Non mollare Appie!

Justin Kluivert quando arrivò alla Roma scelse il numero 34. Lo stesso numero di maglia che porta Amin Younes al Napoli, Philippe Sandler al Manchester City e Kevin Diks, in prestito ai danesi dell’Aarhus dalla Fiorentina.
Vebbè, qualcuno deve pur prenderlo quel numero direte voi.
Vero.
Ma quando lo scelgono 4 ragazzi, tutti olandesi e tutti molto giovani, la cosa non può passare inosservata.
Kluivert, Younes, Sandler e Diks sono tutti amici ed ex-compagni di squadra di ABDELHAK NOURI.
Forse a pochi questo nome dice qualcosa.
Ma su chi sarebbe diventato Abdelhak Nouri ci sono ben pochi dubbi.
Sarebbe stata solo una questione di tempo.
All’Ajax e tutti quelli che lo hanno visto in azione su un campo di calcio, ne sono tutti quanti assolutamente convinti: di Abdelhak Nouri si parlerebbe come si parla oggi di Matthijs De Ligt, di Frenkie De Jong, di Donny Van de Beek o come magari prestissimo si parlerà di Carel Eiting.

Abdelhak Nouri giocava con tutti loro nello “Jong Ajax” la squadra giovanile dell’Ajax.
Aveva giocato con loro nella stagione 2016-2017 alla fine della quale fu votato come “IL MIGLIOR CALCIATORE DELLA STAGIONE”.
In prima squadra aveva già esordito, proprio in quella stagione.

Era il 21 settembre del 2016 quando, in una partita di Coppa d’Olanda contro il Willem II, fece il suo debutto. Segnando anche una rete.
Un sogno che si realizzava per questo ragazzo di origini marocchine, nato proprio ad Amsterdam il 2 aprile 1997 e tifoso dei biancorossi da sempre.
Ancor di più da quando, a soli 7 anni, entrò nelle giovanili del Club.
Nel estate del 2017 viene definitivamente inserito nella rosa della prima squadra.
“Appie”, come viene chiamato da tutti, sceglierà il NUMERO 34.






E’ l’8 luglio del 2017.
La preparazione dell’Ajax è iniziata da pochi giorni e nel piccolo stadio di Schwendau, nelle Alpi austriache a meno di 70 km da Innsbruck, si gioca una partita amichevole.
Di fronte all’Ajax ci sono i tedeschi del Werder Brema.
Mancano meno di venti minuti alla fine.
L’Ajax sta spingendo alla ricerca del gol del pareggio.
L’azione si sta sviluppando sulla fascia destra.
Dall’altra parte del campo però c’è un giocatore che sta camminando lentamente disinteressandosi totalmente allo sviluppo del gioco.
Poi improvvisamente si inginocchia a terra e poi si corica di schiena.
Un compagno se ne accorge, alza il braccio per attirare l’attenzione dei compagni.
L’arbitro ferma il gioco.
Passano diversi secondi prima che ci si renda conto che non è stanchezza, non è un infortunio e non è neppure colpa dei 30 gradi abbondanti di quella giornata di luglio.
Intorno al giovane Nouri si muovono tutti con apparente tranquillità.
Per oltre un minuto.
Poi Klaas-Jan Huntelaar si avvicina e i suoi gesti sono di autentico terrore.
A quel punto anche il medico del Werder Brema si precipita in campo.
Passeranno 7 lunghissimi minuti prima che un defibrillatore entri in azione.
Dopo 13 minuti, quando la situazione sembra ormai compromessa, il cuore di Abdelhak Nouri ricomincia a battere
 e il suo respiro torna regolare.
Arriva un elicottero che porta il giovane talento di origine marocchina all’ospedale di Innsbruck. 
I primi segnali sono confortanti. Come spesso accade in questi casi viene indotto il coma ma i primi test a cuore e cervello sono confortanti.
La famiglia di Abdelhak arriva al suo capezzale.
Manca solo il padre, che dopo un anno a lavorare in macelleria era tornato in Marocco per qualche giorno di vacanza.
Ulteriori controlli però svelano un quadro diverso.
Ci sono importanti danni subiti dal cervello.
“Appie” non tornerà mai più su un campo di calcio.

A due anni abbondanti di distanza da quel giorno è ancora in un letto d’ospedale.
E’ uscito dal coma, riconosce i suoi famigliari, riesce a muovere bocca e occhi.
Per la famiglia di Nouri è un passo importante.
Non si arrendono, sono convinti che un pieno recupero sia ancora possibile.
Il padre Mohammed non lavora più in macelleria.
Passa tutti i giorni ore e ore al capezzale del figlio poi arrivano i fratelli Abderrahim e Mohammed a dargli il cambio.
Da quando è tornato ad Amsterdam, nel quartiere di Geuzenveld, gli attestati di affetto e il calore di amici, vicini e semplici tifosi dell’Ajax non hanno mai smesso di arrivare alla famiglia Nouri.
Nel campetto da gioco del quartiere campeggia una grande scritta su un muro “Appie 4 ever”.
Neanche all’Ajax intendono dimenticare questo ragazzino sempre sorridente, allegro e con tanta voglia di giocare a calcio e di imparare.
Sono tutti assolutamente sicuri che “Appie” avrebbe recitato una parte importantissima in questo Ajax che nella scorsa stagione ha incantato il mondo del pallone con il suo gioco offensivo e spettacolare.
Un classico 10, che amava giocare tra le linee e che si adattava benissimo anche partendo dall’esterno. 
Edwin Van der Saar, l’ex grande portiere e ora direttore generale dell’Ajax ha ammesso con grande onestà che “si sarebbe dovuto fare molto di più quel giorno. Troppo tempo perso a liberare le vie respiratorie, troppo tempo perso prima di capire da dove veniva il problema.
… e troppo tempo perso prima di utilizzare il defibrillatore. Se tutto questo fosse stato fatto è possibile che Abdelhak ora sarebbe in condizioni migliori. Non è una certezza, ma è una possibilità”.





TRIBUTI

Il Guardian, il prestigioso quotidiano inglese, nel 2014 (quando Abdelhak aveva solo 17 anni) lo aveva inserito tra i 40 migliori giovani del calcio mondiale.

Ricorda David Endt, che fu general manager all’Ajax fino al 2013.
“Già allora si vedeva che aveva una qualità assoluta. Un giorno gli dissi che il suo stile di gioco mi ricordava quello del grande Andres Iniesta”. “Appie” sgranò gli occhi e rimase per un paio di secondi a bocca aperta prima di bisbigliare un “ma … dice sul serio ? E’ proprio il giocatore a cui mi ispiro ! Grazie Boss !”.

Ousmane Dembélé, l’attaccante del Barcellona, diventò amico di “Appie” durante un torneo giovanile, in cui giocarono come avversari. Nacque una bella amicizia e Ousmane ancora oggi, sui suoi scarpini di gioco, ha inciso il nome “Nouri” e il numero 34.

Due dei migliori amici di Abdelhak sono Frenkie de Jong ora al Barcellona e Donny Van de Beek.
Quest’ultimo va spessissimo a trovare “Appie” e si racconta che spesso rimanga a dormire vicino a lui, nel letto a fianco.

Il 16 aprile di quest’anno è stato proprio Van de Beek a segnare il gol del pareggio dell’Ajax nella sfida con la Juventus nei quarti di finale della Champions League.
“Stavo impazzendo di gioia quando correndo verso i nostri tifosi ho guardato il tabellone luminoso. Avevo segnato al minuto 34. E’ stato Appie, ne sono assolutamente sicuro” ricorda commosso Donny.

All’entrata del museo dell’Ajax, a pochi metri dal “Johann Cruyff Arena”, ci sono tre maglie con il numero 34. Su ognuna di loro, sopra il numero, c’è una parola.
Insieme formano un messaggio “Stay strong Appie”.
Non mollare ragazzo. 

Dener, il Neymar che il destino si portò via

E’ il primo maggio del 1993.
Si gioca per il “Paulistao”
, ovvero il campionato regionale della zona di San Paolo. 
Lo stadio è il “Canindé” di San Paolo dove i padroni di casa del Portuguesa ospitano il Santos.
Nonostante i bianchi di Guga e Axel abbiano i favori del pronostico, i rossoverdi del Portuguesa, piccolo club abituato a fare su e giù tra la serie maggiore e quella cadetta, stanno dando filo da torcere ai più titolati avversari.
Dopo un primo tempo a senso unico in favore dell’ex squadra di Pelè e chiuso dal Santos in vantaggio per 2 reti a 0 quella che si presenta in campo nel secondo tempo davanti ai propri tifosi è una squadra completamente trasformata.
Il Portuguesa mette alle corde il Santos e dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo accorcia le distanze.
E’ un gran colpo di testa di Bentinho che rianima le speranze dei tifosi della “LUSA”, questo il nome con cui è conosciuto il Club tra i propri tifosi e in tutto il Brasile.
Lo stesso Bentinho riporta in parità le sorti del match.
L’azione si sviluppa ancora sulla fascia destra dove Dener, il numero 10 del Portuguesa e indiscusso idolo della torcida “Lusa”,  dopo aver saltato un uomo in dribbling “chiama” un triangolo con un compagno di squadra, guadagna la linea di fondo per poi mettere un invitante pallone all’interno dell’area piccola che deve solo essere spinto in rete.
Bentinho è ancora lì, al posto giusto nel momento giusto.
A metà della ripresa arriva addirittura il sorpasso.
E’ Tico, che sul filo del fuorigioco, viene pescato solo al limite dell’area.
Avanza verso la porta e con un tocco di esterno destro beffa Edinho, il numero 1 del Santos e figlio del grande Pelé.
Ci sono proteste infinite e la partita si scalda improvvisamente.
Il Santos ovviamente non ci sta.
Sono punti fondamentali nella corsa al titolo regionale anche se Palmeiras e Corinthians sembravano avere obiettivamente qualcosa in più in quella stagione.
I bianchi si riversano in attacco.
C’è un calcio di punizione a favore degli uomini allenati da Evaristo de Macedo dalla trequarti.
Il pallone viene rinviato di testa fuori dall’area, raccolto da Tico che lo appoggia a Dener.
Il numero 10 del Portuguesa riceve palla, spalle alla porta, quando si trova si e no dieci metri all’interno della metà campo avversaria. 
E a questo punto si inventa “qualcosa” che ancora oggi, nei racconti dei tifosi del Portuguesa, è considerato IL GOL della storia del Club.

Con un solo tocco stoppa la palla, si gira e con il secondo tocco fa passare la palla tra le gambe di un avversario.
Si lancia verso la porta che è però ad almeno 40 metri di distanza.
Salta un altro avversario, ne supera due in velocità, arriva davanti al portiere del Santos, lo fa sedere con una finta e poi spinge con l’esterno del piede la palla nella porta ormai vuota.
La “torcida” del piccolo “Estadio do Canindé” impazzisce letteralmente.
E’ il gol che chiude definitivamente il match … ed è il gol che consegna Dener Augusto de Souza alla leggenda del Portuguesa e gli apre definitivamente le porte di una carriera che a 23 anni non ancora compiuti, lo ha già visto esordire nella Nazionale maggiore brasiliana.

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Siamo nell’aprile del 1994.
Sono passati meno di 5 mesi da quel gol.
Dener ad inizio anno si è trasferito in prestito al Vasco de Gama, che non ha badato a spese per assicurarsi le prestazioni del giovane talento di Vila Ede per il “Campionato Carioca” (il campionato regionale di Rio de Janeiro) di quella stagione.
Le prestazioni di Dener sono di altissimo livello.
Il suo esordio con il Vasco de Gama è in una mini tournèe in Argentina dove il team di Sebastiao Lazaroni affronta anche il Newell’s All Boys di Diego Maradona.
La prestazione di Dener è talmente spettacolare che a fine partita “El Diego” vorrà complimentarsi personalmente con il ragazzo.

In quel campionato “Carioca” il ruolino di marcia del Vasco è impressionante.
Nel girone di qualificazione al quadrangolare finale per il Vasco di sono 8 vittorie e 3 pareggi … e nessuna sconfitta.
Dener gioca finalmente con quella continuità che finora gli aveva fatto difetto ed è uno dei protagonisti principali di questa trionfale cavalcata.
A tal punto che praticamente tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere il minuto attaccante di proprietà del Portuguesa una certezza tra i 22 giocatori che faranno parte della spedizione negli USA per gli ormai imminenti mondiali.
Dener, che agisce prevalentemente da seconda punta alla spalle del bomber “giramondo” Jardel, ha letteralmente fatto innamorare i sostenitori del Vasco.
Quello che impressiona maggiormente in questo minuscolo attaccante (168 centimetri per 60 chilogrammi di peso) è la capacità di dribbling lanciato in piena velocità e anche chi tenta di fermarlo con le “cattive” scopre ben presto che le sue doti di equilibrio e di agilità sono davvero fuori dalla norma.
La palla sembra non voglia staccarsi dai suoi piedi, vede il gioco, è bravo nell’ultimo passaggio e segna con regolarità.
La Torcida del Vasco ha coniato un ritornello appositamente per lui.
‘Ê cafuné! Ê cafuné! O Dener é a mistura de Garrincha com Pelé!’
Se la parola cafuné è quasi intraducibile (è più o meno una carezza, un gesto delicato) molto più chiara la seconda parte del testo “Dener è un misto fra Garrincha e Pelé !” il complimento più grande immaginabile in Brasile, visto che cita i due più grandi campioni della storia calcistica di questo paese.
Il 17 aprile al Maracanà si gioca Fluminense – Vasco da Gama.
Finirà in pareggio, un 1 a 1 che non sarà certo ricordato negli annali ne per lo spettacolo in sé e neppure per Dener, che verrà espulso durante il match per una lite con il terzino brasiliano Branco, vecchia conoscenza anche del calcio italiano.
Nessuno però può immaginare che quella sarà l’ultima partita di Dener, il minuscolo talento destinato ad una carriera luminosissima.
Subito dopo la partita, giocata il 17 aprile,  Dener rientra a San Paolo.
Non è una semplice gita di piacere nella sua città.

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A San Paolo, insieme ai dirigenti del suo Portuguesa ci sono quelli dello Stoccarda, in quel momento una della squadre più importanti e competitive della Bundesliga.
A caldeggiare il suo acquisto con il team tedesco è nientemeno che Carlos Dunga, arrivato a Stoccarda l’estate precedente dopo le sei stagioni trascorse in Italia con Pisa, Fiorentina e Pescara.
E’ un passo importantissimo per la carriera di Dener e la proposta economica è assai allettante per questo ragazzo che nonostante la giovanissima età è già padre di tre figli.
Dener in passato ha avuto diversi problemi disciplinari:
Allenamenti saltati o arrivando in ritardo, qualche violenta discussione con alcuni allenatori (con l’ex portiere della Nazionale Leao in primis) e comunque diversi comportamenti non esattamente professionali.
Da qualche tempo però pare maturato, più responsabile e disciplinato e il suo rendimento in campo ne è la prova più evidente.
Il 19 aprile riprendono gli allenamenti del Vasco in vista della fase finale del campionato Carioca e Dener, insieme all’inseparabile amico Otto Gomes Miranda, riparte da San Paolo per far ritorno a Rio de Janeiro.
E’ proprio l’amico Otto che in quell’alba del 19 aprile sta guidando l’auto di Dener, una Mitsubishi Eclipse.
Sono partiti da San Paolo durante la notte, quasi sei ore prima e sono ormai nei pressi di Rio de Janeiro (esattamente a Lagoa Rodrigo de Freitas).
Nemmeno quindici minuti e saranno a destinazione.
Ad un certo punto accade qualcosa di imprevedibile.
E di drammatico.
La macchina esce dalla carreggiata e finisce contro un grosso albero ai lati della strada.
L’impatto è tremendo, sia per la forte velocità sia perché con ogni probabilità ha colto entrambi nel sonno.
Otto Gomes Miranda sopravviverà anche se gli verranno amputati gli arti inferiori mentre per Dener non ci sarà nulla da fare.
Morirà sul colpo
, soffocato dalla cintura di sicurezza.
L’inchiesta successiva stabilirà che Dener al momento dell’impatto stava dormendo con il sedile completamente reclinato all’indietro e la cintura di sicurezza, invece di proteggerlo, lo ha praticamente strangolato.
Il cordoglio in tutto il Brasile è immenso.
Vedere oggi le immagini di Dener in Internet non può che farci pensare ad un altro immenso talento brasiliano di oggi che forse riuscirà a raggiungere tutto quello che DENER AUGUSTO DE SOSA ha solo potuto sognare.
Il suo nome è NEYMAR.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Come per molti altri ragazzi brasiliani l’infanzia di Dener è sulla soglia della miseria. Rimasto orfano all’età di 8 anni per Dener la vita è stata per anni andare a scuola alla mattina e trovare lavoretti saltuari al pomeriggio per contribuire al magro bilancio famigliare.
Può giocare solo al famoso “futbol sala” (il calcio a 5 al coperto) dove però a nessuno sfuggono le grandi doti di questo piccolo e magrissimo ragazzo.
A undici anni il Portuguesa lo mette sotto contratto ma a quindici le necessità famigliari lo costringono a lasciare il calcio giocato. Per lui c’è il ritorno nel Calcio al coperto dove riesce a raggranellare qualche soldino. Tornerà due anni dopo.
Questo il racconto di Antonio Gomes, allenatore del Portoguesa che fece esordire Dener in prima squadra.
“Un dirigente del Club mi parlò di questo ragazzino tutto pelle e ossa che mi convinse a provarlo in una partitella di allenamento. Arrivò al campo e dissi al magazziniere di dargli maglietta e calzoncini.
La partita era già iniziata da diversi minuti quando mi accorsi che Dener era ancora a bordo campo. Sembrava un pulcino smarrito. Lo invitai a entrare in campo. Il primo pallone che toccò lo fece passare sopra la testa di un difensore, lo stoppò e poi scattò via come un fulmine. Il secondo fu una palla a metà tra lui e un altro giocatore, più o meno il doppio di lui fisicamente. Quest’ultimo entrò in scivolata, in maniera anche molto dura e scoordinata. Dener arrivò una frazione di secondo prima sul pallone, lo toccò con la punta del piede e poi saltò a piedi uniti per evitare il tackle dell’avversario. 
A quel punto mi voltai verso i dirigenti e dissi loro di “non fate andar via quel ragazzo prima di avergli fatto firmare un contratto da professionista !”.

