SIR ALEX: il Mister

Sir Alex Ferguson, nome completo Alexander Chapman Ferguson (Glasgow, 31 dicembre 1941), è un ex allenatore di calcio ed ex calciatore scozzese, di ruolo attaccante.

È considerato uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi, nonché uno dei manager più carismatici e influenti della storia.

Con il Manchester United, che ha guidato ininterrottamente per 27 anni (dal 1986 al 2013), ha conquistato:
2 Champions League
1 Coppa delle Coppe
1 Supercoppa UEFA
1 Coppa Intercontinentale
1 Coppa del mondo per club
13 Premier League
5 FA Cup
4 League Cup
10 Community Shield.
In precedenza aveva condotto l’Aberdeen alla conquista di
1 Coppa delle Coppe
1 Supercoppa UEFA
3 Scottish Premier League
4 Scottish Cup
1 Scottish League Cup.

Nel luglio 1974 inizia la sua carriera di allenatore con l’East Stringshire per passare alla squadra del Saint Mirren che riesce a portare nella massima serie nel 1977.
L’anno successivo la squadra ottiene la salvezza, ma viene comunque esonerato.
Trova un ingaggio con l’Aberdeen: nel 1980 vince il campionato; nel 1982 l’Aberdeen conquista la Coppa di Scozia battendo in finale i Rangers per 4-1.
L’anno successivo centra un treble, vincendo la Coppa di Scozia, la Coppa delle Coppe 1982-1983 (battendo 2-1 il Real Madrid) e la Supercoppa Europea battendo l’Amburgo.
Nel 1984 ottiene il double campionato-coppa nazionale; l’anno successivo, l’ultimo titolo scozzese.
Contemporaneamente all’incarico di manager dell’Aberdeen accetta anche quello di commissario tecnico della Nazionale scozzese che ricopre dal 16 ottobre 1985 al 13 giugno 1986. Partecipa quindi ai Mondiali 1986, con la Scozia che viene eliminata al primo turno.

Il 6 novembre 1986 è ingaggiato dal Manchester United, dove rimarrà per 27 stagioni.
Il primo trofeo arriva dopo tre anni e mezzo, con la Coppa d’Inghilterra 1990.
Da allora apre un ciclo di 38 trofei, a livello nazionale e internazionale, arrivando alla conquista di un treble nella stagione 1998-1999 con il suo United che vince  il titolo nazionale davanti all’Arsenal, sconfitto anche in semifinale di FA Cup.

In Champions League, dopo aver passato il turno nel girone che comprendeva anche Barcellona e Bayern Monaco, i Red Devils sconfiggono l’Inter ai quarti di finale e la Juventus in semifinale.
In finale, gli inglesi battono il Bayern Monaco, segnando due gol nel finale con Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjær dopo essere stati in svantaggio fino al novantesimo.
Nel 2007-2008 gli uomini di Ferguson si aggiudicano:  Community Shield contro il Chelsea di José Mourinho ai calci di rigore; la Premier League; la UEFA Champions League, a Mosca, contro il Chelsea ai calci di rigore.
Il 19 dicembre 2010 realizza il record di giorni consecutivi (8811) alla guida del Manchester United, precedentemente appartenuto a Matt Busby.
Il 9 gennaio 2012 a Zurigo, durante la cerimonia per l’assegnazione del Pallone d’oro a Lionel Messi, gli viene conferito il FIFA Presidential Award come premio alla carriera.

L’8 maggio 2013 comunica, attraverso il sito ufficiale del Manchester United, l’intenzione di ritirarsi dall’attività di allenatore al termine della stagione 2012-2013.
L’ultima partita di Ferguson con i Red Devils è un pareggio per 5-5 sul campo del West Bromwich Albion.

FARE SQUADRA

Ferguson viene ingaggiato nel 1986, l’anno di Crocodile Dundee, Chernobyl e la deregulation del Bing Bang dei mercati finanziari di Londra.
Le sorti della squadra vacillavano e i giocatori avevano fama di alzare un po’ troppo il gomito e non dare grandi risultati. Il patron era Martin Edwards, rampollo di una ricca industria di lavorazione delle carni di Manchester. Oggi il Manchester United è una Spa. quotata alla borsa di New York, con i Glazer della Florida come azionisti di maggioranza.
“«La grandezza di Sir Alex è essere riuscito nella parte più difficile della leadership, ovvero applicarla alla vita di tutti i giorni. È lì che cadono quasi tutti in fallo, è difficile riuscirci»”

Sir Alex non è andato a scuola di leadership, non ha seguito dei master, si è sempre affidato al suo istinto ed imparando strada facendo.
Ferguson:
«Uno degli studenti di Harvard mi ha chiesto cosa so oggi che avrei voluto sapere trent’anni fa: ….  la comunicazione! Quando ero più giovane volevo dominare il mondo e fare tutto».  È stato dopo che ha imparato a capire il valore di saper delegare agli altri. [È stata] la migliore cosa che abbia fatto; perché quando sei nel mezzo di un allenamento, guardi solo dove sta la palla. Quando uscivo dal campo… avevo una visione più ampia.
A volte non è importante quello che vedi sempre, ma quello che ti perdi».

Ci sono cose che non ha mai cambiato:
«Volevo lavorare sui giovani e gettare le fondamenta che fanno una società calcistica, una buona società calcistica, più che una buona squadra» racconta.

Un altro punto essenziale della strategia di Ferguson era il controllo sui nuovi acquisti.
Una volta si è persino presentato a una festa per farli andare a letto.
«Avevo visto cosa succedeva quando un allenatore non aveva la forza di trattare con i grandi giocatori e mi dicevo: Che razza di allenatore sei se non hai le palle per tenere a bada quei ragazzi? E non ho mai cambiato atteggiamento: se sgarrano, li metto in punizione. Se sei coerente, chi lavora per te sa chi sei. Quando qualcuno cambia di continuo, crea una specie di confusione, la gente dirà: ma come, ieri voleva andare sulla Luna e adesso vuole andare su Marte…»”

La coerenza di avere quella voglia profonda di essere al timone ed eccellere e impegnarsi senza mollare mai, è lì che la maggior parte della gente cede.
Prima di tutto Ferguson voleva vincere. Ancora oggi si pente che il Manchester United non sia riuscito a battere il record del Liverpool di cinque Champions League.  Lui voleva semplicemente dare obiettivi molto elevati: «Era per aiutare a credere di poter fare cose che altrimenti non avrebbero mai pensato di essere capaci di fare».

A seguire alcuni dei comandamenti  che Ferguson ha osservato nell osvolgimento del suo lavoro.

Guarda le persone, impara da loro
Una delle capacità di definizione di un buon leader è: colui che è osservatore di chi lo circonda.

Riconoscere la differenza tra talento e fame
Un altro motivo chiave del successo di Sir Ferguson è la sua attenzione alla fame, piuttosto che al talento. Il talento ha un valore evidente per una squadra, ma se l’individuo non viene al lavoro ogni giorno guidato a fare meglio del giorno precedente, allora quel talento sarà usato in modo inefficiente o, peggio, per niente. Una persona con più miti talenti, ma che ha una forte etica del lavoro, farà un uso molto più grande delle sue abilità e di solito sarà un membro della squadra molto migliore.

Sii disposto ad essere disciplinato
Una mancanza di disciplina può danneggiare il successo a lungo termine di qualsiasi squadra in quanto può portare gli altri membri della squadra a diventare indisciplinati, e la squadra in generale può iniziare a perdere la coesione.

Tieni d’occhio il futuro
Costruire una squadra eccellente per il qui e ora può dare risultati a breve termine, ma quando i membri del team di quella squadra partono, si può creare un vuoto di talento alle spalle.
Una delle cose più efficaci che Sir Ferguson ha ottenuto durante la sua carriera è quella di creare squadre che abbiano una forte linea di giovani talenti per imparare, supportare e alla fine sostituire l’attuale schiera di “eroi”.
Un grande leader capisce che lo sviluppo delle competenze all’interno di una squadra non si basa su nessun singolo individuo, ma è piuttosto una risorsa collettiva che il gruppo contribuisce a migliorare nel corso degli anni.

Stabilire una cultura in cui non ci sono eroi
Per Sir Ferguson non ci sono scuse per nessun leader che non si concentri sul team; “assicurati che ogni membro del team capisca di avere il proprio ruolo da svolgere e che ognuno di essi sia importante per lo sforzo complessivo.
L’attaccante della squadra potrebbe essere il primo a segnare, ma senza la forte linea difensiva e dei giocatori con l’abilità di passare la palla attraverso la difesa dell’avversario, la squadra continuerà a perdere.
Allo stesso tempo, è importante avere altri leader all’interno della tua organizzazione e persone che il team può considerare “capitani” quando non ci sei.
Non essere il collo di bottiglia per le prestazioni.

IPSE DIXIT

“I had to lift players’ expectations. They should never give in. I said that to them all the time: “If you give in once, you’ll give in twice.”
“Ho dovuto alazare le aspettative dei giocatori. Non dovrebbero mai arrendersi. Gliel’ho detto tutto il tempo: “Se ti arrendi una volta, ti arrenderai due volte”.

“I’ve never played for a draw in my life.”
“Non ho mai giocato per il pareggio in vita mia”

“Once you bid farewell to discipline you say goodbye to success”
“Una volta che hai detto addio alla disciplina, saluta il successo”

“There’s a reason that God gave us two ears, two eyes and one mouth. It’s so you can listen and watch twice as much as you talk. Best of all, listening costs you nothing.”
“C’è un motivo per cui Dio ci ha dato 2 orecchie, due occhi ed una sola bocca. Perchè tu possa ascoltare ed osservare il doppio di quanto tu debba parlare. Meglio di tutto: ascoltare costa meno”

“Perhaps the most important element of each activity is to inspire a group of people to perform at their very best. The best teachers are the unsung heroes and heroines of any society,”
“Forse l’elemento più importante di ogni attività è ispirare un gruppo di persone ad esibirsi al meglio. I migliori insegnanti sono gli eroi e le eroine non celebrati di ogni società ”

“In the long run principles are just more important than expediency.”
“Nel lungo periodo i principi sono più importanti degli espedienti.”

