NON SOLO CALCIO… Michael Jordan

“Il calcio è una scuola di vita”. Non si chi abbia detto questa frase ma credo sia un’assoluta verità. Il modo in cui ti comporti in un campo da calcio o in uno spogliatoio (e non parliamo di piedi sopraffini o quant’altro…) di certo fa capire come sei anche al di fuori del rettangolo di gioco nella vita di tutti i giorni, che tu abbia 20/30 anni o solo 10…

Ma visto che tante “penne” scrivono di calcio in questo blog, mi piaceva pensare a una serie di articoli dedicata ad avvenimenti o personaggio che hanno segnato un momento della storia sportiva… un anno fa eravamo partiti da un certo Francesco Molinari che faceva nel golf quello che nessun italiano era ancora riuscito a fare vincendo uno dei tornei Major, oggi (e promettiamo di non far passare un altro anno…) ci dedichiamo forse all’atleta più conosciuto e amato di tutti gli sport, cioè sua maestà MJ23, Michael Jordan.

In realtà ci vogliamo concentrare ad un particolare momento che è successo esattamente 22 anni fa (qualche giorno fa è stato l’anniversario…).

Speriamo che questa rubrica vi possa piacere, distogliendo un attimo lo sguardo dallo sport più bello del mondo (che rimane sempre il calcio… in ogni sua forma)

22 anni fa “The Last Shot”, l’ultimo tiro di Jordan in maglia Bulls alle Finals 1998.

michael jordan

La mitica serie contro gli Utah Jazz si chiude con l’epilogo atteso da tutti, la vittoria del titolo NBA dei Tori, il sesto in otto anni, con un canestro di MJ in faccia a Bryon Russell, l’ultimo di una serata da 45 punti.

Un tiro divenuto iconico e attorno al quale si è costruita un’importante narrativa che ha segnato un’epoca intera.

Se “The Last Dance”, l’ultimo ballo, è la definizione per l’annata 1997-98 dei Chicago Bulls, l’ultima versione di una squadra mitica e irripetibile, “The Last Shot”, l’ultimo tiro, non può che essere riferito al canestro di Michael Jordan che segnò l’epilogo e il lieto fine di quella cavalcata, tanto clamorosa quanto difficile e controversa.

Il sigillo di Sua Maestà

Era il 14 giugno del 1998. Al Delta Center di Salt Lake City, Utah. Finali NBA 1998 tra Utah Jazz e Chicago BullsGara 6 con i Tori in vantaggio 3-2 nella serie e ad un passo dal sesto titolo in otto anni, il secondo “Three-Peat” dopo quello dal 91 al 93. Sotto 86-83 a 42″ dalla fine dopo una tripla di John Stockton, i Bulls si affidano a MJ e Sua Maestà non tradisce.

Dopo il timeout di Phil Jackson, ecco la sequenza iconica:

  • Jordan, reduce da 4 liberi consecutivi a segno, si fa consegnare la palla sulla rimessa, attacca direttamente Russell, la difesa lascia libera la corsa di penetrazione e così arriva un canestro immediato di mano destra al ferro per il -1, 85-86 a 37″ dal termine.
  • I Jazz attaccano con Stockton, lavorano con calma per far correre il cronometro, il playmaker sceglie il alto sinistro e attende che Karl Malone si piazzi in post basso. Il “Postino” riceve spalle a canestro marcato da Rodman e lì, dal nulla, dalla linea di fondo, il lato cieco di Malone, sbuca Jordan che gli tocca il pallone, glielo fa cadere e arriva il recupero. 19″ sul cronometro.
  • Michael va dall’altra parte, sceglie il lato sinistro del campo, i compagni gli lasciano completamente libera la fascia centrale, lui attacca Bryon Russell andando verso la lunetta, lo sbilancia con una finta in palleggio di mano destra, torna sulla mano sinistra e si alza per il tiro dai 6 metri. Lingua fuori, ciuf, retina che si muove, canestro, 87-86 per Chicagoa 5″ dalla fine.

Il resto è storia, dopo il timeout gli Utah Jazz hanno la chance per il controsorpasso e portare la serie a gara 7, ma Stockton sbaglia la tripla da posizione centrale e così, al suono della sirena, può scattare la festa dei Bulls e contemporaneamente chiudersi un’era del basket moderno.

Lo scenario: per i Bulls non si metteva bene

Il canestro di Jordan e la conseguente vittoria di partita e titolo, hanno levato tutte le castagne dal fuoco per i Bulls dato che, in caso di sconfitta e di successiva gara 7, le prospettive non erano per nulla buone.

Infatti, pur osservando che nessuno nella storia NBA era mai riuscito a vincere un titolo partendo da uno svantaggio di 3-1 (ci riusciranno i Cavs di LeBron James nel 2016 contro i Warriors, ndr), quei Jazz avevano vinto gara 5 a Chicago impedendo ai Tori di chiudere il discorso sul parquet amico (errore da tre di MJ a fil di sirena, ndr) e poi avrebbero avuto appunto la decisiva gara 7 in casa, al Delta Center, dove da sempre il pubblico e i tifosi fanno sentire il proprio calore, più che altrove in NBA.

Inoltre, Utah avrebbe avuto l’inerzia della rimonta mentre Chicago avrebbe potuto tremare, considerando anche l’infortunio alla schiena che tormentava Pippen da gara 3, l’influenza che debilitò Harper in gara 6 e l’inevitabile stanchezza di tutti, Jordan in primis, rimasto sostanzialmente solo a sorreggere l’attacco dei suoi (45 punti in gara 6 con 15 su 35 al tiro, 19 su 32 per il resto dei Bulls).

