Futre, il sogno di Reggio Emilia

A Reggio Emilia siamo matti per il calcio.
Lo so, la cosa può sorprendere molti visto che non abbiamo certo una tradizione di cui vantarci troppo.
Tanta serie C, diversi campionati nella serie cadetta e qualche presenza nella massima serie all’inizio della nostra storia. 
Qualche campionato in Serie A lo abbiamo giocato … ma negli anni ’20 quando il calcio era un’altra cosa.
Ma la passione di una città non si misura certo in base ai risultati.
Anzi.
Amare la Reggiana come sappiamo fare noi con tutto quello che abbiamo passato vuol dire proprio che a Reggio il calcio ce l’abbiamo nel sangue.
C’era un cartello anni fa che veniva regolarmente esposto nel nostro Mirabello, il vecchio stadio in centro città.
Ovviamente dedicato alla nostra amata “Regia” e recitava “TI AMEREI ANCHE SE VINCESSI”.
Ecco. In quel cartello ci siamo noi tifosi reggiani.
Per un illecito sportivo mai dimostrato denunciato dal Parma e ratificato da un membro della Lega Calcio sempre proveniente dalla “città aldilà del fiume Enza” ci mandarono addirittura in Quarta serie.
Ci mettemmo tre anni per tornare almeno in Serie C, dopo aver girovagato per i campi di provincia di tutto il Nord Italia.
… e ancora oggi ci chiedono perché non amiamo i parmigiani …
Di andare in Serie A non c’era proprio verso.
Ci andammo vicini tante di quelle volte che credevamo ci fosse una maledizione nei nostri confronti.  Negli anni in cui salivano due squadre dalla B arrivavamo terzi e quando invece ne salivano tre arrivavamo quarti !
Poi nell’estate del 1988 arrivò il nostro profeta. Era un milanese con una lunga e dignitosa carriera alle spalle. Si chiamava Pippo Marchioro.
In realtà era tutto meno che un “profeta”, ma una persona umile, concreta ed estremamente intelligente.
Tornammo subito in Serie B dove rimanemmo tre stagioni sempre piazzandoci nella parte alta della classifica.
Poi arrivò un miracolo.
Ormai non ci speravamo più. Eravamo sicuri che anche in quella stagione sarebbe successo qualcosa che ci avrebbe impedito di conquistare la massima categoria. 
Qualunque cosa.
Un infortunio ai nostri migliori calciatori, la malasorte che avrebbe trasformato gol fatti in pali e traverse, arbitraggi “guidati” che avrebbero favorite club più grandi e importanti di noi …
Invece vincemmo il campionato e dopo 64 anni tornavamo in Serie A.
Reggio Emilia era letteralmente impazzita.
Non sono mai stato a Rio de Janeiro per il carnevale ma so per certo che quella sera di primavera dopo la consacrazione matematica a Cesena ce la saremmo giocata almeno alla pari !
E diciamolo pure.
Quello che ci stuzzicava più di tutto era poter affrontare di nuovo i nostri “odiati cugini” che nel frattempo erano diventati una delle formazioni più forti di tutta la Serie A.
Fu un’estate interminabile.
A Reggio non c’era nessuno che non vedesse l’ora che arrivasse la fine di agosto e l’inizio del campionato. E poco importava se voleva dire tornare a scuola, negli uffici o nelle fabbriche.
Voleva dire tornare nel nostro Mirabello a vedere la nostra “Regia” giocare in Serie A.
La squadra era tosta.
Avevamo calciatori di esperienza come Gigi De Agostini, Sgarbossa e Scienza e alcuni giovani davvero bravi come Torrisi e il centravanti Padovano. Tra i pali addirittura il portiere della Nazionale brasiliana Taffarel scambiato proprio con i “cugini” che al suo posto scelsero Luca Bucci, con noi nella stagione precedente, quella della promozione.

Poi arrivò “la notizia”.
Quella a cui inizialmente non voleva credere nessuno.
Paulo Futre aveva firmato per la Reggiana. 


Uno che 6 anni prima aveva alzato al cielo la Coppa dei Campioni con il Porto.
Uno che aveva fatto innamorare i tifosi dell’Atletico Madrid regalando loro due Coppe di Spagna.
Uno che era arrivato secondo nella classifica del Pallone d’oro dietro Ruud Gullit.
Uno che quando lo guardavi partire in dribbling ti faceva venire in mente Diego Armando Maradona.
Era tutto vero.
Paulo Futre giocherà nella Reggiana.
E iniziò un altro carnevale.

E’ il 21 novembre del 1993.
Reggio Emilia è paralizzata.
Oggi Paulo Futre 
(foto archiviofutbolfarà l’esordio con i nostri colori, quel granata che i nostri fondatori vollero identico a quello del Torino.
Finora è stata durissima.
Non abbiamo ancora vinto una sola delle undici partite giocate finora.
Ma è anche vero che fino adesso nessuno in casa è riuscito a batterci, anche se abbiamo raccolto solo pareggi.
Il nostro Mirabello è una fortezza. Deve esserlo.
E’ l’unica chance che abbiamo per evitare di tornare subito in B.
Mi correggo. Non è l’unica.
Da oggi ne avremo un’altra.

Si chiama Jorge Paulo Dos Santos Futre.
Tutta Reggio Emilia sembra che oggi sia allo stadio.


Il nostro Mirabello ora ha spazio per 15.500 persone.
Se qualcuno mi viene a dire che oggi ce ne sono meno di 20 mila gli do del matto.
Bandiere della “Regia” in tutto lo stadio. Ma anche del Portogallo, del Brasile e qualcuna pure della Romania, in onore dell’altro nuovo acquisto, l’attaccante Mateut.

Ci mettiamo 10 minuti scarsi per capire che uno così, a Reggio Emilia, non lo avevamo mai visto.
Nell’uno contro uno è imprendibile, vede il gioco e sa sempre quando è ora di saltare l’uomo o di servire un compagno.
Il primo tempo lo passiamo a cercare un varco nella difesa della Cremonese.
Padovano e Morello si dannano l’anima. Lottano su ogni pallone ma qualche volta si capisce che non sono sulla stessa lunghezza d’onda del portoghese.
Non c’è problema.
Ci sarà tempo per affinare l’intesa.
Nel secondo tempo si attacca nella porta sotto la curva sud, quella della tifoseria più calda di tutto il Mirabello.
E’ passato poco più di un quarto d’ora quando Mateut appoggia un pallone verso Morello. L’attaccante granata sembra in ritardo sul pallone ma con un notevole gesto atletico si allunga in scivolata e riesce a toccare il pallone sul vertice destro dell’area di rigore della Cremonese.
E’ qui che si trova Paulo Futre.
Riceve palla, accelera lasciando sul posto il suo avversario diretto.

Entra in area, finge il tiro mandando “al bar” un altro difensore grigiorosso per poi rientrare sul sinistro.
A quel punto un altro difensore dei lombardi si avventa su di lui per impedirgli la conclusione.
Non fa in tempo. Paulo Futre scarica un sinistro all’angolo basso del portiere della Cremonese Turci.
Non ricordo un momento d’estasi superiore a quello.
Sicuramente non per una partita di calcio.

Avete presente la sensazione di quando il destino, le stelle o Dio si sono improvvisamente ricordati di te e ti fanno il regalo più grande che puoi desiderare in quel preciso momento ?
Ecco, la sensazione era quella.

Paulo Futre a Reggio Emilia.
Esordio e gol. 


Mi stavo ancora crogiolando con quei pensieri, con quel “godimento puro” che vedo Paulo ricevere palla sul settore di destra, quello da cui praticamente sono partite tutte le sue azioni e le sue iniziative.
Se la porta avanti con il sinistro, rubando il tempo per l’ennesima volta al suo controllore diretto Pedroni.
Non si sa se è per l’umiliazione dell’ennesimo dribbling subito, se è per gli evidenti limiti calcistici o semplicemente perché pensa che Futre vada fermato, comunque e in ogni modo.
Fatto sta che la sua entrata è brutale, fuori tempo completamente e degna non della serie A ma di un campetto di amatori della domenica mattina.
Per lui arriva il cartellino rosso diretto ma in quel preciso momento ne a me ne agli altri 20 mila presenti importa più di tanto.

Paulo Futre è sul terreno di gioco e sta urlando dal dolore.

Non riesce ad alzarsi e non riesce neppure a sollevare da terra la sua gamba destra.
Si trascina fuori dal campo, strisciando sull’erba del Mirabello.
Non ci vuole un genio per capire che NON E’ un infortunio normale.
La partita riprende. Mateut segna il gol del due a zero che ci regala la prima vittoria in campionato.
Ma non c’è nessuno che riesce a gustarla fino in fondo.
A dieci minuti dal termine si è spenta la luce.
Ora non ci resta che aspettare … sperando che il buio non sia per sempre.

Per Paulo Futre c’è la rottura del tendine rotuleo.

Un anno intero lontano dai campi di calcio.

Quando torna non è più lo stesso giocatore.


Se ne accorgono tutti. Lui per primo.
Quel passo felpato, quel cambio di ritmo o di direzione non ci sono più.
Tecnica, visione di gioco e quel suo magico sinistro sono rimasti quelli di prima.
Ma prima era un fenomeno, ora è “solo” un eccellente giocatore.
Con la Reggiana nella stagione successiva riesce a mettere insieme 12 presenze e 4 gol.
Non sufficienti per evitare la retrocessione dei granata al termine di quella seconda stagione in Serie A.

