Rondo veloci

Gli esercizi che si svolgono con i Rondo veloci sono sempre creativi e costringono il giocatore a risolvere diverse situazioni di gioco che si vengono a creare utilizzando  varie risorse sia tecniche che tattiche.

Rondo veloci

Nell’esercizio specifico ci sono 3 rondo a circa 15 metri l’uno dall’altro. Ogni rondo ha 5 giocatori e giocherà un’attività 4 contro 1 su un quadrato di circa 10 metri quadri (la distanza può variare a seconda dell’età).

I giocatori esterni si devono passare la palla facendola transitare nel mezzo del quadrato senza che il difensore in mezzo la intercetti. Durante il gioco, se il difensore nel mezzo tocca la palla si scambia con un altro giocatore all’esterno.

Al segnale dell’allenatore, i giocatori gireranno in senso orario sul rondò successivo situato a 15 metri circa di distanza. L’ultimo giocatore a raggiungere la griglia inizierà nel mezzo.

Questi tipi di attività sono ottimi per lo sviluppo della velocità atletica. I tempi di riposo dovrebbero essere estesi per recuperare completamente al segnale successivo.

È importante che il mister sottolinei come ogni sprint debba essere eseguito al massimo. Personalmente, nei giovanissimi, lascio sempre almeno 30 secondi 1 minuto di recupero nel rondo tra uno sprint e l’altro.

Dopo una decina di sprint cambio generalmente gruppi e si riparte per una seconda sessione ampliando i tempi di recupero e riducendo gli sprint.

Uno sviluppo cognitivo potrebbe essere dato dal fatto che ad un semplice fischio del mister si gira in senso orario mentre al doppio fischio si gira in senso antiorario.

Cartellino rosa intervista Manuela Nicolosi (arbitro)

Il calcio ha ormai sdoganato tante figure femminili… giocatrici, allenatrici, dottoresse, psicologhe, massaggiatrici e dirigenti… ma questo mondo è davvero pronto a delle donne arbitro?

Manuela Nicolosi, racconta la propria esperienza di arbitro in Francia nella diretta Instagram di Cartellino Rosa.

(Rubrica di informazione sul calcio femminile che racconta storie di persone e sport)

Pre-Preparazione Estiva Portieri

Ciao a tutti ! 

Spero stiate tutti bene e immagino siate smaniosi quanto me di riprendere l’attività e calpestare di nuovo l’erba verde dei campi da calcio !!!

Oggi vorrei proporre una mia idea di pre preparazione estiva per i portieri in previsione della nuova stagione agonistica 2020-2021. Troverete l’allegato in calce all’articolo.

Volevo, però, condividere una considerazione che è nata durante la realizzazione del programma stesso. In linea di massima non ho mai inserito la corsa, se non a livello di riscaldamento e mobilitazione, nei programmi pre stagionali ma, vedendo comunque come si è evoluto il ruolo e valutando anche i dati quantitativi relativi al movimento dei portieri in una singola partita ( Dai 3 ai 5 Km di media ), ho pensato di introdurre anche un programma di corsa, con pochi minuti, tutti i giorni della settimana.

Mi sono interfacciato con il Preparatore Atletico e ho chiesto specificatamente il tempo al Km dei centrali difensivi per poi utilizzarli come riferimento; come vedrete dalla tabella, che si ripete per 4-5 settimane a seconda del tempo disponibile prima dell’inizio della stagione, ho dato l’indicazione che dalla terza settimana fino alla fine il tempo al Km deve essere mantenuto sui 4′ 30″ in maniera da avere un tempo simile ai centrali difensivi che sono i giocatori  a cui il portiere come, tipologia di movimento e come zona di competenza, assomigliano di più. E’ logico che poi durante la stagione agonistica mi concentrerò di più sulla velocità in distanze brevi che sul fondo ma almeno avremo una base aerobica su cui lavorare.

La valutazione di poter inserire la corsa, come scrivevo prima, è nata considerando tutti i dati anche degli interventi che i ragazzi hanno compiuto durante l’anno a livello di transizioni positive, di sostegni e di difesa dello spazio fuori dall’area di rigore, che si aggirano intorno al 70% delle azioni compiute dal portiere durante una gara. E’ stato logico, quindi, pensare di inserire la corsa proprio per dare un sostegno ai ragazzi per questo tipo di azioni anche se, come dicevo prima, non è mai stata una delle mie priorità specifiche.

Mi sono soffermato su questo punto perchè volevo proprio condividere un aspetto che non ho mai sviluppato e mi piacerebbe sapere cosa ne pensate….spero di avere buoni riscontri poi durante l’annata che cercherò di studiare per avere più dati ancora per modificare e migliore le sedute di allenamento e renderle sempre più vicine alla realtà del match.

