IL DIFENSORE “PIU’ VALOROSO” – Carles Puyol (TOP11)

11 di 11 / Il difensore “più valoroso”

Siamo arrivati alla conclusione della nostra TOP11 che ha accompagnato per qualche mese i lettori del blog ILMISTERONE.COM. Speriamo che i calciatori scelti vi siano piaciuti, ma sapete che il legame che unisce gli atleti della TOP11 non è altro che la matematica e la statistica, quindi che vi siano piaciute le scelte fatte o no, dovete farvene una ragione… anche se guardando l’immagine qui sotto della squadra messa in campo riteniamo che possa essere una delle squadre più forti e ben assortite della storia… per questo possiamo confermare che “la matematica ha sempre ragione”.

Ma manca una pedina… e penso siate tutti d’accordo nel dire che ci vorrebbe proprio un bel difensore centrale… e poi si può andare alla conquista di ogni coppa!!!

Carles Puyol

Abbiamo quindi deciso di inserire nella TOP11 come ultima casella del nostro puzzle il difensore “più valoroso”, cioè quel difensore che a detta dei propri compagni giocava sempre col cuore, con coraggio e mettendo anima e corpo in ogni minuti di ogni partita, che fosse una finale di coppa o una semplice partitella in allenamento. Il prescelto è il difensore del Barcellona e della nazionale spagnola (e nazionale catalana) Carles Puyol.

Carles Puyol. Perchè proprio lui?

La statistica dice (e lo dice il celeberrimo magazine The Sun che nel 2018 stila la formazione calcistica ideale del secolo) che a far compagnia in difesa a Maldini, Cannavaro e Cafù (la nostra TOP11 prevede una difesa un po’ diversa…)  c’è il meno talentuoso di tutta la formazione, ovvero Carles Puyol Saforcadada La Pobla de Segur, paesino catalano di circa tremila abitanti adagiato ai piedi dei Pirenei, più vicino ad Andorra che a la capitàl Barcellona.

Carles Puyol. Conosciamolo meglio.

Parliamo proprio di quel ragazzino riccioluto figlio dei Pirenei che sembra non invecchiare mai; e che è uno dei giocatori più vincenti della storia del calcio, nonostante madre natura l’abbia dotato di un relativo talento calcistico. Eppure Carles, simbolo con Xavi, Iniesta e Messi per circa 15 anni della squadra più vincente del Millennio, è riuscito là dove non sono riusciti giocatori ben più talentuosi di lui.

È la storia di Carles Puyol, il capitano coraggioso. Emblema della classe operaia che va in paradiso, e di come la mente a questo mondo possa permettere di superare qualsiasi ostacolo. Perché, come sentenziò il romanziere Herman Hesse, “quando un uomo rivolge tutta la volontà verso una data cosa, finisce sempre per raggiungerla”. Anche se parti da un villaggio di neanche 3.000 anime dimenticato da Dio.

Carles Puyol

Carlitos nacque nella primavera del 1978, proprio nei giorni in cui il nostro paese seguiva con un misto di terrore e sbigottimento la vicenda del rapimento di Aldo Moro. Una parziale spiegazione al forte carattere che l’ha sempre contraddistinto la si trova nel lifestyle e nei ritmi compassati ma duri del suo paesello d’origine: La Plota deve infatti la sua fortuna allo stabilmento d’imbottigliamento dell’acqua che sgorga dalle vicine sorgenti naturali, e che plasma la vita degli abitanti secondo dei ritmi di produzione intensi, che tanto cozzano coi tempi riflessivi imposti dalle grandi montagne che incombono alle spalle.

Circa il 90% della popolazione lavora infatti come manodopera nello stabilimento fortemente voluto dal dittatore Franco, che pare non si sedesse a tavola senza una bottiglia dell’acqua della Lleida. Negli anni ’80 le massime aspirazioni per un giovane poblatano – a detta di Carles – erano quelle di diventare capo reparto o contabile presso il reparto amministrivo della fabbrica, e di poter un giorno mettere le mani o su una bella ragazza della vicina Senterada o più semplicemente su una Derbida cross dalle elevate prestazioni.

Entrando ulteriormente nella vita paesana, va detto che a La Plota – come da tradizione – la domenica è il giorno più importante. Se la mattinata è infatti dedicata all’espletare le funzioni religiose nella chiesa di Santa María de Montsor, il pomeriggio è dedicato invece all’espletare le funzioni dell’altro culto di La Plata: il post pranzo domenicale, infatti, è il momento in cui scende in campo il Futbol Club Barcelona.

È l’unico giorno della settimana in cui tutti si fermano, in cui il tempo si dilata e perde di significato. In cui la tensione si fa quasi insostenibile, sia per i vecchi che per i più piccoli, perché gli eroi scendono in campo. Perché come recita un proverbio locale: “se un poblatano si ferisce, esce sangue blaugrana”.

Carles Puyol

Questa è la principale spiegazione del perchè Puyol sia rimasto, nonostante una sconfinata serie di alternative, per circa 25 anni sempre nello stesso club. In quello stesso club che l’ha accolto nelle giovanili nel lontano 1995, nonostante lo avesse in precedenza scartato già due volte:

“La prima volta che provai per il Barca avevo 12 anni e giocavo come portiere. Per fortuna, a seguito d’un infortunio alla spalla, fui spostato a centrocampo. La terza volta, a 16 anni, mi presero: mai stato così felice come quel giorno in cui ebbi la notizia. Da noi il Barca è come una religione”.

Fu così che Puyol esordì appena diciassettenne per il Barcellona C, giocando per lo più come mediano centrale. Il che gli ha permesso ad inizio carriera di sviluppare, lui che non aveva certamente nel tocco di palla il suo punto di forza, una buona tecnica di base. Che s’è andata ad affinare su di un giocatore già allora fisicamente dirompente, oltre che perfetto da un punto di vista attitudinale e tattico. Il senso della posizione, un’innata capacità di recupero e di marcare gli avversari hanno poi fatto il resto.

Un erede (meno elegante) di Paolo Maldini, tra l’altro da sempre idolo di Puyol: “In Spagna avrei potuto giocare solo nel Barcellona. Se propio avessero voluto cedermi, avrei optato per il Milan per via di Paolo”. Carlitos è sempre stato questo: un eccellente leader emotivo, impeccabile nella lettura tattica del gioco e particolarmente adatto a giocare in un sistema che lasciava ad altri la costruzione della manovra. In pratica, da subito gli venne chiesto di giocare semplice e sbagliare poco in fase di possesso.

Carles Puyol

Diverso il discorso riguardo la fase difensiva: lì ha sempre comandato lui, el guerrero. Un guerriero con poche macchie e certamente poca paura. Dirà di lui Piqué:

“Non considerava mai una partita chiusa: anche sotto di quattro reti a dieci minuti dalla fine, lui non pensava mai che fosse chiusa”.

Tra tutti i difensori con cui ha duettato, è probabile che l’intesa più riuscita sia stata proprio quella col fidanzato di Shakira, sensibilmente più talentuoso ma anche più tendente alla distrazione rispetto al Nostro. Perché, in fin dei conti, è la lucidità di testa che ha consegnato alla storia il mito di Puyol.

Che nel frattempo scalava le gerarchie in uno dei club più famosi al mondo, esordendo già nel 1997 nel Barcellona B. Già Nazionale iberico Under 18, Carles era nel frattempo stato spostato come laterale difensivo destro. Ruolo che ricopriva con una determinazione, una garra ed una sapienza tattica notevoli.

Ma la chance con la prima squadra ci fu soltanto all’alba della stagione 1999/2000, quando il folle genio Louis Van Gaal convinse la dirigenza a tenere in rosa quel giovane 21enne capellone, che molti all’interno della società non consideravano (nella migliore delle ipotesi) niente più che un onesto mestierante da squadra di medio-bassa classifica.

Tanto dall’averlo sostanzialmente ceduto a titolo definitivo al Malaga. Se il trasferimento saltò, fu soltanto perché Puyol vide esordire in prima squadra quello che negli anni sarebbe diventato il suo miglior amico all’interno della squadra, ovvero Xavi Hernandez, decidendo così di rimanere a giocarsi le sue chance nella squadra dei suoi sogni.

Ma, se molti giocatori negli anni si sono “lamentati” del trattamento duro ricevuto da Van Gaal – dal sopracitato Xavi a Luca Toni, da Van Persie a Litmanen, sono molti i casi legati al discusso tecnico – questo certamente non è il caso di Puyol. Che Van Gaal buttò nella mischia a discapito di Reiziger e De Boer sin dall’inizio della stagione 1999/2000. Schierandolo talvolta da laterale, talvolta come difensore centrale.

Fu un autentico boom: in poco tempo il suo temperamento fu da chiunque giudicato indispensabile in una squadra che peccava d’intensità e furia agonistica. Una delle poche note liete di una squadra che non ingranava, sommersa in ogni dove da pesantissime critiche. Non la situazione ideale, specialmente per un giovane.

Tuttavia l’escalation del nuovo idolo dei tifosi, che s’identificarono più in quel giovane lottatore loro compaesano che nei talenti olandesi che riempivano il roster, fu lenta ma inesorabile; a poco a poco, Puyol s’insinuò nella mente dei suoi avversari e nei cuori dei suoi tifosi. Anche se, ad onor di cronaca, il matrimonio tra Puyol ed il Barça rischiò di subire una brusca interruzione all’inizio della stagione 2003, quando il cattivo stato delle finanze del Clùb costrinse quasi la dirigenza a vendere il miglior laterale destro d’Europa – come era stato eletto al termine della stagione 2002/03 – al Manchester United.

Fortunamente per i catalani, la nuova società rimpinguò le casse del Clùb e diede poi vita sotto la guida di Frankie Rijkaard ad un nuovo ciclo di successi. Nella squadra degli Xavi e degli Iniesta, dei Ronaldinho prima e dei Messi poi, dei Dani Alves e degli Eto’o, l’elemento forse con maggior peso specifico era proprio il figlio dei Pirenei. Era lui infatti a tenere tutti sempre sul pezzo, a spingerli a superare i propri limiti e a guidarli tatticamente con un agonismo che raramente si vede sui campi di calcio. Agonismo costantemente accompagnato da estrema lucidità, s’intende.

Carles Puyol

Per queste ragioni fu nominato, dopo il ritiro di Luis Enrique, capitano. E nonostante fosse oramai parte stabile e fondamentale della nuova Nazionale spagnola, nonostante giocasse in uno dei club più titolati al Mondo, quando Carles affrontò la sua seconda stagione da capitano nel 2005 non aveva ancora vinto assolutamente niente:

“Ho sempre avuto fame di vittorie, non fraintendetemi. Ma certamente vivo per l’agonismo, non per la vittoria in sé. Per l’emozione della battaglia. L’importante è competere, non tanto il premio finale. Certo è che non vincere mai è frustrante. Ecco, nel 2005 mi sentivo così: frustrato. Ma non deluso o triste: vivevo e vivo ancora in un sogno.”