La consacrazione per Dener arriva nel 1991 durante il famoso torneo “Junior Cup di San Paolo”, il torneo Under-20 più importante del Brasile e ai tempi autentica vetrina per i giovani talenti.
Dener porta il Portuguesa al trionfo (4 a 0 in finale contro il Gremio e verrà eletto Miglior calciatore del Torneo.

Prima dello storico gol contro il Santos Dener ne realizzò un altro molto simile nel 1991 contro l’Inter de Limeira, sempre per il campionato paulista.
In quell’occasione furono quattro i calciatori saltati in dribbling e in velocità prima di battere a rete con un tocco “sotto” a scavalcare il portiere.

A farlo esordire nella Nazionale Brasiliana fu niente meno che Paulo Roberto Falcao durante la sua breve permanenza sulla panchina del Brasile. Due presenze, entrambe contro l’Argentina.
“Un giocatore meraviglioso. Di quelli che possono cambiarti l’esito di una partita in un solo secondo. Quelli come lui sono un piacere per chiunque ami il calcio” queste le parole dell’Ottavo Re di Roma.

Josè Macia, detto Pepe, uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio brasiliano, fu l’allenatore di Dener al Santos in una carriera che lo ha visto fare da chioccia al grande Pelé al Santos e in seguito in giro per il mondo come allenatore in oltre 20 diversi club.
“Tra tutti i calciatori che ho allenato nella mia carriera è l’unico che si è in qualche modo avvicinato a Pelè. Quel ragazzo aveva un talento straordinario”.

Sempre nei ricordi di Pepe c’è un altro racconto particolare e molto emblematico nel periodo in cui fu l’allenatore di Dener al Portuguesa.
“Dener era spesso in ritardo agli allenamenti, oppure non si presentava neppure. Stavo per perdere la pazienza con lui quando venne da me Capitao, il giocatore più esperto della squadra” racconta il grande ex-centravanti del Santos.
“Vengo in rappresentanza dei miei compagni Mister. La preghiamo di avere un po’ di pazienza con Dener. Sappiamo che non sempre si comporta bene … ma è lui che ci fa vincere le partite”.
Ricorda Pepe che “fu la prima e l’ultima volta nella mia carriera di allenatore che fece un eccezione per qualcuno” aggiungendo poi che “Capitao e i suoi compagni però avevano effettivamente ragione !.

L’ultima aneddoto riguarda proprio quel giocatore che per i brasiliani che ricordano Dener ne racchiude gran parte delle caratteristiche, Neymar Junior.
Si racconta che durante i suoi primi anni al Santos Neymar subiva molto la durezza degli interventi degli avversari (non che sia cambiato tantissimo !) e finiva spesso per reagire in malo modo facendosi spesso espellere.
Un giorno il Direttore Sportivo del Santos Paulo Jamelli decide di chiudere Neymar in una stanza per mostrargli come reagivano i grandi campioni ai falli degli avversari … ovvero senza mostrare debolezze, rialzandosi dopo un fallo pronti a ripartire per una nuova giocata.
I video mostrati quel giorno furono di Pelé, di Maradona, di Messi e … di DENER.

Lo sciamano Gatti

Lo sciamano Gatti, il vero ‘matto’ del calcio argentino: ‘Se fissi la palla la puoi mandare dove vuoi’ | Primapagina | Calciomercato.com Con il soprannome “El Loco” ci sono probabilmente almeno un centinaio di calciatori nella storia del Futbol argentino. Già in queste pagine ci siamo occupati di uno dei grandi “Locos” del calcio argentino, Renè Houseman, che però aveva nella bottiglia la sua più importante “pazzia”.
Ma quando si parla di uno “matto”, ma matto davvero, il primo nome che viene in mente a tutti quanti in Argentina è quello di Hugo Orlando Gatti.
Eccentrico, controcorrente, polemico, presuntuoso, arrogante, guascone … di lui si può dire di tutto ma non che sia una persona o ancora prima uno sportivo “normale”.
Hugo Gatti nasce in un quartiere di Buenos Aires, il Carlos Tejedor, il 19 agosto 1944.
Gli inizi sono nell’Atlanta, dove dopo tutta la classica trafila nelle giovanili fa l’esordio in prima squadra nel 1962 a 18 anni. In quel periodo gioca con mostri sacri come Luis Artime (uno dei più grandi bomber nella storia del calcio argentino) Nestor Errea, Carlos e Mario Griguol e in quegli anni l’Atlanta vive uno dei migliori periodi della sua storia.
Da subito si capisce che Gatti non è un portiere tradizionale. Non si limita a difendere la propria porta o a comandare la sua area con le sue proverbiali uscite sui palloni alti ma esce spesso dai 16 metri per anticipare attaccanti lanciati a rete,  oppure palla al piede per impostare lui stesso l’azione. A volte capita addirittura che vada a battere le rimesse laterali ! Resta il fatto che fargli gol è difficile, molto. Ha una personalità spiccata e nulla pare intimidirlo.
Passano meno di due anni e per Gatti arriva la chiamata dei Millionarios del River Plate. Sembra il passo definitivo verso la consacrazione. Arriva addirittura la chiamata della Nazionale Argentina per i Mondiali inglesi del 1966 quando Gatti ha solo 21 anni. Ma le cose al River non vanno come previsto; il posto da titolare tra i pali del Millionarios stenta ad arrivare; c’è una autentica leggenda come Amedeo Carrizo con cui fare i conti e in 4 stagioni, tra il 1964 e il 1968, Gatti mette insieme 77 partite. La “via di fuga” e un posto da titolare certo è rappresentata dal Gimnasia Y Esgrima La Plata. Qui rimane 5 stagioni, positive ma non esaltanti. Il suo stile unico ha i suoi detrattori anche se l’arrivo sulla scena internazionale di un altro pazzo come lui, l’olandese Jongbloed, finisce per fare accettare con un po’ più di elasticità le “follie” di Gatti. Intanto, insieme alle sue uscite spericolate e alle sue giocate fuori area inizia ad affermarsi per quella che negli anni diventerà una sua peculiarità assoluta; quella di “pararigori”. Sono ben 8 quelli che para nelle sue stagioni al Gimnasia e addirittura 3 nella stessa stagione, il 1972, sui 5 complessivi che gli tirano. Nel 1975 finalmente la svolta per la carriera di Hugo; arriva la chiamata del grande Juan Carlos Lorenzo che lo vuole con lui al Union de Santa Fe. E con lui arrivano giocatori fantastici del calibro di Victorio Cocco, Rubén “Chapa” Suñe, Baudilio Jáuregui, Miguel Tojo, Ernesto Mastrángelo, Víctor Marchetti … è la “Grande Rivoluzione del ‘75” quando l’Union diventa l’autentica rivelazione del calcio argentino e per il gioco espresso diventa la squadra al centro dell’attenzione di tifosi e media. Gatti gioca partite sensazionali, para ben 4 rigori tra cui uno decisivo contro il River Plate.

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Juan Carlos Lorenzo a fine stagione riceve la chiamata degli “Xeneises” del Boca e vuole a tutti i costi che “El Loco” Gatti lo segua per diventare “l’arquero” del Boca. La trattativa tra i due Presidenti di Boca (Alberto Josè Armando) e Union (Manuel Corral) è durissima ed estenuante. L’Union sta costruendo un team formidabile, in grado di puntare al titolo assoluto, ma Lorenzo insiste con il Presidente Armando … Gatti è fondamentale per le ambizioni del Boca. La scelta di Lorenzo si rivela più che azzeccata; nella prima stagione (1976) il Boca Juniors vince sia il Metropolitano che il Nacional, quest’ultimo in una storica e indimenticabile finale contro i grandi rivali del River.

L’anno dopo arriva addirittura il trionfo continentale nella Copa Libertadores dove Gatti diventa decisivo con una miracolosa parata su un tiro di Vanderley, attaccante del Cruzeiro. Questa vittoria da al Boca la possibilità di disputare la Coppa Intercontinentale, vinta contro il Borussia Monchengladbach (che partecipa in virtù della rinuncia degli inglesi del Liverpool) e Hugo Gatti è ancora protagonista assoluto, in particolar modo nella partita giocata in Germania e vinta per 3 a 0 dove “El Loco” para tutto il parabile e anche qualcosa di più !
Sempre nel 1977 però accade qualcosa che rende problematica la continuità di Gatti per un lungo periodo di tempo; un grave infortunio al ginocchio in un match di campionato contro il Temperley. Gatti, che fino a quel punto è titolare inamovibile della Nazionale Argentina che Cesar Menotti sta preparando per il Mondiale di casa, perde il posto di titolare a favore dell’altrettanto fortissimo Ubaldo “Pato” Fillol. Quello che accade nei mesi immediatamente precedenti il Mondiale è storia e al tempo stesso gossip e illazione pura; fatto sta che ai Mondiali del 1978 Fillol è il titolare e Gatti non entra neppure nei 22. “El Loco” non dimenticherà mai questo “sgarro” e accuserà in eterno Menotti di aver ceduto alle pressioni della stampa argentina che voleva Fillol come titolare. Altre voci dicono che sia stato lo stesso Gatti (profondamente antifascista a tal punto di appoggiare pubblicamente la campagna elettorale di Raul Alfonsin, “radicale e socialista” che sarà il primo presidente della nuova Repubblica argentina) a “inventarsi” il male al ginocchio ogni volta che arrivava la chiamata della Nazionale “di Videla” … male al ginocchio che poi spariva magicamente ogni volta che doveva scendere in campo con il Boca. Qualcuno, più maligno, afferma che il dolore al ginocchio era solo una scusa per Gatti che non accettava l’idea di fare da riserva “all’odiato” Pato (papero) Fillol.
Di certo c’è che Gatti continua a giocare alla grande nel Boca che rivincerà, rimanendo imbattuto per tutto il Torneo, la Copa Libertadores del 1978. Nonostante “El Loco” abbia già 34 anni nessuno si sogna di mettere in dubbio le sue qualità e il posto di titolare nel Boca. Bisogna arrivare al 1981 per trovare un portiere, in questo caso Carlos Rodriguez, in grado di mettere in discussione la titolarità di Gatti. Dopo un lungo ballottaggio Rodriguez ha la meglio: Gatti si deve sedere in panchina. In quella stagione il Boca ha un potenziale enorme: in una squadra già fortissima sono arrivati un certo Diego Armando Maradona e Miguel Angel Brindisi ma il campionato, a causa di grosso calo di rendimento nella seconda parte della stagione, sta sfuggendo di mano agli Xeneises. Mister Marzolini allora decide di rimettere in prima squadra Gatti, in un match importantissimo contro i “Pincharratas” dell’Estudiantes. L’avvio è da brividi; Gatti sbaglia completamente il tempo di una uscita e solo un provvidenziale salvataggio del compagno di squadra Roberto Mouzo impedisce ai biancorossi di Mar de La Plata di andare in vantaggio. Gatti, che in quanto ad autostima e fiducia nei suoi mezzi non è secondo neppure al suo grande idolo Mohammed Alì, non si perde d’animo e nel resto della partita diventa assolutamente decisivo con le sue parate ma non solo; su un lungo lancio verso la propria area “El Loco” esce dalla sua area anticipando un attaccante avversario, controlla il pallone e lo porta fino alla linea di metà campo prima di appoggiare la palla all’ala sinistra Perotti che, dopo aver saltato un paio di difensori, segna il gol decisivo.

Gatti non uscirà più dalla squadra titolare fino alla fine del Torneo che il Boca riuscirà a conquistare dopo 4 stagioni di digiuno. A seguire l’azione del gol di Maradona nella decisiva partita con il Racing Club.

Dopo di allora, salvo qualche brevissima parentesi, Gatti rimane titolare indiscutibile del Boca fino al 1988 … alla veneranda età di 44 anni ! Nel 1988 però, alla prima partita di campionato contro il Club Deportivo Armenio alla Bombonera, Gatti si rende protagonista di un errore clamoroso; esce dall’area per anticipare su un pallone lungo il centravanti avversario Maciel … El Loco pare in anticipo ma sbaglia banalmente il tempo e il controllo della palla lasciando così sguarnita la propria porta.  Per Maciel è un gioco da ragazzi segnare il gol che si rivelerà decisivo per le sorti del match. L’allentore Josè Omar Pastoriza è inviperito; si scaglia contro Gatti e lo relega in panchina nell’incontro successivo. Nessuno avrebbe potuto prevedere che quella diventerà l’ultima partita di calcio ufficiale giocata dal Loco Gatti …
Uscito in maniera brusca e tra mille polemiche dal Boca “El Loco” non si arrende all’idea di non giocare più a calcio. Si fanno decine e decine di ipotesi, di altre squadre argentine e brasiliana. L’unica proposta concreta arriva però dalla Colombia e precisamente dal Deportivo Calì. Pare tutto fatto; il contratto è pronto. Poche settimane prima si gioca in Colombia la partita di addio al calcio della gloria colombiana Willington Ortiz. In quella partita Gatti decide di giocare con la maglia dei grandi rivali del Deportivo, l’America de Calì ! Le polemiche sono roventi. El Loco viene attaccato con veemenza da tutti i tifosi e dirigenti del Deportivo. Il contratto è stracciato e Gatti torna in cerca di “occupazione”.
Ma non accadrà più nulla. El Loco non entrerà più in una “cancha”. Ma dal calcio non uscirà mai.
Oggi lavora come opinionista sia per la televisione argentina che per alcuni organi di informazione spagnoli e ogni volta che apre bocca sa scatenare come nessuno polemiche e diatribe infinite ! El Loco è ancora oggi “incontrollabile” in uno studio televisivo come lo era in un campo di calcio. Lui che era abituato ad “uscire” perché a stare in porta tutta la partita si annoiava …

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Parlando di Fillol ai Mondiali del 1978 “Hanno scelto lui. Lui è gentile, corretto ed educato. Lui è la tradizione, io sono la follia. Lui aspetta che la palla gli arrivi addosso, io esco di porta e la vado a cercare. Lui è il fidanzato che ogni madre vorrebbe per sua figlia … solo che le figlie preferiscono me !”
“Io guardo intensamente la palla. Se la guardi intensamente puoi fermarla o farla andare dove vuoi. Potete chiamarmi  stregone o sciamano. Ma è esagerato. Sono solo il miglior portiere sulla faccia della terra.”
“Io non ho paura di nulla e di nessuno. Mai avuta. Una volta i tifosi avversari dietro la mia porta mi tirarono una scopa: la presi e iniziai a pulire l’area. Sapete com’è: in Argentina ci sono sempre un sacco di coriandoli in campo !”
“Andammo a giocare contro l’Argentinos Juniors e tutti mi parlavano di questo piccoletto, dicevano che era un fenomeno. Era alto poco più di un metro e mezzo con una gran testa di riccioli neri e tutti ad adularlo perché aveva già fatto un sacco di gol. Mi avvicinai a lui prima della partita “Oh Gordito (cicciottello) guarda che oggi tu a me non segni neanche se torna Gesù Cristo in terra per la seconda volta” … per ottanta minuti mi ascolta docile docile. Poi quel diavolo mi fa quattro gol negli ultimi dieci … che tu sia maledetto Diego Armando Maradona !!!”
Sempre sull’amato (!) Fillol. “Lui le partite le gioca. Io le vivo. Molti dei gol che ho preso lui li avrebbe evitati con la sua prudenza … ma sono molti di più quelli che io ho parato e che per lui sarebbero stati imprendibili, perché lui non si buttava, non rischiava. Ma ci si può fidare di uno che nella vita non si butta mai ??!!”
“Maradona ed io eravamo i due più forti giocatori nel 1978. Siamo stati insieme i due più grandi “non-campioni del Mondo” allora !
“Oggi, a distanza di quasi 40 anni, tutti i componenti della squadra di allora a dichiararsi oppositori di Videla e all’oscuro di quello che succedeva. Gli unici che allora lo fecero davvero sono stati, oltre al sottoscritto, tre in tutto; El Lobo Carrascosa che addirittura lasciò la squadra. “El conejo” Tarantini che ebbe il coraggio di chiedere a Videla cosa era capitato ad alcuni suoi amici e Mario Kempes, che odiava Videla e che mai gli strinse la mano.“
Memorabile quello che accadde in una partita contro l’Independiente. Gatti si toglie scarpe e calzettoni e si va a sedere sopra la traversa DURANTE l’incontro. “Non stavo accadendo nulla. E mi stavo annoiando a morte”.
Come opinionista sono decine e decine le sue dichiarazioni controcorrente, polemiche e spesso al limite dell’arroganza. Ecco alcune delle più “clamorose”.
Durante una trasmissione televisiva dopo un commento calcistico da parte della giornalista Irene Junquera la stessa fu “investita” da un Gatti al massimo della sua “locura” ! “ma da quando le donne capiscono di calcio ? Non ne hanno mai capito nulla ! Lavare i piatti è quello che sanno fare meglio !”
Famosissima la sua repulsione per la maggior parte dei giornalisti sportivi “Ma come possono parlare di calcio se la maggior parte di loro non ha mai dato un solo calcio a un pallone ???”
E infine, la sua dichiarazione-simbolo “Io non mi sento un portiere. Io sono un attaccante che gioca in porta”.
(A seguire un piccolo “riassunto” di alcune delle più grandi parate di Gatti e nel secondo una raccolta delle più grandi “pazzie” televisive del Loco.
Buon divertimento !)