E poi il fattore stanchezza era legato anche al cammino nei playoff: i Jazz, a parte il combattuto 3-2 contro i Rockets al primo turno, poi passeggiarono contro Spurs, 4-1, e Lakers, 4-0, mentre i Bulls, tolto il 3-0 iniziale coi Nets e poi il 4-1 sugli Hornets, dovettero lottare duramente contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller nella finale dell’Est, vinta soltanto 4-3 in gara 7 al termine di una serie massacrante.

Era fallo in attacco contro Bryon Russell?

A più di 20 anni da quel canestro di Michael Jordan, si dibatte ancora sullo sviluppo dell’azione e se ci fosse fallo da parte di Michael ai danni di Bryon Russell. Dai replay si nota una leggera spinta di Jordan con la mano sinistra sul gluteo di Russell che poi scivola e va a terra, ma non si capisce se sia abbastanza intensa per generare un fallo.

Secondo il sito AskMen.com questa azione è sesta nella Top 10 ogni epoca dei fischi arbitrali sbagliati, o mancati, mentre nel 2008 Tim Bucley del Desert News, quotidiano di Salt Lake City, ha sottolineato anche altri due errori arbitrali in gara 6 legati al cronometro, una tripla di Howard Eisley nel primo tempo annullata (era buona) e un canestro di Ron Harper per i Bulls nella ripresa, convalidato nonostante il replay abbia mostrato fosse oltre lo scadere. Ma a quel tempo l’instant replay non c’era e non si poteva andare a rivedere l’azione al monitor per gli arbitri.

michael jordan

E il diretto interessato, Bryon Russell, cosa pensa? Ne ha parlato nel 2018, a 20 anni da quel tiro:

Sapevo dove sarebbe voluto andare a tirare. Ero più atlo e più pesante di lui, per cui ha dovuto fare qualcosa che neanche il resto del mondo è riuscito a vedere. Mi ha dato una piccola spinta ‘extra’ con cui ha potuto mettersi nella posizione che voleva per tirare. Sapevo cosa voleva fare, ho cercato di impedirglielo, ero un passo avanti a lui, ma è stato bravo e poi ha tirato

Michael Jordan, dopo la fine della partita e la conquista del titolo NBA, con anche il premio di MVP delle Finals, ha parlato a proposito del canestro e se fosse il modo migliore per uscire di scena.

Sì ci ho pensato. Quando ho conquistato l’ultimo pallone, ho avuto una sensazione di benessere. La gente si è zittita e il momento ha cominciato a diventare tutt’uno con me stesso, in una sensazione di perfetta armonia. Tutto ha cominciato a svolgersi come se fosse al rallentatore, la visione del campo era perfettamente nitida. Allora provi a leggere la difesa, cerchi l’attimo e l’ho trovato quando Russell si è sbilanciato. Non ho mai dubitato di me stesso, sapevamo che avremmo avuto un’opportunità di vincere la partita

Pensando allo spogliatoio

Lo Spogliatoio…questo sconosciuto! Come lo si vive, come lo si gestisce…cosa succede dentro quelle “4 mura”. Il punto di vista di Davide Gottuso, mister del Forii calcio a 5.

Quanto è importante per un Mister “saper comunicare”?

Credo sia una delle qualità più importanti per un allenatore, saper comunicare verbalmente ma anche fisicamente è fondamentale… Riuscire ad entrare in empatia con ogni ragazzo, riuscire a trasformare la propria autorità (data dal ruolo di Mister) in autorevolezza grazie al modo di comunicare con i giocatori crea un rapporto di reale fiducia indispensabile per ottenere risultati positivi.

Secondo me un allenatore deve essere un po’ padre, un po’ fratello maggiore, un po’ professore, un po’ psicologo e un po’ amico… Se manca qualcuna di queste figure diventa difficile trovare il modo giusto per comunicare con la squadra.

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Codici di comportamento e regole… come le gestisci con i tuoi giocatori?

Di fatto creo ad inizio stagione una sorta di regolamento interno, dove ad ogni situazione negativa viene associata una sorta di “punizione”, come a cercare di creare qualcosa di automatico e schematico, ma ciò serve solo ad indicare cosa non si deve fare, nella realtà ogni situazione viene valutata volta per volta, cercando di avere un metro di giudizio oggettivo e di non creare differenze all’interno dello spogliatoio.

Ammetto che molto dipende dal trascorso del giocatore in questione, nel senso che se due giocatori arrivano tardi ad allenamento, oltre a prendere in considerazione le motivazioni e se hanno avvisato per tempo o no, valuto il passato dei due ragazzi, il decimo ritardo non può avere lo stesso peso del primo o del terzo.

Ti è mai capitato di “ammettere di aver sbagliato” nello spogliatoio?

Un sacco di volte, mi è capitato di scusarmi per una reazione magari troppo forte o per un rimprovero troppo veemente, parto sempre dal presupposto che ai ragazzi non serve un dito accusatore ma piuttosto un muro dietro al quale sentirsi protetti, devono giocare ed allenarsi con serenità, ho sempre fatto da scudo alle loro prestazioni negative cercando di prendermi le mie responsabilità.

Come prepari una partita?

