Allenare la precisione – Scuola Calcio

Una delle priorità maggiori rilevate nei primi allenamenti con la mia giovanissima squadra, come già detto nei precedenti articoli 2012,  è stata sicuramente quella di insegnare  il corretto passaggio, partendo dal gesto tecnico da “fermi”  per arrivare ad insistere sulla precisione; quasi 3/4 di loro non erano in grado di passare la palla al compagno pronto a riceverla, ma “buttavano” il pallone senza guardare.

A questo proposito, per non annoiarli con troppi quadrati o esercitazioni statiche, ho dovuto proporre un gioco che potesse tenere la loro attenzione attiva per il maggior tempo possibile.

Il primo passo è creare uno spazio di gioco diviso in due metà campo dove andranno a disporsi le due squadre, divise da una riga centrale insuperabile.

Alle spalle di ogni metà campo,  dovrete creare un’area apposita in cui posizionare tante porticine ben distanziate l’una dall’altra (nel pessimo disegno…quelle bianche e arancioni). Il numero delle porte dovrà essere inzialmente ben superiore al numero di avversari che coprono il campo.

 Ogni squadra dovrà cercare di segnare più gol possibili nelle porticine!  I giocatori saranno obbligati ad alzare la testa e guardare dove butteranno il pallone.  Con un po’ di pazienza, arriveranno a servire il compagno meglio posizionato ai lati (qua possiamo insistere lo stop orientato) trovando la loro porticina coperta da un avversario. 

Vince la partita la squadra che segna il maggior numero di goal!

*LAVORANDO SUL PASSAGGIO, IL TIRO RISULTA ESSER VALIDO SOLAMENTE D’INTERNO*

Esistono poi altre varianti interessanti, che complicano un pochino la situazione:

sostituire le porticine con i birilli, per richiedere una maggiore precisione.

Ridurre le porticine ed inserire dei compagni di squadra nella metà campo da attaccare, in modo che la palla arrivi a loro che dovranno essere bravi a fare gol con un numero di tocchi limitato o di tempo limitato.  Questo permete a chi deve ricevere un lavoro  sullo smarcamento, lavorando sul concetto di zona luce e ombra. 

Avendolo provato la settimana scorsa, posso testimoniare che dopo qualche prova garantisce divertimento e quindi intensità.

Buon lavoro!

Allenare la forza negli esordienti

Dopo aver iniziato la settimana lavorando sulla resistenza abbiamo svolto l’altro giorno una seduta con i ragazzi basata sull’allenare la forza.

Allenamento durato circa un’ora e mezza dove i ragazzi si sono divertiti molto nonostante la stanchezza evidente. 

Allenare la forza

Nel primo esercizio abbiamo diviso i ragazzi in gruppi da tre con due palloni. Il giocatore A deve correre con intensità verso il giocatore B ed effettuare uno scambio uno due con la palla e poi tornare correndo verso il giocatore C ed effettuare anche con lui uno scambio uno due sempre con la palla. I giocatori cambiano posizioni dopo che il giocatore A correndo avanti e indietro effettua sia con il giocatore B che con il giocatore C tre volte lo scambio uno due.

E’ importante che il mister sottolinei la postura corretta da effettuare durante la corsa, l’intensità della corsa e la precisione dello scambio con la palla nonostante si arrivi in stanchezza a farlo. 

Allenare la forza

Nel secondo esercizio abbiamo un rombo con alle estremità 4 giocatori. Il giocatore 1 deve passare la palla al giocatore 2 ed andare ad occupare la posizione del giocatore 2. Prima di andare ad occuparla deve andare nel centro del rombo e fare un affondo. Il giocatore 2 senza aspettare il giocatore 1 deve passare la palla al giocatore 3 e andare in mezzo a fare l’affondo e poi deve guardarsi attorno e andare ad occupare la posizione libera nel rombo in modo che la circolazione di palla sia regolare. 

