Adolescenza e calcio: binomio sottovalutato!

Adolescenza: rappresenta il momento transitorio dall’infanzia allo stato adulto.

Generalmente quando si parla di adolescenza ci si concentra su quel periodo che va dai 11/12 ai 18/19 anni, anche se teorie recenti la allungano addirittura fino ai 25 anni.

Se dovessimo sintetizzare questa fase in una parola, sicuramente sarebbe CAMBIAMENTO.

L’adolescente, infatti, si trova a dover fronteggiare significativi cambiamenti fisici e psicologici repentini, e la convivenza con tutto ciò risulta essere spesso molto difficoltosa per lui.

Dovrebbe essere superfluo ribadire l’importanza durante questi anni dell’adulto impegnato nella gestione del ragazzo, ma il panorama generale attuale suggerisce che molto probabilmente insistere su questo concetto non è affatto tempo perso.

Il momento storico che stiamo vivendo è caratterizzato da una popolazione incredibilmente saccente, in cui Google, Wikipedia o Facebook ci rendono addirittura più qualificati di medici, ingegneri, professori ecc.

L’ambito educativo è sicuramente quello in cui oggi la gente si sente più libera di imporre il proprio credo senza freni, e questo è il motivo principale per cui le regole sono sempre meno nella nostra società.

Essere responsabili dell’educazione di una persona richiede però attenzione massima a tantissimi fattori, ma soprattutto una enorme capacità di mettersi in discussione ed essere pronti ad ascolto confronto continui, per poi essere dinamici a cambiare i propri piani d’azione ogni volta che diventa necessario.

Bisogna inoltre ricordare che non esistono interventi educativi universali, ma che OGNI PERSONA E’ DIVERSA DA TUTTE LE ALTRE.

Tornando ai nostri adolescenti, mai come con questi “alieni” bisogna tenere conto dell’ultima frase in maiuscolo.

Ricordo una frase pronunciata con rabbia dalla mia professoressa di Psicologia dello Sviluppo: “con gli adolescenti bisogna C-O-N-T-R-A-T-T-A-R-E!”; e ho ancora ben in mente anche la mia perplessità appena uscito dall’aula. Si parlava del senso di onnipotenza dell’adolescente e del suo sentirsi intoccabile, e ciò che continuavo a pensare spavaldamente era solo “io con due calci nel c… risolverei ogni problema”

Mai come adesso, dopo un anno e mezzo da allenatore della Categoria Giovanissimi (oltre a precedenti varie esperienze lavorative), vorrei andare a ringraziare in ginocchio quella professoressa.

Ho spesso riflettuto in passato sulle caratteristiche che deve avere un allenatore del settore giovanile, e appunto nell’ultimo anno e mezzo mi sono concentrato specialmente su questa delicatissima fascia d’età chiamata adolescenza.

Questa esperienza con l’annata 2003, breve ma veramente intensa, mi ha permesso e mi sta permettendo di capire prima di tutto quanto imporre un regime militare non porti il minimo risultato.

E allora? Quali caratteristiche dovrebbe avere un allenatore degli ultimi anni del settore giovanile?

Prima di tutto, ritengo che debba sposare con convinzione una causa molto importante: creare per il futuro.

Un ragazzo immerso in questa fase di vita, sarà sicuramente il nemico principale della parola costanza. Che si trovi a casa, in campo, a scuola o qualsiasi altro luogo, un giorno vedrà bianco, l’altro nero, l’altro ancora arancione, blu, rosa ecc  ecc.

L’incredibile e  spaventosa velocità con cui alterna euforia, depressione, rabbia, energia e fiacchezza, ci fanno subito capire che le nostre aspettative su di loro non possono essere troppo alte e che non possiamo sperare in risultati solidi nel breve periodo.

Di conseguenza, lo sguardo al lungo periodo per tirare le somme e la capacità di vivere pazientemente e senza drammi ogni insuccesso (spesso inspiegabile) sono qualità che fanno la differenza in queste categorie.

Sicuramente un carismatico sergente di ferro non si troverebbe affatto d’accordo con me, sono certo che sarebbe ancora più incentivato a crescere piccoli soldatini che eseguono a testa bassa.

