Pensando allo spogliatoio

Lo Spogliatoio…questo sconosciuto! Come lo si vive, come lo si gestisce…cosa succede dentro quelle “4 mura”. Il punto di vista di Davide Gottuso, mister del Forii calcio a 5.

Quanto è importante per un Mister “saper comunicare”?

Credo sia una delle qualità più importanti per un allenatore, saper comunicare verbalmente ma anche fisicamente è fondamentale… Riuscire ad entrare in empatia con ogni ragazzo, riuscire a trasformare la propria autorità (data dal ruolo di Mister) in autorevolezza grazie al modo di comunicare con i giocatori crea un rapporto di reale fiducia indispensabile per ottenere risultati positivi.

Secondo me un allenatore deve essere un po’ padre, un po’ fratello maggiore, un po’ professore, un po’ psicologo e un po’ amico… Se manca qualcuna di queste figure diventa difficile trovare il modo giusto per comunicare con la squadra.

spogliatoio

Codici di comportamento e regole… come le gestisci con i tuoi giocatori?

Di fatto creo ad inizio stagione una sorta di regolamento interno, dove ad ogni situazione negativa viene associata una sorta di “punizione”, come a cercare di creare qualcosa di automatico e schematico, ma ciò serve solo ad indicare cosa non si deve fare, nella realtà ogni situazione viene valutata volta per volta, cercando di avere un metro di giudizio oggettivo e di non creare differenze all’interno dello spogliatoio.

Ammetto che molto dipende dal trascorso del giocatore in questione, nel senso che se due giocatori arrivano tardi ad allenamento, oltre a prendere in considerazione le motivazioni e se hanno avvisato per tempo o no, valuto il passato dei due ragazzi, il decimo ritardo non può avere lo stesso peso del primo o del terzo.

Ti è mai capitato di “ammettere di aver sbagliato” nello spogliatoio?

Un sacco di volte, mi è capitato di scusarmi per una reazione magari troppo forte o per un rimprovero troppo veemente, parto sempre dal presupposto che ai ragazzi non serve un dito accusatore ma piuttosto un muro dietro al quale sentirsi protetti, devono giocare ed allenarsi con serenità, ho sempre fatto da scudo alle loro prestazioni negative cercando di prendermi le mie responsabilità.

Come prepari una partita?

Dal punto di vista tecnico/tattico in base ai fattori statistici e oggettivi, dimensioni del campo, tipo di gioco preferito dagli avversari, situazione di classifica, giocatori a disposizione, etc. etc…

Dal punto di vista emotivo in base all’importanza della gara e soprattutto ai comportamenti dei miei giocatori, se li vedo troppo euforici cerco di abbassare la loro “troppa” sicurezza, se invece li vedo rassegnati o abbattuti vado a cercare di colpire il loro orgoglio e provo ad infuocare il loro spirito.

Durante la settimana martello molto, a prescindere dalla classifica o dai risultati ottenuti, ogni partita va giocata con la massima concentrazione e con il massimo rispetto dell’avversario, nessuna partita è vinta o persa al venerdì sera… I conti si fanno dopo il triplice fischio.

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Che tipo di comunicazione fai quando devi comunicare i titolari e le riserve?

Nel calcio a 5 trovo riduttivo parlare di titolari e riserve, nell’arco della partita tutto cambia costantemente ogni secondo.

I convocati al match vengono indicati al mattino del giorno di gara, con un messaggio nel gruppo di whatsapp, raramente avviso prima un non convocato, alla fine lo trovo poco rispettoso per me e per il mio staff, come se dovessimo giustificarci di una scelta, i 12 che vengono convocati, lo sono in funzione del match e della stagione, e sono sempre quei giocatori che mi danno più garanzie.

Come ti comporti dopo una sconfitta?

Partiamo dal presupposto che mi metto sempre in discussione, mi assumo la totale responsabilità delle sconfitte.

La mia reazione però dipende principalmente da due fattori, il primo è l’atteggiamento avuto dai ragazzi e il secondo le scelte fatte. Ammetto di non essere bravissimo nel riuscire a non esternare rabbia o delusione ma credo che per imparare a vincere bisogna necessariamente saper perdere.

Se però ho notato poco attaccamento alla maglia o mancanza di voglia allora significa che non sono nel posto giusto, perché una squadra allenata da me non può scendere in campo senza il sangue agli occhi.

Alla fine chi comanda dentro uno spogliatoio?

Risponderei tutti e nessuno, lo spogliatoio è un po’ come una famiglia, dove intervengono sicuramente  i  genitori  ma  anche  i  fratelli  maggiori,  gli  zii  e  i  nonni  hanno  la loro importanza e utilità… Ecco, Il Mister, i giocatori, i dirigenti, i collaboratori tecnici… ognuno ha la sua importanza e aiuta nel creare un ambiente il più sereno e positivo possibile.

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Che “strategie” utilizzi per cambiare le “strategie” in una squadra?

Gioco di parole interessante, diciamo che cerco sempre di far arrivare alle soluzioni i giocatori stessi, cerco sempre di aumentare la capacità cognitiva e provo ad avere giocatori pensanti in ogni momento, dal riscaldamento, all’esercitazione fino ad arrivare alla partita, voglio giocatori capaci di adattarsi e di trovare soluzioni, la maggior parte degli  allenamenti  sono  questo,  risoluzione  di  problemi.  

Quindi  se  stiamo usando strategie di squadra poco funzionali la mia strategia per cambiarle sarà quella di mettere i miei giocatori nelle condizioni di dover trovare soluzioni a problemi che con la “solita” strategia non possono essere risolti.

Come integri “i nuovi arrivi”?

Dipende da quanto sono importanti e dal loro carattere, se arriva un giocatore di un certo livello e con un carattere forte verrà trattato come gli altri, se invece viene un giocatore poco conosciuto o con un carattere introverso o timido come spesso accade con i giovani dell’under quando vengono aggregati alla prima squadra, allora faccio un po’ da chioccia, e cerco di farli sentire subito importanti per il progetto, magari creando esercitazioni che ne evidenzino le peculiarità, che sicuramente li porteranno ad emergere positivamente e a togliersi di dosso un po’ di timore iniziale.

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La valutazione dei giovani calciatori – scuola calcio

Il più forte di tutti è rosso. La valutazione oggettiva dei giovanissimi calciatori è di una difficoltà estrema.

In ambito di organizzazione del lavoro all’interno di una scuola calcio, intesa come progressivo sistema formativo degli atleti, poter monitore i progressi di ogni singolo elemento gioca, a mio avviso, un ruolo fondamentale.

Questo per due motivi fondamentali:

il primo è che in ogni momento, per chiunque si occupi della selezione o dell’andamento del lavoro, per il mister successivo, il responsabile, il visionatore o altro, è possibile avere informazioni su QUEL determinato giocatore, svincolato dal gruppo squadra.

Il secondo e anche più importante, è che sia il calciatore che il genitore possono avere informazioni sull’andamento della “carriera” calcistica. Un po’ come a scuola con le pagelle, via.

Dopo decenni di valutazioni ad occhiometro, col rischio di scadere nell’effetto pigmalione (il considerare qualcuno a seconda della prima impressione, facendosi poi influenzare successivamente da questa ndr), sarebbe ora di cominciare ad avere una visione un po’ più amplia e distaccata.

Durante la stagione 2017/18 ho messo in pratica questo sistema con un gruppo primi calci ultimo anno, cercando di estendere il sistema alle altre categorie, purtroppo con poco successo.

Ovviamente la valutazione riflette in gran parte un giudizio soggettivo sulla qualità nell’esecuzione delle esercitazioni proposte, dall’osservazione della loro applicazione in gara per quanto riguarda la parte tecnica, e dal comportamento nelle stesse situazioni per quanto riguarda l’aspetto psicologico.

Per ogni seduta di allenamento viene presa la presenza e data una valutazione sull’impegno profuso nell’affrontarla, per ogni atleta. Vengono segnati presenze, tempi giocati e goal segnati per le gare. I dati raccolti, insieme all’osservazione il più distaccata possibile, compongono mensilmente una tabella che riassuma le caratteristiche peculiari del piccolo atleta. A cadenza regolare, in tre momenti, vengono prese le misure antropometriche per monitorarne la crescita. Vengono inoltre individuate le “attitudini” del calciatore, poiché in questa fascia d’età parlare di ruolo è impensabile: sarà più o meno offensivo, o votato a giocare coi compagni, più esterno o centrale come naturale occupazione dello spazio di gioco.

A fine anno, una “pagella” vera a propria.

valutazione

Per quanto riguarda la parte tecnica, i focus per questa determinata categoria sono stati:

1v1: la capacità di affrontare un avversario diretto, sia in fase di possesso che in fase di non possesso, orientamento del corpo, tempo di intervento, capacità di eseguire finte di piede e corpo

COLLABORAZIONE: quanto il bambino ha imparato che nello sport che pratica esistono anche i compagni. Non è fondamentale, anzi, ma dà una indicazione su altri parametri, come l’attitudine a giocare in una porzione o l’altra di campo, o al contrario il timore di tenere palla, che si riflette negativamente sulla personalità.

RICEZIONE/TRASMISSIONE: meramente la capacità di trasmettere e ricevere l’attrezzo di gioco in maniera efficace e con le varie parti del piede.

ORIENTAMENTO: anche se è una capacità coordinativa, la ritengo fondamentale nello sviluppo del giovane calciatore. Più è precoce la consapevolezza di sé nello spazio, in relazione a palla, compagni, avversari, porta da difendere e da offendere, più il giocatore avrà l’attitudine a praticare un calcio moderno, fatto di decisioni e non di imposizioni.