Wlodek LUBANSKY

 “E’ la partita più importante di tutta la mia carriera.

Mi correggo.

E’ molto di più.

E’ la partita più importante della storia del mio Paese.

Una vittoria oggi vorrebbe dire avere un piede e mezzo ai prossimi Mondiali di calcio che si disputeranno in Germania Ovest nella prossima estate.

L’anno scorso abbiamo vinto le Olimpiadi.

E’ stato un grandissimo risultato ma le Olimpiadi, nel calcio, sono poco più di un Campionato Europeo per le squadre dell’Est Europa visto che ad Ovest e in Sudamerica non possono mandare le loro rappresentative migliori.

Questo grande trionfo però ci ha sbloccati.

Ci ha regalato quell’autostima che oggi ci fa affrontare qualsiasi avversario senza alcun timore reverenziale.

E’ già qualche anno che le nostre squadre migliori si fanno strada nelle principali competizioni europee per Club.

Tre anni fa con il mio Gornik Zabre siamo arrivati addirittura in finale della Coppa delle Coppe dopo aver eliminato squadroni come gli scozzesi del Glasgow Rangers e gli italiani della Roma, cedendo solo in finale agli inglesi del Manchester City.

Nella stessa stagione il Legia Varsavia (i nostri grandi rivali in Patria) sono arrivati fino alle semifinali della manifestazione più importante, la Coppa dei Campioni, perdendo con gli olandesi del Feyenoord che poi vinsero la manifestazione.

E poi diciamocelo … siamo proprio una bella squadra !

In porta c’è quel matto di Jan Tomaszewski.

Fa paura soltanto a vederlo. Centonovantatre centimetri di muscoli.

Quando esce sui palloni alti vi garantisco che è meglio spostarsi !

Al centro della difesa c’è il mio compagno di squadre Jerzy Gorgon, un altro gigante di un metro e novanta che però ha due piedi squisiti. Spesso è proprio lui ad impostare la nostra manovra.

A centrocampo gioca un genio.

Si chiama Kazimierz Deyna.

Ha una tecnica e una visione di gioco che ha pochi eguali.

Quasi tutte le nostre manovre passano dai suoi piedi.

Ci dipingono come “nemici” e non solo perché siamo i capitani delle due squadre più forti del Paese ma anche perché c’è questa eterna discussione tra chi di noi due è il più forte.

“Che discussione idiota !” ha detto in televisione pochi giorni fa Tomaszewsky.

“Io so solo che siamo fortunati che siano tutti e due polacchi !”.

Grande Jan !

Esattamente quello che pensiamo sia io che Deyna.

In attacco, al mio fianco, ci sono altri due fenomeni: Gregorz Lato e Robert Gadocha.

Il primo è una delle ali più forti e veloci che ci siano in circolazione.

Parte da destra, ma è bravissimo a stringere verso la porta negli spazi che io riesco ad aprirgli con il mio continuo movimento.

Io gioco con il numero 9 sulle spalle ma non mi piace per niente rimanere fermo in area ad aspettare il pallone.

 

Sull’altra fascia c’è il mio compagno del Gornik Gadocha.

Lui è un ala più tradizionale. Gioca quasi sulla linea laterale ma ha una caratteristica molto particolare: pur giocando all’ala sinistra lui è un destro naturale che ama stringere verso il centro del campo.

Tra noi c’è una grande intesa e lui sa perfettamente quando servirmi la palla negli spazi oppure cercare il triangolo per poi andare a concludere.

Oggi pomeriggio saranno in 80 mila i nostri connazionali sugli spalti dello stadio Slaski a Chorzow ad incitarci.

Contro abbiamo una grande squadra.

L’Inghilterra di Sir Alf Ramsey che, anche se è in fase di rinnovamento dopo il titolo mondiale di sette anni fa e il dignitoso mondiale messicano di tre, è sempre una signora squadra.

Abbiamo fiducia, tanta fiducia.

I Mondiali si giocheranno ad un passo da casa nostra.

In quella Germania che i nostri genitori non hanno ancora perdonato dopo quello che ci hanno fatto passare meno di 30 anni fa.

A quel Mondiale vogliamo esserci anche noi.

Oggi pomeriggio possiamo scrivere la storia … e poi stanotte affogare nella vodka insieme a milioni di polacchi !

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E’ il 6 giugno 1973.

Allo Slaski Stadion di Chorzow davanti ad 80.000 spettatori si gioca Polonia – Inghilterra.

In palio un posto tra le 16 finaliste del Campionato del Mondo che inizierà in Germania Ovest esattamente un anno dopo.

L’Inghilterra è una eccellente squadra.

Sulla panchina siede ancora Sir Alf Ramsey, l’uomo che portò sul tetto del mondo calcistico i maestri inglesi sette anni prima.

Di quella impresa sono rimasti soltanto in tre: i centrocampisti Alan Ball e Martin Peters e il capitano Bobby Moore. Ma ci sono calciatori di grande valore come l’attaccante Allan Clarke del Leeds, il portiere Peter Shilton e il roccioso difensore del Derby County Roy Mc Farland.

Solo che, in quel 6 giugno del 1973, proprio non c’è partita.

La tecnica e la velocità dei polacchi sono fonte di continuo imbarazzo per la retroguardia inglese che sbanda paurosamente.

Bastano sette minuti ai polacchi per passare in vantaggio.

E’ una punizione di Gadocha dalla sinistra sulla quale Bobby Moore, per anticipare Lubanski, tocca il pallone quel tanto da mettere fuori causa Shilton.

Esattamente il tonico che serve ai polacchi.

Sospinti dall’incessante incitamento dei propri sostenitori Lubansky, Deyna e compagni mettono ripetutamente in imbarazzo la compassata retroguardia inglese, in grave difficoltà ad arginare gli attaccanti della Polonia.

Ad inizio ripresa arriva il gol del ko definitivo.

E’ ancora Bobby Moore il protagonista in negativo per gli inglesi.

L’elegante difensore del West Ham si fa sorprendere dalla determinazione e dalla velocità di Lubanski che prima strappa il pallone dai piedi del capitano inglese per poi lanciarsi verso la porta di Shilton e batterlo con un tiro angolatissimo che tocca il palo prima di finire in fondo alla rete.

La Polonia, con il vantaggio di due reti, può giocare sul velluto.

Lascia l’iniziativa agli inglesi i cui tentativi però s’infrangono contro la solidissima e organizzata difesa polacca.

Sono passati meno di dieci minuti dal bel gol di Lubanski quando accade però qualcosa che in qualche modo rovinerà questo importantissimo trionfo.

Dopo uno scambio con Gadocha è il terzino Kraska a lanciare Lubanski sulla fascia sinistra.

La sua velocità è doppia rispetto a quella di Mc Farland che non ha altra scelta che tentare un disperato intervento in scivolata.

Il difensore inglese riesce a sfiorare la palla ma colpisce poi in pieno Lubanski sulla gamba destra, sulla quale l’attaccante si stava appoggiando.

Lubanski riesce ancora a fare qualche passo prima di cadere a terra in maniera piuttosto strana, quasi goffa.

A tal punto che, con l’attaccante polacco a terra, Mc Farland inveisce contro di lui, convinto che il numero 10 polacco stia solo facendo scena.

Bastano pochi secondi però per capire che l’infortunio è invece molto serio.

Lubanski viene trasportato a braccia fuori dal campo e caricato, in maniera a dir la verità piuttosto sbrigativa, su una ambulanza.

La diagnosi è devastante: rottura dei legamenti crociati del ginocchio destro.

A quell’epoca il recupero completo viene considerato impossibile.

Lubanski starà fuori 20 mesi dai campi di calcio e dovrà ovviamente saltare quel Mondiale di Germania che consacrerà la sua Polonia come una delle squadre più forti e spettacolari del dopoguerra.

Lasciando in tutti i tifosi polacchi sospesa per sempre la domanda “Ma con Lubanski ai Mondiali di Germania come sarebbe finita ?”.

Lubanski riuscirà come detto a tornare su un campo di calcio solo nei primi mesi del 1975 in quella che sarà la sua ultima stagione con il Gornik Zabrze, dopo 13 anni di ininterrotta militanza.

Per lui la Federazione Polacca farà addirittura uno strappo ai suoi rigidi regolamenti permettendogli di andare a giocare in una squadra di Club estera prima del compimento dei 30 anni di età (come invece capitò ad esempio a Deyna o a Lato).

Per Lubanski a farsi avanti non è uno squadrone di primissimo piano.

Ci sono troppi dubbi sul suo completo recupero.

A prendersi questo rischio è il piccolo Lokeren, squadra della Prima Divisione Belga … che farà uno degli affari più redditizi della propria storia !

Lubanski ha forse perso qualcosa di quel fantastico “cambio di passo” ma è un giocatore con una tecnica ed una intelligenza calcistica di prim’ordine.

E nel non trascendentale campionato belga (che però in quegli anni produsse due grandissime squadre come Bruges e Anderlecht) Lubanski torna ad essere quel prolifico attaccante che era in Polonia.

Nelle sue prime 5 stagioni segnerà 83 reti in 171 partite prima di iniziare la parabola discendente nei primi anni ’80.

Le sue prestazioni con il Lokeren lo ripropongono all’attenzione del tecnico polacco Jacek Gmoch che porta Lubanski con se ai Mondiali di Argentina del 1978.

Per Lubanski è la possibilità di giocare quel Mondiale di calcio che la sfortuna gli ha impedito di giocare 4 anni prima.

… ma ne lui ne la Polonia sono gli stessi di quel meraviglioso periodo.

“Wlodek” Lubanski giocherà da titolare i primi due incontri con Germania e Tunisia ma lascerà poi il posto di titolare al giovane e fortissimo Zbigniew Boniek accontentandosi di subentrare nei finali di partita.

Terminato il periodo al Lokeren Lubanski, a 35 anni, si trasferisce al Valenciennes, nella seconda divisione francese.

Qui gioca una stagione straordinaria segnando la bellezza di 28 reti in 31 partite, non sufficienti però a garantire a “Les Athéniens” il ritorno nella massima serie.

Lubanski giocherà ancora due stagioni, sempre nella Seconda Divisione francese con il piccolo Quimper prima di appendere le scarpe al chiodo nel maggio del 1985, a 38 anni suonati.

Una carriera divisa in due.

Dal 6 giugno del 1973 in avanti quella di un ottimo attaccante.

Prima di quel 6 giugno quella di un giocatore fantastico … per molti, il miglior calciatore polacco di sempre.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Wlodziemierz Lubanski ha esordito in nella Nazionale polacca a 16 anni e 188 giorni. Il più giovane calciatore nella storia del calcio polacco. Fu in occasione di un’amichevole contro la Norvegia nella quale Lubanski segnò una rete.

 

Lubanski, con 48 reti in 75 partite è il secondo miglior realizzatore di sempre nella storia della nazionale polacca. Verrà superato solo da Robert Lewandowski il 7 ottobre 2017, quando con la sua tripletta di quel giorno supererà Lubanski … anche se dopo 90 partite in Nazionale !

 

Un altro record personale di Lubanski è quello di aver vinto per due anni consecutivi (1969-70 e 1970-71) la classifica marcatori della Coppa delle Coppe, manifestazione alla quale partecipavano le vincitrici delle Coppe nazionali.

 

Nel 1968 il Gornik Zabrze viene invitato in Sud America per una serie di partite amichevoli. I giornalisti brasiliani presenteranno il team polacco come “la squadra dove gioca Lubanski, il Pelé bianco”.

Nel suo periodo al Lokeren nel 1980 arriva in connazionale Gregorz Lato.

Anche per lui, ormai nella fase calante della carriera, non c’era stata la possibilità di giocare in un grande club straniero prima del compimento dei 30 anni di età.

I due però ritrovano immediatamente l’intesa del periodo insieme in Nazionale e il Lokeren, nella prima stagione con Lato e Lubanski insieme, raggiunge il miglior risultato della propria storia: un secondo posto in campionato dietro l’Anderlecht e una finale di Coppa del Belgio, chiusa con una sconfitta ad opera dello Standard Liegi.

Con loro due, a formare il tridente d’attacco, un “certo” Preben Larsen Elkjaer.

 

Infine una doverosa correzione: in quasi tutte le biografie su Lubanski si attribuisce al centrocampista inglese Alan Ball l’intervento che di fatto condizionò la carriera di Lubanski. Non è esatto: l’intervento fu del difensore centrale Roy Mc Farland che sempre ad onor del vero non commise neppure fallo in quell’occasione, toccando nettamente prima il pallone di sbilanciare Lubanski che si infortunò di fatto appoggiando male il piede dopo il contrasto con lo stopper inglese. Alan Ball su in effetti espulso per un brutto fallo nel finale di partita … ma Lubanski era giù uscito infortunato da circa mezzora …

Tutti i segreti di Victor Legrotaglie

Questa è la classifica, aggiornata a giugno 2019, dei calciatori che hanno segnato il maggior numero di gol su calcio piazzato nella storia  del calcio dal dopoguerra in poi.
Tutti più o meno nomi conosciutissimi al grande pubblico.
Tutti tranne uno. Che non è nelle posizioni di rincalzo ma è addirittura sul podio, dietro a Juninho Pernambucano e a Pelè e a pari merito con Ronaldinho.

1. Juninho Pernambucano: 77
2. Pelè: 70
3. Victor Legrotaglie: 66
4. Ronaldinho: 66
5. David Beckham: 65
6. Diego Armando Maradona: 62
7. Zico: 62
8. Ronald Koeman: 60
9. Rogerio Ceni: 59
10. Marcelino Carioca: 57
11. Cristiano Ronaldo: 54
12. Leo Messi: 48

Si chiama VICTOR LEGROTAGLIE.
Questa è la sua (fantastica) storia.
Siamo nella terra del calcio.
No, non dove il calcio è nato.
Siamo dove il calcio è esattamente quello che diceva il grande Bill Shankly.
“Il calcio non è una questione di vita o di morte. Il calcio è molto più importante”.
Questo paese si chiama Argentina.
Non è un caso che quando si parla dei 5-6 migliori calciatori della storia di questo gioco (si, gioco … non sport … perché lo sport è per atleti, il gioco è per gli artisti) almeno tre di questi sono nati in questo paese.
Alfredo Di Stefano, Diego Maradona e Lionel Messi.
Ebbene in questo paese accade che un giorno, più o meno verso la metà degli anni ’60 arrivano degli emissari del grande Real Madrid, la squadra più importante e vincente del continente europeo.
Attendono la fine dell’allenamento e all’uscita dagli spogliatoi dei calciatori vanno verso questo ragazzo moro, del cui sinistro magico hanno sentito dire meraviglie perfino nella lontana Europa.
Uno di loro gli va incontro.
“Victor, le carte sono tutte a posto. Abbiamo l’accordo con il tuo Club. Siamo lieti di dirti che da questo momento sei un calciatore del Real Madrid. Ah, dimenticavo, questo è un presente che ti manda direttamente Don Santiago Bernabéu, il Presidente del Real Madrid”.
E’ un orologio d’oro.
Victor, che tutti, tifosi, dirigenti e compagni di squadra chiamano “El Maestro”,  guarda il dirigente del Real Madrid dritto negli occhi, sorride e gli dice “Grazie di cuore. Ma io sto bene qua. Mendoza è casa mia e questo è l’unico Club nel quale mi interessa giocare” .
I dirigenti del grande Club spagnolo sono letteralmente spiazzati.
Il silenzio è rotto solo pochi secondi dopo, sempre dal “ Maestro”.
“Comunque ringraziate il vostro Presidente per l’orologio. E’ davvero molto bello !”.
Verranno a cercarlo i dirigenti dell’Inter di Milano, del Colo Colo, del Santos, del Penarol … ovviamente anche quelli di Boca Juniors e River Plate. Nei primi anni ’70 perfino i Cosmos di Pelè, Beckenbauer e Chinaglia cercheranno di portare nelle loro fila “El Maestro”.
Ma la risposta sarà sempre la stessa.
Il Maestro si chiama VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE e la squadra dove giocherà quasi tutta la sua carriera si chiama GIMNASIA Y ESGRIMA de MENDOZA.

