panchina nell’incontro successivo. Nessuno avrebbe potuto prevedere che quella diventerà l’ultima partita di calcio ufficiale giocata dal Loco Gatti …
Uscito in maniera brusca e tra mille polemiche dal Boca “El Loco” non si arrende all’idea di non giocare più a calcio. Si fanno decine e decine di ipotesi, di altre squadre argentine e brasiliana. L’unica proposta concreta arriva però dalla Colombia e precisamente dal Deportivo Calì. Pare tutto fatto; il contratto è pronto. Poche settimane prima si gioca in Colombia la partita di addio al calcio della gloria colombiana Willington Ortiz. In quella partita Gatti decide di giocare con la maglia dei grandi rivali del Deportivo, l’America de Calì ! Le polemiche sono roventi. El Loco viene attaccato con veemenza da tutti i tifosi e dirigenti del Deportivo. Il contratto è stracciato e Gatti torna in cerca di “occupazione”.
Ma non accadrà più nulla. El Loco non entrerà più in una “cancha”. Ma dal calcio non uscirà mai.
Oggi lavora come opinionista sia per la televisione argentina che per alcuni organi di informazione spagnoli e ogni volta che apre bocca sa scatenare come nessuno polemiche e diatribe infinite ! El Loco è ancora oggi “incontrollabile” in uno studio televisivo come lo era in un campo di calcio. Lui che era abituato ad “uscire” perché a stare in porta tutta la partita si annoiava …

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Parlando di Fillol ai Mondiali del 1978 “Hanno scelto lui. Lui è gentile, corretto ed educato. Lui è la tradizione, io sono la follia. Lui aspetta che la palla gli arrivi addosso, io esco di porta e la vado a cercare. Lui è il fidanzato che ogni madre vorrebbe per sua figlia … solo che le figlie preferiscono me !”
“Io guardo intensamente la palla. Se la guardi intensamente puoi fermarla o farla andare dove vuoi. Potete chiamarmi  stregone o sciamano. Ma è esagerato. Sono solo il miglior portiere sulla faccia della terra.”
“Io non ho paura di nulla e di nessuno. Mai avuta. Una volta i tifosi avversari dietro la mia porta mi tirarono una scopa: la presi e iniziai a pulire l’area. Sapete com’è: in Argentina ci sono sempre un sacco di coriandoli in campo !”
“Andammo a giocare contro l’Argentinos Juniors e tutti mi parlavano di questo piccoletto, dicevano che era un fenomeno. Era alto poco più di un metro e mezzo con una gran testa di riccioli neri e tutti ad adularlo perché aveva già fatto un sacco di gol. Mi avvicinai a lui prima della partita “Oh Gordito (cicciottello) guarda che oggi tu a me non segni neanche se torna Gesù Cristo in terra per la seconda volta” … per ottanta minuti mi ascolta docile docile. Poi quel diavolo mi fa quattro gol negli ultimi dieci … che tu sia maledetto Diego Armando Maradona !!!”
Sempre sull’amato (!) Fillol. “Lui le partite le gioca. Io le vivo. Molti dei gol che ho preso lui li avrebbe evitati con la sua prudenza … ma sono molti di più quelli che io ho parato e che per lui sarebbero stati imprendibili, perché lui non si buttava, non rischiava. Ma ci si può fidare di uno che nella vita non si butta mai ??!!”
“Maradona ed io eravamo i due più forti giocatori nel 1978. Siamo stati insieme i due più grandi “non-campioni del Mondo” allora !
“Oggi, a distanza di quasi 40 anni, tutti i componenti della squadra di allora a dichiararsi oppositori di Videla e all’oscuro di quello che succedeva. Gli unici che allora lo fecero davvero sono stati, oltre al sottoscritto, tre in tutto; El Lobo Carrascosa che addirittura lasciò la squadra. “El conejo” Tarantini che ebbe il coraggio di chiedere a Videla cosa era capitato ad alcuni suoi amici e Mario Kempes, che odiava Videla e che mai gli strinse la mano.“
Memorabile quello che accadde in una partita contro l’Independiente. Gatti si toglie scarpe e calzettoni e si va a sedere sopra la traversa DURANTE l’incontro. “Non stavo accadendo nulla. E mi stavo annoiando a morte”.
Come opinionista sono decine e decine le sue dichiarazioni controcorrente, polemiche e spesso al limite dell’arroganza. Ecco alcune delle più “clamorose”.
Durante una trasmissione televisiva dopo un commento calcistico da parte della giornalista Irene Junquera la stessa fu “investita” da un Gatti al massimo della sua “locura” ! “ma da quando le donne capiscono di calcio ? Non ne hanno mai capito nulla ! Lavare i piatti è quello che sanno fare meglio !”
Famosissima la sua repulsione per la maggior parte dei giornalisti sportivi “Ma come possono parlare di calcio se la maggior parte di loro non ha mai dato un solo calcio a un pallone ???”
E infine, la sua dichiarazione-simbolo “Io non mi sento un portiere. Io sono un attaccante che gioca in porta”.
(A seguire un piccolo “riassunto” di alcune delle più grandi parate di Gatti e nel secondo una raccolta delle più grandi “pazzie” televisive del Loco.
Buon divertimento !)

Wlodek LUBANSKY

 “E’ la partita più importante di tutta la mia carriera.

Mi correggo.

E’ molto di più.

E’ la partita più importante della storia del mio Paese.

Una vittoria oggi vorrebbe dire avere un piede e mezzo ai prossimi Mondiali di calcio che si disputeranno in Germania Ovest nella prossima estate.

L’anno scorso abbiamo vinto le Olimpiadi.

E’ stato un grandissimo risultato ma le Olimpiadi, nel calcio, sono poco più di un Campionato Europeo per le squadre dell’Est Europa visto che ad Ovest e in Sudamerica non possono mandare le loro rappresentative migliori.

Questo grande trionfo però ci ha sbloccati.

Ci ha regalato quell’autostima che oggi ci fa affrontare qualsiasi avversario senza alcun timore reverenziale.

E’ già qualche anno che le nostre squadre migliori si fanno strada nelle principali competizioni europee per Club.

Tre anni fa con il mio Gornik Zabre siamo arrivati addirittura in finale della Coppa delle Coppe dopo aver eliminato squadroni come gli scozzesi del Glasgow Rangers e gli italiani della Roma, cedendo solo in finale agli inglesi del Manchester City.

Nella stessa stagione il Legia Varsavia (i nostri grandi rivali in Patria) sono arrivati fino alle semifinali della manifestazione più importante, la Coppa dei Campioni, perdendo con gli olandesi del Feyenoord che poi vinsero la manifestazione.