Per la parte “psicologica”, invece si sono considerati:

AGGRESSIVITA’: la considero una qualità positiva, volendo ottenere a fine percorso degli atleti che non hanno paura del contatto e dello scontro, ma anzi ne provano orgoglio e ne traggono soddisfazione. Preferisco di gran lunga avere dei giocatori da frenare piuttosto che da spronare.

ATTENZIONE: saper ascoltare, osservare, pensare prima di agire. Resta fondamentale l’abilità dell’istruttore nel rendere agevole il compito ai suoi allievi.

AMBIZIONE: come per l’aggressività, è un aspetto positivo. L’ambizione a migliorarsi, la fame di arrivare o di primeggiare differenzia nel lungo periodo un giocatore di calcio da un amatore.

PERSONALITA’: la caratteristica di ogni giocatore di mettersi in gioco, di essere da esempio o riferimento. In parole povere il carisma, come si diceva un tempo.

Ed ecco come mai il più forte di tutti è rosso.

Ognuno di questi focus vengono valutati con un valore tra 1 a 5, confrontandosi fra l’istruttore e il suo assistente.

Raccolti questi dati, si forma la scheda riassuntiva della valutazione e si archivia, anno dopo anno.  In ogni biennio (primi calci, pulcini, esordienti), i focus vengono modificati a seconda della categoria di riferimento e delle richieste del direttore tecnico. Almeno questa era la mia intenzione iniziale.

Obiettivamente è però un lavoro lungo e tedioso, che solo chi è “invasato” o professionista può fare. So che non per tutti allenare sia una “cosa seria”, più che mai nel dilettantismo sfrenato. Lo accetto, ma non lo capisco.

Sono sempre più convinto che non essere dei professionisti ci costringa ad essere estremamente professionali.

Per chi fosse interessato a ricevere la scheda di valutazione in formato excel pronta per essere compilata inoltrare la richiesta via mail a paolo@ilmisterone.com.

Le implicazioni psicologiche del rientro post-lockdown: come gestirle?

Buongiorno a tutti!

Mi presento, sono Giambarresi Erika, psicologa dello sport, mi occupo di preparazione mentale degli atleti ma anche di formazione dei coach e genitori. Da oggi cercheremo di affrontare insieme diverse tematiche psicologiche che emergono nel mondo del calcio, nelle diverse situazioni e dinamiche che possiamo osservare dentro e fuori dal campo.

Il rientro post-lockdown vissuto fino a poche settimane fa ci ha costretto tutti a mettere in pausa le normali attività in tutti gli ambiti della nostra vita, tra cui quello sportivo, impattando sull’identità di atleta/coach. Ora ci viene chiesto di convivere con il virus, affrontando una minaccia, con tutte le precauzioni necessarie, ma allo stesso tempo tornare a fare ciò a cui eravamo abituati.

La domanda sorge spontanea: quali sono le implicazioni psicologiche di questa quarantena e come reagiranno gli atleti al rientro in campo? In che modo mister potranno gestire al meglio il rientro?

La profonda incertezza che sta caratterizzando questi ultimi mesi ha avuto un forte impatto sulla motivazione degli atleti: lo sport è per loro fonte di divertimento, spensieratezza, competizione, occasione di mettersi alla prova, sacrificio, è contatto, è squadra.. e tutto questo è venuto improvvisamente a mancare.

Tale incertezza ha avuto anche implicazioni a livello emotivo: comuni stati di preoccupazione, frustrazione ed ansia, ovvero quell’emozione che proviamo quando ci troviamo di fronte ad una minaccia reale o figurata che prepara il nostro corpo a reagire, aggravata dall’intolleranza dell’incertezza.

Il rientro in campo e gli allenamenti saranno molto diversi da come tutti ricordavamo: le nuove regole e le misure di sicurezza a cui coach e ragazzi dovranno attenersi può impattare molto sulla socializzazione, sul modo in cui il gruppo socializza, elemento molto presente in uno sport di squadra e di contatto come il calcio. Fondamentale in questo senso è tenere presente, in primis come mister, e ricordare ad atleti e famiglie che si tratta di una situazione temporanea!

Ogni ragazzo reagirà in modo diverso di fronte questa situazione, per tale ragione è necessario accogliere e comprendere le differenze individuali all’interno del gruppo, fornendo attenzioni maggiori a coloro che fanno più fatica (es. paura del contatto con i compagni, segnali d’ansia, paura, tristezza).

Dobbiamo essere consapevoli che questo rientro sarà come la ripartenza dopo un lungo e importante infortunio, dove non solo il fisico ne risente ma anche la mente non sarà pronta e reattiva come prima: qui gradualità è la parola d’ordine, si deve puntare sul divertimento, il piacere e il senso di competenza che deriva dallo svolgere un determinato gesto tecnico andando così ad alimentare la motivazione intrinseca.

Inoltre, si dovranno ristabilire gli obiettivi a breve e medio termine, in ciascun allenamento i ragazzi dovranno percepire lo scopo ultimo delle diverse attività che proporrete, dando loro la possibilità di porsi una meta da raggiungere (che non sia per forza la partita o il campionato).

Un ultimo elemento estremamente importante è la responsabilizzazione dei ragazzi, di tutte le età: possiamo condividere con loro una lista di regole, co-costruendone insieme alcune e facendo comprendere l’importanza di queste; il ruolo di “esempio significativo” del mister è molto rimarcato.

Educhiamoli anche rispetto a questa nuova situazione, diamo il giusto peso alle misure di sicurezza, non facendo passare il COVID-19 come elemento di gioco, scherzo o strumento per schernire i compagni.

Ricordiamoci che tutto questo ha colpito in primis molto anche voi mister, non possiamo, né dobbiamo negarlo ma accogliere tutte le emozioni che ci portiamo dietro da questa quarantena; per questo è importante che come gruppo di coach ne parliate e condividiate le vostre sensazioni al rientro, in modo da sostenervi l’un l’altro e riuscire a fare lo stesso con i vostri ragazzi.

Alla prossima!

Coordinamento UEFA C ONLINE

Ciao a tutti, oggi voglio presentarvi il coordinamento nazionale legata al patentino UEFA C ONLINE proposto e coordinato da Claudio Gori de La rete dei mister.

Civiltà e compostezza caratterizzano questo coordinamento anche se con fermezza, decisione e incisività il coordinamento si propone di cambiare l’attuale situazione della formazione istituzionale e abilitante.

Molti mister infatti sono impegnati in tutta Italia a conseguire il “chiacchieratissimo” patentino FIgc UEFA C per allenare le giovanili. Molti mister però sono rimasti fuori da i corsi e in alcune regioni non sono chiarissime le graduatorie di immissione o l’attività futura che li vedrà o meno protagonisti nella prossima annata.

Questo ha provocato molto disorientamento. 

In questi ultimi mesi abbiamo visto molte occasioni di formazione online (i famosi webinar) gratuite o a pagamento dove la sensibilità di ogni mister è stata coinvolta a a seconda delle necessità o delle curiosità di ognuno. 

Molti mister hanno partecipato infatti a questi corsi e il vedere riconosciuta l’esperienza e la formazione continua che molti di noi hanno fatto, stanno facendo e continueranno a fare è un riconoscimento fondamentale per questa professione.

La federazione però da questo punto di vista non ci sente e continua (come da vent’anni a questa parte) a ragionare sulle abilitazioni (patentini e corsi di aggiornamento).

Il tema dei corsi e dei patentini è ormai annoso nel nostro Paese e la drammatica situazione Covid con il lockdown imposto ha portato alla luce un sacco di problemi da parte della federazione. Mentre tutte le istituzioni si organizzavano per mettere online i corsi la Figc ha annullato tutti i corsi presenti sul territorio bloccando così la possibilità a tante persone di regolarizzare il proprio percorso e di mettersi in condizione di poter allenare l’anno prossimo con il patentino in tasca.

Durante questi mesi di fermo quale migliore occasione per formare online dei mister obbligati a casa dalla situazione contingente?  Purtroppo la Figc non ha organizzato nulla nei mesi di marzo, aprile e maggio anche se alla fine di maggio è arrivato il comunicato 332 relativo al lancio di due corsi Uefa C con lezioni online e abolizione punteggio per i criteri di accesso. 

Molti mister sono rimasti contenti di questa iniziativa della Figc.

Purtroppo però i corsi sono a numero chiuso, spazio a soli 120 studenti (nonostante il web garantirebbe numeri assai più elevati) e costo (720 euro)  proibitivo rispetto al periodo attuale di crisi economica.

Iniziativa lodevole ma oltre mille allenatori restano fuori dall’aula virtuale. Sembra che verranno abilitati con corsi da svolgersi durante la prossima annata ma non esce nessun comunicato ufficiale.

Molto sconforto in tutta Italia per l’ennesima iniziativa quantomeno ambigua rispetto alle reali necessità.

UEFA C ONLINE

Qualcuno tenta di dar voce a questi mister e agli appassionati del mondo del calcio. In particolare Claudio Gori, ideatore e responsabile de La Rete dei mister ha diffuso il seguente comunicato:

Chi ha presentato domanda e non è entrato. Chi non l’ha presentata, per mille ragioni. Chi è riuscito ad entrare, ma si accorge che un diritto, se non è per tutti, si chiama privilegio, oppure sopruso…

Desidero creare un canale diretto di comunicazione, con i colleghi di tutta Italia interessati, affinché si realizzi il raccordo tra tutti coloro che si sono ritrovati dentro e fuori il corso in questione.  

