Ho accantonato il ruolo di mister

Ilmisterone.com nacque pochi anni fa con l’obiettivo di creare una rete di formazione per mister.

La maggior parte degli utenti cui ancora oggi sono indirizzati i nostri articoli, sicuramente è racchiusa, appunto,  nella categoria allenatori del settore giovanile.

Negli anni mi sono ritrovato molte volte ad affrontare e conoscere decine e decine di allenatori, con cui mantengo generalmente ottimi rapporti; è sempre interessante apprezzare e conoscere le storie di tutti loro, soprattutto fuori dal campo.

Sfido chiunque, parlando di un allenatore, a non aver mai detto frasi simili a “fuori dal campo è una persona splendida, in campo diventa una bestia!”

Eh si, spesso capita anche di rimanerci male nel vedere questa diversità di caratteri.

Personalmente una qualità che ho sempre amato negli allenatori è sempre stato lo stile impeccabile dentro e fuori dal campo, e il legame ferreo con importanti valori .

Per questo oggi sono qui con voi a fare due chiacchiere in compagnia di un allenatore che rispecchia tutto ciò che per me è fondamentale per essere validi allenatori del settore giovanile.

Lui si chiama Luca Volpi, da tutta la vita colonna della Montebello Parma e da 10 anni noto nell’ambiente del settore giovanile alla guida di varie annate.

Qualche settimana fa, è emersa molto a sorpresa la sua decisione di lasciare la conduzione dei suoi 2003 e di qualsiasi altra squadra, per buttarsi in una nuova veste dirigenziale. 

Essendo amici da tantissimi anni, mi tolgo lo sfizio di fargli alcune domande su questa decisione che mi ha spiazzato. In particolare, cercherò di capire cosa spinge un mister ad “abbandonare” tutte le sensazioni che porta il  campo verde.

Ciao Luca.  Ti confesso che la tua decisione mi ha spiazzato molto. Ma facciamo un passo indietro…Spiegaci come cominciasti la tua esperienza da allenatore a soli 19 anni.

Era appena cominciato il primo anno da calciatore “lontano da casa” (ride). La Montebello mi aveva appena ceduto alla Meletolese; un mio ex compagno di squadra ebbe l’idea di iniziare ad allenare una squadra di piccoli bambini e mi chiese di accompagnarlo in questa esperienza.  Il doloroso distacco dalla BOMBONERA e il mio sangue bianconero mi fecero accettare subito questa bellissima opportunità.

mister

Quel momento fu proprio amore a prima vista, dato che fino ad oggi sei stato un punto di riferimento per tanti ragazzi.  Se dovessi racchiudere in un pensiero tutti questi lunghi anni, come lo faresti?

Mi sono sempre sentito, ogni volta,  come un bambino su una giostra. Ad ogni giro, aspettavo il successivo!

Cosa ti ha regalato maggiormente questo bellissimo percorso?

Dal primo allenamento all’ultimo, tutte le situazioni  mi hanno profondamente arricchito come persona e fatto scoprire parti del mio carattere che assolutamente non conoscevo. Inoltre ho avuto la grande possibilità di interagire con tante persone fantastiche, che a loro volta sono state importantissime nella mia esperienza.

Quali sono gli aneddoti che ricordi con maggior emozione?

Sicuramente la prima partita nel 2009 con i miei piccoli 2003 ai Campi Stuard e la loro felicità per il grande esordio. Le varie trasferte in cui abbiamo rafforzato il legame con i ragazzi. E per ultimo, il gruppo dei 2000 con cui abbiamo sfiorato l’impresa nel campionato allievi regionali: in maniera particolare, la partita contro il Progresso a Basilicanova che ci portò alla semifinale fu un risultato storico per la società.

mister

Quindi, a maggior ragione dopo questo bellissimo amarcord….ci spieghi la tua decisione?

Prima di tutto, a causa di impegni lavorativi, non avrei potuto svolgere questa passione al 100%. Ho quindi ritenuto, per rispetto dei ragazzi, giusto fermarmi in attesa di ritrovare le condizioni migliori.

Ma soprattutto mi ha allettato tantissimo la possibilità di iniziare una nuova pagina nel mondo calcistico. Giorno dopo giorno,  ho preso in considerazione con convinzione sempre maggiore l’idea del d.g. Furlotti di far parte della dirigenza della sezione calcio. 

Quale sarà il tuo ruolo e che ti obiettivi ti poni per la tua società?

Mi andrò ad occupare di tutti gli aspetti organizzativi e sarò di supporto alle annate della scuola calcio per permettere agli allenatori di concentrarsi solo sul miglioramento dei ragazzi senza ostacoli.

