Tom Brady: da Gisele al pigiama… i 5 segreti del campione

Tom Brady, a 43 anni, ha vinto il suo settimo titolo di Football americano, trascinando i Tampa Bay al successo nel SuperBowl. 

L’asso della palla ovale è uno sportivo modello, è accompagnato dalla modella brasiliana Gisele Bundchen e segue una dieta ferrea: ecco i segreti del suo successo.

Tom Brady ha conquistato il suo settimo SuperBowl e il quinto titolo di migliore in campo. Il quarterback è una leggenda del football americano, come Maradona per il calcio, Michael Jordan per la pallacanestro, Mohamed Alì per la boxe.

Tom Brady è una celebrità senza rivali in attività: ha lasciato i New England Patriots dopo sei titoli per rimettersi in gioco nei Tampa Bay Buccaneers, che fino a domenica avevano vinto soltanto un SuperBowl.

Non c’è stata partita per i Kansas City Chiefs. Trascinata da un sontuoso Tom Brady, i Tampa Bay hanno condotto i giochi fin dai primi minuti della partita, vincendola senza problemi con un netto e dominante 31-9, davanti a circa 30mila spettatori che, nonostante il Coronavirus, hanno ugualmente assiepato il Raymond James Stadium di Tampa, in Florida: c’era l’obbligo per tutti di essere stati testati o vaccinati, ma il distanziamento sociale, per una notte, è andato a farsi benedire.

Tom Brady: i cinque segreti. Giselle e la dieta

Ma quali sono i segreti di Tom Brady, che a 43 anni continua a dominare la scena e non conosce rivali? 

Il primo segreto è la dieta “antinfiammatoria e alcalina”. Non assume zucchero bianco, farina bianca, niente glutammato. Per cucinare usa l’olio di cocco, l’olio d’oliva soltanto a crudo.

E poi ancora: pomodori una volta al mese, niente funghi, peperoni, melanzane e latticini. Il sale? Solo quello rosa dell’Himalaya. E mangia poca frutta, solo qualche banana.

Il secondo segreto è una famiglia felice. A veder giocare e vincere Tom Brady l’altra notte c’era l’attuale compagna, la modella brasiliana Gisele Bundchen e l’ex moglie Bridget Moynahan, dalla quale ha avuto un figlio, Jack, che ora ha 13 anni.

Tom Brady e il pigiama speciale

Il terzo segreto è il più bizzarro. Tom Brady dorme indossando un pigiama speciale che aiuta il fisico a recuperare le energie perdute. Si sveglia all’alba, mai oltre le 5.30 del mattino, e alle 20.30 è già a letto. Il riposo è fondamentale: dorme soltanto su un materasso anatomico in memory foam diamante, a una temperatura che oscilla tra i 15.5 e i 18 gradi centigradi.

Tom Brady è il Cristiano Ronaldo del football americano. Ha costruito la sua potenza atletica sul sacrificio e il duro lavoro: gli allenamenti quotidiani con l’allenatore Alex Guerrero abbatterebbero chiunque, ma non Tom Brady, che a 43 anni espone un fisico atletico e da tutti invidiato: è questo il suo quarto segreto.

Il quinto e ultimo segreto è l’utilizzo degli smartphone, dei tablet e di ogni altro aggeggio elettronico. Spegne tutti gli apparecchi almeno mezz’ora prima di andare a dormire, evitando di sforzare la vista, fondamentale per il suo ruolo in campo. (fonte thewam.net)

Come può essere utile interpretare questi 5 segreti perché possano servire a chi legge gli articoli del Misterone (quindi agli allenatori) o direttamente a qualche giovane atleta (indipendentemente dallo sport) fedele agli articoli del nostro sito?

Analizziamo velocemente i 5 segreti.

Una dieta da atleta. Forse fino ai 20/25 anni ci si può permettere di tutto. Ma da un punto di vista di dieta pre-gara anche ad un ragazzo risulterà davvero “pesante” aver mangiato troppo o troppo poco o non essere idratato nel modo giusto prima di un allenamento o di una gara. E’ un aspetto che merita una riflessione

Avere una moglie super come Gisele Bundchen non è cosa comune. Ma l’idea della famiglia felice che ti permetta di essere sereno in campo e dare il 100% in ogni momento è indispensabile. Non possiamo dimenticare che i ragazzi si portano in campo i loro umori che respirano in famiglia

Il terzo segreto ovviamente per noi “comuni mortali” non è pensabile, ma se lo ragioniamo insieme al quarto allora si. Non per niente Tom Brady lo possiamo paragonare da questo punto di vista a Cristiano Ronaldo, a Lebron James o a Roger Federer. Campioni “vecchi” che si permettono ancora di sfidare (e primeggiare) i più giovani anche da un punto di vista atletico perché “si curano” e si allenano forse di più di prima. E soprattutto pensano anche al recupero post gara e alle ore di sonno prima di una partita. Forse per un giovane atleta non tutti questi aspetti sono importanti contemporaneamente, ma nel tempo vanno aggiunti tutti. Dal primo all’ultimo.

L’ultimo segreto sembra proprio pensato apposta per le nuove generazioni. Sempre col cellulare davanti. Non mi addentro in questo discorso (soprattutto per uno cresciuto col Commodore 64…). Ma di certo essere sempre davanti ad un piccolo schermo pieno di immagini che cambiano continuamente non fa mai “staccare” il cervello e non ti permette mai di riposarti davvero. E’ vero che i nostri giovani ragazzi hanno adrenalina ed energia da spendere ma il riposo (anche mentale oltre che fisico) è indispensabile…

Allora grazie a Tom Brady per queste piccole lezioni di vita e arrivederci al prossimo Super Bowl

NON SOLO CALCIO… GIAMPAOLO MAZZIERI

Ricapitolando le puntate precedenti abbiamo parlato di due numeri uno mondiali: Francesco Molinari, numero uno del golf italiano e tra i primi 10 del ranking mondiale e Michael Jordan, indiscusso numero uno del basket di tutti i tempi.

In questo terzo articolo della saga: “Non solo calcio…”, vogliamo rimanere nel mondo della pallacanestro ma localizzare il nostro personaggio “solo” nella nostra città (con qualche capatina nelle città limitrofe). Diciamo che a prima vista il nostro personaggio potrebbe sembrare più un protagonista delle “Storie maledette” di Remo Gandolfi, ma in realtà non è così (e per fortuna, altrimenti magari il sottoscritto non sarebbe neanche qui a scrivere questo articolo…).

Chi è dunque questo personaggio che da quanto si è capito finora era un giocatore di basket che si è reso famoso tra Parma, Reggio, Piacenza (e soprattutto in qualche derby contro le varie squadre di Salso, Borgotaro, Fidenza)? Il grande Giampaolo “Maffo” Mazzieri, nato nel 1950 che ha giocato nelle squadre più prestigiose di Parma e provincia (oltre che di Reggio) tra la fine degli anni 60 e la fine degli anni 80 (senza contare poi la lunga militanza amatoriale con gli amici del “Mangia e Bevi”, il cui nome lascia intendere che il terzo tempo non è stato inventato dal rugby…).

GIAMPAOLO MAZZIERI

“La pallacanestro per me è stata una splendida maestra di vita”

All’anagrafe è Giampaolo Mazzieri classe 1950, ma nell’ambiente della pallacanestro è per tutti il “Maffo”.

“Questo soprannome non è solo dovuto ad una storpiatura del cognome ma anche dal fatto che già a tredici anni avevo un po’ di peluria sotto il naso. Quindi baffo, Maffo. In più nel 1976 mi sono sposato che avevo i baffi”.

Ma è anche conosciuto come il “Capitano” in virtù degli oltre trent’anni di basket giocati vestendo le maglie di tutte le principali squadre di Parma di quegli anni. “Il mio amore per la pallacanestro è sbocciato nel 1963 nel Cortile della Chiesa di San Leonardo. Iginio Daolio, un appassionato di basket, mise insieme un gruppo di ragazzi per formare una squadra di pallacanestro della San Leo. Giocavamo la domenica mattina all’aperto alle 11 rigorosamente dopo aver partecipato alla messa delle 9.30 (ed aver spalato la neve nei mesi più freddi…).”

GIAMPAOLO MAZZIERI

Che cosa è per te la pallacanestro?

“Per me  è stata una maestra di vita. Ogni sport dovrebbe esserlo per chi lo pratica, soprattutto se è uno sport di squadra. Mi ha permesso di stare bene fisicamente e psicologicamente nonché di crescere nella socializzazione. Gli allenatori che ho avuto agli inizi sono stati come dei secondi papà. Poi ho avuto la fortuna di trovare dei compagni meravigliosi. Le squadre in cui ho giocato sono sempre state molto unite pur nella diversità dei caratteri dei singoli. Tutto questo mi ha forgiato nel carattere e mi ha consentito di cementare dei legami di amicizia che durano ancora oggi. Pensandoci bene però, visto che sono davvero stato bene in tutte le squadre, oltre che essere stato fortunato posso pensare che un po’ di merito è anche mio… sono sempre stato un compagno paziente, disposto a dire sempre una parola positiva, bastava uno sguardo per far capire a tutti la strada da prendere… in partita e non. Sicuramente per i più giovani ero un esempio da seguire e questa responsabilità l’ho sempre accettata volentieri.

Il fatto che ancora oggi mi sento e mi vedo (spesso a tavola…) con tanti miei compagni (e avversari) penso sia la prova che questi legami erano veri”.

GIAMPAOLO MAZZIERI

Il punto più alto della tua carriera è stata la serie B nel 1979-80 con la CBM. Non hai mai pensato di poter giocare in serie A?

“Quel campionato lo ricordo bene. Ero l’unico dilettante in una squadra con allenatore e giocatori professionisti. Loro facevano due allenamenti al giorno, io uno soltanto in quanto lavoravo ed ero diventato da poco padre. Nonostante questo partivo spesso nel quintetto. Ero considerato un giocatore abbastanza importante. Ho dimostrato che in quella categoria potevo starci. Quell’esperienza è stata comunque una specie di regalo. L’anno successivo la squadra venne ringiovanita ed io andai alla Fornaciari di Reggio Emilia”.

“L’anno in cui sarei potuto andare nelle giovanili in serie A fu quando avevo 16/17 anni, o nell’Oransoda Cantù o nella Fortitudo Bologna…

Ma i miei genitori non erano molto d’accordo (erano altri tempi…) e quindi sono rimasto nella mia città. Più di vent’anni dopo anch’io ho dovuto fare questa scelta da genitore per mio figlio che sarebbe potuto passare alle giovanili del Parma. A me sarebbe anche piaciuto ma ho lasciato a lui la decisione finale. Ricordo ancora che lasciammo l’esito della decisione ad una partita di tennis… se avessi vinto io potendo scegliere avrei gradito che mio figlio provasse questa esperienza nuova che io non avevo potuto fare, se avesse vinto lui invece avrebbe scelto di restare con gli amici nella squadra del quartiere (oltre che avere un abbonamento allo stadio per andare a vedere il Parma neo promosso in serie A…). Vinse lui e quindi niente avventura con le giovanili del Parma… (chissà se ha mai capito che io quella partita gliel’ho lasciata vincere….spero di sì visto che aveva 12 anni…). Alla fine, come per me da ragazzo, credo che quella sia stata la scelta più giusta per tutti”.

GIAMPAOLO MAZZIERI

Partite da ricordare?