Saranno attivate delle iniziative, lecite, pacifiche e civili, che vedranno come protagonisti da un lato i singoli tecnici, dall’altro le società.  

Una regia coordinata punterà all’obiettivo di ridefinire, su scala nazionale, l’intero assetto di questa sessione, affinché il diritto alla formazione istituzionale ed abilitante, ora e in futuro, non sia più prerogativa di pochi.

Saranno dettagliati solo in una successiva, ma imminente, occasione i prossimi atti concreti: il primo, un’assemblea online; in seguito, una richiesta massiva di pubblicazione dei dati che, determinando il mostruoso numero di esclusi, ancor oggi alimentano rabbia, perplessità, sconforto e sfiducia verso l’istituzione federale. 

Si garantisce la totale gratuità, sia nell’accesso alle iniziative, sia nello svolgimento delle effettive azioni.  

Si assicurano la massima compostezza ed, insieme, il più totale rigore operativo. Si richiedono concretezza e rispetto, come fossero parole d’ordine. La civiltà e l’autorevolezza della nostra operatività saranno il segno della nostra costanza e della nostra incisività. 

Requisiti richiesti: buona educazione; disponibilità di una casella di posta elettronica personale; opzionale, profilo facebook personale; astensione da qualsiasi atteggiamento volgare, aggressivo o discriminatorio.

Manda il tuo messaggio whatsapp, al 3479610073, se desideri aderire a questa iniziativa.

UEFA C ONLINE

Claudio Gori non ha bisogno di presentazioni e la sua attività con la rete dei mister coinvolge più di 4000 colleghi con iniziative di formazione e di proposte di aggiornamento continuo per tutte le categorie di mister da molti anni.

Ecco gli interventi alla recente assemblea online del 24/06/2020 Interventi.

E’ necessario per ogni mister continuare ad aggiornarsi e a crescere in autonomia e saggezza ma è anche il caso che la federazione promuova situazioni formative abilitanti utili ed efficaci a questo splendido mondo che è il calcio…soprattutto giovanile.

In bocca la lupo a Claudio e al suo continuo impegno a dar voce a tutti noi. Se siete interessati investite un pò del vostro tempo ad iscrivervi al coordinamento…non ve ne pentirete…avrete occasioni importanti di aggiornamento e formazione e potrete contribuire alla crescita di tutti noi.

Alla prossima

CORSO UEFA C Online

Negli ultimi anni, uno dei dibattiti più accesi e ripetuti tra allenatori riguarda le modalità d’accesso ai corsi per il tanto ambito “patentino”.

I criteri per entrare nella graduatoria d’ammissione della FIGC, improntati su punteggi in base alla carriera da calciatori, possono essere analizzati secondo due punti di vista opposti.

Da un lato, aumentano o affinano la competenza di chi ha vissuto il calcio per tanti anni; dall’altro rischiano di tagliare le gambe a persone appassionate, vogliose di migliorare e “qualificare” ciò che fanno da anni, che (per vari motivi)non hanno una lunga a carriera da giocatori alle spalle. 

La drammatica situazione che ha colpito il nostro pianeta, ci ha obbligati a stravolgere completamente tanti ambiti delle nostre vite; uno dei pochissimi vantaggi che il  Covid ha portato, è stato quello di reinventare le comunicazioni, professionali e non, permettendo una digitalizzazione della popolazione per gestire le nuove modalità online. 

Molti allenatori, nei mesi precedenti, probabilmente auspicavano che questo stop forzato con i conseguenti questi “vincoli”, potesse convincere la FIGC a partorire qualche idea per venire incontro agli allenatori intenzionati ad iscriversi ai corsi. 

Con molto stupore ed entusiasmo da parte di tutti , agli inizi di Giugno la Federazione ha fatto uscire un bando d’iscrizione al Corso Uefa C regionale (Emilia Romagna), che dà la possibilità di allenare tutte le squadre del settore giovanile. 

Le importanti novità principali per questo bando sono essenzialmente due: svolgimento online e possibilità di accesso semplicemente con una graduatoria in base alla cronologia delle iscrizioni. 

Questo passaggio, assolutamente rivoluzionario rispetto ai precedenti anni, permetterà  quindi a tanti allenatori di accedere al loro “sogno”, inseguito per tanti anni dopo essersi visti scavalcati da tante persone con punteggi calcistici superiori.

Un’ulteriore importante novità, da comunicato ufficiale, è quella di garantire il diritto agli esclusi di poter entrare in graduatoria nei prossimi corsi.  

La settimana scorsa sono arrivate le mail nelle caselle personali ai fortunati che sono rientrati nella graduatoria in mezzo a più di 700 domande.  I corsisti impegnati sono 120, divisi in due gruppi; le lezioni partiranno oggi, 22/6/2020, tramite la piattaforma Cisco Web Meetings. 

Qualcuno è rimasto amareggiato per non aver ricevuto avvisi, soprattutto nessuna indicazione sulla certezza di entrare nei prossimi corsi, e dalla assenza di una graduatoria pubblica per conoscere la cronologia delle domande.

Tra poche ore mii butto con incontenibile entusiasmo  a vivere questa bellissima sorpresa, nonchè ghiotta occasione. Vi terrò aggiornati con le mie impressioni ed emozioni!

A presto!

20.000 motivi

Guardando le statistiche di accesso al sito de Il Misterone ieri appariva chiaro come dal 17 maggio al 13 giugno il sito fosse stato visitato da più di 20.000 persone. 

Questa occasione ci sembra opportuna per tentare un approccio più diretto con tutti quanti voi e per potervi a nostro modo ringraziare, personalmente, uno ad uno.

Grazie, grazie, grazie.

Con la vitalità che ci dimostrate quotidianamente leggendo e condividendo le pagine virtuali di questo blog avete contribuito ad alimentare la nostra volontà propositiva e la vostra costanza ci sorprende e ci riempie di una gioia ogni giorno che passa.

E’ per questo che ieri quando ho visto le statistiche e realizzato che è la prima volta da quando è stato aperto il sito che raggiungiamo questo obiettivo mi sono ritrovato come un bambino a mandare messaggi a chi ha partecipato in questi due anni alla realizzazione e alla crescita del sito per farlo partecipe di questo traguardo.

Il Misterone è un piccolo servizio gratis per una condivisione sana tra mister e addetti ai lavori nel mondo del calcio giovanile, senza arroganza e verità assolute ma con la passione e lo stimolo di chi sul campo ci sta tutti i giorni e ha voglia di condividere le proprie esperienze cercando di trovare sempre occasioni per crescere.

E’ per questo che mentre scorrevo la rubrica del telefono i miei messaggi da condivisione e  ringraziamento si sono trasformati in nuove richieste di contributo. MI sono infatti venuti in mente tante persone che hanno molto da dire sul calcio giovanile e sul ruolo del mister e pian piano i messaggi sono diventati occasioni per sviluppare nuovi argomenti, nuove sfide, nuovi aneddoti, nuove interviste.

Ed è per questo che chiedo a voi di partecipare allo sviluppo futuro di questo sito per renderlo sempre più efficace e funzionale. Se avete voglia e tempo provate a scrivere nei commenti oppure in privato alla redazione (paolo@ilmisterone.com) le vostre idee, gli argomenti che dovremmo sviluppare o le vostre disponibilità a partecipare a questo progetto.

Gli ambiti di intervento sono tanti.

Potreste far compagnia a Remo e alle sue Storie Maledette di calciatori del passato che vi hanno colpito oppure a Michele inviando aneddoti e curiosità sul calcio femminile oppure a Serafino e a Davide per far conoscere sempre più uno stupendo sport come il calcio a 5 oppure a Gino sviluppando il calcio dal punto di vista del portiere oppure a Seba rispetto all’aspetto atletico oppure insieme ad Andrea per evidenziare gli aspetti psicologici ed educativi dell’essere mister…. 

…questi sono solo alcuni degli aspetti su cui ognuno di noi può approfondire e crescere e sul nostro territorio siete tanti che hanno esperienze importanti da condividere…proviamo ad unire le forze!

Senza impegno…potete semplicemente farci conoscere la vostra storia, inviandoci il vostro modo di essere mister oppure di sviluppare esercizi mirati alla crescita dei ragazzi con brevi descrizioni o semplici schizzi su un foglio come quando si prepara l’allenamento (come spesso faccio io).

Il periodo che stiamo vivendo con tutte le difficoltà che si trascina dietro e le poche certezze per il futuro ci impone di chiarire anche la direzione, la linea da tenere, il piano da condividere insieme per poter definire meglio il nostro progetto formativo

Senza un piano raggiungere l’obiettivo resta un desiderio” come c’è scritto nell’immagine iniziale. 

Ecco quindi allora alcuni aspetti su cui abbiamo ragionato e che riteniamo appartenere alla quotidianità di ogni mister e che vorremmo sviluppare in maniera più assidua:

Capire le aspettative delle società e il vero motivo per cui si decide di allenare

Definire gli obiettivi per annata. Oltre alle specifiche Figc per categoria, “osservare” e vedere la squadra che ci troviamo ad allenare e definire gli obiettivi generali. 

