Gigi Simoni…ricordato da Marco Gaetani

In questa ultima settimana ho letto diversi articoli riguardanti Gigi Simoni, persona che ho sempre stimato sia come uomo che come allenatore. Ho trovato in Marco Gaetani (giornalista per repubblica.it) un articolo sul sito www.ultimouomo.com (riportato integralmente qui sotto) che ritrae molto bene e con molti aneddoti la storia e i tratti essenziali della persona sottolineando l’importanza dell’aspetto umano di un allenatore che ha saputo farsi volere bene da tutti. 

Un grazie enorme a Marco Gaetani e allo staff di Ultimouomo.com.

Quando Simoni era il mago delle promozioni

La parte semi-dimenticata della carriera del tecnico.

Dallo specchio che riflette l’immagine postuma di Gigi Simoni emergono due figure. La prima è quella dell’allenatore perbene, del tecnico gentiluomo: la definizione che ha dato di lui Massimo Moratti, l’uomo che più di tutti ha deciso di scommettere ad alto livello sulle sue capacità e, allo stesso tempo, colui che l’ha fatto scendere dalla giostra in un momento nel quale l’Inter non sembrava poi così allo sbando, almeno non quanto sarebbe apparsa dopo il suo esonero. 

La seconda, legata in maniera indissolubile al suo periodo nerazzurro, lo vede perdere le staffe in maniera decisa ma non per questo sgarbata in occasione di uno Juventus-Inter rimasto nella storia del calcio italiano, senza dubbio il giorno più delicato della carriera di un tecnico che, effettivamente, aveva trascorso un’intera carriera senza scomporsi. 

Eppure, con il passare del tempo, la nostra memoria si è legata a quell’unico ricordo. Abbiamo accettato che i media cercassero Simoni soltanto a gettone, come una cordicella da tirare per ascoltare il solito ricordo di quel giorno, di Iuliano contro Ronaldo, dell’arbitro Ceccarini, di uno scudetto volato via fra le polemiche. Il ricordo della persona perbene è rimasto, ma con il passare degli anni si è persa la misura dell’importanza del Simoni allenatore: il re della provincia, il mago delle promozioni capace, grazie alla gavetta, di issarsi fino alla possibilità di allenare, con grandi risultati, il giocatore più forte del mondo. 

È bello, e significativo, leggere le parole che Ronaldo ha voluto affidare ai social per ricordare il mister, immortalato in uno scatto con la bacchetta da direttore d’orchestra. C’è un passaggio così denso di sentimento da farci capire davvero che persona e che allenatore quello che l’Italia del calcio sta piangendo: «Un uomo saggio e buono, che non ti ordinava di fare le cose, ma ti spiegava perché quelle cose erano importanti».

All’Inter Simoni si è dimostrato un eccellente gestore di talenti, e di quell’esperienza, come di quella al Napoli, si sa tutto. Proviamo a raccontare invece quello che aveva fatto prima e ciò che dopo non gli è più riuscito fino in fondo, perché quando si arriva a sfiorare il cielo con un dito diventa complicato per tutti riabituarsi a essere terreni.

L’amore per il calcio

Il colpo di fulmine tra Simoni e il calcio ha una data ben precisa: 2 novembre 1947. Con la mano stretta in quella del papà, mette il naso all’interno del Comunale di Bologna. Il babbo è tifoso rossoblù, ma l’occasione è di quelle da non perdere: c’è il Grande Torino. La fede calcistica non è qualcosa con cui si possa negoziare: i granata perdono ma Simoni ha occhi solo per la squadra di Mazzola e Bacigalupo. È uno di quegli amori ciechi e incondizionati che soltanto un bambino può avere e allora Gigi chiede, ogni volta che può, di andare a vedere i suoi idoli. Ma il Mito, lo sappiamo, si infrange sulla collina di Superga il 4 maggio 1949, la notizia arriva mentre Gigi è in chiesa: il parroco arriva a interrompere la funzione per dare l’incredibile annuncio, il piccolo Simoni ha gli occhi gonfi di lacrime e corre a casa ad ascoltare la radio. In famiglia è il cocco di papà: è nato, quarto e ultimo figlio, dopo tre femmine, con il babbo Leonardo, a tempo perso presidente della Crevalcorese, che corre in chiesa a chiedere di suonare le campane per celebrare il lieto evento. 