Al Milan, campione d’Europa in carica, Futre piace parecchio.

Decidono di aggregarlo in una tournèe di fine stagione nell’est asiatico.
Probabilmente aiutato dai ritmi blandi e da partite contro avversari più che abbordabili, Paulo Futre incanta tutti. Il Milan gli offre un contratto.

Bastano però poche settimane per capire che il suo ginocchio, ai ritmi serrati del campionato più bello e difficile del pianeta, non può reggere.

Davanti ha giocatori come Weah, Baggio, Savicevic e Simone.
Giocherà una sola partita, l’ultima di campionato contro la Cremonese, prima di lasciare, ad una manciata di minuti dalla fine, il posto a Roberto Baggio.
In Inghilterra al West Ham, poi il romantico ritorno all’Atletico Madrid e infine una stagione in Giappone.

Niente da fare.

Futre non ce la fa più e a 32 anni è costretto a dire basta.
In Italia non ha lasciato il segno e fuori da Reggio Emilia se lo ricordano in pochi.

Ma provate a chiedere di lui ad un tifoso di calcio portoghese o ad uno dei “Colchoneros” dell’Atletico Madrid … penserete che stiano parlando di Diego Armando Maradona.

Invece parlano di lui, di Paulo Futre.

… quello che forse, al genio di Villa Fiorito, ha assomigliato più di tutti.

ANEDDOTI E CURIOSITA’

All fine della sfortunata esperienza milanista Paulo Futre va in Inghilterra a giocare nel West Ham.
Dopo un buon precampionato arriva la partita d’esordio in campionato contro l’Arsenal.
Le squadre sono negli spogliatoi per prepararsi al match.
Paulo Futre è ovviamente tra i titolari ma si accorge che la maglia con il numero 10 è stato assegnata a John Moncur.
Per lui c’è quella con il numero 16.
“Non se ne parla neppure !” grida inferocito Futre. “O mi date il mio numero 10 o io non scendo in campo” minaccia il fantasista portoghese.
Harry Redknapp, manager degli Hammers, non sa più che pesci pigliare.
“Ok Paulo, oggi giochi con il 16 e dalla prossima partita vediamo di risolvere la cosa” prova a convincerlo il manager inglese.

Niente da fare. Futre si riveste e se ne va.

Due giorni dopo si presenta in sede addirittura con i suoi legali disposto a sborsare 100.000 sterline per avere la “sua” maglia.

Eusebio aveva il 10, Pelé il 10, Maradona il 10, Zico il 10 e Paulo Futre ha SEMPRE giocato con il 10 !” dirà in quell’incontro il portoghese.

Alla fine le parti riescono a trovare una soluzione.
E’ lo stesso Futre a raccontare che “Moncur era un accanito giocatore di golf. Io avevo una villa ad Algarve nei pressi del più bel campo di golf di tutto il Portogallo. Gli dissi che gliela avrei messa a disposizione ogni volta che voleva … purché mi consegnasse la maglia numero 10”.
Alla fine Moncur accetta … anche se non utilizzerà mai la villa visto che Futre rimase agli Hammers solo per pochi mesi …

Il soggiorno inglese non fu certo fortunato per Futre, costantemente alle prese con infortuni di varia natura, ma il portoghese ha sempre parlato benissimo del suo periodo con gli Hammers.

“Intanto al West Ham non esistevano i ritiri e i ritrovi in Hotel il giorno prima del match. E poi gli allenamenti erano quanto di più divertente mi era capitato in carriera. Harry Redknapp dopo un po’ di stretching e di riscaldamento ci divideva in due squadre: gli inglesi contro gli “stranieri. Erano partite tiratissime e la miglior preparazione possibile alle partite ufficiali”.

Lo stesso Harry Redknapp ammette che “Paulo Futre è tra i 10 forti calciatori che io abbia mai visto in azione. In allenamento a volte ci fermavamo increduli ad ammirare le giocate che era in grado di fare”.

Arrivato allo Sporting Lisbona nel 1984 a soli 11 anni (e con un tragitto quotidiano di due ore dal suo paese natio di Montijo) quando Paulo ha solo diciotto anni, arriva una importante offerta del Porto.

“Allo Sporting mi davano 800 escudos all’anno. Il Porto me ne offriva 9000. Andai dal Presidente e gli dissi che per 6000 escudos sarei rimasto con loro. Mi disse che ero matto a pretendere una cifra del genere. Non mi restava altra scelta che andarmene. Lo feci molto a malincuore perché allo Sporting trascorsi sette anni meravigliosi”.

Al suo arrivo all’Atletico Madrid, nell’estate del 1987, Futre trova sulla panchina dei “Colchoneros” l’argentino Cesar Menotti, l’uomo che meno di dieci anni prima guidò la nazionale biancoceleste al suo primo titolo mondiale.
Dopo un ottimo inizio (“Futre sembra una miniatura del Subbuteo. Non fa a tempo a cadere in terra che si rialza immediatamente. E’ un portento”  dirà di lui il carismatico Mister argentino) la situazione tra i due però non tarda a degenerare.

Futre accusa Menotti di manie di protagonismo e di scarsa onestà nei suoi confronti (“adesso mi mette in panchina, poche settimane fa diceva che più forte del sottoscritto c’era solo Maradona. Un ipocrita ecco cos’è !”) dirà del manager argentino in più di un’intervista.
Altrettanto tagliente la risposta di Menotti. “Futre ? il piede destro di Maradona è meglio dei due di Futre”.
L’ultima parola però la ebbe Futre che nell’Atletico giocò altre cinque stagioni mentre “El Flaco” se ne andò prima della fine di quella Liga.

Al termine della vittoriosa finale con il Porto in Coppa dei Campioni Futre è uno dei calciatori più ambiti di tutto il panorama mondiale.

E mentre il Milan di Berlusconi ha acquistato il giocatore che in quella stagione vincerà il pallone d’oro (Ruud Gullit) il Presidente dell’Inter Pellegrini punta proprio su Paulo Futre (che in quella classifica arriverà secondo per un solo voto) per contrastare i cugini rossoneri.
L’Inter ha raggiunto l’accordo economico con il Porto.
L’affare sembra concluso. Futre s’incontra a Milano con Pellegrini e i suoi procuratori e inizia già a circolare la notizia che il contratto sia stato stipulato.
Quando tutto sembra ormai definito entra in scena il controverso Presidente dell’Atletico Madrid Jesu Gil y Gil.
“Preparate voi il contratto” dirà Gil ai procuratori di Futre. “Io lo firmerò senza cambiare neppure una virgola”.
E così accadde. Nel contratto c’è anche una Porsche fiammante espressamente richiesta dal calciatore portoghese.
Alla mattina Paulo Futre era un calciatore dell’Inter … la sera stessa fu presentato come nuovo acquisto dell’Atletico in un locale di Madrid davanti a cinquemila persone

… 

Ps: ancora oggi Paulo Futre racconta divertito di quel contratto stipulato con il Presidente Jesus Gil. “Sono stato uno scemo … perché una Porsche ? Avrei dovuto chiedere una Ferrari !!!”

Riscaldamento prepartita

Molte volte, come allenatori, cerchiamo nuove strutture di riscaldamento prepartita (oppure per l’inizio dell’allenamento) in modo da rompere la routine dei nostri ragazzi e permettere loro di riscaldarsi in modo diverso dal solito.

Ai recenti mondiali del 2018 il Senegal ad esempio effettuò un riscaldamento a passo di danza nato probabilmente nello spogliatoio come desiderio della squadra di scacciare la tensione del momento.

A parte il folklore ci sono molte formule che possiamo usare nei riscaldamento prepartita. Personalmente mi piace nelle annate più grandi proporre questo modello di riscaldamento prepartita:

Alcuni minuti di mobilitazioni varie statiche poi combinazioni di passaggi sia sul posto che in movimento a gruppi di 4 giocatori.

Aumentiamo dopo qualche minuto l’intensità dei passaggi con movimenti più esplosivi, come uscite, sprint, frenate e partenze, salti, ecc …

Alcuni minuti di partitella con possesso palla divisi in quattro gruppi e, se e possibile qualche minuto finale con qualche azione di attacco- difesa con il sistema che vogliamo utilizzare in partita.

Riporto qui alcuni video di Matteo Panarelli che richiamano quanto descrivevo prima e che possono tornare utili:

Ricezione e passaggio proposta del settore giovanile Empoli Fc

Combinazioni con il tiro in porta proposta del settore giovanile della Cremonese

Propongo un ultimo video trovato su youtube di attivazione coordinativa e motoria simpatico ed interessante perché sviluppato a croce in modo da tenere sotto controllo tutta la squadra perché divisi in gruppi in poco spazio:

Calcio a 5 femminile memories: Medesanese

Filmato conclusivo
Riassunto della storia

La USD Medesanese calcio a 5 femminile è stata una squadra di futsal femminile della provincia di Parma che partecipò ai compionati FIGC, UISP e CSI.

Nata nell’estate del 2003, grazie ad un gruppo di amiche di Medesano che decisero di partecipare ad un torneo estivo ed al successivo campionato Uisp, e che concluse la propria carriera nell’estate del 2018.

Il gruppo debuttò con ragazze che non avevano mai toccato un pallone.