Si sarebbe rifatto con gli interessi: a fine carriera, nel 2014, il “tassametro” contava tra le altre cose: 3 Champions League, 6 Campionati (ed altrettante Supercoppe nazionali), un Europeo e la vera ciliegina sulla torta: la Coppa del Mondo in Sudafrica. Ottenuta anche grazie ad un suo gol che permise alle Furie Rosse di superare di misura la temutissima Germania di Loew in semifinale. Lui, che in realtà ha segnato pochissimo in carriera (15 gol in circa 600 apparizioni).

È molto difficile trovare delle macchie nell’immacolata carriera di Carles. Anzi, è sostanzialmente impossibile. Anche quando il fisico ha cominciato a tradirlo – dal 2012 ha avuto un’impressionante serie d’infortuni alle caviglie – il suo apporto carismatico non è mai mancato. E non è mancato neanche quando è diventato dirigente (ruolo che ha ricoperto fino alle dimissioni per solidarietà verso l’ex direttore tecnico Zubizzarreta, nel gennaio 2015).

Poco propenso a cedere ai vizi terreni, a Barcellona nessuno può dire d’averlo mai visto in qualche locale a divertirsi. Neanche Ibiza, dove è solito passare tutte le sue estati sin dal 1999, è riuscito a farlo uscire dallo Stayhome ClubEstremamente riflessivo, corretto e rispettoso, non si sa praticamente nulla della sua vita extracalcistica.

Il segno distintivo sono sempre stati i capelli da rockstar, che porta così in omaggio al chitarrista dei Napalm Death, suo gruppo preferito, e che neanche Van Gaal è mai riuscito a fargli tagliare (non che non ci abbia provato in tutti i modi…).

Tanto arcigno e insuperabile in campo quanto schivo e riservato fuori, attualmente studia da allenatore e cresce la figlioletta avuta dalla modella Maléna Costa, unica vera relazione che gli sia mai stata attribuita. Per sua stessa ammissione, il desiderio di paternità ha sostituto quello per la lettura (è un famelico lettore di noir spagnoli) a seguito della morte del padre, deceduto nel 2009 mentre lavorava nella sua fattoria.

Carles Puyol

Ci manca, onestamente. E mancherà tanto a noi quanto ai suoi compagni di reparto. Carles, roccia inscalfibile in campo e riferimento fuori, rimane forse uno dei giocatori che nella storia ha maggiormente superato i propri limiti. Ci manca la sua furia agonistica, come i suoi incredibili recuperi per coprire le sbavature dei compagni.

Il suo ritiro, per certi versi passato sotto traccia, ha creato un vuoto difficile da colmare. E non solo nei tifosi catalani. Perché per una volta è la normalità che si fa eccezionalità, la mente che supera ogni ostacolo. L’operaio che finisce per progettare un ponte. E che lo fa meravigliosamente. Gràcies per tot, vecchio Carlitos.  (da zonacesarini.net)

Carles Puyol. Un video per capire meglio chi è

Carles Puyol. Il suo “segreto”

“Non ho la tecnica di Romario, la velocità di Overmars o la forza di Kluivert. Ma io lavoro di più rispetto agli altri. Sono come lo studente che non è tanto intelligente, ma ripassa per gli esami e infine li supera”.

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo?

“Vengo da un paesino di 3000 anime dimenticato da Dio chiamato la Plota. Circa il 90% della popolazione lavora infatti come manodopera nello stabilimento che produce acqua Lleida. Negli anni ’80 le massime aspirazioni per un giovane erano quelle di diventare capo reparto o contabile presso il reparto amministrativo della fabbrica. La Domenica invece era il giorno in cui tutti si rilassavano. La mattina chiesa, e il pomeriggio Fultol Club Barcelona. È stato in uno di quei pomeriggi che mi innamorai di quella squadra.
Ero sul divano con mio padre, e il Barcelona stava perdendo a Valencia per 2-1. Mi girai verso di lui e gli dissi: “Papà, da grande sarò un giocatore del Barcelona.”
Lui mi disse: “È bello sognare, ma continua a studiare.” Da quel giorno presi le parole di mio padre come una sfida. Non c’è stato momento che in cui ho pensato ad altro. Provini su provini… dicevano che non ero bravo, infatti mi misero in porta. Poi un giorno grazie ad una botta presa alla spalla, finii in mezzo al campo. Da lì non sono più uscito. Feci il provino per il Barca per 6 anni consecutivi. Dicevano sempre che non potevo giocare, e che non valevo molto. Non ero bravo tecnicamente, e se volevo far colpo su qualche club, dovevo crescere in muscolatura. Ero troppo sottile, e avevo poca forza nelle gambe.

Dopo quelle parole tornavo a casa ogni volta distrutto…
Un giorno però ci fu la svolta. Cambiai radicalmente il mio modo di pensare. Lasciai la scuola calcio, e cominciai a correre tutti i pomeriggi sulle colline della mia città, per far crescere la muscolatura nelle gambe. Mi ponevo degli obbiettivi. La prima volta 2 km, la settimana dopo 4 km, e così via, fino ad arrivare in cima. Quando vedevo passare delle persone in macchina, cercavo di gareggiare con loro.

L’estate dopo ci riprovai… Avevo 16 anni. Mi presero. Telefonai a casa, e rispose mio padre. È stata l’unica volta che l’ho sentito piangere. Ho cominciato a giocare per il Barcelona C, e da lì, ho fatto tutta la trafila. Vedevo gente più brava di me, dei fenomeni, che però si allenavano saltuariamente. Non sono mai andati oltre i Barcellona C. Io in tutta la mia vita non ho mai saltato un solo giorno di lavoro, perché sapevo che per arrivare dovevo allenarmi più degli altri. Non avevo tecnica, e dovevo concentrarmi di più sulla mia forza fisica.

Ho sempre avuto fame di vittorie, ma non fraintendetemi. Vivo per l’agonismo, non per la vittoria in sé. Per l’emozione della battaglia. L’importante è competere, non tanto il premio finale. Quando giocavo, non consideravo mai una partita chiusa: anche sotto di quattro reti a dieci minuti dalla fine, non pensavo mai che fosse chiusa.

Ancora oggi vado a correre su quelle colline, e ricordo i miei inizi. Cominciò tutto lì.
In molti mi dicono, ma come fai!? Come puoi continuare ad allenarti ancora oggi!?
Io gli rispondo sempre: “Io continuerò ad allenarmi anche a 70 anni. Non so stare senza… fermarmi a riflettere su un divano, equivale a morire piano piano. Ed io non voglio ridurmi in quello stato. Voglio continuare a competere. Non posso più farlo confrontandomi con gli altri, ma lo faccio confrontandomi con me stesso.”

IL DIFENSORE “PIU’ ELEGANTE”

La “matematica” non è un’opinione. E neanche questa TOP11 (decima settimana),
10 di 11 / Il difensore “più elegante”

Se dovessimo mettere in campo i 9 calciatori che fino ad oggi sono entrati con pieno merito nella nostra TOP11 avremmo sicuramente un po’ di problemi nella fase difensiva…. Pensare che Lahm e Milner possano tenere il peso di tutto il reparto difensivo giocando sulla fascia è parecchio improbabile… Ecco che quindi è giunto il momento di premiare un difensore, anzi un Difensore, con la D maiuscola.

Avremmo potuto scegliere il difensore più prolifico, ma non è detto che sarebbe stato anche un buon difensore (esempio Roberto Carlos farebbe fatica a giocare da centrale difensivo). Potremmo scegliere il giocatore più vincente, quello meno falloso, quello più tecnico, quello più ben voluto dai compagni oppure quello più elegante in tutti gli aspetti del gioco.

Abbiamo quindi pensato di racchiudere tutti questi aspetti in un unico giocatore, perché se, statistica alla mano, dobbiamo premiare un difensore su tutti non possiamo altro che inserire nella nostra TOP11 il compianto Campione del Mondo (con Italia e Juventus) Gaetano Scirea.

Gaetano Scirea. Perchè proprio lui?

La statistica ci dice che da un sondaggio svolto dalla EBS Sport nel 2015 in cui veniva chiesto a giornalisti, calciatori e dirigenti quale fosse il difensore più “elegante” (non solo a un punto di vista estetico) che avesse mai giocato in Europa, il grande Gaetano ha vinto con il 41,3% dei voti… in pratica su 10 voti ben 4 sono andati a lui, tenendo conto che erano in lista difensori del calibro di Baresi, Cannavaro, Beckenbauer, Thuram, ecc. direi che possiamo inserirlo ben volentieri nella nostra TOP11.

Gaetano Scirea. Conosciamolo meglio

Classe esemplare. Due cose ci fanno ricordare questo grande calciatore morto alla giovane età di 36 anni: la sua capacità di dare una definizione originale e totalmente inedita del ruolo di libero e il suo fair play.

Il Gaetano Scirea calciatore è agile: si muove in avanti con grazia ed eleganza e aiuta il centrocampo nelle manovre difensive, senza sdegnare azioni di disturbo e appoggi sapienti. Il suo è uno stile che va al sodo: avvia l’azione da dietro e segna gol importanti grazie anche alla tecnica ambidestra.

Il fair play e l’estremo rispetto per l’avversario sono dimostrati dal fatto che nella sua lunga carriera non è mai stato ammonito né espulso.

Un record bello e importante, che si ricorda con piacere, in anni in cui il calcio sembra essere contraddistinto solo da tanta violenza e incomprensioni.

Gaetano Scirea nasce a Cernusco sul Naviglio in provincia di Milano il 25 maggio 1953 e inizia la sua carriera calcistica nel 1972: giocherà nell’Atalanta, nella Juventus e diventerà il perno insostituibile della Nazionale di Bearzot, con la quale vincerà la coppa del mondo nel 1982.

Ma non è solo questo il prezioso riconoscimento che Gaetano Scirea avrà modo di stringere tra le sue mani: dopo due stagioni in serie A con l’Atalanta, approda alla Juventus nella stagione 1974/1975 dove vince in 11 anni tutto il possibile: scudetti, coppe europee, la coppa Intercontinentale.

Il 1975 lo vede vincitore del primo dei 7 scudetti con la Juventus e alle prese con l’esordio in nazionale: il 30 dicembre si gioca Italia-Grecia, finita 3 a 2 per gli azzurri. Nel 1977 c’è l’accoppiata campionato-Coppa UEFA, nel 1978 il terzo scudetto che precede la partenza per l’Argentina dove si disputeranno i mondiali; del 1979 è invece la coppa Italia. Compagni e protagonisti di questo periodo d’oro, in uno dei più potenti schieramenti difensivi che la storia ricordi, sono Gentile, Cabrini, Furino e Brio.

Nel 1981 arriva il quarto scudetto con una Juve pigliatutto ed è anche la vigilia del secondo mondiale: sono anni densi di partite e di vittorie e Gaetano Scirea è nel pieno della sua maturità atletica e calcistica.

Il 1982 è il più glorioso per il calciatore, perché è in questo anno che mette a segno con la maglia bianco-nera il quinto scudetto e vince la coppa del mondo. Ma non finisce qui. Gli anni 1984 e 1986 segnano altri due scudetti e nel 1985 è la volta della coppa Intercontinentale, vinta a Tokyo battendo ai rigori l’Argentinos Juniors. Non vanno dimenticate la coppa Italia del 1983 e, sempre nel 1986, la coppa delle coppe e la supercoppa europea.