“Direi due. L’amichevole che nel 1969 giocammo con la Simmenthal Milano (squadra pluricampione di serie A oltre che tra le top in Europa). In quell’occasione giocai contro i vari Iellini, Masini e Riminucci. Poi nell’anno della CBM capitò che Recalcati si facesse male prima del derby con Cremona, molto sentito dallo sponsor. In quella gara ebbi ampio spazio e disputai la miglior gara della mia carriera”.

P.S. se qualcuno dei lettori non conosce Recalcati (per gli amici “Charlie”) può andare ad informarsi su Google…

“Poi non vanno dimenticati gli accaniti derby con Fulgor Fidenza, Valtarese e Salso. Agli inizi a Borgotaro e a Salso si giocava all’aperto e d’inverno capitava anche di dover spalare la neve. Mi ricordo in particolare di una gara vinta col Rapid a Borgotaro dopo la quale venimmo scortati dai carabinieri fino ad Ostia Parmense… i derby di montagna erano sempre tosti, giocare in casa loro li faceva sentire ancora più forti, e spesso usavano dei “trucchetti” che oggi giorno con la TV non si possono più usare… non che noi “cittadini” fossimo così sprovveduti però…”

Ti è dispiaciuto che i tuoi due figli non abbiano seguito le tue orme nel basket?

“Assolutamente no. Ho sempre lasciato loro seguire la strada che volevano, anche se ho cercato di fare in modo che almeno uno sport lo praticassero, perché lo sport è una scuola di vita e come dicevo prima se è uno sport di squadra si impara ancora di più. Occorre seguire delle regole, avere rispetto per i compagni, avere atteggiamenti positivi che gli altri possano seguire… Entrambi si sono dedicati più al calcio e quindi va bene così… anche se spesso mi hanno sentito dire che il “calcio è uno sport per signorine” (soprattutto quello moderno…), sempre in terra a fare scenate per un calcetto… ma un po’ li prendo in giro… e questo ormai l’hanno imparato…

A questo proposito vi faccio vedere una t-shirt che mi hanno regalato per un compleanno…”

Questo il ritratto del “Maffo”, giocatore di indubbia personalità…

Spero che i lettori del MISTERONE abbiano apprezzato questo articolo, anche se un po’ strano per il suo genere… ma sono storie di “vita vissuta” e quindi credo possano sempre essere di insegnamento per tutti, soprattutto per i più giovani”.

Grazie di tutto Papà, sei il mio numero uno!!!

P.S. Un ringraziamento anche a Stefano Minato, giornalista della Gazzetta di Parma

NON SOLO CALCIO… Michael Jordan

“Il calcio è una scuola di vita”. Non si chi abbia detto questa frase ma credo sia un’assoluta verità. Il modo in cui ti comporti in un campo da calcio o in uno spogliatoio (e non parliamo di piedi sopraffini o quant’altro…) di certo fa capire come sei anche al di fuori del rettangolo di gioco nella vita di tutti i giorni, che tu abbia 20/30 anni o solo 10…

Ma visto che tante “penne” scrivono di calcio in questo blog, mi piaceva pensare a una serie di articoli dedicata ad avvenimenti o personaggio che hanno segnato un momento della storia sportiva… un anno fa eravamo partiti da un certo Francesco Molinari che faceva nel golf quello che nessun italiano era ancora riuscito a fare vincendo uno dei tornei Major, oggi (e promettiamo di non far passare un altro anno…) ci dedichiamo forse all’atleta più conosciuto e amato di tutti gli sport, cioè sua maestà MJ23, Michael Jordan.

In realtà ci vogliamo concentrare ad un particolare momento che è successo esattamente 22 anni fa (qualche giorno fa è stato l’anniversario…).

Speriamo che questa rubrica vi possa piacere, distogliendo un attimo lo sguardo dallo sport più bello del mondo (che rimane sempre il calcio… in ogni sua forma)

22 anni fa “The Last Shot”, l’ultimo tiro di Jordan in maglia Bulls alle Finals 1998.

michael jordan

La mitica serie contro gli Utah Jazz si chiude con l’epilogo atteso da tutti, la vittoria del titolo NBA dei Tori, il sesto in otto anni, con un canestro di MJ in faccia a Bryon Russell, l’ultimo di una serata da 45 punti.

Un tiro divenuto iconico e attorno al quale si è costruita un’importante narrativa che ha segnato un’epoca intera.

Se “The Last Dance”, l’ultimo ballo, è la definizione per l’annata 1997-98 dei Chicago Bulls, l’ultima versione di una squadra mitica e irripetibile, “The Last Shot”, l’ultimo tiro, non può che essere riferito al canestro di Michael Jordan che segnò l’epilogo e il lieto fine di quella cavalcata, tanto clamorosa quanto difficile e controversa.

Il sigillo di Sua Maestà

Era il 14 giugno del 1998. Al Delta Center di Salt Lake City, Utah. Finali NBA 1998 tra Utah Jazz e Chicago BullsGara 6 con i Tori in vantaggio 3-2 nella serie e ad un passo dal sesto titolo in otto anni, il secondo “Three-Peat” dopo quello dal 91 al 93. Sotto 86-83 a 42″ dalla fine dopo una tripla di John Stockton, i Bulls si affidano a MJ e Sua Maestà non tradisce.

Dopo il timeout di Phil Jackson, ecco la sequenza iconica:

  • Jordan, reduce da 4 liberi consecutivi a segno, si fa consegnare la palla sulla rimessa, attacca direttamente Russell, la difesa lascia libera la corsa di penetrazione e così arriva un canestro immediato di mano destra al ferro per il -1, 85-86 a 37″ dal termine.
  • I Jazz attaccano con Stockton, lavorano con calma per far correre il cronometro, il playmaker sceglie il alto sinistro e attende che Karl Malone si piazzi in post basso. Il “Postino” riceve spalle a canestro marcato da Rodman e lì, dal nulla, dalla linea di fondo, il lato cieco di Malone, sbuca Jordan che gli tocca il pallone, glielo fa cadere e arriva il recupero. 19″ sul cronometro.
  • Michael va dall’altra parte, sceglie il lato sinistro del campo, i compagni gli lasciano completamente libera la fascia centrale, lui attacca Bryon Russell andando verso la lunetta, lo sbilancia con una finta in palleggio di mano destra, torna sulla mano sinistra e si alza per il tiro dai 6 metri. Lingua fuori, ciuf, retina che si muove, canestro, 87-86 per Chicagoa 5″ dalla fine.

Il resto è storia, dopo il timeout gli Utah Jazz hanno la chance per il controsorpasso e portare la serie a gara 7, ma Stockton sbaglia la tripla da posizione centrale e così, al suono della sirena, può scattare la festa dei Bulls e contemporaneamente chiudersi un’era del basket moderno.

Lo scenario: per i Bulls non si metteva bene

Il canestro di Jordan e la conseguente vittoria di partita e titolo, hanno levato tutte le castagne dal fuoco per i Bulls dato che, in caso di sconfitta e di successiva gara 7, le prospettive non erano per nulla buone.

Infatti, pur osservando che nessuno nella storia NBA era mai riuscito a vincere un titolo partendo da uno svantaggio di 3-1 (ci riusciranno i Cavs di LeBron James nel 2016 contro i Warriors, ndr), quei Jazz avevano vinto gara 5 a Chicago impedendo ai Tori di chiudere il discorso sul parquet amico (errore da tre di MJ a fil di sirena, ndr) e poi avrebbero avuto appunto la decisiva gara 7 in casa, al Delta Center, dove da sempre il pubblico e i tifosi fanno sentire il proprio calore, più che altrove in NBA.

Inoltre, Utah avrebbe avuto l’inerzia della rimonta mentre Chicago avrebbe potuto tremare, considerando anche l’infortunio alla schiena che tormentava Pippen da gara 3, l’influenza che debilitò Harper in gara 6 e l’inevitabile stanchezza di tutti, Jordan in primis, rimasto sostanzialmente solo a sorreggere l’attacco dei suoi (45 punti in gara 6 con 15 su 35 al tiro, 19 su 32 per il resto dei Bulls).

E poi il fattore stanchezza era legato anche al cammino nei playoff: i Jazz, a parte il combattuto 3-2 contro i Rockets al primo turno, poi passeggiarono contro Spurs, 4-1, e Lakers, 4-0, mentre i Bulls, tolto il 3-0 iniziale coi Nets e poi il 4-1 sugli Hornets, dovettero lottare duramente contro gli Indiana Pacers di Reggie Miller nella finale dell’Est, vinta soltanto 4-3 in gara 7 al termine di una serie massacrante.

Era fallo in attacco contro Bryon Russell?

A più di 20 anni da quel canestro di Michael Jordan, si dibatte ancora sullo sviluppo dell’azione e se ci fosse fallo da parte di Michael ai danni di Bryon Russell. Dai replay si nota una leggera spinta di Jordan con la mano sinistra sul gluteo di Russell che poi scivola e va a terra, ma non si capisce se sia abbastanza intensa per generare un fallo.

Secondo il sito AskMen.com questa azione è sesta nella Top 10 ogni epoca dei fischi arbitrali sbagliati, o mancati, mentre nel 2008 Tim Bucley del Desert News, quotidiano di Salt Lake City, ha sottolineato anche altri due errori arbitrali in gara 6 legati al cronometro, una tripla di Howard Eisley nel primo tempo annullata (era buona) e un canestro di Ron Harper per i Bulls nella ripresa, convalidato nonostante il replay abbia mostrato fosse oltre lo scadere. Ma a quel tempo l’instant replay non c’era e non si poteva andare a rivedere l’azione al monitor per gli arbitri.

michael jordan

E il diretto interessato, Bryon Russell, cosa pensa? Ne ha parlato nel 2018, a 20 anni da quel tiro:

Sapevo dove sarebbe voluto andare a tirare. Ero più atlo e più pesante di lui, per cui ha dovuto fare qualcosa che neanche il resto del mondo è riuscito a vedere. Mi ha dato una piccola spinta ‘extra’ con cui ha potuto mettersi nella posizione che voleva per tirare. Sapevo cosa voleva fare, ho cercato di impedirglielo, ero un passo avanti a lui, ma è stato bravo e poi ha tirato

Michael Jordan, dopo la fine della partita e la conquista del titolo NBA, con anche il premio di MVP delle Finals, ha parlato a proposito del canestro e se fosse il modo migliore per uscire di scena.

Sì ci ho pensato. Quando ho conquistato l’ultimo pallone, ho avuto una sensazione di benessere. La gente si è zittita e il momento ha cominciato a diventare tutt’uno con me stesso, in una sensazione di perfetta armonia. Tutto ha cominciato a svolgersi come se fosse al rallentatore, la visione del campo era perfettamente nitida. Allora provi a leggere la difesa, cerchi l’attimo e l’ho trovato quando Russell si è sbilanciato. Non ho mai dubitato di me stesso, sapevamo che avremmo avuto un’opportunità di vincere la partita

IL DIFENSORE “PIU’ VALOROSO” – Carles Puyol (TOP11)

11 di 11 / Il difensore “più valoroso”

Siamo arrivati alla conclusione della nostra TOP11 che ha accompagnato per qualche mese i lettori del blog ILMISTERONE.COM. Speriamo che i calciatori scelti vi siano piaciuti, ma sapete che il legame che unisce gli atleti della TOP11 non è altro che la matematica e la statistica, quindi che vi siano piaciute le scelte fatte o no, dovete farvene una ragione… anche se guardando l’immagine qui sotto della squadra messa in campo riteniamo che possa essere una delle squadre più forti e ben assortite della storia… per questo possiamo confermare che “la matematica ha sempre ragione”.