Dal punto di vista tecnico/tattico in base ai fattori statistici e oggettivi, dimensioni del campo, tipo di gioco preferito dagli avversari, situazione di classifica, giocatori a disposizione, etc. etc…

Dal punto di vista emotivo in base all’importanza della gara e soprattutto ai comportamenti dei miei giocatori, se li vedo troppo euforici cerco di abbassare la loro “troppa” sicurezza, se invece li vedo rassegnati o abbattuti vado a cercare di colpire il loro orgoglio e provo ad infuocare il loro spirito.

Durante la settimana martello molto, a prescindere dalla classifica o dai risultati ottenuti, ogni partita va giocata con la massima concentrazione e con il massimo rispetto dell’avversario, nessuna partita è vinta o persa al venerdì sera… I conti si fanno dopo il triplice fischio.

spogliatoio

Che tipo di comunicazione fai quando devi comunicare i titolari e le riserve?

Nel calcio a 5 trovo riduttivo parlare di titolari e riserve, nell’arco della partita tutto cambia costantemente ogni secondo.

I convocati al match vengono indicati al mattino del giorno di gara, con un messaggio nel gruppo di whatsapp, raramente avviso prima un non convocato, alla fine lo trovo poco rispettoso per me e per il mio staff, come se dovessimo giustificarci di una scelta, i 12 che vengono convocati, lo sono in funzione del match e della stagione, e sono sempre quei giocatori che mi danno più garanzie.

Come ti comporti dopo una sconfitta?

Partiamo dal presupposto che mi metto sempre in discussione, mi assumo la totale responsabilità delle sconfitte.

La mia reazione però dipende principalmente da due fattori, il primo è l’atteggiamento avuto dai ragazzi e il secondo le scelte fatte. Ammetto di non essere bravissimo nel riuscire a non esternare rabbia o delusione ma credo che per imparare a vincere bisogna necessariamente saper perdere.

Se però ho notato poco attaccamento alla maglia o mancanza di voglia allora significa che non sono nel posto giusto, perché una squadra allenata da me non può scendere in campo senza il sangue agli occhi.

Alla fine chi comanda dentro uno spogliatoio?

Risponderei tutti e nessuno, lo spogliatoio è un po’ come una famiglia, dove intervengono sicuramente  i  genitori  ma  anche  i  fratelli  maggiori,  gli  zii  e  i  nonni  hanno  la loro importanza e utilità… Ecco, Il Mister, i giocatori, i dirigenti, i collaboratori tecnici… ognuno ha la sua importanza e aiuta nel creare un ambiente il più sereno e positivo possibile.

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Che “strategie” utilizzi per cambiare le “strategie” in una squadra?

Gioco di parole interessante, diciamo che cerco sempre di far arrivare alle soluzioni i giocatori stessi, cerco sempre di aumentare la capacità cognitiva e provo ad avere giocatori pensanti in ogni momento, dal riscaldamento, all’esercitazione fino ad arrivare alla partita, voglio giocatori capaci di adattarsi e di trovare soluzioni, la maggior parte degli  allenamenti  sono  questo,  risoluzione  di  problemi.  

Quindi  se  stiamo usando strategie di squadra poco funzionali la mia strategia per cambiarle sarà quella di mettere i miei giocatori nelle condizioni di dover trovare soluzioni a problemi che con la “solita” strategia non possono essere risolti.

Come integri “i nuovi arrivi”?

Dipende da quanto sono importanti e dal loro carattere, se arriva un giocatore di un certo livello e con un carattere forte verrà trattato come gli altri, se invece viene un giocatore poco conosciuto o con un carattere introverso o timido come spesso accade con i giovani dell’under quando vengono aggregati alla prima squadra, allora faccio un po’ da chioccia, e cerco di farli sentire subito importanti per il progetto, magari creando esercitazioni che ne evidenzino le peculiarità, che sicuramente li porteranno ad emergere positivamente e a togliersi di dosso un po’ di timore iniziale.

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Calcio femminile giovanile: Intervista a Elisa Casellato dell’under 17 dell’Hellas Verona

Ripropongo questa intervista, presa dal canale Instagram dell’Hellas Verona Femminile, per far capire come vive una ragazza di 17 anni il calcio femminile. 

Ci teniamo a precisare che Elisa già vive una realtà dove esiste una categoria under 17 femminile, a differenza delle colleghe che l’hanno preceduta negli anni passati.

L’appello che mi sento di fare a tutte le società è di non vivere la presenza delle categorie femminili (anche giovanili) come un obbligo, ma come una possibilità di crescita.