Giocherà con la Juventus fino al 1988. La sua ultima partita in nazionale ai mondiali è del 17 giugno 1986, in Messico.

Alcuni numeri del grande calciatore: vincitore di 14 titoli, autore di 32 gol, disputa nella sua carriera con la Juventus ben 552 incontri. Il record di presenze in bianconero verrà superato nel 2008 da Alessandro Del Piero, il quale avrà modo di dichiarare: “Raggiungere Scirea nelle presenze è un traguardo che mi inorgoglisce sotto tanti aspetti. È un numero importantissimo, ma la mia speranza è di entrare nel cuore della gente come è entrato lui. Ogni tanto rifletto su come potrebbero vedermi i ragazzi, i bambini. Forse mi vedono come io vedevo lui, Gaetano Scirea, e i campioni come lui. Li guardavo con rispetto, avevo la voglia di emularli, lo sognavo. La gioia di giocare nella Juventus, in nazionale, ad alti livelli. Vincere tanto, vincere i mondiali. Sono riuscito ad ottenere molte di queste cose, l’ho fatto con la passione, con l’umiltà. Mi farebbe piacere che in futuro mi vedessero con gli stessi occhi con cui io guardo lui. Questo è un mio obiettivo, un traguardo”.

Gaetano è un campione entrato a buon diritto nel tempio dei fuoriclasse, che muore però prematuramente a soli 36 anni il 3 settembre 1989 in Polonia. Le circostanze sono tragiche: a seguito di un incidente stradale rimane bloccato nelle lamiere di una vecchia auto che va in fiamme col suo carico di benzina supplementare.

Il calciatore aveva assunto da poco l’incarico di secondo allenatore a fianco di Dino Zoff, e si recava in Polonia a osservare il Gornik, che da lì a poco sarebbe stato avversario della Juventus in coppa Uefa.

Oltre allo stadio comunale del suo paese natale, a Gaetano Scirea è dedicata una curva dello stadio torinese “Delle Alpi”.

(da biografieonline.it)

Gaetano Scirea. Un video per capire meglio chi è

Gaetano Scirea. Un suo “pensiero” per conoscerlo meglio

“Ho rubato qualcosa a ciascuno dei tecnici che ho avuto. Da Parola la capacità di responsabilizzare i giovani, da Trapattoni la capacità di tenere unito lo spogliatoio, da Marchesi la serenità. E da Bearzot quella straordinaria umanità che è la base di ogni successo.”

Gaetano Scirea

Gaetano Scirea. Il suo “segreto”

Purtroppo non abbiamo potuto “intervistare” il nostro TOP11 per ovvie ragioni. Non ci ha potuto quindi regalare i suoi segreti e non ha potuto suggerire ai giovani che leggono il blog alcuni piccoli/grandi consigli su come diventare un grande giocatore…

Accontentiamoci quindi di alcuni ricordi di persone che lo hanno vissuto, in modo da avere qualche piccolo/grande consiglio su come almeno diventare un grande uomo.

Boniperti: « Qualità fuori dal comune»
«Il mio fuoriclasse era Scirea. Parlava poco, eppure aveva carisma. Era un piacere stare con lui e in qualsiasi occasione, non soltanto sul campo, ti faceva fare bella figura. Il giorno in cui ho preso Scirea, per la prima e unica volta, Achille Bortolotti (presidente dell’Atalanta) mi ha detto: “Gaetano te lo porto io a Torino. Perché questo ragazzo è diverso da tutti gli altri”. Quando Gai ha smesso di giocare, io volevo che diventasse un punto fermo della Juventus. Prima come osservatore, poi come allenatore, ma lo vedevo benissimo anche come uomo di pubbliche relazioni. Aveva qualità fuori dal comune: li riconosci subito i giocatori che hanno qualcosa in più: li vedi da come si muovono in campo e da come leggono il gioco un secondo prima degli altri; se poi sono dotati di spessore umano e pulizia morale hai davanti agli occhi un fuoriclasse anche nella vita. E Scirea lo era. Io gli volevo bene»

Zoff: «Una persona vera Non un personaggio»
«Gaetano? Un uomo straordinario e un calciatore straordinario. Un esempio di stile e classe sia in campo sia fuori. Con lui abbiamo condiviso tanti momenti, in ritiro stavamo sempre nella stessa stanza. Ricordo che durante i Mondiali di Spagna, Tardelli non riusciva a prendere sonno la notte prima delle partite. Per rilassarsi veniva in camera nostra; la chiamava la “Svizzera” perché era il posto più tranquillo del ritiro. Nel nostro modo di stare insieme, del resto, non avevamo bisogno di troppe parole, quasi sempre bastava uno sguardo. Sarebbe stato un ottimo allenatore, se ne avesse avuto l’opportunità: sapeva convincere, gli piaceva insegnare. Il calcio di oggi gli sarebbe piaciuto, anche se non era il tipo da rincorrere miraggi di protagonismo. Non sarebbe mai diventato un personaggioda copertina, ma avrebbe saputo farsi ascoltare da tutti»

Furino: «Non aveva bisogno di urlare»
«Si è detto tanto su Gaetano in questi giorni, ed è un bene. Perché è un bene ricordare le persone che hanno operato nel mondo dello sport con grande serietà e competenza senza mai andare sopra le righe. Ricordare una persona come Gaetano, visti i tempi che corrono, diventa ancora più importante: adesso va di moda urlare, sbraitare pur senza porre l’accento sui valori. Ecco, Scirea era un ragazzo che non urlava, ma invece era pieno di valori: insomma, un esempio per tutti. Lo era allora e lo sarebbe ancora di più adesso. Un ricordo su tutti, per l’essenza di Gaetano: non rammento che partita fosse, ma a un certo punto, ad inizio gara, Scirea subì un pestone al piede destro. Non è uscito, ha continuato a giocare tutta la partita pur non potendo usare il piede: ha calciato tutto il tempo con il sinistro. Questo episodio, secondo me, la dice lunga su che tipo di persona fosse Gaetano»

Tardelli: «Forti come lui non ce ne sono più stati»
«Era uno dei giocatori più forti del mondo, ma era troppo umile per dirlo o anche solo per pensarlo. Il suo essere silenzioso e riservato forse gli toglieva qualcosa in termini di visibilità, ma certamente gli faceva guadagnare la stima, il rispetto e l’amicizia di tutti. Questo non significa che fosse un debole o che non avesse niente da dire: al contrario, era dotato di una grande forza interiore e sapeva parlare anche con i suoi silenzi. Io e lui avevamo caratteri completamente opposti, ma stavamo bene insieme. Una volta venne a trovarmi al mare e giocammo insieme a nascondino. Una cosa strana per dei professionisti, invece faceva parte del nostro modo di stare insieme e di divertirci in maniera semplice. Nel calcio d’oggi credo che si sarebbe trovato un po’ spaesato, ma solo a livello personale. Diciamo che personaggi con il suo carattere nel mondo del calcio non ce ne sono più»

Causio: «La sua serenità mi faceva arrabbiare»
«Arrivò a Torino che era ancora giovanissimo, mentre io ero alla Juventus già da anni. Si può dire che l’ho visto crescere: ragazzo, fidanzato, marito, padre modello. Era timido e buono, forse persino troppo. Spesso gli dicevo di reagire, di essere un po’ più cattivo con gli avversari: quella sua serenità mi faceva persino incavolare. E lui sapete che cosa mi rispondeva sempre? “Non ci riesco”. Lo diceva con il sorriso sulle labbra, era disarmante. Non l’ho visto una sola volta arrabbiarsi, diceva che non ne valeva la pena, e a posteriori devo ammettere che aveva ragione lui. Abbiamo passato insieme i migliori anni della nostra vita, abbiamo vinto tanto, abbiamo condiviso gioie bellissime. Quando sono andato via dalla Juventus siamo comunque rimasti molto legati. Era impossibile non volergli bene, era impossibile parlare male di lui. Gli volevo molto bene»

E infine un “pensiero” di Gaetano per tutti noi.

“I vostri figli vi guardano” (rimproverando alcuni atteggiamenti maleducati di alcuni suoi compagni in un Fiorentina-Juventus di qualche anno fa)

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

La matematica non è un opinione

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

Il Giocatore “più IMPORTANTE” – TOP11 (Nona settimana)

9 di 11 / Il giocatore “più importante”

Stiamo arrivando alla conclusione della nostra TOP11 e quindi ci stiamo tenendo per la fine le pedine fondamentali, o meglio le più importanti… Certo il termine “importante” può voler dire tante cose… secondo il dizionario la parola importante significa “Che rappresenta qualcosa di fondamentale, di determinante ”…..” di persona autorevole, influente…”

Anche adesso le idee possono essere diverse. Importante rimane un’opinione troppo vaga e soggettiva. Per la nostra TOP11, che della matematica fa una vera e propria guida e dalla statistica trae la forza della “verità assoluta”, potremmo definire giocatore “più importante”quel giocatore che più di tutti influenza con la sua presenza il risultato. Cioè quel giocatore che quando è in campo porta la sua squadra al successo…quando invece manca le prestazioni della sua squadra peggiorano sensibilmente.

Chi è dunque quel giocatore che influisce più di tutti sulle prestazioni delle squadre in cui ha giocato? Tenendo conto del calcio moderno, quindi diciamo dal 2000 in poi, dove le statistiche sono più aggiornate, il calciatore che possiamo inserire nella nostra TOP11 è il francese campione del mondo Claude Makelele.

Claude Makelele

Claude Makelele. Perchè proprio lui?
La statistica ci dice che delle 587 partite giocate tra Real Madrid, Chelsea, PSG e Nazionale (non abbiamo preso inconsiderazione le stagioni con Nantes e Celta Vigo perché ovviamente conta anche con chi giochi…) Makelele ha chiuso la carriera con il 67,3% di vittorie(e solo il 13% di sconfitte)…in pratica con Makelele in campo su 10 partite ne vinci 7 e ne perdi solo una…niente male!

Claude Makelele. Conosciamolo meglio
Nato a Kinshasa (Zaire) il 18 Febbraio 1973, il piccolo Claude vive i primi anni della sua vita nella capitale congolese, in uno stato in cui imperversa la dittatura di Moputu il quale, in nome di un altezzoso nazionalismo, impone alle famiglie di utilizzare cognomi in lingua locale. Il futuro mediano acquista quindi il cognome “Makelele”, che in swahili significa “rumoroso”. Da notare che questo cognome stride ampiamente con la personalità che il mediano dimostrerà nel corso della carriera.

Quando Makelele aveva solo 4 anni, la famiglia si trasferisce a Parigi, nel quartiere Savigny-le-Temple: qui l’ambientamento procede in modo forzato, in quanto in Francia sono presenti molti africani ma a farla da padrone è la diffidenza dei francesi. Recentemente, il centrocampista exChelsea e Real Madrid avrà modo di raccontare che “fu un’esperienza molto influente ai fini della sua crescita umana, ma alla fine essere nato in Africa faceva si che non potevi essere considerato uno di loro (riferito ai francesi),quindi fu difficile integrarsi in quanto ci si sentiva meglio tra connazionali”. Quindi, quando Makelele aveva 16 anni, la famiglia fu costretta ad emigrare verso Brest, la città più ad occidente di Francia. Qui il tenore di vita è più basso e il giovane Claude si iscrive ad una scuola calcio, dove viene notato dagli emissari del Nantes.

