Wlodek LUBANSKY

 “E’ la partita più importante di tutta la mia carriera.

Mi correggo.

E’ molto di più.

E’ la partita più importante della storia del mio Paese.

Una vittoria oggi vorrebbe dire avere un piede e mezzo ai prossimi Mondiali di calcio che si disputeranno in Germania Ovest nella prossima estate.

L’anno scorso abbiamo vinto le Olimpiadi.

E’ stato un grandissimo risultato ma le Olimpiadi, nel calcio, sono poco più di un Campionato Europeo per le squadre dell’Est Europa visto che ad Ovest e in Sudamerica non possono mandare le loro rappresentative migliori.

Questo grande trionfo però ci ha sbloccati.

Ci ha regalato quell’autostima che oggi ci fa affrontare qualsiasi avversario senza alcun timore reverenziale.

E’ già qualche anno che le nostre squadre migliori si fanno strada nelle principali competizioni europee per Club.

Tre anni fa con il mio Gornik Zabre siamo arrivati addirittura in finale della Coppa delle Coppe dopo aver eliminato squadroni come gli scozzesi del Glasgow Rangers e gli italiani della Roma, cedendo solo in finale agli inglesi del Manchester City.

Nella stessa stagione il Legia Varsavia (i nostri grandi rivali in Patria) sono arrivati fino alle semifinali della manifestazione più importante, la Coppa dei Campioni, perdendo con gli olandesi del Feyenoord che poi vinsero la manifestazione.

E poi diciamocelo … siamo proprio una bella squadra !

In porta c’è quel matto di Jan Tomaszewski.

Fa paura soltanto a vederlo. Centonovantatre centimetri di muscoli.

Quando esce sui palloni alti vi garantisco che è meglio spostarsi !

Al centro della difesa c’è il mio compagno di squadre Jerzy Gorgon, un altro gigante di un metro e novanta che però ha due piedi squisiti. Spesso è proprio lui ad impostare la nostra manovra.

A centrocampo gioca un genio.

Si chiama Kazimierz Deyna.

Ha una tecnica e una visione di gioco che ha pochi eguali.

Quasi tutte le nostre manovre passano dai suoi piedi.

Ci dipingono come “nemici” e non solo perché siamo i capitani delle due squadre più forti del Paese ma anche perché c’è questa eterna discussione tra chi di noi due è il più forte.

“Che discussione idiota !” ha detto in televisione pochi giorni fa Tomaszewsky.

“Io so solo che siamo fortunati che siano tutti e due polacchi !”.

Grande Jan !

Esattamente quello che pensiamo sia io che Deyna.

In attacco, al mio fianco, ci sono altri due fenomeni: Gregorz Lato e Robert Gadocha.

Il primo è una delle ali più forti e veloci che ci siano in circolazione.

Parte da destra, ma è bravissimo a stringere verso la porta negli spazi che io riesco ad aprirgli con il mio continuo movimento.

Io gioco con il numero 9 sulle spalle ma non mi piace per niente rimanere fermo in area ad aspettare il pallone.

 

Sull’altra fascia c’è il mio compagno del Gornik Gadocha.

Lui è un ala più tradizionale. Gioca quasi sulla linea laterale ma ha una caratteristica molto particolare: pur giocando all’ala sinistra lui è un destro naturale che ama stringere verso il centro del campo.

Tra noi c’è una grande intesa e lui sa perfettamente quando servirmi la palla negli spazi oppure cercare il triangolo per poi andare a concludere.

Oggi pomeriggio saranno in 80 mila i nostri connazionali sugli spalti dello stadio Slaski a Chorzow ad incitarci.

Contro abbiamo una grande squadra.

L’Inghilterra di Sir Alf Ramsey che, anche se è in fase di rinnovamento dopo il titolo mondiale di sette anni fa e il dignitoso mondiale messicano di tre, è sempre una signora squadra.

Abbiamo fiducia, tanta fiducia.

I Mondiali si giocheranno ad un passo da casa nostra.

In quella Germania che i nostri genitori non hanno ancora perdonato dopo quello che ci hanno fatto passare meno di 30 anni fa.

A quel Mondiale vogliamo esserci anche noi.

Oggi pomeriggio possiamo scrivere la storia … e poi stanotte affogare nella vodka insieme a milioni di polacchi !

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E’ il 6 giugno 1973.

Allo Slaski Stadion di Chorzow davanti ad 80.000 spettatori si gioca Polonia – Inghilterra.

In palio un posto tra le 16 finaliste del Campionato del Mondo che inizierà in Germania Ovest esattamente un anno dopo.

L’Inghilterra è una eccellente squadra.

Sulla panchina siede ancora Sir Alf Ramsey, l’uomo che portò sul tetto del mondo calcistico i maestri inglesi sette anni prima.

Di quella impresa sono rimasti soltanto in tre: i centrocampisti Alan Ball e Martin Peters e il capitano Bobby Moore. Ma ci sono calciatori di grande valore come l’attaccante Allan Clarke del Leeds, il portiere Peter Shilton e il roccioso difensore del Derby County Roy Mc Farland.

Solo che, in quel 6 giugno del 1973, proprio non c’è partita.

La tecnica e la velocità dei polacchi sono fonte di continuo imbarazzo per la retroguardia inglese che sbanda paurosamente.

Bastano sette minuti ai polacchi per passare in vantaggio.

E’ una punizione di Gadocha dalla sinistra sulla quale Bobby Moore, per anticipare Lubanski, tocca il pallone quel tanto da mettere fuori causa Shilton.

Esattamente il tonico che serve ai polacchi.

Sospinti dall’incessante incitamento dei propri sostenitori Lubansky, Deyna e compagni mettono ripetutamente in imbarazzo la compassata retroguardia inglese, in grave difficoltà ad arginare gli attaccanti della Polonia.

Ad inizio ripresa arriva il gol del ko definitivo.

E’ ancora Bobby Moore il protagonista in negativo per gli inglesi.

L’elegante difensore del West Ham si fa sorprendere dalla determinazione e dalla velocità di Lubanski che prima strappa il pallone dai piedi del capitano inglese per poi lanciarsi verso la porta di Shilton e batterlo con un tiro angolatissimo che tocca il palo prima di finire in fondo alla rete.

La Polonia, con il vantaggio di due reti, può giocare sul velluto.

Lascia l’iniziativa agli inglesi i cui tentativi però s’infrangono contro la solidissima e organizzata difesa polacca.

Sono passati meno di dieci minuti dal bel gol di Lubanski quando accade però qualcosa che in qualche modo rovinerà questo importantissimo trionfo.

Dopo uno scambio con Gadocha è il terzino Kraska a lanciare Lubanski sulla fascia sinistra.

La sua velocità è doppia rispetto a quella di Mc Farland che non ha altra scelta che tentare un disperato intervento in scivolata.

Il difensore inglese riesce a sfiorare la palla ma colpisce poi in pieno Lubanski sulla gamba destra, sulla quale l’attaccante si stava appoggiando.

Lubanski riesce ancora a fare qualche passo prima di cadere a terra in maniera piuttosto strana, quasi goffa.

A tal punto che, con l’attaccante polacco a terra, Mc Farland inveisce contro di lui, convinto che il numero 10 polacco stia solo facendo scena.

Bastano pochi secondi però per capire che l’infortunio è invece molto serio.

Lubanski viene trasportato a braccia fuori dal campo e caricato, in maniera a dir la verità piuttosto sbrigativa, su una ambulanza.

La diagnosi è devastante: rottura dei legamenti crociati del ginocchio destro.

A quell’epoca il recupero completo viene considerato impossibile.

Lubanski starà fuori 20 mesi dai campi di calcio e dovrà ovviamente saltare quel Mondiale di Germania che consacrerà la sua Polonia come una delle squadre più forti e spettacolari del dopoguerra.

Lasciando in tutti i tifosi polacchi sospesa per sempre la domanda “Ma con Lubanski ai Mondiali di Germania come sarebbe finita ?”.

Lubanski riuscirà come detto a tornare su un campo di calcio solo nei primi mesi del 1975 in quella che sarà la sua ultima stagione con il Gornik Zabrze, dopo 13 anni di ininterrotta militanza.

Per lui la Federazione Polacca farà addirittura uno strappo ai suoi rigidi regolamenti permettendogli di andare a giocare in una squadra di Club estera prima del compimento dei 30 anni di età (come invece capitò ad esempio a Deyna o a Lato).

Per Lubanski a farsi avanti non è uno squadrone di primissimo piano.

Ci sono troppi dubbi sul suo completo recupero.

A prendersi questo rischio è il piccolo Lokeren, squadra della Prima Divisione Belga … che farà uno degli affari più redditizi della propria storia !

Lubanski ha forse perso qualcosa di quel fantastico “cambio di passo” ma è un giocatore con una tecnica ed una intelligenza calcistica di prim’ordine.

E nel non trascendentale campionato belga (che però in quegli anni produsse due grandissime squadre come Bruges e Anderlecht) Lubanski torna ad essere quel prolifico attaccante che era in Polonia.

Nelle sue prime 5 stagioni segnerà 83 reti in 171 partite prima di iniziare la parabola discendente nei primi anni ’80.

Le sue prestazioni con il Lokeren lo ripropongono all’attenzione del tecnico polacco Jacek Gmoch che porta Lubanski con se ai Mondiali di Argentina del 1978.

Per Lubanski è la possibilità di giocare quel Mondiale di calcio che la sfortuna gli ha impedito di giocare 4 anni prima.

… ma ne lui ne la Polonia sono gli stessi di quel meraviglioso periodo.

“Wlodek” Lubanski giocherà da titolare i primi due incontri con Germania e Tunisia ma lascerà poi il posto di titolare al giovane e fortissimo Zbigniew Boniek accontentandosi di subentrare nei finali di partita.

Terminato il periodo al Lokeren Lubanski, a 35 anni, si trasferisce al Valenciennes, nella seconda divisione francese.

Qui gioca una stagione straordinaria segnando la bellezza di 28 reti in 31 partite, non sufficienti però a garantire a “Les Athéniens” il ritorno nella massima serie.

Lubanski giocherà ancora due stagioni, sempre nella Seconda Divisione francese con il piccolo Quimper prima di appendere le scarpe al chiodo nel maggio del 1985, a 38 anni suonati.

Una carriera divisa in due.

Dal 6 giugno del 1973 in avanti quella di un ottimo attaccante.

Prima di quel 6 giugno quella di un giocatore fantastico … per molti, il miglior calciatore polacco di sempre.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Wlodziemierz Lubanski ha esordito in nella Nazionale polacca a 16 anni e 188 giorni. Il più giovane calciatore nella storia del calcio polacco. Fu in occasione di un’amichevole contro la Norvegia nella quale Lubanski segnò una rete.

 

Lubanski, con 48 reti in 75 partite è il secondo miglior realizzatore di sempre nella storia della nazionale polacca. Verrà superato solo da Robert Lewandowski il 7 ottobre 2017, quando con la sua tripletta di quel giorno supererà Lubanski … anche se dopo 90 partite in Nazionale !

 

Un altro record personale di Lubanski è quello di aver vinto per due anni consecutivi (1969-70 e 1970-71) la classifica marcatori della Coppa delle Coppe, manifestazione alla quale partecipavano le vincitrici delle Coppe nazionali.

 

Nel 1968 il Gornik Zabrze viene invitato in Sud America per una serie di partite amichevoli. I giornalisti brasiliani presenteranno il team polacco come “la squadra dove gioca Lubanski, il Pelé bianco”.

Nel suo periodo al Lokeren nel 1980 arriva in connazionale Gregorz Lato.

Anche per lui, ormai nella fase calante della carriera, non c’era stata la possibilità di giocare in un grande club straniero prima del compimento dei 30 anni di età.

I due però ritrovano immediatamente l’intesa del periodo insieme in Nazionale e il Lokeren, nella prima stagione con Lato e Lubanski insieme, raggiunge il miglior risultato della propria storia: un secondo posto in campionato dietro l’Anderlecht e una finale di Coppa del Belgio, chiusa con una sconfitta ad opera dello Standard Liegi.

Con loro due, a formare il tridente d’attacco, un “certo” Preben Larsen Elkjaer.

 

Infine una doverosa correzione: in quasi tutte le biografie su Lubanski si attribuisce al centrocampista inglese Alan Ball l’intervento che di fatto condizionò la carriera di Lubanski. Non è esatto: l’intervento fu del difensore centrale Roy Mc Farland che sempre ad onor del vero non commise neppure fallo in quell’occasione, toccando nettamente prima il pallone di sbilanciare Lubanski che si infortunò di fatto appoggiando male il piede dopo il contrasto con lo stopper inglese. Alan Ball su in effetti espulso per un brutto fallo nel finale di partita … ma Lubanski era giù uscito infortunato da circa mezzora …

Tutti i segreti di Victor Legrotaglie

Questa è la classifica, aggiornata a giugno 2019, dei calciatori che hanno segnato il maggior numero di gol su calcio piazzato nella storia  del calcio dal dopoguerra in poi.
Tutti più o meno nomi conosciutissimi al grande pubblico.
Tutti tranne uno. Che non è nelle posizioni di rincalzo ma è addirittura sul podio, dietro a Juninho Pernambucano e a Pelè e a pari merito con Ronaldinho.

1. Juninho Pernambucano: 77
2. Pelè: 70
3. Victor Legrotaglie: 66
4. Ronaldinho: 66
5. David Beckham: 65
6. Diego Armando Maradona: 62
7. Zico: 62
8. Ronald Koeman: 60
9. Rogerio Ceni: 59
10. Marcelino Carioca: 57
11. Cristiano Ronaldo: 54
12. Leo Messi: 48

Si chiama VICTOR LEGROTAGLIE.
Questa è la sua (fantastica) storia.
Siamo nella terra del calcio.
No, non dove il calcio è nato.
Siamo dove il calcio è esattamente quello che diceva il grande Bill Shankly.
“Il calcio non è una questione di vita o di morte. Il calcio è molto più importante”.
Questo paese si chiama Argentina.
Non è un caso che quando si parla dei 5-6 migliori calciatori della storia di questo gioco (si, gioco … non sport … perché lo sport è per atleti, il gioco è per gli artisti) almeno tre di questi sono nati in questo paese.
Alfredo Di Stefano, Diego Maradona e Lionel Messi.
Ebbene in questo paese accade che un giorno, più o meno verso la metà degli anni ’60 arrivano degli emissari del grande Real Madrid, la squadra più importante e vincente del continente europeo.
Attendono la fine dell’allenamento e all’uscita dagli spogliatoi dei calciatori vanno verso questo ragazzo moro, del cui sinistro magico hanno sentito dire meraviglie perfino nella lontana Europa.
Uno di loro gli va incontro.
“Victor, le carte sono tutte a posto. Abbiamo l’accordo con il tuo Club. Siamo lieti di dirti che da questo momento sei un calciatore del Real Madrid. Ah, dimenticavo, questo è un presente che ti manda direttamente Don Santiago Bernabéu, il Presidente del Real Madrid”.
E’ un orologio d’oro.
Victor, che tutti, tifosi, dirigenti e compagni di squadra chiamano “El Maestro”,  guarda il dirigente del Real Madrid dritto negli occhi, sorride e gli dice “Grazie di cuore. Ma io sto bene qua. Mendoza è casa mia e questo è l’unico Club nel quale mi interessa giocare” .
I dirigenti del grande Club spagnolo sono letteralmente spiazzati.
Il silenzio è rotto solo pochi secondi dopo, sempre dal “ Maestro”.
“Comunque ringraziate il vostro Presidente per l’orologio. E’ davvero molto bello !”.
Verranno a cercarlo i dirigenti dell’Inter di Milano, del Colo Colo, del Santos, del Penarol … ovviamente anche quelli di Boca Juniors e River Plate. Nei primi anni ’70 perfino i Cosmos di Pelè, Beckenbauer e Chinaglia cercheranno di portare nelle loro fila “El Maestro”.
Ma la risposta sarà sempre la stessa.
Il Maestro si chiama VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE e la squadra dove giocherà quasi tutta la sua carriera si chiama GIMNASIA Y ESGRIMA de MENDOZA.