La storia di Victor Legrotaglie è quella, non così infrequente da quelle parti, di un talento sublime, di un autentico genio del calcio che alla fama, alle valigie di soldi (Il Cosmos si presentò proprio così … con valigie piene di dollari per ingaggiarlo) e al riconoscimento internazionale, preferiscono non uno ma tre o quattro livelli più in basso, dove il fatto di essere nel proprio ambiente, circondati da amici e famigliari e dal calore umano che ne consegue, conta molto di più.
Conoscono ormai in tanti la storia del “Trinche” Tomas Felipe Carlovich che ha ormai i contorni della leggenda visto che non esistono praticamente riflessi filmati del suo talento ma che invece, come nella più classica tradizione del racconto orale tramandato di bocca in bocca, di generazione in generazione, di tifoso in tifoso ci racconta di Carlovich come di uno dei più grandi calciatori della storia del calcio argentino.
Con Victor Legrotaglie invece, abbiamo molte più certezze.
Intanto una statistica, riconosciuta a livello mondiale e che già di per sé racconta moltissimo di questo fenomeno che ha scelto la provincia (e i campionati minori) come palcoscenico.
E’ quella che avete visto all’inizio del pezzo.
Ma per gli amanti delle statistiche non è finita qua !
Il buon Victor Legrotaglie ha un altro record e qua pare non ci siano paragoni con nessun altro nella storia del calcio.
12 reti realizzate direttamente da calcio d’angolo !

A Mendoza, la sua città, da anni stanno lottando per il riconoscimento ufficiale di questo impressionante record. 

Risultati immagini per victor legrotaglie

Ma chi è in realtà VICTOR LEGROTAGLIE  e perché ha optato per una scelta così estrema e, soprattutto per noi oggi, così folle e anacronistica ?
Victor Legrotaglie nasce a Las Heras, cittadina a nord di Mendoza, il 29 maggio del 1937.
Le sue imprese calcistiche fin da ragazzino attirano l’attenzione di tutti gli osservatori della zona.
In famiglia tutti quanti, tranne la madre, sono tifosissimi dell’Independiente Rivadavia, l’acerrimo rivale del Gimnasia.
Ed è all’Independiente che va a provare da ragazzino Victor.
Alla dirigenza piace, anche se è pelle e ossa ha già un sinistro impressionante.
“Ok, ragazzo. Puoi restare con noi. Inizierai con le riserve.”
No, troppo poco per Victor.
Non è una testa calda e non è neppure un tipo arrogante e presuntuoso … solo che pensa di meritare qualcosa di più.
Non resta che andare “dall’altra parte”, al Gimnasia.
Non ha voglia di passare per il solito provino.
Così un giorno si fa prestare la borsa da calcio da un amico più grande che gioca nel Gimnasia.
Ha solo 16 anni ma ha le idee molto chiare in testa.
C’è un torneo estivo (il Torneo Vendimia, siamo nel 1953) e Victor si presenta negli spogliatoi prima del match.
L’allenatore, Alfredo “El Mona” Garcia, lo conosce bene e sa quanto sia talentuoso il ragazzo.
Fa finta di nulla e lo fa accomodare in panchina.
A metà del secondo tempo uno degli attaccanti del Gimnasia si infortuna.
“El Mona” chiede al “pibe” Victor se le sente di entrare in campo.
Il sorriso a 32 denti del giovane Legrotaglie toglie ogni dubbio.
Entra e segna due reti.
Al diciassettesimo anno di età firmerà il suo primo contratto professionistico con il Gimnasia Y Esgrima de Mendoza.
… senza aver giocato una sola partita in nessun settore giovanile … direttamente in prima squadra.
Nel Gimnasia Victor rimane per sei stagioni prima di trasferirsi nel 1959 al Chacarita Juniors con il quale vince immediatamente il titolo di Campione Nazionale della Seconda divisione.
Ma invece di rimanere per giocare finalmente in Primera Victor, come farà sempre anche negli anni successivi, decide di rientrare nel “suo” Gimnasia dove viene accolto come un eroe.

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Altri anni nel Gimnasia alternati ogni tanto ad una stagione, mai di più, in altri club sempre delle vicinanze.
Nel 1968, dopo un altro anno stavolta giocando nella vicina provincia di San Juan, nella Juventud Alianza, Victor Antonio Legrotaglie torna nella sua Mendoza e nel su Gimnasia.
Ha 31 anni e dichiara che è lì, nel Gimnasia Y Esgrima che vuol terminare i suoi giorni di calciatore.
Le sirene dei grandi club continuano a lusingarlo ma “El Maestro” ha preso ormai la sua decisione.
E’ in mezzo alla gente che ama e che lo ama incondizionatamente, guadagna a sufficienza per dare un dignitoso stile di vita alla sua famiglia … e ripete sempre che “il rispetto e l’affetto che qua sento per me non lo troverei da nessun’altra parte nel mondo”.
Il destino però, come spesso accade, interviene nella vita di Victor e lo fa in maniera devastante.
La peggiore per un padre.
Il 19 maggio del 1969 il suo piccolo Victor Omar, per tutti “Cocò”, di soli 5 anni, muore per una banale caduta mentre sta giocando a casa delle zie.
Il mondo crolla addosso a Victor.
Il giorno dopo prende la sua auto e raggiunge il Cerro della Gloria, il monte che sovrasta Mendoza all’interno del Parco General San Martin.
La soluzione, l’unica in quel momento possibile, è troncare quel dolore insopportabile lanciandosi da lì con la sua automobile.
Victor perde la cognizione del tempo in quel luogo.
Poi decide di vivere.
E decide che vivere vorrà dire ricordare ogni giorno il suo piccolo Cocò.
Per il Gimnasia e per Victor arriveranno stagioni importanti che culmineranno con la conquista del Campionato Regionale proprio in quello stesso anno guadagnandosi così il diritto di partecipare al Campionato Nazionale, la serie A argentina, nel 1970.
“Los Compadres” fu il soprannome di quel grandissimo team del “Lobo Mendocino” (per distinguerlo dall’altro “Lobo”, quello del Gimnasia y Esgrima di Mar de la Plata) nel quale a fianco dell’ormai veterano Victor Legrotaglie militavano calciatori del valore di Fornari, Aceituno, Benitez, Sosa, Pereyra, Torres …
E’ il canto del cigno per Legrotaglie che continua però ad esprimersi a livelli assoluti.
E’ il regista di quella squadra che gioca un calcio “bailado” … “tocando y tocando” fin quando non si apre un varco nelle difese avversarie … scardinate quasi sempre da un lancio illuminante del “Maestro Victor” o da uno dei suoi letali calci di punizione.
Nel 1974 Victor Antonio Legrotaglie, a 37 anni suonati, dice basta.
Nella sua Mendoza dove continua ancora oggi, ad 82 anni, ad essere la figura di riferimento per ogni ragazzo che salga dal settore giovanile del Club.
Il Club che ha intitolato a lui lo stadio.
A Mendoza sono nati grandi giocatori del passato come gli attaccanti Alfredo Castillo o Pedro Waldemar Manfredini (che giocò anche in Italia nelle file della Roma) o il centrocampista Bruno Rodolfi, nazionale argentino alla fine degli anni ’30 o Hugo Cirilo Memoli o giovani eccellenti calciatori di recentemente saliti alla ribalta come Enzo Perez o “El Pity” Martinez.

Ma da quelle parti non c’è nessuno che abbia un dubbio alcuno; il più forte giocatore “mendocino” di tutti i tempi è stato proprio lui: VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Fin da bambino Victor era un talento assoluto. Ad ogni torneo locale c’era la fila alla sua porta per averlo nelle proprie file. Peccato che il più delle volte quando si presentava con la sua squadra gli avversari protestavano immancabilmente “Se gioca lui non giochiamo noi !”.
Quasi sempre si risolveva la questione dando a Victor il permesso di giocare ma … vietandogli di superare la linea di metà campo !
Il suo primo team si chiama “5 de octubre”. Restarono imbattuti per oltre 100 partite consecutive. Racconta lo stesso Victor che già allora le squadra più forti della zona (Godoy Cruz in primis) lo avrebbero voluto nel proprio settore giovanile ma, come ricorda Legrotaglie “fin da allora quello che mi interessava veramente era giocare insieme ai miei amici”.
In merito alla impressionante statistica del “Maestro” Legrotaglie sui calci di punizione due episodi alquanto significativi.
Durante una partita contro il Talleres un compagno di squadra di Legrotaglie viene steso al limite dell’area.
L’arbitro decreta il calcio di punizione ma il difensore che ha commesso il fallo insiste dicendo che il fallo lo ha commesso ALL’INTERNO della area di rigore e pertanto non è punizione ma calcio di rigore.
I compagni lo guardano straniti ma lui insiste.
Per lui è calcio di rigore.
Un suo compagno perde le staffe. “Ma tu sei completamente matto !”.
“No, i matti siete voi. Contro Legrotaglie meglio un calcio di rigore che una punizione dal limite. Credetemi lo conosco bene !”.
Finiscono le discussioni. E’ calcio di punizione.
… come è finita è inutile che ve lo dica vero ?
In un altro match, contro il Gutierrez Sport Club che il Gimnasia sta vincendo con autorevolezza, succede però qualcosa di strano.
Al “Lobo” vengono assegnati non meno di una decina di calci di punizione da fuori area e non uno di questi finisce nello specchio della porta.
Ci provano un po’ tutti, non solo Legrotaglie, ma il risultato è sempre il medesimo.
Il mistero viene chiarito a fine partita.
“Los Compadres” avevano fatto una scommessa.
Non su chi faceva gol ma su chi avrebbe colpito la testa del fotografo sistemato nei pressi della porta avversaria !
… chi vinse la scommessa è inutile che ve lo dica vero ?
Il lato estetico del calcio in Argentina ha avuto quasi sempre un’importanza fondamentale. La “giocata” creativa e spettacolare è un ingrediente fondamentale del gioco.
Victor Legrotaglie ne è stato un simbolo assoluto.
“A me dava più piacere fare un “canyo” (un tunnel all’avversario) che segnare un gol !” ha da sempre dichiarato “El Maestro”.
Per oltre due anni, tra il 1970 e il 1972, il Gimnasia, neopromosso in Primera, mantiene inviolato il proprio campo togliendosi alcune grandi soddisfazioni come battere nella propria cancha il River Plate o vincere in maniera netta in casa contro il Newell’s per 5 a 2 e con lo stesso risultato sconfiggere al Vecchio Gasometro il San Lorenzo de Almagro.
Proprio in questa partita si racconta che ad un certo punto l’arbitro del match, il Signor Goicoechea, prende da parte Victor Legrotaglie “Victor, se continuate a umiliarli così qua le cose si mettono male. Se iniziano a picchiare duro non sono sicuro di essere in grado di proteggervi”.
Victor trasmette il messaggio ai compagni.
Il Gimnasia continua a tenere il possesso della palla ma senza più infierire contro un avversario ormai alle corde.

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A fine partita l’arbitro si avvicina a Legrotaglie, gli sorride e lui stesso cita il famoso coro dei tifosi del Gimnasia: “Hoy Mendoza està de fiesta, vino el Victor con su orquesta”.
Il momento più difficile della vita di Victor Legrotaglie è stato senza ombra di dubbio la scomparsa del suo piccolo Cocò.
L’unico figlio maschio del “Maestro” (che ha avuto anche due femmine) era la mascotte del Gimnasia ed entrava spesso nella “cancha” insieme al babbo e ai suoi compagni.
Per ricordarlo, nello stadio del Gimnasia come detto intitolato a Legrotaglie, esiste un ceppo in ricordo del piccolo Cocò, con una meravigliosa frase scritta incisa sopra “Por irse a jugar al cielo nos quedamos sin mascota. Aquí un pibe menos, allá un ángel más”. (Per andare a giocare in cielo noi siamo rimasti senza la nostra mascotte. Qui abbiamo un bambino in meno, lassù un angelo in più”).
La storia di Victor Legrotaglie, come ricordato all’inizio, ricorda molto quella di un altro grande del calcio argentino che, come “El Maestro”, ha optato per una carriera dal profilo basso in squadre minori.
Quella del “Trinche”, Tomas Felipe Carlovich.
Quello che non molti sanno è che non solo tra i due c’è una grande amicizia che fa si che ancora oggi, nonostante i 700 km tra Mendoza e Rosario, “El Victor” e “El Trinche” si frequentino per una ricorrenza o un semplice asado in compagnia.
Ma c’è di più.
I due giocarono una partita insieme, nella stessa cancha e con la stessa maglia.
Fu in occasione del passaggio dell’attaccante Dario Luis Felman dal Gimnasia al Boca Juniors.
Era il 19 aprile del 1975. El Maestro, ormai trentottenne e a fine carriera (giocherà ancora qualche partita la stagione successiva nell’Américo Tesorieri) viene schierato in mezzo al campo sul centro destra con “El Trinche” Carlovich come classico “5”, il centrocampista difensivo a protezione della difesa e primo nell’impostare la manovra.
Il primo tempo è un autentico “baile” per il povero Boca di Rogelio Dominguez.
Carlovich e Legrotaglie sono gli autentici padroni del campo.
Impongono il loro ritmo cadenzato, duettano come se giocassero insieme da sempre.
Alla fine sarà un 2 a 1 per il Gimnasia e nella memoria del Maestro Victor Legrotaglie “la partita nella quale mi sono più divertito nella vita. Ora so perché chiamano Tomas Felipe Carlovich “El Rey”: uno forte come lui dalle nostre parti non lo avevo mai visto prima.”
E ad ogni incontro la frase del “Trinche” Carlovich al suo amico Victor è sempre la stessa.
“Il vero “Rey” sei tu amico mio”.

Kipiani e la leggendaria finale del 1981

13 maggio 1981.
Il giorno che ogni singolo abitante della Georgia e di Tbilisi in particolare, ricorda alla perfezione.
 Essere nati dopo quel giorno in Georgia, e a Tbilisi in particolare, è considerata poco meno di una disgrazia.
“Tu mica c’eri nel maggio del 1981!” è la frase più ricorrente verso tutte le generazioni successive.
Il 13 maggio 1981 è il giorno in cui la Georgia intera si è fermata.
E’ un po’ come chiedere ad un italiano dov’era l’11 luglio dell’anno successivo o ad un danese dove si trovava il 26 giugno del 1992.
Facile … davanti alla tv ad assistere alla “partita di calcio della vita”.
Ho fatto due esempi di nazionali di calcio dei propri paesi.
Beh, obietterà qualcuno, ma la Dinamo Tbilisi è una squadra di club, mica una nazionale.
Sbagliato.
La Dinamo Tbilisi era la squadra che rappresentava ai tempi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche la NAZIONE Georgia.
Quella sera a Tbilisi perfino nei registri di polizia pare non sia stata segnalata nessuna effrazione. Nessuna rapina, nessuna rissa, nessun borseggio.
La Georgia intera era tutta davanti alla tv.
Quella sera la Dinamo giocava la finale della bellissima e ahinoi defunta Coppa delle Coppe.
Di fronte non certo una delle grandi del calcio europeo ma una squadra di una piccola città tedesca, anch’essa aldilà del muro di Berlino.
Anzi, che dal muro distava poco più di 200 chilometri visto che la squadra in questione è il Karl Zeiss Jena, è Jena è in Turingia, nell’allora Germania dell’Est.
C’è un problema però e non di poco conto.
La finale si gioca “aldiquà” del muro ed esattamente a Dusseldorf, nell’altra Germania, quella dell’Ovest.