Grazie a tanto lavoro e grande convinzione si videro sin da subito i frutti, con buoni piazzamenti in campionato e nei tornei estivi; questo poi portò la squadra a rinforzarsi con tante ragazze di Parma e provincia che già avevano esperienza in questo sport e che contribuirono a tutti i successi nel corso degli anni.

Nei 16 anni di vita, sono state tante le giocatrici che hanno vestito la maglia della Medesanese, ma la squadra, soprattutto negli ultimi 10 anni, rimase legata allo stesso gruppo portante formato da 7/8 ragazze che insieme sono diventate una vera famiglia. Credo che questo aspetto sia stato la vera forza di questa squadra che ha raccolto successi per 11 anni consecutivi conquistando ben 19 trofei da prime classificate.

(per approfondimenti visitate il sito https://medesanesec5femminile.jimdofree.com/)

Perché raccontare questa storia?

Forse sarà distante da ciò che tutti insegnano nei seminari, cioè di tenere diviso il campo dalla vita privata, ma il fatto di aver creato un gruppo che si è trasformato in una famiglia, porta con se l’anima romantica dello sport che non è solo agonismo ma anche socialità.

Non si può negare comunque che il segreto dei successi fosse la capacità di concentrazione delle ragazze nel cambio di atteggiamento negli allenamenti e nelle partite rispetto alla vita privata.

Come nasce una squadra di calcio a 5 femminile?

Tante realtà femminili di futsal nascono come luogo di aggregazione e condivisione, poi in alcune nasce l’ambizione ed il desiderio di mettersi alla prova con nuove esperienze, per altre invece resta il piacere della partita tra amiche e della birra per condividere esperienze, affetto e convivialità.

In misura minore, invece, nascono squadre con il puro intento competitivo ed il cui obiettivo è il massimo miglioramento prestazionale all’interno di questa disciplina.

Talvolta si tratta di mondi completamente separati, ma a volte, prendendo consapevolezza dei propri mezzi e con un po’ di spavalderia è bello rischiare e provare a misurarsi con qualcosa al di fuori della propria “zona di confort”.

Giocare in FIGC poteva sembrare una meta irraggiungibile, perché era una squadra “fatta da se”, senza preparatori atletici, senza fisioterapisti o dottori e con allenatori che guidavano la squadra secondo la propria esperienza.

La vera forza fu anche riuscire a mantenere unito un gruppo sufficientemente numeroso per poter affrontare tutte le partite, dato che era particolarmente difficile trovare giocatrici.

Difficoltà su cui lavorare per lo sviluppo del calcio a 5 femminile:

Le difficoltà principali che avevamo riscontrato (che tuttora esistono nella disciplina) erano:

  • Molte ragazze dei campionati amatoriali, seppur dotate, hanno difficoltà ad uscire dalla zona di confort;
  • Per alcune ragazze può essere troppo impegnativo sacrificare il weekend;
  • Molte ragazze preferiscono il calcio a 11, quindi non sono disponibili a tesserarsi in una squadra che le precluderebbe di giocare a calcio, ma giocano volentieri nelle squadre di calcio a cinque di altre organizzazioni sportive;
  • Per alcune ragazze può essere un problema prendersi l’impegno di allenarsi 2 volte la settimana regolarmente e giocare una partita;
  • Trovare società realmente interessate al calcio a 5 femminile;
  • Trovare società che ti assicurino la disponibilità delle strutture indoor per quanto necessario per la categoria.
conclusioni

Spero che il lock down degli ultimi mesi non porti alla morte di molte delle realtà che portavano avanti progetti per il calcio a 5 femminile.

Spero che si riescano a trovare spazi e condizioni accettabili per i nuovi campionati e che altri decidano di investire in questa disciplina.

Basta poco per iniziare e se si lavora con passione, sarà questa a fare da traino… evolvendoci di anno in anno.

(visitate il sito https://medesanesec5femminile.jimdofree.com/)

 

Difendere a centrocampo

In questo esercizio difendere a centrocampo si vuole portare una linea difensiva a metà campo a proteggere i difensori dal possibile attacco degli avversari tramite palle filtranti oppure situazioni 1 contro 1.

Difendere a centrocampo

La squadra rossa (squadra A) ha un massimo di cinque passaggi per portare la palla alla squadra nera (squadra B), che a sua volta ha 5 passaggi per far tornare la palla alla squadra A. Ogni volta che ogni squadra riesce a passare la palla ottiene un punto.

La squadra grigia (squadra C) vince invece un punto per intercettare la palla o se la squadra A e B raggiungono il loro numero massimo di passaggi.

Si gioca solo rasoterra (o comunque a seconda delle età sotto l’altezza della testa) e ad ogni giocatore è consentito un massimo di tre tocchi per sequenza.

Una volta che una squadra guadagna tre punti, le squadre ruotano.

Lo scopo è difendere a centrocampo in modo unità e coordinato per negare il passaggio filtrante. Oltre ad assumere buone posizioni difensive il centrocampo deve rendere il gioco prevedibile.

Per il posizionamento si vedono durante le partite diverse strategie. Personalmente invito il centrocampista più vicino all’azione a mettere pressione sulla palla mentre gli altri devono posizionarsi ad angolo a copertura della porta spostandosi in profondità a seconda della posizione della palla. Se la palla è centrale, il centrocampo forma un triangolo che punta verso la palla. Se la palla è larga, forma una linea angolata con diagonale dietro alla linea della palla. L’importante è di non essere mai posizionati in una linea piatta rispetto alla palla e alla porta.

Un successivo sviluppo potrebbe essere che se la squadra A (o la squadra B) raggiunge il 4 passaggio (sui 5 disponibili) il giocatore in possesso può dribblare nell’area di gioco del centrocampo per trovare spazio per effettuare un passaggio. Ovviamente quando entra nell’area può essere contrasto direttamente dai centrocampisti.

Un’altra variante per aumentare la difficoltà per il centrocampo potrebbe essere di aumentare il numero di passaggi che le squadre (A e B) possono effettuare o il numero di tocchi che ogni giocatore può fare.

Gigi Simoni…ricordato da Marco Gaetani

In questa ultima settimana ho letto diversi articoli riguardanti Gigi Simoni, persona che ho sempre stimato sia come uomo che come allenatore. Ho trovato in Marco Gaetani (giornalista per repubblica.it) un articolo sul sito www.ultimouomo.com (riportato integralmente qui sotto) che ritrae molto bene e con molti aneddoti la storia e i tratti essenziali della persona sottolineando l’importanza dell’aspetto umano di un allenatore che ha saputo farsi volere bene da tutti. 

Un grazie enorme a Marco Gaetani e allo staff di Ultimouomo.com.

Quando Simoni era il mago delle promozioni

La parte semi-dimenticata della carriera del tecnico.

Dallo specchio che riflette l’immagine postuma di Gigi Simoni emergono due figure. La prima è quella dell’allenatore perbene, del tecnico gentiluomo: la definizione che ha dato di lui Massimo Moratti, l’uomo che più di tutti ha deciso di scommettere ad alto livello sulle sue capacità e, allo stesso tempo, colui che l’ha fatto scendere dalla giostra in un momento nel quale l’Inter non sembrava poi così allo sbando, almeno non quanto sarebbe apparsa dopo il suo esonero. 

La seconda, legata in maniera indissolubile al suo periodo nerazzurro, lo vede perdere le staffe in maniera decisa ma non per questo sgarbata in occasione di uno Juventus-Inter rimasto nella storia del calcio italiano, senza dubbio il giorno più delicato della carriera di un tecnico che, effettivamente, aveva trascorso un’intera carriera senza scomporsi. 

Eppure, con il passare del tempo, la nostra memoria si è legata a quell’unico ricordo. Abbiamo accettato che i media cercassero Simoni soltanto a gettone, come una cordicella da tirare per ascoltare il solito ricordo di quel giorno, di Iuliano contro Ronaldo, dell’arbitro Ceccarini, di uno scudetto volato via fra le polemiche. Il ricordo della persona perbene è rimasto, ma con il passare degli anni si è persa la misura dell’importanza del Simoni allenatore: il re della provincia, il mago delle promozioni capace, grazie alla gavetta, di issarsi fino alla possibilità di allenare, con grandi risultati, il giocatore più forte del mondo. 

È bello, e significativo, leggere le parole che Ronaldo ha voluto affidare ai social per ricordare il mister, immortalato in uno scatto con la bacchetta da direttore d’orchestra. C’è un passaggio così denso di sentimento da farci capire davvero che persona e che allenatore quello che l’Italia del calcio sta piangendo: «Un uomo saggio e buono, che non ti ordinava di fare le cose, ma ti spiegava perché quelle cose erano importanti».

All’Inter Simoni si è dimostrato un eccellente gestore di talenti, e di quell’esperienza, come di quella al Napoli, si sa tutto. Proviamo a raccontare invece quello che aveva fatto prima e ciò che dopo non gli è più riuscito fino in fondo, perché quando si arriva a sfiorare il cielo con un dito diventa complicato per tutti riabituarsi a essere terreni.