Ok, mi collego per la prossima domanda.  Di cosa pensi abbia bisogno il calcio giovanile di oggi?

Sinceramente penso che ci sia bisogno urgente di dirigenti ed allenatori che non “scimiottino” i professionisti, ma si concentrino con umiltà e sacrificio sul valorizzare i ragazzi in un clima di divertimento e positività.

mister

Grazie Luca della chiacchierata e in bocca al lupo per la tua nuova avventura.

Grazie a voi e complimenti per il vostro blog.

 

Maa…Che cos’è il calcio???

Oggi è una giornata molto particolare per il calcio italiano. Non è certo difficile imbattersi in vignette, articoli, pensieri sulla partita di Champions di ieri che ha visto la nostra Juventus, per molti la favorita, uscire malamente sconfitta dal campo e vedere abbandonato e rinviato il sogno per il quale avevano tanto investito in estate.

Sicuramente i veri appassionati di calcio avranno faticato a spegnere il televisore per andare a dormire, caricati di incredibile adrenalina dalla performance della nuova star europea che ha “tinto” il calcio di colori dolci e romantici: l’Ajax.

Il nostro Blog non si prefissa l’obiettivo di volersi sostituire ad esperti tecnici o analisti, inutile precisarlo; la riflessione di oggi vuole assumere un tono “da bar sport”, per parlare in amicizia con tutti i nostri seguaci come se fossimo davanti ad una birretta seduti ad un tavolino.

Quando ieri mattina ho telefonato al caro amico Paolo, la prima cosa che mi ha detto è stata “LA JUVE NON L’HA MAI VISTA”. Come già detto, la nostra analisi al telefono non verrà trasmessa a SKY CALCIO SHOW, ma questa semplicissima frase mi ha fornito lo spunto per una riflessione da condividere appunto con tutti voi.

Vedere questa partita ha sicuramente dato a tutti una sensazione di rivoluzione, di un qualcosa di nuovo e di incredibilmente bello; una squadra giovanissima, che si diverte, corre, fa girare il pallone ad incredibile velocità e arriva davanti alla porta infinite volte a partite…spesso rischiando di sbagliare troppo e complicare il risultato. Una squadra che ti causa un brivido continuo e, come all’andata, magari va pure in svantaggio e quando sembra spacciata decide di schiacciare sull’acceleratore e ribaltare tutto. Sulla carta, un Davide contro Golia.

La diversa forza economica in campo martedì

Ciò che va messo in evidenza, è sicuramente il fatto che per arrivare a certi risultati occorrono anni di lavoro e una pazza e violenta convinzione nelle proprie idee. Semplicemente, un lavoro costante, ordinato ed “esasperante” che parte dal settore giovanile.

Che l’Ajax sia notoriamente uno dei migliori settori giovanili al mondo è ormai risaputo, ma vedere tanti di questi giovani trionfare nei quarti di champions è pura poesia e un enorme inno al calcio.

Insomma, l’Ajax è sempre stato un modello. A volte ha portato trionfi, a volte non sono arrivati risultati. Ma il modo di impostare il lavoro non è mai cambiato.

E a questo punto…QUAL è il NOSTRO MODELLO? QUAL E’ IL CALCIO CHE CI PIACE?

Un lavoro che metta in primissimo piano i giovani, come ben sappiamo noi addetti ai lavori, è molto delicato. E’ un lavoro fatto di pazienza, di equilibri molto precari e di grande stabilità e fermezza.

Per rispondere alla domanda di poco fa, ne pongo un’altra a tutti quelli interessati a leggere questo articolo: CHE TIPO DI TIFOSO SONO?

Posso amare l’idea di avere la pazienza di aspettare magari interi anni di costruzione per arrivare ad una qualche rivoluzione? Riesco serenamente ad affrontare qualche sconfitta e qualche difficoltà, senza l’esasperazione forzata della vittoria, credendo in questo progetto?

O è più semplice ed emozionante godere ai gol del campione da 100 milioni o alle vittorie portate dalle “follie” dei nuovi sceicchi?

La questione è sempre questa; la domanda può risultare banale, ma è tutt’altro che scontata. Potrebbe essere semplice rispondere adesso dopo il capolavoro di martedì a Torino.

Ma era stato altrettanto molto semplice anche riempire lo stadio e gli store durante i primi giorni in Italia di Cristiano Ronaldo, o accompagnare i figli ad acquistare gli scarpini di Neymar ecc ecc.