E poi diciamocelo … siamo proprio una bella squadra !

In porta c’è quel matto di Jan Tomaszewski.

Fa paura soltanto a vederlo. Centonovantatre centimetri di muscoli.

Quando esce sui palloni alti vi garantisco che è meglio spostarsi !

Al centro della difesa c’è il mio compagno di squadre Jerzy Gorgon, un altro gigante di un metro e novanta che però ha due piedi squisiti. Spesso è proprio lui ad impostare la nostra manovra.

A centrocampo gioca un genio.

Si chiama Kazimierz Deyna.

Ha una tecnica e una visione di gioco che ha pochi eguali.

Quasi tutte le nostre manovre passano dai suoi piedi.

Ci dipingono come “nemici” e non solo perché siamo i capitani delle due squadre più forti del Paese ma anche perché c’è questa eterna discussione tra chi di noi due è il più forte.

“Che discussione idiota !” ha detto in televisione pochi giorni fa Tomaszewsky.

“Io so solo che siamo fortunati che siano tutti e due polacchi !”.

Grande Jan !

Esattamente quello che pensiamo sia io che Deyna.

In attacco, al mio fianco, ci sono altri due fenomeni: Gregorz Lato e Robert Gadocha.

Il primo è una delle ali più forti e veloci che ci siano in circolazione.

Parte da destra, ma è bravissimo a stringere verso la porta negli spazi che io riesco ad aprirgli con il mio continuo movimento.

Io gioco con il numero 9 sulle spalle ma non mi piace per niente rimanere fermo in area ad aspettare il pallone.

 

Sull’altra fascia c’è il mio compagno del Gornik Gadocha.

Lui è un ala più tradizionale. Gioca quasi sulla linea laterale ma ha una caratteristica molto particolare: pur giocando all’ala sinistra lui è un destro naturale che ama stringere verso il centro del campo.

Tra noi c’è una grande intesa e lui sa perfettamente quando servirmi la palla negli spazi oppure cercare il triangolo per poi andare a concludere.

Oggi pomeriggio saranno in 80 mila i nostri connazionali sugli spalti dello stadio Slaski a Chorzow ad incitarci.

Contro abbiamo una grande squadra.

L’Inghilterra di Sir Alf Ramsey che, anche se è in fase di rinnovamento dopo il titolo mondiale di sette anni fa e il dignitoso mondiale messicano di tre, è sempre una signora squadra.

Abbiamo fiducia, tanta fiducia.

I Mondiali si giocheranno ad un passo da casa nostra.

In quella Germania che i nostri genitori non hanno ancora perdonato dopo quello che ci hanno fatto passare meno di 30 anni fa.

A quel Mondiale vogliamo esserci anche noi.

Oggi pomeriggio possiamo scrivere la storia … e poi stanotte affogare nella vodka insieme a milioni di polacchi !

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E’ il 6 giugno 1973.

Allo Slaski Stadion di Chorzow davanti ad 80.000 spettatori si gioca Polonia – Inghilterra.

In palio un posto tra le 16 finaliste del Campionato del Mondo che inizierà in Germania Ovest esattamente un anno dopo.

L’Inghilterra è una eccellente squadra.

Sulla panchina siede ancora Sir Alf Ramsey, l’uomo che portò sul tetto del mondo calcistico i maestri inglesi sette anni prima.

Di quella impresa sono rimasti soltanto in tre: i centrocampisti Alan Ball e Martin Peters e il capitano Bobby Moore. Ma ci sono calciatori di grande valore come l’attaccante Allan Clarke del Leeds, il portiere Peter Shilton e il roccioso difensore del Derby County Roy Mc Farland.

Solo che, in quel 6 giugno del 1973, proprio non c’è partita.

La tecnica e la velocità dei polacchi sono fonte di continuo imbarazzo per la retroguardia inglese che sbanda paurosamente.

Bastano sette minuti ai polacchi per passare in vantaggio.

E’ una punizione di Gadocha dalla sinistra sulla quale Bobby Moore, per anticipare Lubanski, tocca il pallone quel tanto da mettere fuori causa Shilton.

Esattamente il tonico che serve ai polacchi.

Sospinti dall’incessante incitamento dei propri sostenitori Lubansky, Deyna e compagni mettono ripetutamente in imbarazzo la compassata retroguardia inglese, in grave difficoltà ad arginare gli attaccanti della Polonia.

Ad inizio ripresa arriva il gol del ko definitivo.

E’ ancora Bobby Moore il protagonista in negativo per gli inglesi.

L’elegante difensore del West Ham si fa sorprendere dalla determinazione e dalla velocità di Lubanski che prima strappa il pallone dai piedi del capitano inglese per poi lanciarsi verso la porta di Shilton e batterlo con un tiro angolatissimo che tocca il palo prima di finire in fondo alla rete.

La Polonia, con il vantaggio di due reti, può giocare sul velluto.

Lascia l’iniziativa agli inglesi i cui tentativi però s’infrangono contro la solidissima e organizzata difesa polacca.

Sono passati meno di dieci minuti dal bel gol di Lubanski quando accade però qualcosa che in qualche modo rovinerà questo importantissimo trionfo.

Dopo uno scambio con Gadocha è il terzino Kraska a lanciare Lubanski sulla fascia sinistra.

La sua velocità è doppia rispetto a quella di Mc Farland che non ha altra scelta che tentare un disperato intervento in scivolata.

Il difensore inglese riesce a sfiorare la palla ma colpisce poi in pieno Lubanski sulla gamba destra, sulla quale l’attaccante si stava appoggiando.

Lubanski riesce ancora a fare qualche passo prima di cadere a terra in maniera piuttosto strana, quasi goffa.

A tal punto che, con l’attaccante polacco a terra, Mc Farland inveisce contro di lui, convinto che il numero 10 polacco stia solo facendo scena.

Bastano pochi secondi però per capire che l’infortunio è invece molto serio.

Lubanski viene trasportato a braccia fuori dal campo e caricato, in maniera a dir la verità piuttosto sbrigativa, su una ambulanza.

La diagnosi è devastante: rottura dei legamenti crociati del ginocchio destro.

A quell’epoca il recupero completo viene considerato impossibile.

Lubanski starà fuori 20 mesi dai campi di calcio e dovrà ovviamente saltare quel Mondiale di Germania che consacrerà la sua Polonia come una delle squadre più forti e spettacolari del dopoguerra.

Lasciando in tutti i tifosi polacchi sospesa per sempre la domanda “Ma con Lubanski ai Mondiali di Germania come sarebbe finita ?”.