I cinquemila tifosi scarsi (e perlopiù locali) che siedono sulle tribune del Rheinstadion non contribuiscono certo a rendere l’atmosfera indimenticabile.
La divisione ancora in atto tra le due “Europe” rende praticamente impossibile ai tifosi della Dinamo la trasferta in terra tedesca … anche se è la partita “della vita”.
I tifosi che arrivano da Tbilisi sono un centinaio … forse addirittura meno.
Poco importa.
Entrambe le due squadre per arrivare in finale non hanno avuto certo un percorso facilissimo.
Già al primo turno il Karl Zeis Jena ha fatto un impresa, anzi “l’impresa” come ancora oggi amano ricordare i più attempati tifosi di questa glorioso club caduto in disgrazia dopo la riunificazione fra le Germanie.
Al primo turno infatti per i tedeschi di Jena c’è la Roma che all’Olimpico vince con un netto 3 a 0. Pruzzo, Ancelotti e Falcao i marcatori. Sembra tutto chiuso e definito. Ma nella partita di ritorno il Karl Zeiss getta il cuore aldilà dell’ostacolo giocando con una determinazione ed una grinta che spiazza completamente i giallorossi, convinti di andare a fare una gita in quella piccola cittadina in mezzo al nulla.
Il Karl Zeiss Jena vincerà per 4 reti a 0, colpirà due volte i pali della porta di Tancredi che salverà da un ancor peggior tracollo i suoi con alcuni interventi di altissimo livello.

Dopo la Roma saranno il Valencia (campione in carica) la rivelazione Newport County e il Benfica a cadere sotto i colpi dei biancoblu tedeschi.
La Dinamo invece, dopo due turni tutto sommato abbordabili contro i greci del Kastoria e gli irlandesi del Waterford compiono un’impresa nei quarti di finale eliminando gli inglesi del West Ham. Il 4 a 1 con cui sconfiggono Brooking e compagni è ancora oggi ricordata come una delle prestazioni più spettacolari offerte da una squadra straniera sul suolo britannico.
Il Guardian scriverà che “La Dinamo Tbilisi ha fatto innamorare una generazione con il suo calcio meraviglioso”.
In semifinale saranno gli olandesi del Feyenoord a cadere, sconfitti 3 a 0 a Tbilisi e “contenuti” con uno 0 – 2 al De Kuip.
Stasera c’è l’occasione per entrare nella storia.

Del calcio russo, che prima della Dimano Tbilisi aveva visto soltanto la Dynamo Kiev di Oleg Blokhin e compagni alzare al cielo lo stesso trofeo continentale sei stagioni, ma soprattutto del calcio della Georgia, mai arrivato con un proprio Club così in alto.
La tv nazionale, rigorosamente in bianconero, trasmetterà l’incontro.
Fin dalle prime battute però si capisce che siamo di fronte a qualcosa di speciale.
La Dimano Tbilisi non sembra affatto una squadra russa.
La Dynamo Kiev e la nazionale avevano sempre raggiunto i loro migliori risultati grazie ad una metodica organizzazione di gioco, ad una grande forza fisica e ad una filosofia pragmatica e senza fronzoli.
La Dinamo è l’esatto contrario.
Tecnica, fantasia, creatività e tanto spazio alle giocate individuali dei suoi calciatori più dotati.
Non certo quello che ci si aspetta da una squadra russa.
“Semplice” risponderebbero in coro i calciatori della Dinamo “Noi siamo Georgiani, mica russi !”.
Fin dalle battute iniziali c’è un calciatore che attira l’attenzione di quasi tutti gli spettatori di quell’incontro.
Inizialmente per il suo aspetto fisico, così particolare che lo fa sembrare un impiegato da scrivania più che un calciatore di calcio.
Alto, magro e spigoloso.
Con una calvizie importante e due baffoni neri sotto due zigomi pronunciati.
Ma è quando tocca la palla che ci si accorge che David Kipiani NON E’ un giocatore normale.
Intanto è il leader assoluto della squadra.
Sembra che esista una legge non scritta per cui ogni pallone di ogni azione offensiva debba passare dai suoi piedi.
Pare però che lo sappiano bene anche i giocatori del Karl Zeiss Jena !
Ogni volta che Kipiani entra in possesso di palla ci sono un paio di calciatori tedeschi che immediatamente gli mordono le caviglie e che, fedeli al vecchio motto “o gamba o pallone” cercano di limitare il più possibile il numero 10 in completo blu.
Teoricamente è un attaccante, almeno così viene presentato nella formazione iniziale.
In realtà è uno di quei giocatori alla Di Stefano, alla Cruyff, alla Tostao o alla Deyna, così intelligenti e duttili che sembra che “sentano” in quale posizione possono fare più male all’avversario.
Quei giocatori ai quali gli dei, oltre al talento, hanno regalato anche un cervello pensante.
E così Kipiani inizia ad arretrare, galleggiando, come si direbbe oggi, “fra le linee”.
Troppo arretrato per essere marcato da uno stopper e troppo avanzato per “sprecare” un centrocampista nella sua marcatura.
Il primo tempo scorre via frenetico, lottato e sudato.
Ma giocato poco.
La Dinamo Tbilisi ama essere padrone del gioco e la palla ce l’hanno quasi sempre i Georgiani.
Ma il Karl Zeiss non molla un centimetro, chiude gli spazi e prova a far male soprattutto con le ali Vogel e Bielau.
Nella ripresa, dopo meno di venti minuti, quella che sembra la svolta del match.
C’è una bella azione di rimessa dei tedeschi con la palla che Vogel, dopo una bella triangolazione con Lindemann, arriva sulla linea di fondo prima di mettere in mezzo un cross arretrato sul quale la difesa della Dinamo Tbilisi sembra incerta.
Da dietro arriva il mediano Hoppe che con un bel destro al volo infila la palla sotto la traversa di un esterrefatto Gabelia.
E’ Séngelia a partire in percussione saltando un paio di avversari prima di “scaricare” in stile cestistico sulla destra verso l’accorrente Gutsaev. Gran botta di prima intenzione e palla in rete.
Non sono passati nemmeno quattro minuti dal vantaggio tedesco.
La Dinamo Tbilisi diventa padrona del campo e “Dato” (questo il suo soprannome in tutta la Georgia) sale in cattedra, distribuendo palloni e facendo da catalizzatore del gioco.
Il dinoccolato “regista-rifinitore-attaccante” della Dinamo ha una caratteristica peculiare, comune a tutti i grandi calciatori: i tempi della partita li detta lui.
Mancano meno di quattro minuti al termine.
La partita sembra destinata ai supplementari quando Kipiani riceve palla sulla trequarti 
avversaria. Stavolta sembra quasi crogiolarsi con la sfera tra i piedi, dando l’idea di voler ingannare il tempo (e il Karl Zeiss) in attesa dei supplementari.
Poi, sempre con grande indolenza, decide di “scaricare” la sfera al compagno di squadra Vit’ali Daraselia, altro immenso giocatore e alter ego perfetto di Kipiani: corpulento, arrembante di corsa e muscoli ma con piedi più che educati.
Daraselia non è particolarmente “pensante”.
Non fa calcoli e si lancia verso la porta avversaria.
Ci sono trenta metri buoni tra lui e Grapenthin, il numero uno tedesco.
Daraselia salta un prima avversario in velocità, rientra verso il centro dell’area,finge il tiro di destro facendo sedere l’avversario e poi con il sinistro scarica un rasoterra che si infila a fil di palo.
Per i tedeschi dell’Est non c’è più tempo.

La Dinamo Tbilisi conquista quello che allora era il 2° trofeo continentale più importante.
Il primo (e ultimo) per la regione georgiana, che diventerà Nazione a tutti gli effetti esattamente dieci anni dopo.
La Georgia intera impazzisce.
Milioni di georgiani scendono nelle strade. In quasi centomila si ritrovano allo stadio della Dinamo, allora intitolato a Vladimir Lenin.
Per David Kipiani è la definitiva consacrazione.
Sono tante le squadre di blasone a volerlo nell’Europa aldilà del muro.
“Dato”non vacilla neppure un momento.
E’ georgiano, e a Tbilisi vuole rimanere tutta la carriera … e tutta la vita.
Aldilà del muro ci va qualche mese dopo, per un Torneo estivo, quello organizzato al Santiago Bernabeu di Madrid e intitolato proprio all’ex grande presidente del Real di Puskas, Gento e Di Stefano.
La Dinamo Tbilisi sta giocando proprio contro i padroni di casa del Real Madrid quando una assurda entrata del centrocampista madrileno Angel lascia Kipiani a terra con una gamba spezzata.
E’ il settembre del 1981.
L’URSS ha fallito la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978
 ma stavolta la qualificazione ai Mondiali di Spagna del 1982 è praticamente cosa fatta.
Per Kipiani è l’occasione che aspetta da sempre.
Poter mostrare al mondo le sue doti sul palcoscenico più importante in assoluto.
Avrà quasi 31 anni per cui probabilmente sarà anche l’ultima opportunità a questi livelli.
Sono lunghi mesi di recupero, riabilitazione ma quando riprende a giocare nella primavera del 1982 sembra sia tutto a posto.
Kipiani ha ripreso a giocare nella Dinamo Tbilisi e riprende in mano la squadra giusto in tempo per le fasi decisive della stagione. C’è una Coppa delle Coppe da difendere e Kipiani è protagonista della vittoria nei quarti contro il Legia Varsavia prima di cedere in semifinale ai belgi dello Standard Liegi.

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Ma c’è un problema, inatteso quanto insormontabile.
La panchina della Nazionale russa, in una cervellotica quanto inefficace decisione della Federazione, viene assegnata a tre tecnici, che devono rappresentare le tre maggiori “scuole” delle repubbliche socialiste sovietiche: russa, ucraina e georgiana.
Konstantin Beskov allenatore dello Spartak Mosca, Valeriy Lobanovsky allenatore della Dynamo Kiev e infine Nodar Akhalkatsi allenatore della Dinamo Tbilisi.
Con 4 calciatori della Dinamo Tbilisi praticamente nella formazione titolare (Chivadze, Sulakvelidze, Daraselia e Shengelia) c’era il grosso rischio (secondo la federazione russa e soprattutto secondo Lobanovsky e Beskov) di alterare troppo gli equilibri del team.
David Kipiani a questo punto è ritenuto di troppo.
Non solo, ma la sua creatività, la sua anarchia tattica e soprattutto il suo evidente carisma vengono visti dai due terzi della panchina russa come “limiti” nella struttura del gioco rigido e organizzato voluto da Beskov e soprattutto Lobanovsky.
Allora si decide per la versione di comodo.
“Kipiani non ha ancora pienamente recuperato dall’infortunio del Bernabeu”.
Una menzogna
, niente di più e niente di meno, a cui non crede nessuno, soprattutto chi lo ha visto in azione da marzo in avanti.
Per Kipiani la delusione è enorme.
Ne lui ne il resto della Georgia (e gran parte dell’opinione pubblica sovietica) riescono a capire questa scelta.

A questo punto Kipiani prende una decisione estrema, che lì per lì pare solo dettata dallo sconforto di essersi visto privare del sogno della carriera: lasciare il calcio.
David Kipiani ha solo trent’anni.
Sono tutti convinti che sia uno sfogo temporaneo, dovuto alla delusione e alla rabbia e che rivederlo in campo sia solo questione di tempo.
Non sarà così.
David Kipiani non tornerà mai più su un campo di calcio con le scarpette ai piedi.
Neppure per la sua partita d’addio, prevista per il novembre di quel 1982 e annullata per la morte pochi giorni prima del segretario del Partito Comunista Leonid Brezhnev.
David Kipiani, figlio di due importanti medici di Tbilisi, intraprende la carriera di allenatore.
Prima la Dinamo Tbilisi a più riprese, poi la Nazionale della Georgia, una esperienza a Cipro e una in Belgio.
E’ il 17 settembre del 2001.
Kipiani è stato appena contattato dalla Dinamo Mosca che lo vuole sulla sua panchina.

E’ la sua prima squadra della vecchia madre Patria fuori dai confini della Georgia e soprattutto è uno dei team più importanti del Paese.
Kipiani sale sulla sua auto per andare all’aeroporto di Tbilisi con destinazione Mosca per discutere dell’offerta.
Il fato, però ha deciso diversamente.
Perderà la vita schiantandosi a forte velocità contro un albero al bordo della strada.
Ma la morte non sarà colpa della sua imperizia al volante.
L’autopsia rivelerà che è stato un attacco di cuor
e a fargli perdere il controllo dell’auto.
La Georgia piangerà forse il suo più grande campione, quello che tutto il suo popolo sperava di vedere ai Mondiali di Spagna del 1982 … perché da queste parti sono ancora in tanti quelli convinti che “Dato” avrebbe fatto la differenza.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
 

 E’ nella primavera del 1974 che la carriera calcistica di Kipiani subirà la svolta decisiva … e per assurdo sarà un infortunio al ginocchio che si rivelerà determinante !
Kipiani per curarsi ha il permesso di andare in Ucraina e da lì può vedere i Mondiali di calcio del 1974, cosa che sarebbe stata impossibile nel suo Paese a causa dello stretto regime politico che impediva di vedere tv estere.
E qui Kipiani si innamora dell’Olanda e del suo meraviglioso calcio. Ma soprattutto si innamora di quel numero 14 che pare essere da tutte le parti del campo e dal quale passano tutti i palloni.
Ecco, quello è esattamente quello che voglio diventare io nella mia Dinamo” dirà Kipiani agli amici al suo ritorno in Georgia.
Come Johann Cruyff per l’Olanda.

E sarà esattamente così.
David Kipiani diventerà il più grande calciatore georgiano di sempre e uno dei più grandi “playmaker” della storia del calcio … almeno per tutti quelli così fortunati da averlo visto in azione.

Il suo primo titolo conquistato con la Dinamo Tbilisi fu la Coppa nazionale del 1976. A quei tempi Kipiani era già arretrato in cabina di regia ma curiosamente il suo gol fu un classico gol da centravanti; grande stacco e colpo di testa all’angolino. 

Non male per uno che aveva sempre affermato  che “non mi piace colpire troppo spesso la palla di testa. Può danneggiare il cervello e a me il cervello in campo serve parecchio !”.

Nel 1977 la Dinamo Tbilisi affronta l’Inter di Milano in una partita di Coppa UEFA. Mancano poco più di 10 minuti alla fine. David Kipiani ruba la palla a Giacinto Facchetti e poi si invola verso la porta. Entra in area e lascia partire un destro forte e rasoterra che batte il portiere nerazzurro Bordon. Sarà il gol decisivo della contesa. A Facchetti viene chiesto il motivo di tanta passività per di più in un periodo dove il “fallo da ultimo uomo” ancora non veniva punito come oggi. “Non me le sono sentita di fare fallo su un giocatore così meraviglioso” fu la risposta del grande Giacinto Facchetti.

Infine, questa la definizione data a Kipiani da Tengiz Packhoria, il più celebre giornalista sportivo georgiano.
“Kipiani ha elevato il calcio da sport ad arte. 
La gente impazziva per lui. Conosco persone che andavano allo stadio solo per vedere giocare lui … e “Dato” li rendeva felici perché era differente da qualsiasi altro calciatore”.

Almeyda, calciatore, allenatore e persona eccezionale

E’ il 26 giugno del 2011.
E’ il  giorno più nefasto nei 110 anni di storia del Club della “Banda”.

Il pareggio (1 a 1) di quel pomeriggio al Monumental contro il Belgrano significa per il River Plate la retrocessione nel “Nacional B”, la serie cadetta del calcio argentino.
Qualcosa di impensabile per un Club con la tradizione, il seguito e i successi del River.
Matias Almeyda, squalificato per aver ricevuto la 5a ammonizione nella partita di andata di questa finale “play-out” persa dal River per 0 a 2, assiste inerme da bordo campo a quell’imprevedibile e devastante tracollo.
“El Pelado” ha già comunicato da diverso tempo al suo Presidente Daniel Passarella che quella sarebbe stata la sua ultima stagione in pantaloncini corti.
Ha quasi 38 anni e di chilometri in una “cancha” ne ha percorsi davvero tanti.
Matias Almeyda è il River Plate.
E’ il giocatore simbolo, il più rappresentativo, il più carismatico e secondo praticamente tutti, tifosi e addetti ai lavori, è ancora il più forte, il più resistente e soprattutto è sempre l’ultimo a “mollare”.
Con i “Millionarios” Almeyda ha fatto tutto il percorso nelle giovanili.
Da quando, a 15 anni, lasciò la sua famiglia ad Azul, 300 chilometri a sud di Buenos Aires, per fare il calciatore.
Nel River ha esordito in prima squadra nel febbraio del 1992, a 18 anni e con “La Banda” ha giocato fino al 1996 per poi trasferirsi in Europa e diventare uno dei centrocampisti difensivi più forti del pianeta.
Nel “suo” River Matias ci torna nell’agosto del 2009, quando di anni ne ha già quasi 36 e soprattutto dopo che per quasi 4 anni non ha più giocato a calcio in squadre professionistiche.