Importante in questo esercizio mantenere una buona intensità ma anche effettuare con precisione la trasmissione e la ricezione del passaggio. 

In questi due primi esercizi è importante sottolineare ai ragazzi che sono situazioni che vengono vissute in partita molte volte. Nel primo esercizio la sponda in corsa e nel secondo esercizio il passaggio e la ricerca della zona libera sono situazioni spesso critiche che i ragazzi in partita faticano ad affrontare. 

Allenare la forza

Nel terzo esercizio abbiamo diviso i ragazzi su due file in competizione tra loro. Ogni fila ha davanti a se 6 coni. La fila di destra  parte facendo tre balzi con il piede destro e tre balzi con il piede sinistro e poi in sprint va alla meta. La fila sinistra fa tre balzi con il piede sinistro e tre balzi con il piede sinistro e va allo sprint. Ovviamente vince chi arriva per primo. Sottolineare durante l’esercizio dei balzi che deve essere fatto accuratamente e che alla fine dello sprint i giocatori cambiano fila in modo da fare l’esercizio alternato sulle due file. A volte i ragazzi presi dalla foga di vincere tendono a fare in modo approssimativo i balzi.

Abbiamo poi inserito una variante dove come meta dello sprint ci fosse un pallone e il giocatore primo arrivato tira in porta  sempre per tenere alto i livello di euforia tra i ragazzi nonostante il lavoro intenso.

Nel quarto esercizio i ragazzi sono stati divisi a coppie. Un giocatore con la palla e l’altro posto di fronte ad un metro circa in posizione di marcatura. La coppia deve percorrere l’ampiezza del campo. Il giocatore che ha la palla conduce un po con il piede destro e un po con il piede sinistro mentre chi difende non interviene sulla palla ma tenendo la distanza fissa e lo sguardo sulla palla corre in posizione flessa con il corpo rivolto a sinistra o a destra a seconda della posizione della palla nell’atto di allargare la corsa di chi conduce.

Alla fine del campo la coppia si scambia il compito.

Nel quinto esercizio abbiamo fatto giocare un 2 contro 2 senza regole su una porzione abbastanza ristretta di campo e per finire abbiamo fatto una partitella sempre in intensità divisi in squadre da 7 giocatori.

Alla fine dell’allenamento i ragazzi erano visibilmente stanchi ma l’andamento dell’allenamento è stato interessante sia per la loro organizzazione (continue divisioni tra loro, gruppi da 3 poi da 4, poi le coppie, ecc..) sia per il clima che viste le varie competizioni ha portato ad affrontare i vari esercizi in tranquillità con il sorriso nonostante la fatica.

Ovviamente ogni mister conosce la sua squadra ma in generale la progressione dell’allenamento (con più obiettivi trasversali sulla tecnica e sulla tattica) soddisfa comunque il lavoro su allenare la forza per questa età. Gli esercizi sono variabili sia  come carico che come intensità a seconda degli spazi e delle distanze che di volta in volta adottiamo. 

Via dal mio giardino!

Siamo arrivati ad ottobre, da circa un mese sto vivendo il passaggio da Giovanissimi a Pulcini, per la precisione annata 2012.

Sicuramente non è necessario testimoniare quanta sia la differenza e quanto sia impegnativo un adattamento tecnico ad una fascia di bambini così piccoli. 

Un’ impostazione ludica delle esercitazioni dell’allenamento, fondamentale per stimolare la loro attenzione e comprensione,  obbliga senza ombra di dubbio a lavorare (e non poco) di fantasia! Questo si è rivelato molto prezioso per me che stavo vivendo un momento di blocco mentale dovuto a strascichi della precedente esperienza. 

Una delle esercitazioni che ha riscosso più successo è stata quella che ho chiamato “VIA DAL MIO GIARDINO!”

Come prima cosa ho posizionato una decina di palloni dentro l’area di rigore o un qualsiasi recinto creato con dei semplici cinesini. Questo sarà il famoso giardino. 