La storia di Victor Legrotaglie è quella, non così infrequente da quelle parti, di un talento sublime, di un autentico genio del calcio che alla fama, alle valigie di soldi (Il Cosmos si presentò proprio così … con valigie piene di dollari per ingaggiarlo) e al riconoscimento internazionale, preferiscono non uno ma tre o quattro livelli più in basso, dove il fatto di essere nel proprio ambiente, circondati da amici e famigliari e dal calore umano che ne consegue, conta molto di più.
Conoscono ormai in tanti la storia del “Trinche” Tomas Felipe Carlovich che ha ormai i contorni della leggenda visto che non esistono praticamente riflessi filmati del suo talento ma che invece, come nella più classica tradizione del racconto orale tramandato di bocca in bocca, di generazione in generazione, di tifoso in tifoso ci racconta di Carlovich come di uno dei più grandi calciatori della storia del calcio argentino.
Con Victor Legrotaglie invece, abbiamo molte più certezze.
Intanto una statistica, riconosciuta a livello mondiale e che già di per sé racconta moltissimo di questo fenomeno che ha scelto la provincia (e i campionati minori) come palcoscenico.
E’ quella che avete visto all’inizio del pezzo.
Ma per gli amanti delle statistiche non è finita qua !
Il buon Victor Legrotaglie ha un altro record e qua pare non ci siano paragoni con nessun altro nella storia del calcio.
12 reti realizzate direttamente da calcio d’angolo !

A Mendoza, la sua città, da anni stanno lottando per il riconoscimento ufficiale di questo impressionante record. 

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Ma chi è in realtà VICTOR LEGROTAGLIE  e perché ha optato per una scelta così estrema e, soprattutto per noi oggi, così folle e anacronistica ?
Victor Legrotaglie nasce a Las Heras, cittadina a nord di Mendoza, il 29 maggio del 1937.
Le sue imprese calcistiche fin da ragazzino attirano l’attenzione di tutti gli osservatori della zona.
In famiglia tutti quanti, tranne la madre, sono tifosissimi dell’Independiente Rivadavia, l’acerrimo rivale del Gimnasia.
Ed è all’Independiente che va a provare da ragazzino Victor.
Alla dirigenza piace, anche se è pelle e ossa ha già un sinistro impressionante.
“Ok, ragazzo. Puoi restare con noi. Inizierai con le riserve.”
No, troppo poco per Victor.
Non è una testa calda e non è neppure un tipo arrogante e presuntuoso … solo che pensa di meritare qualcosa di più.
Non resta che andare “dall’altra parte”, al Gimnasia.
Non ha voglia di passare per il solito provino.
Così un giorno si fa prestare la borsa da calcio da un amico più grande che gioca nel Gimnasia.
Ha solo 16 anni ma ha le idee molto chiare in testa.
C’è un torneo estivo (il Torneo Vendimia, siamo nel 1953) e Victor si presenta negli spogliatoi prima del match.
L’allenatore, Alfredo “El Mona” Garcia, lo conosce bene e sa quanto sia talentuoso il ragazzo.
Fa finta di nulla e lo fa accomodare in panchina.
A metà del secondo tempo uno degli attaccanti del Gimnasia si infortuna.
“El Mona” chiede al “pibe” Victor se le sente di entrare in campo.
Il sorriso a 32 denti del giovane Legrotaglie toglie ogni dubbio.
Entra e segna due reti.
Al diciassettesimo anno di età firmerà il suo primo contratto professionistico con il Gimnasia Y Esgrima de Mendoza.
… senza aver giocato una sola partita in nessun settore giovanile … direttamente in prima squadra.
Nel Gimnasia Victor rimane per sei stagioni prima di trasferirsi nel 1959 al Chacarita Juniors con il quale vince immediatamente il titolo di Campione Nazionale della Seconda divisione.
Ma invece di rimanere per giocare finalmente in Primera Victor, come farà sempre anche negli anni successivi, decide di rientrare nel “suo” Gimnasia dove viene accolto come un eroe.

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Altri anni nel Gimnasia alternati ogni tanto ad una stagione, mai di più, in altri club sempre delle vicinanze.
Nel 1968, dopo un altro anno stavolta giocando nella vicina provincia di San Juan, nella Juventud Alianza, Victor Antonio Legrotaglie torna nella sua Mendoza e nel su Gimnasia.
Ha 31 anni e dichiara che è lì, nel Gimnasia Y Esgrima che vuol terminare i suoi giorni di calciatore.
Le sirene dei grandi club continuano a lusingarlo ma “El Maestro” ha preso ormai la sua decisione.
E’ in mezzo alla gente che ama e che lo ama incondizionatamente, guadagna a sufficienza per dare un dignitoso stile di vita alla sua famiglia … e ripete sempre che “il rispetto e l’affetto che qua sento per me non lo troverei da nessun’altra parte nel mondo”.
Il destino però, come spesso accade, interviene nella vita di Victor e lo fa in maniera devastante.
La peggiore per un padre.
Il 19 maggio del 1969 il suo piccolo Victor Omar, per tutti “Cocò”, di soli 5 anni, muore per una banale caduta mentre sta giocando a casa delle zie.
Il mondo crolla addosso a Victor.
Il giorno dopo prende la sua auto e raggiunge il Cerro della Gloria, il monte che sovrasta Mendoza all’interno del Parco General San Martin.
La soluzione, l’unica in quel momento possibile, è troncare quel dolore insopportabile lanciandosi da lì con la sua automobile.
Victor perde la cognizione del tempo in quel luogo.
Poi decide di vivere.
E decide che vivere vorrà dire ricordare ogni giorno il suo piccolo Cocò.
Per il Gimnasia e per Victor arriveranno stagioni importanti che culmineranno con la conquista del Campionato Regionale proprio in quello stesso anno guadagnandosi così il diritto di partecipare al Campionato Nazionale, la serie A argentina, nel 1970.
“Los Compadres” fu il soprannome di quel grandissimo team del “Lobo Mendocino” (per distinguerlo dall’altro “Lobo”, quello del Gimnasia y Esgrima di Mar de la Plata) nel quale a fianco dell’ormai veterano Victor Legrotaglie militavano calciatori del valore di Fornari, Aceituno, Benitez, Sosa, Pereyra, Torres …
E’ il canto del cigno per Legrotaglie che continua però ad esprimersi a livelli assoluti.
E’ il regista di quella squadra che gioca un calcio “bailado” … “tocando y tocando” fin quando non si apre un varco nelle difese avversarie … scardinate quasi sempre da un lancio illuminante del “Maestro Victor” o da uno dei suoi letali calci di punizione.
Nel 1974 Victor Antonio Legrotaglie, a 37 anni suonati, dice basta.
Nella sua Mendoza dove continua ancora oggi, ad 82 anni, ad essere la figura di riferimento per ogni ragazzo che salga dal settore giovanile del Club.
Il Club che ha intitolato a lui lo stadio.
A Mendoza sono nati grandi giocatori del passato come gli attaccanti Alfredo Castillo o Pedro Waldemar Manfredini (che giocò anche in Italia nelle file della Roma) o il centrocampista Bruno Rodolfi, nazionale argentino alla fine degli anni ’30 o Hugo Cirilo Memoli o giovani eccellenti calciatori di recentemente saliti alla ribalta come Enzo Perez o “El Pity” Martinez.

Ma da quelle parti non c’è nessuno che abbia un dubbio alcuno; il più forte giocatore “mendocino” di tutti i tempi è stato proprio lui: VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Fin da bambino Victor era un talento assoluto. Ad ogni torneo locale c’era la fila alla sua porta per averlo nelle proprie file. Peccato che il più delle volte quando si presentava con la sua squadra gli avversari protestavano immancabilmente “Se gioca lui non giochiamo noi !”.
Quasi sempre si risolveva la questione dando a Victor il permesso di giocare ma … vietandogli di superare la linea di metà campo !
Il suo primo team si chiama “5 de octubre”. Restarono imbattuti per oltre 100 partite consecutive. Racconta lo stesso Victor che già allora le squadra più forti della zona (Godoy Cruz in primis) lo avrebbero voluto nel proprio settore giovanile ma, come ricorda Legrotaglie “fin da allora quello che mi interessava veramente era giocare insieme ai miei amici”.
In merito alla impressionante statistica del “Maestro” Legrotaglie sui calci di punizione due episodi alquanto significativi.
Durante una partita contro il Talleres un compagno di squadra di Legrotaglie viene steso al limite dell’area.
L’arbitro decreta il calcio di punizione ma il difensore che ha commesso il fallo insiste dicendo che il fallo lo ha commesso ALL’INTERNO della area di rigore e pertanto non è punizione ma calcio di rigore.
I compagni lo guardano straniti ma lui insiste.
Per lui è calcio di rigore.
Un suo compagno perde le staffe. “Ma tu sei completamente matto !”.
“No, i matti siete voi. Contro Legrotaglie meglio un calcio di rigore che una punizione dal limite. Credetemi lo conosco bene !”.
Finiscono le discussioni. E’ calcio di punizione.
… come è finita è inutile che ve lo dica vero ?
In un altro match, contro il Gutierrez Sport Club che il Gimnasia sta vincendo con autorevolezza, succede però qualcosa di strano.
Al “Lobo” vengono assegnati non meno di una decina di calci di punizione da fuori area e non uno di questi finisce nello specchio della porta.
Ci provano un po’ tutti, non solo Legrotaglie, ma il risultato è sempre il medesimo.
Il mistero viene chiarito a fine partita.
“Los Compadres” avevano fatto una scommessa.
Non su chi faceva gol ma su chi avrebbe colpito la testa del fotografo sistemato nei pressi della porta avversaria !
… chi vinse la scommessa è inutile che ve lo dica vero ?
Il lato estetico del calcio in Argentina ha avuto quasi sempre un’importanza fondamentale. La “giocata” creativa e spettacolare è un ingrediente fondamentale del gioco.
Victor Legrotaglie ne è stato un simbolo assoluto.
“A me dava più piacere fare un “canyo” (un tunnel all’avversario) che segnare un gol !” ha da sempre dichiarato “El Maestro”.
Per oltre due anni, tra il 1970 e il 1972, il Gimnasia, neopromosso in Primera, mantiene inviolato il proprio campo togliendosi alcune grandi soddisfazioni come battere nella propria cancha il River Plate o vincere in maniera netta in casa contro il Newell’s per 5 a 2 e con lo stesso risultato sconfiggere al Vecchio Gasometro il San Lorenzo de Almagro.
Proprio in questa partita si racconta che ad un certo punto l’arbitro del match, il Signor Goicoechea, prende da parte Victor Legrotaglie “Victor, se continuate a umiliarli così qua le cose si mettono male. Se iniziano a picchiare duro non sono sicuro di essere in grado di proteggervi”.
Victor trasmette il messaggio ai compagni.
Il Gimnasia continua a tenere il possesso della palla ma senza più infierire contro un avversario ormai alle corde.

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A fine partita l’arbitro si avvicina a Legrotaglie, gli sorride e lui stesso cita il famoso coro dei tifosi del Gimnasia: “Hoy Mendoza està de fiesta, vino el Victor con su orquesta”.
Il momento più difficile della vita di Victor Legrotaglie è stato senza ombra di dubbio la scomparsa del suo piccolo Cocò.
L’unico figlio maschio del “Maestro” (che ha avuto anche due femmine) era la mascotte del Gimnasia ed entrava spesso nella “cancha” insieme al babbo e ai suoi compagni.
Per ricordarlo, nello stadio del Gimnasia come detto intitolato a Legrotaglie, esiste un ceppo in ricordo del piccolo Cocò, con una meravigliosa frase scritta incisa sopra “Por irse a jugar al cielo nos quedamos sin mascota. Aquí un pibe menos, allá un ángel más”. (Per andare a giocare in cielo noi siamo rimasti senza la nostra mascotte. Qui abbiamo un bambino in meno, lassù un angelo in più”).
La storia di Victor Legrotaglie, come ricordato all’inizio, ricorda molto quella di un altro grande del calcio argentino che, come “El Maestro”, ha optato per una carriera dal profilo basso in squadre minori.
Quella del “Trinche”, Tomas Felipe Carlovich.
Quello che non molti sanno è che non solo tra i due c’è una grande amicizia che fa si che ancora oggi, nonostante i 700 km tra Mendoza e Rosario, “El Victor” e “El Trinche” si frequentino per una ricorrenza o un semplice asado in compagnia.
Ma c’è di più.
I due giocarono una partita insieme, nella stessa cancha e con la stessa maglia.
Fu in occasione del passaggio dell’attaccante Dario Luis Felman dal Gimnasia al Boca Juniors.
Era il 19 aprile del 1975. El Maestro, ormai trentottenne e a fine carriera (giocherà ancora qualche partita la stagione successiva nell’Américo Tesorieri) viene schierato in mezzo al campo sul centro destra con “El Trinche” Carlovich come classico “5”, il centrocampista difensivo a protezione della difesa e primo nell’impostare la manovra.
Il primo tempo è un autentico “baile” per il povero Boca di Rogelio Dominguez.
Carlovich e Legrotaglie sono gli autentici padroni del campo.
Impongono il loro ritmo cadenzato, duettano come se giocassero insieme da sempre.
Alla fine sarà un 2 a 1 per il Gimnasia e nella memoria del Maestro Victor Legrotaglie “la partita nella quale mi sono più divertito nella vita. Ora so perché chiamano Tomas Felipe Carlovich “El Rey”: uno forte come lui dalle nostre parti non lo avevo mai visto prima.”
E ad ogni incontro la frase del “Trinche” Carlovich al suo amico Victor è sempre la stessa.
“Il vero “Rey” sei tu amico mio”.