La partita di martedì, vedendo tanta gente innamorarsi ancora del calcio di fronte a tanta bellezza, mi ha scatenato questi pensieri. La gente adesso urla il nome Ajax dappertutto, ma siamo realmente sicuri che gli sportivi di oggi potrebbero mai avere la mentalità e la pazienza di diffondere, amare e incoraggiare una mentalità di questo tipo?

Sinceramente, osservando ciò che settimanalmente accade nei campi dei settori giovanili o ascoltando i commenti negli stadi…ho più di un dubbio!!!!

Viaggio a Madrid: il “Wanda Metropolitano”

9 amici che in passato hanno condiviso insieme bellissimi ricordi (soprattutto calcistici), un addio al celibato, una incredibile città…

E’ l’inizio di un bellissimo weekend appena trascorso a Madrid, città oltretutto patria del calcio che conta.

L’ottimo bilancio di questi tre giorni è stato “”offuscato”” da un piccolo ma fastidioso rammarico: quello di non esser riusciti ad assistere dal vivo alla partita di Liga ATLETICO MADRID- CELTA VIGO e la punizione capolavoro del Dio Griezmann.

Il pensiero mi ha innervosito per tutta la serata di sabato, al punto che diventava fondamentale compensare in altra maniera….no, nessun riferimento all’alcool!!!!

Così, nella mattina precedente al ritorno in patria ci ricordiamo di avere qualche ora libere da dedicare a un po’ di “cultura”.

La prima idea era quella di accontentare il nostro compare che reclamava una visita al Bernabeu, essendo l’unico a non aver mai avuto questo privilegio prima.

Dopo un attento confronto tra il gruppetto rimasto, si opta per il nuovissimo Wanda Metropolitano, casa dell’Atletico Madrid, per accontentare tutti.

Partiamo in taxi dal nostro hotel nel centro della città e in circa 15 minuti siamo lì.

Il colpo d’occhio è notevole: un capolavoro, c’è poco da fare. Lo stadio fu inaugurato nel 1994 come impianto per l’atletica, e venne poi ristrutturato una volta acquisito dal Comune di Madrid. Dopo una costosa ristrutturazione, nel settembre 2016 diventa la casa dell’Atletico di Madrid e viene inaugurato alla presenza del Re Felipe VI.

Come vediamo dalle foto, i lavori non sono ancora terminati.

Il meraviglioso primo colpo d’occhio
I lavori nella zona dello stadio
La targa della partita inaugurale in presenza del Re

Una volta davanti allo stadio, acquistiamo i biglietti al prezzo di 18€ l’uno e iniziamo il tour.

Biglietti e cartoline omaggio dei calciatori

Iniziamo il viaggio dall’accesso al palco Vip, e ci imbattiamo in qualche attimo di emozionante batticuore di passione calcistica pura e violenta:

Lo spettacolo del Wanda Metropolitano

Proseguiamo il tour attraversando la zona interviste, e ci buttiamo nella zona di ingresso in campo. Finalmente riusciamo ad entrare: inevitabilmente andiamo a sederci sulla panchina del “Cholo”, godendoci quel rilassante silenzio e provando ad immaginare cosa significhi essere soli su quella panchina sotto 67000 persone…brividi!

Spezzato a fatica l’incantesimo del momento, il percorso del tour ci indirizza verso gli spogliatoi e la sala interviste…praticamente un cinema!

Lo spogliatoio dell’Atletico
La sala stampa

E’ora di uscire, godendoci anche il gentile omaggio di un succo di frutta all’ace, e di buttarci nel minuscolo, quasi insignificante, museo, oltre che nel tradizionale store per acquistare qualche gadget. Molto particolari le targhe sulla pavimentazione in onore dei giocatori della storia dell’Atletico.

Proviamo a prendere la metropolitana per raggiungere l’aeroporto, proprio nella stazione sotto lo stadio. L’organizzazione della metro forse è da rivedere: stadio aeroporto in taxi, scelta che abbiamo poi sposato, 5 minuti. Stadio aeroporto in metro, 1 ora!!!! NON BENISSIMO!

La stazione della Metro proprio sotto lo stadio

Così, da veri malati di calcio, ci godiamo l’esperienza appena vissuta in attesa del rientro in Italia…purtroppo incoscienti del “drammatico” viaggio di ritorno scandito da 3 ore di ritardo e varie turbolenze in volo!

Grazie Madrid, è stato un piacere.

Spero di essere riuscito nell’intento di trasmettermi un pochino di emozione e di “cuore colchoneros”.