Con il pallone, almeno all’inizio, non è proprio un amore corrisposto: Gigi gioca senza troppe pretese fino all’incontro con un “talent scout”, tale Mabelli, che lo nota con la maglia del modesto club locale chiamato Arsenal. Gli organizza un provino con il Torino quando ha 15 anni: va bene, non benissimo. Meglio tornare a casa, a coltivare una passione che ai giorni d’oggi, specialmente per un ragazzo, ci suona totalmente fuori dal tempo: addestrare piccioni viaggiatori. «L’ho fatto per molti anni, utilizzando il granaio, e ne ho ricavato grandi soddisfazioni: alcuni hanno fatto centinaia di chilometri per poi ritrovare la strada di casa. Mi piaceva fantasticare sui luoghi dove erano volati», racconta in un passaggio di Simoni si nasce: tre vite per il calcio, biografia scritta con Luca Carmignani, Luca Tronchetti e Rudi Ghedini, dalla quale sono tratti molti dei virgolettati usati in questo racconto. I provini successivi sono con Bologna e Fiorentina: l’ultimo è quello buono. 

Il sedicenne Gigi viene gettato in pasto ai leoni, in una partitella in famiglia riserve-prima squadra. Fulvio Bernardini se ne innamora e Simoni rimane a Firenze per apprendere il mestiere nel settore giovanile. È un’ala, un numero 7, e cercare anche solo di diventare titolare in viola è un’impresa: in prima squadra ammira prima il brasiliano Julinho e poi lo svedese Hamrin. Il debutto in Coppa Italia, a 19 anni, contro la Carbosarda, senza mai riuscire a mettere piede in campo in Serie A. Quindi Mantova, in Serie B, agli ordini di Edmondo Fabbri: due anni con una buona continuità, poi un anno in prestito ancora in B a Napoli, vincendo addirittura la Coppa Italia. C’è chi lo chiama “il Sivori dei poveri”, si trova bene ma è un amore a tempo, in parte motivato dall’avventura militare a Roma condivisa con Burgnich, Albertosi, Campana e Trapattoni. 

Torna a Mantova, dove ritrova il più grande amico riservatogli dal mondo del calcio: Sergio Pini, con cui condivide tutto. Otto anni insieme, tra il viola e il biancorosso, e un episodio incredibile. Quando si separano, Gigi al Torino e Sergio al Vicenza, quest’ultimo ha un gravissimo infortunio, così grave da fargli concludere la carriera. A procurarglielo, involontariamente, è proprio Simoni, che non si dà pace, anche se a fare fallo era stato Pini: «Gigi scattò sulla destra, per fermarlo da dietro gli agganciai la gamba con la mia che rimase sotto la sua e si piegò. Ripresi a fine stagione ma l’arto si gonfiava, nel 1968 fui costretto a smettere». Simoni chiama l’amico mentre è ricoverato all’ospedale di Vicenza con la gamba in trazione, chiede informazioni, si fa rincuorare. 

Non si incontreranno più su un campo da gioco per sette anni: Gigi, dopo tre ottime stagioni al Torino, schierato sulla fascia opposta rispetto a quella di un altro Gigi, Meroni, viene acquistato addirittura dalla Juventus, ma la pubalgia lo frena nell’anno della potenziale consacrazione ad altissimi livelli. Pini cerca di fare carriera come allenatore, partendo dai dilettanti, mentre la carriera di Simoni imbocca il viale del tramonto fino a ritirarsi a 35 anni. 

All’inizio della stagione 1974-75 è il vice di Vincenzi al Genoa, la sua ultima squadra da calciatore. Quando il tecnico viene esonerato, tocca a Gigi subentrare. E la prima persona a cui pensa è Pini, l’amico di una vita: «Mi dette appuntamento sulle colline sopra Firenze per chiedermi se me la sentivo di lavorare con lui, di fargli da secondo. Non ebbi esitazioni. Nel calcio, come nella vita, l’amicizia è merce rara. Dura un attimo. Oggi giochiamo con la stessa maglia, domani siamo avversari. Si tende a dimenticare, spesso prevale l’egoismo. Io ho avuto fortuna, ho trovato Gigi Simoni». 

Dal campo alla panchina

Simoni, alla sua prima esperienza da allenatore, raccoglie l’eredità di una squadra teoricamente destinata alla pronta risalita in Serie A eppure lontana dalla zona promozione. Il direttore sportivo, “Sandokan” Silvestri, stravede per lui. Gigi, trentaseienne, sale in sella nell’ultima giornata del girone d’andata: 1-1 con l’Avellino. La squadra non riesce a centrare la rimonta per tornare in A ma Simoni viene confermato alla guida del club più antico d’Italia. Il tecnico si lega mani e piedi al senso del gol del giovane Roberto Pruzzo, con il quale aveva giocato nell’ultimo anno da calciatore, e accoglie a braccia aperte un altro talento rampante del calcio italiano: Bruno Conti, che chiude il tridente con Fabio Bonci. 