Di fronte al giardino, ci saranno 3,4,o 5 casette, a seconda del numero di bambini, che andranno costruite anch’esse con cinesini. 

Da ognuna di queste casette, partirà un componente contemporaneamente ai vicini di casa. Avremo così 3,4,o 5 bambini che andranno ad attaccare il giardino.

A difendere il giardino, ci saranno 4 lupi che dovranno mangiare i nemici e difendere il giardino MUOVENDOSI SOLAMENTE IN ORIZZONTALE.

Se i lupi non riusciranno a proteggere il giardino, chi entrerà dovrà rubare il pallone e  riuscendo anche ad evitare il lupo in uscita e portarlo nella propria casetta.

Il gioco è diviso in due fasi, una con le mani (finalità coordinative e di movimento) e uno con i piedi (conduzione e 1 contro 1).

Quando il giardino sarà sgombro e tutti i palloni rubati, il gioco sarà terminato e i 4 lupi verranno cambiati. 

 

Non mollare Appie!

Justin Kluivert quando arrivò alla Roma scelse il numero 34. Lo stesso numero di maglia che porta Amin Younes al Napoli, Philippe Sandler al Manchester City e Kevin Diks, in prestito ai danesi dell’Aarhus dalla Fiorentina.
Vebbè, qualcuno deve pur prenderlo quel numero direte voi.
Vero.
Ma quando lo scelgono 4 ragazzi, tutti olandesi e tutti molto giovani, la cosa non può passare inosservata.
Kluivert, Younes, Sandler e Diks sono tutti amici ed ex-compagni di squadra di ABDELHAK NOURI.
Forse a pochi questo nome dice qualcosa.
Ma su chi sarebbe diventato Abdelhak Nouri ci sono ben pochi dubbi.
Sarebbe stata solo una questione di tempo.
All’Ajax e tutti quelli che lo hanno visto in azione su un campo di calcio, ne sono tutti quanti assolutamente convinti: di Abdelhak Nouri si parlerebbe come si parla oggi di Matthijs De Ligt, di Frenkie De Jong, di Donny Van de Beek o come magari prestissimo si parlerà di Carel Eiting.

Abdelhak Nouri giocava con tutti loro nello “Jong Ajax” la squadra giovanile dell’Ajax.
Aveva giocato con loro nella stagione 2016-2017 alla fine della quale fu votato come “IL MIGLIOR CALCIATORE DELLA STAGIONE”.
In prima squadra aveva già esordito, proprio in quella stagione.

Era il 21 settembre del 2016 quando, in una partita di Coppa d’Olanda contro il Willem II, fece il suo debutto. Segnando anche una rete.
Un sogno che si realizzava per questo ragazzo di origini marocchine, nato proprio ad Amsterdam il 2 aprile 1997 e tifoso dei biancorossi da sempre.
Ancor di più da quando, a soli 7 anni, entrò nelle giovanili del Club.
Nel estate del 2017 viene definitivamente inserito nella rosa della prima squadra.
“Appie”, come viene chiamato da tutti, sceglierà il NUMERO 34.