“The experience of defeat, or more particularly the manner in which a leader reacts to it, is an essential part of what makes a winner.”
“L’esperienza della sconfitta, o più in particolare il modo in cui un leader reagisce ad essa, è una parte essenziale di ciò che rende vincitore.”

“With young people you have to try to impart a sense of responsibility. If they can add greater awareness to their energy and their talents they can be rewarded with great careers.”
“Con i giovani devi provare a dare un senso di responsabilità. Se possono aggiungere maggiore consapevolezza alla loro energia e ai loro talenti, possono essere ricompensati con grandi carriere. ”

Solo i veri campioni escono e mostrano il loro valore dopo la sconfitta – e mi aspetto che lo facciamo.

Per concludere questa carellata una frase detta da Ferguson durante l’intervallo della finale di UEFA Champions League nel 1999.

“Alla fine di questa partita, la Coppa Europa sarà a soli sei metri e non potrete nemmeno toccarla se perdiamo. Per molti di voi quello sarà il momento in cui ci andranno più vicino…. Non osate tornare qui senza aver dato il massimo. ”

….sappiamo com’è andata a finire

Zinédine Zidane: il silenzioso

Zinédine Yazid Zidane (Marsiglia, 23 giugno 1972) è un allenatore di calcio, dirigente sportivo ed ex calciatore francese di origini algerine.

Soprannominato Zizou, è considerato uno dei migliori giocatori della storia del calcio.
Cresciuto nel Cannes, si afferma nel Bordeaux vincendo una Coppa Intertoto.
Nel 1996 viene acquistato dalla Juventus, dove in cinque stagioni conquista due campionati italiani, una Supercoppa italiana, una Supercoppa UEFA, una Coppa Intercontinentale e una Coppa Intertoto.
Nell’estate del 2001 si trasferisce al Real Madrid per la cifra allora record di 150 miliardi di lire, contribuendo alla vittoria di un campionato spagnolo e due Supercoppe di Spagna nonché di una UEFA Champions League, una Supercoppa UEFA e una Coppa Intercontinentale.
Al termine della stagione 2005-2006 annuncia il suo ritiro dal calcio giocato.


Con la nazionale francese ha partecipato a tre edizioni del campionato mondiale (1998, 2002 e 2006) e a tre del campionato europeo (1996, 2000 e 2004), vincendo da protagonista il Mondiale 1998 e l’Europeo 2000.
In nazionale ha collezionato complessivamente 108 presenze realizzando 31 reti.
A livello individuale ha vinto un’edizione del Pallone d’oro (1998) e tre del FIFA World Player of the Year (1998, 2000, 2003).
Nel 2004 venne inserito nella FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi stilata da Pelé e dalla FIFA in occasione delle celebrazioni del centenario della federazione.
La BBC lo ha definito il miglior giocatore europeo dell’intera storia calcistica, mentre la UEFA lo ha nominato miglior giocatore europeo degli ultimi cinquant’anni. Inoltre, è stato incluso dalla rivista World Soccer nella lista degli undici migliori giocatori della storia calcistica.

Da allenatore del Real Madrid, ha vinto tre UEFA Champions League (record condiviso con Bob Paisley e Carlo Ancelotti), un campionato spagnolo, due Supercoppe UEFA, una Supercoppa di Spagna e due Coppe del mondo per club.
È inoltre il primo e unico allenatore ad aver vinto tre edizioni consecutive della Coppa dei Campioni/Champions League.

Personaggio schivo e riservato fuori dal campo quanto carismatico e spettacolare nel rettangolo da gioco.
Aveva praticamente tutto per giocare al calcio: fisico prestante, doti atletiche (anche se non velocissimo), tecnica, visione di gioco, fantasia, carisma.
Scorrendo immagini di Zidane giocatore raramente lo vedrete urlare per incitare o rimproverare un compagno; ma se la squadra era in difficoltà era il primo a venire a cercare la palla dai difensori, a farsi carico delle sorti della partita. Per rendere meglio quanto espresso pocanzi evidenzio alcuni goal in competizioni internazionali:
– doppietta finale coppa del mondo 1998
– goal quarti di finale Europei 2000
– goal semifinale Europei 2000 (goldengoal)
– goal finale Champions League 2001-2002
Qui sotto, oltre ad un goal fantastico, gustatevi il debutto ‘facile facile e senza pressione ‘ di un altro predestinato: Iker Casillas

https://www.youtube.com/watch?v=ca-O58vdPTQ

Ma c’è un demone dentro ogni talento. Come se alla creazione debba corrispondere un’autodistruzione: l’uomo non può andare oltre l’ultimo limite.
In Zidane questa forza nera si è sempre espressa in severità con se stesso.
Quella che lo ha portato all’addio, nonostante un’età (34 anni) ancora accettabile, nonostante i milioni di euro pronti in caso di ripensamento.
“Troppo negativa la stagione di Madrid per continuare, è l’ora di dire basta”, ha pensato il francese.

Rispetto a “Le Roi” Michel Platini , a parte i gol, a Zizou è mancato il guizzo verbale, il carisma napoleonico, la battuta pronta.
Nell’era di internet e dell’informazione iper-rapida, i troppi silenzi hanno fatto di un’icona del calcio un “semplice” fuoriclasse.
Sui campi Elisi, nel giorno dell’addio, l’accoglienza da liberatore per lui, quasi un nuovo De Gaulle.
Ma Platini non sarà mai superato, neanche eguagliato pur vincendo di più.
E’ l’unica frontiera mai raggiunta per Zizou, troppo lontano dalle logiche del successo per farsene un cruccio.
Una vita scandita da scarpette allacciate e pressioni. Troppe per uno come lui che ha parlato sempre coi piedi.
Ha vinto tutto, ma non è soddisfatto. Non già per ingordigia, bensì per scarsa autostima.

Queste citazioni aiutano meglio a comprendere quanto ammirasse con umiltà alcuni suoi colleghi.

Senza esitazioni, Ronaldo è il miglior giocatore con cui abbia giocato. Aveva una tale facilità di controllo. Era il numero uno.
Ogni volta che mi allenavo con lui, vedevo qualcosa di diverso, di nuovo, di bello. Ecco quello che differenzia un buon giocatore da un giocatore straordinario.

[Nel 2016] Totti? Fino ad oggi è stato uno spettacolo, posso solo dire chapeau. Chi ama il calcio vuole vedere Totti in campo.

Ma che bello era veder giocare Zizou

 

 

Gaetano Scirea: l’esempio

Gaetano Scirea (Cernusco sul Naviglio, 25 maggio 1953 – Babsk, 3 settembre 1989) .
Allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore.
Giocava come libero, ruolo di cui è riconosciuto dalla stampa specializzata quale uno dei massimi interpreti nella storia del calcio, nonché icona di correttezza e signorilità.
Divenuto uno degli uomini-simbolo della Juventus allenata da Giovanni Trapattoni a cavallo degli anni 1970 e 1980, nonché suo capitano dal 1984 al 1988, Scirea formò – assieme al portiere Dino Zoff, allo stopper Claudio Gentile e al terzino Antonio Cabrini, tutti e tre compagni di club e nazionale – una delle migliori linee difensive nella storia.
Coi bianconeri vinse sette titoli di campione d’Italia, diventando al contempo, assieme al già citato Cabrini, il primo giocatore ad aver vinto tutte le maggiori competizioni UEFA per club;
detenne inoltre per lungo tempo il record di presenze nella storia del club torinese, con 552 apparizioni.
Con la maglia della nazionale italiana si laureò campione del mondo nel 1982.

La Domenica Sportiva del 3 settembre 1989 tutta incentrata sulla seconda giornata di Serie A e sulla sorprendente vittoria della Lazio sul terreno del Milan viene interrotta bruscamente mentre il rullo che manda in onda i servizi sui match è già partito.
Un affranto Sandro Ciotti spiega la ragione. Gaetano Scirea, il libero campione del mondo con maglia azzurra nella magica notte di Madrid e campione d’Europa con la maglia della Juventus nella tragica notte dell’Heysel, è morto in un incidente stradale, in Polonia, dopo esser andato a visionare in qualità di allenatore in seconda dei bianconeri il Górnik Zabrze, innocua squadra della Slesia
Sandro Ciotti quel tremendo 3 settembre ai microfoni della Domenica Sportiva:
“è inutile spendere parole per illustrare un uomo che si è illustrato da solo per tanti anni sui campi del mondo, che ha conquistato un titolo mondiale con pieno merito, che era un campione non soltanto di sport ma soprattutto di civiltà”

Secondo Gianni Brera «il povero Scirea era dolce e composto, di una moderazione tipica del grande artista.
Non era difensore irresistibile né arcigno, era buono, ma completava il repertorio con sortite di esemplare tempestività, a volte erigendosi addirittura a match winner».
Con movenze simili a quelle di Franz Beckenbauer, Scirea è ritenuto non soltanto uno dei più grandi difensori di sempre, ma anche uno dei più eleganti e moderni.


Il suo notevole senso tattico, reminiscenza dei suoi esordi da centrocampista, lo portava a dare il là a repentini ribaltamenti dell’azione.
Gianni Mura ha ricordato che «da ragazzino lui sognava Suárez e Rivera, la maglia numero 10, la direzione d’orchestra. Ci è arrivato ugualmente, con la maglia numero 6: direzione della difesa e appoggio al centrocampo e all’attacco».
Scirea era dotato di un’incredibile intelligenza difensiva che gli faceva leggere un passaggio anche prima che l’attaccante avversario lo suggerisse o facesse.
Il suo anticipo e la sua lettura del gioco non erano seconde a nessuno.