Ma manca una pedina… e penso siate tutti d’accordo nel dire che ci vorrebbe proprio un bel difensore centrale… e poi si può andare alla conquista di ogni coppa!!!

Carles Puyol

Abbiamo quindi deciso di inserire nella TOP11 come ultima casella del nostro puzzle il difensore “più valoroso”, cioè quel difensore che a detta dei propri compagni giocava sempre col cuore, con coraggio e mettendo anima e corpo in ogni minuti di ogni partita, che fosse una finale di coppa o una semplice partitella in allenamento. Il prescelto è il difensore del Barcellona e della nazionale spagnola (e nazionale catalana) Carles Puyol.

Carles Puyol. Perchè proprio lui?

La statistica dice (e lo dice il celeberrimo magazine The Sun che nel 2018 stila la formazione calcistica ideale del secolo) che a far compagnia in difesa a Maldini, Cannavaro e Cafù (la nostra TOP11 prevede una difesa un po’ diversa…)  c’è il meno talentuoso di tutta la formazione, ovvero Carles Puyol Saforcadada La Pobla de Segur, paesino catalano di circa tremila abitanti adagiato ai piedi dei Pirenei, più vicino ad Andorra che a la capitàl Barcellona.

Carles Puyol. Conosciamolo meglio.

Parliamo proprio di quel ragazzino riccioluto figlio dei Pirenei che sembra non invecchiare mai; e che è uno dei giocatori più vincenti della storia del calcio, nonostante madre natura l’abbia dotato di un relativo talento calcistico. Eppure Carles, simbolo con Xavi, Iniesta e Messi per circa 15 anni della squadra più vincente del Millennio, è riuscito là dove non sono riusciti giocatori ben più talentuosi di lui.

È la storia di Carles Puyol, il capitano coraggioso. Emblema della classe operaia che va in paradiso, e di come la mente a questo mondo possa permettere di superare qualsiasi ostacolo. Perché, come sentenziò il romanziere Herman Hesse, “quando un uomo rivolge tutta la volontà verso una data cosa, finisce sempre per raggiungerla”. Anche se parti da un villaggio di neanche 3.000 anime dimenticato da Dio.

Carles Puyol

Carlitos nacque nella primavera del 1978, proprio nei giorni in cui il nostro paese seguiva con un misto di terrore e sbigottimento la vicenda del rapimento di Aldo Moro. Una parziale spiegazione al forte carattere che l’ha sempre contraddistinto la si trova nel lifestyle e nei ritmi compassati ma duri del suo paesello d’origine: La Plota deve infatti la sua fortuna allo stabilmento d’imbottigliamento dell’acqua che sgorga dalle vicine sorgenti naturali, e che plasma la vita degli abitanti secondo dei ritmi di produzione intensi, che tanto cozzano coi tempi riflessivi imposti dalle grandi montagne che incombono alle spalle.

Circa il 90% della popolazione lavora infatti come manodopera nello stabilimento fortemente voluto dal dittatore Franco, che pare non si sedesse a tavola senza una bottiglia dell’acqua della Lleida. Negli anni ’80 le massime aspirazioni per un giovane poblatano – a detta di Carles – erano quelle di diventare capo reparto o contabile presso il reparto amministrivo della fabbrica, e di poter un giorno mettere le mani o su una bella ragazza della vicina Senterada o più semplicemente su una Derbida cross dalle elevate prestazioni.

Entrando ulteriormente nella vita paesana, va detto che a La Plota – come da tradizione – la domenica è il giorno più importante. Se la mattinata è infatti dedicata all’espletare le funzioni religiose nella chiesa di Santa María de Montsor, il pomeriggio è dedicato invece all’espletare le funzioni dell’altro culto di La Plata: il post pranzo domenicale, infatti, è il momento in cui scende in campo il Futbol Club Barcelona.

È l’unico giorno della settimana in cui tutti si fermano, in cui il tempo si dilata e perde di significato. In cui la tensione si fa quasi insostenibile, sia per i vecchi che per i più piccoli, perché gli eroi scendono in campo. Perché come recita un proverbio locale: “se un poblatano si ferisce, esce sangue blaugrana”.

Carles Puyol

Questa è la principale spiegazione del perchè Puyol sia rimasto, nonostante una sconfinata serie di alternative, per circa 25 anni sempre nello stesso club. In quello stesso club che l’ha accolto nelle giovanili nel lontano 1995, nonostante lo avesse in precedenza scartato già due volte:

“La prima volta che provai per il Barca avevo 12 anni e giocavo come portiere. Per fortuna, a seguito d’un infortunio alla spalla, fui spostato a centrocampo. La terza volta, a 16 anni, mi presero: mai stato così felice come quel giorno in cui ebbi la notizia. Da noi il Barca è come una religione”.

Fu così che Puyol esordì appena diciassettenne per il Barcellona C, giocando per lo più come mediano centrale. Il che gli ha permesso ad inizio carriera di sviluppare, lui che non aveva certamente nel tocco di palla il suo punto di forza, una buona tecnica di base. Che s’è andata ad affinare su di un giocatore già allora fisicamente dirompente, oltre che perfetto da un punto di vista attitudinale e tattico. Il senso della posizione, un’innata capacità di recupero e di marcare gli avversari hanno poi fatto il resto.

Un erede (meno elegante) di Paolo Maldini, tra l’altro da sempre idolo di Puyol: “In Spagna avrei potuto giocare solo nel Barcellona. Se propio avessero voluto cedermi, avrei optato per il Milan per via di Paolo”. Carlitos è sempre stato questo: un eccellente leader emotivo, impeccabile nella lettura tattica del gioco e particolarmente adatto a giocare in un sistema che lasciava ad altri la costruzione della manovra. In pratica, da subito gli venne chiesto di giocare semplice e sbagliare poco in fase di possesso.

Carles Puyol

Diverso il discorso riguardo la fase difensiva: lì ha sempre comandato lui, el guerrero. Un guerriero con poche macchie e certamente poca paura. Dirà di lui Piqué:

“Non considerava mai una partita chiusa: anche sotto di quattro reti a dieci minuti dalla fine, lui non pensava mai che fosse chiusa”.

Tra tutti i difensori con cui ha duettato, è probabile che l’intesa più riuscita sia stata proprio quella col fidanzato di Shakira, sensibilmente più talentuoso ma anche più tendente alla distrazione rispetto al Nostro. Perché, in fin dei conti, è la lucidità di testa che ha consegnato alla storia il mito di Puyol.

Che nel frattempo scalava le gerarchie in uno dei club più famosi al mondo, esordendo già nel 1997 nel Barcellona B. Già Nazionale iberico Under 18, Carles era nel frattempo stato spostato come laterale difensivo destro. Ruolo che ricopriva con una determinazione, una garra ed una sapienza tattica notevoli.

Ma la chance con la prima squadra ci fu soltanto all’alba della stagione 1999/2000, quando il folle genio Louis Van Gaal convinse la dirigenza a tenere in rosa quel giovane 21enne capellone, che molti all’interno della società non consideravano (nella migliore delle ipotesi) niente più che un onesto mestierante da squadra di medio-bassa classifica.

Tanto dall’averlo sostanzialmente ceduto a titolo definitivo al Malaga. Se il trasferimento saltò, fu soltanto perché Puyol vide esordire in prima squadra quello che negli anni sarebbe diventato il suo miglior amico all’interno della squadra, ovvero Xavi Hernandez, decidendo così di rimanere a giocarsi le sue chance nella squadra dei suoi sogni.

Ma, se molti giocatori negli anni si sono “lamentati” del trattamento duro ricevuto da Van Gaal – dal sopracitato Xavi a Luca Toni, da Van Persie a Litmanen, sono molti i casi legati al discusso tecnico – questo certamente non è il caso di Puyol. Che Van Gaal buttò nella mischia a discapito di Reiziger e De Boer sin dall’inizio della stagione 1999/2000. Schierandolo talvolta da laterale, talvolta come difensore centrale.

Fu un autentico boom: in poco tempo il suo temperamento fu da chiunque giudicato indispensabile in una squadra che peccava d’intensità e furia agonistica. Una delle poche note liete di una squadra che non ingranava, sommersa in ogni dove da pesantissime critiche. Non la situazione ideale, specialmente per un giovane.

Tuttavia l’escalation del nuovo idolo dei tifosi, che s’identificarono più in quel giovane lottatore loro compaesano che nei talenti olandesi che riempivano il roster, fu lenta ma inesorabile; a poco a poco, Puyol s’insinuò nella mente dei suoi avversari e nei cuori dei suoi tifosi. Anche se, ad onor di cronaca, il matrimonio tra Puyol ed il Barça rischiò di subire una brusca interruzione all’inizio della stagione 2003, quando il cattivo stato delle finanze del Clùb costrinse quasi la dirigenza a vendere il miglior laterale destro d’Europa – come era stato eletto al termine della stagione 2002/03 – al Manchester United.

Fortunamente per i catalani, la nuova società rimpinguò le casse del Clùb e diede poi vita sotto la guida di Frankie Rijkaard ad un nuovo ciclo di successi. Nella squadra degli Xavi e degli Iniesta, dei Ronaldinho prima e dei Messi poi, dei Dani Alves e degli Eto’o, l’elemento forse con maggior peso specifico era proprio il figlio dei Pirenei. Era lui infatti a tenere tutti sempre sul pezzo, a spingerli a superare i propri limiti e a guidarli tatticamente con un agonismo che raramente si vede sui campi di calcio. Agonismo costantemente accompagnato da estrema lucidità, s’intende.

Carles Puyol

Per queste ragioni fu nominato, dopo il ritiro di Luis Enrique, capitano. E nonostante fosse oramai parte stabile e fondamentale della nuova Nazionale spagnola, nonostante giocasse in uno dei club più titolati al Mondo, quando Carles affrontò la sua seconda stagione da capitano nel 2005 non aveva ancora vinto assolutamente niente:

“Ho sempre avuto fame di vittorie, non fraintendetemi. Ma certamente vivo per l’agonismo, non per la vittoria in sé. Per l’emozione della battaglia. L’importante è competere, non tanto il premio finale. Certo è che non vincere mai è frustrante. Ecco, nel 2005 mi sentivo così: frustrato. Ma non deluso o triste: vivevo e vivo ancora in un sogno.”

Si sarebbe rifatto con gli interessi: a fine carriera, nel 2014, il “tassametro” contava tra le altre cose: 3 Champions League, 6 Campionati (ed altrettante Supercoppe nazionali), un Europeo e la vera ciliegina sulla torta: la Coppa del Mondo in Sudafrica. Ottenuta anche grazie ad un suo gol che permise alle Furie Rosse di superare di misura la temutissima Germania di Loew in semifinale. Lui, che in realtà ha segnato pochissimo in carriera (15 gol in circa 600 apparizioni).

È molto difficile trovare delle macchie nell’immacolata carriera di Carles. Anzi, è sostanzialmente impossibile. Anche quando il fisico ha cominciato a tradirlo – dal 2012 ha avuto un’impressionante serie d’infortuni alle caviglie – il suo apporto carismatico non è mai mancato. E non è mancato neanche quando è diventato dirigente (ruolo che ha ricoperto fino alle dimissioni per solidarietà verso l’ex direttore tecnico Zubizzarreta, nel gennaio 2015).

