Parare con la mente – Tesi di Lorenzo Faccini

Interessante tesi del 2016 sullo sviluppo delle abilità psicologiche del portiere. Qui di seguito uno stralcio che rende l’idea del contenuto della tesi scritto direttamente dall’autore Faccini Lorenzo.  

“Ritengo che il saper integrare le competenze di tipo tecnico, atletico e mentale, rappresenti l’elemento di valorizzazione relativamente al ruolo del preparatore dei portieri del futuro.
A supporto di questa mia “sensibilità”, citerò nella tesi alcune ricerche indicative, che ho trovato in letteratura.
In una ricerca del 2006 “ indagine sulle problematiche psicologiche del portiere di calcio “ (VittorioTubi, Francesca De Stefani, Isabella Cro ce) fatta su un campione di portieri di calcio professionisti, il 90 % del campione intervistato, dichiarava utile la necessità di integrare l’allenamento “ tradizionale” tecnico tattico condizionale con quello mentale, e addirittura il 70 % non sapeva de ll’esistenza della preparazione mentale.
In conformità a ciò, ho cercato di ampliare sempre più le mie conoscenze, cercando di applicarle poi all’attività che amo, ossia il calcio e nello specifico l’allenamento dei portieri.
Mi è stato difficile organizzare lo “ scheletro “ della tesi, perché le cose che avrei voluto esporre e trattare sono molteplici e i contenuti infiniti.
in base quindi alla mia esperienza e ai miei fin qui effettuati, ho deciso di strutturare la tesi in quattro parti distinte e allo stesso comunicanti tra di loro.

PRIMA PARTE
Tratta l’evoluzione del ruolo che c’è stata negli ultimi anni identificando, sulla base
degli ultimi dati, analisi e ricerche in merito, le caratteristiche che dovrà avere il portiere del futuro.
Sulla scorta di ciò, sono andato a intercettare i bisogni del portiere moderno, ma anche il suo allenatore specifico, FIGURA SEMPRE più CRUCIALE PER L’EVOLUZIONE PRIMA DELLA PERSONA POI DEL PORTIERE

SECONDA PARTE:
Ho volutamente trattato in maniera sintetica la parte “teorica”, ciò che è presente in letteratura corollato da riferimenti bibliografici, cercando di identificare gli elementi
essenziali a me utili, che ho utilizzato per MOTIVARE poi quello che io ho potuto sperimentare direttamente nel mio modello di allenamento.

TERZA PARTE:
Ho portato sul campo la mia esperienza e il mio modello di allenamento proponendo degli esercizi pratici basati su casi specifici.

QUARTA PARTE:
Ho inserito degli allegati sulla base dei modelli che io utilizzo ossia: Modello apprendimento, questionari conoscitivi, esercizi su comunicazione efficace e
codificazione linguaggio”

Tiro rapido

In questa allenamento gestiamo i giocatori per mandarli al tiro rapido appena se ne presenta l’occasione. 

Tiro rapido

Avremo in campo quattro difensori, due attaccanti e un portiere. I difensori e il portiere devono tenere la palla e gli attaccanti devono fare pressing e portare all’errore i difensori. Se gli attaccanti riescono a conquistare la palla vanno subito al tiro.

Per mantenere l’intensità alta bisogna avere un sacco di palloni a disposizione.

Si cambiano ruolo spesso in modo da rimanere freschi. Le azioni devono essere rapide . Si gioca per 2 minuti massimo. L’attaccante che alla fine ha fatto più goal vince.

E’ importante che il gioco venga mantenuto veloce, come mister possiam dare vincoli adatti a mantenere veloce il gioco e a forzare gli errori dei difensori come giocare a due tocchi, ecc.

È un ottimo esercizio per ragionare sul pressing e sul movimento negli spazi oltre a mettere alla prova il portiere che deve sempre stare pronto al tiro.

Wlodek LUBANSKY

 “E’ la partita più importante di tutta la mia carriera.

Mi correggo.

E’ molto di più.

E’ la partita più importante della storia del mio Paese.

Una vittoria oggi vorrebbe dire avere un piede e mezzo ai prossimi Mondiali di calcio che si disputeranno in Germania Ovest nella prossima estate.

L’anno scorso abbiamo vinto le Olimpiadi.

E’ stato un grandissimo risultato ma le Olimpiadi, nel calcio, sono poco più di un Campionato Europeo per le squadre dell’Est Europa visto che ad Ovest e in Sudamerica non possono mandare le loro rappresentative migliori.

Questo grande trionfo però ci ha sbloccati.

Ci ha regalato quell’autostima che oggi ci fa affrontare qualsiasi avversario senza alcun timore reverenziale.

E’ già qualche anno che le nostre squadre migliori si fanno strada nelle principali competizioni europee per Club.

Tre anni fa con il mio Gornik Zabre siamo arrivati addirittura in finale della Coppa delle Coppe dopo aver eliminato squadroni come gli scozzesi del Glasgow Rangers e gli italiani della Roma, cedendo solo in finale agli inglesi del Manchester City.

Nella stessa stagione il Legia Varsavia (i nostri grandi rivali in Patria) sono arrivati fino alle semifinali della manifestazione più importante, la Coppa dei Campioni, perdendo con gli olandesi del Feyenoord che poi vinsero la manifestazione.

E poi diciamocelo … siamo proprio una bella squadra !

In porta c’è quel matto di Jan Tomaszewski.

Fa paura soltanto a vederlo. Centonovantatre centimetri di muscoli.

Quando esce sui palloni alti vi garantisco che è meglio spostarsi !

Al centro della difesa c’è il mio compagno di squadre Jerzy Gorgon, un altro gigante di un metro e novanta che però ha due piedi squisiti. Spesso è proprio lui ad impostare la nostra manovra.

A centrocampo gioca un genio.

Si chiama Kazimierz Deyna.

Ha una tecnica e una visione di gioco che ha pochi eguali.

Quasi tutte le nostre manovre passano dai suoi piedi.

Ci dipingono come “nemici” e non solo perché siamo i capitani delle due squadre più forti del Paese ma anche perché c’è questa eterna discussione tra chi di noi due è il più forte.

“Che discussione idiota !” ha detto in televisione pochi giorni fa Tomaszewsky.

“Io so solo che siamo fortunati che siano tutti e due polacchi !”.

Grande Jan !

Esattamente quello che pensiamo sia io che Deyna.

In attacco, al mio fianco, ci sono altri due fenomeni: Gregorz Lato e Robert Gadocha.

Il primo è una delle ali più forti e veloci che ci siano in circolazione.

Parte da destra, ma è bravissimo a stringere verso la porta negli spazi che io riesco ad aprirgli con il mio continuo movimento.

Io gioco con il numero 9 sulle spalle ma non mi piace per niente rimanere fermo in area ad aspettare il pallone.

 

Sull’altra fascia c’è il mio compagno del Gornik Gadocha.

Lui è un ala più tradizionale. Gioca quasi sulla linea laterale ma ha una caratteristica molto particolare: pur giocando all’ala sinistra lui è un destro naturale che ama stringere verso il centro del campo.

Tra noi c’è una grande intesa e lui sa perfettamente quando servirmi la palla negli spazi oppure cercare il triangolo per poi andare a concludere.

Oggi pomeriggio saranno in 80 mila i nostri connazionali sugli spalti dello stadio Slaski a Chorzow ad incitarci.

Contro abbiamo una grande squadra.

L’Inghilterra di Sir Alf Ramsey che, anche se è in fase di rinnovamento dopo il titolo mondiale di sette anni fa e il dignitoso mondiale messicano di tre, è sempre una signora squadra.