Roberto Batata e la leggenda del numero 7

La sensazione che abbiamo tutti quanti al Club è la stessa: non siamo mai stati così forti. Non è questione di superbia o di una esagerata autostima. E’ il campo a dircelo. Pochi mesi fa, nel dicembre dello scorso anno, siamo arrivati in finale del Brasileirao. Per il secondo anno di fila. L’anno prima perdemmo contro il Vasco da Gama. Eravamo sicuri di rifarci. Anche se di fronte avevamo una delle squadre più forti non solo del Brasile, ma di tutto il Sud America: l’Internacional di Porto Alegre. Paulo Cesar Carpeggiani, Paulo Roberto Falcao, Valdomiro, Elias Figueroa, Manga … Giocammo alla pari per tutto l’incontro e di gol avrebbero potuto essercene parecchi in quella partita. Invece ce ne fu uno solo, segnato da quel grande giocatore che è il cileno Figueroa. Il “gol illuminato” lo hanno chiamato. Si, perché nel momento in cui il libero dell’Internacional colpiva il pallone lui, e solo lui, fu illuminato improvvisamente da un raggio di sole. Ci provammo in tutti i modi per rimettere in piedi la partita. Non ci fu nulla da fare. Ma l’Internacional di Porto Alegre è una delle squadre più forti del Sudamerica e avere giocato alla pari con loro ci diede tanta, ma tanta fiducia. Ci siamo qualificati per la Copa Libertadores. E’ il torneo più prestigioso di tutto il Sud America. L’anno prima arrivammo fino alle semifinali, giocate in due gironi da tre squadre ciascuna. Demmo filo da torcere a tutti, Independiente compreso che poi vincerà il torneo. Ma quest’anno abbiamo qualcosa in più. Intanto abbiamo quell’esperienza necessaria ad affrontare partite del genere. E poi in una squadra già forte quest’anno è arrivato Jairzinho, che non è solo una gloria qua in Brasile, ma è ancora un giocatore fantastico che nelle partite importanti riesce sempre a dare il meglio di se. Il nostro ruolino di marcia finora è stato impressionante. Nel girone di qualificazione ci siamo ritrovati proprio l’Internacional. Li abbiamo battuti entrambe le volte così come abbiamo battuto lo Sportivo Luqueño e il Club Olimpia. E adesso, nel girone a tre di semifinale abbiamo vinto le nostre prime due partite, l’ultima proprio ieri sera, in Perù contro l’Alianza Lima. Ci siamo ad un passo. Ad un passo dalla finale di Copa Libertadores, qualcosa che per noi “Raposa” non è mai accaduto in passato. Ieri sera ho segnato io il primo gol. Eravamo già a metà del secondo tempo e ad ogni minuto che passava i nostri avversari stavano prendendo sempre più coraggio. Una volta andati in vantaggio ci siamo rilassati e abbiamo giocato un calcio che non è facile vedere da nessun altra parte. Joáozinho ne ha segnati subito altri due e il nostro leader Jairzinho ha chiuso i giochi con il quarto gol. 

Tornando in aereo parlavo con il mio amico Joáozinho. Che fenomeno ragazzi ! Ha appena compiuto 22 anni e ha già esordito in Nazionale. “Ma una squadra come la nostra chi ce l’ha in tutto il Sudamerica ?” mi diceva tutto contento durante il viaggio. “Tu, Palhinha e Jairzinho che segnate gol a valanga. Uno esperto come Piazza che tira le fila del gioco a centrocampo. Un portiere forte e affidabile come Raul e poi abbiamo Nelinho … dove lo trovi un altro terzino così ? Credi a me Roberto, quest’anno la Copa Libertadores finisce nella bacheca del nostro Mineiráo !” E allora forza. Ci basta una sola vittoria nelle prossime due partite in casa e sarà finale. Che sia il River Plate di Fillol e Luque o l’Independiente di Bochini e Bertoni poco importa. Questo è il nostro anno. E qui al Cruzeiro Esporte Clube ne siamo convinti tutti.

Quando l’allenatore del Cruzeiro Alfredo “Zezè” Moreira comunica alla squadra che concederà loro due giorni liberi prima di ricominciare gli allenamenti, Roberto Batata prende la decisione di tornare nella sua Tres Coraçóes dove ad attenderlo ci sono la moglie Denize e il piccolo Leonardo, di undici mesi. Da Belo Horizonte sono circa 300 chilometri per raggiungere la città nel sud dello stato di Minas Geiras. Prende la sua Chevrolet Chevette, saluta i compagni dandosi appuntamento per la ripresa degli allenamenti. C’è da conservare il titolo del Campeonato Mineiro e c’è soprattutto da preparare la gara di ritorno con l’Alianza di Lima che potrebbe permettere ai “Celeste” di strappare il biglietto per la finale. Roberto Batata non rivedrà più i suoi compagni di squadra. Un probabile colpo di sonno causato dalla stanchezza della partita e dal viaggio in aereo gli sarà fatale. La sua vettura andrà prima a tamponare un camion che lo precedeva per poi sbandare ed invadere l’altra corsia di marcia andandosi a scontrare con un altro mezzo pesante. La notizia arriva a Belo Horizonte. Nessuno vuole crederci.

Roberto Batata ha solo 26 anni e nonostante la squadra sia ricca di stelle è lui il giocatore più amato dalla “Torcida” della “Raposa”, la volpe, come viene soprannominata la squadra. Non solo per il suo stile di gioco, la sua velocità, il suo dribbling e la sua capacità di trovare la porta da qualsiasi angolazione. Roberto Batata è un ragazzo semplice quanto disponibile e nei suoi 6 anni al club si è fatto amare da tutti. E’ il vice-presidente Carmine Furletti ad informare molti dei suoi compagni di squadra. Uno di questi è Eduardo Amorim, probabilmente il miglior amico di Batata all’interno della squadra. Amorim non vuole crederci. Inizia a piangere disperato e corre in garage a prendere l’auto. “Voglio andare sul luogo dell’incidente. Non ci credo finché non lo vedrò con i miei occhi”. Ci vorranno le maniere forti da parte di Furletti e di qualche compagno di squadra per dissuadere Amorim, chiaramente non in grado di guidare in un momento del genere. In breve la sede del Cruzeiro si riempie di migliaia di tifosi increduli alla notizia. Gli attestati arrivano da tutto il mondo del calcio. Il campionato “Mineiro” si fermerà per due settimane. Due settimane di lutto per la morte di uno dei suoi giocatori più rappresentativi. Quando la squadra torna ad allenarsi l’atmosfera è irreale. Ricorda il portiere Raul Plassman che “avevamo il trofeo più importante di tutti da vincere ma in quei momenti ti accorgi di quanto poco importanti siano queste cose davanti alla morte di un amico e compagno di squadra. Avremmo potuto vincerne 100 di Libertadores che quel dolore non sarebbe mai stato compensato”.