La carriera di Makelele inizia proprio con i gialloverdi del Nantes, in cui il giovanissimo giocatore dal cognome“rumoroso” rimane per 5 stagioni, risultando spesso e volentieri tra i migliori in campo ed essendo uno dei protagonisti della cavalcata nella stagione 1994/95, in cui i bretoni conquistarono un inatteso quanto meritato titolo di Campioni di Francia.

Nonostante Makelele si faccia notare per aggressività e temperamento, rimane comunque trai giocatori più sottovalutati del periodo, nel quale imperversava un certo Zinedine Zidane del Bordeaux. Una non esaltante stagione a Marsiglia sembrerebbe quasi far perdere le tracce di Makelele, costretto ad emigrare nel modesto Celta Vigo: qui però sarà Makelele ad essere il fulcro del centrocampo, portando una squadra imbarazzante come il Celta a piazzamenti interessanti.

L’ambizione di Makelele mirava a club di alto rango:ma bisognava“creare” la circostanza affinché potesse concretizzarsi l’approdo in un club di ben altro spessore rispetto al Celta Vigo. Ebbene,questo motivo ci viene raccontato da un grottesco aneddoto: il suo procuratore Marc Roger, da buon volpone, finse che la macchina di Makelele era stata attaccata da tifosi del Celta Vigo con lanci di pietre, che gli avevano sfondato i finestrini. Il tutto in accordo con il piccolo centrocampista franco-congolese. Il piano riuscì e nel Luglio 2000 Makelele diventa un giocatore dei galacticos, nello stesso giorno in cui avviene uno dei trasferimenti all’epoca più costosi, il passaggio di Luis Figo dal Barcellona al Real Madrid per 100 miliardi di lire.

Al Real Madrid Makelele era quel giocatore di quantità necessario in una squadra altamente sbilanciata come i galacticos. In particolare,Makelele dichiarerà in un’intervista che “gran parte dell’interpretazione del ruolo di mediano è stata perfezionata a Madrid, dove era l’unico giocatore di contenimento”.

In particolare, Makelele ribadirà la sua stima per Zidane,con il quale “bastava uno sguardo per capirsi”. Nonostante l’importanza acclamata di Makelele nello scacchiere tattico del Real Madrid, Florentino Perez diede sfoggio della sua enorme competenza calcistica con le seguenti dichiarazioni:“non ci mancherà Makelele, ha una tecnica mediocre, gli manca il talento e la velocità per recuperare la palla”. Invece, Zidane aveva pienamente compreso l’importanza del mediano francese per il Real Madrid, e la sua risposta mise alla berlina le strampalate teorie di Perez. Secondo Zizou, la cessione di Makelele era paragonabile “ad un’ulteriore mano di vernice dorata ad una Bentley senza motore”. Le dichiarazioni di Zidane non riuscirono a trattenere il mediano alla corte di Perez: Claude Makelele diventa un giocatore del Chelsea nell’estate del 2003.
E il Real Madrid non vinse nulla per tre anni e nessuna Champions fino all’arrivo di Ancelotti ben 11 anni dopo… Probabilmente Zidane aveva ragione…

Il primo anno al Chelsea non fu felice per Sinda, che non riuscì ad esprimersi al meglio sotto la guida di Ranieri. Negli anni successivi, la musica cambiò: al Chelsea approdò Josè Mourinho, che riconobbe l’importanza di Makelele a livello tattico infatti, oltre al solito compito di rubare palla, il piccolo centrocampista era spesso inserito tra le linee, con compiti di avvio azione nonché di copertura degli spazi lasciati liberi da Lampard oppure Ballack.

Makelele dichiarerà che “nella sua posizione non occorre pensare al fatto di poter segnare pochi gol, bisogna pensare a divertirsi, nonché essere consapevoli dell’importanza che si ricopre ai fini degli equilibri di squadra.” Makelele dividerà la sua esperienza al Chelsea in due periodi: nel primo (2004-2006), il mediano descrive la situazione come “un gruppo unito, di amici che si allenavano e vincevano assieme, bevendo, uscendo a cena e condividendo molte cose al di fuori del campo”.

Il secondo periodo individuato da Makelele è il biennio 2006-2008, nel quale “molti degli equilibri si ruppero, lo spirito di fratellanza andava disgregandosi e Mourinho rifiutò il consiglio di Abramovich di dare maggiore libertà alle colonne portanti del Chelsea, accaparrandosi tutti i meriti. Verso la fine della sua permanenza, Mourinho si sentiva minacciato appena un giocatore occupava la scena più di lui”.

L’esperienza di Makelele al Chelsea giunse al termine nell’estate del 2008, in cui il piccolo centrocampista fu acquistato dal Paris Saint Germain. In tre stagioni nella capitale francese, Makelele arricchirà il suo palmares con un campionato francese, prima di decidere di appendere le scarpette al chiodo con questa simpatica dichiarazione: “sono arrivato per giocare una sola stagione, ne ho giocate tre. Ho superato il limite”.

AttualmenteMakelele è direttore tecnico del Monaco, club che sta emergendo negli ultimi anni seguendo una politica incentrata sul lancio di molti giovani in prima squadra. Tuttavia, il piccolo centrocampista sarà ricordato per la sua versatilità in qualità di centrocampista difensivo, del quale è stato uno dei massimi interpreti tanto che il suo modo di approcciare al ruolo è stato definito come “The Makelele Role”.

Ora lo stile di Makelele sembra rivivere in N’Golo Kante, mediano tuttofare del Chelsea, per il quale Makelele ha speso parole di elogio, ammonendo tuttavia che lo stesso va valutato in una stagione in cui si gioca anche in Europa, e non occorre solo correre ma anche saper leggere i ritmi delle partite. Un’investitura del genere è importante, vedremo se N’Golo riuscirà a ripercorrere le orme del piccolo mediano franco – congolese e scolpire il suo nome sul cuore dei tifosi del Chelsea e della nazionale francese.

 (da unaquestionedicentimetri.it)
 

ClaudeMakelele. Un video per capire meglio chi è

Claude Makelele. Il suo “segreto”

“Per quale motivo mi considerano il giocatore più importante e vincente della storia? Numeri alla mano dicono che quando ero in campo si vinceva sempre…a dire il vero io non mi sono mai accorto di questo però se devo riguardare indietro alla mia carriera in effetti mi accorgo che si vinceva quasi sempre… credo che la mia presenza facesse star tranquilli i miei compagni perché sapevano esattamente che io ogni partita avrei dato sempre lo stesso contributo fatto di corsa, tackle, passaggi semplici ma mai sbagliati, in modo che chi giocava avanti sapeva che poteva permettersi di non rientrare ogni tanto e per quelli dietro davo la sicurezza che ad un loro eventuale errore c’ero io a risolvere la situazione….sì in effetti ero un giocatore particolarmente utile….ma come me ne bastava solo uno…gli altri era giusto che si dedicassero alla fantasia…

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Quando fate le partitelle in allenamento dovete avere la stessa voglia di vincere che nelle partite importanti. Dovete essere di esempio per i vostri compagni per il sudore che ci mettete, l’impegno e l’atteggiamento sempre positivo e disponibile verso gli altri. Date sempre indicazioni positive e cercate di rincuorare i vostri compagni. Sanno anche loro quando hanno sbagliato e nel caso non se ne accorgessero certi “rimproveri” fateli nello spogliatoio e non in campo, che servono a poco. Se il vostro atteggiamento è quello di chi non si risparmia in niente nessuno vi potrà dire nulla e tutti accetteranno i vostri consigli e i vostri rimproveri. Sapete quante volte ho cacciato degli urli e ho fatto delle occhiatacce a gente del calibro di Zidane, Beckham, Raul, Henry… eppure quando parlavo io mi stavano sempre ad ascoltare… Ma per potervelo permettere ricordate di essere credibili in tutto quello che fate… in tutti gli atteggiamenti che avete. Dovete amare quello che state facendo. D’altronde correre dietro ad un pallone è la cosa più bella che c’è.

Dio è più contento se sa che i suoi figli giocano”

(Claude Makelele) 

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

La matematica non è un opinione

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”. 

Il Giocatore “PIU’ GENEROSO” – Ottava settimana (TOP11)

 

8 di 11 / Il giocatore “più generoso”

 

Abbiamo parlato molto nei precedenti articoli della TOP11 di calciatori capaci di fare gol con precisione (vedi Henry) o “semplicemente” nati per fare gol (vedi Muller). E’ ovvio che non puoi pensare di scartare da solo 4 o 5 giocatori ogni volta (anche i vari Maradona, Messi, Ronaldo, Weah e ultimo il gialloblu Gervinho si devono accontentare di farlo una o due volte nella vita….non è così facile come diceva il grande Pelè nel film “Fuga per la vittoria”…). Spesso hai bisogno di un compagno che ti metta in condizioni di segnare, di darti la palla giusta, al momento giusto, in base al movimento che fai. A volte (e basta guardare il non-movimento di alcuni attaccanti prima del gol) basta semplicemente aspettare che la palla ti arrivi sul piede o sulla testa, aumentando quindi la percentuale di merito al compagno che ti ha fornito l’assist.

Sì è proprio dell’assist che stiamo parlando… di quell’ultimo passaggio cosi fondamentale che spesso gli allenatori cercano e chiedono ai proprio giocatori di qualità.

Quante volte si sente dire “ci è mancato l’ultimo passaggio…”. Tralasciando i vari Messi, Cristiano Ronaldo. Ibrahimovic che sono dei fenomeni in tutto, chi nel calcio moderno si è specializzato proprio nel gesto dell’assist sarebbe ben gradito da tutti quegli allenatore che hanno pronunciato questa frase… Se in squadra ci fosse stato un certo Ozil, Fabregas, Neymar di certo “l’ultimo passaggio” sarebbe stato più preciso e quindi la possibilità di segnare sarebbe salita esponenzialmente…

Ma chi è che ha nettamente battuto tutti questi ottimi concorrenti per meritare di essere inserito nella nostra TOP11 come giocatore “più generoso”?.

E’ il fenomeno gallese, che ha dedicato tutta la sua carriera al Manchester United, Ryan Giggs.

Ryan Giggs. Perchè proprio lui?

La statistica ci dice che prendendo in considerazione i principali campionati europei il gallese è nettamente al primo posto con i suoi 162 assist-gol, nei suoi 22 anni di una meravigliosa carriera in cui col suo Manchester United ha vinto praticamente tutto.

Inoltre in Champions League è sempre lui a guidare la classifica con 30 assist gol…. Messi lo sta insidiando ma per ora resiste lui al comando.