Abbiamo fiducia, tanta fiducia.

I Mondiali si giocheranno ad un passo da casa nostra.

In quella Germania che i nostri genitori non hanno ancora perdonato dopo quello che ci hanno fatto passare meno di 30 anni fa.

A quel Mondiale vogliamo esserci anche noi.

Oggi pomeriggio possiamo scrivere la storia … e poi stanotte affogare nella vodka insieme a milioni di polacchi !

Immagine correlata

E’ il 6 giugno 1973.

Allo Slaski Stadion di Chorzow davanti ad 80.000 spettatori si gioca Polonia – Inghilterra.

In palio un posto tra le 16 finaliste del Campionato del Mondo che inizierà in Germania Ovest esattamente un anno dopo.

L’Inghilterra è una eccellente squadra.

Sulla panchina siede ancora Sir Alf Ramsey, l’uomo che portò sul tetto del mondo calcistico i maestri inglesi sette anni prima.

Di quella impresa sono rimasti soltanto in tre: i centrocampisti Alan Ball e Martin Peters e il capitano Bobby Moore. Ma ci sono calciatori di grande valore come l’attaccante Allan Clarke del Leeds, il portiere Peter Shilton e il roccioso difensore del Derby County Roy Mc Farland.

Solo che, in quel 6 giugno del 1973, proprio non c’è partita.

La tecnica e la velocità dei polacchi sono fonte di continuo imbarazzo per la retroguardia inglese che sbanda paurosamente.

Bastano sette minuti ai polacchi per passare in vantaggio.

E’ una punizione di Gadocha dalla sinistra sulla quale Bobby Moore, per anticipare Lubanski, tocca il pallone quel tanto da mettere fuori causa Shilton.

Esattamente il tonico che serve ai polacchi.

Sospinti dall’incessante incitamento dei propri sostenitori Lubansky, Deyna e compagni mettono ripetutamente in imbarazzo la compassata retroguardia inglese, in grave difficoltà ad arginare gli attaccanti della Polonia.

Ad inizio ripresa arriva il gol del ko definitivo.

E’ ancora Bobby Moore il protagonista in negativo per gli inglesi.

L’elegante difensore del West Ham si fa sorprendere dalla determinazione e dalla velocità di Lubanski che prima strappa il pallone dai piedi del capitano inglese per poi lanciarsi verso la porta di Shilton e batterlo con un tiro angolatissimo che tocca il palo prima di finire in fondo alla rete.

La Polonia, con il vantaggio di due reti, può giocare sul velluto.

Lascia l’iniziativa agli inglesi i cui tentativi però s’infrangono contro la solidissima e organizzata difesa polacca.

Sono passati meno di dieci minuti dal bel gol di Lubanski quando accade però qualcosa che in qualche modo rovinerà questo importantissimo trionfo.

Dopo uno scambio con Gadocha è il terzino Kraska a lanciare Lubanski sulla fascia sinistra.

La sua velocità è doppia rispetto a quella di Mc Farland che non ha altra scelta che tentare un disperato intervento in scivolata.

Il difensore inglese riesce a sfiorare la palla ma colpisce poi in pieno Lubanski sulla gamba destra, sulla quale l’attaccante si stava appoggiando.

Lubanski riesce ancora a fare qualche passo prima di cadere a terra in maniera piuttosto strana, quasi goffa.

A tal punto che, con l’attaccante polacco a terra, Mc Farland inveisce contro di lui, convinto che il numero 10 polacco stia solo facendo scena.

Bastano pochi secondi però per capire che l’infortunio è invece molto serio.

Lubanski viene trasportato a braccia fuori dal campo e caricato, in maniera a dir la verità piuttosto sbrigativa, su una ambulanza.

La diagnosi è devastante: rottura dei legamenti crociati del ginocchio destro.

A quell’epoca il recupero completo viene considerato impossibile.

Lubanski starà fuori 20 mesi dai campi di calcio e dovrà ovviamente saltare quel Mondiale di Germania che consacrerà la sua Polonia come una delle squadre più forti e spettacolari del dopoguerra.

Lasciando in tutti i tifosi polacchi sospesa per sempre la domanda “Ma con Lubanski ai Mondiali di Germania come sarebbe finita ?”.

Lubanski riuscirà come detto a tornare su un campo di calcio solo nei primi mesi del 1975 in quella che sarà la sua ultima stagione con il Gornik Zabrze, dopo 13 anni di ininterrotta militanza.

Per lui la Federazione Polacca farà addirittura uno strappo ai suoi rigidi regolamenti permettendogli di andare a giocare in una squadra di Club estera prima del compimento dei 30 anni di età (come invece capitò ad esempio a Deyna o a Lato).

Per Lubanski a farsi avanti non è uno squadrone di primissimo piano.

Ci sono troppi dubbi sul suo completo recupero.

A prendersi questo rischio è il piccolo Lokeren, squadra della Prima Divisione Belga … che farà uno degli affari più redditizi della propria storia !

Lubanski ha forse perso qualcosa di quel fantastico “cambio di passo” ma è un giocatore con una tecnica ed una intelligenza calcistica di prim’ordine.

E nel non trascendentale campionato belga (che però in quegli anni produsse due grandissime squadre come Bruges e Anderlecht) Lubanski torna ad essere quel prolifico attaccante che era in Polonia.

Nelle sue prime 5 stagioni segnerà 83 reti in 171 partite prima di iniziare la parabola discendente nei primi anni ’80.

Le sue prestazioni con il Lokeren lo ripropongono all’attenzione del tecnico polacco Jacek Gmoch che porta Lubanski con se ai Mondiali di Argentina del 1978.

Per Lubanski è la possibilità di giocare quel Mondiale di calcio che la sfortuna gli ha impedito di giocare 4 anni prima.

… ma ne lui ne la Polonia sono gli stessi di quel meraviglioso periodo.

“Wlodek” Lubanski giocherà da titolare i primi due incontri con Germania e Tunisia ma lascerà poi il posto di titolare al giovane e fortissimo Zbigniew Boniek accontentandosi di subentrare nei finali di partita.

Terminato il periodo al Lokeren Lubanski, a 35 anni, si trasferisce al Valenciennes, nella seconda divisione francese.

Qui gioca una stagione straordinaria segnando la bellezza di 28 reti in 31 partite, non sufficienti però a garantire a “Les Athéniens” il ritorno nella massima serie.

Lubanski giocherà ancora due stagioni, sempre nella Seconda Divisione francese con il piccolo Quimper prima di appendere le scarpe al chiodo nel maggio del 1985, a 38 anni suonati.

Una carriera divisa in due.

Dal 6 giugno del 1973 in avanti quella di un ottimo attaccante.

Prima di quel 6 giugno quella di un giocatore fantastico … per molti, il miglior calciatore polacco di sempre.

 

ANEDDOTI E CURIOSITA’

 

Wlodziemierz Lubanski ha esordito in nella Nazionale polacca a 16 anni e 188 giorni. Il più giovane calciatore nella storia del calcio polacco. Fu in occasione di un’amichevole contro la Norvegia nella quale Lubanski segnò una rete.

 

Lubanski, con 48 reti in 75 partite è il secondo miglior realizzatore di sempre nella storia della nazionale polacca. Verrà superato solo da Robert Lewandowski il 7 ottobre 2017, quando con la sua tripletta di quel giorno supererà Lubanski … anche se dopo 90 partite in Nazionale !

 

Un altro record personale di Lubanski è quello di aver vinto per due anni consecutivi (1969-70 e 1970-71) la classifica marcatori della Coppa delle Coppe, manifestazione alla quale partecipavano le vincitrici delle Coppe nazionali.