Stabilire le linee temporali per pianificare macrofasi di lavoro e obiettivi precisi per il nuovo anno valutando limiti e pregi dell’ambiente in cui allenarsi

Avere una cassetta degli “attrezzi” con tanti esercizi per ogni obiettivo

Ragionare sulle schede dei ragazzi sapendo cosa si vuole ottenere da ognuno per una valutazione che evidenzi il percorso fatto partendo dal valore iniziale di ogni ragazzo.

Saper gestire i feedback che ci tornano dalle persone e dall’ambiente che ci circonda (genitori compresi).

Sapere come una società valuta un mister sia rispetto agli obiettivi tecnico/tattici che sul aspetto relazionale ed’organizzativo.

Dare valore alle esperienze passate e allo stesso tempo sottolineare le innovazioni

Ovviamente ci sono tanti “buchi” da colmare ma come indicazioni per l’anno nuovo ci sembrava appropriato concentrarci su questi temi. Cosa ne pensate?

Grazie ancora per i 20.000 motivi per continuare con entusiasmo e costanza questo percorso!

Fudela – Il calcio che crea la società

Oggi vi voglio parlare di Fudela una Fondazione che lavora in Ecuador per creare sviluppo sociale attraverso lo sport. Tuttimondi, l’associazione di cui faccio parte, si occupa di molti di questi temi e mi piacerebbe porre ai lettori alcune domande sul ruolo che dello sport e quindi del calcio all’interno di una società.

Historias InspiradorasCon el apoyo de ACNUR, la Agencia de la ONU para los RefugiadosYussef Abdallah14 años – VenezolanoEn todo lo que he vivido el camino se ha encargado de llenarme de fortaleza. Todo inició a mis 9 años cuando perdí a mi padre y mi hermano en un accidente de tránsito; desde ese instante todo se tornó difícil, triste y duro para continuar con ánimo y con felicidad. Somos 6 hermanos, solo varones, cada uno llevó está pérdida de una manera diferente. Por distintos motivos decidimos venir a Ecuador hace 1 año, junto con mi madre, ella es la fuerza de cada uno de nosotros ya que siempre nos inculca el perseguir nuestros sueños, levantar la cabeza e ir por lo que deseamos. Uno de esos sueños es el jugar fútbol, gracias a su apoyo y al que FUDELA me brinda cada día con sus valores, liderazgo soy más seguro de mí mismo, por ello estoy aquí aprendiendo y disfrutando con el fútbol uno de los sueños que tengo.

Pubblicato da Fudela su Venerdì 31 gennaio 2020
Yussef Abdallah
14 años – Venezolano
Il calcio può essere un punto di riferimento per gli orfani o semplicemente per ragazzi che si stanno perdendo?

Yussef Abdallah è un bambino rifugiato del Venezuela, arrivato in Ecuador grazie alla UNHCR.

Racconta: “In mezzo a tutto quello che ho vissuto, la strada percorsa è riuscita a darmi forza. Tutto è iniziato a 9 anni quando ho perso mio padre e mio fratello in un incidente d’auto, da quell’istante tutto è diventato difficile, triste e duro. Per continuare serviva coraggio e un briciolo di felicità che avevo perso.
In famiglia siamo 6 fratelli, solo maschi, ognuno reagito a questa perdita in modo diverso. Per diversi motivi abbiamo deciso di arrivare in Ecuador 1 anno fa, insieme a mia madre. Lei è la forza dentro ognuno di noi, visto che ci incoraggia sempre a inseguire i nostri sogni, alzare la testa e andare verso quello che desideriamo. Uno dei miei sogni è giocare a calcio. Ringrazio per il sostegno Fudela, per ciò che mi offre ogni giorno con i suoi valori. Grazie alla leadership sono più sicuro di me stesso, per questo sono qui a imparare e mi diverto con il calcio che è una mia grande passione.”

Cosa può fare il calcio per bambini come lui?

Proyectos de Vida – Ecuador – Venezolanos en Movimiento

La OIM Ecuador, junto a Fudela, asistió en la capacitación de personas venezolanas en diversos oficios para tener más herramientas para insertarse laboralmente y perseguir sus sueños. ⬇️🎞️👇🎶| Con apoyo financiero U.S. Department of State: Bureau of Population, Refugees, and Migration| #VenezolanosEnMovimiento

Pubblicato da OIM América del Sur su Martedì 7 gennaio 2020
Il calcio come punto di aggregazione sociale.
Il calcio può essere luogo di aggregazione, formazione e divertimento?

IOM Ecuador, insieme a Fudela, ha contribuito alla formazione del popolo venezuelano in vari settori per avere più strumenti per inserirsi sul posto di lavoro e perseguire i propri sogni. Grazie anche al supporto finanziario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti : Ufficio per la popolazione, i rifugiati e le migrazioni

Il calcio può essere il veicolo di aggregazione ed educazione?

CAMPEONES COMUNITARIOS, DEPORTE, INCLUSIÓN Y MOVILIDAD HUMANA EN CAFÉ TV

Compartimos el reportaje realizado por CAFÉ TV, sobre el programa de inclusión social y deportiva "Campeones Comunitarios", para niños en situación de movilidad humana. Míralo aquí.

Pubblicato da Fudela su Sabato 30 novembre 2019
Il calcio uno strumento formativo che deve essere accessibile a tutti
Il calcio deve essere accessibile a tutti?

La Fondazione Fudela grazie agli aiuti delle organizzazioni governative assicura sport gratuito a tutti i bambini, anche migranti, in difficoltà economica.

Perché in Italia hanno ridotto o annullato molti dei fondi alle associazioni sportive?

Il calcio può essere il mezzo per sensibilizzare la gente sui temi della parità di genere?

In molti contesti il calcio femminile vive ancora dello stigma e degli stereotipi sessisti. Ma dove questo viene praticato, diventa strumento di coesione e consapevolezza tra le donne. Questo giustifica la rapida diffusione di questo strumento sociale per discutere di parità di genere.

Vogliamo ancora ostacolare questo processo democratico?

Un balón transforma vidas y une paísesReconocemos el trabajo realizado por el equipo femenino del Club Deportivo Cuenca Oficial, haciendo del deporte un camino para aportar al desarrollo de niñas y mujeres.Confiamos y creemos en ustedes. ¡FUDELA #transformandovidas!

Pubblicato da Fudela su Domenica 27 ottobre 2019
Calcio femminile come veicolo per la sensibilizzazione verso la disparità di genere
Che ruolo può avere il calcio nell’incontro tra culture ed etnie?

Nella città di Esmeraldas, presso lo storico stadio Anderson, si è tenuto il primo torneo di allenamento nell’ambito del processo di certificazione metodologica tedesca del calcio di base con il supporto di EmbajadaAlemana e Streetfootballworld. Il sole pungente non è stato un impedimento per il buon esito della giornata. 21 squadre e oltre 200 bambini, ragazze e adolescenti in condizioni di mobilità regolare e disabilità hanno vissuto un’esperienza indimenticabile piena di valori, integrazione e gioia, che si potevano vedere sui volti di genitori, bambini, allenatori.

Il calcio può essere veicolo di integrazione?

TATTICA DIFENSIVA DEL PORTIERE SU ATTACCO LUNGO DIRETTO

Ciao a tutti e ben ritrovati….Spero stiate tutti bene…e che la voglia di tornare in campo sia alta come la mia…

Oggi vi vorrei proporre l’esercitazione che ho portato all’esame da “ Allenatore dei portieri di prima squadra” al Centro Tecnico di Coverciano che si riallaccia al discorso dell’allenamento integrato di cui ho scritto nell’ultimo pezzo……Approfitto per ringraziare tutti per un riscontro altissimo…

Prima di cominciare a presentare la progressione credo si d’obbligo chiarire due punti presenti nel titolo che aiuteranno meglio a comprendere l’obiettivo dell’esercitazione:

  1. Perchè TATTICA e non TECNICA difensiva del portiere

Perché nell’esercitazione che porterò il mio obiettivo è quello di correggere le errate posizioni tattiche del portiere e non l’esecuzione del gesto tecnico; questo non vuol dire assolutamente tralasciare la correzione del gesto, che interverrà sempre nello sviluppo dell’esercitazione, ma la mia attenzione sarà più focalizzata sulla correzione della tattica individuale del mio portiere.

  1. ATTACCO LUNGO DIRETTO

Anche qui l’esercitazione riguarda prettamente la difesa di una azione di attacco ben precisa che può essere riassunto in maniera più chiara come una lancio a scavalcare la linea difensiva oppure una palla filtrante a mezza altezza o rasoterra.

 

Veniamo ora all’esercitazione  

Nel primo esercizio il Mister farà condurre ad un portiere, nella zona di centro campo, la palla in maniera da far muovere nelle corrette posizioni il portiere che difende spazio e porta con l’allenatore in posizione adatta per dare indicazioni al difendente ( Potete notare che si richiede una ampiezza data dalla linea immaginaria di intersezione tra il pallone e il centro porta  e su cui il portiere si deve adeguare nei termini della profondità ) .

Come riferimento se il pallone è sulla linea di centrocampo il portiere sta sulla linea del dischetto del rigore.

Appurate le posizioni corrette dal giocatore di movimento partiranno dei lanci su cui i portiere dovrà intervenire.

Nella seconda esercitazione il discorso di fondo non cambia ma servono altri tre portieri insieme al Mister schierati a centrocampo che si passano la palla e a turno faranno un lancio verso la porta.

Qui la difficoltà è data dalla velocità di spostamento del pallone che determina lo spostamento del portiere, dalla posizione in profondità sulla retta pallone/cento porta e dalla richiesta di essere fermo sullo stop dell’avversario sempre in antero-posteriore.