Lubanski riuscirà come detto a tornare su un campo di calcio solo nei primi mesi del 1975 in quella che sarà la sua ultima stagione con il Gornik Zabrze, dopo 13 anni di ininterrotta militanza.

Per lui la Federazione Polacca farà addirittura uno strappo ai suoi rigidi regolamenti permettendogli di andare a giocare in una squadra di Club estera prima del compimento dei 30 anni di età (come invece capitò ad esempio a Deyna o a Lato).

Per Lubanski a farsi avanti non è uno squadrone di primissimo piano.

Ci sono troppi dubbi sul suo completo recupero.

A prendersi questo rischio è il piccolo Lokeren, squadra della Prima Divisione Belga … che farà uno degli affari più redditizi della propria storia !

Lubanski ha forse perso qualcosa di quel fantastico “cambio di passo” ma è un giocatore con una tecnica ed una intelligenza calcistica di prim’ordine.

E nel non trascendentale campionato belga (che però in quegli anni produsse due grandissime squadre come Bruges e Anderlecht) Lubanski torna ad essere quel prolifico attaccante che era in Polonia.

Nelle sue prime 5 stagioni segnerà 83 reti in 171 partite prima di iniziare la parabola discendente nei primi anni ’80.

Le sue prestazioni con il Lokeren lo ripropongono all’attenzione del tecnico polacco Jacek Gmoch che porta Lubanski con se ai Mondiali di Argentina del 1978.

Per Lubanski è la possibilità di giocare quel Mondiale di calcio che la sfortuna gli ha impedito di giocare 4 anni prima.

… ma ne lui ne la Polonia sono gli stessi di quel meraviglioso periodo.

“Wlodek” Lubanski giocherà da titolare i primi due incontri con Germania e Tunisia ma lascerà poi il posto di titolare al giovane e fortissimo Zbigniew Boniek accontentandosi di subentrare nei finali di partita.

Terminato il periodo al Lokeren Lubanski, a 35 anni, si trasferisce al Valenciennes, nella seconda divisione francese.

Qui gioca una stagione straordinaria segnando la bellezza di 28 reti in 31 partite, non sufficienti però a garantire a “Les Athéniens” il ritorno nella massima serie.

Lubanski giocherà ancora due stagioni, sempre nella Seconda Divisione francese con il piccolo Quimper prima di appendere le scarpe al chiodo nel maggio del 1985, a 38 anni suonati.

Una carriera divisa in due.

Dal 6 giugno del 1973 in avanti quella di un ottimo attaccante.

Prima di quel 6 giugno quella di un giocatore fantastico … per molti, il miglior calciatore polacco di sempre.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Wlodziemierz Lubanski ha esordito in nella Nazionale polacca a 16 anni e 188 giorni. Il più giovane calciatore nella storia del calcio polacco. Fu in occasione di un’amichevole contro la Norvegia nella quale Lubanski segnò una rete.

 

Lubanski, con 48 reti in 75 partite è il secondo miglior realizzatore di sempre nella storia della nazionale polacca. Verrà superato solo da Robert Lewandowski il 7 ottobre 2017, quando con la sua tripletta di quel giorno supererà Lubanski … anche se dopo 90 partite in Nazionale !

 

Un altro record personale di Lubanski è quello di aver vinto per due anni consecutivi (1969-70 e 1970-71) la classifica marcatori della Coppa delle Coppe, manifestazione alla quale partecipavano le vincitrici delle Coppe nazionali.

 

Nel 1968 il Gornik Zabrze viene invitato in Sud America per una serie di partite amichevoli. I giornalisti brasiliani presenteranno il team polacco come “la squadra dove gioca Lubanski, il Pelé bianco”.

Nel suo periodo al Lokeren nel 1980 arriva in connazionale Gregorz Lato.

Anche per lui, ormai nella fase calante della carriera, non c’era stata la possibilità di giocare in un grande club straniero prima del compimento dei 30 anni di età.

I due però ritrovano immediatamente l’intesa del periodo insieme in Nazionale e il Lokeren, nella prima stagione con Lato e Lubanski insieme, raggiunge il miglior risultato della propria storia: un secondo posto in campionato dietro l’Anderlecht e una finale di Coppa del Belgio, chiusa con una sconfitta ad opera dello Standard Liegi.

Con loro due, a formare il tridente d’attacco, un “certo” Preben Larsen Elkjaer.

 

Infine una doverosa correzione: in quasi tutte le biografie su Lubanski si attribuisce al centrocampista inglese Alan Ball l’intervento che di fatto condizionò la carriera di Lubanski. Non è esatto: l’intervento fu del difensore centrale Roy Mc Farland che sempre ad onor del vero non commise neppure fallo in quell’occasione, toccando nettamente prima il pallone di sbilanciare Lubanski che si infortunò di fatto appoggiando male il piede dopo il contrasto con lo stopper inglese. Alan Ball su in effetti espulso per un brutto fallo nel finale di partita … ma Lubanski era giù uscito infortunato da circa mezzora …

Tutti i segreti di Victor Legrotaglie

Questa è la classifica, aggiornata a giugno 2019, dei calciatori che hanno segnato il maggior numero di gol su calcio piazzato nella storia  del calcio dal dopoguerra in poi.
Tutti più o meno nomi conosciutissimi al grande pubblico.
Tutti tranne uno. Che non è nelle posizioni di rincalzo ma è addirittura sul podio, dietro a Juninho Pernambucano e a Pelè e a pari merito con Ronaldinho.

1. Juninho Pernambucano: 77
2. Pelè: 70
3. Victor Legrotaglie: 66
4. Ronaldinho: 66
5. David Beckham: 65
6. Diego Armando Maradona: 62
7. Zico: 62
8. Ronald Koeman: 60
9. Rogerio Ceni: 59
10. Marcelino Carioca: 57
11. Cristiano Ronaldo: 54
12. Leo Messi: 48