CORAJE Y CORAZON

Sfruttare la superiorità – Dall’1 vs 1 al 3 vs 2

Nel pensare alla formulazione di questo articolo, sono caduto con la mente in un importantissimo flashback. Avevo appena finito di condurre il classico allenamento del mercoledì, sotto gli occhi di un allenatore di una società professionistica. Ci ritrovammo con lui nello spogliatoio per il feedback post allenamento, e in quei dieci minuti di chiacchierata mi disse una frase che cambio radicalmente il mio modo di allenare. Ero uno di quegli allenatori che amava i “piccoli passi”, esercizi inizialmente molto semplici e scarni per essere appresi alla perfezione, senza mischiare troppe cose in un tempo unico.

Quando sentii la frase “abbi il coraggio di alzare l’asticella”, capii che stavo sbagliando tutto e che stavo diventando probabilmente quasi un ostacolo per la crescita dei miei giocatori. In poche parole…non li mettevo alla prova, ma ponevo loro dei compitini.

L’esercizio che propongo oggi è molto semplice è, appunto, un mix di tematiche che se affrontato con la giusta determinazione garantisce una intensità molto importante.

Costruire un campo di gioco dalla forma esagonale predisponendo tre porte disposte per avere un lato libero tra una porta e l’altra.

superiorità
Le tre porte e il centro dove verrà posizionato il pallone

Prima fase: 1 vs 1 – Due giocatori partono dai lati senza porta e corrono alla conquista della palla disposta al centro dell’esagono. Una volta conquistata la palla, l’obiettivo sarà il gol con un tempo minimo di 5-6 secondi.

Seconda fase: 2 vs 1 – Se il ragazzo nella precedente fase ha segnato entro il tempo stabilito, un compagno di squadra posizionato fuori dall’esagono entrerà a dargli sostegno in un 2 contro 1.

Se il ragazzo nella precedente fase, ha segnato dopo il tempo stabilito oppure ha calciato la palla fuori, entrerà un avversario in più e diventerà il giocatore in inferiorità in 2 contro 1.

L’allenatore o i giocatori esterni in attesa, passeranno la palla sempre alla squadra in superiorità. L’obiettivo è il medesimo della fase precedente, il gol, calando il tempo a 3-4 secondi.

Terza fase: 3 vs 2 – Le condizioni di entrata dei giocatori sono le stesse della fase precente.

Se la coppia in superiorità ha raggiunto l’obiettivo nel tempo stabilito, entrerà un compagno in loro aiuto e un avversario per il 3 contro 2 sempre in superiorità.

Se la coppia in superiorità non ha raggiunto l’obiettivo o non ha rispettato i tempi, entreranno due avversari e arriverà a giocare un 2 contro 3 in inferiorità numerica.

L’esercizio si può prolungare anche per lungo tempo, perchè sicuramente i ragazzi si divertiranno. Per le fasce più piccole, si può raccogliere un punteggio e creare una sfida con un rinforzo finale per renderla più accattivante.

Possesso palla – Le 4 porte

In questi nove anni di carriera da allenatore, ho insistito fino alla nausea con esercitazioni riguardanti il possesso palla; raramente ho finito un allenamento senza il caratteristico “via, dentro il quadrato!”.

Sono sempre stato, anche da giocatore, un convinto utilizzatore del pallone per arrivare alle soluzioni: pochissime parole, qualche cinesino, qualche esercitazione e massima libertà di cercare o creare soluzioni per arrivare all’obiettivo per i ragazzi.

Generalmente ciò che cercavo prima di tutto ad inizio stagione di fronte a ragazzi appena conosciuti, era verificare la loro serenità nel gestire il pallone in mezzo al campo e la loro capacità di prendere delle scelte.

Ciò che negli ultimi anni sto quotidianamente verificando è che, probabilmente, il modo di lavorare cui i calciatori di oggi sono abituati è quello di eseguire spudoratamente quello che un adulto lo obbliga a fare, “vai qui” “vai là” “dalla a lui” ” di là” “tira” “vagli dietro” ecc ecc. Di conseguenza…giocatori incapaci di ragionare e prendere scelte, tema molto attuale nel campo dell’educazione della persona.

Non c’è niente di più bello invece che buttare questi ragazzi dentro al campo (come riscaldamento, in mezzo all’allenamento o alla fine…COME SI VUOLE!) ,con uno, due, tre palloni mille palloni, per costruire allenamento dopo allenamento situazioni piene di ostacoli da superare imparando a gestire il pallone con tranquillità e la situazione di gioco.

La fantasia fa da padrona in queste circostanze, gli obiettivi di ogni allenatore sono diversi, ma si possono adattare al campo del possesso palla.

Una semplicissima esercitazione, fin troppo, ma molto efficace, e la seguente:

Costruiamo un quadrato stretto, e su ogni lato posizioniamo una porta. Avremo quindi 4 porte, ogni porta sarà “valida” per tutte le squadra.