Una volta assodati questi principi l’idea sarebbe quella di far intervenire difensori e centrocampisti per dare vita ad una situazione reale sia per velocità di passaggio che per ostacoli visivi.

Qui si aggiunge al portiere la richiesta di indirizzare gli spostamenti della linea difensiva rispetto ai passaggi dei centrocampisti e quindi di comandare la difesa, anche qui i centrocampisti a turno eseguiranno un lancio a scavalcare la linea o a tagliare fuori la linea .

Qui dovrebbe entrare in gioco anche il Mister della squadra per richiedere movimenti ben precisi sia al centrocampo che alla difesa.

Per ultimo si inseriscono le punte e si gioca realmente un 6 contro 5 in cui il 5 è formato da 4 difensori più il portiere, in questo caso le modalità di esecuzione possono variare, si può iniziare da un rilancio del portiere in cui si fa salire la linea, si può pensare di partire dal basso con portieri e difensori.

L’unico vincolo sarà quello di dire ai centrocampisti di servire velocemente le punte con azioni dirette verso la porta.

Credo che sia una progressione utile per riuscire anche a lavorare con le squadra e dare certezze sia al portiere ma anche alla linea difensiva.

Spero che l’allenamento vi sia piaciuto e come al solito se avete domande o commenti sia positivi che negativi non esitate a scrivere……

Alla prossima !!!

Gigi Simoni…ricordato da Marco Gaetani

In questa ultima settimana ho letto diversi articoli riguardanti Gigi Simoni, persona che ho sempre stimato sia come uomo che come allenatore. Ho trovato in Marco Gaetani (giornalista per repubblica.it) un articolo sul sito www.ultimouomo.com (riportato integralmente qui sotto) che ritrae molto bene e con molti aneddoti la storia e i tratti essenziali della persona sottolineando l’importanza dell’aspetto umano di un allenatore che ha saputo farsi volere bene da tutti. 

Un grazie enorme a Marco Gaetani e allo staff di Ultimouomo.com.

Quando Simoni era il mago delle promozioni

La parte semi-dimenticata della carriera del tecnico.

Dallo specchio che riflette l’immagine postuma di Gigi Simoni emergono due figure. La prima è quella dell’allenatore perbene, del tecnico gentiluomo: la definizione che ha dato di lui Massimo Moratti, l’uomo che più di tutti ha deciso di scommettere ad alto livello sulle sue capacità e, allo stesso tempo, colui che l’ha fatto scendere dalla giostra in un momento nel quale l’Inter non sembrava poi così allo sbando, almeno non quanto sarebbe apparsa dopo il suo esonero. 

La seconda, legata in maniera indissolubile al suo periodo nerazzurro, lo vede perdere le staffe in maniera decisa ma non per questo sgarbata in occasione di uno Juventus-Inter rimasto nella storia del calcio italiano, senza dubbio il giorno più delicato della carriera di un tecnico che, effettivamente, aveva trascorso un’intera carriera senza scomporsi. 

Eppure, con il passare del tempo, la nostra memoria si è legata a quell’unico ricordo. Abbiamo accettato che i media cercassero Simoni soltanto a gettone, come una cordicella da tirare per ascoltare il solito ricordo di quel giorno, di Iuliano contro Ronaldo, dell’arbitro Ceccarini, di uno scudetto volato via fra le polemiche. Il ricordo della persona perbene è rimasto, ma con il passare degli anni si è persa la misura dell’importanza del Simoni allenatore: il re della provincia, il mago delle promozioni capace, grazie alla gavetta, di issarsi fino alla possibilità di allenare, con grandi risultati, il giocatore più forte del mondo. 

È bello, e significativo, leggere le parole che Ronaldo ha voluto affidare ai social per ricordare il mister, immortalato in uno scatto con la bacchetta da direttore d’orchestra. C’è un passaggio così denso di sentimento da farci capire davvero che persona e che allenatore quello che l’Italia del calcio sta piangendo: «Un uomo saggio e buono, che non ti ordinava di fare le cose, ma ti spiegava perché quelle cose erano importanti».

All’Inter Simoni si è dimostrato un eccellente gestore di talenti, e di quell’esperienza, come di quella al Napoli, si sa tutto. Proviamo a raccontare invece quello che aveva fatto prima e ciò che dopo non gli è più riuscito fino in fondo, perché quando si arriva a sfiorare il cielo con un dito diventa complicato per tutti riabituarsi a essere terreni.

L’amore per il calcio

Il colpo di fulmine tra Simoni e il calcio ha una data ben precisa: 2 novembre 1947. Con la mano stretta in quella del papà, mette il naso all’interno del Comunale di Bologna. Il babbo è tifoso rossoblù, ma l’occasione è di quelle da non perdere: c’è il Grande Torino. La fede calcistica non è qualcosa con cui si possa negoziare: i granata perdono ma Simoni ha occhi solo per la squadra di Mazzola e Bacigalupo. È uno di quegli amori ciechi e incondizionati che soltanto un bambino può avere e allora Gigi chiede, ogni volta che può, di andare a vedere i suoi idoli. Ma il Mito, lo sappiamo, si infrange sulla collina di Superga il 4 maggio 1949, la notizia arriva mentre Gigi è in chiesa: il parroco arriva a interrompere la funzione per dare l’incredibile annuncio, il piccolo Simoni ha gli occhi gonfi di lacrime e corre a casa ad ascoltare la radio. In famiglia è il cocco di papà: è nato, quarto e ultimo figlio, dopo tre femmine, con il babbo Leonardo, a tempo perso presidente della Crevalcorese, che corre in chiesa a chiedere di suonare le campane per celebrare il lieto evento. 

Con il pallone, almeno all’inizio, non è proprio un amore corrisposto: Gigi gioca senza troppe pretese fino all’incontro con un “talent scout”, tale Mabelli, che lo nota con la maglia del modesto club locale chiamato Arsenal. Gli organizza un provino con il Torino quando ha 15 anni: va bene, non benissimo. Meglio tornare a casa, a coltivare una passione che ai giorni d’oggi, specialmente per un ragazzo, ci suona totalmente fuori dal tempo: addestrare piccioni viaggiatori. «L’ho fatto per molti anni, utilizzando il granaio, e ne ho ricavato grandi soddisfazioni: alcuni hanno fatto centinaia di chilometri per poi ritrovare la strada di casa. Mi piaceva fantasticare sui luoghi dove erano volati», racconta in un passaggio di Simoni si nasce: tre vite per il calcio, biografia scritta con Luca Carmignani, Luca Tronchetti e Rudi Ghedini, dalla quale sono tratti molti dei virgolettati usati in questo racconto. I provini successivi sono con Bologna e Fiorentina: l’ultimo è quello buono. 

Il sedicenne Gigi viene gettato in pasto ai leoni, in una partitella in famiglia riserve-prima squadra. Fulvio Bernardini se ne innamora e Simoni rimane a Firenze per apprendere il mestiere nel settore giovanile. È un’ala, un numero 7, e cercare anche solo di diventare titolare in viola è un’impresa: in prima squadra ammira prima il brasiliano Julinho e poi lo svedese Hamrin. Il debutto in Coppa Italia, a 19 anni, contro la Carbosarda, senza mai riuscire a mettere piede in campo in Serie A. Quindi Mantova, in Serie B, agli ordini di Edmondo Fabbri: due anni con una buona continuità, poi un anno in prestito ancora in B a Napoli, vincendo addirittura la Coppa Italia. C’è chi lo chiama “il Sivori dei poveri”, si trova bene ma è un amore a tempo, in parte motivato dall’avventura militare a Roma condivisa con Burgnich, Albertosi, Campana e Trapattoni. 

Torna a Mantova, dove ritrova il più grande amico riservatogli dal mondo del calcio: Sergio Pini, con cui condivide tutto. Otto anni insieme, tra il viola e il biancorosso, e un episodio incredibile. Quando si separano, Gigi al Torino e Sergio al Vicenza, quest’ultimo ha un gravissimo infortunio, così grave da fargli concludere la carriera. A procurarglielo, involontariamente, è proprio Simoni, che non si dà pace, anche se a fare fallo era stato Pini: «Gigi scattò sulla destra, per fermarlo da dietro gli agganciai la gamba con la mia che rimase sotto la sua e si piegò. Ripresi a fine stagione ma l’arto si gonfiava, nel 1968 fui costretto a smettere». Simoni chiama l’amico mentre è ricoverato all’ospedale di Vicenza con la gamba in trazione, chiede informazioni, si fa rincuorare. 

Non si incontreranno più su un campo da gioco per sette anni: Gigi, dopo tre ottime stagioni al Torino, schierato sulla fascia opposta rispetto a quella di un altro Gigi, Meroni, viene acquistato addirittura dalla Juventus, ma la pubalgia lo frena nell’anno della potenziale consacrazione ad altissimi livelli. Pini cerca di fare carriera come allenatore, partendo dai dilettanti, mentre la carriera di Simoni imbocca il viale del tramonto fino a ritirarsi a 35 anni. 

All’inizio della stagione 1974-75 è il vice di Vincenzi al Genoa, la sua ultima squadra da calciatore. Quando il tecnico viene esonerato, tocca a Gigi subentrare. E la prima persona a cui pensa è Pini, l’amico di una vita: «Mi dette appuntamento sulle colline sopra Firenze per chiedermi se me la sentivo di lavorare con lui, di fargli da secondo. Non ebbi esitazioni. Nel calcio, come nella vita, l’amicizia è merce rara. Dura un attimo. Oggi giochiamo con la stessa maglia, domani siamo avversari. Si tende a dimenticare, spesso prevale l’egoismo. Io ho avuto fortuna, ho trovato Gigi Simoni». 