Attendo le vostre considerazioni che anche per mail se volete e via auguro di ritrovarci al più presto sui campi !!!!!

Alla prossima !!!!

PrePreparazione_Portieri_2020

UEFA C ONLINE – Prima Parte

Buonasera a tutti e ben ritrovati. Nella speranza che stiate tutti bene e stiate sopravvivendo a questo caldo infernale, voglio condividere con voi le prime impressioni riguardo la prima parte del corso Uefa C Online, essendo uno dei fortunati riusciti ad entrare in lista. 

Con la lezione del 31 Luglio, è terminata la prima parte, quella teorica. Avendo alle spalle un intenso mese e mezzo di lezioni quotidiane, mi sento pronto per un resoconto globale. Non entrerò in dettaglio nelle nozioni specifiche, non tocca a me anticipare il corso a chi lo svolgerà in futuro. Ciò che farò in questo articolo è condividere con voi le mie sensazioni personali: come ho vissuto il corso e ciò che fino ad adesso mi porto dentro. Cercherò di non complicare troppo il mio pensiero, ma di essere molto chiaro e semplice nel citare i pro e i contro.

Probabilmente ancora non ci rendiamo conto di aver partecipato ad un qualcosa di “storico”: sono quasi sicuro di poter esclamare che probabilmente questo sia nella storia il primo corso Uefa c svolto online (se dovessi venire smentito, chiederò scusa per la negligenza).

Il primissimo vantaggio per molti di noi è stato l’ingresso senza punteggi; è stata infatti creata una graduatoria in base alla cronologia delle domande inviate. Sono onesto nel dire, che in condizioni normali avrei dovuto provare anni e anni prima di riuscire ad entrare. 

 Il più grande vantaggio dell’online per un corsista è quello di risparmiare tantissime ore e parecchi euro di viaggi in macchina ad orari comunque proibitivi per molte persone che lavorano. Collegarsi comodamente alle 18 da casa per seguire comodamente le lezioni ed esser pronti per uscire istantaneamente alla fine di esse (21.30), sicuramente è un colpo più unico che raro.  

All’opposto, probabilmente questo collegamento a distanza e in solitudine ci ha privati della dimensione più bella di un percorso così lungo e impegnativo: stringere relazioni e amicizie nuove e vivere la vita del gruppo, penso ad esempio alle cene post corso.  Siamo stati in grado di conoscerci ugualmente tramite il gruppo Whatsapp e le pause tra una lezione e l’altra in attesa dei professori, ma sicuramente aspettiamo la parte pratica di fine agosto per poterci finalmente conoscere. 

Un altro limite che inizialmente ha creato qualche “”scontro”” tra noi, è stata la gestione dei confronti e delle opinioni durante le lezioni. Sicuramente non è stato subito scontato trovare un equilibrio nel rispettare i turni di parola e i tempi stretti dei docenti. Ma nel tempo questo si è sistemato, e le lezioni proseguivano in maniera fluida e producente.

Inoltre, non sempre siamo riusciti a ricordare le informazioni dei docenti (alcune slide non potevano essere inviate); rispetto ad un confronto in presenza, ammetto che a volte l’attenzione non era sempre semplice da mantenere.  

Il team docenti  si è adattato a questa nuova condizione didattica; le lezioni sono risultate quasi tutte chiare, anche grazie all’ausilio di video.

Abbiamo avuto modo di svolgere qualche primo esame a distanza; i professori sono stati abbastanza clementi nei questionari somministrati. Particolarmente interessante quello di Psicopedagogia, che ha stimolato la nostra creatività e le nostre riflessioni con una piccola produzione scritta partendo da tematiche a scelta. I successivi saranno in presenza a settembre durante la parte pratica.

In generale questa prima parte teorica mi ha lanciato qualche grande spunto fondamentali: lavorare con pazienza sui giovani, programmando minuziosamente e  rispettando i tempi della loro crescita.  Costruire il calciatore è l’unico obiettivo da inseguire. Tutto ciò che riguarda la tattica collettiva, verrà dopo.  Non avere paura di alzare l’asticella: complicare per far crescere: “Quando gli esercizi in allenamento sono perfetti e vanno sempre bene, c’è qualcosa che non va”.

Inoltre, personalmente ho ritenuto molto importante aver chiarito le priorità tecniche da allenare per ogni fascia d’età.

Dopo la metà di agosto ricominceremo con la parte pratica e gli ultimi esami, gli ultimi step prima di avere in mano il tanto sudato patentino.  Essendo un corso regionale, si terrà a Bologna. 