 

Nel 1968 il Gornik Zabrze viene invitato in Sud America per una serie di partite amichevoli. I giornalisti brasiliani presenteranno il team polacco come “la squadra dove gioca Lubanski, il Pelé bianco”.

Nel suo periodo al Lokeren nel 1980 arriva in connazionale Gregorz Lato.

Anche per lui, ormai nella fase calante della carriera, non c’era stata la possibilità di giocare in un grande club straniero prima del compimento dei 30 anni di età.

I due però ritrovano immediatamente l’intesa del periodo insieme in Nazionale e il Lokeren, nella prima stagione con Lato e Lubanski insieme, raggiunge il miglior risultato della propria storia: un secondo posto in campionato dietro l’Anderlecht e una finale di Coppa del Belgio, chiusa con una sconfitta ad opera dello Standard Liegi.

Con loro due, a formare il tridente d’attacco, un “certo” Preben Larsen Elkjaer.

 

Infine una doverosa correzione: in quasi tutte le biografie su Lubanski si attribuisce al centrocampista inglese Alan Ball l’intervento che di fatto condizionò la carriera di Lubanski. Non è esatto: l’intervento fu del difensore centrale Roy Mc Farland che sempre ad onor del vero non commise neppure fallo in quell’occasione, toccando nettamente prima il pallone di sbilanciare Lubanski che si infortunò di fatto appoggiando male il piede dopo il contrasto con lo stopper inglese. Alan Ball su in effetti espulso per un brutto fallo nel finale di partita … ma Lubanski era giù uscito infortunato da circa mezzora …

Dribbling veloce

Esercizio semplice sul dribbling veloce con entrambi i piedi e che aiuterà i giocatori ad imparare a cambiare direzione rapidamente.

Il livello di difficoltà aumenta con la velocità con cui il giocatore cerca di dribblare perché deve usare entrambi i piedi. Il passaggio e la ricezione iniziali vengono eseguiti a ritmo, quindi anche il primo tocco è fondamentale.

Dribbling veloce

I giocatori si trovano di fronte all’allenatore a una distanza di circa 15 metri. Il giocatore A effettua un passaggio al mister che restituisce il passaggio nella direzione (destra o sinistra) dove poi il giocatore A effettuerà il dribbling tra i coni tornando al punto di partenza.

Nei coni di destra ovviamente il giocatore deve effettuare lo slalom con il piede destro mentre nei coni di sinistra il giocatore deve effettuare lo slalom con il piede sinistro,

Più aumenta la velocità dell’esercizio più aumenta la difficoltà di gestire la tecnica. Nello slalom di ritorno ci sono molte varianti da far effettuare ai ragazzi a seconda di quello che si vuole misurare. Utile al mister per gestire singolarmente i ragazzi e lavorare sui fondamentali in particolare con il piede debole.

Se il pallone parte dal mister e non dal giocatore si può lavorare anche sul controllo orientato e sul primo tocco.

TESI UEFA PRO – Maurizio Sarri “La preparazione settimanale della partita”

Tante volte a noi allenatori sarà capitato di fantasticare sul mondo delle squadre di Serie A, o comunque del professionismo, cercando di immaginare anche i più minimi dettagli sulla vita di spogliatoio a quei livelli. 

Girovagando su internet in cerca di spunti nuovi, mi sono imbattuto in una tesina dal titolo molto interessante: “la preparazione settimanale della partita”.

La tematica è sicuramente una tra quelle che hanno occupato le più importanti riflessioni nella mia testa… e penso in quella di molti.

Sono inimmaginabili tutte le volte che mi son trovato a chiedermi “io divido tutto il lavoro in 2 o 3 allenamenti, chissà come sarà dividerlo in una settimana”.

Casualmente quando ho trovato questo link, stavo giusto iniziando ad organizzare il lavoro con la mia prossima squadra di pulcini, con cui farò solamente due allenamenti. Questo ha ulteriormente aumentato la mia curiosità!

Subito non mi accorsi dell’autore della tesina, scorrendo velocemente le pagine del pdf per la prima panoramica generale.  Ma con maggiore attenzione, mi accorsi che l’autore era un certo Maurizio Sarri, oggi allenatore della Juventus. 

La tesina risale alla stagione 2006-2007, quella in cui  Sarri subentrò all’esonerato Antonio Conte sulla panchina dell’Arezzo.  Questo aumenta il romanticismo del testo, perchè rappresentava il periodo della gavetta di uno degli allenatori più famosi dei nostri giorni. Sicuramente dall’Arezzo al Chelsea o alla Juventus e a distanza di 12 anni,  qualcosa sarà cambiato. Ma è comunque una lettura molto interessante e rende bene l’idea del mondo del lavoro di un allenatore professionista.

Ecco il link; buona lettura!

 

Movimenti del difensore

L’allenamento di oggi prevede di lavorare sui movimenti del difensore gestendo la velocità, la posizione e la distanza corretta dei giocatori in modo progressivo. Nel primo esercizio un difensore al centro gestisce gli uno contro uno all’interno del quadrato con gli altri giocatori che uno alla volta tentano di passare dalla parte opposta alla loro. In questo esercizio lasciamo libertà ai giocatori di intervenire come vogliono nell’uno contro uno. Il quadrato non deve essere molto grande e  il ritmo abbastanza intenso.

Movimenti del difensore

Se il giocatore difensivo conquista la palla diventa un attaccante mentre chi ha perso la palla diventa un difensore, Se l’attaccante invece perde la palla ma il difensore non la riconquista l’attaccante NON diventa un difensore. Dopo qualche minuto chiamiamo il cambio giocatore se un ragazzo resta troppo al centro.

Movimenti del difensore


Nel secondo esercizio lavoriamo su un 3 contro 2 con finalizzazione sottolineando i movimenti dei difensori per coprire anche l’eventuale inserimento nello spazio libero del terzo attaccante. Richiamare il fatto che i due difensori devono parlare tra loro e capire come occupare lo spazio e chi attacca la palla,

Nel lavorare sul difensore e sui suoi movimenti dovremo sottolineare ai ragazzi come elaborare la decisione di intervenire o di temporeggiare. Lo stato mentale del difensore (anche quello più aggressivo) deve essere di pazienza. Essere eccessivamente aggressivi o impazienti non sono buone qualità per un difensore che invece deve chiudere la distanza ed essere pronto a cambiare direzione rispetto al movimento dell’attaccante. Deve concedere all’attaccante l’opzione più difficile o, se preferite, impedirgli la soluzione in cui l’attaccante si sente più a suo agio.

Il difensore quindi deve capire se l’attaccante è destro o sinistro e concentrarsi per portarlo in una direzione che copre la parte più interna dell’area (portarlo fuori quindi dalla linea di porta) nella più classica delle diagonali. Se i movimenti dei difensori sono fatti bene anche in un 4 contro 2 diventa difficile segnare!

Movimenti del difensore

Anche nel terzo esercizio dove si gioca un 4 contro 6 è necessario sottolineare sempre di arrivare in tempo sulla giocata avversaria (sapere chi deve uscire nei quattro difesa) e tenere la giusta distanza per portare l’attaccante in una direzione esterna alla porta. Contenere il gioco ma mantenere sempre la pressione sulla palla per approfittare dei possibili sbagli dell’attaccante.

Nella partitella finale poi porre dei vincoli facendo giocare la difesa a due giocatori poi a tre poi a quattro abituando sempre i giocatori a parlare e a mettersi d’accordo sul da farsi a seconda delle giocate avversarie.