Era un difensore aggraziato con superba abilità tattica.
In contrasto con le tattiche spietate spesso impiegate da altri difensori della sua generazione, Scirea era rinomata per la sua classe, il fair play e la sportività.
Non è mai stato espulso o sospeso durante la sua intera carriera, che è un risultato straordinario per un difensore di livello internazionale, e questo dice molto sul suo temperamento e livello di abilità.
La classe assoluta e innegabile di Scirea è il metro con cui vengono giudicati tutti i difensori italiani.

Scirea era ed è molto più di uno dei più importanti e bravi difensori della storia del calcio.
E’ ” l’esempio”. Un punto di riferimento ‘trasversale’ che va oltre ogni campanilismo.

“Ho «rubato» qualcosa a ciascuno dei tecnici che ho avuto. Da Parola la capacità di responsabilizzare i giovani, da Trapattoni la capacità di tenere unito lo spogliatoio, da Marchesi la serenità e da Bearzot quella straordinaria umanità che è la base di ogni successo.“ — Gaetano Scirea dall’intervista alla Gazzetta dello Sport, 15 maggio 1989 Sui giovani

“Le vostre mogli vi guardano!” — Gaetano Scirea rimproverando i giocatori in seguito a un fallo, in un Fiorentina-Juventus;

“A volte mi chiedo come mi vedono i ragazzi, i bambini. E penso che vorrei mi vedessero come io vedevo lui.
Parlo dell’uomo, non solo dello straordinario giocatore. Perché questo, per me, vuol dire entrare nel cuore della gente, lasciare qualcosa che vada oltre i numeri.
[…] Il mio nome è vicino a quello di Scirea, bellissimo. (Alessandro Del Piero)

“Ero rimasto allo stadio più degli altri per le interviste e tornai in albergo non con le guardie del corpo, come succede oggi, ma sul furgoncino del magazziniere.
Gaetano mi aspettava. Mangiammo un boccone, bevemmo un bicchiere, ci sembrava sciocco festeggiare in modo clamoroso: mica si poteva andare a ballare, sarebbe stato come sporcare il momento.
Tornammo in camera e ci sdraiammo sul letto, sfiniti da troppa felicità.
Però la degustammo fino all’ ultima goccia, niente come lo sport sa dare gioie pazzesche che durano un attimo, e bisogna farlo durare nel cuore.
Eravamo estasiati da quella gioia, inebetiti. […]
Gaetano torna sempre. Lo penso a ogni esagerazione di qualcuno, a ogni urlo senza senso.
L’ esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita.
Gaetano mi manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, in questo frastuono di cose vecchie col vestito nuovo, come canta Guccini.
Mi manca tanto il suo silenzio” (Dino Zoff)

Se mai c’è stato uno per cui bisognava ritirare la maglia, era Gaetano Scirea, grandissimo calciatore e grandissima persona. (Enzo Bearzot)

Un cavaliere, un grande avversario. La sua morte mi ha dato molto, molto dolore. (Diego Armando Maradona)

Era uno dei giocatori più forti del mondo, ma era troppo umile per dirlo o anche solo per pensarlo.
Il suo essere silenzioso e riservato forse gli toglieva qualcosa in termini di visibilità, ma certamente gli faceva guadagnare la stima, il rispetto e l’amicizia di tutti, juventini e non. Questo non significa che fosse un debole o che non avesse niente da dire: al contrario, era dotato di una grande forza interiore e sapeva parlare anche con i suoi silenzi. Io e lui avevamo caratteri completamente opposti, ma stavamo bene insieme. Una volta venne a trovarmi al mare e giocammo insieme a nascondino. Una cosa strana per dei professionisti di serie A, invece faceva parte del nostro modo di stare insieme e di divertirci in maniera semplice. Nel calcio d’oggi credo che si sarebbe trovato un po’ spaesato, ma solo a livello personale. Calcisticamente era uno molto competente e avrebbe saputo rendersi anche autorevole. Personaggi con il suo carattere, al giorno d’oggi, nel mondo del calcio non ce ne sono più. (Marco Tardelli).

Steven Gerrard: captain fantastic (fantastico capitano)

Steven George Gerrard è un allenatore di calcio ed ex calciatore inglese (capitano del liverpool per molti anni) , di ruolo centrocampista, tecnico dei Rangers.
Giocatore di caratura mondiale, è considerato da molti uno dei centrocampisti più forti della storia del calcio inglese.
Ha esordito in Premier League nel 1998 e a livello internazionale nel 2000 con la maglia dell’Inghilterra, tra i suoi trofei più importanti figurano le vittorie in Champions League 2004-2005 e in Coppa UEFA 2000-2001.
Dal 2003 al 2015 è stato il capitano del Liverpool, club in cui ha militato sin dalle giovanili, per poi trasferirsi ai Los Angeles Galaxy con i quali ha concluso la carriera alla fine del 2016.
È primatista di reti (41) con il Liverpool nelle competizioni UEFA per club.
In Nazionale vanta la partecipazione ai campionati d’Europa del 2000, del 2004 e del 2012, nonché al campionato del mondo 2006, al campionato del mondo 2010 e al campionato del mondo 2014.

Per parlare di Steven Gerard partiamo di cosa era per lui ‘essere capitano’.
“When you’re captain, you can’t afford to be down, feel sorry for yourself and mope around,” Gerrard said. “Everyone in this group looks to me to see what mood I’m in, so I have to shake it off quick.”
<<Quando sei capitano, non puoi permetterti di stare giù, sentirti dispiaciuto per te stesso e girovagare”, disse Gerrard. “Tutti in questo gruppo mi guardano per vedere in che stato sono, quindi devo scrollarmi tutto di dosso>>.

Gerrard pare abbia cercato di vivere fino a un ideale senza tempo tutto ciò che significa esattamente “la fascia”. Voleva dare l’esempio e ne ha offerti così tanti da essere esattamente questo: un capitano ideale senza tempo.
“A volte mi fermo sul vialetto di casa da Melwood e mi siedo in macchina e dico a me stesso:” Sono il capitano della squadra di calcio del Liverpool “. Per un ragazzino cresciuto a Huyton, che stava sul Kop, essere capitano del Liverpool è un onore incredibile. Penso a tutti i grandi che hanno guidato il Liverpool, veri leader come Ron Yeats, Emlyn Hughes, Thommo [Phil Thompson], Graeme Souness, Alan Hansen, e ora io. ”

È possibile che Gerrard senta il ruolo di capitano più profondamente di chiunque altro nel gioco moderno, proprio perché è così consapevole e riconoscente del lignaggio che segue e delle dimensioni che comporta.

Molti giocatori e allenatori ritengono che la leadership sia una qualità con cui le persone nascono – o ce l’hanno o no.
Contrariamente a questa convinzione, la leadership può essere appresa e sviluppata, ei giocatori possono assumere ruoli di leadership in molte forme diverse.
Come giocatore, puoi migliorare la tua leadership fornendo una forte presenza vocale dentro e fuori dal campo.
Essere un leader vocale implica avere capacità comunicative efficaci. Ciò significa che fornisci incoraggiamento e feedback positivi ai compagni di squadra che stanno andando bene
e raduni i giocatori intorno a te per mantenere un alto livello di messa a fuoco e intensità durante il gioco.
Essere un leader vocale significa anche essere in grado di fornire un feedback didattico ai giocatori che ne hanno bisogno, suggerendo dei modi per aiutarli a migliorare il loro gioco, senza criticarli.
Oltre la comunicazione, i giocatori possono anche diventare leader attraverso le loro azioni.
Come giocatore, puoi dare l’esempio attraverso il livello costantemente alto di sforzo, concentrazione e intensità che porti ad ogni allenamento e gioco.
Puoi anche dare l’esempio sviluppando la capacità di rimanere composto e gestire le tue emozioni durante una partita.
Come molte altre abilità mentali, questa compostezza implica concentrarsi su ciò che puoi controllare come giocatore – e non lasciare che distrazioni come il tempo, i giocatori della squadra avversaria o le decisioni dell’arbitro allontanino la tua attenzione da quello che devi fare in campo.

Gerrard aveva sviluppato entrambi queste doti.

Così lo descrive Dietmar Hamann (ex Bayern) suo compagno di squadra per 7 anni.
Ho avuto la fortuna di giocare con leader come Oliver Kahn e Lothar Matthäus.
Ho giocato con i vincitori della Coppa del Mondo e la Champions League prima che arrivassi in Inghilterra, quindi conoscevo lo standard di prestazione richiesto per raggiungere il massimo: Steven Gerrard l’aveva fin dai primi giorni.
Quando sono entrato a far parte del Liverpool nel 1999, tutti erano entusiasti di questo ragazzo ma il potenziale non è garanzia di successo. La vita diventa seria quando giochi contro gli uomini. Devi fare sacrifici. Non puoi uscire con i tuoi amici. Ecco perché molto non ce la fanno, ma questo non è stato un problema per Stevie. La sua etica del lavoro è stata brillante, eccezionale.

Ci sono stati momenti meravigliosi in campo, ma è stato anche brillante “dietro le quinte”. La sua condotta nel corso degli anni è stata eccezionale come il suo desiderio di diventare un giocatore migliore.
Il suo talento era lampante: passatore fantastico, molto potente e dotato di una velocità in progressione quasi inarrestabile. Convinto assertore dell’efficacia dell’allenamento. Non aveva paura. Era rispettoso ma provava tutto ciò che era in suo potere per vincere partite e fare bene.  Tutto ciò che voleva era giocare per il Liverpool. Vincere per il Liverpool.