Vi terrò aggiornati sulla fine di questo bellissimo, seppur veramente impegnativo, percorso. 

Nel frattempo l’Uefa C è diventato obbligatorio in tutte le categorie FIGC; prevediamo che la federazione aumenti le possibilità di accesso per tutti gli allenatori interessati. 

A presto! 

p.s. Per motivi di privacy e di rispetto della rigidità della federazione, ho preferito non inserire fotografie delle videolezioni. 

 

 

Ian Wright

E’ la sua ultima chance.
Ne è perfettamente consapevole.
A 19 anni, dopo quasi la metà passata a ricevere rifiuti da tutte (e non sono poche) le squadre professionistiche di Londra e dintorni queste sei settimane in prova al Brighton sono davvero l’ultima chance.
Per essere lì, in quella città sulla costa, meta turistica ambita da tutto il popolo inglese, ha dato fondo agli ultimi suoi risparmi … anzi, ha dovuto chiedere anche qualche sterlina in prestito agli amici del quartiere dove è cresciuto, Brockley.
Non esattamente il posto più agiato e tranquillo dove crescere.
A Brighton è l’ultimo lancio dei dadi.
Dovesse andare male anche stavolta l’unica alternativa sarà quella di cercare un lavoro “serio” con il quale dare un futuro alla sua famiglia … un futuro quantomeno migliore di quello che suo padre aveva dato a lui.
Sarà per la disperazione legata al fatto di giocarsi la sua ultima possibilità nel calcio professionistico, sarà per le sue qualità indiscusse di calciatore ma resta il fatto che il provino sta andando alla grande.
Sta giocando bene e sta facendo gol, tanti gol.
E non solo nelle partite con la squadra Juniores o con quella Riserve ma anche contro la prima squadra.
Perfino Steve Foster, il possente difensore centrale e capitano delle “Seagulls” gli ha fatto più di una volta i complimenti.
Arriverà invece un rifiuto, l’ennesimo.
Non glielo diranno neppure in faccia, ma glielo faranno dire dal suo amico e allenatore della squadra dilettantistica per la quale sta giocando in quel periodo.
Lui si chiama Tony Davis e la squadra Ten-Em-Bee.
Stavolta per IAN WRIGHT è finita davvero.
Non si può continuare a vivere di sogni e a nutrirsi di illusioni.
Ian torna a Londra.
Pare aver perso le coordinate.
Quest’ultima delusione ha lasciato il segno, più di tutte le altre.
Finisce addirittura in carcere.
Ha un auto, ma non ha patente e neppure assicurazione e ci sono tante multe non pagate.
Saranno i quindici giorni più terribili della sua vita.
Quando esce capisce che “o affoga o impara a nuotare”.
Ian, per fortuna, sceglie la seconda strada.
Trova un lavoro.
Ci si mette anima e corpo anche se fa solo l’operaio in una ditta alimentare. Ma qui trova la serenità che aveva cercato, senza mai riuscirci, per più di venti anni della sua vita.
Ha uno stipendio regolare e il calcio è quello semi-professionistico della domenica mattina.
E’ un buon team, il Greenwich Borough, e quelle sterline supplementari che arrivano nelle sue tasche dal Club sono tutto grasso che cola per Ian.
Anche perché intanto la famiglia si è allargata.
Ha adottato il piccolo Shaun e poi è arrivato anche Bradley.
A quasi 22 anni Ian Wright ha trovato il suo equilibrio e la sua pace interiore.
Quella che non ha mai avuto in una infanzia di rinunce, condizionata da un padre che se ne è andato quando lui era ancora un bambino lasciando sua madre ad occuparsi di lui, di suo fratello Maurice e della sorellina Dionne.


