Davide Sartori: un mister per curiosità e un educatore dove il lato umano non è un dettaglio

Quando, insieme ad alcuni amici, ho fondato questo blog con l’obiettivo di accompagnare i mister delle società,  nella formazione che stavamo svolgendo in aula e sul campo, mi sono accorto da subito che era uno strumento dove oltre al confronto sul gioco del calcio, mi permetteva di conoscere cose nuove e di approfondire la conoscenza con le persone.

Allenatori famosi, preparatori atletici, ex calciatori ma anche e soprattutto tante persone (come le interviste pubblicate questa settimana ma non solo) con cui poi è iniziato un percorso di amicizia che con la loro esperienza mi hanno aperto un nuovo mondo pieno di curiosità ed aneddoti, permettendo a me e a chi ci segue  di entrare nella serietà dell’impegno nell’essere allenatore ma allo stesso tempo nel lato umano semplice e sincero di chi porta avanti i valori in cui crede.

Davide Sartori è uno di questi mister che ha messo alla base della sua vita famiglia, lavoro e l’immancabile calcio.  

Classe 1977, allena la USD Turris 1930 di Piacenza categoria esordienti primo anno (2009).

La carriera da allenatore iniziò per caso nel 2014 quando un amico gli chiese di dargli una mano ad allenare la scuola calcio della parrocchia.

All’età di 37 anni, dopo aver girovagato tanti anni in diverse squadre di PC e provincia tra 2^ e 3^ categoria ed aver appeso le scarpe al chiodo a livello agonistico, accettò più che altro per fare opera buona e non perché si vedesse nei panni del mister.

Un primo approccio con il mondo del calcio vissuto dal punto di vista del mister che però non ebbe un seguito immediato perché la voglia di giocare (e gli altri vari impegni) gli fecero gettare la spugna non continuando l’avventura.

Troppo presto probabilmente. Si vedeva ancora giocatore.

Dopo aver smesso con la categoria infatti continuò a giocare a livello amatoriale (ancora oggi) seguendo quella che è una passione, quella del calcio, che lo ha accompagnato tutta la vita

A distanza di qualche anno, però, nel 2017 un vecchio mister (allora responsabile del settore giovanile della Libertaspes) in cui allora militava suo figlio, gli chiese di allenare proprio la squadra primi calci del suo bambino.

Di fronte alla proposta inaspettata ci fu un po’ di titubanza ma la curiosità prese il sopravvento.

Cosa ti ha fatto scattare la molla e decidere di ricominciare ad allenare?

Mi incuriosì la riflessione che feci.

Ovvero di come la vita sembrava più o meno casualmente presentarmi occasioni per fare l’allenatore di calcio.

Ci ragionai su e nonostante il poco tempo a disposizione (non ho un lavoro che è molto compatibile con gli orari d’allenamento del settore giovanile), accettai un po’ per la curiosità ma più che altro per aiutare mio figlio che in quel periodo era molto timido ed aveva difficoltà di relazione.

Da qui è partita la nuova avventura. Restai due anni alla Libertaspes, accompagnando i ragazzi sino al primo anno pulcini per poi passare l’anno scorso alla Turris (mia società del cuore nella quale ho militato dai giovanissimi sino in prima squadra), ad allenare i pulcini secondo anno.

Il resto è attualità.

Da giocatore, se dovessi scegliere un ruolo nella squadra da te allenata, in quale sceglieresti di giocare?

Sicuramente da attaccante. Io sin da quando ho iniziato a giocare a pallone sono sempre stato un attaccante e penso che nella mia essenza lo resterò sempre. La gioia del gol per me non ha eguali nel calcio e, più in generale, è una delle emozioni positive che mi ha fatto star meglio nella vita.

Come imposti il tuo programma di allenamento settimanale?

Solitamente cerco di osservare nel gioco le carenze della mia squadra e programmare di volta in volta gli allenamenti al fine di colmare le lacune osservate.