A fine stagione realizzano 36 dei 57 gol totali della squadra: il Genoa domina il campionato pur rischiando il clamoroso crollo nel finale e Simoni mette in bacheca la prima promozione della sua carriera da allenatore. Lo fa con la spensieratezza di un tecnico giovane ma con qualche guizzo da bucaniere navigato: per assecondare Conti e Pruzzo, entrambi militari di stanza a Roma, ogni sabato accetta di buon grado di guidare fino alla Città eterna, raccogliendoli alla Cecchignola per poi portarli in ritiro con la squadra. Simoni cerca di riportare in campo gli insegnamenti di Edmondo Fabbri, l’uomo che lo aveva portato a Mantova e che gli aveva fatto sfiorare l’esordio in Nazionale. In Ungheria, durante un’amichevole nel giugno del 1965, il c.t. aveva preferito lanciare un giovanissimo Gigi Riva al posto dell’infortunato Pascutti. Il non ancora “Rombo di tuono”, però, non aveva neanche la maglia: fu proprio Simoni a fornirgli la sua numero 22, cogliendo di sorpresa Niccolò Carosio che, in radiocronaca, vedendo entrare il 22 scambiò per tutta la gara Riva con Simoni. 

Simoni si affaccia nella massima serie giovanissimo: è uno degli esponenti principali della “nouvelle vague” della panchina italiana insieme a Ilario Castagner e Giovanni Trapattoni. Non ci sono molti soldi in tasca e le grandi squadre hanno tutte Pruzzo nel mirino. Il patron Renzo Fossati vende un’opzione di acquisto alla Juventus, ottenendo in cambio non soldi ma un calciatore, Oscar Damiani, che nello scacchiere di Simoni rimpiazza Conti. 

La squadra viene smantellata e arrivano tanti giocatori dalla Serie B. Tra questi c’è anche il difensore ventiquattrenne Claudio Onofri, che diventerà un mito genoano. Tra i saluti più accorati che si sono accavallati nelle ore successive alla morte di Simoni, quello di Onofri spicca per sentimento: «Ciao papà, ti devo tutto non solo per la mia carriera ma per come mi hai fatto diventare uomo». Il Genoa stenta a inizio stagione, poi il nuovo tridente Basilico-Pruzzo-Damiani inizia a funzionare. La squadra chiude a metà classifica e si toglie lo sfizio di vincere il derby di ritorno. Nella stagione successiva, tormentata dagli infortuni, il Genoa retrocede all’ultima giornata, condannato dalla differenza reti in un arrivo a tre con Fiorentina e Foggia. 

Per Simoni è un addio amaro, anche se viene accolto dalla piazza che lo aveva rilanciato dopo la sfortunata parentesi juventina: Gigi si accasa in un Brescia che ha appena visto partire la bandiera Cagni e la stella Beccalossi. Deve scendere nuovamente in B, ma non la vive come una diminutio. Simoni non ha procuratori, fa tutto da sé, e forse per questo motivo non si concretizzano i contatti con Bologna e Fiorentina. Il Brescia gli offre un biennale, Gigi invece firma il “solito” annuale: sarà uno dei tratti distintivi della sua carriera. Chiede l’acquisto del bizzoso Gianfranco Zigoni, ex compagno di Simoni alla Juventus, appena scaricato dal Verona. 

Tra i due si crea un rapporto speciale, confermato da Zigo: «Non volevo andare a Brescia ma mi fidavo di Gigi a cui serviva una chioccia. Con Gigi fui chiaro. Gli davo una mano accettando il ruolo di quarta punta, in cambio lui e Pini mi risparmiavano di andare sempre a pranzo con la squadra all’Hotel Ambasciatori. Mi fermavo in una trattoria vicino al centro storico di Brescia e avevo un menù particolare annaffiato da un buon vino. Arrivavo all’allenamento, mi osservava la pancetta e indovinava sempre: coniglio con la polenta e tre quarti di rosso. Ancora oggi mi chiedo chi faceva la spia». Nelle testimonianze dei calciatori che hanno lavorato con Simoni, dalla Serie B fino a Ronaldo, è impressionante come si ponga l’accento sull’aspetto umano. Racconta Lele Podavini, terzino di quel Brescia: «Mi ha fatto crescere prima come persona, poi come calciatore. Con il mister mi sono arricchito soprattutto sul piano umano. L’educazione, la lealtà, la disciplina, la puntualità. Oggi trionfano il cattivo gusto, la volgarità, l’arroganza. Ma io non dimentico, vado avanti con le regole di Simoni». Ottavo posto al primo anno, terzo e promozione nel 1979-80. Il lavoro di Gigi è compiuto, ancora una volta. Ma c’è quell’addio che non è andato giù. Arriva la nuova chiamata del Genoa, in una Serie B trasformata dalle sentenze per il Totonero. 