E’ l’8 luglio del 2017.
La preparazione dell’Ajax è iniziata da pochi giorni e nel piccolo stadio di Schwendau, nelle Alpi austriache a meno di 70 km da Innsbruck, si gioca una partita amichevole.
Di fronte all’Ajax ci sono i tedeschi del Werder Brema.
Mancano meno di venti minuti alla fine.
L’Ajax sta spingendo alla ricerca del gol del pareggio.
L’azione si sta sviluppando sulla fascia destra.
Dall’altra parte del campo però c’è un giocatore che sta camminando lentamente disinteressandosi totalmente allo sviluppo del gioco.
Poi improvvisamente si inginocchia a terra e poi si corica di schiena.
Un compagno se ne accorge, alza il braccio per attirare l’attenzione dei compagni.
L’arbitro ferma il gioco.
Passano diversi secondi prima che ci si renda conto che non è stanchezza, non è un infortunio e non è neppure colpa dei 30 gradi abbondanti di quella giornata di luglio.
Intorno al giovane Nouri si muovono tutti con apparente tranquillità.
Per oltre un minuto.
Poi Klaas-Jan Huntelaar si avvicina e i suoi gesti sono di autentico terrore.
A quel punto anche il medico del Werder Brema si precipita in campo.
Passeranno 7 lunghissimi minuti prima che un defibrillatore entri in azione.
Dopo 13 minuti, quando la situazione sembra ormai compromessa, il cuore di Abdelhak Nouri ricomincia a battere
 e il suo respiro torna regolare.
Arriva un elicottero che porta il giovane talento di origine marocchina all’ospedale di Innsbruck. 
I primi segnali sono confortanti. Come spesso accade in questi casi viene indotto il coma ma i primi test a cuore e cervello sono confortanti.
La famiglia di Abdelhak arriva al suo capezzale.
Manca solo il padre, che dopo un anno a lavorare in macelleria era tornato in Marocco per qualche giorno di vacanza.
Ulteriori controlli però svelano un quadro diverso.
Ci sono importanti danni subiti dal cervello.
“Appie” non tornerà mai più su un campo di calcio.

A due anni abbondanti di distanza da quel giorno è ancora in un letto d’ospedale.
E’ uscito dal coma, riconosce i suoi famigliari, riesce a muovere bocca e occhi.
Per la famiglia di Nouri è un passo importante.
Non si arrendono, sono convinti che un pieno recupero sia ancora possibile.
Il padre Mohammed non lavora più in macelleria.
Passa tutti i giorni ore e ore al capezzale del figlio poi arrivano i fratelli Abderrahim e Mohammed a dargli il cambio.
Da quando è tornato ad Amsterdam, nel quartiere di Geuzenveld, gli attestati di affetto e il calore di amici, vicini e semplici tifosi dell’Ajax non hanno mai smesso di arrivare alla famiglia Nouri.
Nel campetto da gioco del quartiere campeggia una grande scritta su un muro “Appie 4 ever”.
Neanche all’Ajax intendono dimenticare questo ragazzino sempre sorridente, allegro e con tanta voglia di giocare a calcio e di imparare.
Sono tutti assolutamente sicuri che “Appie” avrebbe recitato una parte importantissima in questo Ajax che nella scorsa stagione ha incantato il mondo del pallone con il suo gioco offensivo e spettacolare.
Un classico 10, che amava giocare tra le linee e che si adattava benissimo anche partendo dall’esterno. 
Edwin Van der Saar, l’ex grande portiere e ora direttore generale dell’Ajax ha ammesso con grande onestà che “si sarebbe dovuto fare molto di più quel giorno. Troppo tempo perso a liberare le vie respiratorie, troppo tempo perso prima di capire da dove veniva il problema.
… e troppo tempo perso prima di utilizzare il defibrillatore. Se tutto questo fosse stato fatto è possibile che Abdelhak ora sarebbe in condizioni migliori. Non è una certezza, ma è una possibilità”.





TRIBUTI

Il Guardian, il prestigioso quotidiano inglese, nel 2014 (quando Abdelhak aveva solo 17 anni) lo aveva inserito tra i 40 migliori giovani del calcio mondiale.

Ricorda David Endt, che fu general manager all’Ajax fino al 2013.
“Già allora si vedeva che aveva una qualità assoluta. Un giorno gli dissi che il suo stile di gioco mi ricordava quello del grande Andres Iniesta”. “Appie” sgranò gli occhi e rimase per un paio di secondi a bocca aperta prima di bisbigliare un “ma … dice sul serio ? E’ proprio il giocatore a cui mi ispiro ! Grazie Boss !”.

Ousmane Dembélé, l’attaccante del Barcellona, diventò amico di “Appie” durante un torneo giovanile, in cui giocarono come avversari. Nacque una bella amicizia e Ousmane ancora oggi, sui suoi scarpini di gioco, ha inciso il nome “Nouri” e il numero 34.