Tutti i segreti di Victor Legrotaglie

Questa è la classifica, aggiornata a giugno 2019, dei calciatori che hanno segnato il maggior numero di gol su calcio piazzato nella storia  del calcio dal dopoguerra in poi.
Tutti più o meno nomi conosciutissimi al grande pubblico.
Tutti tranne uno. Che non è nelle posizioni di rincalzo ma è addirittura sul podio, dietro a Juninho Pernambucano e a Pelè e a pari merito con Ronaldinho.

1. Juninho Pernambucano: 77
2. Pelè: 70
3. Victor Legrotaglie: 66
4. Ronaldinho: 66
5. David Beckham: 65
6. Diego Armando Maradona: 62
7. Zico: 62
8. Ronald Koeman: 60
9. Rogerio Ceni: 59
10. Marcelino Carioca: 57
11. Cristiano Ronaldo: 54
12. Leo Messi: 48

Si chiama VICTOR LEGROTAGLIE.
Questa è la sua (fantastica) storia.
Siamo nella terra del calcio.
No, non dove il calcio è nato.
Siamo dove il calcio è esattamente quello che diceva il grande Bill Shankly.
“Il calcio non è una questione di vita o di morte. Il calcio è molto più importante”.
Questo paese si chiama Argentina.
Non è un caso che quando si parla dei 5-6 migliori calciatori della storia di questo gioco (si, gioco … non sport … perché lo sport è per atleti, il gioco è per gli artisti) almeno tre di questi sono nati in questo paese.
Alfredo Di Stefano, Diego Maradona e Lionel Messi.
Ebbene in questo paese accade che un giorno, più o meno verso la metà degli anni ’60 arrivano degli emissari del grande Real Madrid, la squadra più importante e vincente del continente europeo.
Attendono la fine dell’allenamento e all’uscita dagli spogliatoi dei calciatori vanno verso questo ragazzo moro, del cui sinistro magico hanno sentito dire meraviglie perfino nella lontana Europa.
Uno di loro gli va incontro.
“Victor, le carte sono tutte a posto. Abbiamo l’accordo con il tuo Club. Siamo lieti di dirti che da questo momento sei un calciatore del Real Madrid. Ah, dimenticavo, questo è un presente che ti manda direttamente Don Santiago Bernabéu, il Presidente del Real Madrid”.
E’ un orologio d’oro.
Victor, che tutti, tifosi, dirigenti e compagni di squadra chiamano “El Maestro”,  guarda il dirigente del Real Madrid dritto negli occhi, sorride e gli dice “Grazie di cuore. Ma io sto bene qua. Mendoza è casa mia e questo è l’unico Club nel quale mi interessa giocare” .
I dirigenti del grande Club spagnolo sono letteralmente spiazzati.
Il silenzio è rotto solo pochi secondi dopo, sempre dal “ Maestro”.
“Comunque ringraziate il vostro Presidente per l’orologio. E’ davvero molto bello !”.
Verranno a cercarlo i dirigenti dell’Inter di Milano, del Colo Colo, del Santos, del Penarol … ovviamente anche quelli di Boca Juniors e River Plate. Nei primi anni ’70 perfino i Cosmos di Pelè, Beckenbauer e Chinaglia cercheranno di portare nelle loro fila “El Maestro”.
Ma la risposta sarà sempre la stessa.
Il Maestro si chiama VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE e la squadra dove giocherà quasi tutta la sua carriera si chiama GIMNASIA Y ESGRIMA de MENDOZA.

La storia di Victor Legrotaglie è quella, non così infrequente da quelle parti, di un talento sublime, di un autentico genio del calcio che alla fama, alle valigie di soldi (Il Cosmos si presentò proprio così … con valigie piene di dollari per ingaggiarlo) e al riconoscimento internazionale, preferiscono non uno ma tre o quattro livelli più in basso, dove il fatto di essere nel proprio ambiente, circondati da amici e famigliari e dal calore umano che ne consegue, conta molto di più.
Conoscono ormai in tanti la storia del “Trinche” Tomas Felipe Carlovich che ha ormai i contorni della leggenda visto che non esistono praticamente riflessi filmati del suo talento ma che invece, come nella più classica tradizione del racconto orale tramandato di bocca in bocca, di generazione in generazione, di tifoso in tifoso ci racconta di Carlovich come di uno dei più grandi calciatori della storia del calcio argentino.
Con Victor Legrotaglie invece, abbiamo molte più certezze.
Intanto una statistica, riconosciuta a livello mondiale e che già di per sé racconta moltissimo di questo fenomeno che ha scelto la provincia (e i campionati minori) come palcoscenico.
E’ quella che avete visto all’inizio del pezzo.
Ma per gli amanti delle statistiche non è finita qua !
Il buon Victor Legrotaglie ha un altro record e qua pare non ci siano paragoni con nessun altro nella storia del calcio.
12 reti realizzate direttamente da calcio d’angolo !

A Mendoza, la sua città, da anni stanno lottando per il riconoscimento ufficiale di questo impressionante record. 

Risultati immagini per victor legrotaglie

Ma chi è in realtà VICTOR LEGROTAGLIE  e perché ha optato per una scelta così estrema e, soprattutto per noi oggi, così folle e anacronistica ?
Victor Legrotaglie nasce a Las Heras, cittadina a nord di Mendoza, il 29 maggio del 1937.
Le sue imprese calcistiche fin da ragazzino attirano l’attenzione di tutti gli osservatori della zona.
In famiglia tutti quanti, tranne la madre, sono tifosissimi dell’Independiente Rivadavia, l’acerrimo rivale del Gimnasia.
Ed è all’Independiente che va a provare da ragazzino Victor.
Alla dirigenza piace, anche se è pelle e ossa ha già un sinistro impressionante.
“Ok, ragazzo. Puoi restare con noi. Inizierai con le riserve.”
No, troppo poco per Victor.
Non è una testa calda e non è neppure un tipo arrogante e presuntuoso … solo che pensa di meritare qualcosa di più.
Non resta che andare “dall’altra parte”, al Gimnasia.
Non ha voglia di passare per il solito provino.
Così un giorno si fa prestare la borsa da calcio da un amico più grande che gioca nel Gimnasia.
Ha solo 16 anni ma ha le idee molto chiare in testa.
C’è un torneo estivo (il Torneo Vendimia, siamo nel 1953) e Victor si presenta negli spogliatoi prima del match.
L’allenatore, Alfredo “El Mona” Garcia, lo conosce bene e sa quanto sia talentuoso il ragazzo.
Fa finta di nulla e lo fa accomodare in panchina.
A metà del secondo tempo uno degli attaccanti del Gimnasia si infortuna.
“El Mona” chiede al “pibe” Victor se le sente di entrare in campo.
Il sorriso a 32 denti del giovane Legrotaglie toglie ogni dubbio.
Entra e segna due reti.
Al diciassettesimo anno di età firmerà il suo primo contratto professionistico con il Gimnasia Y Esgrima de Mendoza.
… senza aver giocato una sola partita in nessun settore giovanile … direttamente in prima squadra.
Nel Gimnasia Victor rimane per sei stagioni prima di trasferirsi nel 1959 al Chacarita Juniors con il quale vince immediatamente il titolo di Campione Nazionale della Seconda divisione.
Ma invece di rimanere per giocare finalmente in Primera Victor, come farà sempre anche negli anni successivi, decide di rientrare nel “suo” Gimnasia dove viene accolto come un eroe.