Dal campo alla panchina

Simoni, alla sua prima esperienza da allenatore, raccoglie l’eredità di una squadra teoricamente destinata alla pronta risalita in Serie A eppure lontana dalla zona promozione. Il direttore sportivo, “Sandokan” Silvestri, stravede per lui. Gigi, trentaseienne, sale in sella nell’ultima giornata del girone d’andata: 1-1 con l’Avellino. La squadra non riesce a centrare la rimonta per tornare in A ma Simoni viene confermato alla guida del club più antico d’Italia. Il tecnico si lega mani e piedi al senso del gol del giovane Roberto Pruzzo, con il quale aveva giocato nell’ultimo anno da calciatore, e accoglie a braccia aperte un altro talento rampante del calcio italiano: Bruno Conti, che chiude il tridente con Fabio Bonci. 

A fine stagione realizzano 36 dei 57 gol totali della squadra: il Genoa domina il campionato pur rischiando il clamoroso crollo nel finale e Simoni mette in bacheca la prima promozione della sua carriera da allenatore. Lo fa con la spensieratezza di un tecnico giovane ma con qualche guizzo da bucaniere navigato: per assecondare Conti e Pruzzo, entrambi militari di stanza a Roma, ogni sabato accetta di buon grado di guidare fino alla Città eterna, raccogliendoli alla Cecchignola per poi portarli in ritiro con la squadra. Simoni cerca di riportare in campo gli insegnamenti di Edmondo Fabbri, l’uomo che lo aveva portato a Mantova e che gli aveva fatto sfiorare l’esordio in Nazionale. In Ungheria, durante un’amichevole nel giugno del 1965, il c.t. aveva preferito lanciare un giovanissimo Gigi Riva al posto dell’infortunato Pascutti. Il non ancora “Rombo di tuono”, però, non aveva neanche la maglia: fu proprio Simoni a fornirgli la sua numero 22, cogliendo di sorpresa Niccolò Carosio che, in radiocronaca, vedendo entrare il 22 scambiò per tutta la gara Riva con Simoni. 

Simoni si affaccia nella massima serie giovanissimo: è uno degli esponenti principali della “nouvelle vague” della panchina italiana insieme a Ilario Castagner e Giovanni Trapattoni. Non ci sono molti soldi in tasca e le grandi squadre hanno tutte Pruzzo nel mirino. Il patron Renzo Fossati vende un’opzione di acquisto alla Juventus, ottenendo in cambio non soldi ma un calciatore, Oscar Damiani, che nello scacchiere di Simoni rimpiazza Conti. 

La squadra viene smantellata e arrivano tanti giocatori dalla Serie B. Tra questi c’è anche il difensore ventiquattrenne Claudio Onofri, che diventerà un mito genoano. Tra i saluti più accorati che si sono accavallati nelle ore successive alla morte di Simoni, quello di Onofri spicca per sentimento: «Ciao papà, ti devo tutto non solo per la mia carriera ma per come mi hai fatto diventare uomo». Il Genoa stenta a inizio stagione, poi il nuovo tridente Basilico-Pruzzo-Damiani inizia a funzionare. La squadra chiude a metà classifica e si toglie lo sfizio di vincere il derby di ritorno. Nella stagione successiva, tormentata dagli infortuni, il Genoa retrocede all’ultima giornata, condannato dalla differenza reti in un arrivo a tre con Fiorentina e Foggia. 

Per Simoni è un addio amaro, anche se viene accolto dalla piazza che lo aveva rilanciato dopo la sfortunata parentesi juventina: Gigi si accasa in un Brescia che ha appena visto partire la bandiera Cagni e la stella Beccalossi. Deve scendere nuovamente in B, ma non la vive come una diminutio. Simoni non ha procuratori, fa tutto da sé, e forse per questo motivo non si concretizzano i contatti con Bologna e Fiorentina. Il Brescia gli offre un biennale, Gigi invece firma il “solito” annuale: sarà uno dei tratti distintivi della sua carriera. Chiede l’acquisto del bizzoso Gianfranco Zigoni, ex compagno di Simoni alla Juventus, appena scaricato dal Verona. 

Tra i due si crea un rapporto speciale, confermato da Zigo: «Non volevo andare a Brescia ma mi fidavo di Gigi a cui serviva una chioccia. Con Gigi fui chiaro. Gli davo una mano accettando il ruolo di quarta punta, in cambio lui e Pini mi risparmiavano di andare sempre a pranzo con la squadra all’Hotel Ambasciatori. Mi fermavo in una trattoria vicino al centro storico di Brescia e avevo un menù particolare annaffiato da un buon vino. Arrivavo all’allenamento, mi osservava la pancetta e indovinava sempre: coniglio con la polenta e tre quarti di rosso. Ancora oggi mi chiedo chi faceva la spia». Nelle testimonianze dei calciatori che hanno lavorato con Simoni, dalla Serie B fino a Ronaldo, è impressionante come si ponga l’accento sull’aspetto umano. Racconta Lele Podavini, terzino di quel Brescia: «Mi ha fatto crescere prima come persona, poi come calciatore. Con il mister mi sono arricchito soprattutto sul piano umano. L’educazione, la lealtà, la disciplina, la puntualità. Oggi trionfano il cattivo gusto, la volgarità, l’arroganza. Ma io non dimentico, vado avanti con le regole di Simoni». Ottavo posto al primo anno, terzo e promozione nel 1979-80. Il lavoro di Gigi è compiuto, ancora una volta. Ma c’è quell’addio che non è andato giù. Arriva la nuova chiamata del Genoa, in una Serie B trasformata dalle sentenze per il Totonero. 

Il mago delle promozioni

Ecco un’altra delle caratteristiche di Simoni: tornare e vincere ancora, contro quella storiella della minestra riscaldata. Ci sono tre posti per risalire, ma due sembrano prenotati da Milan e Lazio. Teoricamente, si gioca per il terzo posto. Stavolta Gigi partecipa attivamente al mercato: chiede Silvano Martina per i pali, il terzino Caneo, il mediano Corti. L’ultimo sfizio è il “Poeta del Gol,” Claudio Sala, che arriva a stagione in corso. Nel calcio di inizio anni ’80, un trentatreenne porta inevitabilmente con sé l’etichetta del bollito. Per Simoni, invece, è il tassello decisivo. Si mette al servizio di Russo e Boito, che chiudono entrambi in doppia cifra.

Nel momento clou della stagione, per riempire Marassi in vista delle sfide decisive, il patron Fossati decide di far esibire sul campo alcuni big della scena musicale italiana. Con il Genoa che si gioca la promozione, sul terreno del Ferraris si esibiscono Donatella Rettore, i Ricchi e Poveri, Adriano Pappalardo. Il Milan fa corsa a sé, la penultima giornata di campionato è quella che indirizza il torneo. Lazio, Cesena e Genoa ci entrano a 44 punti, i tifosi del “Grifone” fanno rotta su Bergamo per la sfida con l’Atalanta: i rossoblù vincono soffrendo, mentre la Lazio si ferma in casa, tradita dagli undici metri dallo specialista Chiodi. Con il Rimini, a Marassi, è una formalità.

’è da pensare il Genoa del futuro, con la possibilità di tesserare uno straniero. Simoni costruisce la sua squadra intorno alla regia illuminata del belga Vandereycken, il tecnico in estate pensa anche di abbandonare l’assetto con il libero ma poi fa marcia indietro. È un campionato con luci e ombre, caratterizzato anche dal terrificante scontro tra Giancarlo Antognoni e Silvano Martina a Firenze. La svolta della stagione è rappresentata dall’arrivo di Briaschi nel mercato di riparazione: otto gol decisivi per la salvezza. È però anche, e soprattutto, il campionato di Napoli-Genoa all’ultima giornata, con il Milan ancora in corsa per salvarsi. Per cinque minuti, in quel turbolento finale, il Grifone ha un piede in B: i rossoneri sono riemersi da un doppio svantaggio a Cesena, mettendo le mani sulla vittoria che varrebbe la salvezza, mentre il Napoli sta battendo 2-1 i rossoblù. Quello che accade al San Paolo è tuttora uno degli episodi più oscuri della storia del calcio italiano.

Il Genoa è salvo, dunque, ed è il Milan ad andare in B. Simoni resta, la Federcalcio apre al secondo straniero e arriva l’olandese Peters, tanto forte quanto tendente all’infortunio. Dal Milan retrocesso viene acquistato Antonelli, ad annata in corso sono Viola e Fiorini i rinforzi. Il Grifone si salva ancora, ma c’è un nuovo capitolo dalle tinte fosche. A sei giornate dalla fine a Marassi sbarca l’Inter. La partita sta scivolando verso la fine sul 2-2 quando Salvatore Bagni svetta a centro area e regala i due punti a nerazzurri. Esulta da solo, però. Negli spogliatoi succede di tutto, anche gli interisti sembrano infuriati con Bagni, mentre il direttore sportivo del Genoa, Giorgio Vitali, pronuncia la frase che diventerà il titolo di un libro-inchiesta firmato da Paolo Ziliani e Claudio Pea: «Non si fanno queste cose a cinque minuti dalla fine». L’indagine federale non porta a nulla, i rossoblù si salvano infilando quattro pareggi consecutivi con Sampdoria, Napoli, Pisa e Roma, nel giorno in cui i giallorossi vincono lo scudetto. Nella terza stagione in A, Simoni canna clamorosamente lo straniero: il brasiliano Eloi promette ma non mantiene, la squadra scivola mestamente in Serie B e Gigi, per la seconda volta, saluta Genova. 