Inizialmente parto sempre lasciando loro la libertà di giocare, senza vincoli. Sicuramente all’inizio risulteranno spaesati, e utilizzeranno solo una porta come sono abituati a fare sul classico campo della domenica.

Con il tempo ed un po’ di insistenza, verrà automatico già con il primo controllo cercare la porta diversa già con il primo controllo, per portare velocemente la palla nel lato debole dell’avversario, dove non c’è la palla.

Arriveranno tagli alle spalle dei difensori, arriverà la ricerca dell’ampiezza, arriveranno le sponde. Curando un obiettivo alla volta, verranno perfezionate le soluzioni trovate dai ragazzi.

La disponibilità di 4 porte permette anche nel tempo di assegnare ad ogni porta o ad una coppia di porte, un modo diverso per segnare.

esempio (a seconda dell’obiettivo) :

porta 1-4 sovrapposizione- ricevo la palla dietro la porta dopo essermi sovrapposto.

porta 2-3 ricevo palla alta tagliando dietro il difensore.

Le opportunità sono infinite, basta solo lavorare con la fantasia. La cosa importante è che i nostri ragazzi lavorino con la loro testa e sperimentino le loro idee e soluzioni gestendo l’ostacolo della pressione avversaria con serenità. Troppo spesso si vedono palloni buttati per paura del giocatore in arrivo.

E’ giunta l’ora di insegnare a giocare con il pallone.

Gigi Riva: storia di coraggio, classe e fedeltà

“Quando arrivò qui da noi nell’estate del 1963 non era quel marcantonio muscoloso e potente che è oggi.
Aveva già due incredibili spalle squadrate, una mascella volitiva e un sorriso che non sapevi mai se era timidezza o se voleva prenderti per il culo.
Ma era magro come un chiodo e la prima cosa che pensammo noi sardi, che tra i fornelli siamo i migliori del mondo, è stata “ma cosa cavolo gli danno da mangiare a quei ragazzi qua in continente ?”.
Non giocava da attaccante puro all’inizio.
Ce ne avevano parlato come di un ala tornante (c’è poco da ridere ! allora si chiamavano così quelli che dovevano dividersi a metà fra la fase difensiva e quella offensiva del gioco) ed in effetti Giggi (rigorosamente con due “GG” qui da noi) si faceva un mazzo tanto a rincorrere avversari e a recuperare palloni nella nostra metà campo.
Ma il nostro mister Arturo Silvestri, detto “Sandokan”, che avendo fatto il difensore tutta la vita di attaccanti forti quando li incontra se ne intende, dopo poche partite lo mise in attacco.
I meno stupiti erano quelli come me che andavamo agli allenamenti e restavamo impressionati dalla potenza del sinistro di questo ragazzo e dalle sue incredibili doti in acrobazia.
Vedendolo giocare da attaccante abbiamo capito subito che quel ragazzo qui poteva davvero arrivare lontano.
E magari portare lontano pure noi che la Serie A sull’isola non l’abbiamo mai vista.

E intanto “GIGGIRRIVVA” lo vedevamo crescere e irrobustirsi ma fin dal primo momento capimmo che aveva una dote che non impari negli allenamenti, per quanto bravi possano essere i tuoi allenatori.
Il coraggio. Quello ce l’hai dentro di te. O non ce l’hai proprio.
Non c’era pallone che non potesse diventare raggiungibile, non c’era avversario abbastanza forte da potersi frapporre tra lui e quella sfera di cuoio e non c’era legge di gravità che condizionasse il suo stacco a colpire di testa o a lanciarsi in spericolate rovesciate nel cuore dell’area avversaria.
Non c’era una sola domenica in cui Giggi non ci obbligava a trattenere il fiato dalla paura quando si lanciava di testa in tuffo per colpire un pallone a mezzo metro da terra, in mezzo ad una selva di gambe pronte invece a calciare quel pallone il più lontano possibile.

Per farla breve … a fine stagione eravamo in serie A.
Per la prima volta nella storia una squadra dell’isola avrebbe disputato il campionato nazionale di calcio.
Questo risultato diede una scossa a tutti quanti.
Non so se fu per caso ma improvvisamente parve che il resto d’Italia iniziò a rendersi conto che la Sardegna non era fatta solo di pastori e pescatori e che nelle cronache dei telegiornali potevamo finirci non solo per i rapimenti.