Occorre però sempre ricordare che questi ragazzi sono emotivamente nel periodo più complesso della loro vita, caratterizzato da un fastidio non quantificabile verso l’adulto e verso l’autorità.

Combattere la loro fastidiosa onnipotenza e il loro sbeffeggiare tutto e tutti con urla, punizioni, minacce e pressioni è sicuramente una scappatoia nemmeno troppo faticosa, alla portata di tutti.

Ma sicuramente risulterà il modo più efficace di portarli a provare odio per questo sport e ad un successivo abbandono o perdita di passione nel giro di pochi mesi.

Sono infiniti gli esempi, nelle esperienze di ognuno di noi, di squadre crollate miseramente e di gruppi completamente frantumati.

La vera sfida di noi deputati ad accompagnarli in queste ultime categorie è quella di portarli ad aver il più roseo futuro calcistico facendogli amare questo sport alla follia, senza offuscare nemmeno per un secondo la loro passione e la loro voglia di impegnarsi e migliorarsi.

A questo proposito, chi decide di buttarsi in questa avventura, deve diventare per i suoi ragazzi una figura empatica al massimo, che sappia dare sostegno, fiducia, comprensione, confronto per stemperare ogni tensione interna e permettergli di buttare fuori tutto il malessere senza la paura di un giudizio.

Viene da sé capire l’importanza di mantenere il sorriso sul volto dei nostri giocatori e il divertimento, uniti ad un senso di libertà di espressione e soprattutto di ERRORE.

Una volta creati questi presupposti, dovremmo essere a buon punto del lavoro.  Cosa aggiungere al profilo del nostro allenatore?

Sicuramente una cosa fondamentale in ogni contesto di vita, ma ancora di più nei confronti di chi è mentalmente spaesato o “ballerino”: l’essere un buon esempio per diventare credibile.

Un istruttore diventa credibile se mantiene comportamenti impeccabili. Un istruttore diventa credibile se dà seguito a testa alta a ciò che dice dentro lo spogliatoio, tecnicamente e umanamente. Un istruttore credibile, diventa un ancoraggio sicuro per chi è alla ricerca della “terra ferma”.

A questo punto, acquisita la loro fiducia, dovrebbe scendere in campo un’altra qualità che fa la differenza: la capacità di dialogo e di adattarsi ad una comunicazione alla portata di chi si ha di fronte.

Capacità che ci permette una chiara condivisione degli obiettivi tecnico tattici della stagione e di tutto ciò che si fa in campo, ma anche di inculcare valori sportivi quali rispetto, sacrificio, passione.

Mi rendo conto che a parole posso averla fatta molto semplice, ma il fine principale di questo articolo è quello di diffondere la personale convinzione che soprattutto in questo periodo della vita dei ragazzi sia più che necessario mettere ognuno di loro al centro del progetto, con tutte le loro diversità e peculiarità, e che sia obbligatorio continuare a camminare nella loro direzione.

Tutto ciò va quindi a combattere un approccio autoritario, contro la convinzione di poter vedere risultati definitivi dopo poche settimane, contro il distacco dalle loro vite e contro tante altre cose che ho citato e che purtroppo continuano ad essere molto diffuse e a creare danni.

Per chiudere, inserisco alcune immagini di questa mia esperienza. Non tocca a me giudicare il mio lavoro con questi ragazzi, ma voglio condividere con voi quanto è bello percepire felicità, passione, rispetto ed entusiasmo nei propri calciatori.

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3 risposte a “Adolescenza e calcio: binomio sottovalutato!”

  1. Cari misters io a volte come mamma, faccio fatica a capire le vostre logiche. Le decisioni che prendete per me sono sempre incondividibili. Dopo tutto ciò che ho letto però , devo ammettere che mi sono commossa. Sono esagerata? Forse ma considerandomi una pallida mamma che prende tutto seriamente, leggere quanto scrivete mi trasmette entusiasmo, fiducia e voglia di crederci sempre e comunque a quanto scrivete. Grazie di tutto

    1. Anch’io non posso che ripetere quello che ha detto mamma Elisabetta…mi avete trasmesso fiducia ed entusiasmo ma sopratutto la consapevolezza di quanto questi ragazzi siano fortunati ad averti come allenatore …Grazie Andrea

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