Poi sono arrivate le botte e i soprusi da un padrino da cui non è mai stato accettato e da un’adolescenza sulla soglia della miseria.
Tutto finito, tutto alle spalle finalmente.
Anche il sogno di fare il calciatore professionista è ormai definitivamente riposto in fondo ad un cassetto.
Si vede che non era destino, nonostante le doti di Ian Wright parevano così evidenti a tutti quelli che lo vedevano in azione su un campo di calcio.
Ian Wright è talmente felice che quando il Crystal Palace lo invita ad un provino di due settimane non ha un solo dubbio al mondo: il suo è un “NO”, chiaro, rotondo ed inequivocabile.
La determinazione del Palace è tanta ma lo è altrettanto la decisione di Wright nel rifiutare l’offerta.
E’ contento della vita che fa e poi due settimane? Come giustificarle in azienda? L’idea di correre anche solo un piccolo rischio di perdere il lavoro terrorizza Ian Wright.
“Ian, vuoi davvero invecchiare rimpiangendo in eterno questa occasione?”
Queste le parole dell’amico Tony Davis.
Wright vacilla.
Sarà lo stesso Tony ad andare a rassicurare i titolari dell’azienda dove lavora Wright e ad ottenere per lui un permesso per quelle due settimane.
Ian Wright affronta il provino con uno spirito completamente diverso dal passato.
L’approccio non è più “Non posso farmi sfuggire questa occasione” ma il molto più pragmatico “Vada come vada. Non me ne fotte un cazzo.”
Sarà probabilmente il fattore decisivo.
Wright gioca senza alcuna pressione, pensando solo ed esclusivamente a quello che sa fare.
E su un campo di calcio sa fare praticamente tutto. Soprattutto fare gol.
Alla fine delle due settimane Steve Coppel, grande ex-ala di Manchester United e nazionale ed ora Manager delle “Eagles” londinesi, gli offre un contratto professionistico.
Sono solo tre mesi.
Ma per Ian Wright sono una vita.
Il sogno si è avverato.
A quasi 22 anni.

Quando ormai pensi che i giochi siano fatti e che le strade che percorrerai nella vita sono in gran parte già segnate.
La prima cosa che fa è chiamare la madre Nesta.
E’ lei che lo ha cresciuto in mezzo a tante difficoltà.
Lui, Maurice e la piccola Dionne.
Parole poche, lacrime tante.
“Ce l’hai fatta figlio mio”.
“Grazie mamma. Ma adesso c’è tanto di quel tempo da recuperare … “
E’ il 12 maggio del 1990.
Il Crystal Palace, alla sua prima stagione nella massima serie inglese dopo otto lunghe stagioni nella seria cadetta, è in finale di FA CUP.

Di fronte il Manchester United di Alex Ferguson che sta finalmente tornando ai vertici del calcio inglese dopo anni di oblio.
Sono passati quasi cinque anni dal giorno in cui Steve Coppel gli aveva offerto il suo primo contratto da professionista.
In questo lasso di tempo Ian Wright ha fatto quello che in tanti avevano previsto fin dai suoi esordi sui campetti di Hilly
Fields: segnato tanti gol.
Compresi i 24 gol segnati nella stagione precedente, quella della promozione.

Ian Wright

Questo primo anno in First Division però non è andato secondo le attese di Ian.
Due brutti infortuni
 lo hanno tenuto lontano dai campi di gioco per diversi mesi.
L’ultimo di questi circa due mesi prima, in una partita di campionato contro il Derby County.
Una frattura alla tibia che per lo staff medico del Crystal Palace significava solo una cosa: per Ian Wright di calcio giocato se ne sarebbe parlato solo la stagione successiva.
Ma una finale di FA CUP non è una partita qualsiasi.
E per le “Aquile” del sud di Londra è una giornata storica.
E’ infatti la prima volta nella storia del Club che la squadra raggiunge una finale di FA CUP.
Ian Wright ce la mette tutta per recuperare ma neppure per l’ultima partita di campionato, una settimana prima contro il Manchester City, riesce ad essere disponibile.
E così quando quel sabato di maggio Steve Coppel lo inserisce tra i componenti della panchina tutti pensano che sia poco più di un riconoscimento a quanto fatto dall’attaccante di Brockley in queste ultime cinque stagioni.
Sarà una delle finali più spettacolari ed appassionanti della storia di questa gloriosa manifestazione.
Il difensore del Palace Gary O’Reilly porta in vantaggio le “Eagles” ma la reazione dei “Red Devils” è veemente. Prima capitan Bryan Robson pareggia sul finire del primo tempo e poi, dopo circa un quarto d’ora nella ripresa, Mark Hughes porta in vantaggio i suoi. Manca meno di mezz’ora alla fine.
Steve Coppel non indugia oltre.
Toglie un centrocampista, Phil Barber, e butta dentro Ian Wright.
L’impatto di Wright sarà devastante.
Un paio di minuti dopo il suo ingresso 
riceve palla sulla trequarti del Manchester United.
Accelera, lasciando sul posto Mike Phelan e poi saltando Gary Pallister con un finta prima di concludere a rete mettendo la palla alle spalle di Jim Leighton, il portiere scozzese del Manchester United.
Il gol permette al Palace di andare ai supplementari.
Non passano neppure due minuti che John Salako, la guizzante ala dei rossoblu londinesi, va sul fondo e mette un invitante pallone sul secondo palo.
Su quel pallone si avventa Wright che con un acrobatica spaccata lo spedisce in fondo al sacco. Il popolo del Palace esplode di gioia.
Sarebbe il primo trofeo nella storia del piccolo e amatissimo club di Selhurst Park.
Mark Hughes però ha intenzioni assai diverse.
A sette minuti dalla fine sarà lui a segnare il definitivo tre a tre che manderà il match alla ripetizione.
Stavolta la partita sarà assai diversa e basterà un gol del terzino Lee Martin a decidere l’incontro.
Ian Wright rimarrà un’altra stagione al Palace.
Sarà una stagione da incorniciare.