Il mago delle promozioni

Ecco un’altra delle caratteristiche di Simoni: tornare e vincere ancora, contro quella storiella della minestra riscaldata. Ci sono tre posti per risalire, ma due sembrano prenotati da Milan e Lazio. Teoricamente, si gioca per il terzo posto. Stavolta Gigi partecipa attivamente al mercato: chiede Silvano Martina per i pali, il terzino Caneo, il mediano Corti. L’ultimo sfizio è il “Poeta del Gol,” Claudio Sala, che arriva a stagione in corso. Nel calcio di inizio anni ’80, un trentatreenne porta inevitabilmente con sé l’etichetta del bollito. Per Simoni, invece, è il tassello decisivo. Si mette al servizio di Russo e Boito, che chiudono entrambi in doppia cifra.

Nel momento clou della stagione, per riempire Marassi in vista delle sfide decisive, il patron Fossati decide di far esibire sul campo alcuni big della scena musicale italiana. Con il Genoa che si gioca la promozione, sul terreno del Ferraris si esibiscono Donatella Rettore, i Ricchi e Poveri, Adriano Pappalardo. Il Milan fa corsa a sé, la penultima giornata di campionato è quella che indirizza il torneo. Lazio, Cesena e Genoa ci entrano a 44 punti, i tifosi del “Grifone” fanno rotta su Bergamo per la sfida con l’Atalanta: i rossoblù vincono soffrendo, mentre la Lazio si ferma in casa, tradita dagli undici metri dallo specialista Chiodi. Con il Rimini, a Marassi, è una formalità.

’è da pensare il Genoa del futuro, con la possibilità di tesserare uno straniero. Simoni costruisce la sua squadra intorno alla regia illuminata del belga Vandereycken, il tecnico in estate pensa anche di abbandonare l’assetto con il libero ma poi fa marcia indietro. È un campionato con luci e ombre, caratterizzato anche dal terrificante scontro tra Giancarlo Antognoni e Silvano Martina a Firenze. La svolta della stagione è rappresentata dall’arrivo di Briaschi nel mercato di riparazione: otto gol decisivi per la salvezza. È però anche, e soprattutto, il campionato di Napoli-Genoa all’ultima giornata, con il Milan ancora in corsa per salvarsi. Per cinque minuti, in quel turbolento finale, il Grifone ha un piede in B: i rossoneri sono riemersi da un doppio svantaggio a Cesena, mettendo le mani sulla vittoria che varrebbe la salvezza, mentre il Napoli sta battendo 2-1 i rossoblù. Quello che accade al San Paolo è tuttora uno degli episodi più oscuri della storia del calcio italiano.

Il Genoa è salvo, dunque, ed è il Milan ad andare in B. Simoni resta, la Federcalcio apre al secondo straniero e arriva l’olandese Peters, tanto forte quanto tendente all’infortunio. Dal Milan retrocesso viene acquistato Antonelli, ad annata in corso sono Viola e Fiorini i rinforzi. Il Grifone si salva ancora, ma c’è un nuovo capitolo dalle tinte fosche. A sei giornate dalla fine a Marassi sbarca l’Inter. La partita sta scivolando verso la fine sul 2-2 quando Salvatore Bagni svetta a centro area e regala i due punti a nerazzurri. Esulta da solo, però. Negli spogliatoi succede di tutto, anche gli interisti sembrano infuriati con Bagni, mentre il direttore sportivo del Genoa, Giorgio Vitali, pronuncia la frase che diventerà il titolo di un libro-inchiesta firmato da Paolo Ziliani e Claudio Pea: «Non si fanno queste cose a cinque minuti dalla fine». L’indagine federale non porta a nulla, i rossoblù si salvano infilando quattro pareggi consecutivi con Sampdoria, Napoli, Pisa e Roma, nel giorno in cui i giallorossi vincono lo scudetto. Nella terza stagione in A, Simoni canna clamorosamente lo straniero: il brasiliano Eloi promette ma non mantiene, la squadra scivola mestamente in Serie B e Gigi, per la seconda volta, saluta Genova. 