Gli tocca comunque scendere in cadetteria: lo vuole l’altra retrocessa, il Pisa di Romeo Anconetani, un fuoriclasse della provincia italiana. Gli mette a disposizione una corazzata: «Quella è stata la migliore squadra di B che abbia mai allenato. Non ebbi grande merito in quella vittoria, ce l’avrebbero fatta anche senza di me. Con un tridente d’attacco formato da Berggreen, Kieft e Baldieri, capaci di realizzare trenta gol, la promozione era un passaggio obbligato. Ci saremmo salvati senza patemi anche in A». La squadra non perde per le prime sedici partite, ma il rapporto con Anconetani non è semplice: è il classico padre-padrone, per il Pisa ha un trasporto quasi morboso. Simoni, pur apprezzando gli slanci del presidente, chiude la stagione vincendo la Serie B con il miglior attacco del torneo e se ne va, direzione Lazio. Anconetani lo accusa di tradimento mentre il tecnico va nella Città eterna con l’obiettivo di centrare la quinta promozione in Serie A della sua carriera. 

Il club biancoceleste lo convince grazie alle telefonate di Felice Pulici, portiere della Lazio tricolore nel ’74 e uomo di fiducia per il mercato del presidente Giorgio Chinaglia. “Long John” incontra Simoni, lo incanta a parole: vuole riportare la Lazio non solo in A, ma in Europa. Per la prima volta, il tecnico firma un biennale. C’è un solo problema: gli investitori americani promessi da Chinaglia non arrivano. La squadra, dopo una prima fase di stagione vissuta in testa alla classifica, trascinata dai gol di Garlini, si sfalda nell’incertezza. Simoni deve organizzare in prima persona, con la segretaria del club, Gabriella Grassi, la logistica delle trasferte. È allo stesso tempo allenatore e dirigente con una proprietà inesistente. Di stipendi, neanche l’ombra. 

Gigi diventa il volto del gruppo, parla con i tifosi in prima persona, si espone raccontando nelle tv locali il dissesto di una società sull’orlo del fallimento. Più che la promozione, c’è in ballo la sopravvivenza. La squadra scivola dalle zone alte a quelle medio-basse, alla fine si salva, all’orizzonte c’è una nuova proprietà, con l’avvento di Bocchi e dei fratelli Calleri, che hanno idee diverse sulla guida tecnica. Simoni lascia lì il contratto, ma non solo. Il 15 giugno 1986 si chiude un campionato da brividi, c’è Lazio-Brescia. La Curva Nord saluta il tecnico gentiluomo con uno striscione: «Non ci hai dato la A, ma ci hai dato il cuore». 

La seduzione del ritorno

Lo richiama Anconetani: i toscani sono stati ripescati in A per il secondo scandalo calcioscommesse e la società inizia a lavorare convinta di essere alla vigilia di una stagione nella massima serie, ma l’Udinese viene riammessa con penalizzazione. Anconetani, che aveva già acquistato Schachner, deve cederlo per i regolamenti sugli stranieri. Se da un lato Simoni si ritrova ad allenare una squadra allestita per la A, dall’altro deve anche vedersela con dei calciatori frustrati per aver accettato un’offerta per un categoria diversa da quella effettiva. In sette partite il Pisa raccoglie la miseria di sei punti. Anconetani minaccia l’esonero a più riprese e vuole mettere becco nelle scelte di formazione, il tecnico lo affronta con la calma olimpica che lo contraddistingue: «Se vuole, mi mandi via». 

È una tiritera che prosegue per tutto il torneo. Ogni volta che Anconetani mette nel mirino un calciatore durante i pranzi di gruppo, Simoni continua a schierarlo e in cambio riceve gol e ottime prestazioni. Anche stavolta, l’allenatore deve cementare un gruppo che riceve il primo stipendio solamente a Natale. Anconetani va avanti a cambiali, ha bisogno di risalire in A per mettere a posto i conti della squadra. Nel girone di ritorno, dopo mille peripezie, la squadra decolla. Un gol di Piovanelli a Cremona proietta i nerazzurri in Serie A, in un finale di campionato a dir poco rocambolesco: i grigiorossi sono in testa prima del calcio d’inizio dell’ultima giornata, ma il Pisa sbanca lo Zini e la Cremonese viene raggiunta da Lecce e Cesena, nonché sorpassata dal Pescara di Galeone e, per l’appunto, dal Pisa, che sale a braccetto con gli abruzzesi. La Cremonese, da prima, si ritrova quinta, estromessa anche dallo spareggio (che si giocherà tra Cesena e Lecce) per classifica avulsa. «Avevano preparato diecimila panini, torte di tutti i tipi, birra, vino, spumante. Che fine ha fatto tutto quel ben di Dio? Ai dirigenti della Cremonese non ho mai osato chiederlo», avrebbe ricordato poi Simoni. 

Anconetani, con un colpo di teatro, gela il gruppo annunciando l’arrivo, per la stagione successiva, di Giuseppe Materazzi. Giunti a questo punto, non ci deve sorprendere che Simoni faccia nuovamente un passo indietro. Lo chiama il nuovo proprietario del Genoa, Aldo Spinelli. Il club vuole salire in A, ma qualcosa non funziona. Simoni, solitamente amato dallo spogliatoio, proprio non riesce a capire quel gruppo. In piena zona retrocessione, viene silurato alla fine del girone d’andata, dopo un 1-1 con il Modena.

Inizia così, con un esonero, il momento più difficile della carriera di Simoni. Dice sì, forse troppo in fretta, alla chiamata dell’Empoli, che lo esonera a metà maggio, con la squadra ancora fuori dalla zona retrocessione (poi retrocederà). Poi va a Cosenza, in una stagione maledetta dalla morte di Donato Bergamini. Un evento che scuote un animo nobile come quello di Simoni. «Era emiliano, come me. Un giovane buono, sensibile. Cosa sia successo lo sanno solo i protagonisti, io posso solo dire che dopo quel giorno niente fu come prima». La sconfitta contro il Pisa, da lì a tre settimane, vale il terzo esonero consecutivo nel giro di meno di tre stagioni. 

Simoni, il mago delle promozioni, il Re Mida della B, diventa un oggetto ingombrante, facile da dimenticare. E allora decide di sporcarsi le mani. Gennaio 1991, arriva la chiamata della Carrarese, nei bassifondi della Serie C1. Simoni non solo non ha mai allenato in quella categoria, non ci ha mai nemmeno messo piede da calciatore. Ma per andare lontano, a volte, serve una rincorsa bella lunga. Con la dirigenza non vuole nemmeno parlare di soldi. 

L’unica richiesta, ovviamente, è portare con sé Pini, anche a costo di pagarlo di tasca propria. Simoni le prova tutte per salvare la squadra, infila 18 punti nel girone di ritorno, una media da zona tranquillità, senza quella partenza disastrosa. La Carrarese non si salva, retrocede. La società lo conferma e gli dà carta bianca per il mercato: sarà lui a gestirlo. La stagione si decide in volata, come ai tempi del Pisa a Cremona. Carrarese-Pontedera, tutto in novanta minuti. Il gol di Carillo frutta una promozione sudatissima, Pini sviene in panchina, Simoni è in lacrime. La città si riversa in piazza, il tecnico sa che andrà via ma partecipa ai festeggiamenti. Alle porte c’è la costruzione di un miracolo.

Capolavoro grigiorosso

Il direttore sportivo della Cremonese è un vecchio amico di Simoni, Erminio Favalli. Avevano condiviso l’esperienza da calciatori nella Juventus e il ds ha seguito con attenzione il tentativo di rinascita dell’ex compagno, impegnato a risollevare la Carrarese e la propria carriera. La presidente Luzzara non ama mettere il naso nelle storie di mercato e di formazione, cura la squadra come un padre saggio, che si tiene leggermente a distanza per comprendere meglio il quadro complessivo delle cose. La squadra viene stravolta: Rampulla va alla Juventus, i tre gioielli cresciuti nel vivaio, Favalli, Bonomi e Marcolin, finiscono tutti alla Lazio. Le richieste esplicite di Simoni sono poche: il jolly Cristiani, allenato nella parentesi empolese, e il centravanti Andrea Tentoni, 24 anni, proveniente dalla Vis Pesaro, Serie C2. 

Nel corso degli anni, il 4-3-3 di Simoni è andato via via sfumando verso un 3-5-2. Libero staccato, ovviamente, com’è la regola del tempo: la mente difensiva di quella squadra è anche il capitano, Corrado Verdelli. La coppia d’attacco diventa in fretta quella composta dal neo arrivato Tentoni, che scalza Florjancic, e Gustavo Abel Dezotti. Passare allo Zini diventa impossibile, la Cremonese sale in Serie A con la proverbiale pipa in bocca: miglior attacco del torneo con 63 gol e la Coppa Anglo-Italiana, affrontata nella prima parte con leggerezza, dando minuti a chi giocava meno in campionato.