L’amore per il calcio

Il colpo di fulmine tra Simoni e il calcio ha una data ben precisa: 2 novembre 1947. Con la mano stretta in quella del papà, mette il naso all’interno del Comunale di Bologna. Il babbo è tifoso rossoblù, ma l’occasione è di quelle da non perdere: c’è il Grande Torino. La fede calcistica non è qualcosa con cui si possa negoziare: i granata perdono ma Simoni ha occhi solo per la squadra di Mazzola e Bacigalupo. È uno di quegli amori ciechi e incondizionati che soltanto un bambino può avere e allora Gigi chiede, ogni volta che può, di andare a vedere i suoi idoli. Ma il Mito, lo sappiamo, si infrange sulla collina di Superga il 4 maggio 1949, la notizia arriva mentre Gigi è in chiesa: il parroco arriva a interrompere la funzione per dare l’incredibile annuncio, il piccolo Simoni ha gli occhi gonfi di lacrime e corre a casa ad ascoltare la radio. In famiglia è il cocco di papà: è nato, quarto e ultimo figlio, dopo tre femmine, con il babbo Leonardo, a tempo perso presidente della Crevalcorese, che corre in chiesa a chiedere di suonare le campane per celebrare il lieto evento. 

Con il pallone, almeno all’inizio, non è proprio un amore corrisposto: Gigi gioca senza troppe pretese fino all’incontro con un “talent scout”, tale Mabelli, che lo nota con la maglia del modesto club locale chiamato Arsenal. Gli organizza un provino con il Torino quando ha 15 anni: va bene, non benissimo. Meglio tornare a casa, a coltivare una passione che ai giorni d’oggi, specialmente per un ragazzo, ci suona totalmente fuori dal tempo: addestrare piccioni viaggiatori. «L’ho fatto per molti anni, utilizzando il granaio, e ne ho ricavato grandi soddisfazioni: alcuni hanno fatto centinaia di chilometri per poi ritrovare la strada di casa. Mi piaceva fantasticare sui luoghi dove erano volati», racconta in un passaggio di Simoni si nasce: tre vite per il calcio, biografia scritta con Luca Carmignani, Luca Tronchetti e Rudi Ghedini, dalla quale sono tratti molti dei virgolettati usati in questo racconto. I provini successivi sono con Bologna e Fiorentina: l’ultimo è quello buono. 

Il sedicenne Gigi viene gettato in pasto ai leoni, in una partitella in famiglia riserve-prima squadra. Fulvio Bernardini se ne innamora e Simoni rimane a Firenze per apprendere il mestiere nel settore giovanile. È un’ala, un numero 7, e cercare anche solo di diventare titolare in viola è un’impresa: in prima squadra ammira prima il brasiliano Julinho e poi lo svedese Hamrin. Il debutto in Coppa Italia, a 19 anni, contro la Carbosarda, senza mai riuscire a mettere piede in campo in Serie A. Quindi Mantova, in Serie B, agli ordini di Edmondo Fabbri: due anni con una buona continuità, poi un anno in prestito ancora in B a Napoli, vincendo addirittura la Coppa Italia. C’è chi lo chiama “il Sivori dei poveri”, si trova bene ma è un amore a tempo, in parte motivato dall’avventura militare a Roma condivisa con Burgnich, Albertosi, Campana e Trapattoni. 

Torna a Mantova, dove ritrova il più grande amico riservatogli dal mondo del calcio: Sergio Pini, con cui condivide tutto. Otto anni insieme, tra il viola e il biancorosso, e un episodio incredibile. Quando si separano, Gigi al Torino e Sergio al Vicenza, quest’ultimo ha un gravissimo infortunio, così grave da fargli concludere la carriera. A procurarglielo, involontariamente, è proprio Simoni, che non si dà pace, anche se a fare fallo era stato Pini: «Gigi scattò sulla destra, per fermarlo da dietro gli agganciai la gamba con la mia che rimase sotto la sua e si piegò. Ripresi a fine stagione ma l’arto si gonfiava, nel 1968 fui costretto a smettere». Simoni chiama l’amico mentre è ricoverato all’ospedale di Vicenza con la gamba in trazione, chiede informazioni, si fa rincuorare. 

Non si incontreranno più su un campo da gioco per sette anni: Gigi, dopo tre ottime stagioni al Torino, schierato sulla fascia opposta rispetto a quella di un altro Gigi, Meroni, viene acquistato addirittura dalla Juventus, ma la pubalgia lo frena nell’anno della potenziale consacrazione ad altissimi livelli. Pini cerca di fare carriera come allenatore, partendo dai dilettanti, mentre la carriera di Simoni imbocca il viale del tramonto fino a ritirarsi a 35 anni. 

All’inizio della stagione 1974-75 è il vice di Vincenzi al Genoa, la sua ultima squadra da calciatore. Quando il tecnico viene esonerato, tocca a Gigi subentrare. E la prima persona a cui pensa è Pini, l’amico di una vita: «Mi dette appuntamento sulle colline sopra Firenze per chiedermi se me la sentivo di lavorare con lui, di fargli da secondo. Non ebbi esitazioni. Nel calcio, come nella vita, l’amicizia è merce rara. Dura un attimo. Oggi giochiamo con la stessa maglia, domani siamo avversari. Si tende a dimenticare, spesso prevale l’egoismo. Io ho avuto fortuna, ho trovato Gigi Simoni». 

Dal campo alla panchina

Simoni, alla sua prima esperienza da allenatore, raccoglie l’eredità di una squadra teoricamente destinata alla pronta risalita in Serie A eppure lontana dalla zona promozione. Il direttore sportivo, “Sandokan” Silvestri, stravede per lui. Gigi, trentaseienne, sale in sella nell’ultima giornata del girone d’andata: 1-1 con l’Avellino. La squadra non riesce a centrare la rimonta per tornare in A ma Simoni viene confermato alla guida del club più antico d’Italia. Il tecnico si lega mani e piedi al senso del gol del giovane Roberto Pruzzo, con il quale aveva giocato nell’ultimo anno da calciatore, e accoglie a braccia aperte un altro talento rampante del calcio italiano: Bruno Conti, che chiude il tridente con Fabio Bonci. 

A fine stagione realizzano 36 dei 57 gol totali della squadra: il Genoa domina il campionato pur rischiando il clamoroso crollo nel finale e Simoni mette in bacheca la prima promozione della sua carriera da allenatore. Lo fa con la spensieratezza di un tecnico giovane ma con qualche guizzo da bucaniere navigato: per assecondare Conti e Pruzzo, entrambi militari di stanza a Roma, ogni sabato accetta di buon grado di guidare fino alla Città eterna, raccogliendoli alla Cecchignola per poi portarli in ritiro con la squadra. Simoni cerca di riportare in campo gli insegnamenti di Edmondo Fabbri, l’uomo che lo aveva portato a Mantova e che gli aveva fatto sfiorare l’esordio in Nazionale. In Ungheria, durante un’amichevole nel giugno del 1965, il c.t. aveva preferito lanciare un giovanissimo Gigi Riva al posto dell’infortunato Pascutti. Il non ancora “Rombo di tuono”, però, non aveva neanche la maglia: fu proprio Simoni a fornirgli la sua numero 22, cogliendo di sorpresa Niccolò Carosio che, in radiocronaca, vedendo entrare il 22 scambiò per tutta la gara Riva con Simoni. 

Simoni si affaccia nella massima serie giovanissimo: è uno degli esponenti principali della “nouvelle vague” della panchina italiana insieme a Ilario Castagner e Giovanni Trapattoni. Non ci sono molti soldi in tasca e le grandi squadre hanno tutte Pruzzo nel mirino. Il patron Renzo Fossati vende un’opzione di acquisto alla Juventus, ottenendo in cambio non soldi ma un calciatore, Oscar Damiani, che nello scacchiere di Simoni rimpiazza Conti. 

La squadra viene smantellata e arrivano tanti giocatori dalla Serie B. Tra questi c’è anche il difensore ventiquattrenne Claudio Onofri, che diventerà un mito genoano. Tra i saluti più accorati che si sono accavallati nelle ore successive alla morte di Simoni, quello di Onofri spicca per sentimento: «Ciao papà, ti devo tutto non solo per la mia carriera ma per come mi hai fatto diventare uomo». Il Genoa stenta a inizio stagione, poi il nuovo tridente Basilico-Pruzzo-Damiani inizia a funzionare. La squadra chiude a metà classifica e si toglie lo sfizio di vincere il derby di ritorno. Nella stagione successiva, tormentata dagli infortuni, il Genoa retrocede all’ultima giornata, condannato dalla differenza reti in un arrivo a tre con Fiorentina e Foggia. 

Per Simoni è un addio amaro, anche se viene accolto dalla piazza che lo aveva rilanciato dopo la sfortunata parentesi juventina: Gigi si accasa in un Brescia che ha appena visto partire la bandiera Cagni e la stella Beccalossi. Deve scendere nuovamente in B, ma non la vive come una diminutio. Simoni non ha procuratori, fa tutto da sé, e forse per questo motivo non si concretizzano i contatti con Bologna e Fiorentina. Il Brescia gli offre un biennale, Gigi invece firma il “solito” annuale: sarà uno dei tratti distintivi della sua carriera. Chiede l’acquisto del bizzoso Gianfranco Zigoni, ex compagno di Simoni alla Juventus, appena scaricato dal Verona. 