Ha fatto irruzione nella squadra e divenne un leader. Ha segnato gol, cambiato partite in una frazione di secondo. C’era molta pressione su di lui: un ragazzo del posto che capitanava la sua squadra: non si è mai nascosto. Più responsabilità assumeva meglio reagiva.
Nella finale di Champions League contro il Milan è stato una delle forze trainanti della nostra vittoria: ha segnato l’importantissimo primo gol per rimetterci in gioco. Era un leader e averlo sul campo ci ha sempre dato una grande convinzione. Un anno dopo eravamo morti e sepolti nella finale della FA Cup contro il West Ham e ci ha salvato con quel lancio da 30 metri nell’ultimo minuto.

Tuttavia, non sono solo i suoi eccezionali risultati nel campo da gioco che contraddistinguono Gerrard come un esempio ma anche quello  che faceva fuori dal campo. Ha sempre rispettato il suo fisico in termini di dieta, non consumando alcol e riposando il necessario tra le partite.
Ed è questo il tipo di dedizione completa e totale a diventare il migliore nel tuo campo che il manager nazionale della Francia Houllier ha instillato in Gerrard fin dalla più tenera età, e che lui stesso ha passato alla generazione più giovane dei giocatori del Liverpool negli anni.
È solo un grande modello da cui imparare. Non puoi dire abbastanza su Stevie. Vive la vita di un vero calciatore professionista. Sul campo non ci sono stati molti altri modelli di riferimento più ispiratori di Gerrard negli ultimi 15 anni: il capitano Fantastic del Liverpool che preferiva guidare con i fatti anziché parole.
Nessuna “simulazione”, arringaggio di arbitri o scherno di avversari o di fan, nessun attaccamento malizioso o intenzionale per ferire gli avversari, solo rispetto per i propri compagni di squadra e gli avversari.
Giocare il gioco nello spirito giusto in ogni momento, sempre.

Il regista dell’Arsenal e dell’Inghilterra Jack Wilshere ha avuto questo da dire su Gerrard (via Daily Mail ):
È stato il cuore pulsante di Liverpool per anni. È stato anche interprete di spicco per l’Inghilterra. “È un grande modello per me. Se riesco a guidare la squadra in avanti come fa lui, allora sarò felice. Era qualcuno a cui guardavo quando ero giovane. Per qualsiasi giovane centrocampista è qualcuno su cui basare il proprio gioco e cercare di essere come lui.”

E come si conviene a un giocatore che preferisce far parlare il campo, raramente ci sono dei pettegolezzi su Gerrard, sia sul campo che fuori, a differenza di molti dei suoi colleghi professionisti troppo viziati.

Ha sempre sostenuto i suoi compagni di gioco e questo a dimostrazione che era un leader. Tuttavia, forse il più grande attributo di Gerrard e uno dei principali motivi per cui è il modello di riferimento per i giocatori di tutte le età a cui aspirare è il fatto che è sempre, sempre alla ricerca di miglioramenti al suo gioco. Di conseguenza, se gli altri giocatori vedono che uno dei migliori centrocampisti di questa o di qualsiasi altra generazione sta ancora cercando di migliorarsi, allora che esempio impressionante deve essere per loro.

“Nel Liverpool Gerrard è il modello per tutti”. È passato attraverso l’accademia, ha vinto tanto ma sta cercando di ottenere ancora di più. E questo è fantastico. Quando vedi un giocatore a quel livello, che vuole ancora migliorare sempre di più, pensi a te stesso, e ti dici: “Devo combattere ogni giorno per avvicinarmi a quel livello” e so che devo lottare per giocare per questo club.

I nostri giovani giocatori, non avranno un modello più grande da seguire. Se sono abbastanza brillanti, impareranno da lui.

Roberto Baggio: quando il calcio è favola

Roberto Baggio (Caldogno, 18 febbraio 1967) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo attaccante o centrocampista, vicecampione del mondo con la nazionale italiana nel 1994.

Risultati immagini per Roberto baggio

Soprannominato Raffaello per l’eleganza dello stile di gioco e Divin Codino per la caratteristica acconciatura, è ritenuto uno dei migliori giocatori della storia del calcio mondiale.
Con le squadre di club ha conquistato due scudetti (1994-1995 e 1995-1996), una Coppa Italia (1994-1995) e una Coppa UEFA (1992-1993).
In nazionale ha preso parte a tre Mondiali (Italia 1990, Stati Uniti 1994 e Francia 1998), sfiorando la vittoria dell’edizione 1994-
Pur non avendo mai vinto la classifica dei marcatori, è il settimo realizzatore del campionato di Serie A con 205 gol. Prolifico anche in nazionale, con 27 reti in 56 partite è quarto tra i migliori realizzatori in maglia azzurra, a pari merito con Alessandro Del Piero; inoltre, con 9 gol realizzati nei Mondiali, è il miglior marcatore italiano nella competizione iridata (a pari merito con Paolo Rossi e Christian Vieri), nonché l’unico ad aver segnato in tre diverse edizioni.
A livello individuale ha conseguito numerosi riconoscimenti, tra cui il FIFA World Player e il Pallone d’oro nel 1993 e l’edizione inaugurale del Golden Foot nel 2003.

Ambasciatore FAO, il 9 novembre 2010 gli fu assegnato il Peace Summit Award 2010, riconoscimento assegnato annualmente da una commissione composta dai Premi Nobel per la pace alla personalità più impegnata verso i più bisognosi, per «il suo impegno forte e costante alla pace nel mondo e le relative attività internazionali».

Scrivere, parlare di roberto Baggio non è mai impresa facile né banale. La divagazione è sempre in agguato: ci si può perdere parlando dei suoi tanti, gravi infortuni e delle sue ancor più numerose rinascite;
oppure piacevolmente distrarre ammirando le sue magie in campo; abbandonarsi al pettegolezzo analizzando il rapporto sempre complicato avuto con gli allenatori (ma si badi rarissimamente con i compagni di squadra che anzi lo hanno apprezzato, stimato professionalmente ed umanamente); discorrere della sua fede buddista.

Oltre a tutte queste argomentazioni rimane una sensazione ineluttabile: “ah da quando Baggio non gioca più”

Caldogno è un piccolo paese alle porte di Vicenza.
Roberto è un bambino esile e sensibile, abbastanza testardo ma soprattuto un malato di calcio.
A 16 anni Baggio debutta in serie in serie C1. Due campionati: nel primo solo sei presenze e un gol; nel secondo è titolare, segna e dà spettacolo.
La Fiorentina lo acquista per la cifra 2 miliardi e 700 milioni di lire e dopo 2 giorni, iI 3 maggio 1985,il primo infortunio: rottura del crociato e del menisco della gamba destra. A Firenze trova amici e comprensione, conosce i campioni del mondo Antognoni e Oriali.

Risultati immagini per Roberto baggio

Campionato 1986-87: primi sorrisi, primi gol ma, in allenamento, il ginocchio operato si spacca. Ancora operazioni. Altri tre mesi fermo, dolori e sconforto. Si riprende a fatica, rientra. Ma il destino è feroce: un’altra rottura, menisco. Torna in sala operatoria: “Non potevo prendere antidolorifici e il dolore mi trapassava il cranio”.

Baggio non molla, torna, ce la fa, gioca. Segna a Napoli, nella città di Maradona. Primo scudetto di Dieguito e primo gol di Roberto Baggio.
Roberto Baggio, con il suo calcio dal sorriso tenero e semplice, entra nel cuore della Fiorentina e dei tifosi di tutta Italia. Gli vogliono bene e lui ricambia con le sue meraviglie.
“Avevo male, sempre male. Ma non importava. Sono stato male molti anni, ma sono andato in campo. Se avessi dovuto giocare soltanto quando stavo bene, con quella gamba, con quelle ginocchia, avrei fatto due, tre partite all’anno.
E invece ho resistito, mi è andata bene. Molti miei amici sono stati più sfortunati e hanno smesso subito”.
Il 1990 Baggio è in ritiro a Coverciano con la Nazionale. L’atmosfera è elettrica, i tifosi contestano, il c.t. Azeglio Vicini fa chiudere il centro federale al pubblico.
L’Italia gioca due partite, Robi non c’è. Entra, in coppia con Schillaci, nella terza gara contro la Cecoslovacchia ed è subito spettacolo.
Il 19 giugno 1990, a Roma, cominciano le Notti Magiche. Roberto segna uno dei suoi gol più belli. Semifinale con l’Argentina: entra sull’1-1, sfiora un gol. Supplementari e rigori, Baggio segna, Donadoni e Serena sbagliano. Argentina in finale, Germania campione.

Dopo l’estate è  Juventus. Roberto fatica, poi si sblocca, segna 18 volte e torna in Nazionale. e’ il 1991 adesso il c.t. è Sacchi.

Gli anni successivi consacrano  Baggio: adesso è al centro di tutto. Conquista tifosi, Agnelli, coppa Uefa, il Pallone d’oro nel 1993.


Va in America con Sacchi ai mondiali. Un sogno e un incubo. Pasadena, 17 luglio, ore 12.30,finale di coppa del mondo contro il Brasile. Zero a zero, supplementari, rigori. Sbagliano Franco Baresi e Roberto Baggio, i due più bravi rigoristi italiani, e il Brasile è campione.
La stagione 1994-95 sarà la sua ultima in bianconero. C’è Marcello Lippi, La Juve vince lo scudetto, grazie anche ai gol e agli assist di Baggio nella prima parte della stagione.

Finisce al Milan. Il grande Milan di Capello vince, dopo una stagione di pausa, ancora lo scudetto. Per Fabio è il quarto in cinque anni, per Robi il secondo di fila con due squadre diverse.
Una bella stagione, i tifosi rossoneri, subito in sintonia con il Divin Codino, lo eleggono giocatore dell’anno, anche se è spesso sostituito.
Nel 1997 Baggio lascia la sponda rossonera.