Poco propenso a cedere ai vizi terreni, a Barcellona nessuno può dire d’averlo mai visto in qualche locale a divertirsi. Neanche Ibiza, dove è solito passare tutte le sue estati sin dal 1999, è riuscito a farlo uscire dallo Stayhome ClubEstremamente riflessivo, corretto e rispettoso, non si sa praticamente nulla della sua vita extracalcistica.

Il segno distintivo sono sempre stati i capelli da rockstar, che porta così in omaggio al chitarrista dei Napalm Death, suo gruppo preferito, e che neanche Van Gaal è mai riuscito a fargli tagliare (non che non ci abbia provato in tutti i modi…).

Tanto arcigno e insuperabile in campo quanto schivo e riservato fuori, attualmente studia da allenatore e cresce la figlioletta avuta dalla modella Maléna Costa, unica vera relazione che gli sia mai stata attribuita. Per sua stessa ammissione, il desiderio di paternità ha sostituto quello per la lettura (è un famelico lettore di noir spagnoli) a seguito della morte del padre, deceduto nel 2009 mentre lavorava nella sua fattoria.

Carles Puyol

Ci manca, onestamente. E mancherà tanto a noi quanto ai suoi compagni di reparto. Carles, roccia inscalfibile in campo e riferimento fuori, rimane forse uno dei giocatori che nella storia ha maggiormente superato i propri limiti. Ci manca la sua furia agonistica, come i suoi incredibili recuperi per coprire le sbavature dei compagni.

Il suo ritiro, per certi versi passato sotto traccia, ha creato un vuoto difficile da colmare. E non solo nei tifosi catalani. Perché per una volta è la normalità che si fa eccezionalità, la mente che supera ogni ostacolo. L’operaio che finisce per progettare un ponte. E che lo fa meravigliosamente. Gràcies per tot, vecchio Carlitos.  (da zonacesarini.net)

Carles Puyol. Un video per capire meglio chi è

Carles Puyol. Il suo “segreto”

“Non ho la tecnica di Romario, la velocità di Overmars o la forza di Kluivert. Ma io lavoro di più rispetto agli altri. Sono come lo studente che non è tanto intelligente, ma ripassa per gli esami e infine li supera”.

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo?

“Vengo da un paesino di 3000 anime dimenticato da Dio chiamato la Plota. Circa il 90% della popolazione lavora infatti come manodopera nello stabilimento che produce acqua Lleida. Negli anni ’80 le massime aspirazioni per un giovane erano quelle di diventare capo reparto o contabile presso il reparto amministrativo della fabbrica. La Domenica invece era il giorno in cui tutti si rilassavano. La mattina chiesa, e il pomeriggio Fultol Club Barcelona. È stato in uno di quei pomeriggi che mi innamorai di quella squadra.
Ero sul divano con mio padre, e il Barcelona stava perdendo a Valencia per 2-1. Mi girai verso di lui e gli dissi: “Papà, da grande sarò un giocatore del Barcelona.”
Lui mi disse: “È bello sognare, ma continua a studiare.” Da quel giorno presi le parole di mio padre come una sfida. Non c’è stato momento che in cui ho pensato ad altro. Provini su provini… dicevano che non ero bravo, infatti mi misero in porta. Poi un giorno grazie ad una botta presa alla spalla, finii in mezzo al campo. Da lì non sono più uscito. Feci il provino per il Barca per 6 anni consecutivi. Dicevano sempre che non potevo giocare, e che non valevo molto. Non ero bravo tecnicamente, e se volevo far colpo su qualche club, dovevo crescere in muscolatura. Ero troppo sottile, e avevo poca forza nelle gambe.

Dopo quelle parole tornavo a casa ogni volta distrutto…
Un giorno però ci fu la svolta. Cambiai radicalmente il mio modo di pensare. Lasciai la scuola calcio, e cominciai a correre tutti i pomeriggi sulle colline della mia città, per far crescere la muscolatura nelle gambe. Mi ponevo degli obbiettivi. La prima volta 2 km, la settimana dopo 4 km, e così via, fino ad arrivare in cima. Quando vedevo passare delle persone in macchina, cercavo di gareggiare con loro.

L’estate dopo ci riprovai… Avevo 16 anni. Mi presero. Telefonai a casa, e rispose mio padre. È stata l’unica volta che l’ho sentito piangere. Ho cominciato a giocare per il Barcelona C, e da lì, ho fatto tutta la trafila. Vedevo gente più brava di me, dei fenomeni, che però si allenavano saltuariamente. Non sono mai andati oltre i Barcellona C. Io in tutta la mia vita non ho mai saltato un solo giorno di lavoro, perché sapevo che per arrivare dovevo allenarmi più degli altri. Non avevo tecnica, e dovevo concentrarmi di più sulla mia forza fisica.

Ho sempre avuto fame di vittorie, ma non fraintendetemi. Vivo per l’agonismo, non per la vittoria in sé. Per l’emozione della battaglia. L’importante è competere, non tanto il premio finale. Quando giocavo, non consideravo mai una partita chiusa: anche sotto di quattro reti a dieci minuti dalla fine, non pensavo mai che fosse chiusa.

Ancora oggi vado a correre su quelle colline, e ricordo i miei inizi. Cominciò tutto lì.
In molti mi dicono, ma come fai!? Come puoi continuare ad allenarti ancora oggi!?
Io gli rispondo sempre: “Io continuerò ad allenarmi anche a 70 anni. Non so stare senza… fermarmi a riflettere su un divano, equivale a morire piano piano. Ed io non voglio ridurmi in quello stato. Voglio continuare a competere. Non posso più farlo confrontandomi con gli altri, ma lo faccio confrontandomi con me stesso.”

IL DIFENSORE “PIU’ ELEGANTE”

La “matematica” non è un’opinione. E neanche questa TOP11 (decima settimana),
10 di 11 / Il difensore “più elegante”

Se dovessimo mettere in campo i 9 calciatori che fino ad oggi sono entrati con pieno merito nella nostra TOP11 avremmo sicuramente un po’ di problemi nella fase difensiva…. Pensare che Lahm e Milner possano tenere il peso di tutto il reparto difensivo giocando sulla fascia è parecchio improbabile… Ecco che quindi è giunto il momento di premiare un difensore, anzi un Difensore, con la D maiuscola.

Avremmo potuto scegliere il difensore più prolifico, ma non è detto che sarebbe stato anche un buon difensore (esempio Roberto Carlos farebbe fatica a giocare da centrale difensivo). Potremmo scegliere il giocatore più vincente, quello meno falloso, quello più tecnico, quello più ben voluto dai compagni oppure quello più elegante in tutti gli aspetti del gioco.

Abbiamo quindi pensato di racchiudere tutti questi aspetti in un unico giocatore, perché se, statistica alla mano, dobbiamo premiare un difensore su tutti non possiamo altro che inserire nella nostra TOP11 il compianto Campione del Mondo (con Italia e Juventus) Gaetano Scirea.

Gaetano Scirea. Perchè proprio lui?

La statistica ci dice che da un sondaggio svolto dalla EBS Sport nel 2015 in cui veniva chiesto a giornalisti, calciatori e dirigenti quale fosse il difensore più “elegante” (non solo a un punto di vista estetico) che avesse mai giocato in Europa, il grande Gaetano ha vinto con il 41,3% dei voti… in pratica su 10 voti ben 4 sono andati a lui, tenendo conto che erano in lista difensori del calibro di Baresi, Cannavaro, Beckenbauer, Thuram, ecc. direi che possiamo inserirlo ben volentieri nella nostra TOP11.

Gaetano Scirea. Conosciamolo meglio

Classe esemplare. Due cose ci fanno ricordare questo grande calciatore morto alla giovane età di 36 anni: la sua capacità di dare una definizione originale e totalmente inedita del ruolo di libero e il suo fair play.

Il Gaetano Scirea calciatore è agile: si muove in avanti con grazia ed eleganza e aiuta il centrocampo nelle manovre difensive, senza sdegnare azioni di disturbo e appoggi sapienti. Il suo è uno stile che va al sodo: avvia l’azione da dietro e segna gol importanti grazie anche alla tecnica ambidestra.

Il fair play e l’estremo rispetto per l’avversario sono dimostrati dal fatto che nella sua lunga carriera non è mai stato ammonito né espulso.

Un record bello e importante, che si ricorda con piacere, in anni in cui il calcio sembra essere contraddistinto solo da tanta violenza e incomprensioni.

Gaetano Scirea nasce a Cernusco sul Naviglio in provincia di Milano il 25 maggio 1953 e inizia la sua carriera calcistica nel 1972: giocherà nell’Atalanta, nella Juventus e diventerà il perno insostituibile della Nazionale di Bearzot, con la quale vincerà la coppa del mondo nel 1982.

Ma non è solo questo il prezioso riconoscimento che Gaetano Scirea avrà modo di stringere tra le sue mani: dopo due stagioni in serie A con l’Atalanta, approda alla Juventus nella stagione 1974/1975 dove vince in 11 anni tutto il possibile: scudetti, coppe europee, la coppa Intercontinentale.

Il 1975 lo vede vincitore del primo dei 7 scudetti con la Juventus e alle prese con l’esordio in nazionale: il 30 dicembre si gioca Italia-Grecia, finita 3 a 2 per gli azzurri. Nel 1977 c’è l’accoppiata campionato-Coppa UEFA, nel 1978 il terzo scudetto che precede la partenza per l’Argentina dove si disputeranno i mondiali; del 1979 è invece la coppa Italia. Compagni e protagonisti di questo periodo d’oro, in uno dei più potenti schieramenti difensivi che la storia ricordi, sono Gentile, Cabrini, Furino e Brio.

Nel 1981 arriva il quarto scudetto con una Juve pigliatutto ed è anche la vigilia del secondo mondiale: sono anni densi di partite e di vittorie e Gaetano Scirea è nel pieno della sua maturità atletica e calcistica.

Il 1982 è il più glorioso per il calciatore, perché è in questo anno che mette a segno con la maglia bianco-nera il quinto scudetto e vince la coppa del mondo. Ma non finisce qui. Gli anni 1984 e 1986 segnano altri due scudetti e nel 1985 è la volta della coppa Intercontinentale, vinta a Tokyo battendo ai rigori l’Argentinos Juniors. Non vanno dimenticate la coppa Italia del 1983 e, sempre nel 1986, la coppa delle coppe e la supercoppa europea.

Giocherà con la Juventus fino al 1988. La sua ultima partita in nazionale ai mondiali è del 17 giugno 1986, in Messico.

Alcuni numeri del grande calciatore: vincitore di 14 titoli, autore di 32 gol, disputa nella sua carriera con la Juventus ben 552 incontri. Il record di presenze in bianconero verrà superato nel 2008 da Alessandro Del Piero, il quale avrà modo di dichiarare: “Raggiungere Scirea nelle presenze è un traguardo che mi inorgoglisce sotto tanti aspetti. È un numero importantissimo, ma la mia speranza è di entrare nel cuore della gente come è entrato lui. Ogni tanto rifletto su come potrebbero vedermi i ragazzi, i bambini. Forse mi vedono come io vedevo lui, Gaetano Scirea, e i campioni come lui. Li guardavo con rispetto, avevo la voglia di emularli, lo sognavo. La gioia di giocare nella Juventus, in nazionale, ad alti livelli. Vincere tanto, vincere i mondiali. Sono riuscito ad ottenere molte di queste cose, l’ho fatto con la passione, con l’umiltà. Mi farebbe piacere che in futuro mi vedessero con gli stessi occhi con cui io guardo lui. Questo è un mio obiettivo, un traguardo”.

