Molto è nella testa

Share:

Spesso, noi mister, diciamo che una prestazione opaca o una sconfitta è venuta per “mancanza di carattere” o “assenza di concentrazione”, ma la verità è che questi aspetti sono competenze tecniche e che come tali vanno allenate, monitorate e migliorate con la stessa attenzione riservata ad uno schema su calcio piazzato

Il cosiddetto “carattere vincente” non è un dono innato ma il risultato di una adeguata gestione di specifiche abilità psicologiche. Per un allenatore, la sfida non è più solo trasmettere concetti di gioco o correggere la postura del corpo., ma comprendere profondamente il vissuto emotivo dei nostri giocatori e mettere in relazione le loro risorse interiori con le esigenze della varie gare

Dalle abilità al comportamento collettivo

Il calcio è un gioco di equilibri fragili. Viene chiesto di avere la lucidità mentale per leggere il gioco e un momento dopo l’energia esplosiva per fare un contrasto. Il calciatore deve essere in grado di mantenere questo equilibrio ma quando,  per la tensione o per la stanchezza non riesce più a sostenerlo il suo gesto diventa frenetico, impreciso e inefficace.
Il compito del tecnico è creare contesti in cui questa tensione sia ottimale: né blocco, né frenesia ma tempi giusti

O ancora la capacità di tollerare la fatica e il dolore. Spesso è indicativa per valutare un atleta mediocre da un vincente. Sto sottolineando la capacità mentale di restare lucidi anche quando l’ossigeno scarseggia e la soglia del dolore si alza.
Questa “resilienza atletica” è figlia diretta della motivazione: quando il desiderio di competere e la fame di superare l’avversario sono chiari, il corpo risponde in modo diverso allo sforzo estremo, superando i propri limiti

La psicologia nelle zone del campo

Se poi guardiamo alla squadra come a un organismo, la psicologia deve essere declinata reparto per reparto, perché diverse sono le richieste mentali in base alla posizione occupata

Nel reparto arretrato, l’aggressività deve essere controllata e finalizzata alla costruzione. Il portiere e il difensore devono possedere una stabilità emotiva incrollabile; non possono permettersi cali di concentrazione perché un singolo errore è spesso fatale. Qui, l’intelligenza sportiva si traduce nella capacità di leggere le diagonali e di comunicare costantemente con i compagni, mantenendo alto il livello di attenzione anche quando la palla è lontana

Il centrocampo è il cuore pulsante e il termometro della squadra. È la zona dove avviene la trasformazione: da uno stato d’animo distruttivo verso l’avversario (recupero palla, contrasto) ad uno costruttivo (visione di gioco, intuizione). Un centrocampista che perde il controllo emozionale cade nel tranello dell’aggressività fine a se stessa, perdendo di vista la porta e la profondità.
Quindi bisogna lavorare sulla “aggressività positiva“, agendo soprattutto in allenamento sulla velocità di pensiero, nel tiro da fuori e nella capacità di far girare la manovra con precisione chirurgica, senza farsi sopraffare dalla frenesia

Nel reparto offensivo, invece, è necessario che l‘aggressività si trasformi in una giusta miscela di egoismo costruttivo e visione d’insieme. L’attaccante deve essere egoista sotto porta, capace di isolarsi dalla pressione esterna, ma deve anche saper leggere i momenti in cui il pressing è più utile del tiro. È qui che l’autostima gioca un ruolo fondamentale: la fiducia nel proprio gesto tecnico è ciò che trasforma un’occasione difficile in un goal decisivo

Il ruolo dell’allenatore (e di tutta la società)

Il nostro lavoro, prima di ogni altra cosa, è guardare. Osservare. Dobbiamo imparare a “sentire” quando un giocatore ha bisogno di uno stimolo pungente e quando invece ha solo bisogno di protezione. Il confronto con gli altri dirigenti diventa fondamentale per mantenere sempre la mente aperta

Sappiamo bene come funzionano le dinamiche in società: spesso i ragazzi, per timore o insicurezza, preferiscono “girare al largo” prima di arrivare al mister. Le emozioni e le lamentele spesso arrivano a noi mister per vie traverse, passando dal secondo, dal dirigente o dal magazziniere

E’ per questo che dobbiamo fare squadra anche in società e abituarci ad “allenare” anche l’aspetto psicologico e non lasciarlo al caso

Il campo rimane la nostra casa, ma oggi dobbiamo aprirci ad altro. Le interazioni spontanee nei gruppi di comunicazione interna ci dicono tantissimo: a volte, il modo in cui un ragazzo si espone su WhatsApp o su instagram racconta la persona più di mille discorsi. Per chi come me si avvicina ai 60 anni, il rito dello spogliatoio, della cena, del “vivere insieme” sul campo resta sacro

Ma le nuove generazioni non hanno vissuto le nostre piazze, la nostra vita in comune; quindi, sforzarsi di capire il loro linguaggio e il loro modo di esporsi non è un cedimento ma è un dovere professionale

Oltretutto, bisogna costruire fiducia. La ricettività è un’abilità che va sollecitata: il giocatore deve essere in grado di ascoltare e assimilare, ma accadrà solo se esiste un clima di fiducia reciproca e un’identità di gruppo che sia solida come la roccia

Non possiamo più permetterci di considerare la preparazione psicologica come qualcosa di “aggiunto” o di casuale

Allenare significa formare un gruppo dotato di un’aggressività vincente, dove la solidarietà e la cooperazione non sono slogan stampati su una maglia, ma la prassi di ogni maledetto allenamento. Solo quando avremo armonizzato le abilità psicologiche individuali con gli obiettivi collettivi potremo dire di avere non solo venti giocatori, ma una vera squadra capace di affrontare qualsiasi sfida

Perché, in ultima analisi, il gioco si vince con i piedi, ma si prepara, si gestisce e si chiude con la testa

Questi argomenti sono in continua evoluzione e sviluppo.

Pubblichiamo articoli di approfondimento dal lunedì al venerdì di ogni settimana dell’anno. Se ti è piaciuto questo articolo e non vuoi perderti i prossimi articoli iscriviti al sito o seguici su facebook o instagram

Share:

Leave a reply