Gli tocca comunque scendere in cadetteria: lo vuole l’altra retrocessa, il Pisa di Romeo Anconetani, un fuoriclasse della provincia italiana. Gli mette a disposizione una corazzata: «Quella è stata la migliore squadra di B che abbia mai allenato. Non ebbi grande merito in quella vittoria, ce l’avrebbero fatta anche senza di me. Con un tridente d’attacco formato da Berggreen, Kieft e Baldieri, capaci di realizzare trenta gol, la promozione era un passaggio obbligato. Ci saremmo salvati senza patemi anche in A». La squadra non perde per le prime sedici partite, ma il rapporto con Anconetani non è semplice: è il classico padre-padrone, per il Pisa ha un trasporto quasi morboso. Simoni, pur apprezzando gli slanci del presidente, chiude la stagione vincendo la Serie B con il miglior attacco del torneo e se ne va, direzione Lazio. Anconetani lo accusa di tradimento mentre il tecnico va nella Città eterna con l’obiettivo di centrare la quinta promozione in Serie A della sua carriera. 

Il club biancoceleste lo convince grazie alle telefonate di Felice Pulici, portiere della Lazio tricolore nel ’74 e uomo di fiducia per il mercato del presidente Giorgio Chinaglia. “Long John” incontra Simoni, lo incanta a parole: vuole riportare la Lazio non solo in A, ma in Europa. Per la prima volta, il tecnico firma un biennale. C’è un solo problema: gli investitori americani promessi da Chinaglia non arrivano. La squadra, dopo una prima fase di stagione vissuta in testa alla classifica, trascinata dai gol di Garlini, si sfalda nell’incertezza. Simoni deve organizzare in prima persona, con la segretaria del club, Gabriella Grassi, la logistica delle trasferte. È allo stesso tempo allenatore e dirigente con una proprietà inesistente. Di stipendi, neanche l’ombra. 

Gigi diventa il volto del gruppo, parla con i tifosi in prima persona, si espone raccontando nelle tv locali il dissesto di una società sull’orlo del fallimento. Più che la promozione, c’è in ballo la sopravvivenza. La squadra scivola dalle zone alte a quelle medio-basse, alla fine si salva, all’orizzonte c’è una nuova proprietà, con l’avvento di Bocchi e dei fratelli Calleri, che hanno idee diverse sulla guida tecnica. Simoni lascia lì il contratto, ma non solo. Il 15 giugno 1986 si chiude un campionato da brividi, c’è Lazio-Brescia. La Curva Nord saluta il tecnico gentiluomo con uno striscione: «Non ci hai dato la A, ma ci hai dato il cuore». 

La seduzione del ritorno

Lo richiama Anconetani: i toscani sono stati ripescati in A per il secondo scandalo calcioscommesse e la società inizia a lavorare convinta di essere alla vigilia di una stagione nella massima serie, ma l’Udinese viene riammessa con penalizzazione. Anconetani, che aveva già acquistato Schachner, deve cederlo per i regolamenti sugli stranieri. Se da un lato Simoni si ritrova ad allenare una squadra allestita per la A, dall’altro deve anche vedersela con dei calciatori frustrati per aver accettato un’offerta per un categoria diversa da quella effettiva. In sette partite il Pisa raccoglie la miseria di sei punti. Anconetani minaccia l’esonero a più riprese e vuole mettere becco nelle scelte di formazione, il tecnico lo affronta con la calma olimpica che lo contraddistingue: «Se vuole, mi mandi via». 

È una tiritera che prosegue per tutto il torneo. Ogni volta che Anconetani mette nel mirino un calciatore durante i pranzi di gruppo, Simoni continua a schierarlo e in cambio riceve gol e ottime prestazioni. Anche stavolta, l’allenatore deve cementare un gruppo che riceve il primo stipendio solamente a Natale. Anconetani va avanti a cambiali, ha bisogno di risalire in A per mettere a posto i conti della squadra. Nel girone di ritorno, dopo mille peripezie, la squadra decolla. Un gol di Piovanelli a Cremona proietta i nerazzurri in Serie A, in un finale di campionato a dir poco rocambolesco: i grigiorossi sono in testa prima del calcio d’inizio dell’ultima giornata, ma il Pisa sbanca lo Zini e la Cremonese viene raggiunta da Lecce e Cesena, nonché sorpassata dal Pescara di Galeone e, per l’appunto, dal Pisa, che sale a braccetto con gli abruzzesi. La Cremonese, da prima, si ritrova quinta, estromessa anche dallo spareggio (che si giocherà tra Cesena e Lecce) per classifica avulsa. «Avevano preparato diecimila panini, torte di tutti i tipi, birra, vino, spumante. Che fine ha fatto tutto quel ben di Dio? Ai dirigenti della Cremonese non ho mai osato chiederlo», avrebbe ricordato poi Simoni. 