Due dei migliori amici di Abdelhak sono Frenkie de Jong ora al Barcellona e Donny Van de Beek.
Quest’ultimo va spessissimo a trovare “Appie” e si racconta che spesso rimanga a dormire vicino a lui, nel letto a fianco.

Il 16 aprile di quest’anno è stato proprio Van de Beek a segnare il gol del pareggio dell’Ajax nella sfida con la Juventus nei quarti di finale della Champions League.
“Stavo impazzendo di gioia quando correndo verso i nostri tifosi ho guardato il tabellone luminoso. Avevo segnato al minuto 34. E’ stato Appie, ne sono assolutamente sicuro” ricorda commosso Donny.

All’entrata del museo dell’Ajax, a pochi metri dal “Johann Cruyff Arena”, ci sono tre maglie con il numero 34. Su ognuna di loro, sopra il numero, c’è una parola.
Insieme formano un messaggio “Stay strong Appie”.
Non mollare ragazzo. 

Terzo uomo

Una necessità importante nel mondo del calcio giovanile è quello di far capire ai ragazzi il movimento generale dei giocatori con e senza palla quando la propria squadra sta attaccando verso la porta avversaria. Spesso si cercano i compagni vicini ma difficilmente viene naturale cercare un cambio gioco in un altra area del campo rispetto a quella in cui si è oppure ricevere la palla e trasmetterla nello spazio per un terzo uomo che si inserisce per puntare verso la porta avversaria. 

In questo esercizio il giocatore 4, nella metà difensiva, passa al giocatore 3 che trova il giocatore 5 che ha due possibilità di passaggio: direttamente al giocatore 1 – che ha effettuato una corsa angolata da sinistra a destra o un passaggio al giocatore 2 che si muoverà da destra a sinistra.

Il giocatore 5 avrà il compito di cercare il terzo uomo (giocatore 2 o 1) con un lancio nello spazio che ne favorisca l’inserimento. Dovrà quindi “fidarsi” di lanciare la palla anche se non vede fisicamente il giocatore a cui passarla.

Questo passaggio spesso deve essere effettuato a palla alta per superare i difensori. E’ importante sottolineare ai giocatori 1 e 2 il continuo movimento in diagonale per disorientare i difensori e per evitare il possibile fuorigioco.

Dopo il primo esercizio tutti i giocatori si ruotano in senso orario in modo che si possano provare le varie posizioni e i diversi modi di giocare.

Quando i giocatori hanno capito l’esercizio porre l’attenzione sulla figura geometrica del triangolo sia per far capire ai ragazzi di non correre in linea retta (sarebbero coperti facilmente dai difensori) sia per sfruttare l’ampiezza del campo. La velocità di esecuzione fa la differenza sull’effettiva efficacia della struttura di gioco.

Nella partita Napoli Liverpool entrambe le squadre hanno utilizzato questa metodologia di gioco per arrivare ad entrare in area facilmente. Solo nel secondo tempo lo hanno fatto più di 15 volte (il totale di entrambe le squadre) .