 Ryan Giggs. Conosciamolo meglio

Una bandiera. Una leggenda. E via così. E senza ombra di retorica. Perchè questo è di fatto ciò che rappresenta Ryan Giggs per il Manchester United. Il gallese, oggi 43enne, ne ha passati ventinove al servizio dei Red Devils, Prima da giocatore, poi da allenatore. Dall’esordio a diciassette anni proprio 26 anni fa, il 2 marzo ’91 (Rooney aveva cinque anni…) entrando al posto di Denis Irwin in un Manchester-Everton terminato 0-2. Una partita che verrà ricordata più che per il risultato per il debutto di quel ragazzo gallese, prodotto del vivaio dello United e membro della “class of ’92”, di cui fanno parte anche David Beckham, Nicky Butt, Paul Scholes e Phil e Gary Neville. Una carriera dedicata ad una sola maglia, terminata, almeno in campo, il 19 maggio 2014, con l’annuncio del ritiro dal calcio giocato attraverso una lettera. Dietro a quella maglia numero undici, c’era scritto Giggs, è vero. Ma fino ai sedici anni lui era Ryan Wilson, cognome del padre. E non era gallese, bensì inglese. A causa dei cattivi rapporti con il padre, appena raggiunse la maggiore età prese il cognome della madre (Giggs) ed anche la sua nazionalità (gallese). Da quel giorno, per tutti, diventò Ryan Giggs.

E’ entrato nella storia Ryan. Ma non solo in quella dello United, dove è stato eletto dai tifosi miglior giocatore del club scavalcando gente come George Best e Bobby Chartlon. Anche in quella della Premier League. E’ lui infatti ad aver vinto più volte il campionato inglese, 13. Ed è suo anche il record di presenze in più edizioni consecutive del campionato inglese, 22, così come quello di gol, 21. Il 21 maggio 2008, Ryan diventa il giocatore ad aver vestito più volte la magia dei Red Devils (saranno 963 le presenze a fine carriera), superando un mito come Bobby Chartlon.

Ma non è tutto. Quella stessa sera, entrando al posto di Scholes a dieci minuti dal termine, Giggs contribuisce alla vittoria della terza Champions League del Manchester. Come? Come gli riesce più facile. Con un gol. Quello decisivo. Infatti è suo l’ultimo rigore contro il Chelsea. Diventando così l’unico giocatore britannico, insieme a McManaman e Hargreaves, ad aver giocato e vinto più volte una finale di Champions League.

Campo, tanto campo in maglia United. Ma anche panchina. Ecco, lì, una carriera durata poco, forse troppo poco per quello che è stato Giggs per Red Devils. Il 22 aprile del 2014 viene nominato allenatore-giocatore del Manchester United e, al termine della stagione, diventa vice di Louis van Gaal per due stagioni. Il due luglio 2016 l’addio definitivo, con un’altra lettera. Questa volta coniugata al passato, come ogni vero addio. Ma ancora una volta piena d’amore perchè dopotutto “ho amato ogni minuto al Manchester United”.

(da gianlucadimarzio.com)

Ryan Giggs. Un video per capire meglio chi è

Ryan Giggs. Il suo “segreto”

“Per quale motivo mi considerano il giocatore più generoso della storia? Immagino perché il mio obiettivo era sempre quello di vincere e siccome ho sempre avuto la fortuna di giocare con attaccanti che erano molto più bravi di me a segnare quando ne avevo l’occasione preferivo passarla a loro… poi quando proprio non c’era nessuno tiravo anch’io e mi sono tolto le mie soddisfazioni in termini di gol.

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Se avete un compagno meglio piazzato per fare gol cercate di passargli la palla nel modo migliore possibile… e mettetevi d’accordo su come darla….per esempio con Cantona ci eravamo accordati che quando la palla ce l’avevo sul sinistro (e quindi potevo fare quello che volevo….ride….ndr) avrei alzato la testa e lo avrei cercato con precisione, ma quando la palla ce l’avevo sul destro ed ero al cross l’avrei sempre messa forte rasoterra all’indietro sul dischetto del rigore…. Forse Cantona ha fatto più gol quando crossavo di destro che non di sinistro… Sapere prima quello che succederà è sempre un aiuto…anche nel calcio…”

(Ryan Giggs)

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

La matematica non è un opinione

 

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

L’ATTACCANTE “PIU’ PRECISO” – Settima settimana

7 di 11 / L’attaccante “più preciso”

 

In una precedente sezione della nostra TOP11 abbiamo già parlato di “precisione”. In particolare abbiamo assegnato la palma di giocatore più preciso a Jorginho che infatti è in cabina di regia nella nostra TOP11. Ma questo articolo vuole premiare l’attaccante più preciso. Cioè chi fa della precisione la sua arma migliore per poter segnare.

Penso saremo tutti d’accordo che il “colpo” che contraddistingue la precisione sia ovviamente il colpo tirato con l’interno del piede, destro o sinistro che sia, cioè il cosiddetto “piattone”…

Quanti muretti abbiamo fatto da ragazzi per migliorare questo colpo, e per chi fa l’attaccante quante volte abbiamo cercato e mirato un angolo della porta prima di calciare, non sempre con buoni risultati.

Ci sono attaccanti che hanno fatto della potenza la loro arma migliore. Ci sono statistiche impressionanti da questo punto di vista. Se penso alla potenza mi viene subito in mente Gabriel Omar Batistuta. Delle sue 354 reti ufficiali tra club e nazionale Argentina, tolti i colpi di testa, ben l’88% dei suoi gol è stato fatto con il collo del piede… di certo puntava alla potenza più che alla precisione, e se lo poteva permettere…

Ma il nostro articolo mira alla precisione, quindi dobbiamo trovare chi, numeri alla mano, ha “usato” maggiormente la parte del piede più regale come arma per la maggior parte dei suoi gol…

La statistica ci dice che è una sfida a 3 giocatori… e che giocatori…

Al terzo posto abbiamo il Divin Codino Roberto Baggio. Dei suoi 318 gol ufficiali, tolti quelli di testa che tanto sono solo 9…, ben il 77% dei gol è stato fatto con il “piattone” del piede destro… che meraviglia… i più giovani dovrebbero andarsi a rivedere qualche suo video…

Al secondo posto abbiamo forse il miglior giocatore di tutti i tempi. Di certo il miglior giocatore dell’era moderna. La pulce argentina Leo Messi. Dei 640 gol ufficiali ad oggi realizzati, ben l’81% dei gol è stato realizzato con il piattone, ovviamente sinistro… i ragazzi giovani dovrebbero focalizzare la loro attenzione non tanto suoi sui dribbling e sul suo controllo di palla…quelli sono regali della natura che capitano ad uno su un miliardo di persone, ma sulla precisione di mirare l’angolo quando arriva davanti alla porta o addirittura nei suoi tiri da fuori area…

Ma chi è quindi che è riuscito a battere anche Leo Messi in questa statistica dell’attaccante più “preciso”? E’ il fenomeno francese ex Arsenal e Barcellona Thierry Henry.

Thierry Henry. Perchè proprio lui?

La statistica ci dice che dei 417 gol realizzati in carriera ben l’87% è stato realizzato di piatto destro… e chi pensa che siano solo dei colpi ravvicinati si vada a rivedere alcuni suoi video… noterà che a volte anche dalla lunga distanza preferiva parabole morbide ma precisissime al tiro di potenza.

 

Thierry Henry. Conosciamolo meglio

Elegante e micidiale come pochi, Henry ha partecipato a quasi tutti i campionati maggiori: FranciaItaliaInghilterra e Spagna, per poi terminare la carriera oltreoceano. Il numero 14 si fa presto notare in terra natia, approdando al calcio professionistico con la casacca dei monegaschi: per lui 105 presenze e 20 reti al Louis II. Ha dell’incredibile la sua esperienza italiana: giunto in punta di piedi nel gennaio del ’99 per sostituire l’infortunato Del Piero, il francese approda a Torino per una cifra attorno agli 11,5 milioni di euro, forte di un contratto di 4 anni e mezzo. Nonostante la difficile stagione bianconera, Henry si ritaglia i suoi spazi, conditi da ottime prestazioni come la doppietta all’Olimpico contro la Lazio. Il bilancio finale sarà di 16 partite e 3 reti. Nonostante la conferma per l’anno successivo, e avendo anche disputato una partita in Intertoto contro il Ceahlăul, il transalpino viene ceduto all’Arsenal per dieci milioni di sterline: sarà uno dei rimpianti più grandi della Vecchia Signora.

 

L’approdo a Londra segna la svolta nella carriera di Henry: anche grazie ai suoi 174 gol in 254 presenze, il mondo conobbe la squadra degli invincibili. I gunners nella prima metà del decennio scorso frantumarono record su record: grazie anche ai vari LjungbergPiresBergkampVieira, l’Arsenal conquistò due Premier League, tre FA Cup e due Community Shield. Inoltre i londinesi fecero registrare una striscia d’imbattibilità in campionato di ben 49 partite, tra il maggio 2003 e l’ottobre 2004: il campionato venne ovviamente vinto senza sconfitte, unica squadra capace di tale impresa in tempi moderni (l’unico altro club capace di ciò fu il Preston North End nel campionato 1888-1889, in cui si disputarono però soltanto 22 partite).

Dagli invincibili agli dei il passo è breve: nel 2007 viene acquistato dal Barcellona per circa 24 milioni di euro. Con Messi ed Eto’o rappresenterà un trio d’attacco da sogno, tra i più prolifici nella storia della Liga. Il gioco dei blaugrana di quegli anni è stato innovativo e rivoluzionario: possesso palla e passaggi continui, funzionali sia al bel gioco sia al risultato. Il tiki taka di Pep Guardiola segnò un’epoca, portando il Barcellona sul tetto d’Europa e del mondo per ben due volte in tre anni. Con la Champions League vinta nel 2009 Henry conquistò l’ultimo grande trofeo mancante della sua bacheca personale: erano già presenti infatti un mondiale e un europeo con la nazionale francese, due scarpe d’oro e diversi campionati nazionali. I risultati sempre meno incisivi e l’esplosione di Pedro comportarono in seguito un minor minutaggio da parte di mister Guardiola e, nel 2010, Henry si avviò sul cammino del declino calcistico, allontanandosi dai palcoscenici più prestigiosi.

Nel luglio 2010 sbarca negli USA, nei New York Red Bulls: 51 reti in 122 presenze, inframezzate da una parentesi londinese, un ritorno all’Arsenal non troppo fortunato, in cui Titì ha giocato soltanto 7 partite, trovando tuttavia la via del gol due volte.

Con la nazionale francese 51 reti in 123 presenze. All’età di 37 anni, il 16 dicembre del 2014, ha detto basta. Certi giocatori, però, lasciano un segno indelebile nel cuore dei tifosi. E certi segni sono anche più visibili: nel museo dell’Emirates Stadium i tributi a Thierry Henry non mancano e all’entrata dello stadio campeggia una statua di Henry con indosso la maglia dei gunners, con l’immancabile numero 14 sulle spalle.

Grazie di tutto, Titì, da parte di ogni amante del calcio.

“L’attaccante più forte con cui ho giocato? Mi viene in mente Henry. Come secondo? Thierry Henry. Il terzo? Dico Titì.” (Zinedine Zidane)

(da footballpassion24.altervista.org)

 

 Thierry Henry. Un video per capire meglio chi è

Thierry Henry. Il suo “segreto”

“Per quale motivo mi considerano l’attaccante più preciso della storia? Dicono che avessi un “piattone” chirurgico… in effetti ho sempre preferito la precisione alla potenza, anche se in certi casi il tiro col collo del piede è necessario… Per allenarmi cercavo sempre negli allenamenti di mirare gli angoli da varie posizioni dell’area o del limite dell’area…cercando di calciare di prima o al massimo dopo lo stop… spesso cercavo di colpire di piatto (destro ma anche sinistro) i cross che mi arrivavano…se non andavo di testa preferivo sempre il piatto che il collo…tanto se calci al volo la forza c’è già di suo, e col piatto hai piu possibilità di prendere la palla e quindi di segnare.