Gaetano è un campione entrato a buon diritto nel tempio dei fuoriclasse, che muore però prematuramente a soli 36 anni il 3 settembre 1989 in Polonia. Le circostanze sono tragiche: a seguito di un incidente stradale rimane bloccato nelle lamiere di una vecchia auto che va in fiamme col suo carico di benzina supplementare.

Il calciatore aveva assunto da poco l’incarico di secondo allenatore a fianco di Dino Zoff, e si recava in Polonia a osservare il Gornik, che da lì a poco sarebbe stato avversario della Juventus in coppa Uefa.

Oltre allo stadio comunale del suo paese natale, a Gaetano Scirea è dedicata una curva dello stadio torinese “Delle Alpi”.

(da biografieonline.it)

Gaetano Scirea. Un video per capire meglio chi è

Gaetano Scirea. Un suo “pensiero” per conoscerlo meglio

“Ho rubato qualcosa a ciascuno dei tecnici che ho avuto. Da Parola la capacità di responsabilizzare i giovani, da Trapattoni la capacità di tenere unito lo spogliatoio, da Marchesi la serenità. E da Bearzot quella straordinaria umanità che è la base di ogni successo.”

Gaetano Scirea

Gaetano Scirea. Il suo “segreto”

Purtroppo non abbiamo potuto “intervistare” il nostro TOP11 per ovvie ragioni. Non ci ha potuto quindi regalare i suoi segreti e non ha potuto suggerire ai giovani che leggono il blog alcuni piccoli/grandi consigli su come diventare un grande giocatore…

Accontentiamoci quindi di alcuni ricordi di persone che lo hanno vissuto, in modo da avere qualche piccolo/grande consiglio su come almeno diventare un grande uomo.

Boniperti: « Qualità fuori dal comune»
«Il mio fuoriclasse era Scirea. Parlava poco, eppure aveva carisma. Era un piacere stare con lui e in qualsiasi occasione, non soltanto sul campo, ti faceva fare bella figura. Il giorno in cui ho preso Scirea, per la prima e unica volta, Achille Bortolotti (presidente dell’Atalanta) mi ha detto: “Gaetano te lo porto io a Torino. Perché questo ragazzo è diverso da tutti gli altri”. Quando Gai ha smesso di giocare, io volevo che diventasse un punto fermo della Juventus. Prima come osservatore, poi come allenatore, ma lo vedevo benissimo anche come uomo di pubbliche relazioni. Aveva qualità fuori dal comune: li riconosci subito i giocatori che hanno qualcosa in più: li vedi da come si muovono in campo e da come leggono il gioco un secondo prima degli altri; se poi sono dotati di spessore umano e pulizia morale hai davanti agli occhi un fuoriclasse anche nella vita. E Scirea lo era. Io gli volevo bene»

Zoff: «Una persona vera Non un personaggio»
«Gaetano? Un uomo straordinario e un calciatore straordinario. Un esempio di stile e classe sia in campo sia fuori. Con lui abbiamo condiviso tanti momenti, in ritiro stavamo sempre nella stessa stanza. Ricordo che durante i Mondiali di Spagna, Tardelli non riusciva a prendere sonno la notte prima delle partite. Per rilassarsi veniva in camera nostra; la chiamava la “Svizzera” perché era il posto più tranquillo del ritiro. Nel nostro modo di stare insieme, del resto, non avevamo bisogno di troppe parole, quasi sempre bastava uno sguardo. Sarebbe stato un ottimo allenatore, se ne avesse avuto l’opportunità: sapeva convincere, gli piaceva insegnare. Il calcio di oggi gli sarebbe piaciuto, anche se non era il tipo da rincorrere miraggi di protagonismo. Non sarebbe mai diventato un personaggioda copertina, ma avrebbe saputo farsi ascoltare da tutti»

Furino: «Non aveva bisogno di urlare»
«Si è detto tanto su Gaetano in questi giorni, ed è un bene. Perché è un bene ricordare le persone che hanno operato nel mondo dello sport con grande serietà e competenza senza mai andare sopra le righe. Ricordare una persona come Gaetano, visti i tempi che corrono, diventa ancora più importante: adesso va di moda urlare, sbraitare pur senza porre l’accento sui valori. Ecco, Scirea era un ragazzo che non urlava, ma invece era pieno di valori: insomma, un esempio per tutti. Lo era allora e lo sarebbe ancora di più adesso. Un ricordo su tutti, per l’essenza di Gaetano: non rammento che partita fosse, ma a un certo punto, ad inizio gara, Scirea subì un pestone al piede destro. Non è uscito, ha continuato a giocare tutta la partita pur non potendo usare il piede: ha calciato tutto il tempo con il sinistro. Questo episodio, secondo me, la dice lunga su che tipo di persona fosse Gaetano»

Tardelli: «Forti come lui non ce ne sono più stati»
«Era uno dei giocatori più forti del mondo, ma era troppo umile per dirlo o anche solo per pensarlo. Il suo essere silenzioso e riservato forse gli toglieva qualcosa in termini di visibilità, ma certamente gli faceva guadagnare la stima, il rispetto e l’amicizia di tutti. Questo non significa che fosse un debole o che non avesse niente da dire: al contrario, era dotato di una grande forza interiore e sapeva parlare anche con i suoi silenzi. Io e lui avevamo caratteri completamente opposti, ma stavamo bene insieme. Una volta venne a trovarmi al mare e giocammo insieme a nascondino. Una cosa strana per dei professionisti, invece faceva parte del nostro modo di stare insieme e di divertirci in maniera semplice. Nel calcio d’oggi credo che si sarebbe trovato un po’ spaesato, ma solo a livello personale. Diciamo che personaggi con il suo carattere nel mondo del calcio non ce ne sono più»

Causio: «La sua serenità mi faceva arrabbiare»
«Arrivò a Torino che era ancora giovanissimo, mentre io ero alla Juventus già da anni. Si può dire che l’ho visto crescere: ragazzo, fidanzato, marito, padre modello. Era timido e buono, forse persino troppo. Spesso gli dicevo di reagire, di essere un po’ più cattivo con gli avversari: quella sua serenità mi faceva persino incavolare. E lui sapete che cosa mi rispondeva sempre? “Non ci riesco”. Lo diceva con il sorriso sulle labbra, era disarmante. Non l’ho visto una sola volta arrabbiarsi, diceva che non ne valeva la pena, e a posteriori devo ammettere che aveva ragione lui. Abbiamo passato insieme i migliori anni della nostra vita, abbiamo vinto tanto, abbiamo condiviso gioie bellissime. Quando sono andato via dalla Juventus siamo comunque rimasti molto legati. Era impossibile non volergli bene, era impossibile parlare male di lui. Gli volevo molto bene»

E infine un “pensiero” di Gaetano per tutti noi.

“I vostri figli vi guardano” (rimproverando alcuni atteggiamenti maleducati di alcuni suoi compagni in un Fiorentina-Juventus di qualche anno fa)

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

La matematica non è un opinione

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

Francesco Molinari. Perché merita un posto su misterone.com ?

Dopo quello di giocatore dell’anno dell’European Tour, arriva anche il prestigioso riconoscimento della BBC quale miglior sportivo del 2018.

Proseguono i riconoscimenti per Francesco Molinari a coronamento del suo straordinario 2018. Dopo la nomina “Golfista dell’Anno 2018” e Membro Onorario da parte dell’European Tour, per il campione azzurro arriva anche il prestigioso premio della BBC come “World Sport Star of the Year 2018”.

Francesco Molinari

“Non riesco ancora a credere di aver ricevuto un premio così importante dalla BBC – ha commentato Molinari –  Mi sembra irreale. Questi riconoscimenti mi danno una grande carica e rappresentano un punto di partenza per lavorare ancora di più nel 2019. È stata una stagione fantastica e sono felice di poter festeggiare tutti i miei successi in Italia il 19 dicembre a Roma, dove avrò l’onore di ricevere il Collare d’Oro nella cerimonia del CONI e poi raccontare le mie emozioni nell’incontro con la stampa italiana allo Stadio Olimpico”.

Molinari, primo italiano a divenire “World Sport Star of the Year”, aggiunge il suo nome a un albo d’oro prestigioso in cui figurano, tra gli altri, Federer, Bolt, Djokovic, Dan Carter, Nadal, Cristiano Ronaldo, Woods, Magic Johnson, Lomu, Ronaldo, Ali, Lewis e Pelè.
La BBC ha voluto sottolineare le imprese di Chicco esaltandolo come miglior sportivo nato fuori dalla Gran Bretagna. Il campione torinese era in competizione con la ginnasta americana Simone Biles, con la snowboarder e sciatrice alpina ceca Ester Ledecka e con il pugile ucraino Oleksandr Usyk.

Tanti i premi internazionali per Molinari, protagonista della copertina di Golf Digest del mese di dicembre e delle 10 migliori News Maker 2018 di Golf Channel. In Italia i suoi trionfi sono stati inseriti tra le immagini più significative scattate dai fotoreporter dell’Ansa e raccolte nel libro fotografico “PhotoAnsa 2018”. A completamento di un anno indimenticabile, il vincitore della Race to Dubai il 19 dicembre a Roma riceverà il Collare d’Oro al Merito Sportivo, la massima onorificenza dello sport italiano. Un premio che rappresenta un motivo di orgoglio per la Federazione Italiana Golf e per tutto il movimento golfistico.

Francesco Molinari. Conosciamolo meglio

Classe 82, torinese,  l’atleta che ha scritto la storia a Carnoustie è un italiano con un carattere poco nazionale: programma e costruisce senza chiasso le proprie fortune. Ecco come ha fatto:

“Sei straordinario, lo sei sempre stato ma volevi arrivare a questo obbiettivo e sei riuscito a migliorare tutto quello che serviva per diventare storia del nostro sport! L’esempio per tutti noi”. Messaggi così arrivano a pochi, soprattutto da parte di colleghi, di rivali della stessa nazionalità, addirittura più giovani, peraltro più dotati di talento e già avvezzi al successo come Matteo Manassero.

Messaggi così premiano Francesco Molinari quanto, se non di più, del Claret Jug, del successo all’Open Championship, del testa a testa col mitico Tiger Woods, dell’ingresso nella storia del golf italiano come primo azzurro ad aggiudicarsi un Major, della promozione alla nazionale europea nella sua terza Ryder Cup, del numero 6 della classifica mondiale, della conferma del numero 1 nella Race to Dubai, della borsa di 1.625.387 euro.
E come coronamento della magnifica annata a settembre trascina l’Europa nella vittoria In Ryder Cup contro gli USA (il terzo avvenimento sportivo più seguito al mondo dopo Mondiali di calcio e Olimpiadi)

Francesco Molinari

Perché sono l’attestato di una dignità avvalorata, senza dubbi, del rispetto del gruppo, senza invidia. Ecco, quando vince Chicco vincono un po’ tutti, perché lui non ha il dono di altri: quella caratteristica tutta italiana di salvare capra e cavoli con un colpo solo, una fiammata sola, un giorno solo, un’impresa. Il 35enne di Torino vince col lavoro, con la serietà, con la coscienziosità, costruendosi un pezzo dietro l’altro, come una forbicina alacre e intelligente. Molto intelligente.

Impariamo tutti da Chicco, chiediamo aiuto a Chicco, seguiamo e imitiamo Chicco, l’italiano anomalo che programma e costruisce senza chiasso le proprie fortune.