E se Ricciotti Greatti, un friulano chiacchierone che dopo l’esperienza al Palermo aveva giurato che mai più avrebbe giocato in una squadra di calcio di un isola, fu il nostro leader e capocannoniere con 12 gol il giovane RIva contribuì e non poco con i suoi 8 gol a portarci nell’Olimpo del calcio italiano.
… e il bello doveva ancora venire !
Nella prima stagione di Serie A non sapevamo cosa aspettarci.
Ma i nostri ragazzi crescevano.
“Giggi” più di tutti gli altri.
Dopo un girone di andata in cui avevamo bisogno di prendere le misure con questa nuova realtà nel girone di ritorno diventammo davvero un osso duro per tutti.
RIva segnò 9 reti in quella stagione, compresa una alla Juventus nel gennaio del 1965.
Non l’avesse mai fatto !
Da allora, e per quasi 10 anni buoni, non passava settimana senza che un emissario della Juventus non venisse a vederlo qui da noi nel nostro vecchio e glorioso Amsicora prima, nel S. Elia poi o nelle trasferte in continente.
Ma intanto il nostro Giggi si irrobustiva, prendeva fiducia in se stesso e soprattutto SORRIDEVA !
Cosa che il primo anno qua da noi gli abbiamo visto fare poche volte.
Sono in tanti quelli che a quei tempi venivano qua da noi convinti di arrivare nell’anticamera dell’inferno … ma che poi quando capivano che si, siamo cocciuti e chiusi, ma che se ci sai prendere per il verso giusto ti diamo anche il cuore … facevano poi fatica ad andarsene.
Invece Riva era esattamente come siamo noi sardi.
Schivo, cocciuto e generoso.
L’anno dopo ci salvammo con qualche patema ma soprattutto perdemmo il nostro mister Silvestri, attratto dalle lusinghe del “suo” Milan.
Arrivò un allenatore romano, magro come un chiodo e apparentemente sempre sereno e tranquillo.
Così diverso da Silvestri che in allenamento era capace di prendere a calci nel culo i giocatori che non facevano quello che lui chiedeva.
Arrivammo sesti.
Un gran risultato.
Giggi segnò 11 gol e fu allora che ci dissero che non avremmo potuto tenerlo ancora con noi.
Così almeno la pensava il Presidente Enrico Rocca.
“Riva è in vendita”.
La motivazione era che i costi per continuare a giocare in Serie A erano davvero troppi per la Società.
Per poco non scoppia una rivoluzione.
“GIGGIRRIVVA non si tocca” era la frase che potevi sentire in ogni angolo della Sardegna.
Nelle campagne, sulle barche, nelle scuole e nei bar.
Nel frattempo Riva era diventato come un figlio, un fratello o un nipote per mezza Sardegna.
Ogni sera era a cena a casa di una famiglia diversa !
Magari ci si dicevano 40 parole in tutta la serata ma il calore che volevamo trasmettergli lo sentiva eccome.
Poi sono arrivati quelli che i milioni li avevano davvero.
Siamo diventati una Società per Azioni.
E “Giggi” è rimasto con noi.
Quando tornò Scopigno (che fu mandato via per aver pisciato all’aperto durante una festa vi rendete conto ?) non ci serviva un esperto di calcio per capire che eravamo ormai una grande squadra.
Nel 1968-69 lottammo contro la Fiorentina fino alla fine per la conquista del titolo. “Giggi“ vinse la classifica dei cannonieri con 20 gol.
Nonostante l’anno prima si fosse fratturato il perone in una partita con la Nazionale.
Sapevamo che non ci mancava molto per poter pensare davvero in grande.
Il nostro “filosofo” aveva ormai trovato la quadratura del cerchio.
A tutti in quell’estate del 1969 dispiacque vedere andare via un grande attaccante come Roberto Boninsegna ma bastarono poche partite per capire che la contropartita ricevuta dall’Inter era più che adeguata.
Anzi, era un autentico affare !
Con Angelo Domenghini arrivò quel giocatore non solo capace di fare la fascia avanti e indietro decine di volte a partita ma soprattutto qualcuno capace di mettere in mezzo all’area quei cross sui quali il nostro “GIGGIRRIVVA” era praticamente impossibile da arginare.
Con Sergio “Bobo” Gori arrivò invece la spalla ideale per il nostro numero 11.
Capace di svariare su tutto il fronte d’attacco, di non dare punti di riferimento ai difensori avversari e che grazie al suo notevole altruismo e spirito di sacrificio lasciava Giggi libero di pensare ad un solo e unico obiettivo: fare gol.
La squadra ora era completa, organizzata in ogni reparto e soprattutto con quella fiducia nei proprio mezzi che ti convince che nulla è impossibile. Potevamo anche andare in svantaggio come contro la Roma o come nella partita forse più importante di tutte, quella con la Juventus al Comunale di Torino … ma sapevamo che fino al novantesimo non era mai finita per i nostri ragazzi.
E poi ci fu Vicenza.
Alla domenica pomeriggio tutta la Sardegna si fermava.