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Sono stati 4 anni terribili per Matias ha dovuto combattere contro un forte stato depressivo e problemi di dipendenza dall’alcol.
In quei 4 anni si accorge che il calcio gli manca molto più di quanto potesse immaginare e quando arriva la proposta di Enzo Francescoli, Direttore Sportivo del River, di tornare a giocare a calcio nel suo adorato Club, Matias Almeyda rinasce.
Molti, quasi tutti, lo interpretano come il gesto di una grande società che tende la mano ad uno dei suoi figli prediletti che sta attraversando un momento di grande difficoltà personale.
Sarà per molti, quasi tutti, un grande equivoco.
Matias Almeyda è ancora un fantastico calciatore di futbol e sarà determinante nel riportare il River Plate in posizioni di prestigio del calcio argentino grazie alle sue doti di leadership, di corsa e di intelligenza tattica.

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Oggi però, in questo tragico 26 giugno, Matias non è in campo.
Doveva essere la sua ultima partita con il River.

Invece è solo uno spettatore, un hincha in più che sta soffrendo per una retrocessione che si è trasformata da incubo delle settimane precedenti in una spietata realtà.
A fine partita ci sarà tanta rabbia e purtroppo anche tanta violenza di una parte dei sostenitori del River che semplicemente non riescono ad elaborare questo dolore enorme.
Il senso di colpa che attanaglia il Presidente Passarella, la dirigenza, lo staff tecnico e tutta la rosa è un macigno pesantissimo da portare.
La storia li ricorderà in eterno per essere “quelli che sono retrocessi con il River”.
Un marchio a fuoco sulla loro pelle, sulle loro carriere e sulle loro vite.
Matias Almeyda passerà quella notte a piangere “come non avevo mai fatto in vita mia per una partita di calcio” dirà in seguito.
Solo che Matias Almeyda è un guerriero.
E’ un lottatore indomito.
E’ un leone.
“11 ALMEYDA” c’era scritto su uno striscione nella curva nord dell’Olimpico, quella dei tifosi della Lazio che hanno potuto vedere probabilmente la migliore versione di Matias calciatore.
La mattina dopo il dolore si è già trasformato in qualcosa di diverso.
E’ diventata “sete di rivincita”.
Due mesi prima, quando Matias aveva comunicato a Passarella la sua decisione di smettere con il calcio, “El Caudillo”, che avrà tanti difetti ma è un uomo intelligente che conosce il calcio e conosce il River Plate gli aveva risposto così “Pela, io se fossi in te giocherei almeno un altro semestre. Ma se davvero vuoi smettere io voglio te sulla panchina del nostro “querido” River”.

Matias Almeyda si ricorda di quella conversazione.
Prende in mano il telefono.
Sa che le cose sono cambiate e sa benissimo che è una follia, un’autentica follia prendere in mano il River in un momento del genere.
“Daniel, se tu non hai intenzione di mollare sappi che non ce l’ho di certo io”.
Queste sono le parole di Matias in quella telefonata al suo presidente.
A Daniel Passarella non sembra vero.
Matias Almeyda, l’uomo più amato da tutto il popolo del River, è disposto a sedersi sulla panchina dei Millionarios.
Con tutto da perdere e nulla, ma veramente nulla da guadagnare.
Matias ha infatti una sola possibilità: riportare il River nella massima divisione argentina.
Qualunque altro risultato sarebbe inaccettabile.
Un’autentica catastrofe, identica, se non peggiore, a quella di essere retrocessi.
Solo che Matias Almeyda quella sfida l’accetta.
Per amore del River certo.
Ma anche e soprattutto perché Matias Almeyda, come dicono da quelle parti, “tiene dos huevos asi !”.




Sarà un anno difficilissimo, lunghissimo, faticoso e stressante.
In giro per la Provincia argentina contro piccoli Club che contro il River giocano “la partita della vita”, con calciatori che contro i “Millionarios” sputano anche l’anima in campo consci che una “vetrina” così probabilmente non capiterà più.
Ci saranno momenti duri, attanagliati dalla paura di non farcela.
Anche la panchina di Almeyda ad un certo punto della stagione sembra essere assai traballante.
Ci penserà il bomber Cavenaghi a fare da portavoce per tutta la squadra “schiarendo” definitivamente l’aria.
“Se mandate via Almeyda ce ne andiamo anche noi” questo è quello che si sentiranno dire Daniel Passarella e la dirigenza del River.
Ed esattamente 362 giorni dopo, il 23 giugno del 2012, grazie alla doppietta di David Trezeguet contro l’Almirante Brown il River Plate, il River tornerà nella massima serie del calcio argentino.
Matias Almeyda, il condottiero che aveva tutto da perdere e nulla da guadagnare, ce l’ha fatta.

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EPILOGO 

Mancano poche ore alla partita che potrebbe sancire il ritorno del RIVER PLATE nella massima serie del calcio argentino, quella che i Millionarios giocheranno contro l’Almirante Brown al Monumental.
A Matias Almeyda arriva questo messaggio.

Manca davvero poco alla tua gran finale contro l’Almirante Brown e io ho appena chiesto a Dio di aiutare il River a vincere questa partita.
Forse non mi crederai.
Però è esattamente quello che ho fatto.
Parliamoci chiaro.
Se tu non fossi l’allenatore del River Plate non glielo avrei mai chiesto.
Anzi.
Invece di guardare la partita del River domani metterei nel videoregistratore un vecchio film in bianco e nero e non me ne fregherebbe nulla di quello che succede nella cancha del Monumental.
Solo che io sono totalmente dalla tua parte e spero con tutto il cuore che tu ce la faccia amico mio.
Ma comunque vada ti voglio dire una cosa: tu devi essere sereno.
Perché una partita o un campionato non possono cambiare nulla di quello che sei tu come persona.
“Pela” tu sai quanto ti ammiro e quanto ti voglio bene.
Ti ho conosciuto davvero solo pochi anni fa ma quello che ho capito di te mi ha colpito in maniera incredibile.
Persone come te stanno scomparendo dalla faccia della terra.
Persona che hanno una parola sola, una faccia sola.
Persone che danno valore alla verità … e all’amicizia.
Ti auguro il meglio “Pelado”.
Dal profondo del cuore e credimi … mai e poi mai avrei immaginato di chiedere a Dio di aiutare il RIVER PLATE !!!
E’ completamente folle se ci penso.
… e se questo è successo il merito è tuo, soltanto tuo, querido Pelado”. 



Firmato: DIEGO ARMANDO MARADONA.


Postilla
Matias Almeyda, dopo essere stato uno dei più grandi centrocampisti del calcio mondiale è ora uno dei migliori allenatori in circolazione.

Il suo curriculum è eccellente.
In tutte le squadre dove ha allenato ha lasciato il segno per la professionalità, per la proposta di gioco e per gli eccellenti risultati.
Il suo futuro sarà presto qui da noi, in Europa, in una importante realtà calcistica.
E’ solo questione di tempo prima che accada.
Pochissimo tempo.
“Garra, calcio offensivo e risultati”.
Queste le garanzie del “Pelado”.
… resta solo da vedere chi sarà il primo e più lungimirante Club del vecchio continente a pensare a lui …


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Un ringraziamento speciale alla rivista “El Grafico”, al bellissimo sito revistauncanio e alla meravigliosa biografia su Matias Almeyda scritta dal bravissimo Diego Borinsky, tutte fonti dalle quali ho attinto a piene mani per questo pezzo su Matias Almeyda, calciatore, allenatore e persona che personalmente apprezzo davvero tantissimo.

Hoddle, le due facce di un genio

Per la prima volta, a sette anni dal mio esordio in Nazionale, mi sento finalmente un giocatore importante.
Ai Mondiali di calcio c’ero anche quattro anni fa ma tranne una partita con il Kuwait (che non contava nulla perché eravamo già qualificati) ho sempre dovuto sedermi in panchina.
Ron Greenwood nel settore nevralgico del gioco preferiva Bryan Robson e Ray Wilkins, la coppia di centrocampisti centrali del Manchester United e come prima alternativa aveva Trevor Brooking, l’esperto regista del West Ham.
Poi sulla panchina inglese è arrivato Bobby Robson.
Anche se all’inizio ha continuato a preferirmi Robson e Wilkins sapevo che la sua idea di calcio, così meravigliosamente espressa dall’Ipswich Town per tanti anni, poteva essere perfetta per il sottoscritto.
Un centrocampo dove la tecnica contava più della corsa, la capacità nei passaggi più della bravura nei tackles e la creatività più della forza fisica.
C’è voluto un po’ di tempo e c’è voluto soprattutto una cocente sconfitta a Wembley con la Danimarca che ci ha impedito di giocare i Campionati Europei in Francia del 1984.
Ma dalla partita con l’Ungheria in poi sono entrato stabilmente in squadra e non ne sono più uscito.
Alla faccia di quegli “esperti” nei media britannici che confondono ancora il calcio con il rugby.
Ora finalmente sento che non ho bisogno di fare cose speciali ogni volta che scendo in campo con la maglia dei Tre leoni.
E’ stato così per anni.
Fin dall’esordio a Wembley, in una partita valida per le qualificazioni agli Europei italiani contro la Bulgaria.
Eravamo nel novembre del 1979.
Avevo solo 22 anni ma da nel mio Totthenam ero titolare inamovibile da più di tre stagioni.
Quella sera giocai una buona partita, niente che non facessi settimana dopo settimana con i miei adorati Spurs … ma poi feci questo.


Sembrava l’inizio di una lunga carriera nella Nazionale del mio paese.
In realtà la mia “luna di miele” durò un pugno di partite prima che i miei detrattori iniziarono a definirmi “un lusso che la Nazionale inglese non può permettersi”.
… come se “saper giocare a calcio” sia un “lusso” …
Da quel momento, fino all’avvento di Bobby Robson, è stato un continuo “dentro e fuori”.
Indispensabile quando non giocavo e l’Inghilterra perdeva e “un inutile soprammobile” quando invece giocavo e non vincevamo !
Domani inizierà un nuovo Campionato del Mondo.
Ci sono ancora Bryan Robson e Ray Wilkins.
Ma stavolta ci sono anch’io.
E non importa se dovrò giocare un po’ spostato sulla destra invece che al centro del campo.
Sto aspettando questo giorno da una vita.
A 29 anni so bene che difficilmente ci sarà un’altra occasione.
… Ma è ora che il mondo sappia chi è davvero Glenn Hoddle …



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L’avvio di quel Mondiale messicano del 1986 non sarà esattamente come nelle speranze di Hoddle.
Una sconfitta all’esordio contro il Portogallo ed uno scialbo pareggio a reti bianche contro il Marocco mettono l’Inghilterra in una situazione quanto mai complicata.
Bisogna vincere l’ultimo match contro la Polonia.
Nell’incontro con il Marocco però sono successe due cose che si riveleranno fondamentali per le sorti della nazionale inglese e di Glenn Hoddle in particolare.
Accade tutto nel giro di tre minuti scarsi.
Prima si fa male Bryan Robson, capitano e leader del team, e subito dopo Ray Wilkins viene espulso.
I due perni su cui è stato costruito il centrocampo inglese nell’ultimo lustro non saranno disponibili per il decisivo match contro i polacchi.

Hoddle

Bobby Robson a questo punto decide di consegnare a Glenn Hoddle “le chiavi” del centrocampo dei bianchi.
Non più da comprimario quindi, leggermente defilato sulla destra e ai margini del gioco come nelle prima due partite ma impiegato finalmente come nel suo Totthenam: da regista e leader assoluto del centrocampo.
Al suo fianco viene inserito l’esperto Peter Reid dell’Everton, centrocampista di grande intelligenza tattica e predisposto come pochi al sacrificio.
Con il “grigio crinito” mediano dell’Everton che “porta la croce” Glenn può finalmente dedicarsi a quello che sa fare meglio: “cantare”, per se stesso e per tutto il team.
L’Inghilterra annichilisce la Polonia per reti a zero.
Gary Lineker, autore della tripletta, sembra un altro giocatore imbeccato dai lanci millimetrici di Hoddle, che sa “leggere” alla perfezione i suoi movimenti in profondità a dettare il passaggio.
Negli ottavi di finale tocca al Paraguay ma non ce n’è più per nessuno.
L’Inghilterra gioca un grande calcio e Hoddle disputa una partita sontuosa.
I suoi passaggi filtranti, i suoi cambi di gioco, la sua tecnica sopraffina e quella capacità davvero rara di calciare alla perfezione con entrambi i piedi gli regalano finalmente la vetrina che merita.
Nei quarti di finale finirà l’avventura degli inglesi, sconfitti da un furbo fenomeno come Diego Armando Maradona, dal suo sinistro e da una mano galeotta.
Glenn Hoddle entrerà praticamente in tutte gli “11 ideali” degli addetti ai lavori di quel mondiale e soprattutto ora sono in tanti ad aver conosciuto e apprezzato le doti di questo grande talento … che in fondo ha avuto solo una grande maledizione: essere nato troppo in anticipo rispetto al suo tempo.
Si, perché ora, uno come Glenn Hoddle, sarebbe un fenomeno assoluto del calcio mondiale.

Hoddle

Glenn Hoddle nasce ad Hayes, nel Middlesex il 27 ottobre 1957,
Si trasferisce da piccolissimo nell’Essex ed è lì che a soli 7 anni, sviluppa già un talento incredibile per il calcio. A scuola gioca già con la selezione Under-11 anche se ha 4 anni in meno di quasi tutti i suoi compagni di squadra. E’ più o meno in quel periodo che s’innamora degl Spurs, pare durante una partita del campionato riserve.
Quando nella sua scuola vengono invitati due ex-glorie del Totthenam per la premiazione di un torneo scolastico, Martin Chivers e Ray Evans non possono fare a meno di ammirare il talento dell’ormai undicenne Hoddle.
Glenn viene invitato ad allenarsi con le giovanili del club.
Pare che bastino poche settimane per convincere i Responsabili del Settore Giovanile a mettere sotto contratto come “apprendista” il giovane Glenn.
La sua rapida crescita fisica gli provoca diversi problemi alle articolazioni e per un po’ i problemi fisici ne limitano lo sviluppo tecnico … ma è solo questione di tempo.
Hoddle brucia le tappe e il 21 febbraio del 1976, a soli diciotto anni, fa il suo esordio dal primo minuto in First Division, contro lo Stoke City la cui porta è difesa dalla gloria nazionale Peter Shilton.

L’anno successivo gli Spurs retrocederanno dalla First Division ma nonostante siano in tanti a richiedere le sue prestazioni Glenn rimane fedele ai suoi adorati colori.
Il ritorno in First Division è immediato.
Dopo un ulteriore anno di crescita è nella stagione 1979-1980 che Hoddle mostra finalmente appieno le sue incredibili doti.
Non solo dirige con la sua classe immensa il centrocampo del Totthenam ma la sua fantastica abilità al tiro, in azione e su calcio piazzato, faranno si che a fine stagione saranno ben 22 le sue reti … cifra che moltissimi attaccanti puri firmerebbero tranquillamente !
Saranno anni d’oro per il Totthenam che anche se non riuscirà mai ad arrivare ai vertici della First Division nelle competizioni ad eliminazione diretta otterrà risultati eccezionali come le due FA CUP consecutive nel 1981 e nel 1982 o la brillantissima prestazione nella Coppa Uefa della stagione 1983-1984 che vedrà trionfare gli Spurs nella doppia finale contro i temibili belgi dell’Anderlecht di Morten Olsen, di Enzo Scifo e di Georges Grun.
Dopo i Mondiali in Messico del 1986 le richieste dal continente per Glenn si moltiplicano.
Hoddle chiude la sua carriera agli Spurs con un’altra finale di FA CUP, questa volta uscendo sconfitto dal sorprendente Coventry.
Ad attenderlo ci sono i francesi del Monaco di un giovane e rivoluzionario manager che si chiama Arsen Wenger. Con lui arriva dal Milan il connazionale Mark Hateley e al Monaco troveranno tra gli altri calciatori di livello assoluto come i nazionali francesi Ettori, Battiston e Amoros … mentre l’anno successivo si unirà a loro un giovane attaccante liberiano di cui si raccontano meraviglie che si chiama Georges Weah.
Per Hoddle e il Monaco c’è subito la conquista del titolo e Hoddle è il riconosciuto protagonista principale e leader assoluto della squadra.
Wenger lo esime da tutti i compiti difensivi e lo lascia libero di muoversi e creare nella metà campo avversaria.
Il portiere Jean-Luc Ettori dirà di lui “Per noi Glenn è Dio. Non c’è altro da aggiungere”.