Anconetani, con un colpo di teatro, gela il gruppo annunciando l’arrivo, per la stagione successiva, di Giuseppe Materazzi. Giunti a questo punto, non ci deve sorprendere che Simoni faccia nuovamente un passo indietro. Lo chiama il nuovo proprietario del Genoa, Aldo Spinelli. Il club vuole salire in A, ma qualcosa non funziona. Simoni, solitamente amato dallo spogliatoio, proprio non riesce a capire quel gruppo. In piena zona retrocessione, viene silurato alla fine del girone d’andata, dopo un 1-1 con il Modena.

Inizia così, con un esonero, il momento più difficile della carriera di Simoni. Dice sì, forse troppo in fretta, alla chiamata dell’Empoli, che lo esonera a metà maggio, con la squadra ancora fuori dalla zona retrocessione (poi retrocederà). Poi va a Cosenza, in una stagione maledetta dalla morte di Donato Bergamini. Un evento che scuote un animo nobile come quello di Simoni. «Era emiliano, come me. Un giovane buono, sensibile. Cosa sia successo lo sanno solo i protagonisti, io posso solo dire che dopo quel giorno niente fu come prima». La sconfitta contro il Pisa, da lì a tre settimane, vale il terzo esonero consecutivo nel giro di meno di tre stagioni. 

Simoni, il mago delle promozioni, il Re Mida della B, diventa un oggetto ingombrante, facile da dimenticare. E allora decide di sporcarsi le mani. Gennaio 1991, arriva la chiamata della Carrarese, nei bassifondi della Serie C1. Simoni non solo non ha mai allenato in quella categoria, non ci ha mai nemmeno messo piede da calciatore. Ma per andare lontano, a volte, serve una rincorsa bella lunga. Con la dirigenza non vuole nemmeno parlare di soldi. 

L’unica richiesta, ovviamente, è portare con sé Pini, anche a costo di pagarlo di tasca propria. Simoni le prova tutte per salvare la squadra, infila 18 punti nel girone di ritorno, una media da zona tranquillità, senza quella partenza disastrosa. La Carrarese non si salva, retrocede. La società lo conferma e gli dà carta bianca per il mercato: sarà lui a gestirlo. La stagione si decide in volata, come ai tempi del Pisa a Cremona. Carrarese-Pontedera, tutto in novanta minuti. Il gol di Carillo frutta una promozione sudatissima, Pini sviene in panchina, Simoni è in lacrime. La città si riversa in piazza, il tecnico sa che andrà via ma partecipa ai festeggiamenti. Alle porte c’è la costruzione di un miracolo.

Capolavoro grigiorosso

Il direttore sportivo della Cremonese è un vecchio amico di Simoni, Erminio Favalli. Avevano condiviso l’esperienza da calciatori nella Juventus e il ds ha seguito con attenzione il tentativo di rinascita dell’ex compagno, impegnato a risollevare la Carrarese e la propria carriera. La presidente Luzzara non ama mettere il naso nelle storie di mercato e di formazione, cura la squadra come un padre saggio, che si tiene leggermente a distanza per comprendere meglio il quadro complessivo delle cose. La squadra viene stravolta: Rampulla va alla Juventus, i tre gioielli cresciuti nel vivaio, Favalli, Bonomi e Marcolin, finiscono tutti alla Lazio. Le richieste esplicite di Simoni sono poche: il jolly Cristiani, allenato nella parentesi empolese, e il centravanti Andrea Tentoni, 24 anni, proveniente dalla Vis Pesaro, Serie C2. 

Nel corso degli anni, il 4-3-3 di Simoni è andato via via sfumando verso un 3-5-2. Libero staccato, ovviamente, com’è la regola del tempo: la mente difensiva di quella squadra è anche il capitano, Corrado Verdelli. La coppia d’attacco diventa in fretta quella composta dal neo arrivato Tentoni, che scalza Florjancic, e Gustavo Abel Dezotti. Passare allo Zini diventa impossibile, la Cremonese sale in Serie A con la proverbiale pipa in bocca: miglior attacco del torneo con 63 gol e la Coppa Anglo-Italiana, affrontata nella prima parte con leggerezza, dando minuti a chi giocava meno in campionato.