Una settimana dopo la morte di Batata il Cruzeiro deve giocare la gara di ritorno contro l’Alianza Lima. Non c’è un solo tifoso della “Raposa” che non ricordi quel giorno e quell’atmosfera irreale. Quando la Banda Militare suona le prime note del “Toque do Silêncio” non c’è uno solo degli oltre 50 mila presenti che non abbia le lacrime agli occhi. Sul prato del Mineiráo c’è una maglia azzurra, quella con il numero 7, quella di Roberto Batata. “Piangevamo tutti, anche noi della squadra” ricorda il capitano Piazza, campione del mondo nel grande Brasile messicano di sei anni prima. “Stavamo raggiungendo tutti i nostri obiettivi e Roberto non era più con noi a condividerli”. La prestazione del Cruzeiro di quel giorno è perfetta per ricordare Roberto Batata nel migliore dei modi. Sarà un trionfale 7 a 1 contro il malcapitato Alianza Lima. Jairzinho segnerà quattro reti e Palhinha le altre 3. I due compagni di reparto di Roberto Batata. Sette gol in tutto. Come il suo numero di maglia. Non c’è nessuno tra i tifosi del Cruzeiro che ritenga che tutto questo sia casuale. Il Cruzeiro vincerà quella Copa Libertadores. La vincerà battendo in finale il poderoso River Plate al termine di tre sfide appassionanti e spettacolari. Sarà un grande trionfo … reso ancora più grande dal fatto di averlo conquistato senza il loro giocatore migliore alla quale tutto il Club dedicherà la vittoria.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
C’è una leggenda nata intorno alla vittoria contro l’Alianza nel primo incontro giocato dal Cruzeiro senza Roberto Batata. Quando dopo un’ora di gioco Jairzinho segna il 4 gol dell’incontro mentre i giocatori si stanno abbracciando festanti echeggia una voce “ne faremo 7”. 7, il numero perfetto di reti per onorare Batata. Il punto è che nessuno dei giocatori del Cruzeiro dice di avere detto quella frase … C’è anche il ricordo di Nelinho, il grande terzino brasiliano (quello del gol a Zoff in Argentina due anni dopo). “Non so chi abbia detto quella frase e sinceramente non sono in grado di spiegare cosa sia successo. So solo che all’ultimo minuto di gioco, mentre eravamo già sul 7 a 1, presi palla dalla destra, saltai un avversario, chiesi il triangolo a Jairzinho e mi trovai solo davanti al portiere. Calcia con tutta la mia forza. Sapevo che il pallone sarebbe entrato. Invece il pallone colpì la traversa e tornò in campo, pochi centimetri prima della linea bianca di porta. Era DESTINO che dovessimo segnarne sette quella sera, non uno di più e non uno di meno”.

Il vero nome di Roberto Batata è Roberto Monteiro. Il soprannome “Batata”, che significa “patata”, gli fu affibbiato da un allenatore delle giovanili del Cruzeiro
, Joáo Crispim, e derivava della smodata passione per Roberto nei confronti delle patatine fritte ! Roberto Batata, a 26 anni, era nel pieno della sua maturazione psico-fisica. Aveva esordito l’anno prima nella Nazionale Brasiliana nella Copa America che si era disputata nell’estate del 1975 in Brasile. Batata, con 3 reti in 6 partite, fu una delle rivelazioni della Nazionale Brasiliana che stava cambiando pelle inserendo forze nuove dopo la delusione dei Mondiali di Germania. L’altra nota lieta di quel torneo fu il giovane centrocampista del Flamengo Geraldo Cleovas, detto “Assoviador”. Anche per lui, come leggerete sempre su questo testo, il destino non fu affatto magnanimo. Sono tante le circostanza fortuite del giorno dell’incidente che costò la vita al giovane attaccante. La comitiva del Cruzeiro si era imbarcata a Lima intorno alla mezzanotte, immediatamente dopo il termine della partita. L’aereo atterrò a Rio de Janeiro intorno alle 6 di mattina e giocatori e staff dovettero attendere altre 6 ore in aeroporto prima di imbarcarsi per Belo Horizonte. “Quando sbarcammo a Belo Horizonte eravamo tutti distrutti. Roberto non ci aveva detto della sua intenzione di partire immediatamente per Tres Coraçóes” ricorda il suo compagno di squadra Palhinha. Sull’auto con Roberto Batata avrebbero dovuto esserci altre due persone. La nipotina quattordicenne Kate Cristina (che quel giorno però aveva lezione) e il compagno di squadra Dirceu Lopes che però era andato ad una seduta di fisioterapia. “Quando sono tornata da scuola in casa c’erano i miei cugini. Mi dissero che lo zio Bebeto (così veniva chiamato in famiglia Roberto) aveva avuto un incidente. Quella strada con lui l’avevo fatta decine di volte. Ero ormai la sua compagna di viaggio quando tornavamo a casa” ricorda Kate Cristina, che oggi vive negli Stati Uniti. Un altro che avrebbe dovuto essere su quell’auto era il compagno di squadra Dirceu Lopes. “Vivevamo nello stesso stabile e quando tornai a casa il ragazzo della portineria mi disse che Roberto mi aveva cercato e che stava per partire per tornare a casa dalla famiglia. Anch’io sono di Tres Coraçóes e avevamo fatto quel viaggio insieme infinite volte”. Racconta lo stesso Dirceu Lopes che “mi arrabbiai quando seppi che Roberto era già partito per Tres Coraçóes. In fondo si trattava di aspettarmi al massimo per un ora. Chissà come sarebbe andata se qualcun altro fosse stato con lui in auto. Magari non si sarebbe addormentato o magari non sarei qua neppure io a parlarne”. Un’altra coincidenza particolare dell’incidente fu che il titolare dell’impresa di autotrasporti del camion che si scontrò con l’auto di Roberto Batata era non solo un grande tifoso del Cruzeiro ma conosceva personalmente diversi giocatori della squadra, tra i quali lo stesso Batata. “Quando seppi della notizia alla radio non sapevo che si trattava di uno dei miei camion quello coinvolto nell’incidente. Sapevo che uno dei miei aveva avuto un incidente poco prima ma non potevo collegare la cosa. Mi telefonò qualche ora dopo proprio il mio autista dicendomi che nell’incidente era morto Roberto Batata.”