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Ricordatevi che se volete fare gol la prima regola è centrare la porta…se tiri fuori non farai mai gol, se invece il tiro è nello specchio puoi sempre sperare uno di aver centrato l’angolo giusto, due che il portiere commetta un errore…ma se tiri fuori il portiere non sbaglierà mai… Ricordatevelo quando provate i tiri in allenamento… centrate la porta…sempre…se poi indovinate l’angolo, ah bè allora è sempre gol…”

(Thierry Henry)

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

 

La matematica non è un opinione

 

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

 

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

 

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

L’Attaccante “PIU’ PROLIFICO” – TOP11 (Sesta settimana)

6 di 11 / L’attaccante “più prolifico”

In una precedente sezione della nostra TOP11 abbiamo anticipato che ci sono due ruoli fondamentali da cui non si può prescindere… il portiere e l’attaccante. Se con gli altri ruoli ci possiamo “sbizzarrire” un po’ con la fantasia con questi due non si scherza. Ecco perché nella scelta del portiere più decisivo abbiamo eletto Buffon (in realtà è stata la matematica che l’ha scelto…) ed ecco perché con il “bomber” il nome che è venuto fuori è un nome tra i Best Players di tutti i tempi.

Sarà uno tra Messi e Cristiano Ronaldo? Sarà Van Basten o Ronaldo? Non siamo noi a deciderlo, ma è la matematica. Il titolo dice l’attaccante “più decisivo”. E decisivo vuol dire una sola cosa: nelle partite che contano lui segna.

Messi è un fenomeno. Di certo nel Barcellona è il più decisivo probabilmente della storia blaugrana… ma ha segnato in tutte le finali che ha giocato? No. E con l’Argentina…meglio non parlarne. Cristiano Ronaldo? Beh dire che non è decisivo è una bestemmia calcistica, ma ad esempio nell’unico titolo vinto col suo Portogallo (l’Europeo 2016) in finale non è stato tra i protagonisti.

Van Basten ha segnato in finale di Coppa Campioni e in finale dell’Europeo, ma non ha mai vinto un mondiale… Ronaldo ha segnato in finale mondiale, ma non ha mai vinto una Champions League…

Insomma credo siate d’accordo con me che i principali trofei che un calciatore può vincere sono: Coppa Campioni/Champions League e Intercontinentale con il proprio club, Mondiale ed Europeo con la propria Nazionale…. Ovviamente qualche Campionato non fa male (ma tutti i grandi campioni ne hanno vinto almeno uno) e anche un Pallone d’Oro (ma è un trofeo personale e questo non ci interessa…il calcio è uno sport di squadra…).

Ora sono pronto per assegnare il titolo di giocatore “più prolifico”.

Chi è l’unico calciatore della storia ad avere segnato in ognuna delle 4 finali dei trofei più importanti? Chi è stato cosi decisivo da mettere il proprio nome sul tabellino di ognuna di queste partite? Un solo giocatore… il mitico bomber tedesco Gerd Muller.

Gerd Muller. Perchè proprio lui?

Molto semplice.

Finale Coppa Campioni 1974. Bayern Monaco – Atletico Madrid = 4 – 0 (doppietta)

Finale Coppa Campioni 1975. Bayern Monaco – Leeds United = 2 – 0 (Muller chiude la partita all’81’)

Finale Coppa Campioni 1976. Non segna in finale, ma è capocannoniere della competizione

Intercontinentale 1976. Bayern Monaco – Cruzeiro = 2 – 0 (Muller apre le marcature all’80’)

Finale Europeo 1972. Germania Ovest – URSS = 3 – 0 (Muller doppietta)

Finale Mondiale 1974. Germania Ovest – Olanda = 2 – 1 (Muller segna il gol della vittoria)

Potremmo continuare dicendo che nei 4 campionati vinti ha segnato sempre almeno 40 gol…sarà stato decisivo?

Ha vinto anche la Coppa delle Coppe, in cui è risultato capocannoniere.

Non diciamo che ha vinto ovviamente anche un Pallone d’Oro, perché ai fini della nostra TOP11 non serve.

Gerd Muller. Conosciamolo meglio

Tecnica buona, non trascendentale, fisico poco slanciato, anzi decisamente tozzo, tendente al grasso. Quando finalmente se lo vide davanti, Zlatko Chajkovski, vecchio internazionale jugoslavo, fece una smorfia. Tutto lì, il fenomeno? Per averlo, Wilhelm Neudecker, il presidente del Bayern Monaco, aveva fatto fuoco e fiamme.

Su quel ragazzino si era accesa un vera e propria asta, protagonisti i principali club tedeschi. In quegli anni Sessanta il Bayern navigava in acque procellose, confinato nelle posizioni di rincalzo della Lega regionale, ma Neudecker aveva grandi progetti, e per questo prima si era affidato al tecnico slavo, poi si era buttato a capofitto nella caccia a quel giovane goleador, che nella natia Nordlingen aveva sbriciolato tutti i primati conosciuti a livello di tornei minori, già, perché Gerhard Müller detto Gerd aveva il gol nel sangue. Magari per lunghi tratti della partita lo perdevi di vista, ma al momento di buttarla dentro arrivava sempre primo, su compagni e avversari.

Gerd era uno dei tanti ragazzi tedeschi nati nel periodo della ricostruzione, con addosso la voglia di riscattare, con il successo nella vita, i cumuli di rovine e di macerie in cui si erano specchiati negli anni dell’infanzia. E il successo Gerd lo inseguiva a suon di gol, tanti, raramente belli o memorabili, ma puntuali e rabbiosi, come una sfida al destino. «Troppo grasso per trovar spazio nell’area di rigore», lo liquidò il vecchio Zlatko. Poi, però, alla tredicesima giornata si ritrovò senza punte e così, più per necessità che per convinzione, lo fece debuttare a Friburgo. Gerd segnò due gol, tanto per gradire, e “Tschik”, come lo chiamavano in Germania, rivide subito il giudizio. In area quello era una furia, altro che storie.

L’anno successivo, 1964-65, i 35 gol di Müller trascinarono il Bayern nella massima divisione, un Bayern che andava completando pezzo dopo pezzo un vero squadrone. Gerd ripristinava la figura del centravanti classico, in un periodo di grandi evoluzioni, che preannunciavano l’avvento di un calciatore polivalente, fuori dagli stereotipi di un tempo. In questo senso, Müller era quasi un retaggio del passato. Ma al momento del dunque, gettava sul piatto un numero così impressionante di gol da mettere in secondo piano tutte le altre considerazioni.

Del gol era un cacciatore rapace e instancabile, un maestro negli agguati ai difensori, che lo vedevano nascondersi nelle pieghe della partita, per poi materializzarsi improvvisamente, e irrimediabilmente, nel momento della verità. Mancando di numeri d’alta scuola, di prodezze indimenticabili, Gerd faticava a entrare nella fantasia popolare. Più che un artista, come il suo compagno e capitano Beckenbauer, era un paziente assemblatore di gol, che confezionava senza pause, in quantità industriale.

(da storiedelcalcio.altervista.org)

Gerd Muller. Un video per capire meglio chi è

Gerd Muller. Il suo “segreto”

“Per quale motivo mi considerano il giocatore più prolifico della storia? Presumo perché ho vinto tanto e ho sempre segnato in tutte le finali che ho giocato. Diciamo che ogni volta che abbiamo festeggiato un titolo ho avuto la fortuna di sentirmi sempre un protagonista della vittoria… d’altronde per un attaccante aver segnato un gol in finale fa sentire veramente decisivo e fattore determinante della vittoria…

Con questo non sto dicendo che se non segni non sei stato un giocatore importante nella partita, basti pensare che ho giocato quasi 400 partite con Beckenbauer…e lui non segnava molto, ma dire che non era decisivo in campo è una bestemmia assoluta… però per me il gol era tutto, lo cercavo con tutto me stesso e non mi accontentavo mai. In allenamento provavo sempre i tiri o i colpi che avevo sbagliato in partita. E cercavo sempre di prevedere dove andava la palla. E se quella volta la palla non arrivava proprio li non era un problema. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata proprio dove ero io. E a quel punto era sempre gol…. Mi dicevano che facevo sempre gol facili, ma di gol facili non ce n’è…

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Vivete per il gol, ma non fatevene una ossessione, se ci riuscite… (ride…ndr). Ma siate felicissimi quando segnate ed esultate sempre tanto. Fate vedere che vivete per quello. Ovviamente senza mai offendere gli avversari con la vostra esultanza. E quando potere segnare tanti gol non accontentatevi. Arriveranno partite dove non segnerete, ma mai dovete perdere l’abitudine a mettere la palla alle spalle del portiere. E’ la cosa più bella del mondo”

(Gerd Muller)

La nostra TOP11. A che punto siamo?

 

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 Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

La matematica non è un opinione

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

Il Calciatore “PIU’ BUONO” – TOP11 (Quinta settimana)

5 di 11 / Il calciatore “più buono”

In questa particolare sezione della nostra TOP11 vogliamo premiare il calciatore “più buono” non dal punto di vista della capacità di gioco, ma nel senso della “cattiveria” agonistica, che spesso porta i calciatori a farsi ammonire o espellere, saltando quindi minuti di gare decisivi o partite importanti di campionato o di coppa…

Tenendo conto che spesso un cartellino giallo o rosso viene sventolato davanti al naso di un giocatore che si è macchiato di un fallo o gesto spesso ingenuo, istintivo e poco ragionato, potremmo anche definire che il giocatore “più buono” della nostra Top11 possa essere anche il giocatore “più intelligente”…

Chi sarà quindi il giocatore “più buono”, cioè quel calciatore che ha perso meno minuti di gioco per colpa dei cartellini? E’ il jolly (ormai ex) della nazionale tedesca e del Bayern Monaco Philipp Lahm.

Philipp Lahm. Perchè proprio lui?

Già un altro articolo di qualche settimana fa di questo blog ha trattato le gesta dell’ex capitano della nazionale tedesca… D’altronde il suo palmares parla chiaro: 9 campionati di Germania, 1 Champions League, 1 Mondiale, 1 Mondiale per Club, solo per citarne una parte…

Vuol dire che da Philipp Lahm c’è solo da imparare. In particolare per quanto riguarda la nostra TOP11 la statistica che ci interessa ci ricorda che nell’arco dei suoi quasi quindici anni di carriera, il “piccolo grande capitano” ha maturato uno dei record più incredibili di sempre per un terzino: non ha mai ricevuto un cartellino rosso in carriera. Mai.
Tra l’altro da settembre 2014 a ottobre 2015, Lahm non ha commesso nemmeno un fallo in Bundesliga. Nemmeno uno. Pazzesco.