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Altri anni nel Gimnasia alternati ogni tanto ad una stagione, mai di più, in altri club sempre delle vicinanze.
Nel 1968, dopo un altro anno stavolta giocando nella vicina provincia di San Juan, nella Juventud Alianza, Victor Antonio Legrotaglie torna nella sua Mendoza e nel su Gimnasia.
Ha 31 anni e dichiara che è lì, nel Gimnasia Y Esgrima che vuol terminare i suoi giorni di calciatore.
Le sirene dei grandi club continuano a lusingarlo ma “El Maestro” ha preso ormai la sua decisione.
E’ in mezzo alla gente che ama e che lo ama incondizionatamente, guadagna a sufficienza per dare un dignitoso stile di vita alla sua famiglia … e ripete sempre che “il rispetto e l’affetto che qua sento per me non lo troverei da nessun’altra parte nel mondo”.
Il destino però, come spesso accade, interviene nella vita di Victor e lo fa in maniera devastante.
La peggiore per un padre.
Il 19 maggio del 1969 il suo piccolo Victor Omar, per tutti “Cocò”, di soli 5 anni, muore per una banale caduta mentre sta giocando a casa delle zie.
Il mondo crolla addosso a Victor.
Il giorno dopo prende la sua auto e raggiunge il Cerro della Gloria, il monte che sovrasta Mendoza all’interno del Parco General San Martin.
La soluzione, l’unica in quel momento possibile, è troncare quel dolore insopportabile lanciandosi da lì con la sua automobile.
Victor perde la cognizione del tempo in quel luogo.
Poi decide di vivere.
E decide che vivere vorrà dire ricordare ogni giorno il suo piccolo Cocò.
Per il Gimnasia e per Victor arriveranno stagioni importanti che culmineranno con la conquista del Campionato Regionale proprio in quello stesso anno guadagnandosi così il diritto di partecipare al Campionato Nazionale, la serie A argentina, nel 1970.
“Los Compadres” fu il soprannome di quel grandissimo team del “Lobo Mendocino” (per distinguerlo dall’altro “Lobo”, quello del Gimnasia y Esgrima di Mar de la Plata) nel quale a fianco dell’ormai veterano Victor Legrotaglie militavano calciatori del valore di Fornari, Aceituno, Benitez, Sosa, Pereyra, Torres …
E’ il canto del cigno per Legrotaglie che continua però ad esprimersi a livelli assoluti.
E’ il regista di quella squadra che gioca un calcio “bailado” … “tocando y tocando” fin quando non si apre un varco nelle difese avversarie … scardinate quasi sempre da un lancio illuminante del “Maestro Victor” o da uno dei suoi letali calci di punizione.
Nel 1974 Victor Antonio Legrotaglie, a 37 anni suonati, dice basta.
Nella sua Mendoza dove continua ancora oggi, ad 82 anni, ad essere la figura di riferimento per ogni ragazzo che salga dal settore giovanile del Club.
Il Club che ha intitolato a lui lo stadio.
A Mendoza sono nati grandi giocatori del passato come gli attaccanti Alfredo Castillo o Pedro Waldemar Manfredini (che giocò anche in Italia nelle file della Roma) o il centrocampista Bruno Rodolfi, nazionale argentino alla fine degli anni ’30 o Hugo Cirilo Memoli o giovani eccellenti calciatori di recentemente saliti alla ribalta come Enzo Perez o “El Pity” Martinez.

Ma da quelle parti non c’è nessuno che abbia un dubbio alcuno; il più forte giocatore “mendocino” di tutti i tempi è stato proprio lui: VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Fin da bambino Victor era un talento assoluto. Ad ogni torneo locale c’era la fila alla sua porta per averlo nelle proprie file. Peccato che il più delle volte quando si presentava con la sua squadra gli avversari protestavano immancabilmente “Se gioca lui non giochiamo noi !”.
Quasi sempre si risolveva la questione dando a Victor il permesso di giocare ma … vietandogli di superare la linea di metà campo !
Il suo primo team si chiama “5 de octubre”. Restarono imbattuti per oltre 100 partite consecutive. Racconta lo stesso Victor che già allora le squadra più forti della zona (Godoy Cruz in primis) lo avrebbero voluto nel proprio settore giovanile ma, come ricorda Legrotaglie “fin da allora quello che mi interessava veramente era giocare insieme ai miei amici”.
In merito alla impressionante statistica del “Maestro” Legrotaglie sui calci di punizione due episodi alquanto significativi.
Durante una partita contro il Talleres un compagno di squadra di Legrotaglie viene steso al limite dell’area.
L’arbitro decreta il calcio di punizione ma il difensore che ha commesso il fallo insiste dicendo che il fallo lo ha commesso ALL’INTERNO della area di rigore e pertanto non è punizione ma calcio di rigore.
I compagni lo guardano straniti ma lui insiste.
Per lui è calcio di rigore.
Un suo compagno perde le staffe. “Ma tu sei completamente matto !”.
“No, i matti siete voi. Contro Legrotaglie meglio un calcio di rigore che una punizione dal limite. Credetemi lo conosco bene !”.
Finiscono le discussioni. E’ calcio di punizione.
… come è finita è inutile che ve lo dica vero ?
In un altro match, contro il Gutierrez Sport Club che il Gimnasia sta vincendo con autorevolezza, succede però qualcosa di strano.
Al “Lobo” vengono assegnati non meno di una decina di calci di punizione da fuori area e non uno di questi finisce nello specchio della porta.
Ci provano un po’ tutti, non solo Legrotaglie, ma il risultato è sempre il medesimo.
Il mistero viene chiarito a fine partita.
“Los Compadres” avevano fatto una scommessa.
Non su chi faceva gol ma su chi avrebbe colpito la testa del fotografo sistemato nei pressi della porta avversaria !
… chi vinse la scommessa è inutile che ve lo dica vero ?
Il lato estetico del calcio in Argentina ha avuto quasi sempre un’importanza fondamentale. La “giocata” creativa e spettacolare è un ingrediente fondamentale del gioco.
Victor Legrotaglie ne è stato un simbolo assoluto.
“A me dava più piacere fare un “canyo” (un tunnel all’avversario) che segnare un gol !” ha da sempre dichiarato “El Maestro”.
Per oltre due anni, tra il 1970 e il 1972, il Gimnasia, neopromosso in Primera, mantiene inviolato il proprio campo togliendosi alcune grandi soddisfazioni come battere nella propria cancha il River Plate o vincere in maniera netta in casa contro il Newell’s per 5 a 2 e con lo stesso risultato sconfiggere al Vecchio Gasometro il San Lorenzo de Almagro.
Proprio in questa partita si racconta che ad un certo punto l’arbitro del match, il Signor Goicoechea, prende da parte Victor Legrotaglie “Victor, se continuate a umiliarli così qua le cose si mettono male. Se iniziano a picchiare duro non sono sicuro di essere in grado di proteggervi”.
Victor trasmette il messaggio ai compagni.
Il Gimnasia continua a tenere il possesso della palla ma senza più infierire contro un avversario ormai alle corde.