Hoddle

Hoddle nelle sue prime due stagioni al Monaco segnerà 29 reti in 84 partite prima che un brutto infortunio al ginocchio da cui fatica a riprendersi convincerà il Monaco e lo stesso Glenn ad arrivare ad una risoluzione consensuale.
Rimane oltre un anno senza riuscire a tornare in campo.
A 33 anni non è facile accettarlo.
Non è più un calciatore ed è obiettivamente troppo giovane per una panchina importante.

L’unica offerta concreta arriva dallo Swindon Town, squadra in gravi difficoltà finanziarie che proprio a causa di poco trasparenti operazioni economiche si è vista prima strappare una First Division conquistata sul campo e poi dover sopportare una autentica emorragia dei propri migliori calciatori.
Quando Glenn arriva al Club la situazione è davvero drammatica.
In pochi mesi si è passati da una First Division raggiunta per meriti sportivi e poi negata ad una quasi certa retrocessione nella Terza serie del calcio inglese.
Hoddle, che si è comunque tesserato come “player-manager”, non si dà per vinto.
Con una autentica impresa salva i Robins dalla retrocessione e nella stagione successiva sfiora addirittura i play-offs. Nel frattempo il ginocchio ha iniziato a fare giudizio e sono sempre più frequenti i match in cui Glenn “si mette in campo”. E’ un uomo intelligente, lo è sempre stato.
Sa che in mezzo al campo non ha più la possibilità di imporsi. Ritmi troppo alti e scontri fisici troppo cruenti per il suo ginocchio.
E così s’inventa come “libero” in una difesa a tre, qualcosa di assai poco comune nel calcio inglese anche se sperimentato con successo a livello di Nazionale da Bobby Robson (toh, guarda chi si rivede !) ai Mondiali in Italia del 1990.
Nella stagione successiva però la qualificazione per i play-offs arriva davvero e nella finale di Wembley del 31 maggio del 1993.
Glenn è in campo con il numero 4.

Pochi giorni dopo aver portato lo Swindon in First Division Glenn Hoddle accetterà l’offerta del Chelsea, anche qui mantenendo lo status di allenatore-giocatore.
I suoi tre anni al Chelsea confermeranno appieno le sue grandi doti di manager anche se non tutti apprezzano i suoi modi spesso sprezzanti e arroganti.
Nel maggio del 1996, a 39 anni, arriva la panchina più importante nella carriera di qualunque allenatore inglese: è la Nazionale dei 3 leoni che lo vuole al comando delle operazioni per raggiungere le finali del Campionato del Mondo di Francia del 1998.
Lo farà alla grande, conquistando il primo posto nel girone di qualificazione e costringendo l’Italia al play-offs con la Russia.
Ma questa, come direbbe il grande Carlo Lucarelli, è un’altra storia … 

Hoddle

Nell’ottobre del 2018, esattamente il giorno del suo 61mo compleanno, mentre si trova negli studi della BT Sport, Glenn Hoddle ha un attacco cardiaco.
Solo il prontissimo intervento di Simon Daniels, uno dei fonici dello staff, evita il peggio.
Hoddle viene ricoverato in gravi condizioni ma dopo pochi giorni viene considerato fuori pericolo.
… e per quanto controversa possa essere la sua figura una cosa è certa: di talenti del genere in Inghilterra ne sono nati proprio pochi …

ANEDOTTI E CURIOSITA’

Durante il suo soggiorno in Francia con il Monaco dove vinse il campionato nella sua prima stagione ed eletto miglior calciatore della stagione, furono davvero in tanti a celebrare il suo grande talento.
Significative le parole del compagno di squadra Patrick Battiston all’epoca terzino del Monaco e della Nazionale francese. “Non fatemi scegliere tra Michel Platini e Glenn Hoddle … perché non saprei davvero dirvi chi dei due è più bravo”.

Lo stesso Michel Platini, parlando di Hoddle disse che “se fosse nato in Francia in Nazionale avrebbe giocato almeno 150 partite !”

Arsene Wenger si spinge ancora più in là.
“E’ il calciatore tecnicamente più forte che io abbia mai allenato. Controllo di palla sublime, visione di gioco e una capacità di calciare alla stessa maniera con entrambi i piedi che non ho mai più visto né prima né dopo di lui” … e qualcuno bravino Wenger lo ha allenato … 

Non tutti però sono stati ferventi ammiratori di Hoddle. Tommy Smith, il forte e durissimo difensore del Liverpool, ha sempre criticato duramente la scarsa propensione di Glenn Hoddle allo scontro fisico e alla sua totale mancanza di “cuore” e di … attributi !
“Per quanto mi riguarda per me potete chiamarlo “GLENDA !” fu la spietata sentenza di “Iron Man” Smith.

Infine le parole di uno dei suoi più grandi estimatori, Brian Clough, il più grande allenatore inglese di sempre.
“Se fossi io il manager dell’Inghilterra costruirei la squadra attorno a lui. Un genio come Hoddle non possiamo permetterci di sprecarlo”
 disse il grande manager di Nottingham Forest e Derby County aggiungendo poi un chiaro messaggio ai detrattori dell’elegante regista degli Spurs. “Dite che Hoddle non ha coraggio ? Ma avete idea di che coraggio ci voglia per giocare come gioca Hoddle ? Lui si assume responsabilità con il pallone, sempre, in ogni momento del match. Questa è la differenza tra lui e tutti gli altri.”

… e sono in molti a chiedersi COSA sarebbe stata una Nazionale inglese con Brian Clough in panchina e Glenn Hoddle in cabina di regia …

Di Bartolomei, un campione troppo buono

Si sono tutti dimenticati di me.
Tutti.
Anche quelli che credevo amici.
Anzi, soprattutto quelli che credevo amici.
Adesso sono qua, solo.
A contemplare un futuro dove il calcio, quel calcio a cui ho dato tutto me stesso per più di vent’anni, non vuole proprio saperne di “tenermi dentro”, di darmi la possibilità di insegnare e di condividere quello che ho imparato in tutti questi anni.
Io che ci mettevo l’anima in ogni partita e in ogni allenamento, che ascoltavo ogni singola parola dei miei allenatori e che cercavo di applicare poi in campo, provando e riprovando fino a quando quelle cose non mi riuscivano alla perfezione.
Conoscevo i miei limiti, li ho sempre conosciuti.
Non ero esattamente un fulmine di guerra ma sapevo che con l’applicazione, con la concentrazione e con la dedizione potevo compensare questo mio difetto.
Posso dire di avercela fatta e non solo per quell’indimenticabile giorno di maggio al Marassi di Genoa quando riportammo lo scudetto a Roma.
 
Di Bartolomei, 25 anni fa quel maledetto 30 maggio
 
Ho una famiglia meravigliosa.
Per amore loro e della mia splendida Marisa siamo venuti tutti qui, a Castellabate a vivere nella nostra bella casa dove ci ho messo tanti dei risparmi di 18 anni da professionista nel calcio.
Ma, come si dice, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.
Forse qualcuno lo ha interpretato come il mio ritiro dorato, quello dove veder crescere i miei figli e invecchiare, aspettando magari dei nipoti.
Ma non è affatto questa la mia intenzione.
Amo il calcio e il calcio è l’unica cosa che conosco.
Il mio amico Bruno (lui si che c’è sempre) me lo ripete spesso.
“Ago, tu sei troppo buono ed educato. Quelli in giacca e cravatta del mondo del calcio quando non gli servi più ti mettono da parte come un paio di scarpe vecchie. E se non gli rompi i coglioni un giorno si e l’altro pure quelli si dimenticano presto di te !”.
Io lo so che Bruno, il mio amico Bruno, ha perfettamente ragione.
Solo che io non ne sono capace.
Non sono mai stato bravo con le parole e non sono mai stato capace di “lisciare” presidenti, dirigenti, procuratori e quella pletora di faccendieri che sono sbucati come funghi negli ultimi anni in cui ho giocato a calcio.
Io ho sempre fatto “parlare” le mie gambe e la mia testa.
Per me ha sempre “parlato” il mio comportamento, la mia serietà professionale, la mia onestà …
Non ce la faccio proprio ad elemosinare un posto nei quadri dirigenziali o nel settore giovanile di un Club.
Tutti sanno chi sono.
Io, Agostino Di Bartolomei, se prendo un impegno vado anche nel fuoco per mantenerlo.
Forse si tratta solo di avere pazienza come mi ripete Bruno continuamente.
Ma il tempo passa e i tutti i miei progetti si stanno sgretolando come castelli di sabbia davanti ai miei occhi.
Mi sento chiuso in un buco.
E il pallone, il mio adorato pallone, è sempre più lontano …
Coppa dei Campioni 1984, Liverpool-Roma,la squadra della Roma schierata prima della partita

Ci sono due “30 maggio” nella storia di Agostino Di Bartolomei.
Il primo è quello del 1984 e per la città di Roma, quella
di fede giallorossa, è il giorno del suo incubo peggiore. In quel 30 maggio del 1984 c’era una Coppa dei Campioni che sembrava essere nel destino di un Club che negli ultimi anni aveva fatto passi da gigante, diventando prima una potenza assoluta del calcio italiano, non senza sofferenze e cocenti delusioni, e che quel giorno si apprestava, anzi DOVEVA coronare quella meravigliosa parabola andandosi a sedere sul tetto d’Europa.
Una finale di Coppa dei Campioni nella propria “arena”, con una città che non aspettava altro che impazzire di gioia.
Invece arrivò un incubo “rosso”, travestito da portiere-clown con due improbabili baffoni che ipnotizzò due dei gladiatori di quella Roma … e spaventando a tal punto il loro “Re” che quel rigore non volle nemmeno tirarlo.
Agostino Di Bartolomei, al rifiuto del Re che veniva dal Brasile, prende in mano il pallone, cuore e testicoli e butta dentro il primo rigore, senza che il portiere-clown dai grandi baffi possa solo pensare di sfiorare quel pallone. L’incubo si concretizzerà in seguito, e il Liverpool di Souness, Kennedy e del portiere-clown Grobbelaar alzerà quel trofeo sotto gli occhi, quasi sicuramente umidi, di giocatori della Roma e di migliaia e migliaia dei suoi appassionati sostenitori.
Sono serate che lasciano il segno, che ti stroncano le gambe e il cuore.
Ci vogliono settimane per rimettersi in sesto.
Poi però arriva la voglia di un’altra stagione, di un’altra avventura e di un altro giro sull’ottovolante perché come di dice Nick Hornby “prima o poi agosto ritorna e tutto ricomincia daccapo”.
Agostino Di Bartolomei non fa eccezione.
C’è un campionato sfuggito per un pelo da rivincere perché c’è un’altra Coppa dei Campioni in cui riprovarci prima che quel ciclo meraviglioso arrivi alla sua fine.
Solo che per Agostino Di Bartolomei non ci sarà una seconda possibilità.
La Roma, con Liedholm in partenza per Milano (sponda rossonera) si affida ad un altro svedese. Un tecnico giovane ma che ha già colto risultati importanti con Goteborg e Benfica.
Si chiama Sven-Goran Eriksson e la sua “idea” di calcio è diametralmente opposta a quella del connazionale svedese che lo ha preceduto.
Pressing, un rigido 4-4-2 con squadra corta e aggressiva.
… l’esatto opposto del gioco ragionato, compassato e basato sul possesso di palla voluto dal Maestro Liedholm.
Di Bartolomei non ha le caratteristiche che Eriksson chiede ai suoi.
Il suo rapporto d’amore con la Roma si interrompe bruscamente.
Alla sua ultima partita in giallorosso, quella vinta con il Verona in finale di Coppa Italia, La Curva Sud gli tributa un messaggio d’affetto inequivocabile: sullo striscione c’è scritto “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”.
A volere Di Bartolomei a tutti i costi è proprio Liedholm, che a Milano deve ricostruire un Milan che arriva da anni turbolenti e scarsi di soddisfazioni.
Di Bartolomei lascia Roma con la morte nel cuore ma con altrettanta voglia di dimostrare che lui, “Ago”, ha ancora tanto da dare.
Il 14 ottobre del 1984 a San Siro si gioca Milan – Roma.
Il Milan è partito benissimo in campionato. Gli innesti di Hateley, Virdis, Wilkins e dello stesso Di Bartolomei hanno alzato parecchio il tasso tecnico del team.
Quando scocca l’ora di gioco il risultato è ancora sullo 0 a 0.
C’è un appoggio di Wilkins qualche metro fuori dall’area di rigore della Roma.
Toninho Cerezo, il centrocampista brasiliano della Roma, pare in netto vantaggio sulla palla.
Non fa i conti però con l’irruenza e la fisicità di Di Bartolomei che gli strappa letteralmente il pallone dei piedi prima di lanciarsi in percussione verso la porta difesa da Tancredi.
Un tocco di esterno destro per controllare la palla e un altro, sempre con l’esterno del piede destro, per metterla in diagonale in fondo alla rete.
Di Bartolomei corre sotto la curva.
La sua gioia esplode in tutta la sua naturalezza.
“Ci sono ancora ! Non ero da buttare via” è probabilmente solo questo che la sua straripante esultanza vorrebbe significare.
Per i tifosi della Roma questa esultanza è troppa, è esagerata e non è consona all’immagine del “loro” Agostino Di Bartolomei.
Che si sia rotto qualcosa nel rapporto con la Roma e i suoi tifosi se ne ha evidenza  in modo lampante e per certi versi inaspettato qualche mese dopo, il 24 febbraio del 1985.
Per Liedholm c’è un’accoglienza caldissima, ci sono i fiori giallorossi di rito e ci sono i cori.
Per Di Bartolomei solo tanta freddezza.
Non certo quello che si aspettava “Ago” dopo tutti quegli anni in giallorosso.
In fondo cosa ha fatto di male ? Ha celebrato senza ipocrisia un gol per la sua “nuova” squadra contro quella “vecchia” dalla quale, giusto ricordarlo, non è certo stato lui a volersene andare.
Il nervosismo si trascina sul campo.
Il Milan imbriglia la Roma.
Liedholm regala una lezione di tattica al giovane connazionale e Di Bartolomei, schierato sulla linea di difensori, pensa a “fare legna” chiudendo spazi e rubando palloni sulla sua trequarti difensiva.
Il Milan va in vantaggio con Virdis e difende con ordine e determinazione il vantaggio.
Nel finale succede qualcosa che non c’entra proprio nulla con Agostino Di Bartolomei e la sua storia.
“Ago” arriva in ritardo su un pallone e con un robusto tackle manda per le terre Bruno Conti.
Si proprio lui l’amico Bruno.
Tra loro non ci sono problemi ed è tutto finito ancora prima di iniziare.
Ssolo che arriva Ciccio Graziani, entrato nella ripresa e forse con energie ancora in abbondanza da spendere, che aggredisce Di Bartolomei.
In pochi secondi i due si scambiano una gragnola di pugni prima che arrivino i compagni a dividerli.
Non c’è niente di rotto per nessuno dei due … quello che forse si è rotto definitivamente è il rapporto di “Ago” con la sua Roma.

Al Milan Di Bartolomei rimane per tre stagioni. Nell’estate del 1987 al Milan arriva Sacchi. La sua filosofia di calcio non prevede giocatori dalle caratteristiche di Ago che accetta a quel punto l’offerta del Cesena, squadra che si appresta ad affrontare una stagione nella massima serie con un solo obiettivo: la salvezza. Obiettivo che viene raggiunto con estrema facilità.
Il Cesena chiuderà quella stagione con un eccellente 9° posto e Di Bartolomei, oltre a prestazioni di alto livello, farà da “chioccia” a giovani di grande avvenire come Sebastiano Rossi, Lorenzo Minotti e Ruggiero Rizzitelli. 