In estate, un anno prima del Mondiale in Francia, Baggio sembra finito. Non è cosi.  La nuova destinazione, Bologna, lo riporta in corsa. Il suo obiettivo principale è sempre la Nazionale, forse la sua unica e vera maglia.
Cesare Maldini lo richiama in azzurro.

Bologna è un momento positivo e importante. I rapporti con l’allenatore Renzo Ulivieri non sono semplici, ma il bilancio personale di Baggio è strepitoso: 22 gol, il suo record in A. Prenota Francia ’98. Il Mondiale francese è segnato dal dualismo Baggio-Del Piero. L’Italia esce ai rigori, battuta dai francesi.

Nell’estate 98, dopo una sola stagione, lascia Bologna e torna a Milano, stavolta all’Inter. Robi non riesce a dare il massimo. Nell’estate 2000, Gino Corioni, presidente del Brescia, lo convince: «Vieni da noi».
Baggio incontra Carlo Mazzone, un bellissimo rapporto di stima e amicizia.
Sor Cadetto lascia Robi libero di inventare. E allora arrivano i gol in un Brescia che fa ruotare Toni, Di Biagio, Pirlo e Guardiola.
Baggio si ritrova in testa alla classifica dei marcatori, con otto gol nelle prime nove giornate. Ma il destino lo ferma: cede il ginocchio sinistro.
La riabilitazione è da record, ritorno in campo dopo 76 giorni, in tempo per segnare tre gol nelle ultime tre partite. Ma Trapattoni non lo convoca.
La delusione è grande, ma Roberto gioca altri due anni.
Il 16 maggio 2004, a San Siro, la Scala del calcio, si conclude la luminosa carriera del violinista Baggio: la gente canta e balla per lui.

La Gazzetta titola: «Sei stato un mito, sei stato Baggio».

Lucio Dalla, poeta e cantautore, dice: «A veder giocare Baggio ci si sente bambini… Baggio è l’impossibile che diventa possibile, una nevicata che scende giù da una porta aperta nel cielo».

Pep Guardiola, che con il Divin Codino ha giocato dal 2001 al 2003 a Brescia.
Il grande rispetto che il giocatore spagnolo ha sempre avuto nei confronti di Baggio emerge platealmente il 21 aprile 2002, quando, durante un Brescia-Fiorentina, il fuoriclasse italiano torna in campo dopo 77 giorni dal grave infortunio al ginocchio. Al ’25 del secondo tempo, Mazzone decide che è il momento di buttare nella mischia anche lui, nel tentativo di strappare punti necessari per garantire la salvezza alle Rondinelle a fine stagione.
In quel momento Guardiola è il capitano in campo. Nel momento della sostituzione con Giunti, però, lo spagnolo si avvicina a Baggio a bordocampo e, dopo averlo abbracciato, gli consegna la fascia.
Un momento molto toccante, che resterà per sempre nella memoria del giocatore e dei tifosi italiani. Un po’ per l’emozione del momento, un po’ perché Baggio, tornato in campo dopo più di 2 mesi, mette a segno una strepitosa doppietta. Il 6 aprile 2010, quando al Camp Nou si gioca Barcellona-Arsenal, valevole per il ritorno dei quarti di finale di Champions League.
In quell’occasione il tecnico dei Blaugrana Guardiola invita Baggio a vedere la partita, incontrandolo dopo il fischio finale negli spogliatoi.
Quella non è solo l’occasione per lo spagnolo di rincontrare Baggio dopo tanto tempo, ma anche quella di presentare al Divin Codino un giovanissimo Leo Messi, mattatore della serata con 4 reti. Una più bella dell’altra.
Proprio nel presentarlo alla Pulce, Guardiola dipinge un meraviglioso ritratto di Baggio, definendolo come il giocatore più forte con cui lui avesse mai giocato.

Altro campione e grandissimo allenatore che si è espresso su Baggio, rivedendone in modo totale il proprio giudizio, è Carlo Ancelotti in un’intervista per ESPN: “Oggi credo di essere di gran lunga più pragmatico e flessibile di quanto non fossi in passato”, dice.
“Prima ero fissato su una certa filosofia, sono stato molto influenzato da Sacchi e ho pensato che la sua versione del 4-4-2 era la formula vincente.
Quando ero a Parma, il club ha raggiunto un accordo con Roberto Baggio. Ho posto il mio veto sull’operazione perché non si adattava il mio sistema.
Oggi, mi rendo conto non c’è alcuna una formula vincente, ce ne sono molte. Oggi, se il club mi ha comprasse un Roberto Baggio, fidati di me, mi piacerebbe trovargli lo spazio nel mio undici di partenza“.

Del Piero, per i 50 anni di Roberto Baggio, così scrisse:
<< quando io ti ho conosciuto, nel 1993, tu eri il più grande e per me poterti ‘portare la borsa’ non era un fastidio, ma un sogno che si realizzava . Io arrivavo alla Primavera della Juventus dal Padova, a 18 anni. Tu sollevavi il Pallone d’oro nel cielo di Torino, dopo averci fatto vincere la Coppa Uefa. Roby, ho imparato molto da te, ho giocato con te, ho vinto con te. Sei stato un grande compagno, e quando le nostre strade con la squadra di club si sono separate, avere ereditato la tua maglia è stato un onore oltre che una grande responsabilità. Tutte le volte che poi ci siamo incontrati, sul campo, da avversari, ci siamo abbracciati con amicizia e stima. E anche oggi, nel giorno del tuo cinquantesimo compleanno, ti voglio idealmente mandare un abbraccio. Buon compleanno, campione!>>.

<<Baggio negli ultimi quattro anni della sua carriera segna 45 gol in 95 presenze, giocando al fianco di giovani giocatori interessanti che poi diventeranno campioni del mondo nel 2006 come Luca Toni e Andrea Pirlo.
Proprio Pirlo è l’artefice di un assist fuori dalla concezione umana: era l’1 aprile 2001, Brescia-Juventus, il regista bresciano effettua un lancio dalla linea del centrocampo e pesca Roberto Baggio, che nel frattempo si era sfilato dalla marcatura bianconera, solo davanti a Van der Sar.
Il portiere olandese sembra in vantaggio sul pallone ma Baggio s’inventa un aggancio-dribbling al volo, qualcosa di fuori dal mondo, qualcosa che racchiude l’essenza stessa di Roby Baggio, del calcio-
Inutile dire che quel pallone è poi finito in rete.
Perché Roberto Baggio è stato un giocatore di pura estasi.
Un uomo semplice che quando scendeva in campo con pantaloncini e maglietta diventava un’entità dalla difficile comprensione umana.
Le sue giocate, i suoi dribbling, i suoi gol non si limitavano solo ad evocare palpabili emozioni ma erano pura gioia per l’intelletto>>. (cit. da La fine che merita un campione)

Nel tempo Baggio è diventato molte metafore. Ci sono quelle del suo ruolo, quelle sulla libertà, sulla pacatezza.
Ma sono le sue ginocchia la prova di quanto sia crudele la strada che conduce alla pace. Perché le guerre creano dolore, distruggono, e bombardano le possibilità. Di vivere, giocare.
Ma anche le guerre prima o poi finiscono, e dopo ogni cosa si rimargina e si torna a splendere.
A suo modo, lentamente. Come le ginocchia di Baggio.

Ed ora godetevi un po’ delle sue magie … ‘….aahh…da quando Baggio non gioca più…’

Franz Beckenbauer: il maestro senza sforzo

Franz Anton Beckenbauer (Monaco di Baviera, 11 settembre 1945) è un dirigente sportivo, ex allenatore di calcio ed ex calciatore tedesco, di ruolo difensore.

Considerato uno dei più grandi giocatori della storia del calcio, è cresciuto nel Bayern Monaco, al quale ha legato gran parte della sua carriera (dal 1964 al 1977) vincendo quattro Coppe nazionali, quattro campionati, una Coppa delle Coppe, tre Coppe dei Campioni e una Coppa Intercontinentale.
Nel 1977 si trasferisce ai N.Y. Cosmos, con i quali in quattro stagioni conquista tre campionati nordamericani.
Dal 1980 al 1982 milita nell’Amburgo, dove vince un altro campionato prima di chiudere la carriera ancora con i N.Y. Cosmos.
Con la Germania Ovest ha partecipato a tre Mondiali (1966, 1970, 1974) e due Europei (1972, 1976), vincendo da protagonista l’Europeo 1972 e il Mondiale 1974.
A livello individuale ha conquistato due edizioni del Pallone d’oro, nel 1972 e nel 1976, divenendo il primo difensore ad essere insignito per due volte dell’ambito premio.
Da allenatore ha guidato la Germania Ovest, l’O. Marsiglia e il Bayern Monaco, vincendo il Mondiale 1990, il campionato tedesco 1993-1994 e la Coppa UEFA 1995-1996.
Assieme a Mário Zagallo e Didier Deschamps, vanta il primato di aver vinto il Mondiale come giocatore e come allenatore. Dal 2009 è presidente onorario del Bayern Monaco.
È stato presidente del Comitato Organizzato del Mondiale 2006.

E’ stato valutato di diritto tra i calciatori più efficaci, duttili e talentuosi di sempre: se Pelé ‘nasce’ a soli 17 anni in Nazionale e raffigura gli anni 60, Crujff gli anni 70, Franz Beckenabuer è il simbolo della modernità che passa attraverso diversi moduli tattici, sia col Bayern Monaco che con la Germania Occidentale.