Un terzo posto in classifica, miglior risultato nella storia del Club e un trofeo, anche se minore, come la Full Members Cup, da mettere finalmente in bacheca.
Ian Wright sarà ancora una volta il capocannoniere della squadra. Venticinque reti di cui quindici in campionato.
Ma a quasi 28 anni c’è bisogno di nuove sfide, di nuovi stimoli e di “provarsi” in realtà maggiori.
E’ solo una questione di tempo prima che un grande club riesca ad impossessarsi del cartellino di Wright. Il più deciso di tutti è George Graham, manager dell’Arsenal che mette sul piatto due milioni e mezzo di sterline (un record nella storia dei Gunners) per assicurarsi le sue prestazioni.
Saranno i soldi spesi meglio dal manager scozzese che costruirà un ciclo vincente con Ian Wright al centro dell’attacco.
Wright sarà capace di confermarsi miglior realizzatore al Club per sei stagioni consecutive, diventando un idolo assoluto del popolo di Highbury.
A 35 anni lascerà i Gunners quando è evidente che i suoi giorni migliori sono ormai alle spalle.
Dopo un dignitoso periodo al West Ham arrivano stagioni meno felici culminate con l’infelice periodo al Celtic di Glasgow.

Nel 2000, dopo aver contribuito al ritorno del Burnley in Division One, Wright decide di appendere gli scarpini al chiodo.
Diventerà un eccellente commentatore televisivo, brillante, sagace e sempre molto critico nei confronti dei suoi “colleghi” attaccanti.

Ian Wright

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Con il padre che si dà “alla macchia” quando Wright ha solo sei anni l’infanzia di Wright è tutt’altro che semplice. Il nuovo compagno della madre è un poco di buono e i soprusi che Ian e suo fratello Maurice devono subire sono spesso crudeli e ingiustificati.

Ricorda lo stesso Wright che uno dei “divertimenti” preferiti del padrino era al sabato sera al momento di “Match of the day” la popolarissima trasmissione calcistica che mostrava gli highlights del campionato e attesa con trepidazione dai due fratelli “malati” di calcio. Il padrino, con la tv accesa, li costringeva a girarsi dalla parte opposta alla tv, facendo loro sentire il commento ma impedendo a Ian e a suo fratello di vedere le immagini. Ian racconta neppure le sue lacrime disperate e copiose riuscivano a commuovere il padrino mentre il fratello Maurice cercava inutilmente di consolarlo.

“Per anni quando sentivo la sigla di “Match of the day” mi arrivava una gran fitta nel petto con il ricordo che andava a quei terribili giorni” racconta ancora oggi l’ex-bomber di Palace e Arsenal. Nell’infanzia di Wright ci fu però una persona speciale.
Un suo professore alle elementari che si prese cura di lui come di un padre.
“Ero veramente un bambino difficile” ricorda Wright.
“Non era che non capissi le cose o facessi fatica ad apprendere. Era semplicemente che non riuscivo a stare fermo più di cinque minuti … che più o meno era il mio massimo periodo di concentrazione. Finivo quasi sempre per essere espulso dalla classe. Fu lì che alla quarta o alla quinta volta che mi vide in corridoio Mister

Sydney Pigden si prese cura di me. Mi insegnò tutto lui. Non solo la didattica, ma a controllarmi, a canalizzare la mia rabbia e a contare fino a dieci prima di esplodere come facevo di solito. Mi affidò perfino delle responsabilità importanti in ambito scolastico. Mi fece anche da allenatore, insegnandomi tantissime cose che ho poi portato dentro per tutto il resto della carriera”.

Ian Wright

“Non calciare sempre di potenza. Guarda dov’è posizionato il portiere e poi mettila con delicatezza dove sai che non può arrivare” fu uno dei suoi tanti preziosi consigli.
Fu la prima persona che vide in me cose che nemmeno io sapevo di avere.