Kipiani e la leggendaria finale del 1981

13 maggio 1981.
Il giorno che ogni singolo abitante della Georgia e di Tbilisi in particolare, ricorda alla perfezione.
 Essere nati dopo quel giorno in Georgia, e a Tbilisi in particolare, è considerata poco meno di una disgrazia.
“Tu mica c’eri nel maggio del 1981!” è la frase più ricorrente verso tutte le generazioni successive.
Il 13 maggio 1981 è il giorno in cui la Georgia intera si è fermata.
E’ un po’ come chiedere ad un italiano dov’era l’11 luglio dell’anno successivo o ad un danese dove si trovava il 26 giugno del 1992.
Facile … davanti alla tv ad assistere alla “partita di calcio della vita”.
Ho fatto due esempi di nazionali di calcio dei propri paesi.
Beh, obietterà qualcuno, ma la Dinamo Tbilisi è una squadra di club, mica una nazionale.
Sbagliato.
La Dinamo Tbilisi era la squadra che rappresentava ai tempi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche la NAZIONE Georgia.
Quella sera a Tbilisi perfino nei registri di polizia pare non sia stata segnalata nessuna effrazione. Nessuna rapina, nessuna rissa, nessun borseggio.
La Georgia intera era tutta davanti alla tv.
Quella sera la Dinamo giocava la finale della bellissima e ahinoi defunta Coppa delle Coppe.
Di fronte non certo una delle grandi del calcio europeo ma una squadra di una piccola città tedesca, anch’essa aldilà del muro di Berlino.
Anzi, che dal muro distava poco più di 200 chilometri visto che la squadra in questione è il Karl Zeiss Jena, è Jena è in Turingia, nell’allora Germania dell’Est.
C’è un problema però e non di poco conto.
La finale si gioca “aldiquà” del muro ed esattamente a Dusseldorf, nell’altra Germania, quella dell’Ovest.

I cinquemila tifosi scarsi (e perlopiù locali) che siedono sulle tribune del Rheinstadion non contribuiscono certo a rendere l’atmosfera indimenticabile.
La divisione ancora in atto tra le due “Europe” rende praticamente impossibile ai tifosi della Dinamo la trasferta in terra tedesca … anche se è la partita “della vita”.
I tifosi che arrivano da Tbilisi sono un centinaio … forse addirittura meno.
Poco importa.
Entrambe le due squadre per arrivare in finale non hanno avuto certo un percorso facilissimo.
Già al primo turno il Karl Zeis Jena ha fatto un impresa, anzi “l’impresa” come ancora oggi amano ricordare i più attempati tifosi di questa glorioso club caduto in disgrazia dopo la riunificazione fra le Germanie.
Al primo turno infatti per i tedeschi di Jena c’è la Roma che all’Olimpico vince con un netto 3 a 0. Pruzzo, Ancelotti e Falcao i marcatori. Sembra tutto chiuso e definito. Ma nella partita di ritorno il Karl Zeiss getta il cuore aldilà dell’ostacolo giocando con una determinazione ed una grinta che spiazza completamente i giallorossi, convinti di andare a fare una gita in quella piccola cittadina in mezzo al nulla.
Il Karl Zeiss Jena vincerà per 4 reti a 0, colpirà due volte i pali della porta di Tancredi che salverà da un ancor peggior tracollo i suoi con alcuni interventi di altissimo livello.

Dopo la Roma saranno il Valencia (campione in carica) la rivelazione Newport County e il Benfica a cadere sotto i colpi dei biancoblu tedeschi.
La Dinamo invece, dopo due turni tutto sommato abbordabili contro i greci del Kastoria e gli irlandesi del Waterford compiono un’impresa nei quarti di finale eliminando gli inglesi del West Ham. Il 4 a 1 con cui sconfiggono Brooking e compagni è ancora oggi ricordata come una delle prestazioni più spettacolari offerte da una squadra straniera sul suolo britannico.
Il Guardian scriverà che “La Dinamo Tbilisi ha fatto innamorare una generazione con il suo calcio meraviglioso”.
In semifinale saranno gli olandesi del Feyenoord a cadere, sconfitti 3 a 0 a Tbilisi e “contenuti” con uno 0 – 2 al De Kuip.
Stasera c’è l’occasione per entrare nella storia.

Del calcio russo, che prima della Dimano Tbilisi aveva visto soltanto la Dynamo Kiev di Oleg Blokhin e compagni alzare al cielo lo stesso trofeo continentale sei stagioni, ma soprattutto del calcio della Georgia, mai arrivato con un proprio Club così in alto.
La tv nazionale, rigorosamente in bianconero, trasmetterà l’incontro.
Fin dalle prime battute però si capisce che siamo di fronte a qualcosa di speciale.
La Dimano Tbilisi non sembra affatto una squadra russa.
La Dynamo Kiev e la nazionale avevano sempre raggiunto i loro migliori risultati grazie ad una metodica organizzazione di gioco, ad una grande forza fisica e ad una filosofia pragmatica e senza fronzoli.
La Dinamo è l’esatto contrario.
Tecnica, fantasia, creatività e tanto spazio alle giocate individuali dei suoi calciatori più dotati.
Non certo quello che ci si aspetta da una squadra russa.
“Semplice” risponderebbero in coro i calciatori della Dinamo “Noi siamo Georgiani, mica russi !”.
Fin dalle battute iniziali c’è un calciatore che attira l’attenzione di quasi tutti gli spettatori di quell’incontro.
Inizialmente per il suo aspetto fisico, così particolare che lo fa sembrare un impiegato da scrivania più che un calciatore di calcio.
Alto, magro e spigoloso.
Con una calvizie importante e due baffoni neri sotto due zigomi pronunciati.
Ma è quando tocca la palla che ci si accorge che David Kipiani NON E’ un giocatore normale.
Intanto è il leader assoluto della squadra.
Sembra che esista una legge non scritta per cui ogni pallone di ogni azione offensiva debba passare dai suoi piedi.
Pare però che lo sappiano bene anche i giocatori del Karl Zeiss Jena !
Ogni volta che Kipiani entra in possesso di palla ci sono un paio di calciatori tedeschi che immediatamente gli mordono le caviglie e che, fedeli al vecchio motto “o gamba o pallone” cercano di limitare il più possibile il numero 10 in completo blu.
Teoricamente è un attaccante, almeno così viene presentato nella formazione iniziale.
In realtà è uno di quei giocatori alla Di Stefano, alla Cruyff, alla Tostao o alla Deyna, così intelligenti e duttili che sembra che “sentano” in quale posizione possono fare più male all’avversario.
Quei giocatori ai quali gli dei, oltre al talento, hanno regalato anche un cervello pensante.
E così Kipiani inizia ad arretrare, galleggiando, come si direbbe oggi, “fra le linee”.
Troppo arretrato per essere marcato da uno stopper e troppo avanzato per “sprecare” un centrocampista nella sua marcatura.
Il primo tempo scorre via frenetico, lottato e sudato.
Ma giocato poco.
La Dinamo Tbilisi ama essere padrone del gioco e la palla ce l’hanno quasi sempre i Georgiani.
Ma il Karl Zeiss non molla un centimetro, chiude gli spazi e prova a far male soprattutto con le ali Vogel e Bielau.
Nella ripresa, dopo meno di venti minuti, quella che sembra la svolta del match.
C’è una bella azione di rimessa dei tedeschi con la palla che Vogel, dopo una bella triangolazione con Lindemann, arriva sulla linea di fondo prima di mettere in mezzo un cross arretrato sul quale la difesa della Dinamo Tbilisi sembra incerta.
Da dietro arriva il mediano Hoppe che con un bel destro al volo infila la palla sotto la traversa di un esterrefatto Gabelia.
E’ Séngelia a partire in percussione saltando un paio di avversari prima di “scaricare” in stile cestistico sulla destra verso l’accorrente Gutsaev. Gran botta di prima intenzione e palla in rete.
Non sono passati nemmeno quattro minuti dal vantaggio tedesco.
La Dinamo Tbilisi diventa padrona del campo e “Dato” (questo il suo soprannome in tutta la Georgia) sale in cattedra, distribuendo palloni e facendo da catalizzatore del gioco.
Il dinoccolato “regista-rifinitore-attaccante” della Dinamo ha una caratteristica peculiare, comune a tutti i grandi calciatori: i tempi della partita li detta lui.
Mancano meno di quattro minuti al termine.
La partita sembra destinata ai supplementari quando Kipiani riceve palla sulla trequarti 
avversaria. Stavolta sembra quasi crogiolarsi con la sfera tra i piedi, dando l’idea di voler ingannare il tempo (e il Karl Zeiss) in attesa dei supplementari.
Poi, sempre con grande indolenza, decide di “scaricare” la sfera al compagno di squadra Vit’ali Daraselia, altro immenso giocatore e alter ego perfetto di Kipiani: corpulento, arrembante di corsa e muscoli ma con piedi più che educati.
Daraselia non è particolarmente “pensante”.
Non fa calcoli e si lancia verso la porta avversaria.
Ci sono trenta metri buoni tra lui e Grapenthin, il numero uno tedesco.
Daraselia salta un prima avversario in velocità, rientra verso il centro dell’area,finge il tiro di destro facendo sedere l’avversario e poi con il sinistro scarica un rasoterra che si infila a fil di palo.
Per i tedeschi dell’Est non c’è più tempo.

La Dinamo Tbilisi conquista quello che allora era il 2° trofeo continentale più importante.
Il primo (e ultimo) per la regione georgiana, che diventerà Nazione a tutti gli effetti esattamente dieci anni dopo.
La Georgia intera impazzisce.
Milioni di georgiani scendono nelle strade. In quasi centomila si ritrovano allo stadio della Dinamo, allora intitolato a Vladimir Lenin.
Per David Kipiani è la definitiva consacrazione.
Sono tante le squadre di blasone a volerlo nell’Europa aldilà del muro.
“Dato”non vacilla neppure un momento.
E’ georgiano, e a Tbilisi vuole rimanere tutta la carriera … e tutta la vita.
Aldilà del muro ci va qualche mese dopo, per un Torneo estivo, quello organizzato al Santiago Bernabeu di Madrid e intitolato proprio all’ex grande presidente del Real di Puskas, Gento e Di Stefano.
La Dinamo Tbilisi sta giocando proprio contro i padroni di casa del Real Madrid quando una assurda entrata del centrocampista madrileno Angel lascia Kipiani a terra con una gamba spezzata.
E’ il settembre del 1981.
L’URSS ha fallito la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978
 ma stavolta la qualificazione ai Mondiali di Spagna del 1982 è praticamente cosa fatta.
Per Kipiani è l’occasione che aspetta da sempre.
Poter mostrare al mondo le sue doti sul palcoscenico più importante in assoluto.
Avrà quasi 31 anni per cui probabilmente sarà anche l’ultima opportunità a questi livelli.
Sono lunghi mesi di recupero, riabilitazione ma quando riprende a giocare nella primavera del 1982 sembra sia tutto a posto.
Kipiani ha ripreso a giocare nella Dinamo Tbilisi e riprende in mano la squadra giusto in tempo per le fasi decisive della stagione. C’è una Coppa delle Coppe da difendere e Kipiani è protagonista della vittoria nei quarti contro il Legia Varsavia prima di cedere in semifinale ai belgi dello Standard Liegi.

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Ma c’è un problema, inatteso quanto insormontabile.
La panchina della Nazionale russa, in una cervellotica quanto inefficace decisione della Federazione, viene assegnata a tre tecnici, che devono rappresentare le tre maggiori “scuole” delle repubbliche socialiste sovietiche: russa, ucraina e georgiana.
Konstantin Beskov allenatore dello Spartak Mosca, Valeriy Lobanovsky allenatore della Dynamo Kiev e infine Nodar Akhalkatsi allenatore della Dinamo Tbilisi.
Con 4 calciatori della Dinamo Tbilisi praticamente nella formazione titolare (Chivadze, Sulakvelidze, Daraselia e Shengelia) c’era il grosso rischio (secondo la federazione russa e soprattutto secondo Lobanovsky e Beskov) di alterare troppo gli equilibri del team.
David Kipiani a questo punto è ritenuto di troppo.
Non solo, ma la sua creatività, la sua anarchia tattica e soprattutto il suo evidente carisma vengono visti dai due terzi della panchina russa come “limiti” nella struttura del gioco rigido e organizzato voluto da Beskov e soprattutto Lobanovsky.
Allora si decide per la versione di comodo.
“Kipiani non ha ancora pienamente recuperato dall’infortunio del Bernabeu”.
Una menzogna
, niente di più e niente di meno, a cui non crede nessuno, soprattutto chi lo ha visto in azione da marzo in avanti.
Per Kipiani la delusione è enorme.
Ne lui ne il resto della Georgia (e gran parte dell’opinione pubblica sovietica) riescono a capire questa scelta.

A questo punto Kipiani prende una decisione estrema, che lì per lì pare solo dettata dallo sconforto di essersi visto privare del sogno della carriera: lasciare il calcio.
David Kipiani ha solo trent’anni.
Sono tutti convinti che sia uno sfogo temporaneo, dovuto alla delusione e alla rabbia e che rivederlo in campo sia solo questione di tempo.
Non sarà così.
David Kipiani non tornerà mai più su un campo di calcio con le scarpette ai piedi.
Neppure per la sua partita d’addio, prevista per il novembre di quel 1982 e annullata per la morte pochi giorni prima del segretario del Partito Comunista Leonid Brezhnev.
David Kipiani, figlio di due importanti medici di Tbilisi, intraprende la carriera di allenatore.
Prima la Dinamo Tbilisi a più riprese, poi la Nazionale della Georgia, una esperienza a Cipro e una in Belgio.
E’ il 17 settembre del 2001.
Kipiani è stato appena contattato dalla Dinamo Mosca che lo vuole sulla sua panchina.

E’ la sua prima squadra della vecchia madre Patria fuori dai confini della Georgia e soprattutto è uno dei team più importanti del Paese.
Kipiani sale sulla sua auto per andare all’aeroporto di Tbilisi con destinazione Mosca per discutere dell’offerta.
Il fato, però ha deciso diversamente.
Perderà la vita schiantandosi a forte velocità contro un albero al bordo della strada.
Ma la morte non sarà colpa della sua imperizia al volante.
L’autopsia rivelerà che è stato un attacco di cuor
e a fargli perdere il controllo dell’auto.
La Georgia piangerà forse il suo più grande campione, quello che tutto il suo popolo sperava di vedere ai Mondiali di Spagna del 1982 … perché da queste parti sono ancora in tanti quelli convinti che “Dato” avrebbe fatto la differenza.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
 

 E’ nella primavera del 1974 che la carriera calcistica di Kipiani subirà la svolta decisiva … e per assurdo sarà un infortunio al ginocchio che si rivelerà determinante !
Kipiani per curarsi ha il permesso di andare in Ucraina e da lì può vedere i Mondiali di calcio del 1974, cosa che sarebbe stata impossibile nel suo Paese a causa dello stretto regime politico che impediva di vedere tv estere.
E qui Kipiani si innamora dell’Olanda e del suo meraviglioso calcio. Ma soprattutto si innamora di quel numero 14 che pare essere da tutte le parti del campo e dal quale passano tutti i palloni.
Ecco, quello è esattamente quello che voglio diventare io nella mia Dinamo” dirà Kipiani agli amici al suo ritorno in Georgia.
Come Johann Cruyff per l’Olanda.