Oltre alle statistiche che ci dicono di un attaccante capace di segnare 110 reti in 271 partite la storia di Roberto Batata è indissolubilmente legata al Cruzeiro, squadra nella quale arrivò neppure ventenne dall’America Futebol Clube sempre di Belo Horizonte e che nel Cruzeiro avrebbe giocato con ogni probabilità per il resto della sua carriera. Già da un paio d’anni le “grandi” di Rio e di San Paolo si erano interessate al suo cartellino. “Non cominci neppure una trattativa Presidente” diceva ogni volta Roberto allo storico Felicio Brandi, che ricoprì la carica di presidente del Club per oltre vent’anni. “tanto io da qui non mi muovo !”. Oggi il Cruzeiro milita nella serie cadetta del Campionato Brasiliano. E’ retrocesso per la prima volta nella sua storia nel dicembre del 2019. Come ricorda il grande Tostáo, che nel Cruzeiro giocò praticamente tutta la sua carriera, “è in questi momenti difficili che il ricordo va ai tempi più felici. E Roberto Batata sarà sempre nella memoria di chiunque abbia amato il Cruzeiro”.

Trasformare la difesa in attacco

Esercizio per mettere in condizione i ragazzi di puntare l’avversario non appena viene ripreso il possesso palla. Trasformare la difesa in attacco in modo da sfruttare posizionamenti sbagliati dei giocatori avversari.

Trasformare la difesa in attacco

Si creano 4 squadre da 3 giocatori per squadra. e si dividono (ognuno di una squadra diversa) sui 4 coni (A, B, C, D).

L’esercizio inizia con un portiere che lancia la palla verso uno dei due coni più vicini (esempio cono A) a un giocatore (arancione) che ha un compagno di squadra sul cono B che parte attaccando la porta nella parte opposta del campo.

All’altra estremità (coni C e D) sono pronti, ad esempio, due giocatori verdi, ma solo uno va incontro agli attaccanti creando una situazione 2 contro 1.

Se gli attaccanti arancioni fanno goal guadagnano un punto. Se il giocatore verde vince la palla, il giocatore verde del cono D si unisce immediatamente al gioco per fare un 2 contro 2 attaccando immediatamente la porta nel tentativo di fare goal e guadagnare così il punto.

Se la palla esce (o va in goal) il gioco ricomincia con il secondo portiere che lancia una palla ad un altro giocatore che si combina con il suo compagno di squadra iniziando un altro 2 contro 1.

Un difensore può uscire solo se ha un compagno di squadra pronto in corrispondenza dell’altro cono. Nel trasformare la difesa in attacco è necessario sottolineare come il rimanere concentrati sia fondamentale per poter giocare e guadagnare punti.

Concentrazione, competizione, intensità (a seconda delle età variare le dimensioni del campo in modo adeguato) sono le caratteristiche fondamentali di questo esercizio.

Un successivo sviluppo potrebbe essere di impegnare i giocatori in modo da arrivare a giocare un 3 contro 2. Nel momento in cui il 2 contro 1 si trasforma in 2 contro 2, la prima coppia di attacco può essere raggiunta dal terzo giocatore. Personalmente quando si arriva a questa situazione pongo la regola che i goal valgono doppio.

Utilizzo questo esercizio diverse volte durante l’anno perché i ragazzi si divertono molto. Per evitare di essere ripetitivo sposto l’attenzione di volta in volta su un obiettivo diverso.

A seconda delle età si possono sottolineare tanti aspetti in questo esercizio: la creazione dello spazio, il gioco veloce, il passaggio di qualità, i tempi di gioco, le combinazioni uno-due, le sovrapposizioni, la tecnica di tiro, ecc.

Trasformare la difesa in attacco

Paolo Ghiglione del Genoa è un tipico esempio di difensore che appena entra in possesso palla comincia l’azione per il contrattacco immediato. Ha raggiunto quota 4 assist in questa stagione: nessuno ha fatto meglio tra i difensori nei 5 principali campionati europei.