Un giorno di Mister Pigden mi chiamò. Avevo appena fatto il mio esordio con la Nazionale d’Inghilterra. Lui mi disse che questo lo aveva reso orgoglioso come nient’altro nella sua vita. Aveva fatto il pilota d’aereo durante la Seconda Guerra Mondiale. Eppure ero io la cosa ad averlo reso più orgoglioso …” è il commosso ricordo di Wright.

Il più grande amico in ambito calcistico per Ian Wright è stato David Rocastle.
Cresciuti entrambi a Brockley erano praticamente sempre insieme.

“Rocky fu come un secondo fratello per me” ricorda Wright.
Nonostante i quattro anni di differenza di età il legame tra i due era solidissimo.
“David continuava a ripetermi che era impossibile che io non giocassi nei professionisti” racconta Wright.

“Gioco contro le squadre giovanili più forti del paese ma uno forte come te non l’ho ancora visto” continuava a ripetere Rocastle all’amico.
“Non mollare Ian, prima o poi ce la farai anche tu, ne sono certo”.
Riuscirono anche a giocare insieme una stagione all’Arsenal, quella del 1991-1992 che fu la prima con i Gunners per Wright ma l’ultima per Rocastle che a causa di un ginocchio malandato era ormai ritenuto prescindibile da George Graham.
“Fu tremendo vederlo trasferirsi al Leeds. Lui amava l’Arsenal e all’Arsenal tutti lo amavano. Pensavo di giocare con lui per il resto della mia carriera” racconta sempre Wright del suo rapporto con “Rocky”.

La morte di David Rocastle a soli 33 anni a causa di un tumore rimane ancora oggi uno dei giorni più tristi della vita di Ian Wright.
Infine il ricordo del giorno della finale di FA CUP, il giorno che lo consacrò definitivamente all’attenzione di pubblico e addetti ai lavori.
“Fino a pochi giorni prima del match pareva impossibile che riuscissi a recuperare. Steve Coppel, la cui presenza ed insegnamenti sono stati decisivi per il resto della mia carriera, non voleva arrendersi … come tantomeno intendevo fare io !

Il mercoledì prima della finale viene organizzata un’amichevole a porte chiuse contro una squadra dilettantistica. Ricordo che i miei compagni giocavano in punta di piedi tanto era grande il timore di farsi male prima di un match così importante … mentre io giocavo come un indemoniato per dimostrare che ero in condizione di andare quanto meno in panchina !
Il giorno della finale, dopo il gol del vantaggio del Manchester, Coppel mi disse di prepararmi ad andare in campo. Mancavano poco più di venti minuti alla fine. Più o meno i minuti che avevo nella gambe. Al momento di entrare continuavo a ripetermi una sola cosa: Ian, appena hai la palla tira in porta. Non importa dove ti trovi.
Tira. Servirà a far capire che non sei lì per fare presenza ma per lasciare il segno.
Ed ecco che mi arriva il primo pallone. Sono a 30 metri dalla porta. Accelero, evito il recupero di Mike Phelan, il terzino dello United. Mi affronta Gary Pallister ma è troppo precipitoso ! Faccio una finta e rientro sul piede destro, il mio preferito. Guardo la porta. Mi sembra enorme mentre Jim Leighton, il portiere scozzese del Manchester United, mi sembra piccolo piccolo.

Piazzala “a giro” Ian. Niente forza, solo precisione. Quando la palla è entrata mi è sembrato di impazzire. Una botta di adrenalina così non l’ho mai più provata in vita mia. Avevo fatto il gol più importante della mia carriera, nella partita e nello stadio più prestigioso.
… e avevo fatto gol come mi aveva insegnato Mister Pigden …

Il goal setting

Quando abbiamo affrontato il tema del calo motivazionale, riscontrabile nei nostri giocatori al rientro post- lockdo wn, ho citato uno strumento fondamentale strettamente legato alla motivazione: il GOAL SETTING ovvero la pianificazione degli obiettivi

Come accennavo nell’ultimo articolo, nel momento in cui ci si pone un obiettivo, una meta, questo alimenta naturalmente la nostra motivazione: ci spinge a scegliere quella determinata attività, in questo caso il calcio, e a mantenerla nel tempo nonostante gli ostacoli che possono presentarsi.  In uno sport di squadra come il calcio però la motivazione del singolo individuo si interfaccia necessariamente con quella degli altri membri del gruppo; inoltre dobbiamo ricordarci che la squadra non è la mera somma dei soggetti che la compongono ma assume caratteristiche specifiche. Proprio per tale ragione è molto importante che ciascun giocatore individui, insieme al mister e allo psicologo dello sport, i suoi obiettivi che dovranno essere integrati e funzionali per gli obiettivi della squadra; abbiamo quindi una doppia direzione anche per il goal setting: attenzione al singolo e alla squadra. 