E sarà esattamente così.
David Kipiani diventerà il più grande calciatore georgiano di sempre e uno dei più grandi “playmaker” della storia del calcio … almeno per tutti quelli così fortunati da averlo visto in azione.

Il suo primo titolo conquistato con la Dinamo Tbilisi fu la Coppa nazionale del 1976. A quei tempi Kipiani era già arretrato in cabina di regia ma curiosamente il suo gol fu un classico gol da centravanti; grande stacco e colpo di testa all’angolino. 

Non male per uno che aveva sempre affermato  che “non mi piace colpire troppo spesso la palla di testa. Può danneggiare il cervello e a me il cervello in campo serve parecchio !”.

Nel 1977 la Dinamo Tbilisi affronta l’Inter di Milano in una partita di Coppa UEFA. Mancano poco più di 10 minuti alla fine. David Kipiani ruba la palla a Giacinto Facchetti e poi si invola verso la porta. Entra in area e lascia partire un destro forte e rasoterra che batte il portiere nerazzurro Bordon. Sarà il gol decisivo della contesa. A Facchetti viene chiesto il motivo di tanta passività per di più in un periodo dove il “fallo da ultimo uomo” ancora non veniva punito come oggi. “Non me le sono sentita di fare fallo su un giocatore così meraviglioso” fu la risposta del grande Giacinto Facchetti.

Infine, questa la definizione data a Kipiani da Tengiz Packhoria, il più celebre giornalista sportivo georgiano.
“Kipiani ha elevato il calcio da sport ad arte. 
La gente impazziva per lui. Conosco persone che andavano allo stadio solo per vedere giocare lui … e “Dato” li rendeva felici perché era differente da qualsiasi altro calciatore”.

Almeyda, calciatore, allenatore e persona eccezionale

E’ il 26 giugno del 2011.
E’ il  giorno più nefasto nei 110 anni di storia del Club della “Banda”.

Il pareggio (1 a 1) di quel pomeriggio al Monumental contro il Belgrano significa per il River Plate la retrocessione nel “Nacional B”, la serie cadetta del calcio argentino.
Qualcosa di impensabile per un Club con la tradizione, il seguito e i successi del River.
Matias Almeyda, squalificato per aver ricevuto la 5a ammonizione nella partita di andata di questa finale “play-out” persa dal River per 0 a 2, assiste inerme da bordo campo a quell’imprevedibile e devastante tracollo.
“El Pelado” ha già comunicato da diverso tempo al suo Presidente Daniel Passarella che quella sarebbe stata la sua ultima stagione in pantaloncini corti.
Ha quasi 38 anni e di chilometri in una “cancha” ne ha percorsi davvero tanti.
Matias Almeyda è il River Plate.
E’ il giocatore simbolo, il più rappresentativo, il più carismatico e secondo praticamente tutti, tifosi e addetti ai lavori, è ancora il più forte, il più resistente e soprattutto è sempre l’ultimo a “mollare”.
Con i “Millionarios” Almeyda ha fatto tutto il percorso nelle giovanili.
Da quando, a 15 anni, lasciò la sua famiglia ad Azul, 300 chilometri a sud di Buenos Aires, per fare il calciatore.
Nel River ha esordito in prima squadra nel febbraio del 1992, a 18 anni e con “La Banda” ha giocato fino al 1996 per poi trasferirsi in Europa e diventare uno dei centrocampisti difensivi più forti del pianeta.
Nel “suo” River Matias ci torna nell’agosto del 2009, quando di anni ne ha già quasi 36 e soprattutto dopo che per quasi 4 anni non ha più giocato a calcio in squadre professionistiche.

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Sono stati 4 anni terribili per Matias ha dovuto combattere contro un forte stato depressivo e problemi di dipendenza dall’alcol.
In quei 4 anni si accorge che il calcio gli manca molto più di quanto potesse immaginare e quando arriva la proposta di Enzo Francescoli, Direttore Sportivo del River, di tornare a giocare a calcio nel suo adorato Club, Matias Almeyda rinasce.
Molti, quasi tutti, lo interpretano come il gesto di una grande società che tende la mano ad uno dei suoi figli prediletti che sta attraversando un momento di grande difficoltà personale.
Sarà per molti, quasi tutti, un grande equivoco.
Matias Almeyda è ancora un fantastico calciatore di futbol e sarà determinante nel riportare il River Plate in posizioni di prestigio del calcio argentino grazie alle sue doti di leadership, di corsa e di intelligenza tattica.

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Oggi però, in questo tragico 26 giugno, Matias non è in campo.
Doveva essere la sua ultima partita con il River.

Invece è solo uno spettatore, un hincha in più che sta soffrendo per una retrocessione che si è trasformata da incubo delle settimane precedenti in una spietata realtà.
A fine partita ci sarà tanta rabbia e purtroppo anche tanta violenza di una parte dei sostenitori del River che semplicemente non riescono ad elaborare questo dolore enorme.
Il senso di colpa che attanaglia il Presidente Passarella, la dirigenza, lo staff tecnico e tutta la rosa è un macigno pesantissimo da portare.
La storia li ricorderà in eterno per essere “quelli che sono retrocessi con il River”.
Un marchio a fuoco sulla loro pelle, sulle loro carriere e sulle loro vite.
Matias Almeyda passerà quella notte a piangere “come non avevo mai fatto in vita mia per una partita di calcio” dirà in seguito.
Solo che Matias Almeyda è un guerriero.
E’ un lottatore indomito.
E’ un leone.
“11 ALMEYDA” c’era scritto su uno striscione nella curva nord dell’Olimpico, quella dei tifosi della Lazio che hanno potuto vedere probabilmente la migliore versione di Matias calciatore.
La mattina dopo il dolore si è già trasformato in qualcosa di diverso.
E’ diventata “sete di rivincita”.
Due mesi prima, quando Matias aveva comunicato a Passarella la sua decisione di smettere con il calcio, “El Caudillo”, che avrà tanti difetti ma è un uomo intelligente che conosce il calcio e conosce il River Plate gli aveva risposto così “Pela, io se fossi in te giocherei almeno un altro semestre. Ma se davvero vuoi smettere io voglio te sulla panchina del nostro “querido” River”.

Matias Almeyda si ricorda di quella conversazione.
Prende in mano il telefono.
Sa che le cose sono cambiate e sa benissimo che è una follia, un’autentica follia prendere in mano il River in un momento del genere.
“Daniel, se tu non hai intenzione di mollare sappi che non ce l’ho di certo io”.
Queste sono le parole di Matias in quella telefonata al suo presidente.
A Daniel Passarella non sembra vero.
Matias Almeyda, l’uomo più amato da tutto il popolo del River, è disposto a sedersi sulla panchina dei Millionarios.
Con tutto da perdere e nulla, ma veramente nulla da guadagnare.
Matias ha infatti una sola possibilità: riportare il River nella massima divisione argentina.
Qualunque altro risultato sarebbe inaccettabile.
Un’autentica catastrofe, identica, se non peggiore, a quella di essere retrocessi.
Solo che Matias Almeyda quella sfida l’accetta.
Per amore del River certo.
Ma anche e soprattutto perché Matias Almeyda, come dicono da quelle parti, “tiene dos huevos asi !”.




Sarà un anno difficilissimo, lunghissimo, faticoso e stressante.
In giro per la Provincia argentina contro piccoli Club che contro il River giocano “la partita della vita”, con calciatori che contro i “Millionarios” sputano anche l’anima in campo consci che una “vetrina” così probabilmente non capiterà più.
Ci saranno momenti duri, attanagliati dalla paura di non farcela.
Anche la panchina di Almeyda ad un certo punto della stagione sembra essere assai traballante.
Ci penserà il bomber Cavenaghi a fare da portavoce per tutta la squadra “schiarendo” definitivamente l’aria.
“Se mandate via Almeyda ce ne andiamo anche noi” questo è quello che si sentiranno dire Daniel Passarella e la dirigenza del River.
Ed esattamente 362 giorni dopo, il 23 giugno del 2012, grazie alla doppietta di David Trezeguet contro l’Almirante Brown il River Plate, il River tornerà nella massima serie del calcio argentino.
Matias Almeyda, il condottiero che aveva tutto da perdere e nulla da guadagnare, ce l’ha fatta.

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EPILOGO 

Mancano poche ore alla partita che potrebbe sancire il ritorno del RIVER PLATE nella massima serie del calcio argentino, quella che i Millionarios giocheranno contro l’Almirante Brown al Monumental.
A Matias Almeyda arriva questo messaggio.

Manca davvero poco alla tua gran finale contro l’Almirante Brown e io ho appena chiesto a Dio di aiutare il River a vincere questa partita.
Forse non mi crederai.
Però è esattamente quello che ho fatto.
Parliamoci chiaro.
Se tu non fossi l’allenatore del River Plate non glielo avrei mai chiesto.
Anzi.
Invece di guardare la partita del River domani metterei nel videoregistratore un vecchio film in bianco e nero e non me ne fregherebbe nulla di quello che succede nella cancha del Monumental.
Solo che io sono totalmente dalla tua parte e spero con tutto il cuore che tu ce la faccia amico mio.
Ma comunque vada ti voglio dire una cosa: tu devi essere sereno.
Perché una partita o un campionato non possono cambiare nulla di quello che sei tu come persona.
“Pela” tu sai quanto ti ammiro e quanto ti voglio bene.
Ti ho conosciuto davvero solo pochi anni fa ma quello che ho capito di te mi ha colpito in maniera incredibile.
Persone come te stanno scomparendo dalla faccia della terra.
Persona che hanno una parola sola, una faccia sola.
Persone che danno valore alla verità … e all’amicizia.
Ti auguro il meglio “Pelado”.
Dal profondo del cuore e credimi … mai e poi mai avrei immaginato di chiedere a Dio di aiutare il RIVER PLATE !!!
E’ completamente folle se ci penso.
… e se questo è successo il merito è tuo, soltanto tuo, querido Pelado”. 



Firmato: DIEGO ARMANDO MARADONA.


Postilla
Matias Almeyda, dopo essere stato uno dei più grandi centrocampisti del calcio mondiale è ora uno dei migliori allenatori in circolazione.

Il suo curriculum è eccellente.
In tutte le squadre dove ha allenato ha lasciato il segno per la professionalità, per la proposta di gioco e per gli eccellenti risultati.
Il suo futuro sarà presto qui da noi, in Europa, in una importante realtà calcistica.
E’ solo questione di tempo prima che accada.
Pochissimo tempo.
“Garra, calcio offensivo e risultati”.
Queste le garanzie del “Pelado”.
… resta solo da vedere chi sarà il primo e più lungimirante Club del vecchio continente a pensare a lui …


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Un ringraziamento speciale alla rivista “El Grafico”, al bellissimo sito revistauncanio e alla meravigliosa biografia su Matias Almeyda scritta dal bravissimo Diego Borinsky, tutte fonti dalle quali ho attinto a piene mani per questo pezzo su Matias Almeyda, calciatore, allenatore e persona che personalmente apprezzo davvero tantissimo.

Hoddle, le due facce di un genio

Per la prima volta, a sette anni dal mio esordio in Nazionale, mi sento finalmente un giocatore importante.
Ai Mondiali di calcio c’ero anche quattro anni fa ma tranne una partita con il Kuwait (che non contava nulla perché eravamo già qualificati) ho sempre dovuto sedermi in panchina.
Ron Greenwood nel settore nevralgico del gioco preferiva Bryan Robson e Ray Wilkins, la coppia di centrocampisti centrali del Manchester United e come prima alternativa aveva Trevor Brooking, l’esperto regista del West Ham.
Poi sulla panchina inglese è arrivato Bobby Robson.
Anche se all’inizio ha continuato a preferirmi Robson e Wilkins sapevo che la sua idea di calcio, così meravigliosamente espressa dall’Ipswich Town per tanti anni, poteva essere perfetta per il sottoscritto.
Un centrocampo dove la tecnica contava più della corsa, la capacità nei passaggi più della bravura nei tackles e la creatività più della forza fisica.
C’è voluto un po’ di tempo e c’è voluto soprattutto una cocente sconfitta a Wembley con la Danimarca che ci ha impedito di giocare i Campionati Europei in Francia del 1984.
Ma dalla partita con l’Ungheria in poi sono entrato stabilmente in squadra e non ne sono più uscito.
Alla faccia di quegli “esperti” nei media britannici che confondono ancora il calcio con il rugby.
Ora finalmente sento che non ho bisogno di fare cose speciali ogni volta che scendo in campo con la maglia dei Tre leoni.
E’ stato così per anni.
Fin dall’esordio a Wembley, in una partita valida per le qualificazioni agli Europei italiani contro la Bulgaria.
Eravamo nel novembre del 1979.
Avevo solo 22 anni ma da nel mio Totthenam ero titolare inamovibile da più di tre stagioni.
Quella sera giocai una buona partita, niente che non facessi settimana dopo settimana con i miei adorati Spurs … ma poi feci questo.


Sembrava l’inizio di una lunga carriera nella Nazionale del mio paese.
In realtà la mia “luna di miele” durò un pugno di partite prima che i miei detrattori iniziarono a definirmi “un lusso che la Nazionale inglese non può permettersi”.
… come se “saper giocare a calcio” sia un “lusso” …
Da quel momento, fino all’avvento di Bobby Robson, è stato un continuo “dentro e fuori”.
Indispensabile quando non giocavo e l’Inghilterra perdeva e “un inutile soprammobile” quando invece giocavo e non vincevamo !
Domani inizierà un nuovo Campionato del Mondo.
Ci sono ancora Bryan Robson e Ray Wilkins.
Ma stavolta ci sono anch’io.
E non importa se dovrò giocare un po’ spostato sulla destra invece che al centro del campo.
Sto aspettando questo giorno da una vita.
A 29 anni so bene che difficilmente ci sarà un’altra occasione.
… Ma è ora che il mondo sappia chi è davvero Glenn Hoddle …



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L’avvio di quel Mondiale messicano del 1986 non sarà esattamente come nelle speranze di Hoddle.
Una sconfitta all’esordio contro il Portogallo ed uno scialbo pareggio a reti bianche contro il Marocco mettono l’Inghilterra in una situazione quanto mai complicata.
Bisogna vincere l’ultimo match contro la Polonia.
Nell’incontro con il Marocco però sono successe due cose che si riveleranno fondamentali per le sorti della nazionale inglese e di Glenn Hoddle in particolare.
Accade tutto nel giro di tre minuti scarsi.
Prima si fa male Bryan Robson, capitano e leader del team, e subito dopo Ray Wilkins viene espulso.
I due perni su cui è stato costruito il centrocampo inglese nell’ultimo lustro non saranno disponibili per il decisivo match contro i polacchi.