Si chiama VICTOR LEGROTAGLIE.
Questa è la sua (fantastica) storia.
Siamo nella terra del calcio.
No, non dove il calcio è nato.
Siamo dove il calcio è esattamente quello che diceva il grande Bill Shankly.
“Il calcio non è una questione di vita o di morte. Il calcio è molto più importante”.
Questo paese si chiama Argentina.
Non è un caso che quando si parla dei 5-6 migliori calciatori della storia di questo gioco (si, gioco … non sport … perché lo sport è per atleti, il gioco è per gli artisti) almeno tre di questi sono nati in questo paese.
Alfredo Di Stefano, Diego Maradona e Lionel Messi.
Ebbene in questo paese accade che un giorno, più o meno verso la metà degli anni ’60 arrivano degli emissari del grande Real Madrid, la squadra più importante e vincente del continente europeo.
Attendono la fine dell’allenamento e all’uscita dagli spogliatoi dei calciatori vanno verso questo ragazzo moro, del cui sinistro magico hanno sentito dire meraviglie perfino nella lontana Europa.
Uno di loro gli va incontro.
“Victor, le carte sono tutte a posto. Abbiamo l’accordo con il tuo Club. Siamo lieti di dirti che da questo momento sei un calciatore del Real Madrid. Ah, dimenticavo, questo è un presente che ti manda direttamente Don Santiago Bernabéu, il Presidente del Real Madrid”.
E’ un orologio d’oro.
Victor, che tutti, tifosi, dirigenti e compagni di squadra chiamano “El Maestro”,  guarda il dirigente del Real Madrid dritto negli occhi, sorride e gli dice “Grazie di cuore. Ma io sto bene qua. Mendoza è casa mia e questo è l’unico Club nel quale mi interessa giocare” .
I dirigenti del grande Club spagnolo sono letteralmente spiazzati.
Il silenzio è rotto solo pochi secondi dopo, sempre dal “ Maestro”.
“Comunque ringraziate il vostro Presidente per l’orologio. E’ davvero molto bello !”.
Verranno a cercarlo i dirigenti dell’Inter di Milano, del Colo Colo, del Santos, del Penarol … ovviamente anche quelli di Boca Juniors e River Plate. Nei primi anni ’70 perfino i Cosmos di Pelè, Beckenbauer e Chinaglia cercheranno di portare nelle loro fila “El Maestro”.
Ma la risposta sarà sempre la stessa.
Il Maestro si chiama VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE e la squadra dove giocherà quasi tutta la sua carriera si chiama GIMNASIA Y ESGRIMA de MENDOZA.

La storia di Victor Legrotaglie è quella, non così infrequente da quelle parti, di un talento sublime, di un autentico genio del calcio che alla fama, alle valigie di soldi (Il Cosmos si presentò proprio così … con valigie piene di dollari per ingaggiarlo) e al riconoscimento internazionale, preferiscono non uno ma tre o quattro livelli più in basso, dove il fatto di essere nel proprio ambiente, circondati da amici e famigliari e dal calore umano che ne consegue, conta molto di più.
Conoscono ormai in tanti la storia del “Trinche” Tomas Felipe Carlovich che ha ormai i contorni della leggenda visto che non esistono praticamente riflessi filmati del suo talento ma che invece, come nella più classica tradizione del racconto orale tramandato di bocca in bocca, di generazione in generazione, di tifoso in tifoso ci racconta di Carlovich come di uno dei più grandi calciatori della storia del calcio argentino.
Con Victor Legrotaglie invece, abbiamo molte più certezze.
Intanto una statistica, riconosciuta a livello mondiale e che già di per sé racconta moltissimo di questo fenomeno che ha scelto la provincia (e i campionati minori) come palcoscenico.
E’ quella che avete visto all’inizio del pezzo.
Ma per gli amanti delle statistiche non è finita qua !
Il buon Victor Legrotaglie ha un altro record e qua pare non ci siano paragoni con nessun altro nella storia del calcio.
12 reti realizzate direttamente da calcio d’angolo !

A Mendoza, la sua città, da anni stanno lottando per il riconoscimento ufficiale di questo impressionante record. 

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Ma chi è in realtà VICTOR LEGROTAGLIE  e perché ha optato per una scelta così estrema e, soprattutto per noi oggi, così folle e anacronistica ?
Victor Legrotaglie nasce a Las Heras, cittadina a nord di Mendoza, il 29 maggio del 1937.
Le sue imprese calcistiche fin da ragazzino attirano l’attenzione di tutti gli osservatori della zona.
In famiglia tutti quanti, tranne la madre, sono tifosissimi dell’Independiente Rivadavia, l’acerrimo rivale del Gimnasia.
Ed è all’Independiente che va a provare da ragazzino Victor.
Alla dirigenza piace, anche se è pelle e ossa ha già un sinistro impressionante.
“Ok, ragazzo. Puoi restare con noi. Inizierai con le riserve.”
No, troppo poco per Victor.
Non è una testa calda e non è neppure un tipo arrogante e presuntuoso … solo che pensa di meritare qualcosa di più.
Non resta che andare “dall’altra parte”, al Gimnasia.
Non ha voglia di passare per il solito provino.
Così un giorno si fa prestare la borsa da calcio da un amico più grande che gioca nel Gimnasia.
Ha solo 16 anni ma ha le idee molto chiare in testa.
C’è un torneo estivo (il Torneo Vendimia, siamo nel 1953) e Victor si presenta negli spogliatoi prima del match.
L’allenatore, Alfredo “El Mona” Garcia, lo conosce bene e sa quanto sia talentuoso il ragazzo.
Fa finta di nulla e lo fa accomodare in panchina.
A metà del secondo tempo uno degli attaccanti del Gimnasia si infortuna.
“El Mona” chiede al “pibe” Victor se le sente di entrare in campo.
Il sorriso a 32 denti del giovane Legrotaglie toglie ogni dubbio.
Entra e segna due reti.
Al diciassettesimo anno di età firmerà il suo primo contratto professionistico con il Gimnasia Y Esgrima de Mendoza.
… senza aver giocato una sola partita in nessun settore giovanile … direttamente in prima squadra.
Nel Gimnasia Victor rimane per sei stagioni prima di trasferirsi nel 1959 al Chacarita Juniors con il quale vince immediatamente il titolo di Campione Nazionale della Seconda divisione.
Ma invece di rimanere per giocare finalmente in Primera Victor, come farà sempre anche negli anni successivi, decide di rientrare nel “suo” Gimnasia dove viene accolto come un eroe.