Tra i due si crea un rapporto speciale, confermato da Zigo: «Non volevo andare a Brescia ma mi fidavo di Gigi a cui serviva una chioccia. Con Gigi fui chiaro. Gli davo una mano accettando il ruolo di quarta punta, in cambio lui e Pini mi risparmiavano di andare sempre a pranzo con la squadra all’Hotel Ambasciatori. Mi fermavo in una trattoria vicino al centro storico di Brescia e avevo un menù particolare annaffiato da un buon vino. Arrivavo all’allenamento, mi osservava la pancetta e indovinava sempre: coniglio con la polenta e tre quarti di rosso. Ancora oggi mi chiedo chi faceva la spia». Nelle testimonianze dei calciatori che hanno lavorato con Simoni, dalla Serie B fino a Ronaldo, è impressionante come si ponga l’accento sull’aspetto umano. Racconta Lele Podavini, terzino di quel Brescia: «Mi ha fatto crescere prima come persona, poi come calciatore. Con il mister mi sono arricchito soprattutto sul piano umano. L’educazione, la lealtà, la disciplina, la puntualità. Oggi trionfano il cattivo gusto, la volgarità, l’arroganza. Ma io non dimentico, vado avanti con le regole di Simoni». Ottavo posto al primo anno, terzo e promozione nel 1979-80. Il lavoro di Gigi è compiuto, ancora una volta. Ma c’è quell’addio che non è andato giù. Arriva la nuova chiamata del Genoa, in una Serie B trasformata dalle sentenze per il Totonero. 

Il mago delle promozioni

Ecco un’altra delle caratteristiche di Simoni: tornare e vincere ancora, contro quella storiella della minestra riscaldata. Ci sono tre posti per risalire, ma due sembrano prenotati da Milan e Lazio. Teoricamente, si gioca per il terzo posto. Stavolta Gigi partecipa attivamente al mercato: chiede Silvano Martina per i pali, il terzino Caneo, il mediano Corti. L’ultimo sfizio è il “Poeta del Gol,” Claudio Sala, che arriva a stagione in corso. Nel calcio di inizio anni ’80, un trentatreenne porta inevitabilmente con sé l’etichetta del bollito. Per Simoni, invece, è il tassello decisivo. Si mette al servizio di Russo e Boito, che chiudono entrambi in doppia cifra.

Nel momento clou della stagione, per riempire Marassi in vista delle sfide decisive, il patron Fossati decide di far esibire sul campo alcuni big della scena musicale italiana. Con il Genoa che si gioca la promozione, sul terreno del Ferraris si esibiscono Donatella Rettore, i Ricchi e Poveri, Adriano Pappalardo. Il Milan fa corsa a sé, la penultima giornata di campionato è quella che indirizza il torneo. Lazio, Cesena e Genoa ci entrano a 44 punti, i tifosi del “Grifone” fanno rotta su Bergamo per la sfida con l’Atalanta: i rossoblù vincono soffrendo, mentre la Lazio si ferma in casa, tradita dagli undici metri dallo specialista Chiodi. Con il Rimini, a Marassi, è una formalità.

’è da pensare il Genoa del futuro, con la possibilità di tesserare uno straniero. Simoni costruisce la sua squadra intorno alla regia illuminata del belga Vandereycken, il tecnico in estate pensa anche di abbandonare l’assetto con il libero ma poi fa marcia indietro. È un campionato con luci e ombre, caratterizzato anche dal terrificante scontro tra Giancarlo Antognoni e Silvano Martina a Firenze. La svolta della stagione è rappresentata dall’arrivo di Briaschi nel mercato di riparazione: otto gol decisivi per la salvezza. È però anche, e soprattutto, il campionato di Napoli-Genoa all’ultima giornata, con il Milan ancora in corsa per salvarsi. Per cinque minuti, in quel turbolento finale, il Grifone ha un piede in B: i rossoneri sono riemersi da un doppio svantaggio a Cesena, mettendo le mani sulla vittoria che varrebbe la salvezza, mentre il Napoli sta battendo 2-1 i rossoblù. Quello che accade al San Paolo è tuttora uno degli episodi più oscuri della storia del calcio italiano.

Il Genoa è salvo, dunque, ed è il Milan ad andare in B. Simoni resta, la Federcalcio apre al secondo straniero e arriva l’olandese Peters, tanto forte quanto tendente all’infortunio. Dal Milan retrocesso viene acquistato Antonelli, ad annata in corso sono Viola e Fiorini i rinforzi. Il Grifone si salva ancora, ma c’è un nuovo capitolo dalle tinte fosche. A sei giornate dalla fine a Marassi sbarca l’Inter. La partita sta scivolando verso la fine sul 2-2 quando Salvatore Bagni svetta a centro area e regala i due punti a nerazzurri. Esulta da solo, però. Negli spogliatoi succede di tutto, anche gli interisti sembrano infuriati con Bagni, mentre il direttore sportivo del Genoa, Giorgio Vitali, pronuncia la frase che diventerà il titolo di un libro-inchiesta firmato da Paolo Ziliani e Claudio Pea: «Non si fanno queste cose a cinque minuti dalla fine». L’indagine federale non porta a nulla, i rossoblù si salvano infilando quattro pareggi consecutivi con Sampdoria, Napoli, Pisa e Roma, nel giorno in cui i giallorossi vincono lo scudetto. Nella terza stagione in A, Simoni canna clamorosamente lo straniero: il brasiliano Eloi promette ma non mantiene, la squadra scivola mestamente in Serie B e Gigi, per la seconda volta, saluta Genova. 

Gli tocca comunque scendere in cadetteria: lo vuole l’altra retrocessa, il Pisa di Romeo Anconetani, un fuoriclasse della provincia italiana. Gli mette a disposizione una corazzata: «Quella è stata la migliore squadra di B che abbia mai allenato. Non ebbi grande merito in quella vittoria, ce l’avrebbero fatta anche senza di me. Con un tridente d’attacco formato da Berggreen, Kieft e Baldieri, capaci di realizzare trenta gol, la promozione era un passaggio obbligato. Ci saremmo salvati senza patemi anche in A». La squadra non perde per le prime sedici partite, ma il rapporto con Anconetani non è semplice: è il classico padre-padrone, per il Pisa ha un trasporto quasi morboso. Simoni, pur apprezzando gli slanci del presidente, chiude la stagione vincendo la Serie B con il miglior attacco del torneo e se ne va, direzione Lazio. Anconetani lo accusa di tradimento mentre il tecnico va nella Città eterna con l’obiettivo di centrare la quinta promozione in Serie A della sua carriera. 

Il club biancoceleste lo convince grazie alle telefonate di Felice Pulici, portiere della Lazio tricolore nel ’74 e uomo di fiducia per il mercato del presidente Giorgio Chinaglia. “Long John” incontra Simoni, lo incanta a parole: vuole riportare la Lazio non solo in A, ma in Europa. Per la prima volta, il tecnico firma un biennale. C’è un solo problema: gli investitori americani promessi da Chinaglia non arrivano. La squadra, dopo una prima fase di stagione vissuta in testa alla classifica, trascinata dai gol di Garlini, si sfalda nell’incertezza. Simoni deve organizzare in prima persona, con la segretaria del club, Gabriella Grassi, la logistica delle trasferte. È allo stesso tempo allenatore e dirigente con una proprietà inesistente. Di stipendi, neanche l’ombra. 

Gigi diventa il volto del gruppo, parla con i tifosi in prima persona, si espone raccontando nelle tv locali il dissesto di una società sull’orlo del fallimento. Più che la promozione, c’è in ballo la sopravvivenza. La squadra scivola dalle zone alte a quelle medio-basse, alla fine si salva, all’orizzonte c’è una nuova proprietà, con l’avvento di Bocchi e dei fratelli Calleri, che hanno idee diverse sulla guida tecnica. Simoni lascia lì il contratto, ma non solo. Il 15 giugno 1986 si chiude un campionato da brividi, c’è Lazio-Brescia. La Curva Nord saluta il tecnico gentiluomo con uno striscione: «Non ci hai dato la A, ma ci hai dato il cuore». 

La seduzione del ritorno

Lo richiama Anconetani: i toscani sono stati ripescati in A per il secondo scandalo calcioscommesse e la società inizia a lavorare convinta di essere alla vigilia di una stagione nella massima serie, ma l’Udinese viene riammessa con penalizzazione. Anconetani, che aveva già acquistato Schachner, deve cederlo per i regolamenti sugli stranieri. Se da un lato Simoni si ritrova ad allenare una squadra allestita per la A, dall’altro deve anche vedersela con dei calciatori frustrati per aver accettato un’offerta per un categoria diversa da quella effettiva. In sette partite il Pisa raccoglie la miseria di sei punti. Anconetani minaccia l’esonero a più riprese e vuole mettere becco nelle scelte di formazione, il tecnico lo affronta con la calma olimpica che lo contraddistingue: «Se vuole, mi mandi via». 

È una tiritera che prosegue per tutto il torneo. Ogni volta che Anconetani mette nel mirino un calciatore durante i pranzi di gruppo, Simoni continua a schierarlo e in cambio riceve gol e ottime prestazioni. Anche stavolta, l’allenatore deve cementare un gruppo che riceve il primo stipendio solamente a Natale. Anconetani va avanti a cambiali, ha bisogno di risalire in A per mettere a posto i conti della squadra. Nel girone di ritorno, dopo mille peripezie, la squadra decolla. Un gol di Piovanelli a Cremona proietta i nerazzurri in Serie A, in un finale di campionato a dir poco rocambolesco: i grigiorossi sono in testa prima del calcio d’inizio dell’ultima giornata, ma il Pisa sbanca lo Zini e la Cremonese viene raggiunta da Lecce e Cesena, nonché sorpassata dal Pescara di Galeone e, per l’appunto, dal Pisa, che sale a braccetto con gli abruzzesi. La Cremonese, da prima, si ritrova quinta, estromessa anche dallo spareggio (che si giocherà tra Cesena e Lecce) per classifica avulsa. «Avevano preparato diecimila panini, torte di tutti i tipi, birra, vino, spumante. Che fine ha fatto tutto quel ben di Dio? Ai dirigenti della Cremonese non ho mai osato chiederlo», avrebbe ricordato poi Simoni. 