Hoddle

Bobby Robson a questo punto decide di consegnare a Glenn Hoddle “le chiavi” del centrocampo dei bianchi.
Non più da comprimario quindi, leggermente defilato sulla destra e ai margini del gioco come nelle prima due partite ma impiegato finalmente come nel suo Totthenam: da regista e leader assoluto del centrocampo.
Al suo fianco viene inserito l’esperto Peter Reid dell’Everton, centrocampista di grande intelligenza tattica e predisposto come pochi al sacrificio.
Con il “grigio crinito” mediano dell’Everton che “porta la croce” Glenn può finalmente dedicarsi a quello che sa fare meglio: “cantare”, per se stesso e per tutto il team.
L’Inghilterra annichilisce la Polonia per reti a zero.
Gary Lineker, autore della tripletta, sembra un altro giocatore imbeccato dai lanci millimetrici di Hoddle, che sa “leggere” alla perfezione i suoi movimenti in profondità a dettare il passaggio.
Negli ottavi di finale tocca al Paraguay ma non ce n’è più per nessuno.
L’Inghilterra gioca un grande calcio e Hoddle disputa una partita sontuosa.
I suoi passaggi filtranti, i suoi cambi di gioco, la sua tecnica sopraffina e quella capacità davvero rara di calciare alla perfezione con entrambi i piedi gli regalano finalmente la vetrina che merita.
Nei quarti di finale finirà l’avventura degli inglesi, sconfitti da un furbo fenomeno come Diego Armando Maradona, dal suo sinistro e da una mano galeotta.
Glenn Hoddle entrerà praticamente in tutte gli “11 ideali” degli addetti ai lavori di quel mondiale e soprattutto ora sono in tanti ad aver conosciuto e apprezzato le doti di questo grande talento … che in fondo ha avuto solo una grande maledizione: essere nato troppo in anticipo rispetto al suo tempo.
Si, perché ora, uno come Glenn Hoddle, sarebbe un fenomeno assoluto del calcio mondiale.

Hoddle

Glenn Hoddle nasce ad Hayes, nel Middlesex il 27 ottobre 1957,
Si trasferisce da piccolissimo nell’Essex ed è lì che a soli 7 anni, sviluppa già un talento incredibile per il calcio. A scuola gioca già con la selezione Under-11 anche se ha 4 anni in meno di quasi tutti i suoi compagni di squadra. E’ più o meno in quel periodo che s’innamora degl Spurs, pare durante una partita del campionato riserve.
Quando nella sua scuola vengono invitati due ex-glorie del Totthenam per la premiazione di un torneo scolastico, Martin Chivers e Ray Evans non possono fare a meno di ammirare il talento dell’ormai undicenne Hoddle.
Glenn viene invitato ad allenarsi con le giovanili del club.
Pare che bastino poche settimane per convincere i Responsabili del Settore Giovanile a mettere sotto contratto come “apprendista” il giovane Glenn.
La sua rapida crescita fisica gli provoca diversi problemi alle articolazioni e per un po’ i problemi fisici ne limitano lo sviluppo tecnico … ma è solo questione di tempo.
Hoddle brucia le tappe e il 21 febbraio del 1976, a soli diciotto anni, fa il suo esordio dal primo minuto in First Division, contro lo Stoke City la cui porta è difesa dalla gloria nazionale Peter Shilton.

L’anno successivo gli Spurs retrocederanno dalla First Division ma nonostante siano in tanti a richiedere le sue prestazioni Glenn rimane fedele ai suoi adorati colori.
Il ritorno in First Division è immediato.
Dopo un ulteriore anno di crescita è nella stagione 1979-1980 che Hoddle mostra finalmente appieno le sue incredibili doti.
Non solo dirige con la sua classe immensa il centrocampo del Totthenam ma la sua fantastica abilità al tiro, in azione e su calcio piazzato, faranno si che a fine stagione saranno ben 22 le sue reti … cifra che moltissimi attaccanti puri firmerebbero tranquillamente !
Saranno anni d’oro per il Totthenam che anche se non riuscirà mai ad arrivare ai vertici della First Division nelle competizioni ad eliminazione diretta otterrà risultati eccezionali come le due FA CUP consecutive nel 1981 e nel 1982 o la brillantissima prestazione nella Coppa Uefa della stagione 1983-1984 che vedrà trionfare gli Spurs nella doppia finale contro i temibili belgi dell’Anderlecht di Morten Olsen, di Enzo Scifo e di Georges Grun.
Dopo i Mondiali in Messico del 1986 le richieste dal continente per Glenn si moltiplicano.
Hoddle chiude la sua carriera agli Spurs con un’altra finale di FA CUP, questa volta uscendo sconfitto dal sorprendente Coventry.
Ad attenderlo ci sono i francesi del Monaco di un giovane e rivoluzionario manager che si chiama Arsen Wenger. Con lui arriva dal Milan il connazionale Mark Hateley e al Monaco troveranno tra gli altri calciatori di livello assoluto come i nazionali francesi Ettori, Battiston e Amoros … mentre l’anno successivo si unirà a loro un giovane attaccante liberiano di cui si raccontano meraviglie che si chiama Georges Weah.
Per Hoddle e il Monaco c’è subito la conquista del titolo e Hoddle è il riconosciuto protagonista principale e leader assoluto della squadra.
Wenger lo esime da tutti i compiti difensivi e lo lascia libero di muoversi e creare nella metà campo avversaria.
Il portiere Jean-Luc Ettori dirà di lui “Per noi Glenn è Dio. Non c’è altro da aggiungere”.

Hoddle

Hoddle nelle sue prime due stagioni al Monaco segnerà 29 reti in 84 partite prima che un brutto infortunio al ginocchio da cui fatica a riprendersi convincerà il Monaco e lo stesso Glenn ad arrivare ad una risoluzione consensuale.
Rimane oltre un anno senza riuscire a tornare in campo.
A 33 anni non è facile accettarlo.
Non è più un calciatore ed è obiettivamente troppo giovane per una panchina importante.

L’unica offerta concreta arriva dallo Swindon Town, squadra in gravi difficoltà finanziarie che proprio a causa di poco trasparenti operazioni economiche si è vista prima strappare una First Division conquistata sul campo e poi dover sopportare una autentica emorragia dei propri migliori calciatori.
Quando Glenn arriva al Club la situazione è davvero drammatica.
In pochi mesi si è passati da una First Division raggiunta per meriti sportivi e poi negata ad una quasi certa retrocessione nella Terza serie del calcio inglese.
Hoddle, che si è comunque tesserato come “player-manager”, non si dà per vinto.
Con una autentica impresa salva i Robins dalla retrocessione e nella stagione successiva sfiora addirittura i play-offs. Nel frattempo il ginocchio ha iniziato a fare giudizio e sono sempre più frequenti i match in cui Glenn “si mette in campo”. E’ un uomo intelligente, lo è sempre stato.
Sa che in mezzo al campo non ha più la possibilità di imporsi. Ritmi troppo alti e scontri fisici troppo cruenti per il suo ginocchio.
E così s’inventa come “libero” in una difesa a tre, qualcosa di assai poco comune nel calcio inglese anche se sperimentato con successo a livello di Nazionale da Bobby Robson (toh, guarda chi si rivede !) ai Mondiali in Italia del 1990.
Nella stagione successiva però la qualificazione per i play-offs arriva davvero e nella finale di Wembley del 31 maggio del 1993.
Glenn è in campo con il numero 4.

Pochi giorni dopo aver portato lo Swindon in First Division Glenn Hoddle accetterà l’offerta del Chelsea, anche qui mantenendo lo status di allenatore-giocatore.
I suoi tre anni al Chelsea confermeranno appieno le sue grandi doti di manager anche se non tutti apprezzano i suoi modi spesso sprezzanti e arroganti.
Nel maggio del 1996, a 39 anni, arriva la panchina più importante nella carriera di qualunque allenatore inglese: è la Nazionale dei 3 leoni che lo vuole al comando delle operazioni per raggiungere le finali del Campionato del Mondo di Francia del 1998.
Lo farà alla grande, conquistando il primo posto nel girone di qualificazione e costringendo l’Italia al play-offs con la Russia.
Ma questa, come direbbe il grande Carlo Lucarelli, è un’altra storia … 

Hoddle

Nell’ottobre del 2018, esattamente il giorno del suo 61mo compleanno, mentre si trova negli studi della BT Sport, Glenn Hoddle ha un attacco cardiaco.
Solo il prontissimo intervento di Simon Daniels, uno dei fonici dello staff, evita il peggio.
Hoddle viene ricoverato in gravi condizioni ma dopo pochi giorni viene considerato fuori pericolo.
… e per quanto controversa possa essere la sua figura una cosa è certa: di talenti del genere in Inghilterra ne sono nati proprio pochi …

ANEDOTTI E CURIOSITA’

Durante il suo soggiorno in Francia con il Monaco dove vinse il campionato nella sua prima stagione ed eletto miglior calciatore della stagione, furono davvero in tanti a celebrare il suo grande talento.
Significative le parole del compagno di squadra Patrick Battiston all’epoca terzino del Monaco e della Nazionale francese. “Non fatemi scegliere tra Michel Platini e Glenn Hoddle … perché non saprei davvero dirvi chi dei due è più bravo”.

Lo stesso Michel Platini, parlando di Hoddle disse che “se fosse nato in Francia in Nazionale avrebbe giocato almeno 150 partite !”

Arsene Wenger si spinge ancora più in là.
“E’ il calciatore tecnicamente più forte che io abbia mai allenato. Controllo di palla sublime, visione di gioco e una capacità di calciare alla stessa maniera con entrambi i piedi che non ho mai più visto né prima né dopo di lui” … e qualcuno bravino Wenger lo ha allenato … 

Non tutti però sono stati ferventi ammiratori di Hoddle. Tommy Smith, il forte e durissimo difensore del Liverpool, ha sempre criticato duramente la scarsa propensione di Glenn Hoddle allo scontro fisico e alla sua totale mancanza di “cuore” e di … attributi !
“Per quanto mi riguarda per me potete chiamarlo “GLENDA !” fu la spietata sentenza di “Iron Man” Smith.

Infine le parole di uno dei suoi più grandi estimatori, Brian Clough, il più grande allenatore inglese di sempre.
“Se fossi io il manager dell’Inghilterra costruirei la squadra attorno a lui. Un genio come Hoddle non possiamo permetterci di sprecarlo”
 disse il grande manager di Nottingham Forest e Derby County aggiungendo poi un chiaro messaggio ai detrattori dell’elegante regista degli Spurs. “Dite che Hoddle non ha coraggio ? Ma avete idea di che coraggio ci voglia per giocare come gioca Hoddle ? Lui si assume responsabilità con il pallone, sempre, in ogni momento del match. Questa è la differenza tra lui e tutti gli altri.”

… e sono in molti a chiedersi COSA sarebbe stata una Nazionale inglese con Brian Clough in panchina e Glenn Hoddle in cabina di regia …

Di Bartolomei, un campione troppo buono

Si sono tutti dimenticati di me.
Tutti.
Anche quelli che credevo amici.
Anzi, soprattutto quelli che credevo amici.
Adesso sono qua, solo.
A contemplare un futuro dove il calcio, quel calcio a cui ho dato tutto me stesso per più di vent’anni, non vuole proprio saperne di “tenermi dentro”, di darmi la possibilità di insegnare e di condividere quello che ho imparato in tutti questi anni.
Io che ci mettevo l’anima in ogni partita e in ogni allenamento, che ascoltavo ogni singola parola dei miei allenatori e che cercavo di applicare poi in campo, provando e riprovando fino a quando quelle cose non mi riuscivano alla perfezione.
Conoscevo i miei limiti, li ho sempre conosciuti.
Non ero esattamente un fulmine di guerra ma sapevo che con l’applicazione, con la concentrazione e con la dedizione potevo compensare questo mio difetto.
Posso dire di avercela fatta e non solo per quell’indimenticabile giorno di maggio al Marassi di Genoa quando riportammo lo scudetto a Roma.
 
Di Bartolomei, 25 anni fa quel maledetto 30 maggio
 
Ho una famiglia meravigliosa.
Per amore loro e della mia splendida Marisa siamo venuti tutti qui, a Castellabate a vivere nella nostra bella casa dove ci ho messo tanti dei risparmi di 18 anni da professionista nel calcio.
Ma, come si dice, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.
Forse qualcuno lo ha interpretato come il mio ritiro dorato, quello dove veder crescere i miei figli e invecchiare, aspettando magari dei nipoti.
Ma non è affatto questa la mia intenzione.
Amo il calcio e il calcio è l’unica cosa che conosco.
Il mio amico Bruno (lui si che c’è sempre) me lo ripete spesso.
“Ago, tu sei troppo buono ed educato. Quelli in giacca e cravatta del mondo del calcio quando non gli servi più ti mettono da parte come un paio di scarpe vecchie. E se non gli rompi i coglioni un giorno si e l’altro pure quelli si dimenticano presto di te !”.
Io lo so che Bruno, il mio amico Bruno, ha perfettamente ragione.
Solo che io non ne sono capace.
Non sono mai stato bravo con le parole e non sono mai stato capace di “lisciare” presidenti, dirigenti, procuratori e quella pletora di faccendieri che sono sbucati come funghi negli ultimi anni in cui ho giocato a calcio.
Io ho sempre fatto “parlare” le mie gambe e la mia testa.
Per me ha sempre “parlato” il mio comportamento, la mia serietà professionale, la mia onestà …
Non ce la faccio proprio ad elemosinare un posto nei quadri dirigenziali o nel settore giovanile di un Club.
Tutti sanno chi sono.
Io, Agostino Di Bartolomei, se prendo un impegno vado anche nel fuoco per mantenerlo.
Forse si tratta solo di avere pazienza come mi ripete Bruno continuamente.
Ma il tempo passa e i tutti i miei progetti si stanno sgretolando come castelli di sabbia davanti ai miei occhi.
Mi sento chiuso in un buco.
E il pallone, il mio adorato pallone, è sempre più lontano …
Coppa dei Campioni 1984, Liverpool-Roma,la squadra della Roma schierata prima della partita