Dopo aver eliminato il Bari in semifinale, la Cremonese vola a Wembley per sfidare il Derby County: sono 1500 i tifosi che partono dalla Lombardia per andare nel tempio del calcio inglese. Verdelli presenta la squadra alla famiglia del duca di Windsor nella sfilata pre-partita e poi sblocca il risultato sugli sviluppi di un corner ma il Derby pareggia subito. Nicolini sbaglia il rigore del raddoppio, la Cremonese può calciarne un altro in avvio di ripresa e stavolta tocca a Maspero, che non fallisce. Tentoni chiude il discorso e i grigiorossi alzano al cielo di Londra la coppa. «La vittoria di Wembley la paragono solo alla Coppa Uefa vinta con l’Inter». Nove anni dopo l’ultima volta, e con una coppa in più in bacheca, Simoni è pronto ad allenare nuovamente in A.

Il tecnico non va a sconvolgere un meccanismo funzionante, si affida ancora alla classe di Maspero sulla trequarti e al tandem Dezotti-Tentoni. Per una volta, la squadra di Simoni non parte come un diesel ma è subito performante. Tiene testa alla Juve, batte la Lazio, sbanca l’Olimpico romanista. A metà novembre è quarta in classifica, arriva anche il 4-0 nel derby con il Piacenza. Nella seconda parte di stagione c’è un calo e per salvarsi diventa vitale un 3-3 ottenuto sul campo dell’Udinese alla penultima di campionato: sotto di tre reti fino al 67’, l’impennata finale dei grigiorossi vale, di fatto, la permanenza in A. Mantenere inalterato il giocattolo diventa sempre più difficile. Tentoni va in tournée con la Sampdoria, con lui c’è anche Maspero: alla fine è “Ricky” ad accasarsi in blucerchiato.

La Roma acquista Colonnese, parte anche Dezotti. La ricerca del partner di Tentoni non è delle più semplici, alla fine Simoni e Favalli mettono le mani su un attaccante che Simoni aveva apprezzato quando militava nel Teramo, in C2: è Enrico Chiesa, che la Sampdoria vuole testare in Serie A dopo l’ottima stagione con il Modena. Inizialmente Simoni deve inquadrarlo, in diverse partite si schiera addirittura con il tridente Chiesa-Tentoni-Florjancic ed è con questo assetto che raggiunge quello che è forse il punto più alto della sua era grigiorossa: 25 settembre 1994, Cremonese-Milan 1-0.

Segue un altro girone di ritorno di sofferenza, con un filotto negativo di sette partite. Sono i gol di Chiesa, schierato seconda punta, a dare la svolta alla stagione, fino alla salvezza. Anche le belle storie, si sa, sono destinate a finire. Nella quarta annata di Simoni, la terza in Serie A, la Cremonese deve arrendersi mestamente alla retrocessione. Luzzara e Favalli decidono comunque di chiudere la stagione senza ricorrere all’esonero, un atto nobile nei confronti di chi aveva dato così tanto alla piazza. È da qui che Simoni spicca il volo verso le due esperienze più segnanti, per motivi diversi, della sua carriera: il Napoli, un amore fugace, una grande intesa con la squadra e le sirene interiste che si fanno pressanti.

A metà aprile, con la squadra già in finale di Coppa Italia, Simoni raggiunge un accordo verbale con l’Inter. Lo comunica a Ferlaino, rinunciando al rinnovo contrattuale, e in tutta risposta ottiene un bell’esonero: «Volle farmi un dispetto e impedirmi di essere in panchina per la finale di Coppa Italia, a cui sapeva che tenevo tanto». La squadra, che si sente tradita, si sfalda, rischia di finire addirittura in zona retrocessione e perde la finale di Coppa Italia. A Napoli tornerà quasi sette anni dopo, con la squadra sull’orlo del fallimento: un atto d’amore per una piazza che non aveva mai dimenticato. 

Reinventarsi, ancora

Dopo il Napoli, l’Inter, e tutto quello che sappiamo. I campioni, Ronaldo, la lotta scudetto, la Coppa Uefa, l’incredibile esonero. Simoni prova a rifugiarsi nella provincia, a Piacenza, rinunciando alle offerte di Siviglia e Benfica: a posteriori, non una scelta illuminata. Abbiamo già toccato con mano il momento più duro del Simoni allenatore, ma qui c’è qualcosa di diverso. Gigi, pochi giorni dopo essere diventato padre per la quinta volta del piccolo Leonardo, deve fare i conti con quanto di peggio possa accadere a un genitore: la morte di un figlio, il trentatreenne Adriano. La mente di Simoni è inevitabilmente offuscata e a Piacenza l’esonero arriva poco dopo l’inizio del 2000. 