A 33 anni però Ago sta arrivando al crepuscolo della sua brillante carriera.
Carriera a cui in fondo mancano solo due cose per essere perfetta: quella Coppa dei Campioni sfiorata in quella maledetta notte di fine maggio e una maglia azzurra, anche solo una, che sarebbe l’attestato definitivo e finale alla sua storia professionale.
Arriva però un’ultima sfida.
Molto lontana dai palcoscenici ai quali è abituato Agostino.
E’ la Salernitana, squadra che milita in Serie C, ad offrirgli un nuovo contratto.
Ago sarà l’uomo che dovrà guidare la squadra campana all’assalto verso la promozione alla categoria superiore, che a Salerno manca da oltre vent’anni.
Agostino Di Bartolomei vive questa nuova avventura con il solito grande senso di responsabilità e con la consueta estrema professionalità, pur sapendo che con aspettative così alte nei suoi confronti i rischi sono sempre molto grandi.
Ma quello che accade dopo poche giornate di campionato è totalmente inaspettato e imprevedibile. Antonio Pasinato, l’allenatore dei granata, entra in conflitto con Di Bartolomei decidendo ben presto di prescindere da lui relegandolo il panchina.
Per “Ago” è uno smacco tremendo.
Non è certo questo il finale degno di una carriera come la sua.
I risultati della squadra però sono disastrosi.
Pasinato viene licenziato e con l’arrivo in panchina di Lamberto Leonardi tutto tornerà nella normalità con Agostino capitano e leader del team.
La stagione successiva inizia sotto i migliori auspici.
Il nuovo mister Giancarlo Ansaloni costruisce la squadra intorno a Di Bartolomei e i risultati arrivano immediatamente.
Stavolta la promozione nella serie cadetta non è più un sogno.
Alla penultima di campionato per la Salernitana è in programma la trasferta di Brindisi.
Una vittoria potrebbe significare la tanto agognata promozione.
La vittoria arriva e contemporaneamente i rivali diretti della Casertana perdono a Giarre.
A firmarla, e non poteva essere altrimenti, è proprio lui: Agostino Di Bartolomei con uno dei suoi rinomati tiri da fuori area.
Nella partita successiva contro il Taranto è solo una grande festa per entrambi i team neopromossi in Serie B. A fine partita c’è la classica, festosa invasione di campo.
Il grande e indimenticabile Luigi Necco mette un microfono sotto il naso di Agostino che anche in quei momenti di festa mantiene il suo classico aplomb dichiarando con il suo sorriso dolcissimo e la sua inappuntabile flemma che “Questa è stata la mia ultima partita”.

E così sarà, nonostante un campionato di Serie B da affrontare e nel quale la sua esperienza e la sua leadership sarebbero ancora utilissime.
Da quel giorno felice invece, inizierà una rapida discesa verso quel buco nero nel quale Agostino Di Bartolomei scivolerà, giorno dopo giorno, sempre di più fino ad arrivare al suo  “secondo” maledetto 30 di maggio, quello di dieci anni dopo esatti dopo la serata della finale di Coppa dei Campioni.
E’ il 30 maggio del 1994.
Il giorno in cui Agostino Di Bartolomei prenderà la pistola di casa, acquistata tempo addietro “per proteggere la sua famiglia”, se la punterà al cuore e metterà fine a 39 anni alla sua vita.
Lascerà tutti attoniti e sconvolti, senza fiato e senza risposte.
Solo con tante lacrime da versare per quel ragazzo introverso e profondo, taciturno e sensibile, che il mondo del calcio aveva colpevolmente e troppo in fretta dimenticato.
Lui, che come disse ai microfoni della Domenica Sportiva dopo il suo diverbio con Graziani in quel Roma -Milan “Sono solo un uomo tranquillo. E un bravo ragazzo.”

Hulshoff, centrale del Grande Ajax

Non è stato affatto facile.
Vedere i miei compagni incantare il mondo con il loro gioco e andare addirittura ad un passo dal trionfo nella Campionato del Mondo mi provoca sensazioni contrastanti.
Una gioia immensa per loro, per Wim, per Ruud, per Joahn, per Arie, per Johann e per tutti gli altri.
Molti di loro sono i miei compagni nell’Ajax e insieme abbiamo vinto tre Coppe dei Campioni consecutive.
Sapevo che avrebbero fatto un grande mondiale.
Ma non essere stato lì con loro mi ha fatto male, tanto male.
Molto più del dolore al mio ginocchio malandato che mi ha costretto a rimanere qua ad Amsterdam a seguire il mondiale di calcio in tv.
Ci ho messo tanto tempo a prendere consapevolezza che in mezzo a tutti quei campioni potevo starci anch’io.

Hulshoff

L’autostima non è mai stato il mio forte.
Anzi.
Da ragazzino giocavo in una piccola squadra, lo Zeerbugia.
Il posto giusto per uno come me.
Mi divertivo.
Giocavo da mezzala, facevo la mia parte ma nessuno pretendeva troppo da me.
Qualcuno in quel periodo si mise in testa che potevo ambire a qualcosa di più, che non ero poi così “normale” come pensavo io.
Anche in famiglia mi spinsero a crederci, a provare ad uscire da quel piccolo e confortevole guscio … dove personalmente stavo da Dio !
Mi mandarono ad un provino per l’Ajax.
Me lo dissero il giorno stesso, temendo che se lo avessi saputo prima mi sarei inventato una scusa per non andarci.
Così fui costretto ad accontentarli e mi trovai a giocare una partitella insieme ad altri ragazzi della mia età.
Alcuni di loro erano davvero bravi, rapidi e con grande tecnica.
Io ero già alto e robusto … e tremendamente impacciato.
Feci letteralmente schifo quel giorno.
“Bene” mi dissi “Ora almeno mi lasceranno in pace e potrò tornare con i miei amici nello Zeerbugia”.
Invece l’Ajax mi chiamò.
Cosa abbiano visto in me quel giorno me lo chiedo ancora adesso …
Un anno con le giovanili e poi o il contratto professionistico oppure … tanti saluti !
Continuai a giocare da mezzala ma capivo benissimo da solo che non stavo andando da nessuna parte.
Poi arrivò Rinus Michels.
Era appena diventato l’allenatore della prima squadra.
E mi volle con lui.
… a fare cosa ? mi chiedevo io …
“voglio un difensore possente, forte fisicamente ma che sappia giocare a calcio” mi disse Michels.
“C’è un problema Mister” gli risposi io “Io gioco da centrocampista”
“Fino a ieri. Da oggi non più” fu come Michels chiuse l’argomento.
Mi spiegò molto chiaramente cosa voleva da me e come intendeva far giocare la squadra.
L’anno successivo vincemmo subito il campionato.
Io facevo lo stopper ma non voleva che il mio lavoro iniziasse e finisse con il tentativo di annullare il centravanti avversario.

“Come prendiamo palla noi tu vai avanti, ti avvicini ai centrocampisti così saremo in superiorità numerica in quella zona di campo”.

Era iniziata la RIVOLUZIONE.

Rivoluzione che divenne storia quando all’Ajax arrivò dal Partizan Belgrado Velibor Vasovic.
Rinus Michels si era innamorato di lui vedendolo giocare nella finale della Coppa delle Coppe nel maggio del 1966 che i bianconeri di Belgrado persero 2 a 1 contro il Real Madrid.
Per il grande coach olandese Vasovic, detto” Vasco”, è l’uomo ideale per l’idea di calcio che ha in testa “Il Generale”.
“Quindi dobbiamo prendere un calciatore come lui ?” gli chiesero i dirigenti dell’Ajax.
“No. Non “come” lui. Io voglio proprio “lui” fu la sentenza di Michels.
Con l’arrivo di Vasovic come libero l’Ajax inizia a costruire quell’idea di calcio che rivoluzionerà per sempre questo gioco. Non solo uno dei due centrali, Barry Hulshoff (il primo in piedi a destra, con la barba) o Vasovic, dovrà sempre uscire dal guscio difensivo e unirsi al centrocampo, ma Vasovic sarà chiamato a fare da “inventore” del trappola del fuorigioco, ovvero l’improvviso avanzamento della linea difensiva per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.
Con Hulshoff già davanti a lui e Neeskens pronto a lanciarsi in pressing sugli avversari anche nella loro metà campo, a Vasovic bastava salire repentinamente qualche metro per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.
Hulshoff con questo sistema si esalta. Adora partecipare alla costruzione del gioco e smette praticamente di fare lo stopper vecchia maniera diventando sempre di più un difensore centrale come vediamo praticamente ad ogni latitudine nel calcio moderno.
E così Vasovic diventa libero davvero … di impostare il gioco, di andare a sostenere il centrocampo e qualche volta di spingersi in attacco anche senza palla, in modo da creare quella superiorità numerica che da sempre è la chimera degli allenatori di calcio.
Tanto ci pensa Hulshoff, che nell’1 contro 1 non teme rivali e che diventa imprescindibile nell’economia del gioco dell’Ajax.
Arriva così il primo trionfo nella Coppa dei Campioni nella finale contro i sorprendenti greci del Panathinaikos che in panchina hanno un mito che di Coppe dei Campioni se ne intende: Ferenc Puskas. E’ un 2 a 0 netto e inappuntabile.
Nella pioggia di quella sera di maggio a Wembley l’Ajax dipinge calcio … sembrano i campi di girasole di Van Gogh … sembra qualcosa di molto simile all’AMORE.

Hulshoff

Ma degli olandesi, nonostante il Feyenoord abbia vinto l’anno prima la Coppa dei Campioni contro il Celtic a San Siro, non si riesce ad immaginare niente di più che una bellissima, abbagliante meteora.
Quello che succede nell’estate di quel 1971 sembra confermare questa ipotesi.
Vasovic, il professore di quell’Ajax, decide, a 32 anni di appendere le scarpe al chiodo e di tornare nella sua Belgrado, nel suo Partizan, ad insegnare calcio.
Ma soprattutto se ne va Rinus Michels, attratto dalle (tante) pesetas dei catalani del Barcellona.
“Abbiamo raggiunto il massimo. Non potremo mai andare più in là di così” dirà l’ex professore di educazione fisica il giorno del suo commiato dai “lancieri”.
Sbagliato.
L’Ajax ha ancora margini di miglioramento.
Lo sa bene Stefan Kovacs, l’allenatore rumeno che si siederà sulla panchina dell’Ajax nelle due successive stagioni. Il “calcio totale” voluto e creato da Michels diventerà un magnifico “disordine organizzato” dove la creatività di giocatori come Cruyff (autentico profeta del team), Haan, Neeskens, Krol, Rep e Keizer innalzerà ulteriormente il livello di una squadra che pare davvero non avere limiti.
Due successive Coppe dei Campioni (la prima in finale contro l’Inter e la seconda a Belgrado contro la Juventus), la Coppa Intercontinentale contro il fenomenale Independiente di Bochini, Bertoni & co. e i trionfi in ambito nazionale dimostreranno inequivocabilmente che Michels aveva torto.
Hushoff con Kovacs farà da stopper, da libero, da regista difensivo e da uomo di riferimento per i calci piazzati vista la sua rinomata abilità nel gioco aereo.
Nel 1973 però anche Kovacs si fa da parte. Lo chiama la nazionale francese che dopo anni di vacche magre vuole tornare ai vertici.
Se ne va anche Cruyff, offeso perché i compagni optano per un altro giocatore (Piet Keizer) come capitano del team. Troppo per l’ego smisurato del fenomeno olandese che lascia l’Ajax per accasarsi al Barcellona dove ritrova il suo mentore Michels riportando immediatamente i “blaugrana” ai vertici della Liga dopo 14 anni di digiuno.
L’Ajax viene affidata a George Knobel che resterà però per una sola stagione e con risultati non certo esaltanti, pagando in maniera importante l’addio di Cruyff.
Hulshoff è sempre uno dei pilastri del team. Anche nella nazionale olandese, in lotta con il fortissimo Belgio di Paul Van Himst per un posto ai mondiali di Germania, Hulshoff è imprescindibile.
Sarà proprio un suo gol ad un minuto dalla fine nell’agonica vittoria in Norvegia (2 a 1) a qualificare di fatto l’Olanda per i Mondiali di Germania del 1974.
Il barbuto difensore olandese è, con Krol e Surbier, un certezza della difesa degli “orange”. Molto più difficile stabilire chi andrà fra i pali e chi farà compagnia ad Hulshoff al centro della difesa.
Il destino, come spesso accade, ha altri progetti.
In una partita di campionato contro il NEC Hulshoff si romperà i legamenti di un ginocchio.
Michels, che a furor di popolo viene messo sulla panchina dell’Olanda poche settimane prima dell’inizio dei Mondiali s’inventa Arie Haan, un centrocampista, come libero affiancandogli il giovane e inesperto Rjisbergen, che farà il suo esordio in Nazionale in un’amichevole giocata dall’Olanda meno di due settimana prima dell’inizio del Mondiale.
Per Hulshoff non ci sarà solo la grande delusione di non giocare quei mondiali che consegnarono per sempre gli Orange alla storia del calcio mondiale … ma il grave infortunio subito non gli permetterà di tornare mai più ai suoi livelli abituali. La sua carriera finirà di fatto nel 1977, quando Barry ha solo 31 anni.
In Nazionale non giocherà mai più chiudendo la sua carriera con un pugno di presenze (14) e un numero di reti (6) quasi da attaccante.
Hulshoff, con la sua barba e i suoi capelli lunghi rappresentava meglio di chiunque altro “la Rivoluzione” che il calcio olandese aveva messo in atto in quei primi anni ’70.
Lui, con i calzettoni arrotolati intorno alle caviglie, che calciava con entrambi i piedi, che poteva giocare “corto” o trovare un compagno a 30 metri di distanza e che con i suoi 185 centimetri diventava quasi imbattibile nel gioco aereo … nella sua area e in quella avversaria.
Rivedendo la finale del 1974 ai tanti che lo ricordano viene sempre in mente lo stesso pensiero: ma con tutti quei cross messi in mezzo all’area tedesca vuoi che con Hulshoff in campo almeno uno non sarebbe finito prima  sulla sua testa e poi il fondo della rete di Sepp Majer ?
Beh, chi scrive è uno di quelli …

Hulshoff

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Hulshoff come detto aveva un grande problema di autostima. Si racconta che ad un certo punto Rinus Michels non sapesse più come fare a motivarlo ad alzare il livello della sua ambizione e a togliergli quell’insicurezza di fondo che pareva non volerlo abbandonare. Decise così di affrontare il proprio difensore in maniere energica “Barry, per le prossime tre partite starai fuori !” gli urla Michels.
Che si aspetta a questo punto una reazione d’orgoglio da Hulshoff.
Reazione che non arriverà mai.
Hulshoff attende pazientemente in panchina per poi tornare regolarmente in campo al termine della scadenza voluta da Michels.

L’esordio internazionale di Hulshoff avviene nella famosissima sfida con il Liverpool di Billy Shankly. Siamo nel 1966 e i Reds sono un grande team. All’andata, nella nebbia di Amsterdam, i “lancieri” dell’Ajax demoliscono Roger Hunt e compagni con un clamoroso 5 a 1. Al termine della prima frazione l’Ajax è in vantaggio per 4 reti a 0. C’è una nebbia intensa che avvolge Amsterdam e purtroppo pochi riescono a vedere quell’autentico spettacolo del primo grande Ajax della storia.
Il ventenne Hulshoff non giocherà quel match ma sarà buttato nella mischia nella partita di ritorno all’Anfield Road. Dovrebbe essere poco più di una formalità dopo il risultato dell’andata.
Ma Shankly carica come solo lui sa fare i Reds e promette che “all’andata hanno avuto tanta fortuna ma qui all’Anfield li distruggeremo. Non ci sarà partita e segneremo molti più gol dei 4 che ci servono per passare il turno”.
L’avvio del Liverpool è veemente. Due volte tremano i pali della porta olandese ma l’Ajax si difende con ordine e quando Cruyff ad inizio ripresa porterà in vantaggio i “lancieri” per il Liverpool si chiuderà definitivamente ogni possibilità di rimonta. Il 2 a 2 finale dimostrerà in maniera inequivocabile che una grande squadra stava arrivando sul palcoscenico del grande calcio internazionale.
Hulshoff giocherà da terzino destro, al posto dell’infortunato Suurbier, cavandosela egregiamente contro la fortissima ala del Liverpool Peter Thompson.
Ma, per sua stessa ammissione, sarà un altro il ricordo indelebile di quella notte all’Anfield. “Il calore del pubblico. Non ho mai più giocato in una atmosfera simile. Sembrava una marea umana, che cantava e si muoveva come un unico corpo. Anche quando le sorti del match per il Liverpool si erano compromesse i tifosi dei Reds non hanno smesso di incitare la loro squadra per un solo minuto.”

Nel 2000 arriva per Barry Hulshoff il momento più difficile: l’adorata moglie Hilda, sposata oltre trent’anni prima, si spegne a causa di un tumore allo stomaco. Il calcio perde d’importanza e Hulshoff, che nel frattempo ha intrapreso la carriera di allenatore, decide di fermarsi. Riprende un anno dopo, guidando i belgi del Malines, prima di rientrare nei ranghi dell’Ajax, fortemente voluto dall’amico Johann Cruyff.

Nel periodo di Hulshoff all’Ajax gli stipendi erano ben lontani dalle cifre attuali. E anche dopo i successi europei c’era bisogno di arrotondare con altre attività. Una di queste erano rappresentate dalle offerte delle varie aziende per apparire in pubblicità. Anche ad Hulshoff si presenta questa occasione. E’ una ditta di cibo per cani, la famosa “Chappi” ad offrire un ingaggio a Hulshoff. L’idea è di riprendere Buddha, il cane di Hulshoff, mentre insieme al suo padrone corrono su spiagge e boschi dopo che il cane ha mangiato con gusto una scatoletta del prodotto.
Hulshoff accetta … ma solo dopo aver avuto la certezza che il prodotto piacesse davvero al suo adorato Buddha !