Dopo aver eliminato il Bari in semifinale, la Cremonese vola a Wembley per sfidare il Derby County: sono 1500 i tifosi che partono dalla Lombardia per andare nel tempio del calcio inglese. Verdelli presenta la squadra alla famiglia del duca di Windsor nella sfilata pre-partita e poi sblocca il risultato sugli sviluppi di un corner ma il Derby pareggia subito. Nicolini sbaglia il rigore del raddoppio, la Cremonese può calciarne un altro in avvio di ripresa e stavolta tocca a Maspero, che non fallisce. Tentoni chiude il discorso e i grigiorossi alzano al cielo di Londra la coppa. «La vittoria di Wembley la paragono solo alla Coppa Uefa vinta con l’Inter». Nove anni dopo l’ultima volta, e con una coppa in più in bacheca, Simoni è pronto ad allenare nuovamente in A.

Il tecnico non va a sconvolgere un meccanismo funzionante, si affida ancora alla classe di Maspero sulla trequarti e al tandem Dezotti-Tentoni. Per una volta, la squadra di Simoni non parte come un diesel ma è subito performante. Tiene testa alla Juve, batte la Lazio, sbanca l’Olimpico romanista. A metà novembre è quarta in classifica, arriva anche il 4-0 nel derby con il Piacenza. Nella seconda parte di stagione c’è un calo e per salvarsi diventa vitale un 3-3 ottenuto sul campo dell’Udinese alla penultima di campionato: sotto di tre reti fino al 67’, l’impennata finale dei grigiorossi vale, di fatto, la permanenza in A. Mantenere inalterato il giocattolo diventa sempre più difficile. Tentoni va in tournée con la Sampdoria, con lui c’è anche Maspero: alla fine è “Ricky” ad accasarsi in blucerchiato.

La Roma acquista Colonnese, parte anche Dezotti. La ricerca del partner di Tentoni non è delle più semplici, alla fine Simoni e Favalli mettono le mani su un attaccante che Simoni aveva apprezzato quando militava nel Teramo, in C2: è Enrico Chiesa, che la Sampdoria vuole testare in Serie A dopo l’ottima stagione con il Modena. Inizialmente Simoni deve inquadrarlo, in diverse partite si schiera addirittura con il tridente Chiesa-Tentoni-Florjancic ed è con questo assetto che raggiunge quello che è forse il punto più alto della sua era grigiorossa: 25 settembre 1994, Cremonese-Milan 1-0.

Segue un altro girone di ritorno di sofferenza, con un filotto negativo di sette partite. Sono i gol di Chiesa, schierato seconda punta, a dare la svolta alla stagione, fino alla salvezza. Anche le belle storie, si sa, sono destinate a finire. Nella quarta annata di Simoni, la terza in Serie A, la Cremonese deve arrendersi mestamente alla retrocessione. Luzzara e Favalli decidono comunque di chiudere la stagione senza ricorrere all’esonero, un atto nobile nei confronti di chi aveva dato così tanto alla piazza. È da qui che Simoni spicca il volo verso le due esperienze più segnanti, per motivi diversi, della sua carriera: il Napoli, un amore fugace, una grande intesa con la squadra e le sirene interiste che si fanno pressanti.

A metà aprile, con la squadra già in finale di Coppa Italia, Simoni raggiunge un accordo verbale con l’Inter. Lo comunica a Ferlaino, rinunciando al rinnovo contrattuale, e in tutta risposta ottiene un bell’esonero: «Volle farmi un dispetto e impedirmi di essere in panchina per la finale di Coppa Italia, a cui sapeva che tenevo tanto». La squadra, che si sente tradita, si sfalda, rischia di finire addirittura in zona retrocessione e perde la finale di Coppa Italia. A Napoli tornerà quasi sette anni dopo, con la squadra sull’orlo del fallimento: un atto d’amore per una piazza che non aveva mai dimenticato. 

Reinventarsi, ancora

Dopo il Napoli, l’Inter, e tutto quello che sappiamo. I campioni, Ronaldo, la lotta scudetto, la Coppa Uefa, l’incredibile esonero. Simoni prova a rifugiarsi nella provincia, a Piacenza, rinunciando alle offerte di Siviglia e Benfica: a posteriori, non una scelta illuminata. Abbiamo già toccato con mano il momento più duro del Simoni allenatore, ma qui c’è qualcosa di diverso. Gigi, pochi giorni dopo essere diventato padre per la quinta volta del piccolo Leonardo, deve fare i conti con quanto di peggio possa accadere a un genitore: la morte di un figlio, il trentatreenne Adriano. La mente di Simoni è inevitabilmente offuscata e a Piacenza l’esonero arriva poco dopo l’inizio del 2000. 

Non era stato accolto bene, in quanto eroe della rivale Cremonese, mentre aveva raccolto soltanto applausi al Meazza, tornando per la prima volta da avversario davanti al pubblico interista, che l’aveva visto esonerato nel giorno in cui ritirava la Panchina d’Oro. L’unico guizzo della sua esperienza al Piacenza è la scelta di far esordire il diciassettenne Gilardino. «Fecero bene a mandarmi via, non c’ero con la testa. Tornai a casa dove ad attendermi c’era Leonardo, il piccolino. Lui riusciva ad allontanare i miei pensieri da quello stato di angoscia e tormento interiore». Sandro Mazzola lo cerca per affidargli la rinascita del Torino, appena retrocesso in B. Per Simoni è la nuova esplosione della sua passione d’infanzia, ma dura pochissimo: otto partite in sella, poi l’esonero. Al suo posto arriva Camolese, che guida la squadra alla promozione e lascia tanti dubbi nella testa del mister di Crevalcore, convinto di aver lavorato con un gruppo tutt’altro che convinto delle sue idee. 

Prova quindi l’avventura estera, sei mesi al CSKA Sofia. Sembra l’esilio sgangherato di un tecnico in disarmo, eppure soltanto tre anni prima aveva vinto la Coppa Uefa. Arriva a dicembre, per la prima volta senza il fidato Pini, e se ne va a maggio: terzo posto e sconfitta in finale di coppa nazionale. Simoni è quasi divertito dalla figura del presidente Bozhkov: «In una partita l’arbitraggio fu quanto di peggio si potesse immaginare. A un certo punto dalla panchina vidi una cosa incredibile. Il presidente saltò la balaustra e si gettò direttamente in campo andando incontro al direttore di gara per dirgliene quattro». Pensa di restare a Sofia ma c’è ancora tempo per un’altra promozione, l’ultima. 

Viene chiamato da Ermanno Pieroni all’Ancona mentre si sta rilassando in montagna con la famiglia e il suo labrador, Taribo (sì). Il presidente dei marchigiani si reca fino a Ponte di Legno per convincerlo, e Gigi accetta. È un campionato strano, quello dei biancorossi, ma vincente: il quarto posto finale è sufficiente per salire in A, il gruppo è tutto con il mister, ma Pieroni lo scarica una volta conquistata la massima serie, forse invidioso del grande affetto di giocatori e tifosi nei confronti del tecnico. Comunica la decisione al gruppo dopo la festa promozione, di ritorno dal bagno di folla in piazza. A nulla serve il tentativo dei veterani di farlo tornare sui propri passi. Segue la salvezza alla guida di un Napoli prossimo al fallimento e l’ultimo giro di giostra in Serie A, al Siena: un’esperienza sfortunata, con un gruppo diviso in due fazioni e il tecnico che, a distanza di qualche tempo, scopre il “tradimento” di un suo fedelissimo come Ciccio Colonnese, più devoto alla Gea che allo spogliatoio. 

Dopo una bizzarra esperienza alla Lucchese, non per causa sua ma per le acrobazie finanziarie del presidente Hadj, Simoni accetta l’offerta di direttore tecnico del Gubbio, ruolo ricoperto nella seconda parte della parentesi lucchese dopo un inizio da allenatore. La società gli mette in mano l’organizzazione tecnica del club insieme al ds Giammarioli e arrivano due promozioni consecutive, dalla Lega Pro fino alla Serie B, dove torna in panchina per qualche mese in seguito all’esonero di Fabio Pecchia. «Rientrai per fare un favore al presidente e a quella gente che mi trattava come un principe e mi voleva bene». Resta l’ultimo ritorno. A Cremona, su convocazione del cavalier Arvedi, Simoni veste i panni del direttore tecnico prima e del presidente poi. È lui a dare la chance per ripartire a Marco Giampaolo, immalinconito per qualche fallimento di troppo. Gigi resta a Cremona fino al giugno 2016, poi dice basta con quel mondo del calcio che in questi giorni lo ha salutato in maniera commossa, lasciando prevalere, almeno per una volta, l’importanza dell’aspetto umano di un allenatore che ha saputo farsi volere bene da tutti.

Una piccola postilla sul labrador, Taribo. Fu un regalo del gruppo interista dopo la finale di Coppa Uefa contro la Lazio. Gigi lo ricevette dalle mani di Gigi Sartor ad Appiano Gentile e scoprì che i “ragazzi” gli avevano già dato il nome del nigeriano West. Taribo, il labrador, rimase nella vita della famiglia Simoni per ben quattordici anni. E ogni volta che in casa squillava il telefono, e dall’altra parte della cornetta c’era l’altro Taribo, inevitabilmente scattava la domanda: «Mister, come sta mio fratello?».

Bagnolo C5 femminile e Polisportiva 1980 parlano del campionato FIGC regionale

Bagnolo calcio a 5 femminile invita nella propria diretta Instagram gli amici ed avversari della Polisportiva 1980 per parlare del proprio campionato. Verranno toccati anche i temi delle giovanili e del calcio a 5 femminile amatoriale.
Ad aprire la diretta però sarà Nicoletta Mansueto del Real Statte (capolista della serie A) che parlerà del suo campionato e di come sta passando la quarantena.