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Altri anni nel Gimnasia alternati ogni tanto ad una stagione, mai di più, in altri club sempre delle vicinanze.
Nel 1968, dopo un altro anno stavolta giocando nella vicina provincia di San Juan, nella Juventud Alianza, Victor Antonio Legrotaglie torna nella sua Mendoza e nel su Gimnasia.
Ha 31 anni e dichiara che è lì, nel Gimnasia Y Esgrima che vuol terminare i suoi giorni di calciatore.
Le sirene dei grandi club continuano a lusingarlo ma “El Maestro” ha preso ormai la sua decisione.
E’ in mezzo alla gente che ama e che lo ama incondizionatamente, guadagna a sufficienza per dare un dignitoso stile di vita alla sua famiglia … e ripete sempre che “il rispetto e l’affetto che qua sento per me non lo troverei da nessun’altra parte nel mondo”.
Il destino però, come spesso accade, interviene nella vita di Victor e lo fa in maniera devastante.
La peggiore per un padre.
Il 19 maggio del 1969 il suo piccolo Victor Omar, per tutti “Cocò”, di soli 5 anni, muore per una banale caduta mentre sta giocando a casa delle zie.
Il mondo crolla addosso a Victor.
Il giorno dopo prende la sua auto e raggiunge il Cerro della Gloria, il monte che sovrasta Mendoza all’interno del Parco General San Martin.
La soluzione, l’unica in quel momento possibile, è troncare quel dolore insopportabile lanciandosi da lì con la sua automobile.
Victor perde la cognizione del tempo in quel luogo.
Poi decide di vivere.
E decide che vivere vorrà dire ricordare ogni giorno il suo piccolo Cocò.
Per il Gimnasia e per Victor arriveranno stagioni importanti che culmineranno con la conquista del Campionato Regionale proprio in quello stesso anno guadagnandosi così il diritto di partecipare al Campionato Nazionale, la serie A argentina, nel 1970.
“Los Compadres” fu il soprannome di quel grandissimo team del “Lobo Mendocino” (per distinguerlo dall’altro “Lobo”, quello del Gimnasia y Esgrima di Mar de la Plata) nel quale a fianco dell’ormai veterano Victor Legrotaglie militavano calciatori del valore di Fornari, Aceituno, Benitez, Sosa, Pereyra, Torres …
E’ il canto del cigno per Legrotaglie che continua però ad esprimersi a livelli assoluti.
E’ il regista di quella squadra che gioca un calcio “bailado” … “tocando y tocando” fin quando non si apre un varco nelle difese avversarie … scardinate quasi sempre da un lancio illuminante del “Maestro Victor” o da uno dei suoi letali calci di punizione.
Nel 1974 Victor Antonio Legrotaglie, a 37 anni suonati, dice basta.
Nella sua Mendoza dove continua ancora oggi, ad 82 anni, ad essere la figura di riferimento per ogni ragazzo che salga dal settore giovanile del Club.
Il Club che ha intitolato a lui lo stadio.
A Mendoza sono nati grandi giocatori del passato come gli attaccanti Alfredo Castillo o Pedro Waldemar Manfredini (che giocò anche in Italia nelle file della Roma) o il centrocampista Bruno Rodolfi, nazionale argentino alla fine degli anni ’30 o Hugo Cirilo Memoli o giovani eccellenti calciatori di recentemente saliti alla ribalta come Enzo Perez o “El Pity” Martinez.

Ma da quelle parti non c’è nessuno che abbia un dubbio alcuno; il più forte giocatore “mendocino” di tutti i tempi è stato proprio lui: VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Fin da bambino Victor era un talento assoluto. Ad ogni torneo locale c’era la fila alla sua porta per averlo nelle proprie file. Peccato che il più delle volte quando si presentava con la sua squadra gli avversari protestavano immancabilmente “Se gioca lui non giochiamo noi !”.
Quasi sempre si risolveva la questione dando a Victor il permesso di giocare ma … vietandogli di superare la linea di metà campo !
Il suo primo team si chiama “5 de octubre”. Restarono imbattuti per oltre 100 partite consecutive. Racconta lo stesso Victor che già allora le squadra più forti della zona (Godoy Cruz in primis) lo avrebbero voluto nel proprio settore giovanile ma, come ricorda Legrotaglie “fin da allora quello che mi interessava veramente era giocare insieme ai miei amici”.
In merito alla impressionante statistica del “Maestro” Legrotaglie sui calci di punizione due episodi alquanto significativi.
Durante una partita contro il Talleres un compagno di squadra di Legrotaglie viene steso al limite dell’area.
L’arbitro decreta il calcio di punizione ma il difensore che ha commesso il fallo insiste dicendo che il fallo lo ha commesso ALL’INTERNO della area di rigore e pertanto non è punizione ma calcio di rigore.
I compagni lo guardano straniti ma lui insiste.
Per lui è calcio di rigore.
Un suo compagno perde le staffe. “Ma tu sei completamente matto !”.
“No, i matti siete voi. Contro Legrotaglie meglio un calcio di rigore che una punizione dal limite. Credetemi lo conosco bene !”.
Finiscono le discussioni. E’ calcio di punizione.
… come è finita è inutile che ve lo dica vero ?
In un altro match, contro il Gutierrez Sport Club che il Gimnasia sta vincendo con autorevolezza, succede però qualcosa di strano.
Al “Lobo” vengono assegnati non meno di una decina di calci di punizione da fuori area e non uno di questi finisce nello specchio della porta.
Ci provano un po’ tutti, non solo Legrotaglie, ma il risultato è sempre il medesimo.
Il mistero viene chiarito a fine partita.
“Los Compadres” avevano fatto una scommessa.
Non su chi faceva gol ma su chi avrebbe colpito la testa del fotografo sistemato nei pressi della porta avversaria !
… chi vinse la scommessa è inutile che ve lo dica vero ?
Il lato estetico del calcio in Argentina ha avuto quasi sempre un’importanza fondamentale. La “giocata” creativa e spettacolare è un ingrediente fondamentale del gioco.
Victor Legrotaglie ne è stato un simbolo assoluto.
“A me dava più piacere fare un “canyo” (un tunnel all’avversario) che segnare un gol !” ha da sempre dichiarato “El Maestro”.
Per oltre due anni, tra il 1970 e il 1972, il Gimnasia, neopromosso in Primera, mantiene inviolato il proprio campo togliendosi alcune grandi soddisfazioni come battere nella propria cancha il River Plate o vincere in maniera netta in casa contro il Newell’s per 5 a 2 e con lo stesso risultato sconfiggere al Vecchio Gasometro il San Lorenzo de Almagro.
Proprio in questa partita si racconta che ad un certo punto l’arbitro del match, il Signor Goicoechea, prende da parte Victor Legrotaglie “Victor, se continuate a umiliarli così qua le cose si mettono male. Se iniziano a picchiare duro non sono sicuro di essere in grado di proteggervi”.
Victor trasmette il messaggio ai compagni.
Il Gimnasia continua a tenere il possesso della palla ma senza più infierire contro un avversario ormai alle corde.