Tutti con l’orecchio alle radioline.
Nei bar, nelle case e sul lungomare.
Quel giorno la splendida voce graffiante di Sandro Ciotti ci raccontò di “un gol incredibile, un gesto atletico sublime e di rara bellezza … come forse non si è mai visto prima in un campo di calcio”.
Dopo una descrizione del genere ricordo che l’attesa per vedere questo gol alla Domenica Sportiva fu spasmodica.
Ognuno di noi provava ad immaginare come sarebbe stato quel gol … ma nessuno, neppure il più fantasioso tra i tifosi del Cagliari e del nostro “GIGGIRRIVVA” avrebbe potuto immaginare una rete di cotanta bellezza e spettacolarità.
La Rai era riuscita ad immortalare anche dal basso l’azione.
Si vede Bobo Gori che va sul fondo, mette il pallone in mezzo all’area dove “Domingo” fa da sponda di testa per Riva.
Giggi sta andando verso la porta ma il pallone è arretrato rispetto alla sua posizione.
Sembra una palla persa.
Non per Riva. Per lui il concetto di “palla persa” semplicemente non esiste.
Il nostro bomber effettua una torsione completa con il corpo per poi lanciarsi in rovesciata andando in cielo ad arpionare quel pallone con il suo magico sinistro.
Un istante dopo la palla d’infila sotto la traversa del portiere vicentino Pianta, ex-compagno di Riva al Cagliari fino a due stagioni prima, e letteralmente annichilito da questa prodezza.
Roba da non credere ai propri occhi.

Poi arrivò quel meraviglioso 12 aprile del 1970.
Furono Gori e Riva a segnare i due gol che ci consegnarono lo scudetto nella partita al S. Elia contro il Bari.
Per Cagliari e la Sardegna intera fu la realizzazione di un sogno.
Che non si è più ripetuto e probabilmente non si ripeterà mai più … ma come ripete spesso il nostro Giggi “vincere uno Scudetto qua e come vincerne dieci altrove”.

Sono passati quasi 50 anni da allora.
Riva vive ancora qua con noi, nella nostra isola.
Non se n’è mai più andato.
Gli abbiamo dato affetto, calore e protezione.
… ma con lui, con GIGGIRRIVVA, saremo sempre in debito …

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Una delle passioni di Riva era la velocità.
Era piuttosto frequente vederlo sfrecciare con la sua auto sulla costa o nelle tortuose stradine dell’entroterra. Più di una volta pare che le forze dell’ordine abbiano chiuso un occhio una volta verificato chi c’era al volante. L’aneddoto migliore riguarda però Roberto Boninsegna, suo compagno al Cagliari e in Nazionale che una volta sceso dall’auto di Riva dopo una folle corsa sulle strade della Sardegna decise seduta stante di sottoscrivere un’assicurazione sulla vita !

Un’altra delle grandi passioni di Riva sono le sigarette. E’ conosciutissimo l’aneddoto di quando Gigi, ricoverato in ospedale dopo la frattura al perone contro il Portogallo accettò di farsi intervistare dal grande Gianni Mura in cambio di … un pacchetto di sigarette che in Ospedale ovviamente gli avevano proibito !

Sempre relativo al fumo (e non solo !) è legato uno degli aneddoti più divertenti che riguardano questo grande attaccante. E’ sabato sera e il Cagliari e in ritiro in vista dell’incontro di campionato dell’indomani. E’ passata abbondantemente la mezzanotte ma nella stanza di Riva non si sta dormendo.
Ci sono il portiere Albertosi, il centravanti Gori, il difensore Poli oltre ovviamente a Riva.
E’ in corso una serrata partita di poker. Sul tavolo c’è una bottiglia di whisky e la stanza è avvolta in un’unica, gigantesca nuvola di fumo.
All’improvviso si sente girare una chiave nella toppa.
Gori è il più lesto a capire cosa sta per accadere e si va a rintanare in un armadio.
La porta si apre e dietro la “nebbia” che avvolge la stanza Riva e soci scorgono la sagoma del Mister, Manlio Scopigno.
C’è un lungo, imbarazzato silenzio.
Ad un certo punto Scopigno mette una mano nel taschino della giacca, estrae una sigaretta e chiede con tutta la tranquillità del mondo “Dà fastidio se fumo ?”.
La risata è generale e liberatoria.
Ovviamente nessuna sanzione e nessuna reprimenda.
Anzi, come dirà lo stesso Riva “Da quel giorno saremmo andati in guerra per lui se ce lo avesse chiesto”.