Qual è il momento giusto per pianificare gli obiettivi? a inizio stagione perché dobbiamo immaginarci questo strumento come una bussola, che permette di orientare la nostra attenzione, l’impegno e le azioni in una direzione specifica. 

Per essere efficace però deve rispettare alcune caratteristiche:

  • Coinvolgere differenti aree di obiettivi: fisici, tattici-strategici e psicologici 
  • Pianificare a breve, medio e lungo termine dove i primi alimentano la motivazione per giungere a quello a lungo termine 
  • Determinare goal setting individuali e di squadra                       

Inoltre, gli obiettivi per essere funzionali seguono l’acronimo SMART:

  • S = specifici, obiettivi generici infatti estremamente poco funzionali 
  • M = misurabili, gli obiettivi devono poter essere resi concreti e misurati al fine di monitorare i progressi 
  • A = accessibili, non prendiamo in considerazione obiettivi che implicano il compiere azioni non possibili 
  • R = realistici, gli obiettivi devono essere sfidanti ma al contempo realistici in base alle proprie capacità e abilità attuali 
  • T = basati sul tempo, devono infatti essere organizzati temporalmente in breve, medio e lungo termine; se abbiamo un ancoraggio temporale concreto sarà più facile confrontarci e monitorarli. 

Il goal setting è uno degli strumenti più potenti e che, se strutturato in un modalità corretta, può influenzare molto positivamente la prestazione; ecco perché è importante co-costruire la pianificazione con uno psicologo dello sport. Consiglio sempre poi di mettere gli obiettivi per iscritto e utilizzarli in modo flessibile, così da non creare troppa frustrazione nel momento in cui non sono stati raggiunti. 

RELOAD Rubrica RNP : La psicologia dello sport

Ripropongo un interessante incontro organizzato da Ragazze Nel Pallone in cui si parla di psicologia dello sport. 

Questo ambito sta diventando sempre più centrale nello sport moderno, dove assieme alla cura del corpo viene data sempre maggiore attenzione alla cura della mente e degli stati emotivi in funzione del livello prestazionale dell’atleta.

Psy&Sport
Dalla puntata di Giovedi 25 GIUGNO alle ore 20.30 – PSY&SPORT – una rubrica  condotta da…
📌 DOTT.SSA STEFANIA STRANIERO
Psicologa Clinica iscritta all’Albo dell’Ordine degli Psicologi del Veneto
📌 DOTT. MICHELE COSI
Psicologo Clinico iscritto all’Albo dell’Ordine degli Psicologi del Veneto
Psy&Sport

Stasera, giovedi 25 GIUGNO alle ore 20.30 – PSY&SPORT – una nuova rubrica 🗓 condotta da…📌 DOTT.SSA STEFANIA STRANIERO Psicologa Clinica iscritta all’Albo dell’Ordine degli Psicologi del Veneto📌 DOTT. MICHELE COSI Psicologo Clinico iscritto all’Albo dell’Ordine degli Psicologi del VenetoVolete saperne di più? A questa sera in live streaming sulla pagina facebook di RAGAZZE NEL PALLONE

Pubblicato da Ragazze nel Pallone su Giovedì 25 giugno 2020

Gioco di forza 2 contro 2

Esercizio che ci permette di lavorare sulla forza specifica per il calcio (a seconda delle dimensioni del campo) attraverso il gioco di 2 contro 2.  

Oltre ai due giocatori in campo per ogni squadra ci sono due giocatori esterni al campo che possono giocare solo a lato della metà campo avversaria.

I giocatori esterni possono giocare ad un solo tocco (a seconda delle età anche a due o più tocchi). In questo modo i giocatori all’interno del campo possono lavorare sui tagli e sugli appoggi sviluppando azioni specifiche per la forza muscolare sia aerobica che anaerobica.

Se i giocatori hanno un tiro pulito e chiaro verso la porta devono eseguirlo.

Ovviamente esistono tante varianti. L’importante è che i livelli di concentrazione e di difficoltà siano sempre adeguati ai ragazzi facendogli eseguire esercizi che possono interpretare e sviluppare la loro creatività.

Per i giovanissimi in genere io faccio fare l’esercizio per due minuti ad alta intensità e quando si cambiano con i giocatori esterni riposano ancora per due minuti per un totale di 16 minuti. In pratica ogni coppia di giocatori gioca 4 sessioni di 2 contro 2.

Ovviamente i tempi possono variare ma è importante rispettare i parametri del tempo di allenamento e la programmazione settimanale dell’attività.