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A fine partita l’arbitro si avvicina a Legrotaglie, gli sorride e lui stesso cita il famoso coro dei tifosi del Gimnasia: “Hoy Mendoza està de fiesta, vino el Victor con su orquesta”.
Il momento più difficile della vita di Victor Legrotaglie è stato senza ombra di dubbio la scomparsa del suo piccolo Cocò.
L’unico figlio maschio del “Maestro” (che ha avuto anche due femmine) era la mascotte del Gimnasia ed entrava spesso nella “cancha” insieme al babbo e ai suoi compagni.
Per ricordarlo, nello stadio del Gimnasia come detto intitolato a Legrotaglie, esiste un ceppo in ricordo del piccolo Cocò, con una meravigliosa frase scritta incisa sopra “Por irse a jugar al cielo nos quedamos sin mascota. Aquí un pibe menos, allá un ángel más”. (Per andare a giocare in cielo noi siamo rimasti senza la nostra mascotte. Qui abbiamo un bambino in meno, lassù un angelo in più”).
La storia di Victor Legrotaglie, come ricordato all’inizio, ricorda molto quella di un altro grande del calcio argentino che, come “El Maestro”, ha optato per una carriera dal profilo basso in squadre minori.
Quella del “Trinche”, Tomas Felipe Carlovich.
Quello che non molti sanno è che non solo tra i due c’è una grande amicizia che fa si che ancora oggi, nonostante i 700 km tra Mendoza e Rosario, “El Victor” e “El Trinche” si frequentino per una ricorrenza o un semplice asado in compagnia.
Ma c’è di più.
I due giocarono una partita insieme, nella stessa cancha e con la stessa maglia.
Fu in occasione del passaggio dell’attaccante Dario Luis Felman dal Gimnasia al Boca Juniors.
Era il 19 aprile del 1975. El Maestro, ormai trentottenne e a fine carriera (giocherà ancora qualche partita la stagione successiva nell’Américo Tesorieri) viene schierato in mezzo al campo sul centro destra con “El Trinche” Carlovich come classico “5”, il centrocampista difensivo a protezione della difesa e primo nell’impostare la manovra.
Il primo tempo è un autentico “baile” per il povero Boca di Rogelio Dominguez.
Carlovich e Legrotaglie sono gli autentici padroni del campo.
Impongono il loro ritmo cadenzato, duettano come se giocassero insieme da sempre.
Alla fine sarà un 2 a 1 per il Gimnasia e nella memoria del Maestro Victor Legrotaglie “la partita nella quale mi sono più divertito nella vita. Ora so perché chiamano Tomas Felipe Carlovich “El Rey”: uno forte come lui dalle nostre parti non lo avevo mai visto prima.”
E ad ogni incontro la frase del “Trinche” Carlovich al suo amico Victor è sempre la stessa.
“Il vero “Rey” sei tu amico mio”.

Kipiani e la leggendaria finale del 1981

13 maggio 1981.
Il giorno che ogni singolo abitante della Georgia e di Tbilisi in particolare, ricorda alla perfezione.
 Essere nati dopo quel giorno in Georgia, e a Tbilisi in particolare, è considerata poco meno di una disgrazia.
“Tu mica c’eri nel maggio del 1981!” è la frase più ricorrente verso tutte le generazioni successive.
Il 13 maggio 1981 è il giorno in cui la Georgia intera si è fermata.
E’ un po’ come chiedere ad un italiano dov’era l’11 luglio dell’anno successivo o ad un danese dove si trovava il 26 giugno del 1992.
Facile … davanti alla tv ad assistere alla “partita di calcio della vita”.
Ho fatto due esempi di nazionali di calcio dei propri paesi.
Beh, obietterà qualcuno, ma la Dinamo Tbilisi è una squadra di club, mica una nazionale.
Sbagliato.
La Dinamo Tbilisi era la squadra che rappresentava ai tempi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche la NAZIONE Georgia.
Quella sera a Tbilisi perfino nei registri di polizia pare non sia stata segnalata nessuna effrazione. Nessuna rapina, nessuna rissa, nessun borseggio.
La Georgia intera era tutta davanti alla tv.
Quella sera la Dinamo giocava la finale della bellissima e ahinoi defunta Coppa delle Coppe.
Di fronte non certo una delle grandi del calcio europeo ma una squadra di una piccola città tedesca, anch’essa aldilà del muro di Berlino.
Anzi, che dal muro distava poco più di 200 chilometri visto che la squadra in questione è il Karl Zeiss Jena, è Jena è in Turingia, nell’allora Germania dell’Est.
C’è un problema però e non di poco conto.
La finale si gioca “aldiquà” del muro ed esattamente a Dusseldorf, nell’altra Germania, quella dell’Ovest.

I cinquemila tifosi scarsi (e perlopiù locali) che siedono sulle tribune del Rheinstadion non contribuiscono certo a rendere l’atmosfera indimenticabile.
La divisione ancora in atto tra le due “Europe” rende praticamente impossibile ai tifosi della Dinamo la trasferta in terra tedesca … anche se è la partita “della vita”.
I tifosi che arrivano da Tbilisi sono un centinaio … forse addirittura meno.
Poco importa.
Entrambe le due squadre per arrivare in finale non hanno avuto certo un percorso facilissimo.
Già al primo turno il Karl Zeis Jena ha fatto un impresa, anzi “l’impresa” come ancora oggi amano ricordare i più attempati tifosi di questa glorioso club caduto in disgrazia dopo la riunificazione fra le Germanie.
Al primo turno infatti per i tedeschi di Jena c’è la Roma che all’Olimpico vince con un netto 3 a 0. Pruzzo, Ancelotti e Falcao i marcatori. Sembra tutto chiuso e definito. Ma nella partita di ritorno il Karl Zeiss getta il cuore aldilà dell’ostacolo giocando con una determinazione ed una grinta che spiazza completamente i giallorossi, convinti di andare a fare una gita in quella piccola cittadina in mezzo al nulla.
Il Karl Zeiss Jena vincerà per 4 reti a 0, colpirà due volte i pali della porta di Tancredi che salverà da un ancor peggior tracollo i suoi con alcuni interventi di altissimo livello.

Dopo la Roma saranno il Valencia (campione in carica) la rivelazione Newport County e il Benfica a cadere sotto i colpi dei biancoblu tedeschi.
La Dinamo invece, dopo due turni tutto sommato abbordabili contro i greci del Kastoria e gli irlandesi del Waterford compiono un’impresa nei quarti di finale eliminando gli inglesi del West Ham. Il 4 a 1 con cui sconfiggono Brooking e compagni è ancora oggi ricordata come una delle prestazioni più spettacolari offerte da una squadra straniera sul suolo britannico.
Il Guardian scriverà che “La Dinamo Tbilisi ha fatto innamorare una generazione con il suo calcio meraviglioso”.
In semifinale saranno gli olandesi del Feyenoord a cadere, sconfitti 3 a 0 a Tbilisi e “contenuti” con uno 0 – 2 al De Kuip.
Stasera c’è l’occasione per entrare nella storia.