Ci sono due “30 maggio” nella storia di Agostino Di Bartolomei.
Il primo è quello del 1984 e per la città di Roma, quella
di fede giallorossa, è il giorno del suo incubo peggiore. In quel 30 maggio del 1984 c’era una Coppa dei Campioni che sembrava essere nel destino di un Club che negli ultimi anni aveva fatto passi da gigante, diventando prima una potenza assoluta del calcio italiano, non senza sofferenze e cocenti delusioni, e che quel giorno si apprestava, anzi DOVEVA coronare quella meravigliosa parabola andandosi a sedere sul tetto d’Europa.
Una finale di Coppa dei Campioni nella propria “arena”, con una città che non aspettava altro che impazzire di gioia.
Invece arrivò un incubo “rosso”, travestito da portiere-clown con due improbabili baffoni che ipnotizzò due dei gladiatori di quella Roma … e spaventando a tal punto il loro “Re” che quel rigore non volle nemmeno tirarlo.
Agostino Di Bartolomei, al rifiuto del Re che veniva dal Brasile, prende in mano il pallone, cuore e testicoli e butta dentro il primo rigore, senza che il portiere-clown dai grandi baffi possa solo pensare di sfiorare quel pallone. L’incubo si concretizzerà in seguito, e il Liverpool di Souness, Kennedy e del portiere-clown Grobbelaar alzerà quel trofeo sotto gli occhi, quasi sicuramente umidi, di giocatori della Roma e di migliaia e migliaia dei suoi appassionati sostenitori.
Sono serate che lasciano il segno, che ti stroncano le gambe e il cuore.
Ci vogliono settimane per rimettersi in sesto.
Poi però arriva la voglia di un’altra stagione, di un’altra avventura e di un altro giro sull’ottovolante perché come di dice Nick Hornby “prima o poi agosto ritorna e tutto ricomincia daccapo”.
Agostino Di Bartolomei non fa eccezione.
C’è un campionato sfuggito per un pelo da rivincere perché c’è un’altra Coppa dei Campioni in cui riprovarci prima che quel ciclo meraviglioso arrivi alla sua fine.
Solo che per Agostino Di Bartolomei non ci sarà una seconda possibilità.
La Roma, con Liedholm in partenza per Milano (sponda rossonera) si affida ad un altro svedese. Un tecnico giovane ma che ha già colto risultati importanti con Goteborg e Benfica.
Si chiama Sven-Goran Eriksson e la sua “idea” di calcio è diametralmente opposta a quella del connazionale svedese che lo ha preceduto.
Pressing, un rigido 4-4-2 con squadra corta e aggressiva.
… l’esatto opposto del gioco ragionato, compassato e basato sul possesso di palla voluto dal Maestro Liedholm.
Di Bartolomei non ha le caratteristiche che Eriksson chiede ai suoi.
Il suo rapporto d’amore con la Roma si interrompe bruscamente.
Alla sua ultima partita in giallorosso, quella vinta con il Verona in finale di Coppa Italia, La Curva Sud gli tributa un messaggio d’affetto inequivocabile: sullo striscione c’è scritto “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva”.
A volere Di Bartolomei a tutti i costi è proprio Liedholm, che a Milano deve ricostruire un Milan che arriva da anni turbolenti e scarsi di soddisfazioni.
Di Bartolomei lascia Roma con la morte nel cuore ma con altrettanta voglia di dimostrare che lui, “Ago”, ha ancora tanto da dare.
Il 14 ottobre del 1984 a San Siro si gioca Milan – Roma.
Il Milan è partito benissimo in campionato. Gli innesti di Hateley, Virdis, Wilkins e dello stesso Di Bartolomei hanno alzato parecchio il tasso tecnico del team.
Quando scocca l’ora di gioco il risultato è ancora sullo 0 a 0.
C’è un appoggio di Wilkins qualche metro fuori dall’area di rigore della Roma.
Toninho Cerezo, il centrocampista brasiliano della Roma, pare in netto vantaggio sulla palla.
Non fa i conti però con l’irruenza e la fisicità di Di Bartolomei che gli strappa letteralmente il pallone dei piedi prima di lanciarsi in percussione verso la porta difesa da Tancredi.
Un tocco di esterno destro per controllare la palla e un altro, sempre con l’esterno del piede destro, per metterla in diagonale in fondo alla rete.
Di Bartolomei corre sotto la curva.
La sua gioia esplode in tutta la sua naturalezza.
“Ci sono ancora ! Non ero da buttare via” è probabilmente solo questo che la sua straripante esultanza vorrebbe significare.
Per i tifosi della Roma questa esultanza è troppa, è esagerata e non è consona all’immagine del “loro” Agostino Di Bartolomei.
Che si sia rotto qualcosa nel rapporto con la Roma e i suoi tifosi se ne ha evidenza  in modo lampante e per certi versi inaspettato qualche mese dopo, il 24 febbraio del 1985.
Per Liedholm c’è un’accoglienza caldissima, ci sono i fiori giallorossi di rito e ci sono i cori.
Per Di Bartolomei solo tanta freddezza.
Non certo quello che si aspettava “Ago” dopo tutti quegli anni in giallorosso.
In fondo cosa ha fatto di male ? Ha celebrato senza ipocrisia un gol per la sua “nuova” squadra contro quella “vecchia” dalla quale, giusto ricordarlo, non è certo stato lui a volersene andare.
Il nervosismo si trascina sul campo.
Il Milan imbriglia la Roma.
Liedholm regala una lezione di tattica al giovane connazionale e Di Bartolomei, schierato sulla linea di difensori, pensa a “fare legna” chiudendo spazi e rubando palloni sulla sua trequarti difensiva.
Il Milan va in vantaggio con Virdis e difende con ordine e determinazione il vantaggio.
Nel finale succede qualcosa che non c’entra proprio nulla con Agostino Di Bartolomei e la sua storia.
“Ago” arriva in ritardo su un pallone e con un robusto tackle manda per le terre Bruno Conti.
Si proprio lui l’amico Bruno.
Tra loro non ci sono problemi ed è tutto finito ancora prima di iniziare.
Ssolo che arriva Ciccio Graziani, entrato nella ripresa e forse con energie ancora in abbondanza da spendere, che aggredisce Di Bartolomei.
In pochi secondi i due si scambiano una gragnola di pugni prima che arrivino i compagni a dividerli.
Non c’è niente di rotto per nessuno dei due … quello che forse si è rotto definitivamente è il rapporto di “Ago” con la sua Roma.

Al Milan Di Bartolomei rimane per tre stagioni. Nell’estate del 1987 al Milan arriva Sacchi. La sua filosofia di calcio non prevede giocatori dalle caratteristiche di Ago che accetta a quel punto l’offerta del Cesena, squadra che si appresta ad affrontare una stagione nella massima serie con un solo obiettivo: la salvezza. Obiettivo che viene raggiunto con estrema facilità.
Il Cesena chiuderà quella stagione con un eccellente 9° posto e Di Bartolomei, oltre a prestazioni di alto livello, farà da “chioccia” a giovani di grande avvenire come Sebastiano Rossi, Lorenzo Minotti e Ruggiero Rizzitelli. 

A 33 anni però Ago sta arrivando al crepuscolo della sua brillante carriera.
Carriera a cui in fondo mancano solo due cose per essere perfetta: quella Coppa dei Campioni sfiorata in quella maledetta notte di fine maggio e una maglia azzurra, anche solo una, che sarebbe l’attestato definitivo e finale alla sua storia professionale.
Arriva però un’ultima sfida.
Molto lontana dai palcoscenici ai quali è abituato Agostino.
E’ la Salernitana, squadra che milita in Serie C, ad offrirgli un nuovo contratto.
Ago sarà l’uomo che dovrà guidare la squadra campana all’assalto verso la promozione alla categoria superiore, che a Salerno manca da oltre vent’anni.
Agostino Di Bartolomei vive questa nuova avventura con il solito grande senso di responsabilità e con la consueta estrema professionalità, pur sapendo che con aspettative così alte nei suoi confronti i rischi sono sempre molto grandi.
Ma quello che accade dopo poche giornate di campionato è totalmente inaspettato e imprevedibile. Antonio Pasinato, l’allenatore dei granata, entra in conflitto con Di Bartolomei decidendo ben presto di prescindere da lui relegandolo il panchina.
Per “Ago” è uno smacco tremendo.
Non è certo questo il finale degno di una carriera come la sua.
I risultati della squadra però sono disastrosi.
Pasinato viene licenziato e con l’arrivo in panchina di Lamberto Leonardi tutto tornerà nella normalità con Agostino capitano e leader del team.
La stagione successiva inizia sotto i migliori auspici.
Il nuovo mister Giancarlo Ansaloni costruisce la squadra intorno a Di Bartolomei e i risultati arrivano immediatamente.
Stavolta la promozione nella serie cadetta non è più un sogno.
Alla penultima di campionato per la Salernitana è in programma la trasferta di Brindisi.
Una vittoria potrebbe significare la tanto agognata promozione.
La vittoria arriva e contemporaneamente i rivali diretti della Casertana perdono a Giarre.
A firmarla, e non poteva essere altrimenti, è proprio lui: Agostino Di Bartolomei con uno dei suoi rinomati tiri da fuori area.
Nella partita successiva contro il Taranto è solo una grande festa per entrambi i team neopromossi in Serie B. A fine partita c’è la classica, festosa invasione di campo.
Il grande e indimenticabile Luigi Necco mette un microfono sotto il naso di Agostino che anche in quei momenti di festa mantiene il suo classico aplomb dichiarando con il suo sorriso dolcissimo e la sua inappuntabile flemma che “Questa è stata la mia ultima partita”.

E così sarà, nonostante un campionato di Serie B da affrontare e nel quale la sua esperienza e la sua leadership sarebbero ancora utilissime.
Da quel giorno felice invece, inizierà una rapida discesa verso quel buco nero nel quale Agostino Di Bartolomei scivolerà, giorno dopo giorno, sempre di più fino ad arrivare al suo  “secondo” maledetto 30 di maggio, quello di dieci anni dopo esatti dopo la serata della finale di Coppa dei Campioni.
E’ il 30 maggio del 1994.
Il giorno in cui Agostino Di Bartolomei prenderà la pistola di casa, acquistata tempo addietro “per proteggere la sua famiglia”, se la punterà al cuore e metterà fine a 39 anni alla sua vita.
Lascerà tutti attoniti e sconvolti, senza fiato e senza risposte.
Solo con tante lacrime da versare per quel ragazzo introverso e profondo, taciturno e sensibile, che il mondo del calcio aveva colpevolmente e troppo in fretta dimenticato.
Lui, che come disse ai microfoni della Domenica Sportiva dopo il suo diverbio con Graziani in quel Roma -Milan “Sono solo un uomo tranquillo. E un bravo ragazzo.”

Hulshoff, centrale del Grande Ajax

Non è stato affatto facile.
Vedere i miei compagni incantare il mondo con il loro gioco e andare addirittura ad un passo dal trionfo nella Campionato del Mondo mi provoca sensazioni contrastanti.
Una gioia immensa per loro, per Wim, per Ruud, per Joahn, per Arie, per Johann e per tutti gli altri.
Molti di loro sono i miei compagni nell’Ajax e insieme abbiamo vinto tre Coppe dei Campioni consecutive.
Sapevo che avrebbero fatto un grande mondiale.
Ma non essere stato lì con loro mi ha fatto male, tanto male.
Molto più del dolore al mio ginocchio malandato che mi ha costretto a rimanere qua ad Amsterdam a seguire il mondiale di calcio in tv.
Ci ho messo tanto tempo a prendere consapevolezza che in mezzo a tutti quei campioni potevo starci anch’io.

Hulshoff

L’autostima non è mai stato il mio forte.
Anzi.
Da ragazzino giocavo in una piccola squadra, lo Zeerbugia.
Il posto giusto per uno come me.
Mi divertivo.
Giocavo da mezzala, facevo la mia parte ma nessuno pretendeva troppo da me.
Qualcuno in quel periodo si mise in testa che potevo ambire a qualcosa di più, che non ero poi così “normale” come pensavo io.
Anche in famiglia mi spinsero a crederci, a provare ad uscire da quel piccolo e confortevole guscio … dove personalmente stavo da Dio !
Mi mandarono ad un provino per l’Ajax.
Me lo dissero il giorno stesso, temendo che se lo avessi saputo prima mi sarei inventato una scusa per non andarci.
Così fui costretto ad accontentarli e mi trovai a giocare una partitella insieme ad altri ragazzi della mia età.
Alcuni di loro erano davvero bravi, rapidi e con grande tecnica.
Io ero già alto e robusto … e tremendamente impacciato.
Feci letteralmente schifo quel giorno.
“Bene” mi dissi “Ora almeno mi lasceranno in pace e potrò tornare con i miei amici nello Zeerbugia”.
Invece l’Ajax mi chiamò.
Cosa abbiano visto in me quel giorno me lo chiedo ancora adesso …
Un anno con le giovanili e poi o il contratto professionistico oppure … tanti saluti !
Continuai a giocare da mezzala ma capivo benissimo da solo che non stavo andando da nessuna parte.
Poi arrivò Rinus Michels.
Era appena diventato l’allenatore della prima squadra.
E mi volle con lui.
… a fare cosa ? mi chiedevo io …
“voglio un difensore possente, forte fisicamente ma che sappia giocare a calcio” mi disse Michels.
“C’è un problema Mister” gli risposi io “Io gioco da centrocampista”
“Fino a ieri. Da oggi non più” fu come Michels chiuse l’argomento.
Mi spiegò molto chiaramente cosa voleva da me e come intendeva far giocare la squadra.
L’anno successivo vincemmo subito il campionato.
Io facevo lo stopper ma non voleva che il mio lavoro iniziasse e finisse con il tentativo di annullare il centravanti avversario.

“Come prendiamo palla noi tu vai avanti, ti avvicini ai centrocampisti così saremo in superiorità numerica in quella zona di campo”.

Era iniziata la RIVOLUZIONE.

Rivoluzione che divenne storia quando all’Ajax arrivò dal Partizan Belgrado Velibor Vasovic.
Rinus Michels si era innamorato di lui vedendolo giocare nella finale della Coppa delle Coppe nel maggio del 1966 che i bianconeri di Belgrado persero 2 a 1 contro il Real Madrid.
Per il grande coach olandese Vasovic, detto” Vasco”, è l’uomo ideale per l’idea di calcio che ha in testa “Il Generale”.
“Quindi dobbiamo prendere un calciatore come lui ?” gli chiesero i dirigenti dell’Ajax.
“No. Non “come” lui. Io voglio proprio “lui” fu la sentenza di Michels.
Con l’arrivo di Vasovic come libero l’Ajax inizia a costruire quell’idea di calcio che rivoluzionerà per sempre questo gioco. Non solo uno dei due centrali, Barry Hulshoff (il primo in piedi a destra, con la barba) o Vasovic, dovrà sempre uscire dal guscio difensivo e unirsi al centrocampo, ma Vasovic sarà chiamato a fare da “inventore” del trappola del fuorigioco, ovvero l’improvviso avanzamento della linea difensiva per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.
Con Hulshoff già davanti a lui e Neeskens pronto a lanciarsi in pressing sugli avversari anche nella loro metà campo, a Vasovic bastava salire repentinamente qualche metro per mettere in fuorigioco gli attaccanti avversari.
Hulshoff con questo sistema si esalta. Adora partecipare alla costruzione del gioco e smette praticamente di fare lo stopper vecchia maniera diventando sempre di più un difensore centrale come vediamo praticamente ad ogni latitudine nel calcio moderno.
E così Vasovic diventa libero davvero … di impostare il gioco, di andare a sostenere il centrocampo e qualche volta di spingersi in attacco anche senza palla, in modo da creare quella superiorità numerica che da sempre è la chimera degli allenatori di calcio.
Tanto ci pensa Hulshoff, che nell’1 contro 1 non teme rivali e che diventa imprescindibile nell’economia del gioco dell’Ajax.
Arriva così il primo trionfo nella Coppa dei Campioni nella finale contro i sorprendenti greci del Panathinaikos che in panchina hanno un mito che di Coppe dei Campioni se ne intende: Ferenc Puskas. E’ un 2 a 0 netto e inappuntabile.
Nella pioggia di quella sera di maggio a Wembley l’Ajax dipinge calcio … sembrano i campi di girasole di Van Gogh … sembra qualcosa di molto simile all’AMORE.