Anconetani, con un colpo di teatro, gela il gruppo annunciando l’arrivo, per la stagione successiva, di Giuseppe Materazzi. Giunti a questo punto, non ci deve sorprendere che Simoni faccia nuovamente un passo indietro. Lo chiama il nuovo proprietario del Genoa, Aldo Spinelli. Il club vuole salire in A, ma qualcosa non funziona. Simoni, solitamente amato dallo spogliatoio, proprio non riesce a capire quel gruppo. In piena zona retrocessione, viene silurato alla fine del girone d’andata, dopo un 1-1 con il Modena.

Inizia così, con un esonero, il momento più difficile della carriera di Simoni. Dice sì, forse troppo in fretta, alla chiamata dell’Empoli, che lo esonera a metà maggio, con la squadra ancora fuori dalla zona retrocessione (poi retrocederà). Poi va a Cosenza, in una stagione maledetta dalla morte di Donato Bergamini. Un evento che scuote un animo nobile come quello di Simoni. «Era emiliano, come me. Un giovane buono, sensibile. Cosa sia successo lo sanno solo i protagonisti, io posso solo dire che dopo quel giorno niente fu come prima». La sconfitta contro il Pisa, da lì a tre settimane, vale il terzo esonero consecutivo nel giro di meno di tre stagioni. 

Simoni, il mago delle promozioni, il Re Mida della B, diventa un oggetto ingombrante, facile da dimenticare. E allora decide di sporcarsi le mani. Gennaio 1991, arriva la chiamata della Carrarese, nei bassifondi della Serie C1. Simoni non solo non ha mai allenato in quella categoria, non ci ha mai nemmeno messo piede da calciatore. Ma per andare lontano, a volte, serve una rincorsa bella lunga. Con la dirigenza non vuole nemmeno parlare di soldi. 

L’unica richiesta, ovviamente, è portare con sé Pini, anche a costo di pagarlo di tasca propria. Simoni le prova tutte per salvare la squadra, infila 18 punti nel girone di ritorno, una media da zona tranquillità, senza quella partenza disastrosa. La Carrarese non si salva, retrocede. La società lo conferma e gli dà carta bianca per il mercato: sarà lui a gestirlo. La stagione si decide in volata, come ai tempi del Pisa a Cremona. Carrarese-Pontedera, tutto in novanta minuti. Il gol di Carillo frutta una promozione sudatissima, Pini sviene in panchina, Simoni è in lacrime. La città si riversa in piazza, il tecnico sa che andrà via ma partecipa ai festeggiamenti. Alle porte c’è la costruzione di un miracolo.

Capolavoro grigiorosso

Il direttore sportivo della Cremonese è un vecchio amico di Simoni, Erminio Favalli. Avevano condiviso l’esperienza da calciatori nella Juventus e il ds ha seguito con attenzione il tentativo di rinascita dell’ex compagno, impegnato a risollevare la Carrarese e la propria carriera. La presidente Luzzara non ama mettere il naso nelle storie di mercato e di formazione, cura la squadra come un padre saggio, che si tiene leggermente a distanza per comprendere meglio il quadro complessivo delle cose. La squadra viene stravolta: Rampulla va alla Juventus, i tre gioielli cresciuti nel vivaio, Favalli, Bonomi e Marcolin, finiscono tutti alla Lazio. Le richieste esplicite di Simoni sono poche: il jolly Cristiani, allenato nella parentesi empolese, e il centravanti Andrea Tentoni, 24 anni, proveniente dalla Vis Pesaro, Serie C2. 

Nel corso degli anni, il 4-3-3 di Simoni è andato via via sfumando verso un 3-5-2. Libero staccato, ovviamente, com’è la regola del tempo: la mente difensiva di quella squadra è anche il capitano, Corrado Verdelli. La coppia d’attacco diventa in fretta quella composta dal neo arrivato Tentoni, che scalza Florjancic, e Gustavo Abel Dezotti. Passare allo Zini diventa impossibile, la Cremonese sale in Serie A con la proverbiale pipa in bocca: miglior attacco del torneo con 63 gol e la Coppa Anglo-Italiana, affrontata nella prima parte con leggerezza, dando minuti a chi giocava meno in campionato.

Dopo aver eliminato il Bari in semifinale, la Cremonese vola a Wembley per sfidare il Derby County: sono 1500 i tifosi che partono dalla Lombardia per andare nel tempio del calcio inglese. Verdelli presenta la squadra alla famiglia del duca di Windsor nella sfilata pre-partita e poi sblocca il risultato sugli sviluppi di un corner ma il Derby pareggia subito. Nicolini sbaglia il rigore del raddoppio, la Cremonese può calciarne un altro in avvio di ripresa e stavolta tocca a Maspero, che non fallisce. Tentoni chiude il discorso e i grigiorossi alzano al cielo di Londra la coppa. «La vittoria di Wembley la paragono solo alla Coppa Uefa vinta con l’Inter». Nove anni dopo l’ultima volta, e con una coppa in più in bacheca, Simoni è pronto ad allenare nuovamente in A.

Il tecnico non va a sconvolgere un meccanismo funzionante, si affida ancora alla classe di Maspero sulla trequarti e al tandem Dezotti-Tentoni. Per una volta, la squadra di Simoni non parte come un diesel ma è subito performante. Tiene testa alla Juve, batte la Lazio, sbanca l’Olimpico romanista. A metà novembre è quarta in classifica, arriva anche il 4-0 nel derby con il Piacenza. Nella seconda parte di stagione c’è un calo e per salvarsi diventa vitale un 3-3 ottenuto sul campo dell’Udinese alla penultima di campionato: sotto di tre reti fino al 67’, l’impennata finale dei grigiorossi vale, di fatto, la permanenza in A. Mantenere inalterato il giocattolo diventa sempre più difficile. Tentoni va in tournée con la Sampdoria, con lui c’è anche Maspero: alla fine è “Ricky” ad accasarsi in blucerchiato.

La Roma acquista Colonnese, parte anche Dezotti. La ricerca del partner di Tentoni non è delle più semplici, alla fine Simoni e Favalli mettono le mani su un attaccante che Simoni aveva apprezzato quando militava nel Teramo, in C2: è Enrico Chiesa, che la Sampdoria vuole testare in Serie A dopo l’ottima stagione con il Modena. Inizialmente Simoni deve inquadrarlo, in diverse partite si schiera addirittura con il tridente Chiesa-Tentoni-Florjancic ed è con questo assetto che raggiunge quello che è forse il punto più alto della sua era grigiorossa: 25 settembre 1994, Cremonese-Milan 1-0.

Segue un altro girone di ritorno di sofferenza, con un filotto negativo di sette partite. Sono i gol di Chiesa, schierato seconda punta, a dare la svolta alla stagione, fino alla salvezza. Anche le belle storie, si sa, sono destinate a finire. Nella quarta annata di Simoni, la terza in Serie A, la Cremonese deve arrendersi mestamente alla retrocessione. Luzzara e Favalli decidono comunque di chiudere la stagione senza ricorrere all’esonero, un atto nobile nei confronti di chi aveva dato così tanto alla piazza. È da qui che Simoni spicca il volo verso le due esperienze più segnanti, per motivi diversi, della sua carriera: il Napoli, un amore fugace, una grande intesa con la squadra e le sirene interiste che si fanno pressanti.

A metà aprile, con la squadra già in finale di Coppa Italia, Simoni raggiunge un accordo verbale con l’Inter. Lo comunica a Ferlaino, rinunciando al rinnovo contrattuale, e in tutta risposta ottiene un bell’esonero: «Volle farmi un dispetto e impedirmi di essere in panchina per la finale di Coppa Italia, a cui sapeva che tenevo tanto». La squadra, che si sente tradita, si sfalda, rischia di finire addirittura in zona retrocessione e perde la finale di Coppa Italia. A Napoli tornerà quasi sette anni dopo, con la squadra sull’orlo del fallimento: un atto d’amore per una piazza che non aveva mai dimenticato. 

Reinventarsi, ancora

Dopo il Napoli, l’Inter, e tutto quello che sappiamo. I campioni, Ronaldo, la lotta scudetto, la Coppa Uefa, l’incredibile esonero. Simoni prova a rifugiarsi nella provincia, a Piacenza, rinunciando alle offerte di Siviglia e Benfica: a posteriori, non una scelta illuminata. Abbiamo già toccato con mano il momento più duro del Simoni allenatore, ma qui c’è qualcosa di diverso. Gigi, pochi giorni dopo essere diventato padre per la quinta volta del piccolo Leonardo, deve fare i conti con quanto di peggio possa accadere a un genitore: la morte di un figlio, il trentatreenne Adriano. La mente di Simoni è inevitabilmente offuscata e a Piacenza l’esonero arriva poco dopo l’inizio del 2000. 