Il Giocatore “più IMPORTANTE” – TOP11 (Nona settimana)

9 di 11 / Il giocatore “più importante”

Stiamo arrivando alla conclusione della nostra TOP11 e quindi ci stiamo tenendo per la fine le pedine fondamentali, o meglio le più importanti… Certo il termine “importante” può voler dire tante cose… secondo il dizionario la parola importante significa “Che rappresenta qualcosa di fondamentale, di determinante ”…..” di persona autorevole, influente…”

Anche adesso le idee possono essere diverse. Importante rimane un’opinione troppo vaga e soggettiva. Per la nostra TOP11, che della matematica fa una vera e propria guida e dalla statistica trae la forza della “verità assoluta”, potremmo definire giocatore “più importante”quel giocatore che più di tutti influenza con la sua presenza il risultato. Cioè quel giocatore che quando è in campo porta la sua squadra al successo…quando invece manca le prestazioni della sua squadra peggiorano sensibilmente.

Chi è dunque quel giocatore che influisce più di tutti sulle prestazioni delle squadre in cui ha giocato? Tenendo conto del calcio moderno, quindi diciamo dal 2000 in poi, dove le statistiche sono più aggiornate, il calciatore che possiamo inserire nella nostra TOP11 è il francese campione del mondo Claude Makelele.

Claude Makelele

Claude Makelele. Perchè proprio lui?
La statistica ci dice che delle 587 partite giocate tra Real Madrid, Chelsea, PSG e Nazionale (non abbiamo preso inconsiderazione le stagioni con Nantes e Celta Vigo perché ovviamente conta anche con chi giochi…) Makelele ha chiuso la carriera con il 67,3% di vittorie(e solo il 13% di sconfitte)…in pratica con Makelele in campo su 10 partite ne vinci 7 e ne perdi solo una…niente male!

Claude Makelele. Conosciamolo meglio
Nato a Kinshasa (Zaire) il 18 Febbraio 1973, il piccolo Claude vive i primi anni della sua vita nella capitale congolese, in uno stato in cui imperversa la dittatura di Moputu il quale, in nome di un altezzoso nazionalismo, impone alle famiglie di utilizzare cognomi in lingua locale. Il futuro mediano acquista quindi il cognome “Makelele”, che in swahili significa “rumoroso”. Da notare che questo cognome stride ampiamente con la personalità che il mediano dimostrerà nel corso della carriera.

Quando Makelele aveva solo 4 anni, la famiglia si trasferisce a Parigi, nel quartiere Savigny-le-Temple: qui l’ambientamento procede in modo forzato, in quanto in Francia sono presenti molti africani ma a farla da padrone è la diffidenza dei francesi. Recentemente, il centrocampista exChelsea e Real Madrid avrà modo di raccontare che “fu un’esperienza molto influente ai fini della sua crescita umana, ma alla fine essere nato in Africa faceva si che non potevi essere considerato uno di loro (riferito ai francesi),quindi fu difficile integrarsi in quanto ci si sentiva meglio tra connazionali”. Quindi, quando Makelele aveva 16 anni, la famiglia fu costretta ad emigrare verso Brest, la città più ad occidente di Francia. Qui il tenore di vita è più basso e il giovane Claude si iscrive ad una scuola calcio, dove viene notato dagli emissari del Nantes.

La carriera di Makelele inizia proprio con i gialloverdi del Nantes, in cui il giovanissimo giocatore dal cognome“rumoroso” rimane per 5 stagioni, risultando spesso e volentieri tra i migliori in campo ed essendo uno dei protagonisti della cavalcata nella stagione 1994/95, in cui i bretoni conquistarono un inatteso quanto meritato titolo di Campioni di Francia.

Nonostante Makelele si faccia notare per aggressività e temperamento, rimane comunque trai giocatori più sottovalutati del periodo, nel quale imperversava un certo Zinedine Zidane del Bordeaux. Una non esaltante stagione a Marsiglia sembrerebbe quasi far perdere le tracce di Makelele, costretto ad emigrare nel modesto Celta Vigo: qui però sarà Makelele ad essere il fulcro del centrocampo, portando una squadra imbarazzante come il Celta a piazzamenti interessanti.

L’ambizione di Makelele mirava a club di alto rango:ma bisognava“creare” la circostanza affinché potesse concretizzarsi l’approdo in un club di ben altro spessore rispetto al Celta Vigo. Ebbene,questo motivo ci viene raccontato da un grottesco aneddoto: il suo procuratore Marc Roger, da buon volpone, finse che la macchina di Makelele era stata attaccata da tifosi del Celta Vigo con lanci di pietre, che gli avevano sfondato i finestrini. Il tutto in accordo con il piccolo centrocampista franco-congolese. Il piano riuscì e nel Luglio 2000 Makelele diventa un giocatore dei galacticos, nello stesso giorno in cui avviene uno dei trasferimenti all’epoca più costosi, il passaggio di Luis Figo dal Barcellona al Real Madrid per 100 miliardi di lire.

Al Real Madrid Makelele era quel giocatore di quantità necessario in una squadra altamente sbilanciata come i galacticos. In particolare,Makelele dichiarerà in un’intervista che “gran parte dell’interpretazione del ruolo di mediano è stata perfezionata a Madrid, dove era l’unico giocatore di contenimento”.

In particolare, Makelele ribadirà la sua stima per Zidane,con il quale “bastava uno sguardo per capirsi”. Nonostante l’importanza acclamata di Makelele nello scacchiere tattico del Real Madrid, Florentino Perez diede sfoggio della sua enorme competenza calcistica con le seguenti dichiarazioni:“non ci mancherà Makelele, ha una tecnica mediocre, gli manca il talento e la velocità per recuperare la palla”. Invece, Zidane aveva pienamente compreso l’importanza del mediano francese per il Real Madrid, e la sua risposta mise alla berlina le strampalate teorie di Perez. Secondo Zizou, la cessione di Makelele era paragonabile “ad un’ulteriore mano di vernice dorata ad una Bentley senza motore”. Le dichiarazioni di Zidane non riuscirono a trattenere il mediano alla corte di Perez: Claude Makelele diventa un giocatore del Chelsea nell’estate del 2003.
E il Real Madrid non vinse nulla per tre anni e nessuna Champions fino all’arrivo di Ancelotti ben 11 anni dopo… Probabilmente Zidane aveva ragione…

Il primo anno al Chelsea non fu felice per Sinda, che non riuscì ad esprimersi al meglio sotto la guida di Ranieri. Negli anni successivi, la musica cambiò: al Chelsea approdò Josè Mourinho, che riconobbe l’importanza di Makelele a livello tattico infatti, oltre al solito compito di rubare palla, il piccolo centrocampista era spesso inserito tra le linee, con compiti di avvio azione nonché di copertura degli spazi lasciati liberi da Lampard oppure Ballack.

Makelele dichiarerà che “nella sua posizione non occorre pensare al fatto di poter segnare pochi gol, bisogna pensare a divertirsi, nonché essere consapevoli dell’importanza che si ricopre ai fini degli equilibri di squadra.” Makelele dividerà la sua esperienza al Chelsea in due periodi: nel primo (2004-2006), il mediano descrive la situazione come “un gruppo unito, di amici che si allenavano e vincevano assieme, bevendo, uscendo a cena e condividendo molte cose al di fuori del campo”.

Il secondo periodo individuato da Makelele è il biennio 2006-2008, nel quale “molti degli equilibri si ruppero, lo spirito di fratellanza andava disgregandosi e Mourinho rifiutò il consiglio di Abramovich di dare maggiore libertà alle colonne portanti del Chelsea, accaparrandosi tutti i meriti. Verso la fine della sua permanenza, Mourinho si sentiva minacciato appena un giocatore occupava la scena più di lui”.

L’esperienza di Makelele al Chelsea giunse al termine nell’estate del 2008, in cui il piccolo centrocampista fu acquistato dal Paris Saint Germain. In tre stagioni nella capitale francese, Makelele arricchirà il suo palmares con un campionato francese, prima di decidere di appendere le scarpette al chiodo con questa simpatica dichiarazione: “sono arrivato per giocare una sola stagione, ne ho giocate tre. Ho superato il limite”.

AttualmenteMakelele è direttore tecnico del Monaco, club che sta emergendo negli ultimi anni seguendo una politica incentrata sul lancio di molti giovani in prima squadra. Tuttavia, il piccolo centrocampista sarà ricordato per la sua versatilità in qualità di centrocampista difensivo, del quale è stato uno dei massimi interpreti tanto che il suo modo di approcciare al ruolo è stato definito come “The Makelele Role”.

Ora lo stile di Makelele sembra rivivere in N’Golo Kante, mediano tuttofare del Chelsea, per il quale Makelele ha speso parole di elogio, ammonendo tuttavia che lo stesso va valutato in una stagione in cui si gioca anche in Europa, e non occorre solo correre ma anche saper leggere i ritmi delle partite. Un’investitura del genere è importante, vedremo se N’Golo riuscirà a ripercorrere le orme del piccolo mediano franco – congolese e scolpire il suo nome sul cuore dei tifosi del Chelsea e della nazionale francese.

 (da unaquestionedicentimetri.it)
 

ClaudeMakelele. Un video per capire meglio chi è

Claude Makelele. Il suo “segreto”

“Per quale motivo mi considerano il giocatore più importante e vincente della storia? Numeri alla mano dicono che quando ero in campo si vinceva sempre…a dire il vero io non mi sono mai accorto di questo però se devo riguardare indietro alla mia carriera in effetti mi accorgo che si vinceva quasi sempre… credo che la mia presenza facesse star tranquilli i miei compagni perché sapevano esattamente che io ogni partita avrei dato sempre lo stesso contributo fatto di corsa, tackle, passaggi semplici ma mai sbagliati, in modo che chi giocava avanti sapeva che poteva permettersi di non rientrare ogni tanto e per quelli dietro davo la sicurezza che ad un loro eventuale errore c’ero io a risolvere la situazione….sì in effetti ero un giocatore particolarmente utile….ma come me ne bastava solo uno…gli altri era giusto che si dedicassero alla fantasia…

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Quando fate le partitelle in allenamento dovete avere la stessa voglia di vincere che nelle partite importanti. Dovete essere di esempio per i vostri compagni per il sudore che ci mettete, l’impegno e l’atteggiamento sempre positivo e disponibile verso gli altri. Date sempre indicazioni positive e cercate di rincuorare i vostri compagni. Sanno anche loro quando hanno sbagliato e nel caso non se ne accorgessero certi “rimproveri” fateli nello spogliatoio e non in campo, che servono a poco. Se il vostro atteggiamento è quello di chi non si risparmia in niente nessuno vi potrà dire nulla e tutti accetteranno i vostri consigli e i vostri rimproveri. Sapete quante volte ho cacciato degli urli e ho fatto delle occhiatacce a gente del calibro di Zidane, Beckham, Raul, Henry… eppure quando parlavo io mi stavano sempre ad ascoltare… Ma per potervelo permettere ricordate di essere credibili in tutto quello che fate… in tutti gli atteggiamenti che avete. Dovete amare quello che state facendo. D’altronde correre dietro ad un pallone è la cosa più bella che c’è.

Dio è più contento se sa che i suoi figli giocano”

(Claude Makelele) 

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

La matematica non è un opinione

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”. 