Del calcio russo, che prima della Dimano Tbilisi aveva visto soltanto la Dynamo Kiev di Oleg Blokhin e compagni alzare al cielo lo stesso trofeo continentale sei stagioni, ma soprattutto del calcio della Georgia, mai arrivato con un proprio Club così in alto.
La tv nazionale, rigorosamente in bianconero, trasmetterà l’incontro.
Fin dalle prime battute però si capisce che siamo di fronte a qualcosa di speciale.
La Dimano Tbilisi non sembra affatto una squadra russa.
La Dynamo Kiev e la nazionale avevano sempre raggiunto i loro migliori risultati grazie ad una metodica organizzazione di gioco, ad una grande forza fisica e ad una filosofia pragmatica e senza fronzoli.
La Dinamo è l’esatto contrario.
Tecnica, fantasia, creatività e tanto spazio alle giocate individuali dei suoi calciatori più dotati.
Non certo quello che ci si aspetta da una squadra russa.
“Semplice” risponderebbero in coro i calciatori della Dinamo “Noi siamo Georgiani, mica russi !”.
Fin dalle battute iniziali c’è un calciatore che attira l’attenzione di quasi tutti gli spettatori di quell’incontro.
Inizialmente per il suo aspetto fisico, così particolare che lo fa sembrare un impiegato da scrivania più che un calciatore di calcio.
Alto, magro e spigoloso.
Con una calvizie importante e due baffoni neri sotto due zigomi pronunciati.
Ma è quando tocca la palla che ci si accorge che David Kipiani NON E’ un giocatore normale.
Intanto è il leader assoluto della squadra.
Sembra che esista una legge non scritta per cui ogni pallone di ogni azione offensiva debba passare dai suoi piedi.
Pare però che lo sappiano bene anche i giocatori del Karl Zeiss Jena !
Ogni volta che Kipiani entra in possesso di palla ci sono un paio di calciatori tedeschi che immediatamente gli mordono le caviglie e che, fedeli al vecchio motto “o gamba o pallone” cercano di limitare il più possibile il numero 10 in completo blu.
Teoricamente è un attaccante, almeno così viene presentato nella formazione iniziale.
In realtà è uno di quei giocatori alla Di Stefano, alla Cruyff, alla Tostao o alla Deyna, così intelligenti e duttili che sembra che “sentano” in quale posizione possono fare più male all’avversario.
Quei giocatori ai quali gli dei, oltre al talento, hanno regalato anche un cervello pensante.
E così Kipiani inizia ad arretrare, galleggiando, come si direbbe oggi, “fra le linee”.
Troppo arretrato per essere marcato da uno stopper e troppo avanzato per “sprecare” un centrocampista nella sua marcatura.
Il primo tempo scorre via frenetico, lottato e sudato.
Ma giocato poco.
La Dinamo Tbilisi ama essere padrone del gioco e la palla ce l’hanno quasi sempre i Georgiani.
Ma il Karl Zeiss non molla un centimetro, chiude gli spazi e prova a far male soprattutto con le ali Vogel e Bielau.
Nella ripresa, dopo meno di venti minuti, quella che sembra la svolta del match.
C’è una bella azione di rimessa dei tedeschi con la palla che Vogel, dopo una bella triangolazione con Lindemann, arriva sulla linea di fondo prima di mettere in mezzo un cross arretrato sul quale la difesa della Dinamo Tbilisi sembra incerta.
Da dietro arriva il mediano Hoppe che con un bel destro al volo infila la palla sotto la traversa di un esterrefatto Gabelia.
E’ Séngelia a partire in percussione saltando un paio di avversari prima di “scaricare” in stile cestistico sulla destra verso l’accorrente Gutsaev. Gran botta di prima intenzione e palla in rete.
Non sono passati nemmeno quattro minuti dal vantaggio tedesco.
La Dinamo Tbilisi diventa padrona del campo e “Dato” (questo il suo soprannome in tutta la Georgia) sale in cattedra, distribuendo palloni e facendo da catalizzatore del gioco.
Il dinoccolato “regista-rifinitore-attaccante” della Dinamo ha una caratteristica peculiare, comune a tutti i grandi calciatori: i tempi della partita li detta lui.
Mancano meno di quattro minuti al termine.
La partita sembra destinata ai supplementari quando Kipiani riceve palla sulla trequarti 
avversaria. Stavolta sembra quasi crogiolarsi con la sfera tra i piedi, dando l’idea di voler ingannare il tempo (e il Karl Zeiss) in attesa dei supplementari.
Poi, sempre con grande indolenza, decide di “scaricare” la sfera al compagno di squadra Vit’ali Daraselia, altro immenso giocatore e alter ego perfetto di Kipiani: corpulento, arrembante di corsa e muscoli ma con piedi più che educati.
Daraselia non è particolarmente “pensante”.
Non fa calcoli e si lancia verso la porta avversaria.
Ci sono trenta metri buoni tra lui e Grapenthin, il numero uno tedesco.
Daraselia salta un prima avversario in velocità, rientra verso il centro dell’area,finge il tiro di destro facendo sedere l’avversario e poi con il sinistro scarica un rasoterra che si infila a fil di palo.
Per i tedeschi dell’Est non c’è più tempo.

La Dinamo Tbilisi conquista quello che allora era il 2° trofeo continentale più importante.
Il primo (e ultimo) per la regione georgiana, che diventerà Nazione a tutti gli effetti esattamente dieci anni dopo.
La Georgia intera impazzisce.
Milioni di georgiani scendono nelle strade. In quasi centomila si ritrovano allo stadio della Dinamo, allora intitolato a Vladimir Lenin.
Per David Kipiani è la definitiva consacrazione.
Sono tante le squadre di blasone a volerlo nell’Europa aldilà del muro.
“Dato”non vacilla neppure un momento.
E’ georgiano, e a Tbilisi vuole rimanere tutta la carriera … e tutta la vita.
Aldilà del muro ci va qualche mese dopo, per un Torneo estivo, quello organizzato al Santiago Bernabeu di Madrid e intitolato proprio all’ex grande presidente del Real di Puskas, Gento e Di Stefano.
La Dinamo Tbilisi sta giocando proprio contro i padroni di casa del Real Madrid quando una assurda entrata del centrocampista madrileno Angel lascia Kipiani a terra con una gamba spezzata.
E’ il settembre del 1981.
L’URSS ha fallito la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978
 ma stavolta la qualificazione ai Mondiali di Spagna del 1982 è praticamente cosa fatta.
Per Kipiani è l’occasione che aspetta da sempre.
Poter mostrare al mondo le sue doti sul palcoscenico più importante in assoluto.
Avrà quasi 31 anni per cui probabilmente sarà anche l’ultima opportunità a questi livelli.
Sono lunghi mesi di recupero, riabilitazione ma quando riprende a giocare nella primavera del 1982 sembra sia tutto a posto.
Kipiani ha ripreso a giocare nella Dinamo Tbilisi e riprende in mano la squadra giusto in tempo per le fasi decisive della stagione. C’è una Coppa delle Coppe da difendere e Kipiani è protagonista della vittoria nei quarti contro il Legia Varsavia prima di cedere in semifinale ai belgi dello Standard Liegi.