 

Philipp Lahm. Conosciamolo meglio

Nato e cresciuto a Monaco, Lahm ha iniziato a giocare nella squadra locale del Gern e a 12 anni era conteso da Bayern e 1860 München. Saggiamente, il piccolo Philip ha scelto il Bayern perché gli dava anche la possibilità di fare il raccattapalle durante le partite della prima squadra. Con il Bayern ha poi vinto due campionati Under 19 e sette titoli in Bundesliga.

Il suo cambio di ruolo meriterebbe un libro a parte. Nel 2003, quando Lahm è andato allo Stoccarda in prestito per due anni, Felix Magath lo ha convertito in terzino sinistro. Successivamente, il giocatore ha dichiarato di preferire la fascia destra, dove viene impiegato tuttora, mentre Guardiola lo aveva trasformato in centrocampista.

La sconfitta contro il Chelsea nella finale di UEFA Champions League 2012 gli ha dato lo slancio per vincere 12 mesi dopo a Wembley. Il giocatore ha dichiarato: “Dopo quella partita potevamo crollare o crescere ancora. Abbiamo scelto la seconda”.

Ha superato Oliver Kahn per numero di presenze con il Bayern in UEFA Champions League. “Oli, però, ha anche un altro record, ma non so se lo batterò”, ha commentato Lahm. Kahn ha risposto allegramente: “103 partite e neanche un gol segnato? In effetti è un record!”.

A proposito del suo gol all’esordio in nazionale (Coppa del Mondo FIFA 2006) ha dichiarato: “La palla doveva andare esattamente lì. Probabilmente è stato il gol più bello della mia vita”. Il più importante, però, è arrivato due anni dopo e ha permesso alla Germania di vincere all’ultimo minuto contro la Turchia in semifinale di UEFA EURO 2008.

Dal 2006 in poi è sempre stato votato nella squadra ideale dei tornei per nazionali: ai mondiali 2006, 2010 e 2014 e a UEFA EURO 2008 e 2012.

Negli anni, il giocatore che gli ha dato più problemi è stato Fernando Torres. Il loro primo confronto risale al 2002, quando Torres ha segnato il gol della vittoria della Spagna nella finale degli Europei Under 19. Sei anni più tardi, nella finale per nazionali maggiori, El Niño si è ripetuto, superando Lahm in velocità e regalando alla sua nazione il primo titolo europeo. Torres ha avuto la meglio anche nelle semifinali dei mondiali 2010, in finale di UEFA Champions League 2012 e nelle semifinali del 2015.

Alcune sue parole

“[Sulla vittoriosa finale di Wembley nel 2013] La pressione era immensa, non l’avevo mai sentita così. Era una sensazione incredibile, soprattutto dopo aver perso la finale dell’anno prima ai rigori. All’inizio eravamo molto tesi, perché sarebbe stato difficile digerire la terza sconfitta in finale”.

“A prescindere da quel che accadrà, potrò sempre riguardarmi indietro e pensare che ho avuto una carriera di successo. Mi piacerebbe vincere la Champions League. Se la vinci una volta, poi vuoi rivincerla”.

“Oggi un calciatore professionista deve avere un minimo di qualità sociali, altrimenti si isola e alla fine crolla. I bravi giocatori necessitano di talento, ambizione, disciplina e impegno sociale”.

Dicono di lui

“Per me sarà sempre una persona speciale, oltre che una leggenda assoluta. È il giocatore più intelligente che io abbia mai allenato”.

Dirà di lui Pep Guardiola.

Joachim Löw, suo CT in nazionale, è della stessa lunghezza d’onda del tecnico catalano.

“Philipp è il professionista perfetto e dà sempre il massimo. In nazionale è stata una figura fondamentale. In più di 10 anni è stato costante e affidabile. Sempre. Si prende le sue responsabilità, è comunicativo, è un leader naturale, ed è un giocatore meraviglioso”.

(da uefa.com)

 

Philipp Lahm. Un video per capire meglio chi è

Philipp Lahm. Il suo “segreto”

“Per quale motivo ogni allenatore che ho avuto dice che non potrebbe fare a meno di me in campo? A parte che sono troppo buoni…(ride…ndr) direi che il motivo principale è che gioco pensando come un allenatore. Mi spiego meglio. Cosa vuole un allenatore da ogni suo singolo giocatore? Che faccia i movimenti che lui chiede, che corra, che non compia sciocchezze gratuite, che dia tutto in campo, che sia intelligente… e io ho sempre giocato in questo modo. Non sono certo io che devo “inventare”. Tenendo conto che ho sempre avuto la fortuna di avere allenatori molto bravi ho sempre eseguito volentieri tutti i loro consigli e le loro direttive… poi quando arrivava un allenatore nuovo mantenevo le cose importanti di quello precedente e le univo alle sue.

Il segreto di non prendere mai un’ammonizione? Avere sempre un atteggiamento propositivo con l’arbitro e stare sempre in piedi… le entrate in scivolata le tenevo sempre come ultimissima possibilità, in media ne facevo una ogni 3 o 4 partite. Ovviamente cercavo sempre di posizionarmi bene, di essere pronto ad ogni spostamento repentino di palla o dell’avversario ed essere sempre concentrato.

Un consiglio ai giovani che giocano nel mio ruolo? Se fate i trequartisti o avete il 10 sulle spalle dovete essere liberi di fare ciò che vi dice il vostro istinto… ma se avete un ruolo “di corsa” o “di fatica” allora dovete concentrarvi nel fare tutte le cose o i movimenti che il vostro allenatore vi chiede…ovviamente sperando che il vostro mister sia uno di quelli bravi… se lo farete, oltre a giocare sempre tra i titolari, vedrete che presto tutti si accorgeranno di quanto siete indispensabili…”

(Philipp Lahm)

 

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

 

La matematica non è un opinione

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

 

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

 

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

IL PORTIERE “PIU’ DECISIVO” – TOP11 (Quarta settimana)

4 di 11 / Il portiere “più decisivo”

In questa particolare sezione della nostra TOP11 andremo a riempire una delle due caselle più importanti. La scelta del portiere. Sul ruolo del portiere, cosi come su quello del “bomber” non si scherza. Sono ruoli troppo determinanti, spesso sono i giocatori più pagati, anche nelle categorie inferiori.

Nell’articolo di oggi tocca appunto al portiere “più decisivo”. Non abbiamo detto il portiere “più forte”, altrimenti al solito ognuno potrebbe controbattere e non essere d’accordo con la nostra scelta. Ma la nostra è una scelta “matematica” e quindi non opinabile… ecco perché abbiamo scritto portiere “più decisivo”.

Se nei primi tre calciatori della TOP11 forse abbiamo sorpreso qualcuno (Le Tissier, Jorginho e Milner probabilmente non erano tra le vostre scelte) con la scelta di oggi troveremo d’accordo tantissime persone. Ma noi non lo facciamo per accondiscendere i vostri pareri, bensì seguiamo la strada “sicura” della matematica e della statistica.

Chi sarà quindi il portiere “più decisivo”? E’ il Super Gigi Nazionale Gianluigi Buffon.

Gigi Buffon. Perchè proprio lui?

La classifica IVG (Indice Valutazione Giocatore) raccoglie i dati relativi a ciascun calciatore per misurare il contributo qualitativo apportato alla propria squadra. Per entrare nelle classifiche IVG, un giocatore deve aver disputato almeno il 50% delle presenze in campionato con la squadra corrente.

Per quanto riguarda il ruolo del portiere vengono analizzate le reti subite e le parate fatte. Un valore aggiunto è attribuito alla parata su calcio di rigore. Altri parametri sono le uscite (alte e basse) e la capacità di impostare correttamente l’azione d’attacco (% passaggi utili).

Utilizzando questi parametri ogni anno vengono stilate delle classifiche. Se analizziamo il 25ennio che va dal 1987 al 2012 (il calcio non è come il baseball e a livello statistico impiega qualche anno ad aggiornarsi…) e diamo un punteggio di 20 punti se un portiere si posiziona al primo posto in quell’anno, 19 se è arrivato secondo, 18 se terzo e così via… sommando i punti di tutti questi anni troviamo Gigi Buffon al comando con 226 punti, staccando Iker Casillas con 217 e udite udite al terzo posto Edwin Van der Sar, sicuramente non amato dai tifosi bianconeri ma che per il resto della carriera ha sempre dato tanta sicurezza. Scorrendo la classifica troviamo anche Walter Zenga all’ottavo posto, Pagliuca al sedicesimo, Toldo al diciassettesimo e Peruzzi al trentesimo.

Gigi Buffon. Dicono di lui

9 novembre 1995, giusto 20 anni fa, un 17enne di nome Gianluigi Buffon si affacciò al mondo del professionismo e cambiò di fatto la storia del ruolo dell’estremo difensore. Da quell’esordio con la casacca del Parma contro il Milan di Weah e Baggio ad oggi molte cose sono cambiate. Buffon non è più un ragazzino impertinente dotato di grande talento, ma un vero e proprio modello e punto di riferimento per generazioni di portieri.

Ma cosa dicono di lui i suoi colleghi più famosi?

“Gigi è unico per la sua personalità: incide sui compagni non solo con le parate, ma anche con la sua presenza e la sua leadership. Un portiere che diventa uomo chiave delle partite. Ci si fida ad occhi chiusi” (Petr Cech, Arsenal)

“E’ uno dei migliori al mondo da anni ed è stato sempre uno dei più grandi esempi per me. Veniva sempre a parlarmi prima e dopo la partita anche quando ero giovane. Un campione di gentilezza” (Manuel Neuer, Bayern Monaco)

“Ha tutte le carte in regola per diventare l’unico atleta con sei Mondiali: il meglio deve ancora venire!” (Rogerio Ceni, ex portiere brasiliano)

“Mi colpì subito la sua spensieratezza. Ha sempre vissuto con leggerezza. Negli anni è cambiato e maturato. Più invecchia e più si diverte. E in porta è un veggente: sa sempre dove andrà la palla” (Luca Bucci, ex compagno “scalzato” al Parma)

“E’ uno di quelli in grado di lasciare il segno nella storia del calcio ed influenzare generazioni di colleghi. Ricordo la finale di Berlino: nessuna parola, ma sguardo e rispetto reciproco” (Fabien Barthez, ex portiere dei Blues)

“Il suo nome è nella storia. A fine partita si ferma sempre a parlare con il collega avversario. Quante battute con lui prima e dopo Inter-Juve!” (Julio Cesar, ex portiere dell’Inter)

“E’ sempre stato un portiere sicuro, agile, veloce, con riflessi raffinati. Potermi sfidare con lui e osservarlo da vicino, come a Manchester è stata un’esperienza unica in carriera. C’era da superare un grandissimo” (Nelson Dida, brasiliano ex Milan)

“Abbiamo vissuto insieme Berlino 2006. Me lo ricordo spietato anche nelle partitelle, non voleva mai perdere.” (Angelo Peruzzi, compagno di Nazionale nel 2006)

“Lo invitai al mio addio al calcio in Camerun. Disse di sì ma non credevo venisse. Invece arrivò e prese il pullmino con noi. L’umiltà viene prima dei soldi. Se mi inviterà al suo addio, mi tufferò per l’ultima volta in suo onore” (Thomas N’Kono, ex portiere Camerun, suo primo idolo).