Lavagna tattica

Diversi di voi, nei giorni scorsi mi hanno richiesto software utili per sviluppare ed animare esercizi sfruttando la lavagna tattica.

Ce ne sono diversi in commercio sia gratuiti che a pagamento. Negli anni ho avuto modo di utilizzarne diversi anche se poi personalmente, anche se mi occupo di informatica per lavoro da più di 30 anni, per motivi di tempo e per mentalità io disegno direttamente su un foglio di carta gli esercizi sfruttando i momenti liberi tra il lavoro, la famiglia e gli altri impegni.

Tra i vari software e app a disposizione ricercando anche tra vari amici e professionisti nel settore ho trovato uno strumento (molto utilizzato) interessante da approfondire.

Gratuito, semplice ed immediato. Sul sito tactical-board.com troverete una lavagna tattica online che permette di schierare due squadre e ricreare le varie situazione di gioco sia statiche che dinamiche.

Lavagna tattica

E’ possibile esportare tutto salvando in formato immagine oppure creando delle animazioni scaricabili poi in formato video.

Nel caso del video l’unica accortezza è che una volta salvato il video per condividerlo e farlo  visualizzare si dovrà utilizzare un canale youtube (è sufficiente avere una mail con  gmail e autenticarsi su youtube.com) in modo da rendere disponibile il video per poterlo consultare da Tablet e Smartphone in automatico senza troppi giri di file.

Tactical-board.com prevede oltre 15 sport diversi (calcio, pallacanestro, hockey, pallamano e altri) e per la maggior parte degli sport, sono disponibili 3 viste del campo: orizzontale, metà, verticale.

In ogni sport ti viene fornito un set di giocatori di diversi colori con la possibilità di impostare il nome e il numero. È possibile ruotare i giocatori.

Oltre ai giocatori si possono disegnare diverse forme (rettangoli, ellissi, linee, aree personalizzate, testi, ecc).

Siccome spesso nei pensieri e nei ragionamenti di noi allenatori capita spesso di dover ricorrere all’utilizzo della lavagna tattica questo può essere uno strumento utile ed immediato per rispondere alle nostre esigenze.

Se volete informazioni più dettagliate sul programma appena presentato o se volete approfondire questo tipo di argomento e cioè gli strumenti informatici utili al mister scrivetemi a questa mail paolo@ilmisterone.com

Buon lavoro!

Rendere protagonista il centrocampista

Come mister delle giovanili dobbiamo assicurarci che nella squadra più giocatori possano svolgere il ruolo di centrocampista in modo da poterli sostituire regolarmente durante le partite. Questo esercizio spinge ad rendere protagonista il centrocampista allenandolo sui continui passaggi che deve ricevere e smistare.

protagonista il centrocampista

Il centrocampista (verde) non ha palla ed è costantemente rifornito di passaggi dalle posizioni esterne (giocatori arancioni). Riceve il passaggio e lo compie di nuovo verso il giocatore che gli ha passato la palla.

Ogni volta deve voltarsi rapidamente verso il giocatore che gli fornisce la palla perché la frequenza dei passaggi deve essere molto alta in modo da rendere intenso l’esercizio.

Il numero di varianti è piuttosto elevato soprattutto per le diverse tecniche di passaggio che si possono effettuare (alto, rasoterra, esterno, interno, ecc..)

Ritengo che una qualità fondamentale del buon centrocampista sia data dalla qualità dei passaggi che riesce ad effettuare. Sembra una banalità ma è importante lavorare sul centrocampista che deve essere in grado di passare molto bene la palla.

Facendo ruotare i giocatori in questo semplice esercizio su rendere protagonista il centrocampista si può allenare il più possibile i ragazzi su questo fondamentale. ricordiamoci sempre che è importante allenare entrambi i piedi e tenere il ritmo abbastanza alto.

Aspetto non secondario è lavorare sulla capacità di saper controllare la propria emotività e in esercizi come questo se inseriamo un po di competizione con i compagni si può lavorare anche su quello.

Ad esempio variare l’esercizio inserendo l’elemento temporale per vedere quanti passaggi bene eseguiti il centrocampista riesce a fare in un determinato tempo.

Ovviamente vince chi riesce a farne di più ma il centrocampista oltre a restare lucido e a non sbagliare, non essendo da solo ad effettuare i passaggi, deve anche controllare il proprio compagno ed essere in grado di dargli la giusta fiducia lavorando sul suo essere positivo e incoraggiante verso i compagni controllandola propria emotività.

Ruotando i giocatori sia per ruoli che per file permettiamo a tutta la squadra di partecipare all’esercizio da protagonisti e non e di interagire con i compagni di squadra sottolineando quelle che possono essere le gerarchie tecniche che poi possiamo ritrovare sul campo.

Un semplice esercizio che a mio avviso deve essere fatto abbastanza spesso.

protagonista il centrocampista

Salvatore Franchino e il ruolo del pivot nel calcio a 5

Eccoci qui oggi a scambiare due parole con Salvatore Franchino mister dell’Atletico Santarcangelo calcio a 5 che disputa da anni il campionato di C2.

Salvatore Franchino

Abbiamo chiesto a Salvatore di parlarci del ruolo del pivot nel calcio a 5 e molto concretamente Il mister ci ha illustrato come nel recente passato tutte le grandi squadre a livello nazionale ed internazionale, hanno sempre avuto un pivot di ruolo.

