Ansia: mister ma come si fa a gestirla in partita?

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Un piccolo resoconto su uno dei motivi (forse quello più importante) che mi spinge tutte le sere ad essere su un campo da calcio con ragazzi e adulti di tutte le età senza ovviamente la pretesa di dare soluzioni definitive ed esaustive ma solo per condividere un pezzo di vita assieme.

In allenamento è sempre un leone, con mille tocchi, dribbling, tiri al sette e poi in partita, come si dice a Napoli quando il caffè non è perfetto diventa “una ciofeca”. Colpa dell’ansia gli dicono in tanti.

Da piccolo era uno di quelli che cercava sempre lo sguardo di suo padre quando faceva le cose fatte bene. Da più grande ha sempre alternato insicurezze personali con guai fisici per giustificare stati di forma non ottimali.

Così ieri, il primo giorno di allenamento dopo la partita, in attesa che arrivino tutti gli altri, arriva in anticipo e si mette a palleggiare sul campo mentre io sto preparando la seduta di allenamento.  E’ irrequieto, si vede che vorrebbe parlarmi ma è indeciso anche se viene sempre più vicino.

Nella scorsa partita non ha fatto la sua miglior prestazione, anzi, a tratti è stato abbastanza ininfluente nonostante gli abbia dato fiducia facendolo partire titolare.

“Mister, ti posso parlare?”

Cerca conferme. E cosciente della prestazione che ha fatto. Parliamo un po’.

E’ una di quelle persone a cui non puoi non volergli bene per mille ragioni.

Alla domanda esplicita di come si fa a non avere l’ansia in partita, gli rispondo prima in modo tecnico facendolo ragionare sui successi rispetto agli obiettivi personali raggiunti finora e poi indicandogli situazioni di lavoro normali. Essere preparati fisicamente, continuare ad allenarsi sulla tecnica individuale e soprattutto fare le cose semplici mettendosi al servizio della squadra.

Un passo alla volta, insomma.

Poi mi faccio prendere ed entro nel contesto di relazione che ho con questo ragazzo che mi permette di dirgli che se ognuno di noi vuole cambiare le cose non si  può continuare a fare sempre le stesse cose di sempre. Cosa hai da perdere?

Io sono un ottimista e credo fermamente che l’unico limite che possiamo avere rispetto a quanto in alto possiamo andare è solo quanto crediamo di poter salire.

Invece nonostante il ragazzo sia talentuoso non crede di poter fare la differenza in campo. Si autocondiziona  a non farlo. Il suo schema mentale soffoca le sua potenzialità.

Tanti ragazzi delle ultime generazioni sono così.

Si interrogano spesso su cosa pensano di poter fare e si creano obiettivi (e quindi aspettative) anticipando il risultato del percorso obbligatorio che ognuno nella vita è chiamato a fare.

Si vedono capaci di fare cose da fenomeno ma non si danno il tempo e le modalità per realizzarlo bruciando così tappe importanti e giudicandosi poi non idonei con perdita di autostima immediata o reazioni non adeguate al contesto.

Tutto e subito.

Non funziona così.

“Il grande errore consiste nel voler anticipare il risultato dell’impegno; non dovreste preoccuparvi di come finirà, lasciate solo che la natura faccia il suo corso, ed i vostri strumenti colpiranno al momento giusto.” (Bruce Lee)

C’è bisogno di un percorso spesso anche faticoso dove raccogliere, di volta in volta rispetto alla qualità delle azioni che compiamo, quelle sicurezze che accresceranno il nostro potenziale personale.

Ovviamente non è sufficiente pensare di essere in grado di fare una cosa per portarla a termine con successo, ma è comunque una condizione necessaria.

Ognuno di noi, nel corso della vita, ha costruito una immagine di quello che è, e una immagine di quello che vorrebbe essere. Quindi tutte le esperienze di vita contribuiscono alla creazione ed al consolidamento del sistema di convinzioni che ci permette di giudicare cosa è giusto, sbagliato ma soprattutto… fattibile.

La valutazione che diamo al nostro valore personale è determinante. Pensare di valere poco ci esporrà a tutta una serie di sensazioni e comportamenti limitanti come la paura di fallire, la paura del giudizio e la ricerca di approvazione.

Se voglio cambiare lo stato delle cose devo innanzitutto assumermi in prima persona la responsabilità della mia vita.  Evitare di giudicare le situazioni dando colpe presunte ad altri o al contesto per intenderci.

Importante anche accettarsi per quello che si è, imparando a distinguere le cose di te che possono e devono essere cambiate e accettando con serenità quelle che non puoi cambiare (se fossi stato alto 1, 85 forse…).

Lavorare poi PER e CON la squadra può solo aiutare questo percorso perché se vissuto nel modo giusto l’entrare in sintonia con gli altri, significa immedesimarsi nei punti di vista delle altre persone evitando il giudizio ma utilizzando le regole altrui per interpretare i vari comportamenti. Così facendo possiamo capire molto velocemente che le nostre paure non sono solo nostre ma appartengono a tutti.

Dandoci i giusti tempi e lavorando insieme ad altre persone con la giusta supervisione allora possiamo arrivare ad affrontare ogni prova come una sfida da vincere, piuttosto che come un pericolo da evitare. Possiamo allora imparare dai nostri errori e stratificare le conoscenze che man mano acquisiamo per migliorare le nostre performance.

Quindi per rispondere alla domanda “Mister ma come si fa a non avere l’ansia in partita?” chiediti perché fai quello che stai facendo, falla con passione e poi chiediti qual è la più piccola azione che potresti fare a partire da adesso per raggiungere i tuoi obiettivi. Ed inizia il percorso senza porti limiti.

“Cercate ardentemente di scoprire cosa siete chiamati a fare, e poi mettetevi a farlo appassionatamente. Siate comunque sempre il meglio di qualsiasi cosa siate.”
(Martin Luther King)

Questi argomenti sono in continua evoluzione e sviluppo.

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