Inizialmente giocava in mezzo la campo.
Ai mondiali di Inghilterra, Beckenbauer pose le basi del suo futuro e venne inserito di diritto nella schiera dei grandi del Continente.
Fin da allora si capì che il mediano tedesco avrebbe percorso una carriera luminosa e costellata di successi.
Si capì che mai prima di allora la Germania aveva potuto contare su di un giocatore delle sue capacità.  Se da mediano raggiunse la caratura che lo collocava fra i migliori al mondo, quando finì alle spalle di tutti i giocatori, togliendogli l’assillo della marcatura e dando spazio alle sue incursioni, Franz Beckenbauer toccò i vertici delle sue capacità. Ogni sua esibizione toccava i limiti della perfezione, ogni intervento era sempre accompagnato da un misto di tecnica perfetta, eleganza e coordinazione mirabili. La sua interpretazione del ruolo di «libero» è quanto di più perfetto si sia mai potuto vedere su di un campo di calcio.

Josè Altafini lo ha definito così:” E’ l’espressione più tipica del suo calcio: schierato stabilmente alle spalle della difesa,  diventa l’uomo in più quando la manovra della squadra si sposta sul fronte d’attacco. E’ il modello di un nuovo modo di interpretare il ruolo di libero: non più un uomo concesso agli avversari, con chiari intendimenti difensivi, come lo era stato in occasione delle sue prime apparizione ma un giocatore in grado di impostare la manovra di contrattacco, dando l’avvio dalla propria difesa a tutte le azioni.”
Tecnicamente Altafini dirà di lui: tecnica sopraffina, controllo perfetto del pallone con entrambi i piedi, nei primi anni di carriera era un regista arretrato.
Una sua particolare caratteristica era il passaggio, effettuato sempre con l’esterno del piede.

Franz Anton Beckenbauer

Altri erano stati impiegati in un ruolo difensivo ‘libero’ , come Ivano Blason nella famigerata parte dell’Inter milanista degli anni ’60 di Helenio Herrera, ma nessuno era più aggraziato e visionario di lui sempre imperiosamente impettito.

La leadership era qualcosa che veniva naturale per Beckenbauer. E’ emerso chiaramente durante la semifinale del 1970 contro l’Italia nello stadio Azteca di Città del Messico, una partita che in seguito sarebbe stata ampiamente descritta come “la partita del secolo” e “il gioco più meraviglioso, drammatico e favoloso di tutti i tempi” (dal quotidiano messicano Excelsior).
L’attaccante veterano Uwe Seeler, di Amburgo, era lo skipper ufficiale della Germania Ovest durante il torneo, ma Beckenbauer, elegante e disinvolto, era diventato il fulcro della squadra. Il giocatore del Bayern Monaco si lussò una spalla lussata dopo un fallo dall’italiano Pierluigi Cera al 70 ‘.  Beckenbauer ha lottato con il suo braccio destro fissato al suo corpo con del nastro adesivo e la sua mano sul distintivo della FA tedesca proprio sotto il suo cuore, attraverso i 50 minuti più elettrizzanti ed estenuanti. Gli azzurri sono finiti in finale, grazie al gol di Gianni Rivera al 111 ‘che ha portato a casa una vittoria per 4-3, ma la Germania, e Beckenbauer in particolare, ha guadagnato numerosi plausi.
L’Evening Standard di Londra lo elogiò paragonandolo ad un “ufficiale prussiano ferito, sconfitto ma orgoglioso”.

Franz Anton Beckenbauer
Il fatto di aver conquistato l’appellativo di “Der Kaiser” era perfettamente adatto al suo stile e alla sua personalità. Franz Beckenbauer non ha bisogno della fascia da capitano per essere un vero leader in campo.

Quattro anni dopo, l’uomo soprannominato Der Kaiser per il suo stile di gioco regale sul campo avrebbe sollevato il trofeo della Coppa del mondo come capitano nella sua città natale di Monaco.
La vittoria per 2-1 sui Paesi Bassi di Johan Cruyff segna l’apice di un’era d’oro per il calcio tedesco – l’era di Beckenbauer.
Aveva già guidato la squadra nazionale in un primo campionato europeo vinto due anni prima e il Bayern Monaco aveva vinto il primo dei tre trionfi nella Coppa dei Campioni ( 4-0 contro l’Atletico Madrid nel maggio 1974).
Nella finale di Monaco, Beckenbauer ha recitato come “la torre nella battaglia”, commentò un  telecronista tedesco.
Giocando da libero, in un ruolo che aveva contribuito a rivoluzionare nel corso di alcuni anni, in realtà era un regista di fondo piuttosto che l’ultimo uomo della linea di difesa. La vittoria della Coppa del Mondo ha assicurato a Beckenbauer lo status di superstar.

Secondo il suo compagno di squadra della Germania Ovest Gunter Netzer, tuttavia, il risultato più importante di Beckenbauer era avvenuto fuori dal campo.
Tra tutte le sue conquiste per il calcio tedesco, questo è stato il suo più grande”, ha detto Netzer.
“Ha preso il comando in una situazione terribile, quando la squadra stava per crollare, proteggendo l’allenatore Schon e ricostruendo la squadra con lui.”
Netzer fu uno dei perdenti dal rimpasto, insieme al compagno di squadra del club di Beckenbauer, Uli Hoeness, ma entrambi si resero conto che il Kaiser aveva ragione.
“E ‘stato eccezionale in ogni singola partita della Coppa del Mondo e ha mostrato qualità di leadership che hanno aiutato la squadra a trovare il suo cammino”, ha detto Hoeness.

Franz Anton Beckenbauer

Per ironia della sorte la sua incredibile leggerezza di tocco ed il suo modo di stare in campo ‘tramarono’ quasi contro di lui, sebbene l’apprezzamento del pubblico tedesco fosse elevato. Beckenbauer non sembrava mai sudare. Apparentemente non conosceva lo sforzo; fluttuava attraverso il gioco. Ha pennellato passaggi perfetti con la parte esterna del suo ‘scarpino’.
“Ogni suo passaggio aveva gli occhi e trova i suoi compagni di squadra, ovunque” ha dichiarato Vladislav Bogicevic, il suo compagno di centrocampo del New York Cosmos.
I suoi detrattori hanno trovato difficile da digerire la sua eccellenza. Hanno criticato  lui e la sua squadra del Bayern a metà degli anni ’70.
Il calcio era inteso come un gioco di duro lavoro, non di arte. “Ecco perché le masse hanno avuto rispetto totale, ma non lo hanno mai amato nel modo in cui hanno amato [gli ex grandi] Uwe Seeler e Fritz Walter”, ha scritto Kicker in occasione della sua ultima partita in Bundesliga nel 1983.
Beckenbauer ha fatto sembrare le cose facili. Troppo facili.

Ma quelli più vicini a lui capirono che il suo imperioso gioco era basato su una forte etica del lavoro.
È cresciuto come figlio di un impiegato delle poste a Giesing, uno dei quartieri più poveri e bombardati di Monaco dopo la guerra.
Trascorse giorni interi a colpire una palla contro un muro nel cortile sul retro.
“Quel muro era il compagno di squadra più onesto”, ha spiegato in seguito. “Se hai giocato un passaggio giusto, lo riavrai indietro giusto.”
Fino ad oggi, nessuno ha giocato passaggi più adatti di Beckenbauer nella storia del calcio.
Quello che hanno detto su Beckenbauer

L’uomo amico della vittoria Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo vince titoli con Marsiglia, Bayern e Germania Ovest prima di diventare presidente del club di Rotir.

“Una volta ho visto Franz Beckenbauer entrare in un ristorante e lo ha fatto nello stesso modo in cui giocava a calcio: con classe e autorità”. – ex manager della Nottingham Forest, Brian Clough.

“Era un leader di uomini, una presenza dominante che poteva portare la palla con grazia e abilità”. – ex attaccante della Marsiglia, del Manchester United e della Francia Eric Cantona.

“Il marchio di un grande giocatore è la capacità di essere altrettanto efficace nel suonare attraverso diverse epoche: mi ha ispirato da bambino”. – l’ex manager dell’Inghilterra Glenn Hoddle.

“È un grande compagno, in quanto giocatore è stato caratterizzato dall’intelligenza piuttosto che dalla forza, era più brasiliano che tedesco come calciatore”. – Pele , leggenda brasiliana e compagno di squadra di Beckenbauer al New York Cosmos.

“È un gentiluomo, un inglese perfetto, purtroppo non è inglese.” – Kevin Keegan, ex nazionale dell’Inghilterra, due volte pallone d’oro e compagno di squadra ad Amburgo.

Roy Keane: quando il gioco si fa duro

“Una notte siamo stati sconfitti in coppa dal Luton, il personale è entrato e ha detto: ‘Clive Clarke ha avuto un attacco di cuore a Leicester’. ” Ho detto: “Sta bene? Sono scioccato gliene abbiano trovato uno, non si potrebbe mai dire dal modo in cui gioca”.

“Solo perché ti pagano £ 120.000 a settimana e giochi bene per 20 minuti contro il Tottenham, pensi di essere una superstar”.

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Oggi parliamo di un personaggio quasi border line: spigoloso, scomodo, a volte cattivo ma a suo modo rispettoso, generoso e con una insaziabile voglia di vincere. Se non avete uno stomaco forte non andate oltre.