Non era stato accolto bene, in quanto eroe della rivale Cremonese, mentre aveva raccolto soltanto applausi al Meazza, tornando per la prima volta da avversario davanti al pubblico interista, che l’aveva visto esonerato nel giorno in cui ritirava la Panchina d’Oro. L’unico guizzo della sua esperienza al Piacenza è la scelta di far esordire il diciassettenne Gilardino. «Fecero bene a mandarmi via, non c’ero con la testa. Tornai a casa dove ad attendermi c’era Leonardo, il piccolino. Lui riusciva ad allontanare i miei pensieri da quello stato di angoscia e tormento interiore». Sandro Mazzola lo cerca per affidargli la rinascita del Torino, appena retrocesso in B. Per Simoni è la nuova esplosione della sua passione d’infanzia, ma dura pochissimo: otto partite in sella, poi l’esonero. Al suo posto arriva Camolese, che guida la squadra alla promozione e lascia tanti dubbi nella testa del mister di Crevalcore, convinto di aver lavorato con un gruppo tutt’altro che convinto delle sue idee. 

Prova quindi l’avventura estera, sei mesi al CSKA Sofia. Sembra l’esilio sgangherato di un tecnico in disarmo, eppure soltanto tre anni prima aveva vinto la Coppa Uefa. Arriva a dicembre, per la prima volta senza il fidato Pini, e se ne va a maggio: terzo posto e sconfitta in finale di coppa nazionale. Simoni è quasi divertito dalla figura del presidente Bozhkov: «In una partita l’arbitraggio fu quanto di peggio si potesse immaginare. A un certo punto dalla panchina vidi una cosa incredibile. Il presidente saltò la balaustra e si gettò direttamente in campo andando incontro al direttore di gara per dirgliene quattro». Pensa di restare a Sofia ma c’è ancora tempo per un’altra promozione, l’ultima. 

Viene chiamato da Ermanno Pieroni all’Ancona mentre si sta rilassando in montagna con la famiglia e il suo labrador, Taribo (sì). Il presidente dei marchigiani si reca fino a Ponte di Legno per convincerlo, e Gigi accetta. È un campionato strano, quello dei biancorossi, ma vincente: il quarto posto finale è sufficiente per salire in A, il gruppo è tutto con il mister, ma Pieroni lo scarica una volta conquistata la massima serie, forse invidioso del grande affetto di giocatori e tifosi nei confronti del tecnico. Comunica la decisione al gruppo dopo la festa promozione, di ritorno dal bagno di folla in piazza. A nulla serve il tentativo dei veterani di farlo tornare sui propri passi. Segue la salvezza alla guida di un Napoli prossimo al fallimento e l’ultimo giro di giostra in Serie A, al Siena: un’esperienza sfortunata, con un gruppo diviso in due fazioni e il tecnico che, a distanza di qualche tempo, scopre il “tradimento” di un suo fedelissimo come Ciccio Colonnese, più devoto alla Gea che allo spogliatoio. 

Dopo una bizzarra esperienza alla Lucchese, non per causa sua ma per le acrobazie finanziarie del presidente Hadj, Simoni accetta l’offerta di direttore tecnico del Gubbio, ruolo ricoperto nella seconda parte della parentesi lucchese dopo un inizio da allenatore. La società gli mette in mano l’organizzazione tecnica del club insieme al ds Giammarioli e arrivano due promozioni consecutive, dalla Lega Pro fino alla Serie B, dove torna in panchina per qualche mese in seguito all’esonero di Fabio Pecchia. «Rientrai per fare un favore al presidente e a quella gente che mi trattava come un principe e mi voleva bene». Resta l’ultimo ritorno. A Cremona, su convocazione del cavalier Arvedi, Simoni veste i panni del direttore tecnico prima e del presidente poi. È lui a dare la chance per ripartire a Marco Giampaolo, immalinconito per qualche fallimento di troppo. Gigi resta a Cremona fino al giugno 2016, poi dice basta con quel mondo del calcio che in questi giorni lo ha salutato in maniera commossa, lasciando prevalere, almeno per una volta, l’importanza dell’aspetto umano di un allenatore che ha saputo farsi volere bene da tutti.

Una piccola postilla sul labrador, Taribo. Fu un regalo del gruppo interista dopo la finale di Coppa Uefa contro la Lazio. Gigi lo ricevette dalle mani di Gigi Sartor ad Appiano Gentile e scoprì che i “ragazzi” gli avevano già dato il nome del nigeriano West. Taribo, il labrador, rimase nella vita della famiglia Simoni per ben quattordici anni. E ogni volta che in casa squillava il telefono, e dall’altra parte della cornetta c’era l’altro Taribo, inevitabilmente scattava la domanda: «Mister, come sta mio fratello?».

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