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A fine partita l’arbitro si avvicina a Legrotaglie, gli sorride e lui stesso cita il famoso coro dei tifosi del Gimnasia: “Hoy Mendoza està de fiesta, vino el Victor con su orquesta”.
Il momento più difficile della vita di Victor Legrotaglie è stato senza ombra di dubbio la scomparsa del suo piccolo Cocò.
L’unico figlio maschio del “Maestro” (che ha avuto anche due femmine) era la mascotte del Gimnasia ed entrava spesso nella “cancha” insieme al babbo e ai suoi compagni.
Per ricordarlo, nello stadio del Gimnasia come detto intitolato a Legrotaglie, esiste un ceppo in ricordo del piccolo Cocò, con una meravigliosa frase scritta incisa sopra “Por irse a jugar al cielo nos quedamos sin mascota. Aquí un pibe menos, allá un ángel más”. (Per andare a giocare in cielo noi siamo rimasti senza la nostra mascotte. Qui abbiamo un bambino in meno, lassù un angelo in più”).
La storia di Victor Legrotaglie, come ricordato all’inizio, ricorda molto quella di un altro grande del calcio argentino che, come “El Maestro”, ha optato per una carriera dal profilo basso in squadre minori.
Quella del “Trinche”, Tomas Felipe Carlovich.
Quello che non molti sanno è che non solo tra i due c’è una grande amicizia che fa si che ancora oggi, nonostante i 700 km tra Mendoza e Rosario, “El Victor” e “El Trinche” si frequentino per una ricorrenza o un semplice asado in compagnia.
Ma c’è di più.
I due giocarono una partita insieme, nella stessa cancha e con la stessa maglia.
Fu in occasione del passaggio dell’attaccante Dario Luis Felman dal Gimnasia al Boca Juniors.
Era il 19 aprile del 1975. El Maestro, ormai trentottenne e a fine carriera (giocherà ancora qualche partita la stagione successiva nell’Américo Tesorieri) viene schierato in mezzo al campo sul centro destra con “El Trinche” Carlovich come classico “5”, il centrocampista difensivo a protezione della difesa e primo nell’impostare la manovra.
Il primo tempo è un autentico “baile” per il povero Boca di Rogelio Dominguez.
Carlovich e Legrotaglie sono gli autentici padroni del campo.
Impongono il loro ritmo cadenzato, duettano come se giocassero insieme da sempre.
Alla fine sarà un 2 a 1 per il Gimnasia e nella memoria del Maestro Victor Legrotaglie “la partita nella quale mi sono più divertito nella vita. Ora so perché chiamano Tomas Felipe Carlovich “El Rey”: uno forte come lui dalle nostre parti non lo avevo mai visto prima.”
E ad ogni incontro la frase del “Trinche” Carlovich al suo amico Victor è sempre la stessa.
“Il vero “Rey” sei tu amico mio”.

Attivazione per bambini – Battaglia navale

Oggi proponiamo un gioco veramente semplicissimo, ma che si rivela sempre molto divertente. Generalmente l’ho utilizzato con bambini della fascia della scuola primaria.

Le due squadre andranno a collocarsi in una metà campo divise da una riga centrale che non potranno inizialmente superare (questa regola varia a seconda dell’obiettivo che ci diamo).

Dentro ogni metà campo, in un’area piuttosto distante dalla riga che divide il campo, andremo a collocare un buon numero di birilli distanti tra loro e scaglionati in due file in modo che i birilli della prima fila non coprano quelli dell’altra. 

Più palloni si utilizzano, più il gioco sarà veloce. Ovviamente sta all’allenatore valutare le potenzialità dei bambini e le loro capacità per stabilire questo.

Il gioco prevede due obiettivi:

-per chi difende, quello di coprire i propri birilli ed evitare che vengano abbattuti.

– per chi attacca, quello di essere rapidi a muovere la palla (lavoro sull’egocentrismo del bambino) per trovare l’opportunità più veloce per abbattere i birilli avversari.

Dopo pochi minuti, la competizione sarà alle stelle e l’intensità raggiunta sarà alta, permettendo un buonissimo lavoro su possesso palla, precisione e sviluppo dell’attenzione. 

Le varianti, possono anche in questo caso, infinite.

Generalmente ne ho utilizzate tre:

-palla bassa; modalità normale, ai giocatori è concesso il passaggio a palla bassa e il calcio subito dopo il controllo

-palla in mano; i giocatori si passano inizialmente la palla con le mani per andare a calciare al volo 

-palla alta; i giocatori hanno l’obbligo di passare a chiudere l’azione senza far stoppare il pallone, che dovrà essere quindi sempre tenuto in alto o rimbalzante

Con poco materiale e pochi minuti di preparazione, questo gioco garantisce un’intensa attivazione e un ottima occasione di divertimento per i bambini.  

 

Possesso e goal

In questo periodo sto preparando il ritiro di fine agosto e sto lavorando su esercizi che possano farmi aumentare la resistenza aerobica dei ragazzi. Facendo allenamento tutti i giorni torna utile far giocare i ragazzi in una partitella sul possesso palla con l’obiettivo di segnare su un campo di 40 metri di lunghezza circa.

La squadra che segna mantiene il possesso palla altrimenti lo perde a favore della squadra avversaria. 

Le partitelle sul possesso durano 5 minuti al meglio delle 5 partite per un minimo di un quarto d’ora e per un massimo di 25 minuti. facendoli giocare in questo modo la resistenza dovrebbe aumentare di circa 2 – 3 minuti ad allenamento.

Durante la partitella chiedo alla squadra che gestisce il possesso palla di creare sempre, rispetto agli avversari, un rombo per fornire sia soluzioni laterali che verticali.

In questo modo i giocatori sul campo sono costretti a muoversi continuamente cambiando lato a seconda della circolazione della palla dando vita a un gioco di posizione.

Di contro alla squadra non in possesso chiedo una marcatura  “a uomo” cercando l’anticipo quando l’avversario riceve il pallone in modo da tenere il ritmo e la concentrazione a livelli alti.

Ovviamente questa scelta è dettata anche dal fatto che nel mio macro-obiettivo di quest’anno la fase difensiva prevede un pressing alto e un adattamento ad uomo sugli appoggi vicini ala zona di rifinitura avversaria.

possesso

Kipiani e la leggendaria finale del 1981

13 maggio 1981.
Il giorno che ogni singolo abitante della Georgia e di Tbilisi in particolare, ricorda alla perfezione.
 Essere nati dopo quel giorno in Georgia, e a Tbilisi in particolare, è considerata poco meno di una disgrazia.
“Tu mica c’eri nel maggio del 1981!” è la frase più ricorrente verso tutte le generazioni successive.
Il 13 maggio 1981 è il giorno in cui la Georgia intera si è fermata.
E’ un po’ come chiedere ad un italiano dov’era l’11 luglio dell’anno successivo o ad un danese dove si trovava il 26 giugno del 1992.
Facile … davanti alla tv ad assistere alla “partita di calcio della vita”.
Ho fatto due esempi di nazionali di calcio dei propri paesi.
Beh, obietterà qualcuno, ma la Dinamo Tbilisi è una squadra di club, mica una nazionale.
Sbagliato.
La Dinamo Tbilisi era la squadra che rappresentava ai tempi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche la NAZIONE Georgia.
Quella sera a Tbilisi perfino nei registri di polizia pare non sia stata segnalata nessuna effrazione. Nessuna rapina, nessuna rissa, nessun borseggio.
La Georgia intera era tutta davanti alla tv.
Quella sera la Dinamo giocava la finale della bellissima e ahinoi defunta Coppa delle Coppe.
Di fronte non certo una delle grandi del calcio europeo ma una squadra di una piccola città tedesca, anch’essa aldilà del muro di Berlino.
Anzi, che dal muro distava poco più di 200 chilometri visto che la squadra in questione è il Karl Zeiss Jena, è Jena è in Turingia, nell’allora Germania dell’Est.
C’è un problema però e non di poco conto.
La finale si gioca “aldiquà” del muro ed esattamente a Dusseldorf, nell’altra Germania, quella dell’Ovest.