Sarò sincero, sino ad ora non ho mai ragionato per obiettivi a medio-lungo termine ed il mio metodo d’insegnamento era più induttivo che deduttivo, più analitico che situazionale.

Mi sono rifatto un po’ alla mia esperienza da calciatore anche perché i feed-back ricevuti dai colleghi e dalle società nelle quali ho allenato sino ad ora erano sostanzialmente positivi e si conformavano al metodo che stavo utilizzando.

Questo corso mi ha invece aperto un mondo.

Qual è stata la partita che più ti ha regalato soddisfazioni nella tua carriera?

Torneo Libertas anno 2018, categoria primi calci, due gironi da 4 squadre: le prime due di ogni girone si sarebbero giocate la finale.

Eravamo sulla carta la cenerentola del girone: io convocavo sempre tutti e dodici i bambini che avevo contro avversari che si presentavano con i sei-sette giocatori migliori. Arrivammo all’ultima partita del girone a giocarci il primo posto contro la Val Luretta Calcio.

Per arrivare primi avremmo dovuto necessariamente vincere: ci riuscimmo! 4-3 fu il risultato finale.

Purtroppo, perdemmo la finale contro una squadra di bambini selezionati; il mio grosso rammarico fu quello di non aver potuto guidare sino alla fine i miei bambini perché dovetti andare in trasferta per lavoro. Motivo principale del rammarico? Sicuramente non la delusione per aver perso, ma perché i ragazzi si meritavano, per quello che tutti insieme avevamo fatto, che il loro mister fosse sino alla fine con loro. Non importava vincere o perdere, importava stare lì tutti insieme a lottare.

Ricordo, tra l’altro, che feci per loro un video motivazionale che mandai qualche giorno prima della finale.

Che cosa porti del corso nel tuo essere allenatore?

Il corso Uefa C per giovani calciatori ha da una parte rafforzato alcune mie convinzioni soprattutto su quello che deve essere il ruolo dell’allenatore nel settore giovanile, in particolare l’essere prima di tutto educatore di futuri uomini e donne.

Dopodiché come già detto, ha accresciuto le mie conoscenze sul gioco e mi ha sicuramente aiutato a cambiare la mia metodologia settimanale.

Davide hai qualche aneddoto particolare da raccontarci?

Ce ne sarebbero molti, te ne racconto uno su un tema molto sensibile oggi, ovvero il razzismo.

Due anni fa stavamo facendo un torneo in giornata a Cadeo mi sembra, era ora di pranzo e vidi uno dei miei migliori giocatori discutere con un avversario di colore che alla fine si mise a piangere. C’era anche il resto della squadra lì attorno. Chiesi spiegazioni e mi dissero che il mio giocatore di 9 anni rivolse insulti razzisti al coetaneo.

Io radunai la mia squadra e chiesi a caso ad un compagno di colore del bambino reo dell’insulto come si fosse sentito in quel momento e se avesse anche lui ricevuto insulti per il colore della sua pelle.

Lui scoppiò a piangere e ci disse di sì, raccontandoci la sua storia: fu un momento molto toccante per tutti.

Io non aggiunsi altro (non ce n’era bisogno) e dissi al ragazzo di andarsi a cambiare perché non avrebbe più giocato quel giorno.

Lui capì subito, credo che non ci fosse nemmeno bisogno della punizione ma dovevo dare un segnale a tutta la squadra e quel segnale era fortissimo perché escludevo uno dei migliori giocatori (forse il migliore in assoluto).

A fine giornata andai a parlare con il papà del bambino e capii da dove veniva l’atteggiamento razzista del figlio…

Noi mister di calcio possiamo contribuire (se siamo particolarmente fortunati) a creare un campione, ma soprattutto abbiamo per le mani i futuri uomini e donne a cui noi durante le giovanili, possiamo dare un contributo fondamentale nella crescita umana e tecnica.

Un materiale umano da non sprecare.

Abbiamo una grande responsabilità in questo senso, unita al privilegio di poter concretamente fare qualcosa per migliorare la società in cui viviamo.

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