Hulshoff

Ma degli olandesi, nonostante il Feyenoord abbia vinto l’anno prima la Coppa dei Campioni contro il Celtic a San Siro, non si riesce ad immaginare niente di più che una bellissima, abbagliante meteora.
Quello che succede nell’estate di quel 1971 sembra confermare questa ipotesi.
Vasovic, il professore di quell’Ajax, decide, a 32 anni di appendere le scarpe al chiodo e di tornare nella sua Belgrado, nel suo Partizan, ad insegnare calcio.
Ma soprattutto se ne va Rinus Michels, attratto dalle (tante) pesetas dei catalani del Barcellona.
“Abbiamo raggiunto il massimo. Non potremo mai andare più in là di così” dirà l’ex professore di educazione fisica il giorno del suo commiato dai “lancieri”.
Sbagliato.
L’Ajax ha ancora margini di miglioramento.
Lo sa bene Stefan Kovacs, l’allenatore rumeno che si siederà sulla panchina dell’Ajax nelle due successive stagioni. Il “calcio totale” voluto e creato da Michels diventerà un magnifico “disordine organizzato” dove la creatività di giocatori come Cruyff (autentico profeta del team), Haan, Neeskens, Krol, Rep e Keizer innalzerà ulteriormente il livello di una squadra che pare davvero non avere limiti.
Due successive Coppe dei Campioni (la prima in finale contro l’Inter e la seconda a Belgrado contro la Juventus), la Coppa Intercontinentale contro il fenomenale Independiente di Bochini, Bertoni & co. e i trionfi in ambito nazionale dimostreranno inequivocabilmente che Michels aveva torto.
Hushoff con Kovacs farà da stopper, da libero, da regista difensivo e da uomo di riferimento per i calci piazzati vista la sua rinomata abilità nel gioco aereo.
Nel 1973 però anche Kovacs si fa da parte. Lo chiama la nazionale francese che dopo anni di vacche magre vuole tornare ai vertici.
Se ne va anche Cruyff, offeso perché i compagni optano per un altro giocatore (Piet Keizer) come capitano del team. Troppo per l’ego smisurato del fenomeno olandese che lascia l’Ajax per accasarsi al Barcellona dove ritrova il suo mentore Michels riportando immediatamente i “blaugrana” ai vertici della Liga dopo 14 anni di digiuno.
L’Ajax viene affidata a George Knobel che resterà però per una sola stagione e con risultati non certo esaltanti, pagando in maniera importante l’addio di Cruyff.
Hulshoff è sempre uno dei pilastri del team. Anche nella nazionale olandese, in lotta con il fortissimo Belgio di Paul Van Himst per un posto ai mondiali di Germania, Hulshoff è imprescindibile.
Sarà proprio un suo gol ad un minuto dalla fine nell’agonica vittoria in Norvegia (2 a 1) a qualificare di fatto l’Olanda per i Mondiali di Germania del 1974.
Il barbuto difensore olandese è, con Krol e Surbier, un certezza della difesa degli “orange”. Molto più difficile stabilire chi andrà fra i pali e chi farà compagnia ad Hulshoff al centro della difesa.
Il destino, come spesso accade, ha altri progetti.
In una partita di campionato contro il NEC Hulshoff si romperà i legamenti di un ginocchio.
Michels, che a furor di popolo viene messo sulla panchina dell’Olanda poche settimane prima dell’inizio dei Mondiali s’inventa Arie Haan, un centrocampista, come libero affiancandogli il giovane e inesperto Rjisbergen, che farà il suo esordio in Nazionale in un’amichevole giocata dall’Olanda meno di due settimana prima dell’inizio del Mondiale.
Per Hulshoff non ci sarà solo la grande delusione di non giocare quei mondiali che consegnarono per sempre gli Orange alla storia del calcio mondiale … ma il grave infortunio subito non gli permetterà di tornare mai più ai suoi livelli abituali. La sua carriera finirà di fatto nel 1977, quando Barry ha solo 31 anni.
In Nazionale non giocherà mai più chiudendo la sua carriera con un pugno di presenze (14) e un numero di reti (6) quasi da attaccante.
Hulshoff, con la sua barba e i suoi capelli lunghi rappresentava meglio di chiunque altro “la Rivoluzione” che il calcio olandese aveva messo in atto in quei primi anni ’70.
Lui, con i calzettoni arrotolati intorno alle caviglie, che calciava con entrambi i piedi, che poteva giocare “corto” o trovare un compagno a 30 metri di distanza e che con i suoi 185 centimetri diventava quasi imbattibile nel gioco aereo … nella sua area e in quella avversaria.
Rivedendo la finale del 1974 ai tanti che lo ricordano viene sempre in mente lo stesso pensiero: ma con tutti quei cross messi in mezzo all’area tedesca vuoi che con Hulshoff in campo almeno uno non sarebbe finito prima  sulla sua testa e poi il fondo della rete di Sepp Majer ?
Beh, chi scrive è uno di quelli …

Hulshoff

ANEDDOTI E CURIOSITA’

Hulshoff come detto aveva un grande problema di autostima. Si racconta che ad un certo punto Rinus Michels non sapesse più come fare a motivarlo ad alzare il livello della sua ambizione e a togliergli quell’insicurezza di fondo che pareva non volerlo abbandonare. Decise così di affrontare il proprio difensore in maniere energica “Barry, per le prossime tre partite starai fuori !” gli urla Michels.
Che si aspetta a questo punto una reazione d’orgoglio da Hulshoff.
Reazione che non arriverà mai.
Hulshoff attende pazientemente in panchina per poi tornare regolarmente in campo al termine della scadenza voluta da Michels.

L’esordio internazionale di Hulshoff avviene nella famosissima sfida con il Liverpool di Billy Shankly. Siamo nel 1966 e i Reds sono un grande team. All’andata, nella nebbia di Amsterdam, i “lancieri” dell’Ajax demoliscono Roger Hunt e compagni con un clamoroso 5 a 1. Al termine della prima frazione l’Ajax è in vantaggio per 4 reti a 0. C’è una nebbia intensa che avvolge Amsterdam e purtroppo pochi riescono a vedere quell’autentico spettacolo del primo grande Ajax della storia.
Il ventenne Hulshoff non giocherà quel match ma sarà buttato nella mischia nella partita di ritorno all’Anfield Road. Dovrebbe essere poco più di una formalità dopo il risultato dell’andata.
Ma Shankly carica come solo lui sa fare i Reds e promette che “all’andata hanno avuto tanta fortuna ma qui all’Anfield li distruggeremo. Non ci sarà partita e segneremo molti più gol dei 4 che ci servono per passare il turno”.
L’avvio del Liverpool è veemente. Due volte tremano i pali della porta olandese ma l’Ajax si difende con ordine e quando Cruyff ad inizio ripresa porterà in vantaggio i “lancieri” per il Liverpool si chiuderà definitivamente ogni possibilità di rimonta. Il 2 a 2 finale dimostrerà in maniera inequivocabile che una grande squadra stava arrivando sul palcoscenico del grande calcio internazionale.
Hulshoff giocherà da terzino destro, al posto dell’infortunato Suurbier, cavandosela egregiamente contro la fortissima ala del Liverpool Peter Thompson.
Ma, per sua stessa ammissione, sarà un altro il ricordo indelebile di quella notte all’Anfield. “Il calore del pubblico. Non ho mai più giocato in una atmosfera simile. Sembrava una marea umana, che cantava e si muoveva come un unico corpo. Anche quando le sorti del match per il Liverpool si erano compromesse i tifosi dei Reds non hanno smesso di incitare la loro squadra per un solo minuto.”

Nel 2000 arriva per Barry Hulshoff il momento più difficile: l’adorata moglie Hilda, sposata oltre trent’anni prima, si spegne a causa di un tumore allo stomaco. Il calcio perde d’importanza e Hulshoff, che nel frattempo ha intrapreso la carriera di allenatore, decide di fermarsi. Riprende un anno dopo, guidando i belgi del Malines, prima di rientrare nei ranghi dell’Ajax, fortemente voluto dall’amico Johann Cruyff.

Nel periodo di Hulshoff all’Ajax gli stipendi erano ben lontani dalle cifre attuali. E anche dopo i successi europei c’era bisogno di arrotondare con altre attività. Una di queste erano rappresentate dalle offerte delle varie aziende per apparire in pubblicità. Anche ad Hulshoff si presenta questa occasione. E’ una ditta di cibo per cani, la famosa “Chappi” ad offrire un ingaggio a Hulshoff. L’idea è di riprendere Buddha, il cane di Hulshoff, mentre insieme al suo padrone corrono su spiagge e boschi dopo che il cane ha mangiato con gusto una scatoletta del prodotto.
Hulshoff accetta … ma solo dopo aver avuto la certezza che il prodotto piacesse davvero al suo adorato Buddha !

Maa…Che cos’è il calcio???

Oggi è una giornata molto particolare per il calcio italiano. Non è certo difficile imbattersi in vignette, articoli, pensieri sulla partita di Champions di ieri che ha visto la nostra Juventus, per molti la favorita, uscire malamente sconfitta dal campo e vedere abbandonato e rinviato il sogno per il quale avevano tanto investito in estate.

Sicuramente i veri appassionati di calcio avranno faticato a spegnere il televisore per andare a dormire, caricati di incredibile adrenalina dalla performance della nuova star europea che ha “tinto” il calcio di colori dolci e romantici: l’Ajax.

Il nostro Blog non si prefissa l’obiettivo di volersi sostituire ad esperti tecnici o analisti, inutile precisarlo; la riflessione di oggi vuole assumere un tono “da bar sport”, per parlare in amicizia con tutti i nostri seguaci come se fossimo davanti ad una birretta seduti ad un tavolino.

Quando ieri mattina ho telefonato al caro amico Paolo, la prima cosa che mi ha detto è stata “LA JUVE NON L’HA MAI VISTA”. Come già detto, la nostra analisi al telefono non verrà trasmessa a SKY CALCIO SHOW, ma questa semplicissima frase mi ha fornito lo spunto per una riflessione da condividere appunto con tutti voi.

Vedere questa partita ha sicuramente dato a tutti una sensazione di rivoluzione, di un qualcosa di nuovo e di incredibilmente bello; una squadra giovanissima, che si diverte, corre, fa girare il pallone ad incredibile velocità e arriva davanti alla porta infinite volte a partite…spesso rischiando di sbagliare troppo e complicare il risultato. Una squadra che ti causa un brivido continuo e, come all’andata, magari va pure in svantaggio e quando sembra spacciata decide di schiacciare sull’acceleratore e ribaltare tutto. Sulla carta, un Davide contro Golia.

La diversa forza economica in campo martedì

Ciò che va messo in evidenza, è sicuramente il fatto che per arrivare a certi risultati occorrono anni di lavoro e una pazza e violenta convinzione nelle proprie idee. Semplicemente, un lavoro costante, ordinato ed “esasperante” che parte dal settore giovanile.

Che l’Ajax sia notoriamente uno dei migliori settori giovanili al mondo è ormai risaputo, ma vedere tanti di questi giovani trionfare nei quarti di champions è pura poesia e un enorme inno al calcio.

Insomma, l’Ajax è sempre stato un modello. A volte ha portato trionfi, a volte non sono arrivati risultati. Ma il modo di impostare il lavoro non è mai cambiato.

E a questo punto…QUAL è il NOSTRO MODELLO? QUAL E’ IL CALCIO CHE CI PIACE?

Un lavoro che metta in primissimo piano i giovani, come ben sappiamo noi addetti ai lavori, è molto delicato. E’ un lavoro fatto di pazienza, di equilibri molto precari e di grande stabilità e fermezza.

Per rispondere alla domanda di poco fa, ne pongo un’altra a tutti quelli interessati a leggere questo articolo: CHE TIPO DI TIFOSO SONO?

Posso amare l’idea di avere la pazienza di aspettare magari interi anni di costruzione per arrivare ad una qualche rivoluzione? Riesco serenamente ad affrontare qualche sconfitta e qualche difficoltà, senza l’esasperazione forzata della vittoria, credendo in questo progetto?

O è più semplice ed emozionante godere ai gol del campione da 100 milioni o alle vittorie portate dalle “follie” dei nuovi sceicchi?

La questione è sempre questa; la domanda può risultare banale, ma è tutt’altro che scontata. Potrebbe essere semplice rispondere adesso dopo il capolavoro di martedì a Torino.

Ma era stato altrettanto molto semplice anche riempire lo stadio e gli store durante i primi giorni in Italia di Cristiano Ronaldo, o accompagnare i figli ad acquistare gli scarpini di Neymar ecc ecc.

La partita di martedì, vedendo tanta gente innamorarsi ancora del calcio di fronte a tanta bellezza, mi ha scatenato questi pensieri. La gente adesso urla il nome Ajax dappertutto, ma siamo realmente sicuri che gli sportivi di oggi potrebbero mai avere la mentalità e la pazienza di diffondere, amare e incoraggiare una mentalità di questo tipo?

Sinceramente, osservando ciò che settimanalmente accade nei campi dei settori giovanili o ascoltando i commenti negli stadi…ho più di un dubbio!!!!

Viaggio a Madrid: il “Wanda Metropolitano”

9 amici che in passato hanno condiviso insieme bellissimi ricordi (soprattutto calcistici), un addio al celibato, una incredibile città…

E’ l’inizio di un bellissimo weekend appena trascorso a Madrid, città oltretutto patria del calcio che conta.

L’ottimo bilancio di questi tre giorni è stato “”offuscato”” da un piccolo ma fastidioso rammarico: quello di non esser riusciti ad assistere dal vivo alla partita di Liga ATLETICO MADRID- CELTA VIGO e la punizione capolavoro del Dio Griezmann.

Il pensiero mi ha innervosito per tutta la serata di sabato, al punto che diventava fondamentale compensare in altra maniera….no, nessun riferimento all’alcool!!!!

Così, nella mattina precedente al ritorno in patria ci ricordiamo di avere qualche ora libere da dedicare a un po’ di “cultura”.

La prima idea era quella di accontentare il nostro compare che reclamava una visita al Bernabeu, essendo l’unico a non aver mai avuto questo privilegio prima.

Dopo un attento confronto tra il gruppetto rimasto, si opta per il nuovissimo Wanda Metropolitano, casa dell’Atletico Madrid, per accontentare tutti.

Partiamo in taxi dal nostro hotel nel centro della città e in circa 15 minuti siamo lì.

Il colpo d’occhio è notevole: un capolavoro, c’è poco da fare. Lo stadio fu inaugurato nel 1994 come impianto per l’atletica, e venne poi ristrutturato una volta acquisito dal Comune di Madrid. Dopo una costosa ristrutturazione, nel settembre 2016 diventa la casa dell’Atletico di Madrid e viene inaugurato alla presenza del Re Felipe VI.