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Ma c’è un problema, inatteso quanto insormontabile.
La panchina della Nazionale russa, in una cervellotica quanto inefficace decisione della Federazione, viene assegnata a tre tecnici, che devono rappresentare le tre maggiori “scuole” delle repubbliche socialiste sovietiche: russa, ucraina e georgiana.
Konstantin Beskov allenatore dello Spartak Mosca, Valeriy Lobanovsky allenatore della Dynamo Kiev e infine Nodar Akhalkatsi allenatore della Dinamo Tbilisi.
Con 4 calciatori della Dinamo Tbilisi praticamente nella formazione titolare (Chivadze, Sulakvelidze, Daraselia e Shengelia) c’era il grosso rischio (secondo la federazione russa e soprattutto secondo Lobanovsky e Beskov) di alterare troppo gli equilibri del team.
David Kipiani a questo punto è ritenuto di troppo.
Non solo, ma la sua creatività, la sua anarchia tattica e soprattutto il suo evidente carisma vengono visti dai due terzi della panchina russa come “limiti” nella struttura del gioco rigido e organizzato voluto da Beskov e soprattutto Lobanovsky.
Allora si decide per la versione di comodo.
“Kipiani non ha ancora pienamente recuperato dall’infortunio del Bernabeu”.
Una menzogna
, niente di più e niente di meno, a cui non crede nessuno, soprattutto chi lo ha visto in azione da marzo in avanti.
Per Kipiani la delusione è enorme.
Ne lui ne il resto della Georgia (e gran parte dell’opinione pubblica sovietica) riescono a capire questa scelta.

A questo punto Kipiani prende una decisione estrema, che lì per lì pare solo dettata dallo sconforto di essersi visto privare del sogno della carriera: lasciare il calcio.
David Kipiani ha solo trent’anni.
Sono tutti convinti che sia uno sfogo temporaneo, dovuto alla delusione e alla rabbia e che rivederlo in campo sia solo questione di tempo.
Non sarà così.
David Kipiani non tornerà mai più su un campo di calcio con le scarpette ai piedi.
Neppure per la sua partita d’addio, prevista per il novembre di quel 1982 e annullata per la morte pochi giorni prima del segretario del Partito Comunista Leonid Brezhnev.
David Kipiani, figlio di due importanti medici di Tbilisi, intraprende la carriera di allenatore.
Prima la Dinamo Tbilisi a più riprese, poi la Nazionale della Georgia, una esperienza a Cipro e una in Belgio.
E’ il 17 settembre del 2001.
Kipiani è stato appena contattato dalla Dinamo Mosca che lo vuole sulla sua panchina.

E’ la sua prima squadra della vecchia madre Patria fuori dai confini della Georgia e soprattutto è uno dei team più importanti del Paese.
Kipiani sale sulla sua auto per andare all’aeroporto di Tbilisi con destinazione Mosca per discutere dell’offerta.
Il fato, però ha deciso diversamente.
Perderà la vita schiantandosi a forte velocità contro un albero al bordo della strada.
Ma la morte non sarà colpa della sua imperizia al volante.
L’autopsia rivelerà che è stato un attacco di cuor
e a fargli perdere il controllo dell’auto.
La Georgia piangerà forse il suo più grande campione, quello che tutto il suo popolo sperava di vedere ai Mondiali di Spagna del 1982 … perché da queste parti sono ancora in tanti quelli convinti che “Dato” avrebbe fatto la differenza.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
 

 E’ nella primavera del 1974 che la carriera calcistica di Kipiani subirà la svolta decisiva … e per assurdo sarà un infortunio al ginocchio che si rivelerà determinante !
Kipiani per curarsi ha il permesso di andare in Ucraina e da lì può vedere i Mondiali di calcio del 1974, cosa che sarebbe stata impossibile nel suo Paese a causa dello stretto regime politico che impediva di vedere tv estere.
E qui Kipiani si innamora dell’Olanda e del suo meraviglioso calcio. Ma soprattutto si innamora di quel numero 14 che pare essere da tutte le parti del campo e dal quale passano tutti i palloni.
Ecco, quello è esattamente quello che voglio diventare io nella mia Dinamo” dirà Kipiani agli amici al suo ritorno in Georgia.
Come Johann Cruyff per l’Olanda.

E sarà esattamente così.
David Kipiani diventerà il più grande calciatore georgiano di sempre e uno dei più grandi “playmaker” della storia del calcio … almeno per tutti quelli così fortunati da averlo visto in azione.

Il suo primo titolo conquistato con la Dinamo Tbilisi fu la Coppa nazionale del 1976. A quei tempi Kipiani era già arretrato in cabina di regia ma curiosamente il suo gol fu un classico gol da centravanti; grande stacco e colpo di testa all’angolino. 

Non male per uno che aveva sempre affermato  che “non mi piace colpire troppo spesso la palla di testa. Può danneggiare il cervello e a me il cervello in campo serve parecchio !”.

Nel 1977 la Dinamo Tbilisi affronta l’Inter di Milano in una partita di Coppa UEFA. Mancano poco più di 10 minuti alla fine. David Kipiani ruba la palla a Giacinto Facchetti e poi si invola verso la porta. Entra in area e lascia partire un destro forte e rasoterra che batte il portiere nerazzurro Bordon. Sarà il gol decisivo della contesa. A Facchetti viene chiesto il motivo di tanta passività per di più in un periodo dove il “fallo da ultimo uomo” ancora non veniva punito come oggi. “Non me le sono sentita di fare fallo su un giocatore così meraviglioso” fu la risposta del grande Giacinto Facchetti.

Infine, questa la definizione data a Kipiani da Tengiz Packhoria, il più celebre giornalista sportivo georgiano.
“Kipiani ha elevato il calcio da sport ad arte. 
La gente impazziva per lui. Conosco persone che andavano allo stadio solo per vedere giocare lui … e “Dato” li rendeva felici perché era differente da qualsiasi altro calciatore”.