Il Giocatore “PIU’ GENEROSO” – Ottava settimana (TOP11)

 

8 di 11 / Il giocatore “più generoso”

 

Abbiamo parlato molto nei precedenti articoli della TOP11 di calciatori capaci di fare gol con precisione (vedi Henry) o “semplicemente” nati per fare gol (vedi Muller). E’ ovvio che non puoi pensare di scartare da solo 4 o 5 giocatori ogni volta (anche i vari Maradona, Messi, Ronaldo, Weah e ultimo il gialloblu Gervinho si devono accontentare di farlo una o due volte nella vita….non è così facile come diceva il grande Pelè nel film “Fuga per la vittoria”…). Spesso hai bisogno di un compagno che ti metta in condizioni di segnare, di darti la palla giusta, al momento giusto, in base al movimento che fai. A volte (e basta guardare il non-movimento di alcuni attaccanti prima del gol) basta semplicemente aspettare che la palla ti arrivi sul piede o sulla testa, aumentando quindi la percentuale di merito al compagno che ti ha fornito l’assist.

Sì è proprio dell’assist che stiamo parlando… di quell’ultimo passaggio cosi fondamentale che spesso gli allenatori cercano e chiedono ai proprio giocatori di qualità.

Quante volte si sente dire “ci è mancato l’ultimo passaggio…”. Tralasciando i vari Messi, Cristiano Ronaldo. Ibrahimovic che sono dei fenomeni in tutto, chi nel calcio moderno si è specializzato proprio nel gesto dell’assist sarebbe ben gradito da tutti quegli allenatore che hanno pronunciato questa frase… Se in squadra ci fosse stato un certo Ozil, Fabregas, Neymar di certo “l’ultimo passaggio” sarebbe stato più preciso e quindi la possibilità di segnare sarebbe salita esponenzialmente…

Ma chi è che ha nettamente battuto tutti questi ottimi concorrenti per meritare di essere inserito nella nostra TOP11 come giocatore “più generoso”?.

E’ il fenomeno gallese, che ha dedicato tutta la sua carriera al Manchester United, Ryan Giggs.

Ryan Giggs. Perchè proprio lui?

La statistica ci dice che prendendo in considerazione i principali campionati europei il gallese è nettamente al primo posto con i suoi 162 assist-gol, nei suoi 22 anni di una meravigliosa carriera in cui col suo Manchester United ha vinto praticamente tutto.

Inoltre in Champions League è sempre lui a guidare la classifica con 30 assist gol…. Messi lo sta insidiando ma per ora resiste lui al comando.

 Ryan Giggs. Conosciamolo meglio

Una bandiera. Una leggenda. E via così. E senza ombra di retorica. Perchè questo è di fatto ciò che rappresenta Ryan Giggs per il Manchester United. Il gallese, oggi 43enne, ne ha passati ventinove al servizio dei Red Devils, Prima da giocatore, poi da allenatore. Dall’esordio a diciassette anni proprio 26 anni fa, il 2 marzo ’91 (Rooney aveva cinque anni…) entrando al posto di Denis Irwin in un Manchester-Everton terminato 0-2. Una partita che verrà ricordata più che per il risultato per il debutto di quel ragazzo gallese, prodotto del vivaio dello United e membro della “class of ’92”, di cui fanno parte anche David Beckham, Nicky Butt, Paul Scholes e Phil e Gary Neville. Una carriera dedicata ad una sola maglia, terminata, almeno in campo, il 19 maggio 2014, con l’annuncio del ritiro dal calcio giocato attraverso una lettera. Dietro a quella maglia numero undici, c’era scritto Giggs, è vero. Ma fino ai sedici anni lui era Ryan Wilson, cognome del padre. E non era gallese, bensì inglese. A causa dei cattivi rapporti con il padre, appena raggiunse la maggiore età prese il cognome della madre (Giggs) ed anche la sua nazionalità (gallese). Da quel giorno, per tutti, diventò Ryan Giggs.

E’ entrato nella storia Ryan. Ma non solo in quella dello United, dove è stato eletto dai tifosi miglior giocatore del club scavalcando gente come George Best e Bobby Chartlon. Anche in quella della Premier League. E’ lui infatti ad aver vinto più volte il campionato inglese, 13. Ed è suo anche il record di presenze in più edizioni consecutive del campionato inglese, 22, così come quello di gol, 21. Il 21 maggio 2008, Ryan diventa il giocatore ad aver vestito più volte la magia dei Red Devils (saranno 963 le presenze a fine carriera), superando un mito come Bobby Chartlon.

Ma non è tutto. Quella stessa sera, entrando al posto di Scholes a dieci minuti dal termine, Giggs contribuisce alla vittoria della terza Champions League del Manchester. Come? Come gli riesce più facile. Con un gol. Quello decisivo. Infatti è suo l’ultimo rigore contro il Chelsea. Diventando così l’unico giocatore britannico, insieme a McManaman e Hargreaves, ad aver giocato e vinto più volte una finale di Champions League.

Campo, tanto campo in maglia United. Ma anche panchina. Ecco, lì, una carriera durata poco, forse troppo poco per quello che è stato Giggs per Red Devils. Il 22 aprile del 2014 viene nominato allenatore-giocatore del Manchester United e, al termine della stagione, diventa vice di Louis van Gaal per due stagioni. Il due luglio 2016 l’addio definitivo, con un’altra lettera. Questa volta coniugata al passato, come ogni vero addio. Ma ancora una volta piena d’amore perchè dopotutto “ho amato ogni minuto al Manchester United”.

(da gianlucadimarzio.com)

Ryan Giggs. Un video per capire meglio chi è

Ryan Giggs. Il suo “segreto”

“Per quale motivo mi considerano il giocatore più generoso della storia? Immagino perché il mio obiettivo era sempre quello di vincere e siccome ho sempre avuto la fortuna di giocare con attaccanti che erano molto più bravi di me a segnare quando ne avevo l’occasione preferivo passarla a loro… poi quando proprio non c’era nessuno tiravo anch’io e mi sono tolto le mie soddisfazioni in termini di gol.

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Se avete un compagno meglio piazzato per fare gol cercate di passargli la palla nel modo migliore possibile… e mettetevi d’accordo su come darla….per esempio con Cantona ci eravamo accordati che quando la palla ce l’avevo sul sinistro (e quindi potevo fare quello che volevo….ride….ndr) avrei alzato la testa e lo avrei cercato con precisione, ma quando la palla ce l’avevo sul destro ed ero al cross l’avrei sempre messa forte rasoterra all’indietro sul dischetto del rigore…. Forse Cantona ha fatto più gol quando crossavo di destro che non di sinistro… Sapere prima quello che succederà è sempre un aiuto…anche nel calcio…”

(Ryan Giggs)

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

La matematica non è un opinione

 

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

L’ATTACCANTE “PIU’ PRECISO” – Settima settimana

7 di 11 / L’attaccante “più preciso”

 

In una precedente sezione della nostra TOP11 abbiamo già parlato di “precisione”. In particolare abbiamo assegnato la palma di giocatore più preciso a Jorginho che infatti è in cabina di regia nella nostra TOP11. Ma questo articolo vuole premiare l’attaccante più preciso. Cioè chi fa della precisione la sua arma migliore per poter segnare.

Penso saremo tutti d’accordo che il “colpo” che contraddistingue la precisione sia ovviamente il colpo tirato con l’interno del piede, destro o sinistro che sia, cioè il cosiddetto “piattone”…

Quanti muretti abbiamo fatto da ragazzi per migliorare questo colpo, e per chi fa l’attaccante quante volte abbiamo cercato e mirato un angolo della porta prima di calciare, non sempre con buoni risultati.

Ci sono attaccanti che hanno fatto della potenza la loro arma migliore. Ci sono statistiche impressionanti da questo punto di vista. Se penso alla potenza mi viene subito in mente Gabriel Omar Batistuta. Delle sue 354 reti ufficiali tra club e nazionale Argentina, tolti i colpi di testa, ben l’88% dei suoi gol è stato fatto con il collo del piede… di certo puntava alla potenza più che alla precisione, e se lo poteva permettere…

Ma il nostro articolo mira alla precisione, quindi dobbiamo trovare chi, numeri alla mano, ha “usato” maggiormente la parte del piede più regale come arma per la maggior parte dei suoi gol…

La statistica ci dice che è una sfida a 3 giocatori… e che giocatori…

Al terzo posto abbiamo il Divin Codino Roberto Baggio. Dei suoi 318 gol ufficiali, tolti quelli di testa che tanto sono solo 9…, ben il 77% dei gol è stato fatto con il “piattone” del piede destro… che meraviglia… i più giovani dovrebbero andarsi a rivedere qualche suo video…

Al secondo posto abbiamo forse il miglior giocatore di tutti i tempi. Di certo il miglior giocatore dell’era moderna. La pulce argentina Leo Messi. Dei 640 gol ufficiali ad oggi realizzati, ben l’81% dei gol è stato realizzato con il piattone, ovviamente sinistro… i ragazzi giovani dovrebbero focalizzare la loro attenzione non tanto suoi sui dribbling e sul suo controllo di palla…quelli sono regali della natura che capitano ad uno su un miliardo di persone, ma sulla precisione di mirare l’angolo quando arriva davanti alla porta o addirittura nei suoi tiri da fuori area…

Ma chi è quindi che è riuscito a battere anche Leo Messi in questa statistica dell’attaccante più “preciso”? E’ il fenomeno francese ex Arsenal e Barcellona Thierry Henry.

Thierry Henry. Perchè proprio lui?

La statistica ci dice che dei 417 gol realizzati in carriera ben l’87% è stato realizzato di piatto destro… e chi pensa che siano solo dei colpi ravvicinati si vada a rivedere alcuni suoi video… noterà che a volte anche dalla lunga distanza preferiva parabole morbide ma precisissime al tiro di potenza.

 

Thierry Henry. Conosciamolo meglio

Elegante e micidiale come pochi, Henry ha partecipato a quasi tutti i campionati maggiori: FranciaItaliaInghilterra e Spagna, per poi terminare la carriera oltreoceano. Il numero 14 si fa presto notare in terra natia, approdando al calcio professionistico con la casacca dei monegaschi: per lui 105 presenze e 20 reti al Louis II. Ha dell’incredibile la sua esperienza italiana: giunto in punta di piedi nel gennaio del ’99 per sostituire l’infortunato Del Piero, il francese approda a Torino per una cifra attorno agli 11,5 milioni di euro, forte di un contratto di 4 anni e mezzo. Nonostante la difficile stagione bianconera, Henry si ritaglia i suoi spazi, conditi da ottime prestazioni come la doppietta all’Olimpico contro la Lazio. Il bilancio finale sarà di 16 partite e 3 reti. Nonostante la conferma per l’anno successivo, e avendo anche disputato una partita in Intertoto contro il Ceahlăul, il transalpino viene ceduto all’Arsenal per dieci milioni di sterline: sarà uno dei rimpianti più grandi della Vecchia Signora.

 

L’approdo a Londra segna la svolta nella carriera di Henry: anche grazie ai suoi 174 gol in 254 presenze, il mondo conobbe la squadra degli invincibili. I gunners nella prima metà del decennio scorso frantumarono record su record: grazie anche ai vari LjungbergPiresBergkampVieira, l’Arsenal conquistò due Premier League, tre FA Cup e due Community Shield. Inoltre i londinesi fecero registrare una striscia d’imbattibilità in campionato di ben 49 partite, tra il maggio 2003 e l’ottobre 2004: il campionato venne ovviamente vinto senza sconfitte, unica squadra capace di tale impresa in tempi moderni (l’unico altro club capace di ciò fu il Preston North End nel campionato 1888-1889, in cui si disputarono però soltanto 22 partite).