Come vediamo dalle foto, i lavori non sono ancora terminati.

Il meraviglioso primo colpo d’occhio
I lavori nella zona dello stadio
La targa della partita inaugurale in presenza del Re

Una volta davanti allo stadio, acquistiamo i biglietti al prezzo di 18€ l’uno e iniziamo il tour.

Biglietti e cartoline omaggio dei calciatori

Iniziamo il viaggio dall’accesso al palco Vip, e ci imbattiamo in qualche attimo di emozionante batticuore di passione calcistica pura e violenta:

Lo spettacolo del Wanda Metropolitano

Proseguiamo il tour attraversando la zona interviste, e ci buttiamo nella zona di ingresso in campo. Finalmente riusciamo ad entrare: inevitabilmente andiamo a sederci sulla panchina del “Cholo”, godendoci quel rilassante silenzio e provando ad immaginare cosa significhi essere soli su quella panchina sotto 67000 persone…brividi!

Spezzato a fatica l’incantesimo del momento, il percorso del tour ci indirizza verso gli spogliatoi e la sala interviste…praticamente un cinema!

Lo spogliatoio dell’Atletico
La sala stampa

E’ora di uscire, godendoci anche il gentile omaggio di un succo di frutta all’ace, e di buttarci nel minuscolo, quasi insignificante, museo, oltre che nel tradizionale store per acquistare qualche gadget. Molto particolari le targhe sulla pavimentazione in onore dei giocatori della storia dell’Atletico.

Proviamo a prendere la metropolitana per raggiungere l’aeroporto, proprio nella stazione sotto lo stadio. L’organizzazione della metro forse è da rivedere: stadio aeroporto in taxi, scelta che abbiamo poi sposato, 5 minuti. Stadio aeroporto in metro, 1 ora!!!! NON BENISSIMO!

La stazione della Metro proprio sotto lo stadio

Così, da veri malati di calcio, ci godiamo l’esperienza appena vissuta in attesa del rientro in Italia…purtroppo incoscienti del “drammatico” viaggio di ritorno scandito da 3 ore di ritardo e varie turbolenze in volo!

Grazie Madrid, è stato un piacere.

Spero di essere riuscito nell’intento di trasmettermi un pochino di emozione e di “cuore colchoneros”.

CORAJE Y CORAZON

Kempes, il guerriero dal cuore d’oro

E’ il 1971. Mario ha 17 anni, gioca nelle giovanili della sua squadretta locale, il Talleres de Belle Ville. Guadagna qualche pesos come apprendista in una carpenteria ma il suo sogno è il calcio. Dicono che sia bravo, molto bravo. Il suo capo alla carpenteria conosce qualche dirigente dell’Instituto Cordoba, squadra professionistica. Un giorno viene a sapere che all’Instituto fanno un provino per ragazzi della sua età. Prende un autobus, si fa tre ore di strada e si presenta al provino. Il tecnico dell’Instituto che gestisce il provino chiede ai ragazzi di presentarsi. Nome e provenienza. “Carlos Aguilera e sono di Bell Ville”. “Bell Ville ?” chiede il tecnico ? “Conosci per caso un certo Mario Kempes che vive proprio lì ? Al suo Club pensano sia un fenomeno e vogliono una cifra assurda per lui”. “No, non lo conosco risponde Mario. Carlos Aguilera scende in campo, segna due gol in un quarto d’ora. Dopo pochi giorni e altri gol in un torneo locale gli viene offerto un contratto. Mario Kempes alias Carlos Aguilera inizia così la sua carriera professionistica.

L’umiltà è sempre stata prerogativa assoluta di questo ragazzone. Non voleva che la fama lo precedesse. Voleva far vedere cosa sapeva fare senza vantaggi o idee preconcette. Lui che lascerà la maglia numero 10 ai Mondiali di Spagna ad un ragazzino di 21 anni, molto meno umile e modesto di lui. Lui che porterà l’Argentina sul tetto del Mondo nel 1978 con 6 gol nelle ultime 3 partite. Lui che quando gli intitolarono uno stadio (Il Chateau Carreras di Cordoba dal 2010 si chiama “Estadio Mario Kempes) dirà che una targa all’entrata sarebbe stata sufficiente ! Lui che non volle stringerà la mano a Videla, lui che quando alcuni compagni lo ripresero per la sfrontatezza e per quel gesto pericoloso risponderà

“Quell’assassino può uccidere tutti i ragazzini, i dissidenti e i padri di famiglia che vuole, senza che nessuno faccia niente. Ma il capocannoniere dei Mondiali è troppo vigliacco per toccarlo”.

Il padre di Mario Kempes è tedesco. Si trasferisce in Argentina al termine della 2° guerra mondiale. Si chiama Mario Quemp. All’anagrafe, quando arriva in Argentina, gli propongono Mario “Kempes”. Gli piace. Sposa una ragazza di origine italiana Teresa Chiodi e nel 1954, in luglio, nasce Mario Kempes. Il padre gioca a calcio e Mario da sempre respira “cancha”, spogliatoi e partite.

Con l’Instituto fa il suo esordio nel 1973 contro il Newell’s Old Boys. Quattro giorni dopo segna il suo primo gol ufficiale. Lo fa contro una delle grandi del calcio argentino, il River Plate. Con l’Instituto gioca la miseria di 14 partite, segnando 11 reti. E’ troppo forte per quella squadra. Il Rosario Central lo vuole a tutti i costi. Verrà offerto anche al Boca Juniors ma l’ineffabile Armando (“l’amico” di Alberto Tarantini) dirà “giocatori come Kempes ce ne sono almeno 100 in Argentina. Io tutti quei soldi per lui non li spendo”.

Al Rosario Central è da subito devastante. Gioca punta centrale, pur amando partire da lontano. La sua potenza è devastante. Quando parte palla al piede “travolge” letteralmente gli avversari come uno Tsunami … se poi riesce a “liberare” il suo portentoso sinistro allora sono davvero dolori. Gioca talmente bene che il Selezionatore della Nazionale Argentina Vladislao Cap non ci pensa due volte e lo convoca per i Mondiali. Mario non ha ancora 20 anni. Il potenziale è evidente a tutti ma non gioca il Mondiale che tutti si aspettavano. Rientra in Argentina e nel Nacional di quell’anno segna 25 gol in 25 partite.

Al Rosario Central finirà la sua carriera con uno score pazzesco; segna 97 gol in 123 partite ! Nell’estate del 1976 arriva la chiamata dall’Europa; è il Valencia, squadra di primo piano della Liga dove Mario giocherà ben 8 stagioni, lasciando un ricordo indelebile nei tifosi dei bianchi valenciani con i quali conquista una Coppa di Spagna e soprattutto la Coppa delle Coppe nel 1980, vincendo in finale ai calci di rigore contro l’Arsenal (anche se proprio Mario fu l’unico giocatore del Valencia a sbagliare il rigore)

Gioca da assoluto protagonista i mondiali di Argentina dove si distingue già in partenza; è infatti l’unico giocatore tra i 22 di Menotti che giochi all’estero. L’avvio è tutt’altro che esaltante; Mario stenta ad ingranare. All’inizio parte da ala sinistra in un 4-3-3 che prevedeva Luque al centro e René “El Loco” Houseman a destra. Poi l’infortunio di Luque lo riporta al centro dell’attacco. La nuova posizione gli fa trovare il gol contro la Polonia. Luque rientra contro il Perù (nella famosissima partita-scandalo) ma a questo punto Menotti indovina la mossa decisiva; Mario gioca come seconda punta appena dietro Luque, rimanendo così in posizione centrale ma potendo muoversi su tutto il fronte d’attacco e soprattutto partire da lontano, ideale per poter sfruttare al massimo la sua devastante progressione.

In finale è l’assoluto protagonista con la doppietta decisiva. Potenza e astuzia in un connubio perfetto.

Anche ai Mondiali 1982 sarà titolare della Nazionale di Menotti, ma troppi galli nello stesso pollaio e soprattutto troppi giocatori offensivi in una nazionale biancoceleste con un potenziale enorme, forse ancora maggiore di quello di 4 anni prima, ma poco equilibrata.

Non segnerà neppure un gol, mostrando solo a sprazzi la sua classe e potenza. Però con le 5 presenze in questo Mondiale arriverà ad essere, a pari merito con Maradona, il calciatore argentino che più di tutti ha giocato ai Mondiali di calcio; ben 18 presenze.

Nel 1981 il River Plate farà follie per poterselo accaparrare. Gioca due stagioni con i Millionarios … discrete ma nulla più. E quando il peso economico dell’affare diventa insormontabile c’è il ritorno all’amato Valencia ma Mario non tornerà mai più ai suoi livelli abituali, pur non avendo ancora 30 anni. 
Kempes proprio tra il 1976 e il 1980 toccherà i vertici della sua carriera. E se è vero che già a 28-29 anni non era più lo stesso giocatore di pochi anni prima è altrettanto vero che la sua sarà una delle carriere più longeve del calcio. Il suo amore per il calcio e la sua umiltà lo hanno visto calcare i campi di campionati come quello austriaco (con addirittura un paio di stagioni nella serie B di quel paese) per poi concludere la sua carriera calcistica (dopo un breve passaggio in Cile) addirittura in Indonesia, come allenatore-giocatore a 42 anni suonati !

L’amore per il calcio non lo abbandonerà mai. Farà l’allenatore nei posti più impensati, Indonesia, Albania, Bolivia, Venezuela e perfino Italia quando un arrembante e altrettanto poco lungimirante imprenditore lombardo gli dà l’incarico di “Mister” del Fiorenzuola, squadra piacentina che milita in serie C2. La squadra, ricca di giocatori argentini e uruguaiani, ha ambizioni importanti. Ma il progetto abortisce ancor prima di nascere. Da questa tragicomica avventura si ispirerà pochi anni dopo “Sogni di cuoio”, film che racconterà di questa emblematica farsa del mondo del pallone. Kempes si trasferisce nel sud, a Casarano, dove occupa il posto di allenatore per poco più di un mese. Torna in Argentina ma dopo poco decide che la panchina non fa per lui. Diventa commentatore per la ESPN Sudamerica di calcio dove si fa notare per la competenza e lo stile sobrio ed equilibrato.

Qualche anno fa Mario Kempes ha attraversato  il periodo più difficile della sua vita. A settembre del 2014 gli riscontrano gravi problemi cardiaci e viene ricoverato e operato d’urgenza negli Stati Uniti. Il periodo più critico sembra passato, ma i 6 by-pass che gli sono stati applicati limiteranno per sempre la sua vita. Pochi mesi dopo viene pubblicata la sua biografia, “El Matador”, scritta da Federico Chaine.
Di lui, oltre alle cifre, (347 reti in 634 partite) rimarranno l’orgoglio e l’onestà, oltre al ricordo di un giocatore dalla potenza fisica impressionante, dalla capacità di controllo del pallone in velocità come pochi nella storia del calcio … ma soprattutto l’umiltà e la correttezza di un calciatore che in carriera non si è mai visto sventolare nessun cartellino di qualsiasi colore davanti al naso.
E anche questo non è un record da poco.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
I più popolari aneddoti riguardano il look di Kempes. Da sempre “capellone”, da sempre un po’ trasandato e ribelle, al punto da presentarsi alla sua prima importante apparizione televisiva con una semplicissima felpa con stampati sopra tutti i personaggi di “Star Wars” !

Durante i mondiali del 1978 Mario gioca le prime partite con i soliti capelli lunghi ed una barba fluente. Il gol non arriva. Allora Menotti gli dice “Mario, ti ho visto segnare tanti gol in Spagna ma non ti ho mai visto con barba e baffi. Perché non li tagli ?” Kempes, prima della partita con l’Italia, decide di compiere metà dell’operazione; via la barba. Le cose non cambiano, Kempes non segna e addirittura l’Argentina perde contro gli azzurri. Menotti ci riprova “Dai Mario, togli anche quegli (obiettivamente !) inguardabili baffi !”. Il match successivo è contro la Polonia. Mario segna due gol (uno addirittura di testa, tutt’altro che il suo punto forte) e non si fermerà più.

Nell’ottobre del 2001, mentre Kempes è a Fiorenzuola nel tentativo (ahimè abortito) di creare una filiale sudamericana nella provincia piacentina,Passarella è l’allenatore del Parma. Ci sono 40 km a dividerli. Mario chiama Passarella ma “El Caudillo” non si farà mai trovare. Troppo diversi per poter dimenticare che 23 anni prima capitan Passarella è il primo a stringere la mano a Videla e ai suoi colonnelli … Mario l’unico a non stringerla mai.

Finale della Coppa delle Coppe 1980. Arsenal e Valencia sono sullo 0 a 0 anche dopo i supplementari. Si va ai calci di rigore. Il grande Alfredo Di Stefano è il manager dei bianchi spagnoli. “Ragazzi, i rigori li tira chi se la sente e nell’ordine che deciderete voi. L’unica cosa che voglio è che sia Kempes a tirare il primo. Almeno quello ho la certezza che lo realizziamo”. Kempes tira il primo rigore, Jennings, il grande portiere dei Gunners, lo para. Dopo quel rigore andranno al tiro ben 5 giocatori del Valencia. Faranno tutti gol e il Valencia vincerà la coppa delle coppe.

Per i ragazzini sudamericani che non avessero mai visto Kempes in azione la sua voce quantomeno è conosciutissima visto che Mario Kempes è il commentatore ufficiale del gioco per PC FIFA dal 2013 !

“Devo molto di più io all’Argentina che l’Argentina a me. Mettere addosso quella maglia per me rappresenta il massimo della mia carriera di calciatore. Penso più spesso a quello che NON ho fatto nei Mondiali del 1974 e del 1982 che a quello che HO fatto nei Mondiali del 1978.”

Dopo il Valencia in Spagna arriva un’altra offerta per rimanere nella Penisola; quella del piccolo Hercules. Mario ha 30 anni, siamo nel 1984 ma la parabola discendente è già iniziata. Gioca una stagione tribolatissima, tra infortuni e cali di forma. Segna un solo gol in 17 partite … ma è quello decisivo che regala la salvezza dell’Hercules, che vince 1 a 0 nientemeno che al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid.

E’ il 1981. Kempes è tornato in Argentina per giocare nelle file del River. Nasce la sua prima figlia. Mario la chiama Natasha. Il regime glielo impedisce. “Ci spiace ma è un nome russo. Non si può.” Mario chiamerà la sua primogenita Magali. Più in là negli anni arriverà un’altra bimba e stavolta non ci sono restrizioni. Si chiamare Natasha.

Mentre svolgeva il servizio militare Kempes giocava nel Rosario Central. Aveva già la sua folta chioma ma un sergente particolarmente scrupoloso gli impone di tagliarli completamente a zero. Kempes li per li non capisce questo accanimento … lo scoprirà finito il servizio militare. Quel sergente era uno dei capi della tifoseria del Newell’s, i rivali concittadini del Rosario Central !