Roy Maurice Keane (Cork, 10 agosto 1971) è un allenatore di calcio ed ex calciatore irlandese, di ruolo centrocampista, viceallenatore della nazionale irlandese.
È stato inserito da Pelé nella FIFA 100, la speciale classifica che include i migliori 125 calciatori di ogni epoca ancora viventi.
Nella edizione 1999 del Pallone d’oro risultò 6° con 36 voti.
Debutta come calciatore all’inizio degli anni 1990. dal 1990 al 1993 è al Nottingham Forest. dal 1993 al 2055 è al Manchester United

E ‘difficile riassumere l’esperienza di guardare Roy Keane capitanare il Manchester United a parole.
C’è una sorta di osservanza mistica e mitica per un leader di tale risolutezza.
Un giocatore di talento, sì, ma più di questo un giocatore dalla voglia di vincere così potente da agire come un virus aereo, contagioso per i compagni di squadra.
Quando Sir Alex Ferguson ha parlato di Keane nella sua prima autobiografia, Managing My Life , ha fatto riferimento alla performance del suo ex capitano a Torino, durante la gara di ritorno della semifinale della Champions League dello United nel 1999 con la Juventus:  “È stata la dimostrazione più enfatica di altruismo che ho visto su un campo di calcio: martellante su ogni filo d’erba, in competizione come se preferisse morire di sfinimento piuttosto che perdere, ha ispirato tutto intorno Lui. Ho sentito un tale onore essere associato a un giocatore del genere. ”

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Le parole “Ho sentito un tale onore essere associato a un giocatore del genere” sono state pronunciate da forse il più grande manager nella storia del calcio. Questo gigante sportivo si è detto onorato di avere Keane come suo alter ego in campo.

Keane arrivò allo United nell’estate del 1993 per la cifra record di £ 3,75 milioni per portarlo lontano dal Nottingham Forest.
Una grande carriera davvero, con i Red Devils ha collezionato 480 presenze segnando 51 gol, un po’ più di uno su 10 come media accettabile per un giocatore che è arretrato sempre più a centrocampo a mano a mano che la sua carriera progrediva.
Una delle cose più notevoli di quei numeri è che solo 22 delle sue apparizioni sono state come sostituto.
I trofei di Keane? Sei titoli della Premier League, quattro FA Cup, la Champions League e la Coppa Intercontinentale nel 1999.
Fu il calciatore dell’anno per giornalisti e calciatori nell’anno 2000 e probabilmente avrebbe dovuto essere anche l’anno prima, quando David Ginola gli soffiò il premio. Tuttavia, sembra una specie di anatema parlare di premi individuali in una retrospettiva di Keane.
Ferguson ha usato una variante su “selfless” e nulla avrebbe potuto essere più adatto allo stile di gioco dell’Irlandese. È chiaramente un fiero individualista in termini di temperamento: il modo in cui parla del gioco chiarisce che a lui non interessa molto quello che pensano gli altri delle sue opinioni.
Tuttavia ha, ovviamente, riconosciuto che per raggiungere la cosa che desiderava di più, vincere, aveva bisogno dei giocatori che lo circondavano.
Gli standard che si aspettava dai suoi compagni di squadra erano i più alti di ciò che il Manchester United era tenuto a rappresentare durante il suo periodo al club.
Professionalità, impegno ed eccellenza: la sensazione che il club fosse speciale in qualche modo, come lo era chiaramente durante i suoi anni di punta.
C’è una storia che racconta del primo allenamento cui Dwight Yorke ha partecipato. Come Daniel Taylor ha scritto nel Guardian nel 2011:
“Keane ha lanciato la palla a Yorke, deliberatamente troppo forte, e il nuovo arrivato ha sbagliato il controllo. “Benvenuto allo United, sibilò Keane con quello sguardo alla Tommy DeVito. Cantona ti avrebbe ucciso”
Nonostante ciò, fu enormemente apprezzato dai suoi colleghi.
Nel 2011, Paul Scholes ha dichiarato a FourFourTwo : Roy era incredibile come compagno di reparto e qualcuno di cui ti fidi sempre. Ho imparato presto che se anche non eri in partita ti sarebbe stato addosso per assicurarsi che facessi la tua parte per la squadra. Ho avuto qualche strigliata da lui, ma questo mi ha fatto lavorare di più per evitarle. Era un grande leader e capitano: ci ha guidato, fatto crescere; era il nostro manager in campo.
Keane è stato un pezzo fondamentale del puzzle che ha innalzato la squadra vincitrice della Premier League di Eric Cantona nel 1992/93 a vincitori assoluti e dominanti del 1993/94.
Quella squadra, che comprendeva Keane, Paul Ince, Steve Bruce, Cantona e Mark Hughes, era costruita attorno a un nucleo di individui tosti, duri.
Nella finale di FA Cup di quell’anno, Ryan Giggs e Andrei Kanchelskis furono schierati sulle fasce per aggiungere brio a tutta quella solidità.
Il Chelsea è rimasto in partita fino al 60 ‘, quando Cantona ha aperto le marcature dal dischetto, ma il loro spirito era stato demolito.
Persero 4-0, e lo United aveva vinto il double. Keane era il cuore pulsante dell’intera impresa.
Il suo ruolo nella squadra del 1999 è stato un po ‘diverso.
Nella sua prima autobiografia, Keane: The Autobiography , ha parlato del fatto che la squadra del ’94 era piena dei suoi coetanei,  mentre si sentiva un po’ separato dal gruppo che divenne noto come Class of ’92. Ora era un giocatore anziano piuttosto che uno dei ragazzi.  Assunse il ruolo di guida come se fosse quello per cui era nato.
Quando la sua squadra aveva più bisogno di lui, era lì.
Keane era molte cose. Poteva anche essere cattivo, come hanno scoperto molti dei suoi nemici. Eppure era estremamente valido tecnicamente.
Poteva essere ultra-critico con i suoi compagni di squadra, ma ha dato tutto quello che aveva per aiutarli a vincere trofei.

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E ‘difficile riassumere l’esperienza di guardare Roy Keane capitanare il Manchester United a parole: ma tutti quelli che l’hanno osservato sanno di aver visto qualcosa di speciale.

Maldini: Il capitano del Milan

Paolo Cesare Maldini (Milano, 26 giugno 1968) , “Il capitano”, è un ex calciatore e dirigente sportivo italiano, di ruolo difensore, attuale direttore sviluppo strategico area sport del Milan.

Figlio di Cesare e difensore di statura mondiale, annoverato fra i migliori nella storia del calcio nel corso della sua carriera, durata 25 anni, ha vestito solo la maglia del Milan, con cui ha vinto 26 trofei.

Paolo Maldini ha capitanato l’AC Milan per 12, ed è stato famoso per le sue doti di comando, guadagnandosi il soprannome di “Il Capitano”.

A Milano Maldini ha vinto cinque volte la Champions League, sette titoli di serie A, cinque Supercoppe italiane, cinque Supercoppe europee, due coppe intercontinentali, una Coppa Italia e una Coppa del Mondo FIFA.
Anche quando è andato in pensione. all’età di 41 anni, le sue prestazioni non mostravano segni evidenti di declino.

Dal 1988 al 2002 ha militato nella Nazionale italiana, della quale è stato capitano per otto anni.  Con la maglia azzurra ha stabilito i record di presenze totali (126) e da capitano (74), poi battuti da Fabio Cannavaro rispettivamente nel 2009 e nel 2010.

Sebbene non abbia mai guidato l’Italia alla vittoria in un torneo importante, è andato a due finali come capitano, ai Mondiali del 1994 e Euro 2000.
Maldini è stato anche votato terzo in due gare di Ballon d’Or, nel 1994 e nel 2003.

Al fianco di Baresi e di altri fuoriclasse come Costacurta e Tassotti per anni ha formato una delle linee difensive più forti della storia del calcio: è classe, potenza, intelligenza tattica.

Ma Paolo Maldini non è “solo” questo. E’ eleganza allo stato puro. E’ leadership nata, senza bisogno di urlare o comandare.
Sir Alex Ferguson ha detto di lui: “Kakà ha impressionato, Zinedine Zidane è stata brillante ma senza dubbio, Paolo Maldini è stato il mio preferito”.

Leadership
Se c’è un fallo da parte del Milan, Maldini si presenta davanti all’arbitro e chiede il perdono per il comportamento sbagliato del compagno di squadra.
Raramente è capitato che con Maldini in campo i giocatori non fossero motivati. Lui era il motore di questa motivazione in campo e durante gli allenamenti
La sua leadership ha superato con successo gli stili di allenatori diversi tra loro  ed ha avuto un grande impatto sui nuovi giovani giocatori che stavano scendendo in campo. Ha offerto a questi giovani giocatori carisma, motivazione e stimoli aiutandoli ad ottenere il meglio.

Il suo carisma gli è servito anche per  delegare, comunicare ai veterani l’importanza del loro ruolo nel gruppo, responsabilizzandoli sul campo.
Narra Ivan Gennaro Gattuso: “quando parla Maldini nello spogliatoio non fiata nessuno”. Parla la storia per lui.

Pep Guardiola dopo aver vinto la prima Champions della sua carriera

Philipp Lahm: il giocatore più costante che ci sia

Philipp Lahm aveva 11 anni quando è entrato a far parte del Bayern Monaco.
Arrivò a Säbener Strasse pieno di entusiasmo e Mehmet Scholl, centrocampista offensivo, come suo eroe. L’unico problema è che Lahm si è presto ritrovato a giocare al terzino.  Il giovane ha dovuto ripensare, ha dovuto adattarsi. “Mi sono subito reso conto che non potevo più avere Mehmet come il mio modello di ruolo”, ha detto una volta, “quindi l’ho cambiato invece con Paolo Maldini.”
Pensiero rapido e versatile. Niente e tutto è cambiato.
La straordinaria versatilità di Lahm lo rende un giocatore da sogno per qualsiasi manager.
Xavi Hernández di Barcellona ne è un ammiratore. “Lahm è un grande giocatore con molta personalità e puoi farlo giocare dietro, nel mezzo, avanti, ed è sempre bravo.”
“L’ex capitano brasiliano e vincitore della Coppa del Mondo Carlos Alberto una volta ha detto:” A volte Lahm è semplicemente mozzafiato. Lui non commette errori. È una macchina? No, Weber, Schulz, Höttges, ai miei tempi, erano macchine. Philipp Lahm è un artista. ”
Lahm e Lionel Messi sono entrambi calciatori completi, ma solo uno di loro è stato descritto da Pep Guardiola come “il giocatore più intelligente” che abbia mai allenato…. E non è Messi

Eppure c’è stato un tempo in cui Lahm non era così stimato.
Come la maggior parte dei calciatori durante la sua adolescenza, c’erano dubbi sul fatto che sarebbe stato in grado di entrare nella prima squadra.
Hermann Gerland, un ex calciatore che ha lavorato con squadre giovanili e dilettanti del Bayern dal 2001,  ricorda una storia di quando Lahm aveva 17 anni.