Il Pesaro, campione d’Italia della passata stagione, ha come interprete del ruolo
Borruto anche se è un “avanzato atipico”.  L’Acqua & Sapone, l’altra finalista, ha avuto De Oliveria e Chimanguinho.  La Spagna vice campione d’Europa in casa, nonostante sia maestra del gioco a 4 si affida comunque ad uno specialista del ruolo del pivot come Fernandao.

Nonostante nel gioco moderno ad alti livelli il ruolo del pivot venga meno utilizzato poiché si
predilige un gioco meno statico, o che  non dia punti di riferimento si cerca comunque sempre  nella squadra di avere anche un pivot per ampliare le possibilità di soluzioni offensive.

Oltre a fornire un notevole contributo in fase realizzativa il pivot assicura profondità,
sfruttando l’abilità del ruolo nell’allungarsi coi tempi adeguati.
Il pivot deve poter sopportare la pressione psicologica ed avere molta intelligenza tattica e temperamento sopra la media poiché se da un lato deve comunque contribuire attivamente alla difesa in fase di non possesso, dall’altro deve poter caricarsi sulle spalle la squadra e poter segnare in quanto in fase di possesso la gran parte dei palloni passano da lui. 

Le capacità che deve avere un buon pivot sono:
• controllo della palla;
• abilità nel 1vs1;
• smarcamento;
• mobilità;
• visione di gioco a breve distanza;
• tiro in porta;
• protezione della palla;
• intelligenza tattica;
• abile nel difendere, in fase di non possesso.

Tutte queste caratteristiche possono (e devono) essere allenate per un costante miglioramento e per dare maggiore consapevolezza della peculiarità del ruolo al giocatore che ne prenderà atto.

Un paio di esercizi utili ad allenare il pivot possono essere:

Giocare una partita 3 vs 3 nella zona centrale nel campo, più il pivot posto negli ultimi 10 m davanti alla porta  con un diretto marcatore.
Quando il pivot riceve palla,  il giocatore che ha effettuato i passaggio va a creare la situazione di 2 vs 1. Cosi facendo si allena il pivot anche nella protezione della palla, nel
passaggio e nelle altre abilità di cui sopra.
Questo esempio si presta ad essere utilizzato con molte varianti a secondo degli aspetti tattici che si decide di allenare (passaggio in zona luce, 1 contro 1, ecc.)

Un altro esercizio utile potrebbe essere uno sviluppo di gioco 3 vs 3 nella zona centrale del campo con il pivot negli ultimi 8 metri davanti alla porta con marcatore del pivot sui 10 metri circa. Nel tentativo di favorire il gioco in profondità il pivot dovrà smarcarsi  stando continuamente in movimento. Ad ogni passaggio riuscito verso il pivot che stopperà la palla e andrà al tiro la squadra otterrà un punto mentre se il difensore effettua l’intercetto si segnerà un punto alla squadra difendente. 

Salvatore non ama parlare tanto ma affronta le cose dando soluzioni concrete mettendoci del suo come ha fatto in questo articolo…quadro generale, caratteristiche specifiche ed esempi concreti…cosa vuoi di più?

Ringrazio il grande Salvo rinnovandogli i complimenti per la riconferma alla guida della prima squadra anche nella prossima stagione (coadiuvato da Moretti Mirko), per dare continuità a quello che il Covid19 ha interrotto proseguendo quanto progettato in passato per portare avanti un percorso che richiede più di una stagione per portare i suoi frutti.

Salvatore Franchino
Salvatore

Grande Salvo, sperando di vederci al più presto a mangiare del buon pesce…alla prossima!

Salvatore Franchino

Tirare in porta

Semplice esercizio per tirare in porta. I ragazzi portando avanti il pallone scorrono attorno ai coni fino al cono arancione per poi voltarsi e tirare. Dopo ogni tiro i giocatori cambiano fila in modo da allenare sia il piede forte che il piede debole.

Tirare in porta

Per inserire un pò di competizione tra i ragazzi si compongono squadre da 5 giocatori e si vede chi vince dopo aver tirato sia a destra che a sinistra. Ovviamente la squadra che ha segnato più goal vince.

Un possibile sviluppo è introdurre il dribbling in modo da simulare che i coni arancioni siano difensori avversari. Ad esempio il giocatore 1 porta palla in avanti per tre coni poi effettua un allungo del pallone facendolo filtrare in mezzo in prossimità del cono arancione e girandogli intorno va poi al tiro.

Tirare in porta

Ci sono tante varianti varianti da poter applicare a seconda dell’età e delle abilità tecniche.

Personalmente quando propongo questo esercizio mi concentro sul tirare in porta. Saper cogliere l’attimo giusto, saper calciare di interno, di esterno, di collo e anche di punta.

L’obiettivo è correggere gli errori più comuni come il posizionamento del piede di appoggio, la posizione del corpo, l’impatto con la palla, la rincorsa della palla prima del tiro.

Investo tempo anche sul calcio di punta (più legato al calcio a 5 che al calcio a 11) perché nonostante non sia preciso permette il più delle volte di sorprendere il portiere su spazi ravvicinati.

L’esecuzione del tiro di punta è infatti estremamente improvvisa e i tempi di preparazione del tiro sono più rapidi di qualsiasi altro tipo di calcio. Ciò consente quindi di sorprendere il portiere che solitamente è stimolato da automatismi più lunghi legati ai tiri che deve parare.

Ritengo che nelle conoscenze del calciatore debba esserci anche questa abilità tecnica che non può essere lasciata al caso ma va allenata come tutte le altre.