(da La Gazzetta dello Sport)

Gigi Buffon. Un video per capire meglio chi è

Gigi Buffon. Il suo “segreto”

“Come faccio a essere ancora a essere tra i portieri più forti al mondo a 40 anni? Non do mai nulla per scontato. Mi alleno ancora nei fondamentali che ho imparato a 10 anni quando mi sono messo in porta la prima volta… mi alleno su ogni tipo di tiro e soprattutto da tante distanze. Negli ultimi anni mi sono allenato anche tanto sul gioco coi piedi e soprattutto sulle uscite sull’attaccante quando mi punta nell’uno contro uno…il segreto è quello di non andare mai a terra, ma di mantenere una posizione ferma che occupi piu spazio possibile…questo l’ho imparato molto vedendo i portieri di calcio a 5…

Un segreto per i più giovani che giocano nel mio ruolo? Non demoralizzatevi mai se fate una “gatta”. Anch’io le ho fatte… e le faccio tuttora. Ma ricordatevi che spesso sono figlie della poca attenzione e della superficialità… rimanete sempre concentrati sulla partita, dovete finire la partita che avete il mal di testa dal tanto che siete concentrati su ogni azione…

Un ultimo suggerimento: allenatevi tanto sugli uno contro uno e sui rigori. Se vincete voi la sfida con l’avversario è come se aveste fatto gol…

E se non avete modo di guardare il posizionamento di un portiere di calcio a 5 guardatevi come si comportano in uscita bassa Neuer e Ter Stegen… anch’io ho da imparare da loro…(ride.. ndr)”

P.S volevo dare un saluto al ragazzo che scrive l’articolo…ne è passato di tempo da quando mi facesti gol in quell’amichevole…pensavo avresti fatto più carriera nel calcio a 11, ma mi hanno detto che nel calcio a 5 ti difensi ancora…

(Gigi Buffon)

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

 

La matematica non è un opinione

 

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

 

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

 

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

 

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.

 

“Il Calciatore più DINAMICO” TOP11 – Terza settimana

3 di 11 / Il calciatore “più dinamico”

In questa particolare sezione della nostra TOP11 vogliamo premiare il calciatore che “corre” più di tutti, cioè quel giocatore che ogni allenatore vorrebbe avere per il suo dinamismo e per il fatto di essere sempre in movimento, segno di solito di “voglia” e di sacrificio…

E’ giusto però fare una premessa. Non sempre il dinamismo è sinonimo di vittoria o comunque di buona riuscita. Se mettiamo un maratoneta in un campo da calcio è ovvio che se non ha le basi del gioco del calcio non gli basta di certo il fatto di essere sempre in movimento… altra premessa è che certi giocatori a volte “per scelta” decidono di non correre tanto per essere più lucidi sotto porta e per “passare inosservati” prima di sferrare lo scatto vincente che li porterà davanti al portiere avversario. Un esempio ecclatante è il fenomeno Leo Messi. Nelle ultime 5 stagioni di Champions League ha corso in media 8,230 km a partita (e lui gioca sempre 90 minuti), risultando il secondo giocatore più statico dietro a Naldo (centrale difensivo di quasi due metri di altezza e cento kg di peso…). Portieri esclusi ovviamente.

Ma nonostante questo sappiamo bene quanto Messi incida nelle partite di Champions. 37 gol nelle ultime 44 partite…niente male!

Ovviamente non sempre un attaccante che corre poco è sinonimo di gol… ricordo bene quella volta che Ibrahimovic in un Inter – Barcellona dell’era Mourinho (lui al Barcellona) riuscì a correre meno dell’allora portiere del Barca Victor Valdes…e quella volta Ibra fu davvero pessimo, direi irritante.

Tornando quindi alla nostra TOP11 chi sarà il giocatore che si merita la palma del giocatore “più dinamico”? E’ il jolly del Liverpool James Milner.

DINAMICO

James Milner. Perchè proprio lui?

Nell’ultima Premier League Milner ha percorso una media di 13,12 km a partita. Il secondo della classifica è staccato di quasi 500 metri (cioè 5 volte un campo da calcio).

Un’altra statistica? Nell’ultimo Manchester City – Liverpool Milner ha corso per 13,53 km. Il secondo (Oxlade-Chamberlain) ne aveva percorsi 11,66, cioè quasi 2 km in meno!

James Milner. Dicono di lui

Nato in un distretto industriale di Leeds, James Philip Milner sembra destinato fin da subito alla grandezza. Ha i contorni dell’eroe non tanto per il suo spirito da leader, quanto per le doti che madre natura gli ha fornito sin dalla nascita.

Alle medie, questo ragazzino ottiene un premio e ben 11 General Certificate of Secondary Education. In soldoni, parliamo di una certificazione che viene fornita in Inghilterra a quei ragazzi che si distinguono in una certa disciplina.

James Milner era destinato a diventare in realtà un fenomeno dell’atletica. Bravissimo nel cricket, il giovane James si distingue nello sprint e nelle corse di lunga distanza. Diventa persino il campione di cross-country della scuola: uno destinato a dominare.

«Non credo ci sia nulla di sbagliato nel bere, io però non l’ho mai fatto. Non è nella mia natura. Devi fare dei sacrifici per arrivare in cima».

E i sacrifici pagano, visto che il Leeds lo fa esordire a 16 anni e mezzo in una gara contro il West Ham. Diventa il giocatore più giovane a comparire in una gara di Premier League. Il 26 dicembre 2002 diventa anche il più giovane marcatore nella storia della lega grazie a una rete vincente contro il Sunderland.

L’ex enfant prodige dell’Everton James Vaughan batterà entrambi i record due anni più tardi, ma non importa. Se è vero — com’è vero — che oggi Milner gioca al Liverpool e Vaughan fa fatica al Birmingham…

Un supereroe è di norma vincente. Nonostante le sue doti naturali, James Milner sembrava far fatica a sbocciare. Famosa una frase di Greame Souness ai tempi di Newcastle: «Non si vince nulla con undici James Milner».

Con qualche anno di ritardo, le performance a Birmingham del ragazzo venuto da Leeds hanno dimostrato che Souness si sbagliava. Una cantonata ancora più grande, se si guarda il passaggio di Milner dall’Aston Villa al Manchester City.

Nonostante il club non voglia venderlo, alla fine i Villans cedono Milner per poco più di trenta milioni di euro. Concentrarsi su una singola annata di Milner tra le cinque trascorse al City sarebbe sbagliato. Piuttosto è stato l’insieme del contributo fornito per i Citizens a colpire di più.

Paradossalmente, Milner è riuscito a migliorarsi con gli anni. Il 2014–15 — l’ultima stagione al City — è stata quella con più gol realizzati (otto in 45 partite). Ha vinto cinque trofei con il club, mentre in nazionale è una presenza fissa. E ha pure messo la firma sulla vittoria del City in casa del Bayern Monaco.

Che si sia trattato di Mancini o Pellegrini, nessuno di quelli transitati al Manchester City ha mai pensato che Milner non fosse utile. Anzi, 203 presenze complessive con la maglia azzurra hanno dimostrato quanto il centrocampista sia stato fondamentale. E forse bisognerebbe anche rivedere una definizione spesso accostatagli.

 Quando c’è da descrivere James Milner dal punto di vista calcistico, spesso si dice che è un giocatore generoso, tenace. Così però sembra quasi di non dargli il giusto credito dal punto di vista tecnico.

Anche quando Messi l’ha scherzato al Camp Nou qualche tempo fa, tutti a prenderla una cosa normale. Tanto Milner corre e basta, giusto? Mica tanto. E per capirlo basta leggere le parole di chi ne capisce di più.

Molti dei suoi manager l’hanno lodato negli anni. Due gli esempi principali. Il primo è recente, perché Jürgen Klopp ha parlato così di Milner:

«Credo che sia un giocatore completo, un perfetto professionista. Una macchina: ha tutto. Dovrei insegnargli qualcosa dal punto di vista tecnico? Sono altri i problemi nella vita. I miei sanno come devono giocare».

Il secondo è Manuel Pellegrini:

«Sono il suo fan numero uno. Trovatemi un giocatore inglese più completo di lui. Ci sono giocatori che sono migliori dal punto di vista tecnico, più veloci o più bravi di testa. Ma trovatemene uno capace di fare tutte queste cose bene. Non c’è uno come James: lui è un fenomeno, un ragazzo dal cuore grande e con due palle così».

(da crampisportivi.it)

 

James Milner. Un video per capire meglio chi è

James Milner. Il suo “segreto”

“Perché corro così tanto durante la partita?” Perché sinceramente non concepisco i giocatori che stanno fermi… se la palla è sempre in movimento lo devo essere anch’io… e poi non avendo mai avuto grandi doti tecniche so che se corro più degli altri (e col tempo e gli allenamenti ho imparato a correre “meglio” e a coprire meglio gli spazi) un allenatore non potrà mai fare a meno di me.

Posso giocare a centrocampo o in difesa, a volte anche come attaccante esterno. Se corri e sei un minimo intelligente ci sarà sempre spazio per te negli 11 titolari…e finchè lo posso essere al Liverpool sarò ancora più contento.

Un segreto per i più giovani che giocano nel mio ruolo? Non state mai fermi. Seguite sempre la palla, l’avversario, cercate un taglio che vi possa mandare in porta. Ovviamente dipende dal ruolo che avete. A meno che non siate Messi dovete correre. Guardate Salah, l’anno scorso ha segnato 42 reti stagionali e correva in media più di 12 km a partita… e poi c’è di bello che se tu corri sempre i tuoi tifosi ti ameranno sempre”

(James Milner)

 

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Obiettivo di questa serie di articoli (11 per l’esattezza) che accompagneranno i lettori del Misterone è quello di far loro conoscere le migliori particolarità di alcuni calciatori, del presente e del passato, in modo da poterne comprendere i segreti e magari applicarli sul campo…

 

La matematica non è un opinione

Ogni appassionato di calcio potrebbe stilare una sua personalissima TOP11 dei migliori calciatori di sempre per ogni ruolo… C’è chi in porta metterebbe uno tra Buffon o Zoff per non parlare del ragno nero Yashin, tra gli attaccanti c’è chi sceglierebbe il fenomeno Ronaldo o il cigno di Utrecht Van Basten…. Per non parlare dei dubbi di sempre: meglio Pelè o Maradona, Messi o Cristiano Ronaldo, Platini o Zico… insomma ad ognuna di queste scelte si può dire se siamo o non siamo d’accordo, ma nessuno potrebbe “dimostrare” il contrario di quello che diciamo…

Se io dico che il miglior difensore di sempre è stato Maldini, nessuno può dirmi niente… per il semplice fatto che ognuno potrebbe utilizzare a sua scelta come “metro” di giudizio la personalità, le coppe vinte, le caratteristiche fisiche, la tecnica, la fantasia, la velocità….

Lo scopo di questa TOP11 è prendere dalla “matematica” il necessario per far sì che nessuno possa obiettare con quanto diremo…. Numeri alla mano nessuno potrà essere in disaccordo con noi….

D’altronde la matematica non è un’opinione e 2+2 fa sempre 4…

Sperando che leggendo queste righe dal blog del Misterone si possa imparare qualcosa e “carpire” al meglio i segreti di questi giocatori così “speciali”.