“Lahm era un calciatore perfetto anche a quell’età ma nessuno lo voleva. Lo offrii in prestito”. Un manager volle persino gli rimborsassi i soldi della benzina che aveva speso per essere venuto a vederlo.
Gerland allora chiamò Felix Magath, allora il manager di Stoccarda, e gli offrì i servizi di un giocatore “che sembra avere 15 anni ma gioca come se avesse 30”. Uno scettico Magath chiese dove avrebbe dovuto giocare questo ragazzo. Gerland rispose: “A destra, o terzino sinistro, o a centrocampo a destra, o centrocampista centrale”.
Due mesi dopo lo Stoccarda battè il Manchester United in Champions League e, secondo Gerland, Sir Alex Ferguson fu talmente colpito da Lahm da volerlo immediatamente sotto contratto.
Lahm è entrato a far parte dello Stoccarda in prestito per due stagioni nel 2003. Ha disputato 53 partite della Bundesliga e ha fatto parte della squadra che è arrivata quarta in campionato sotto Felix Magath nel 2004.
Pochi anni dopo incontrai lo stesso manager a Berlino. Ho tirato fuori il portafoglio e ho detto: “Ora, giovanotto, quanto vuoi per quel viaggio?”

Quando è tornato in Baviera si è rapidamente affermato nella prima squadra.

Per molti versi, Lahm è lontano dall’archetipo del calciatore moderno. Non è qualcuno che può essere condensato in un pacchetto di highlights di YouTube, o le cui abilità possono essere facilmente catturate in un gioco per computer, e chissà quale potrebbe essere stata la sua Emoji. Di conseguenza, non ha mai vinto il premio per il calciatore tedesco dell’anno, per non parlare del più celebre Pallone d’ oro.
Lahm si è sempre distinto per la sua professionalità, versatilità e intelligenza. Ha vinto cinque titoli di Bundesliga, cinque German Cup, la Super Coppa tedesca due volte, la Champions League, la Supercoppa europea e la Coppa del Mondo Fifa Club. Di questi 15 titoli, otto sono stati vinti da Lahm come capitano del Bayern e qui sta una leggera dicotomia nella sua personalità.

Nonostante tutta la sua apparente modestia e la sua parlata tranquilla, ha sempre chiaramente ed ardentemente desiderato essere un leader.
Quando ha rifiutato Barcellona nel 2008, la cosa più importante per Lahm non era il suo stipendio, ma la sua posizione nella gerarchia del Bayern.
Non molto tempo dopo aver rifiutato l’offerta dei catalani, contro il parere del suo consulente, ha detto: “Potrebbe essere che la mia personalità fosse sottovalutata. Per me era importante sapere come mi vede il Bayern.
E c’erano volte in cui avevo l’impressione che la mia opinione non fosse sempre apprezzata al 100%. Ora, dopo molte buone discussioni, ho la sensazione di essere una parte importante del puzzle del Bayern. E questo è molto importante per me. ”

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In quel periodo, stava anche cercando di estendere la sua influenza nella Nationalmannschaft. Lo ha fatto con tranquillità e modestia.
Dopo la sconfitta contro la Croazia nella fase a gironi di Euro 2008 gli è stato chiesto dalla rivista 11Freunde se avesse parlato alla riunione della squadra dopo la partita. “Certo che ho detto qualcosa”, rispose Lahm. “E quando hai la sensazione di essere ascoltato dal team, ti accorgi che lentamente cresci nel ruolo di leader.” Gli è stato poi chiesto se un giocatore diventa leader o se improvvisamente decide di voler diventare capitano. “Entrambi”, ha detto Lahm. “Sono entrato nella squadra nazionale quando avevo 19 anni e non avevo l’esperienza per poter partecipare alle discussioni.
Ora sono ancora piuttosto giovane, ma sono un calciatore molto esperto. Sono ambizioso e voglio raggiungere le cose e voglio farlo con la squadra. Voglio contribuire di più. ” Alla fine, Lahm fu nominato capitano della Germania e del Bayern. Ha preso il posto di Ballack in nazionale ed ha sostituito Mark van Bommel come capitano del Bayern l’anno successivo.

Lahm è molto “protettivo” nei confronti del suo stile di leadership, eliminando i paragoni con l’idea che un capitano debba essere un certo tipo di Führungsspieler (leader),  nel modo in cui Ballack, Stefan Effenberg e persino Roy Keane erano. Giocatori schietti con grandi personalità. “Cos’è un Führungsspieler ?” gli venne chiesto una volta da un intervistatore. “Non mi piace il termine. Per me non esiste una definizione chiara del termine.
Perché Effenberg era un leader, perché era schietto? O perché aveva una certa presenza in campo? Quando questo è il criterio, OK, allora forse ho una definizione diversa di cosa sia un leader.
Effenberg era un leader perché proiettava la presenza o perché aveva una presenza? C’è una differenza. Oggi non ci sono giocatori che guidano da soli le loro squadre. Oggi condividi questa responsabilità. Ogni singolo giocatore deve assumersi la responsabilità di ciò che fa. Guarda la squadra del Manchester United che ha vinto la Champions League nel 2008, non avevano più un “leader” come Roy Keane. ”
Quindi eccoci qui, un giocatore quasi perfetto che ha trovato la sua voce, dentro e fuori dal campo. Chi avrebbe mai pensato che il timido ragazzino di Gern sarebbe andato così lontano?
Contro l’Argentina, il leader silenzioso della Germania ha compiuto l’ultimo passo per consolidare il suo posto tra i grandi del calcio.

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Georges Grün un belga con la faccia da Incantesimo

Georges Grün (Schaerbeek, 25 gennaio 1962) è un conduttore televisivo ed ex calciatore belga, di ruolo difensore o mediano. Dopo aver militato per otto stagioni nell’Anderlecht, passò nel 1990 al Parma di Nevio Scala diventando un perno della retroguardia vincendo la Coppa Italia nel 1992 e venendo considerato uno dei migliori calciatori del campionato italiano.

Georges Grün

Dopo 4 stagioni ritornò all’Anderlecht ma, svincolatosi nel 1996, decide di ritornare in Italia vestendo la casacca della Reggiana terminando la carriera nell’estate 1997.

Il valore aggiunto di Georges Grun, come sottolinea Apolloni, è l’intelligenza tattica. Capire cioè le intenzioni avversarie e gestirle insieme ai compagni. “Si è trattato di un partner difensivo per me e per la squadra molto importante perché ci ha permesso di migliorare le caratteristiche sia individuali sia del collettivo” (Apolloni)

Non pareva mai in difficoltà, mai in ritardo, mai in affanno. Sembrava che la “partita l’avesse già vista”, imparata a memoria e non riservasse sorprese. Soprattutto era capace di entrare in sintonia con i compagni e creare reparto facendo crescere e migliorare chiunque giocasse con lui.

L’intelligenza tattica, la capacità di leggere le situazioni di gioco, si preannunciano nell’Anderlecht di fine anni ’80. Un Anderlecht vincente in campo Nazionale ed Internazionale. Ma è ai mondiali di Messico ’86 che Grun rivela il suo carisma, la sua sagacia, la sua leadership silenziosa.

Il 15 giugno 1986 a León, nella semifinale mondiale Argentina Belgio, nasce il 5-3-2 a zona che monopolizzerà il panorama tattico fino a metà degli anni ’90. La semifinale finirà come noto ma tale modulo verrà utilizzato, peraltro molto ene, da Nevio Scala nel suo Parma europeo e non solo. Farà da apripista, da ispiratore al gioco delle nazionali per almeno un decennio.

Grun oltre ad essere un dei più grandi giocatori della nazionale Belga  diventerà il perno del Parma di Scala. In campo era evidente la capacità di giocare ed al contempo guidare i compagni di reparto. Riusciva ad ottenere il meglio dai compagni di squadra facendoli crescere, esprimere, diventare giocatori di livello internazionale. A lui Scala affidò le cure di una nidiata di giovani talentuosi al loro esordio in serie A. Quel Parma segnò un’epoca.

Senso della posizione, tempi perfetti nelle coperture e nelle diagonali, sempre a testa alta nella ricostruzione della manovra, un faro a guidare la difesa. “Maestro in campo” di Minotti ed Apolloni, nel fenomenale parma degli anni ’90, che hanno appreso da lui tutto quello che hanno potuto carpirgli.

Fuori dal campo si è sempre distinto per la sua signorilità e classe, mai una parola fuori posto, tanto da essere considerato come un vero “barone”, un nobiluomo prestato al calcio.

Gerges Grun fa parte della All-Time Belgian Squad

Palmares

Campionato belga:     4      Anderlecht: 1984-1985, 1985-1986, 1986-1987,                                                                                            1994-1995

Coppa del Belgio:        2      Anderlecht: 1987-1988, 1988-1989

Supercoppa belga:     3      Anderlecht: 1985, 1987, 1995

Coppa Italia:                   1       Parma: 1991-1992

Coppa UEFA:                  1     Anderlecht: 1982-1983

Coppa delle Coppe:     1     Parma: 1992-1993

Supercoppa UEFA:      1     Parma 1993