Non era stato accolto bene, in quanto eroe della rivale Cremonese, mentre aveva raccolto soltanto applausi al Meazza, tornando per la prima volta da avversario davanti al pubblico interista, che l’aveva visto esonerato nel giorno in cui ritirava la Panchina d’Oro. L’unico guizzo della sua esperienza al Piacenza è la scelta di far esordire il diciassettenne Gilardino. «Fecero bene a mandarmi via, non c’ero con la testa. Tornai a casa dove ad attendermi c’era Leonardo, il piccolino. Lui riusciva ad allontanare i miei pensieri da quello stato di angoscia e tormento interiore». Sandro Mazzola lo cerca per affidargli la rinascita del Torino, appena retrocesso in B. Per Simoni è la nuova esplosione della sua passione d’infanzia, ma dura pochissimo: otto partite in sella, poi l’esonero. Al suo posto arriva Camolese, che guida la squadra alla promozione e lascia tanti dubbi nella testa del mister di Crevalcore, convinto di aver lavorato con un gruppo tutt’altro che convinto delle sue idee. 

Prova quindi l’avventura estera, sei mesi al CSKA Sofia. Sembra l’esilio sgangherato di un tecnico in disarmo, eppure soltanto tre anni prima aveva vinto la Coppa Uefa. Arriva a dicembre, per la prima volta senza il fidato Pini, e se ne va a maggio: terzo posto e sconfitta in finale di coppa nazionale. Simoni è quasi divertito dalla figura del presidente Bozhkov: «In una partita l’arbitraggio fu quanto di peggio si potesse immaginare. A un certo punto dalla panchina vidi una cosa incredibile. Il presidente saltò la balaustra e si gettò direttamente in campo andando incontro al direttore di gara per dirgliene quattro». Pensa di restare a Sofia ma c’è ancora tempo per un’altra promozione, l’ultima. 

Viene chiamato da Ermanno Pieroni all’Ancona mentre si sta rilassando in montagna con la famiglia e il suo labrador, Taribo (sì). Il presidente dei marchigiani si reca fino a Ponte di Legno per convincerlo, e Gigi accetta. È un campionato strano, quello dei biancorossi, ma vincente: il quarto posto finale è sufficiente per salire in A, il gruppo è tutto con il mister, ma Pieroni lo scarica una volta conquistata la massima serie, forse invidioso del grande affetto di giocatori e tifosi nei confronti del tecnico. Comunica la decisione al gruppo dopo la festa promozione, di ritorno dal bagno di folla in piazza. A nulla serve il tentativo dei veterani di farlo tornare sui propri passi. Segue la salvezza alla guida di un Napoli prossimo al fallimento e l’ultimo giro di giostra in Serie A, al Siena: un’esperienza sfortunata, con un gruppo diviso in due fazioni e il tecnico che, a distanza di qualche tempo, scopre il “tradimento” di un suo fedelissimo come Ciccio Colonnese, più devoto alla Gea che allo spogliatoio. 

Dopo una bizzarra esperienza alla Lucchese, non per causa sua ma per le acrobazie finanziarie del presidente Hadj, Simoni accetta l’offerta di direttore tecnico del Gubbio, ruolo ricoperto nella seconda parte della parentesi lucchese dopo un inizio da allenatore. La società gli mette in mano l’organizzazione tecnica del club insieme al ds Giammarioli e arrivano due promozioni consecutive, dalla Lega Pro fino alla Serie B, dove torna in panchina per qualche mese in seguito all’esonero di Fabio Pecchia. «Rientrai per fare un favore al presidente e a quella gente che mi trattava come un principe e mi voleva bene». Resta l’ultimo ritorno. A Cremona, su convocazione del cavalier Arvedi, Simoni veste i panni del direttore tecnico prima e del presidente poi. È lui a dare la chance per ripartire a Marco Giampaolo, immalinconito per qualche fallimento di troppo. Gigi resta a Cremona fino al giugno 2016, poi dice basta con quel mondo del calcio che in questi giorni lo ha salutato in maniera commossa, lasciando prevalere, almeno per una volta, l’importanza dell’aspetto umano di un allenatore che ha saputo farsi volere bene da tutti.

Una piccola postilla sul labrador, Taribo. Fu un regalo del gruppo interista dopo la finale di Coppa Uefa contro la Lazio. Gigi lo ricevette dalle mani di Gigi Sartor ad Appiano Gentile e scoprì che i “ragazzi” gli avevano già dato il nome del nigeriano West. Taribo, il labrador, rimase nella vita della famiglia Simoni per ben quattordici anni. E ogni volta che in casa squillava il telefono, e dall’altra parte della cornetta c’era l’altro Taribo, inevitabilmente scattava la domanda: «Mister, come sta mio fratello?».

1 contro 1…in gruppo!

Spesso il mister si trova sul campo da solo con molti giocatori. Questo esercizio permette ai giocatori di esercitarsi a coppie in un 1 contro 1 intenso ma allo stesso tempo permette al mister di avere sotto controllo tutti i giocatori della squadra.

1 contro 1

Disponiamo i giocatori in due gruppi disposti uno di fronte all’altro all’interno di un campo in cui alle spalle dei giocatori siano contrassegnate delle linee di fondo

Al segnale del mister i giocatori si scambiano la palla secondo l’obiettivo che ci poniamo (interno piede, esterno, palla alta, ecc) al meglio possibile.

Quando l’allenatore dà il segnale successivo, il giocatore con la palla cerca di dribblare l’avversario in un 1 contro 1 finchè non raggiunge la linea di fondo che ha davanti a se.

L’avversario cerca di impedirlo e se conquista la palla cerca a sua volta di raggiungere la linea di fondo opposta a quella che sta difendendo.

1 contro 1

In questo semplice esercizio ci sono diverse possibilità: il giocatore che dribbla raggiunge il suo obiettivo, il difensore ruba la palla e dribbla verso la sua linea, oppure i due giocatori combattono semplicemente a lungo sulla palla. L’allenatore può quindi terminare l’esercizio in qualsiasi momento dando il segnale.

I giocatori intelligenti usano la confusione e i blocchi naturali creati dagli altri giocatori per dribblare gli avversari

Se la palla si allontana dal giocatore o esce dal campo l’esercizio è finito.

L’esercizio può essere proposto a tutte le età. Il mister ha a disposizione vari obiettivi su cui lavorare.

La modalità di passaggio. Si può chiedere ai giocatori di passarsi la palla con determinati vincoli (destro, sinistro, suola, ecc). Si possono variare le distanze in modo da ottenere più precisione o più forza sul passaggio.

Si può sviluppare la concorrenza tra i giocatori assegnando un punto ogni volta ce il dribbling è riuscito . il punteggio può essere assegnato singolarmente al giocatore oppure a tutta la squadra a cui questo appartiene.

L’esercizio può essere svolto a tempo in modo da dare al difensore la possibilità temporeggiare per impedire all’avversario di arrivare alla linea oppure incoraggiare la difesa aggressiva.

L’esercizio è semplice e probabilmente molti di noi l’hanno già svolto ma mi piaceva riportarlo come esercizio trasversale a molti allenamenti che possiamo fare durante la programmazione annuale sia come riscaldamento che come esercizio specifico sull’obiettivo scelto.

Il vero vantaggio è la possibilità di lavorare in spazi ridotti con i singoli giocatori e allo stesso tempo con tutto il gruppo. Ovviamente se il mister non è solo si possono creare diversi piccoli gruppi e organizzare una piccola competizione a squadre.

Mai dire Pol: Puntata portieri calcio a 5 femminile

Marianna Pepe e Giulia Bertozzi ci fanno entrare nello spogliatoio della loro squadra (Polisportiva 1980) per raccontarci il rapporto e la competizione tra 2 portieri di una squadra di calcio a 5 femminile.

Giulia viene da una esperienza decennale nel calcio a 11, descrive le impressioni e le difficoltà di una disciplina completamente diversa. 

Marianna, d’altro canto, è nata come portiere del calcio a 5, molto competitiva e svela il proprio rapporto verso questo sport e verso la compagna.

Una testimonianza molto interessante ed un esempio concreto della realtà del calcio a 5 femminile vissuta dagli estremi difensori.

Il futsal nel calcio a 11

Per chi si occupa di settori giovanili fare allenamenti di futsal nel calcio a 11 con i ragazzi ha molti vantaggi perché permette di migliorare la tecnica e la tattica individuale e di gestire al meglio il dominio della palla.

Non si tratta solo di spazi ristretti ma anche di decidere velocemente e di adattarsi molto prima al gioco.

In Brasile e in Spagna lo si fa già da molti anni e molti protagonisti  del settore sottolineano il vantaggio che il calcio a 5 non obbliga il gioco a posizioni fisse, che a volte possono essere un limite per il bambino ma ognuno può spostarsi di continuo e provare diversi ruoli. Questo porta i ragazzi ad avere più consapevolezza degli spazi imparando più velocemente la fase d’attacco e quella di difesa. L’obbligo di giocare in uno spazio ristretto e con 4 giocatori attivi più il portiere porta anche il vantaggio di vivere durante la partita situazioni importanti frequentemente e questo alza il livello di tutti i giocatori.

In Emilia Romagna ho visitato e ho avuto riscontri da quasi tutte le società di futsal e i loro settori giovanili lavorano proprio in questo modo con molti mister che sono predisposti a mettersi in gioco, imparare e a collaborare per alzare il livello tecnico del settore.

Purtroppo nel calcio a 11 non ho avuto lo stesso ritorno. Esistono effettivamente molte realtà in cui le cose funzionano come nel futsal ma è più merito delle singole persone che di un percorso strutturato. Se il mister ha intelligenza, preparazione e visione a 360 gradi sui ragazzi che allena allora il livello tecnico e le esercitazioni sono ottime e funzionali alla crescita di tutti i ragazzi e della società altrimenti si resta nel mediocrità e nel livello medio del calcio vissuto con la corsa a scegliere i ragazzi forti che possono fare la differenza inseriti in poche idee di gioco finchè non si trova un giocatore più bravo.