Dagli invincibili agli dei il passo è breve: nel 2007 viene acquistato dal Barcellona per circa 24 milioni di euro. Con Messi ed Eto’o rappresenterà un trio d’attacco da sogno, tra i più prolifici nella storia della Liga. Il gioco dei blaugrana di quegli anni è stato innovativo e rivoluzionario: possesso palla e passaggi continui, funzionali sia al bel gioco sia al risultato. Il tiki taka di Pep Guardiola segnò un’epoca, portando il Barcellona sul tetto d’Europa e del mondo per ben due volte in tre anni. Con la Champions League vinta nel 2009 Henry conquistò l’ultimo grande trofeo mancante della sua bacheca personale: erano già presenti infatti un mondiale e un europeo con la nazionale francese, due scarpe d’oro e diversi campionati nazionali. I risultati sempre meno incisivi e l’esplosione di Pedro comportarono in seguito un minor minutaggio da parte di mister Guardiola e, nel 2010, Henry si avviò sul cammino del declino calcistico, allontanandosi dai palcoscenici più prestigiosi.

Nel luglio 2010 sbarca negli USA, nei New York Red Bulls: 51 reti in 122 presenze, inframezzate da una parentesi londinese, un ritorno all’Arsenal non troppo fortunato, in cui Titì ha giocato soltanto 7 partite, trovando tuttavia la via del gol due volte.

Con la nazionale francese 51 reti in 123 presenze. All’età di 37 anni, il 16 dicembre del 2014, ha detto basta. Certi giocatori, però, lasciano un segno indelebile nel cuore dei tifosi. E certi segni sono anche più visibili: nel museo dell’Emirates Stadium i tributi a Thierry Henry non mancano e all’entrata dello stadio campeggia una statua di Henry con indosso la maglia dei gunners, con l’immancabile numero 14 sulle spalle.

Grazie di tutto, Titì, da parte di ogni amante del calcio.

“L’attaccante più forte con cui ho giocato? Mi viene in mente Henry. Come secondo? Thierry Henry. Il terzo? Dico Titì.” (Zinedine Zidane)

(da footballpassion24.altervista.org)

 

 Thierry Henry. Un video per capire meglio chi è

Thierry Henry. Il suo “segreto”

“Per quale motivo mi considerano l’attaccante più preciso della storia? Dicono che avessi un “piattone” chirurgico… in effetti ho sempre preferito la precisione alla potenza, anche se in certi casi il tiro col collo del piede è necessario… Per allenarmi cercavo sempre negli allenamenti di mirare gli angoli da varie posizioni dell’area o del limite dell’area…cercando di calciare di prima o al massimo dopo lo stop… spesso cercavo di colpire di piatto (destro ma anche sinistro) i cross che mi arrivavano…se non andavo di testa preferivo sempre il piatto che il collo…tanto se calci al volo la forza c’è già di suo, e col piatto hai piu possibilità di prendere la palla e quindi di segnare.

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Ricordatevi che se volete fare gol la prima regola è centrare la porta…se tiri fuori non farai mai gol, se invece il tiro è nello specchio puoi sempre sperare uno di aver centrato l’angolo giusto, due che il portiere commetta un errore…ma se tiri fuori il portiere non sbaglierà mai… Ricordatevelo quando provate i tiri in allenamento… centrate la porta…sempre…se poi indovinate l’angolo, ah bè allora è sempre gol…”

(Thierry Henry)

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

 

La matematica non è un opinione

 

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

 

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

 

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

L’Attaccante “PIU’ PROLIFICO” – TOP11 (Sesta settimana)

6 di 11 / L’attaccante “più prolifico”

In una precedente sezione della nostra TOP11 abbiamo anticipato che ci sono due ruoli fondamentali da cui non si può prescindere… il portiere e l’attaccante. Se con gli altri ruoli ci possiamo “sbizzarrire” un po’ con la fantasia con questi due non si scherza. Ecco perché nella scelta del portiere più decisivo abbiamo eletto Buffon (in realtà è stata la matematica che l’ha scelto…) ed ecco perché con il “bomber” il nome che è venuto fuori è un nome tra i Best Players di tutti i tempi.

Sarà uno tra Messi e Cristiano Ronaldo? Sarà Van Basten o Ronaldo? Non siamo noi a deciderlo, ma è la matematica. Il titolo dice l’attaccante “più decisivo”. E decisivo vuol dire una sola cosa: nelle partite che contano lui segna.

Messi è un fenomeno. Di certo nel Barcellona è il più decisivo probabilmente della storia blaugrana… ma ha segnato in tutte le finali che ha giocato? No. E con l’Argentina…meglio non parlarne. Cristiano Ronaldo? Beh dire che non è decisivo è una bestemmia calcistica, ma ad esempio nell’unico titolo vinto col suo Portogallo (l’Europeo 2016) in finale non è stato tra i protagonisti.

Van Basten ha segnato in finale di Coppa Campioni e in finale dell’Europeo, ma non ha mai vinto un mondiale… Ronaldo ha segnato in finale mondiale, ma non ha mai vinto una Champions League…

Insomma credo siate d’accordo con me che i principali trofei che un calciatore può vincere sono: Coppa Campioni/Champions League e Intercontinentale con il proprio club, Mondiale ed Europeo con la propria Nazionale…. Ovviamente qualche Campionato non fa male (ma tutti i grandi campioni ne hanno vinto almeno uno) e anche un Pallone d’Oro (ma è un trofeo personale e questo non ci interessa…il calcio è uno sport di squadra…).

Ora sono pronto per assegnare il titolo di giocatore “più prolifico”.

Chi è l’unico calciatore della storia ad avere segnato in ognuna delle 4 finali dei trofei più importanti? Chi è stato cosi decisivo da mettere il proprio nome sul tabellino di ognuna di queste partite? Un solo giocatore… il mitico bomber tedesco Gerd Muller.

Gerd Muller. Perchè proprio lui?

Molto semplice.

Finale Coppa Campioni 1974. Bayern Monaco – Atletico Madrid = 4 – 0 (doppietta)

Finale Coppa Campioni 1975. Bayern Monaco – Leeds United = 2 – 0 (Muller chiude la partita all’81’)

Finale Coppa Campioni 1976. Non segna in finale, ma è capocannoniere della competizione

Intercontinentale 1976. Bayern Monaco – Cruzeiro = 2 – 0 (Muller apre le marcature all’80’)

Finale Europeo 1972. Germania Ovest – URSS = 3 – 0 (Muller doppietta)

Finale Mondiale 1974. Germania Ovest – Olanda = 2 – 1 (Muller segna il gol della vittoria)

Potremmo continuare dicendo che nei 4 campionati vinti ha segnato sempre almeno 40 gol…sarà stato decisivo?

Ha vinto anche la Coppa delle Coppe, in cui è risultato capocannoniere.

Non diciamo che ha vinto ovviamente anche un Pallone d’Oro, perché ai fini della nostra TOP11 non serve.

Gerd Muller. Conosciamolo meglio

Tecnica buona, non trascendentale, fisico poco slanciato, anzi decisamente tozzo, tendente al grasso. Quando finalmente se lo vide davanti, Zlatko Chajkovski, vecchio internazionale jugoslavo, fece una smorfia. Tutto lì, il fenomeno? Per averlo, Wilhelm Neudecker, il presidente del Bayern Monaco, aveva fatto fuoco e fiamme.

Su quel ragazzino si era accesa un vera e propria asta, protagonisti i principali club tedeschi. In quegli anni Sessanta il Bayern navigava in acque procellose, confinato nelle posizioni di rincalzo della Lega regionale, ma Neudecker aveva grandi progetti, e per questo prima si era affidato al tecnico slavo, poi si era buttato a capofitto nella caccia a quel giovane goleador, che nella natia Nordlingen aveva sbriciolato tutti i primati conosciuti a livello di tornei minori, già, perché Gerhard Müller detto Gerd aveva il gol nel sangue. Magari per lunghi tratti della partita lo perdevi di vista, ma al momento di buttarla dentro arrivava sempre primo, su compagni e avversari.

Gerd era uno dei tanti ragazzi tedeschi nati nel periodo della ricostruzione, con addosso la voglia di riscattare, con il successo nella vita, i cumuli di rovine e di macerie in cui si erano specchiati negli anni dell’infanzia. E il successo Gerd lo inseguiva a suon di gol, tanti, raramente belli o memorabili, ma puntuali e rabbiosi, come una sfida al destino. «Troppo grasso per trovar spazio nell’area di rigore», lo liquidò il vecchio Zlatko. Poi, però, alla tredicesima giornata si ritrovò senza punte e così, più per necessità che per convinzione, lo fece debuttare a Friburgo. Gerd segnò due gol, tanto per gradire, e “Tschik”, come lo chiamavano in Germania, rivide subito il giudizio. In area quello era una furia, altro che storie.

L’anno successivo, 1964-65, i 35 gol di Müller trascinarono il Bayern nella massima divisione, un Bayern che andava completando pezzo dopo pezzo un vero squadrone. Gerd ripristinava la figura del centravanti classico, in un periodo di grandi evoluzioni, che preannunciavano l’avvento di un calciatore polivalente, fuori dagli stereotipi di un tempo. In questo senso, Müller era quasi un retaggio del passato. Ma al momento del dunque, gettava sul piatto un numero così impressionante di gol da mettere in secondo piano tutte le altre considerazioni.

Del gol era un cacciatore rapace e instancabile, un maestro negli agguati ai difensori, che lo vedevano nascondersi nelle pieghe della partita, per poi materializzarsi improvvisamente, e irrimediabilmente, nel momento della verità. Mancando di numeri d’alta scuola, di prodezze indimenticabili, Gerd faticava a entrare nella fantasia popolare. Più che un artista, come il suo compagno e capitano Beckenbauer, era un paziente assemblatore di gol, che confezionava senza pause, in quantità industriale.

(da storiedelcalcio.altervista.org)

Gerd Muller. Un video per capire meglio chi è

Gerd Muller. Il suo “segreto”

“Per quale motivo mi considerano il giocatore più prolifico della storia? Presumo perché ho vinto tanto e ho sempre segnato in tutte le finali che ho giocato. Diciamo che ogni volta che abbiamo festeggiato un titolo ho avuto la fortuna di sentirmi sempre un protagonista della vittoria… d’altronde per un attaccante aver segnato un gol in finale fa sentire veramente decisivo e fattore determinante della vittoria…

Con questo non sto dicendo che se non segni non sei stato un giocatore importante nella partita, basti pensare che ho giocato quasi 400 partite con Beckenbauer…e lui non segnava molto, ma dire che non era decisivo in campo è una bestemmia assoluta… però per me il gol era tutto, lo cercavo con tutto me stesso e non mi accontentavo mai. In allenamento provavo sempre i tiri o i colpi che avevo sbagliato in partita. E cercavo sempre di prevedere dove andava la palla. E se quella volta la palla non arrivava proprio li non era un problema. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata proprio dove ero io. E a quel punto era sempre gol…. Mi dicevano che facevo sempre gol facili, ma di gol facili non ce n’è…

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Vivete per il gol, ma non fatevene una ossessione, se ci riuscite… (ride…ndr). Ma siate felicissimi quando segnate ed esultate sempre tanto. Fate vedere che vivete per quello. Ovviamente senza mai offendere gli avversari con la vostra esultanza. E quando potere segnare tanti gol non accontentatevi. Arriveranno partite dove non segnerete, ma mai dovete perdere l’abitudine a mettere la palla alle spalle del portiere. E’ la cosa più bella del mondo”

(Gerd Muller)

La nostra TOP11. A che punto siamo?

 

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 Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

La matematica non è un opinione

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.