Negli obiettivi specifici di questo esercizio c’è anche l’adattarsi al ritmo dell’esercizio che nel tempo permette ai giocatori di allenare non solo il corpo ma anche mente ed emozioni.

Ovviamente la mobilità, la comprensione del gioco rispetto al compagno e all’avversario sia in attacco che in difesa restano gli obiettivi calcistici principali.

Allenare le ali

Esercizio per allenare i giocatori che giocano sulle ali ad effettuare il primo tocco orientato in modo efficace per il il dribbling in velocità. Il giocatore deve rapidamente capire da quale direzione si avvicina il suo avversario per usare consapevolmente il suo primo tocco proprio nell’altra direzione.

ali

Si tenta di ricostruire una situazione di gioco dove i gruppi A e B (giocatori rossi) sono gli avversari che al richiamo del mister devono andare ad affrontare 1 contro 1 il giocatore nero.

Il mister decide quale difensore rosso (A e B) entrerà in duello 1 contro 1 e il giocatore nero che riceve il pallone sull’ala che deve tentare di uscire dal quadrato solo in avanti o lateralmente (non all’indietro), mentre il difensore cerca di rubargli palla.

Importante per l’attaccante nero è la ricezione del pallone che deve avvenire con un tocco orientato a poter dribblare il difensore. Se il difensore parte dal gruppo B, l’attaccante deve poter orientare il primo tocco lateralmente e poi scattare per dribblare il difensore. Se Il difensore arriva dal gruppo A, l’attaccante deve orientare il pallone in avanti.

Inserendo un po di competizione si possono dividere le squadre in attacco e difesa e vedere chi alla fine vince riuscendo ad uscire più volte dal quadrato o compiendo la miglior difesa.

Se abbiamo spazi a disposizione possiamo impostare lo stesso esercizio anche dall’altra parte del campo in modo da provare più combinazioni.

Una volta che i ragazzi che giocano sulle ali hanno preso confidenza con li primo tocco possiamo allungare l’esercizio con la possibilità (una volta usciti dal quadrato) di eseguire uno scatto e il cross al centro per un possible attacco (dovremo posizionare altri ragazzi che raccolgono il cross e tirano in porta).

Se la palla viene invece intercettata dai difensori possiamo organizzare la possibilità di un contrattacco con goal in porte piccole.

In questo esercizio possiamo ruotare i ragazzi a piacimento e valorizzare ruoli che normalmente non fanno perché permette di ricreare una situazione di gioco e di allenare contemporaneamente sia il difensore che l’attaccante.

Dividere i difensori

Semplice esercizio per migliorare il passaggio e il processo decisionale adatto ad esordienti e giovanissimi.  Lo scopo è quello di passarsi la palla e dividere i difensori.

dividere i difensori

Questo esercizio è idealmente giocato da tre squadre di due giocatori, ma si ha un numero irregolare non è un problema. L’esercizio può essere giocato anche da squadre di tre giocatori.

Due squadre (gli attaccanti neri e rossi) sono distribuiti all’esterno del quadrato e giocano a passarsi la palla contro la terza squadra (i difensori grigi) che si trovano all’interno del quadrato..

Una squadra attaccante ottiene un punto ogni volta che riesce a passarsi la palla senza che i difensori la intercettino.

Se la palla viene intercettata da un difensore la squadra che ha commesso l’errore entra nel quadrato.

Per rendere il gioco competitivo si può gareggiare a tempo contando i passaggi che ogni squadra riesce a fare nel tempo assegnato.

Successivi sviluppi potrebbero essere di limitare gli attaccanti a due o tre tocchi, oppure di variare la grandezza del quadrato a seconda delle caratteristiche dei giocatori oppure ancora di inserire all’interno del quadrato anche gli attaccanti in modo da permettere ai difensori il tackle diretto sul portatore di palla.

Le varianti sono molte. Lo scopo di dividere i difensori è quello di sottolineare i gesti tecnici (qualità del passaggio, ricezione, orientamento, intercetto, ecc) perché aiutano a velocizzare l’idea di gioco. Sulla qualità del gesto tecnico si può incidere notevolmente con il lavoro quotidiano.

E’ necessario creare esercizi dove i giocatori devono ragionare in continuazione. Creare sempre “situazioni di partita” affinché il giocatore ottimizzi e preservi più informazioni ed esperienze possibili, per poterle attingere durante la partita.

E’ per questo che un esercizio semplice come dividere i difensori può in realtà diventare molto importante se affrontato sottolineando gli obiettivi giusti ma anche con la giusta voglia di divertirsi. La competizione metterà in condizione i ragazzi di fare “vivere” entrambe le situazioni.