E’ fondamentale che ogni mister sappia far crescere i propri ragazzi e che abbia idea del percorso tecnico da svolgere. E’ per questo che sottolineo come il futsal sia fortemente propedeutico al calcio a 11 soprattutto nella metodologia dell’allenamento, sull’aspetto cognitivo, sul creare occasioni da goal e sul gestire gli spazi. 

Di seguito vi riporto un’intervista di Alessandro Crisafulli (Aurora Desio) a Sergio Gargelli coach Nazionale Cinese di futsal (ma anche di Vietman, Norvegia, Qatar, Giappone, ecc.) ed esperto conoscitore del calcio in generale per evidenziare il suo parere rispetto all’utilità del calcio  a 5 nel calcio a 11.

La straordinaria importanza del Futsal per il calcio a 11

A tu per tu con Sergio Gargelli coach Nazionale Cina

Pubblicato da Aurora Desio Calcio 1922 su Venerdì 22 maggio 2020

In questa intervista a carattere generale diversi spunti importanti tra cui un accenno al lavoro della squadra brasiliana del Santos sul calcio a 5 e su come un giocatore di futsal debba anticipare molto il gioco per poter gestire la velocità e i tempi di intervento.

In conclusione quando sento personaggi importanti della Figc sottolineare nel calcio a 11 la povertà tecnica del nostro settore giovanile nazionale penso che sebbene non sia indispensabile il futsal, anche nel professionismo, potrebbe essere un ottimo strumento per far crescere nella tecnica i nostri ragazzi facendoli divertire ed abituandoli a gestire tante situazioni in poco tempo.

Concludo con Andrés Iniesta, uno dei giocatori di calcio a 11 più imprevedibili e funambolici del mondo che non dimentica le sue radici ben radicate nel Futsal.

“Ho cominciato giocando a Futsal
Tutto è partito da qui
Giocare adesso mi riporta alle mie radici
Negli spazi stretti devi trovare un modo per uscire
Ogni volta con una soluzione diversa
Essere prevedibili porta alla sconfitta
Quindi vale la pena di provare. Devi rischiare
E velocemente capisci che il possesso palla è tutto
Tutto questo non cambia mai
Non importa dove giochi
Questo è il mio campo”. Andrea Iniesta

Un video splendido che racconta la sua passione per il futsal.

Sono tanti i giocatori famosi nel calcio a 11 (Messi, Neymar, Ronaldo Il fenomeno, ecc.) che provengono da una formazione nel futsal…se i migliori hanno questa formazione vorrà dire qualcosa?

Attacco a due

Attacco a due giocatori può essere facile contro un singolo difensore. Tuttavia se si inserisce questo attacco nell’ultimo terzo di campo  può diventare un esercizio utile a far decidere velocemente gli attaccanti. 

Attacco a due

L’importante è far capire ai ragazzi che devono prendere decisioni velocemente. Ad esempio per il giocatore che ha il possesso palla ha due opzioni: dribblare o passare. Che decisione prenderà? Può usare le finte e il dribbling durante il suo gioco per far uscire uno o entrambi i difensori dal gioco?

Anche il giocatore che non è in possesso della palla deve prendere decisioni. Ad esempio, si avvicina al compagno di squadra o si allarga? Corre in avanti o cerca di sovrapporsi?

L’esercizio comincia con un semplice 2 contro 1 con i due attaccanti che devono combinarsi per avanzare nell’area e battere un singolo difensore prima di segnare oltre il portiere. Dovrebbe essere semplice.

Attacco a due

In un successivo sviluppo dividiamo la stessa area di gioco sfruttata prima in due nel senso orizzontale e aggiungiamo un ulteriore difensore in modo da averne uno in ogni area. I giocatori attaccanti devono battere il difensore nella prima area prima di passare alla seconda area. Qui devono battere un altro difensore per segnare.

Ovviamente a seconda delle capacità dei giocatori, delle dimensioni del campo e degli obiettivi che ci poniamo nell’attacco a due possiamo inserire una altro giocatore in difesa sia nella prima area che nella seconda per aumentare ulteriormente la difficoltà.

E’ importante sottolineare al giocatore senza palla di scattare e cambiare direzione per creare possibilità di passaggio e di tenere un gioco ritmato al giocatore in possesso per tentare di entrare in zona tiro il più velocemente possibile.

Nella partitella finale il mister deve stare attento a cosa succede quando l’attaccante è in possesso palla. Tenta di entrare nella zona tiro? Ha compagni di squadra che cercano di supportare il giocatore o correre nello spazio per creare opportunità di passaggio? I giocatori si combinano efficacemente per creare un’occasione da gol?

Attacco a due è un semplice esercizio ma a tutte le età stimola collaborazione e visione di gioco. Molto Importante anche per la fase difensiva nell’esercitarsi nell’1 contro 1.

Luigi Ragno: i rapporti umani prima di tutto

Luigi Ragno dal 2010 per dieci anni ha lavorato al Milan come allenatore dei portieri, dal settore giovanile fino alla prima squadra. Di seguito la sua tesi sul ruolo del preparatore dei portieri basata sull’analisi dei rapporti umani che si instaurano all’interno di una squadra perché il calcio è uno sport costruito intorno alle relazioni.

Luigi ragno

Essere preparatore dei portieri significa prima di ogni cosa usare discrezione, educazione, osservazione, tatto ed intelligenza in ogni tipo di comunicazione e ambiente. La comunicazione deve avvenire in maniera sintetica, con voce ferma e decisa, senza mai indugiare in eccessive e prolungate spiegazioni, che altro non fanno se non impoverire il messaggio che si vuole trasmettere.

Con i portieri e in qualsiasi contesto di lavoro, il preparatore deve sempre avere un ruolo ben definito ma leggermente defilato. Deve lavorare tanto sul campo, essere sempre corretto con le persone, non avere smanie di protagonismo ma soprattutto avere un buon dialogo con tutti. Non deve criticare, ma avere sempre la lucidità per analizzare e sapersi organizzare nello svolgere con ordine il proprio lavoro e ruolo.

Se il livello del preparatore cresce, il preparatore si troverà a lavorare all’interno di uno staff. Gli staff tecnici delle società sono la quotidianità della convivenza e della comunicazione. Allenatore, allenatore in seconda, preparatore atletico, collaboratori atletici e collaboratori tecnici di campo, analisti video, osservatori di staff e osservatori (scounting) della società, medici, fisioterapisti, fisioterapisti addetti al recupero infortuni, team manager, magazzinieri, addetti ai campi e manutentori, infine direttori sportivi e presidenti.

Luigi ragno

Essere un portiere di calcio ha tanti significati, tante sfumature; credo sia davvero un ruolo a parte, dal fascino unico che nasce dalla consapevolezza di avere tanta responsabilità.
Per interpretarlo al meglio servono caratteristiche fisiche e capacità tecniche nelle quali non voglio addentrarmi, ma su due aspetti caratteriali vorrei invece soffermarmi e soprattutto evidenziarne la reale importanza.

A mio avviso gli occhi, e di conseguenza l’osservazione, portano il portiere ad avere la percezione di tutto quello che gli accade intorno. In campo e fuori dal campo, all’interno del gruppo, dello spogliatoio, si tratta sempre di vedere e capire quello che succede e saper
comunicare con tutti coloro che fanno parte della squadra e della società
. Farlo sempre con equilibrio, con positività, scegliendo soprattutto i tempi ed i modi più opportuni.

Cercare di diventare un leader, anche silenzioso, ma un riferimento per tutti. Dare sempre la conferma che su di lui si possa fare affidamento. E per far ciò non serve essere titolari inamovibili: lo si può essere anche come secondi o come terzi, e in questi casi le opportunità di osservazione aumentano e fanno si che si possa essere di supporto a chi invece sta vivendo la gara da protagonista.

Serve dimenticare ogni gloria e vittoria, ogni delusione e sconfitta di squadra ma soprattutto la prestazione come singolo. Il motivo è semplice: il portiere è un ruolo solitario, ma spesso è proprio in questa solitudine che si trova nuova forza. In tutti i due casi, l’adrenalina è tanta, e la delusione pesa e spesso toglie il sonno. Ma poi la luce del
giorno successivo deve dare una spinta, una nuova motivazione da trasmettere a se stessi e a tutti coloro che hanno bisogno di ricevere energia.

Credo davvero che il portiere debba conoscere il calcio da interprete del ruolo e da esperto del gioco: essere l’estremo difensore della propria porta e della propria area e dei molti spazi attorno, lo portano ad essere il giocatore col più alto tasso di osservazione. Deve sapere di calcio e deve far capire all’intero gruppo che tutto quello che succede in settimana in allenamento ed in gara è sempre sotto la sua lente d’ingrandimento. Poi arrivano personalità, coraggio, tecnica e capacità fisiche. Ma alla base ci sono occhi e ragionamento: questo a mio avviso deve essere un portiere principalmente.

Luigi ragno

Ecco di seguito la tesi intera di Luigi Ragno ricca di aneddoti della vita personale con vari capitoli legati alla comunicazione con tutti le varie componenti della struttura societaria. Una persona autentica e trasparente come ce ne vorrebbero tante sui campi da calcio!