Passo e seguo

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Ieri sera, dopo l’allenamento (verso le 22, perché la birretta dopo la fatica ci vuole sempre), mi sono fermato a guardare l’Italia di pallavolo maschile, clamorosamente stoppata dalla Finlandia agli Europei. Una sconfitta pesante, soprattutto perché arrivata dopo un inizio in cui i nostri sembravano dominare

Il CT Ferdinando De Giorgi a fine gara ha usato parole lucidissime: la delusione è enorme, ma se vuoi lottare sempre per il gradino più alto del podio, devi nutrirti anche di queste cadute improvvise. Fare un reset, analizzare cosa non ha funzionato nella continuità e ripartire. Il talento c’è, la mentalità pure, il gruppo saprà rifarsi. Bisogna solo lavorare

Bisogna solo lavorare, è vero

Che si tratti di un palcoscenico internazionale o di una domenica amara sui campi di periferia, dove magari ti trovi sopra di due goal e poi finisci per perdere la partita per 3 a 2, l’amaro in bocca non cambia

Dopo c’è quel silenzio pesante nello spogliatoio, la frustrazione, la sensazione che qualcosa si sia inceppato nei dettagli. Dopo però è tardi

Per fortuna nello sport la sconfitta non è mai un verdetto definitivo: è un test di realtà. E la risposta non sta nei processi o nei musi lunghi, ma in un unico, inderogabile verbo: lavorare

L’esercizio del “passo e seguo”

Da giocatore non l’ho mai potuto soffrire. Lo trovavo palloso, ripetitivo, non ne capivo la necessità. Da mister il mio giudizio non è cambiato radicalmente, ma ho capito una cosa: per rialzarsi, a volte bisogna fare un passo indietro e tornare ai fondamentali. A quegli esercizi apparentemente noiosi che sembrano solo una perdita di tempo, ma che racchiudono l’intera essenza dello sport di squadra

L’obiettivo è far girare la palla e questa deve viaggiare forte, tesa, precisa. Chi riceve deve farsi trovare pronto, con i piedi mobili, ammortizzando l’impatto e sincronizzando i tempi. Se un compagno sbaglia la misura, se la palla rallenta o se chi riceve è distratto, l’intera catena crolla. Non c’è spazio per le individualità o per le superficialità

Il “passo e seguo” ci insegna che l’alta intensità non si inventa e che la precisione nasce solo dalla cura maniacale del dettaglio e dal sincronismo collettivo. Quando si perde una partita, che sia per un calo di tensione o per un errore di troppo nei momenti chiave significa che quel “passo e seguo” ideale si è inceppato. La squadra si è allungata, la palla ha girato male e i punti di riferimento sono svaniti

Lavorare nel modo giusto

Dopo una sconfitta di questo tipo (che sostanzialmente ti sei creato tu) la reazione impulsiva porta spesso a correre di più, a urlare, a cercare colpevoli, a fare più allenamenti. Sbagliato

Lavorare non significa semplicemente faticare a testa bassa; significa farlo nel modo giusto

Ecco perché ieri sera guardavo le facce dei miei ragazzi un pò infastiditi mentre li costringevo a fare serie di squat ripetuti…

…non per una punizione fine a se stessa, ma perché durante la partitella non avevano applicato un grammo di quanto fatto nel “passo e seguo” appena prima: niente riferimenti, zero occupazione dello spazio, nessuna ricerca del terzo uomo (palla avanti, palla indietro)

Non gli ho spiegato nulla ma subito dopo le serie di squat qualcuno si è arrabbiato perché non si riusciva a costruire l’azione ed ha proposto alternative…

Il mister c’è per una ragione, non per comandarti come un joystick, né per tenerti sulle spine urlandoti addosso novanta minuti. Il mister serve a farti ragionare, a riprendere il filo della partita durante la settimana. Per trovare la chiave per pretendere qualità, precisione nei passaggi e concentrazione dal primo all’ultimo minuto

Ci deve essere però un momento iniziale in cui tutti, guardandosi in faccia, possono sfogarsi, confrontarsi, accettare il fallimento della domenica e trasformarlo in carburante puro per correggere i difetti. E’ il primo giorno di allenamento dopo la partita, 15 – 20 minuti in cui la rabbia, la delusione, la mediazione, la sincerità, il rinforzo, devono saltare fuori…quasi come un urlo liberatorio. Finché non si è liberi di farlo, non si è un gruppo

Credere nel gruppo, non negli amici

E qui si arriva al nodo cruciale, quello che fa la differenza in una squadra vera. Nei momenti di crisi si sente spesso parlare di “amicizia”. Ma la verità è che per uscire da un momento buio non servono gli amici, serve il gruppo

L’amico tende a giustificarti, a smussare gli angoli per non scontentarti. Il gruppo, invece, ti chiede responsabilità. Ti costringe a guardarti allo specchio, a correre anche per il compagno in difficoltà, a pretendere il massimo da te stesso perché sai che lui sta facendo esattamente lo stesso per te. Ti chiede quel QUALCOSA IN PIÙ che fa la differenza.

La forza di una squadra non sta nel volersi tutti bene o nel trovarsi a bere gin tonic il venerdì sera, ma nel condividere un obiettivo comune. Nell’avere una fiducia nel sistema di gioco e nei compagni di reparto, sapendo che ognuno è un anello fondamentale di una catena

La medicina è li, sotto i nostri tacchetti. Lavorare sodo, forza, precisione, dare punti di riferimento, restare uniti. Come una vera squadra

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