I cinquemila tifosi scarsi (e perlopiù locali) che siedono sulle tribune del Rheinstadion non contribuiscono certo a rendere l’atmosfera indimenticabile.
La divisione ancora in atto tra le due “Europe” rende praticamente impossibile ai tifosi della Dinamo la trasferta in terra tedesca … anche se è la partita “della vita”.
I tifosi che arrivano da Tbilisi sono un centinaio … forse addirittura meno.
Poco importa.
Entrambe le due squadre per arrivare in finale non hanno avuto certo un percorso facilissimo.
Già al primo turno il Karl Zeis Jena ha fatto un impresa, anzi “l’impresa” come ancora oggi amano ricordare i più attempati tifosi di questa glorioso club caduto in disgrazia dopo la riunificazione fra le Germanie.
Al primo turno infatti per i tedeschi di Jena c’è la Roma che all’Olimpico vince con un netto 3 a 0. Pruzzo, Ancelotti e Falcao i marcatori. Sembra tutto chiuso e definito. Ma nella partita di ritorno il Karl Zeiss getta il cuore aldilà dell’ostacolo giocando con una determinazione ed una grinta che spiazza completamente i giallorossi, convinti di andare a fare una gita in quella piccola cittadina in mezzo al nulla.
Il Karl Zeiss Jena vincerà per 4 reti a 0, colpirà due volte i pali della porta di Tancredi che salverà da un ancor peggior tracollo i suoi con alcuni interventi di altissimo livello.

Dopo la Roma saranno il Valencia (campione in carica) la rivelazione Newport County e il Benfica a cadere sotto i colpi dei biancoblu tedeschi.
La Dinamo invece, dopo due turni tutto sommato abbordabili contro i greci del Kastoria e gli irlandesi del Waterford compiono un’impresa nei quarti di finale eliminando gli inglesi del West Ham. Il 4 a 1 con cui sconfiggono Brooking e compagni è ancora oggi ricordata come una delle prestazioni più spettacolari offerte da una squadra straniera sul suolo britannico.
Il Guardian scriverà che “La Dinamo Tbilisi ha fatto innamorare una generazione con il suo calcio meraviglioso”.
In semifinale saranno gli olandesi del Feyenoord a cadere, sconfitti 3 a 0 a Tbilisi e “contenuti” con uno 0 – 2 al De Kuip.
Stasera c’è l’occasione per entrare nella storia.

Del calcio russo, che prima della Dimano Tbilisi aveva visto soltanto la Dynamo Kiev di Oleg Blokhin e compagni alzare al cielo lo stesso trofeo continentale sei stagioni, ma soprattutto del calcio della Georgia, mai arrivato con un proprio Club così in alto.
La tv nazionale, rigorosamente in bianconero, trasmetterà l’incontro.
Fin dalle prime battute però si capisce che siamo di fronte a qualcosa di speciale.
La Dimano Tbilisi non sembra affatto una squadra russa.
La Dynamo Kiev e la nazionale avevano sempre raggiunto i loro migliori risultati grazie ad una metodica organizzazione di gioco, ad una grande forza fisica e ad una filosofia pragmatica e senza fronzoli.
La Dinamo è l’esatto contrario.
Tecnica, fantasia, creatività e tanto spazio alle giocate individuali dei suoi calciatori più dotati.
Non certo quello che ci si aspetta da una squadra russa.
“Semplice” risponderebbero in coro i calciatori della Dinamo “Noi siamo Georgiani, mica russi !”.
Fin dalle battute iniziali c’è un calciatore che attira l’attenzione di quasi tutti gli spettatori di quell’incontro.
Inizialmente per il suo aspetto fisico, così particolare che lo fa sembrare un impiegato da scrivania più che un calciatore di calcio.
Alto, magro e spigoloso.
Con una calvizie importante e due baffoni neri sotto due zigomi pronunciati.
Ma è quando tocca la palla che ci si accorge che David Kipiani NON E’ un giocatore normale.
Intanto è il leader assoluto della squadra.
Sembra che esista una legge non scritta per cui ogni pallone di ogni azione offensiva debba passare dai suoi piedi.
Pare però che lo sappiano bene anche i giocatori del Karl Zeiss Jena !
Ogni volta che Kipiani entra in possesso di palla ci sono un paio di calciatori tedeschi che immediatamente gli mordono le caviglie e che, fedeli al vecchio motto “o gamba o pallone” cercano di limitare il più possibile il numero 10 in completo blu.
Teoricamente è un attaccante, almeno così viene presentato nella formazione iniziale.
In realtà è uno di quei giocatori alla Di Stefano, alla Cruyff, alla Tostao o alla Deyna, così intelligenti e duttili che sembra che “sentano” in quale posizione possono fare più male all’avversario.
Quei giocatori ai quali gli dei, oltre al talento, hanno regalato anche un cervello pensante.
E così Kipiani inizia ad arretrare, galleggiando, come si direbbe oggi, “fra le linee”.
Troppo arretrato per essere marcato da uno stopper e troppo avanzato per “sprecare” un centrocampista nella sua marcatura.
Il primo tempo scorre via frenetico, lottato e sudato.
Ma giocato poco.
La Dinamo Tbilisi ama essere padrone del gioco e la palla ce l’hanno quasi sempre i Georgiani.
Ma il Karl Zeiss non molla un centimetro, chiude gli spazi e prova a far male soprattutto con le ali Vogel e Bielau.
Nella ripresa, dopo meno di venti minuti, quella che sembra la svolta del match.
C’è una bella azione di rimessa dei tedeschi con la palla che Vogel, dopo una bella triangolazione con Lindemann, arriva sulla linea di fondo prima di mettere in mezzo un cross arretrato sul quale la difesa della Dinamo Tbilisi sembra incerta.
Da dietro arriva il mediano Hoppe che con un bel destro al volo infila la palla sotto la traversa di un esterrefatto Gabelia.
E’ Séngelia a partire in percussione saltando un paio di avversari prima di “scaricare” in stile cestistico sulla destra verso l’accorrente Gutsaev. Gran botta di prima intenzione e palla in rete.
Non sono passati nemmeno quattro minuti dal vantaggio tedesco.
La Dinamo Tbilisi diventa padrona del campo e “Dato” (questo il suo soprannome in tutta la Georgia) sale in cattedra, distribuendo palloni e facendo da catalizzatore del gioco.
Il dinoccolato “regista-rifinitore-attaccante” della Dinamo ha una caratteristica peculiare, comune a tutti i grandi calciatori: i tempi della partita li detta lui.
Mancano meno di quattro minuti al termine.
La partita sembra destinata ai supplementari quando Kipiani riceve palla sulla trequarti 
avversaria. Stavolta sembra quasi crogiolarsi con la sfera tra i piedi, dando l’idea di voler ingannare il tempo (e il Karl Zeiss) in attesa dei supplementari.
Poi, sempre con grande indolenza, decide di “scaricare” la sfera al compagno di squadra Vit’ali Daraselia, altro immenso giocatore e alter ego perfetto di Kipiani: corpulento, arrembante di corsa e muscoli ma con piedi più che educati.
Daraselia non è particolarmente “pensante”.
Non fa calcoli e si lancia verso la porta avversaria.
Ci sono trenta metri buoni tra lui e Grapenthin, il numero uno tedesco.
Daraselia salta un prima avversario in velocità, rientra verso il centro dell’area,finge il tiro di destro facendo sedere l’avversario e poi con il sinistro scarica un rasoterra che si infila a fil di palo.
Per i tedeschi dell’Est non c’è più tempo.