In tempi in cui gli ingaggi dei calciatori, anche di quelli più bravi, non erano neppure paragonabili a quelli attuali, ha sempre stupito tutti il rifiuto di Riva di abbandonare la sua Sardegna per andare a guadagnare assai di più in uno degli squadroni del Nord.
La Juventus in particolare corteggiò assiduamente il bomber di Leggiuno e per diversi anni … senza mai riuscire a portarlo via dalla sua adorata Sardegna. Racconta lo stesso Riva che “praticamente ad ogni partita giocata nel “continente” a fine incontro mi avvicinava un emissario della Juventus dicendomi che c’era Boniperti che mi stava aspettando per un incontro e per parlare del mio futuro. Alla fine imparai a riconoscerli e appena li vedevo cambiavo strada per evitarli !”

Il denaro come detto non è mai stato fondamentale per Riva.
Ci fu un rifiuto ancora più grande e con in gioco una cifra ancora più importante, di quelle che possono davvero cambiarti la vita.
Accade infatti che il regista Franco Zeffirelli intenda offrire proprio al numero 11 del Cagliari la parte di San Francesco d’Assisi nel suo prossimo film.
L’offerta è da favola.
Gigi Riva dice semplicemente “No, grazie” rifiutando la parte e 400 milionidelle vecchie lire.

L’ultimo aneddoto è puramente calcistico e mi fu raccontato personalmente anni fa da Giorgio Negrisolo, ottimo difensore e centrocampista di squadre come la Sampdoria, la Roma e il Verona con oltre 250 presenze in Serie A.
Ed è quanto mai emblematico per descrivere chi era Gigi Riva.
“Era il 1970 e io giocavo nella Sampdoria nel mio secondo anno di serie A. Quel giorno andiamo a Cagliari, a giocare contro una squadra lanciatissima ai vertici della classifica mentre noi annaspiamo nelle zone basse. Siamo negli spogliatoi e il nostro Mister, il grande Fulvio Bernardini, ci dice “Ragazzi, oggi giochiamo contro Gigi Riva. Non me la sento di  imporvi nulla quindi vi chiedo: chi se la sente di marcarlo ?”.
Vedo tutti i miei compagni di reparto chinare contemporaneamente la testa trovando incredibilmente interessanti le punte dei propri scarpini.
Il silenzio è assoluto.
A quel punto io, giovane virgulto ventenne smanioso di mettermi in mostra, alzo il braccio e con fiero entusiasmo dico “Ci penso io Mister !”.
Quel giorno ho passato i 90 minuti più terribili della mia carriera di calciatore.
Perdiamo 4 a 0 e non solo Riva segna un gol e ne propizia un altro paio ma finisco la partita coperto di lividi dalla testa ai piedi !
… e pensare che, essendo io il difensore e lui l’attaccante, sarei io quello che avrebbe dovuto picchiare !
La stessa situazione si ripresenta qualche anno dopo, quando giocavo nella Roma.
Stavolta l’allenatore è il mago svedese Niels Liedholm ma la domanda è la stessa.
“Ragazzi chi se la sente di marcare Riva ?”
… anch’io ero entrato nel club “adoratori delle punte degli scarpini” !!!!

Pianificare la prossima stagione – Quarta settimana

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Pianificare la prossima stagione

Sarò lieto (insieme a Gino – preparatore dei portieri e Sebastiano – preparatore atletico) di farti avere linee guida, obiettivi, programmazione, linea temporale, esercizi e sistemi di valutazione adatti al tipo di squadra che stai allenando.

Il percorso si svilupperà in quattro settimane e i contenuti di ogni singola settimana riguardano:

Prima Settimana: Lavorare per ottenere la migliore forma possibile per i tuoi giocatori rispetto agli obiettivi della prossima stagione.

Seconda Settimana: Sviluppo delle competenze calcistiche. Sviluppare idee ed esercizi adatti al programma che vuoi affrontare durante l’anno.

Terza Settimana: Valutare i tuoi giocatori Approfondire gli obiettivi sui singoli giocatori.

Quarta Settimana: intensificare e ripassare il lavoro svolto finora in prestagione. E’ il tempo per mettere in pratica gli obiettivi singoli e collettivi.

Pianificare la prossima stagione – Terza settimana

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Pianificare la prossima stagione

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Pianificare la prossima stagione – Seconda Settimana

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Pianificare la prossima stagione – Prima settimana

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