La Dinamo Tbilisi conquista quello che allora era il 2° trofeo continentale più importante.
Il primo (e ultimo) per la regione georgiana, che diventerà Nazione a tutti gli effetti esattamente dieci anni dopo.
La Georgia intera impazzisce.
Milioni di georgiani scendono nelle strade. In quasi centomila si ritrovano allo stadio della Dinamo, allora intitolato a Vladimir Lenin.
Per David Kipiani è la definitiva consacrazione.
Sono tante le squadre di blasone a volerlo nell’Europa aldilà del muro.
“Dato”non vacilla neppure un momento.
E’ georgiano, e a Tbilisi vuole rimanere tutta la carriera … e tutta la vita.
Aldilà del muro ci va qualche mese dopo, per un Torneo estivo, quello organizzato al Santiago Bernabeu di Madrid e intitolato proprio all’ex grande presidente del Real di Puskas, Gento e Di Stefano.
La Dinamo Tbilisi sta giocando proprio contro i padroni di casa del Real Madrid quando una assurda entrata del centrocampista madrileno Angel lascia Kipiani a terra con una gamba spezzata.
E’ il settembre del 1981.
L’URSS ha fallito la qualificazione ai Mondiali argentini del 1978
 ma stavolta la qualificazione ai Mondiali di Spagna del 1982 è praticamente cosa fatta.
Per Kipiani è l’occasione che aspetta da sempre.
Poter mostrare al mondo le sue doti sul palcoscenico più importante in assoluto.
Avrà quasi 31 anni per cui probabilmente sarà anche l’ultima opportunità a questi livelli.
Sono lunghi mesi di recupero, riabilitazione ma quando riprende a giocare nella primavera del 1982 sembra sia tutto a posto.
Kipiani ha ripreso a giocare nella Dinamo Tbilisi e riprende in mano la squadra giusto in tempo per le fasi decisive della stagione. C’è una Coppa delle Coppe da difendere e Kipiani è protagonista della vittoria nei quarti contro il Legia Varsavia prima di cedere in semifinale ai belgi dello Standard Liegi.

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Ma c’è un problema, inatteso quanto insormontabile.
La panchina della Nazionale russa, in una cervellotica quanto inefficace decisione della Federazione, viene assegnata a tre tecnici, che devono rappresentare le tre maggiori “scuole” delle repubbliche socialiste sovietiche: russa, ucraina e georgiana.
Konstantin Beskov allenatore dello Spartak Mosca, Valeriy Lobanovsky allenatore della Dynamo Kiev e infine Nodar Akhalkatsi allenatore della Dinamo Tbilisi.
Con 4 calciatori della Dinamo Tbilisi praticamente nella formazione titolare (Chivadze, Sulakvelidze, Daraselia e Shengelia) c’era il grosso rischio (secondo la federazione russa e soprattutto secondo Lobanovsky e Beskov) di alterare troppo gli equilibri del team.
David Kipiani a questo punto è ritenuto di troppo.
Non solo, ma la sua creatività, la sua anarchia tattica e soprattutto il suo evidente carisma vengono visti dai due terzi della panchina russa come “limiti” nella struttura del gioco rigido e organizzato voluto da Beskov e soprattutto Lobanovsky.
Allora si decide per la versione di comodo.
“Kipiani non ha ancora pienamente recuperato dall’infortunio del Bernabeu”.
Una menzogna
, niente di più e niente di meno, a cui non crede nessuno, soprattutto chi lo ha visto in azione da marzo in avanti.
Per Kipiani la delusione è enorme.
Ne lui ne il resto della Georgia (e gran parte dell’opinione pubblica sovietica) riescono a capire questa scelta.

A questo punto Kipiani prende una decisione estrema, che lì per lì pare solo dettata dallo sconforto di essersi visto privare del sogno della carriera: lasciare il calcio.
David Kipiani ha solo trent’anni.
Sono tutti convinti che sia uno sfogo temporaneo, dovuto alla delusione e alla rabbia e che rivederlo in campo sia solo questione di tempo.
Non sarà così.
David Kipiani non tornerà mai più su un campo di calcio con le scarpette ai piedi.
Neppure per la sua partita d’addio, prevista per il novembre di quel 1982 e annullata per la morte pochi giorni prima del segretario del Partito Comunista Leonid Brezhnev.
David Kipiani, figlio di due importanti medici di Tbilisi, intraprende la carriera di allenatore.
Prima la Dinamo Tbilisi a più riprese, poi la Nazionale della Georgia, una esperienza a Cipro e una in Belgio.
E’ il 17 settembre del 2001.
Kipiani è stato appena contattato dalla Dinamo Mosca che lo vuole sulla sua panchina.

E’ la sua prima squadra della vecchia madre Patria fuori dai confini della Georgia e soprattutto è uno dei team più importanti del Paese.
Kipiani sale sulla sua auto per andare all’aeroporto di Tbilisi con destinazione Mosca per discutere dell’offerta.
Il fato, però ha deciso diversamente.
Perderà la vita schiantandosi a forte velocità contro un albero al bordo della strada.
Ma la morte non sarà colpa della sua imperizia al volante.
L’autopsia rivelerà che è stato un attacco di cuor
e a fargli perdere il controllo dell’auto.
La Georgia piangerà forse il suo più grande campione, quello che tutto il suo popolo sperava di vedere ai Mondiali di Spagna del 1982 … perché da queste parti sono ancora in tanti quelli convinti che “Dato” avrebbe fatto la differenza.

ANEDDOTI E CURIOSITA’
 

 E’ nella primavera del 1974 che la carriera calcistica di Kipiani subirà la svolta decisiva … e per assurdo sarà un infortunio al ginocchio che si rivelerà determinante !
Kipiani per curarsi ha il permesso di andare in Ucraina e da lì può vedere i Mondiali di calcio del 1974, cosa che sarebbe stata impossibile nel suo Paese a causa dello stretto regime politico che impediva di vedere tv estere.
E qui Kipiani si innamora dell’Olanda e del suo meraviglioso calcio. Ma soprattutto si innamora di quel numero 14 che pare essere da tutte le parti del campo e dal quale passano tutti i palloni.
Ecco, quello è esattamente quello che voglio diventare io nella mia Dinamo” dirà Kipiani agli amici al suo ritorno in Georgia.
Come Johann Cruyff per l’Olanda.

E sarà esattamente così.
David Kipiani diventerà il più grande calciatore georgiano di sempre e uno dei più grandi “playmaker” della storia del calcio … almeno per tutti quelli così fortunati da averlo visto in azione.

Il suo primo titolo conquistato con la Dinamo Tbilisi fu la Coppa nazionale del 1976. A quei tempi Kipiani era già arretrato in cabina di regia ma curiosamente il suo gol fu un classico gol da centravanti; grande stacco e colpo di testa all’angolino. 

Non male per uno che aveva sempre affermato  che “non mi piace colpire troppo spesso la palla di testa. Può danneggiare il cervello e a me il cervello in campo serve parecchio !”.

Nel 1977 la Dinamo Tbilisi affronta l’Inter di Milano in una partita di Coppa UEFA. Mancano poco più di 10 minuti alla fine. David Kipiani ruba la palla a Giacinto Facchetti e poi si invola verso la porta. Entra in area e lascia partire un destro forte e rasoterra che batte il portiere nerazzurro Bordon. Sarà il gol decisivo della contesa. A Facchetti viene chiesto il motivo di tanta passività per di più in un periodo dove il “fallo da ultimo uomo” ancora non veniva punito come oggi. “Non me le sono sentita di fare fallo su un giocatore così meraviglioso” fu la risposta del grande Giacinto Facchetti.

Infine, questa la definizione data a Kipiani da Tengiz Packhoria, il più celebre giornalista sportivo georgiano.
“Kipiani ha elevato il calcio da sport ad arte. 
La gente impazziva per lui. Conosco persone che andavano allo stadio solo per vedere giocare lui … e “Dato” li rendeva felici perché era differente da qualsiasi altro calciatore”.