Dener, il Neymar che il destino si portò via

E’ il primo maggio del 1993.
Si gioca per il “Paulistao”
, ovvero il campionato regionale della zona di San Paolo. 
Lo stadio è il “Canindé” di San Paolo dove i padroni di casa del Portuguesa ospitano il Santos.
Nonostante i bianchi di Guga e Axel abbiano i favori del pronostico, i rossoverdi del Portuguesa, piccolo club abituato a fare su e giù tra la serie maggiore e quella cadetta, stanno dando filo da torcere ai più titolati avversari.
Dopo un primo tempo a senso unico in favore dell’ex squadra di Pelè e chiuso dal Santos in vantaggio per 2 reti a 0 quella che si presenta in campo nel secondo tempo davanti ai propri tifosi è una squadra completamente trasformata.
Il Portuguesa mette alle corde il Santos e dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo accorcia le distanze.
E’ un gran colpo di testa di Bentinho che rianima le speranze dei tifosi della “LUSA”, questo il nome con cui è conosciuto il Club tra i propri tifosi e in tutto il Brasile.
Lo stesso Bentinho riporta in parità le sorti del match.
L’azione si sviluppa ancora sulla fascia destra dove Dener, il numero 10 del Portuguesa e indiscusso idolo della torcida “Lusa”,  dopo aver saltato un uomo in dribbling “chiama” un triangolo con un compagno di squadra, guadagna la linea di fondo per poi mettere un invitante pallone all’interno dell’area piccola che deve solo essere spinto in rete.
Bentinho è ancora lì, al posto giusto nel momento giusto.
A metà della ripresa arriva addirittura il sorpasso.
E’ Tico, che sul filo del fuorigioco, viene pescato solo al limite dell’area.
Avanza verso la porta e con un tocco di esterno destro beffa Edinho, il numero 1 del Santos e figlio del grande Pelé.
Ci sono proteste infinite e la partita si scalda improvvisamente.
Il Santos ovviamente non ci sta.
Sono punti fondamentali nella corsa al titolo regionale anche se Palmeiras e Corinthians sembravano avere obiettivamente qualcosa in più in quella stagione.
I bianchi si riversano in attacco.
C’è un calcio di punizione a favore degli uomini allenati da Evaristo de Macedo dalla trequarti.
Il pallone viene rinviato di testa fuori dall’area, raccolto da Tico che lo appoggia a Dener.
Il numero 10 del Portuguesa riceve palla, spalle alla porta, quando si trova si e no dieci metri all’interno della metà campo avversaria. 
E a questo punto si inventa “qualcosa” che ancora oggi, nei racconti dei tifosi del Portuguesa, è considerato IL GOL della storia del Club.

Con un solo tocco stoppa la palla, si gira e con il secondo tocco fa passare la palla tra le gambe di un avversario.
Si lancia verso la porta che è però ad almeno 40 metri di distanza.
Salta un altro avversario, ne supera due in velocità, arriva davanti al portiere del Santos, lo fa sedere con una finta e poi spinge con l’esterno del piede la palla nella porta ormai vuota.
La “torcida” del piccolo “Estadio do Canindé” impazzisce letteralmente.
E’ il gol che chiude definitivamente il match … ed è il gol che consegna Dener Augusto de Souza alla leggenda del Portuguesa e gli apre definitivamente le porte di una carriera che a 23 anni non ancora compiuti, lo ha già visto esordire nella Nazionale maggiore brasiliana.

Risultati immagini per dener

Siamo nell’aprile del 1994.
Sono passati meno di 5 mesi da quel gol.
Dener ad inizio anno si è trasferito in prestito al Vasco de Gama, che non ha badato a spese per assicurarsi le prestazioni del giovane talento di Vila Ede per il “Campionato Carioca” (il campionato regionale di Rio de Janeiro) di quella stagione.
Le prestazioni di Dener sono di altissimo livello.
Il suo esordio con il Vasco de Gama è in una mini tournèe in Argentina dove il team di Sebastiao Lazaroni affronta anche il Newell’s All Boys di Diego Maradona.
La prestazione di Dener è talmente spettacolare che a fine partita “El Diego” vorrà complimentarsi personalmente con il ragazzo.

In quel campionato “Carioca” il ruolino di marcia del Vasco è impressionante.
Nel girone di qualificazione al quadrangolare finale per il Vasco di sono 8 vittorie e 3 pareggi … e nessuna sconfitta.
Dener gioca finalmente con quella continuità che finora gli aveva fatto difetto ed è uno dei protagonisti principali di questa trionfale cavalcata.
A tal punto che praticamente tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere il minuto attaccante di proprietà del Portuguesa una certezza tra i 22 giocatori che faranno parte della spedizione negli USA per gli ormai imminenti mondiali.
Dener, che agisce prevalentemente da seconda punta alla spalle del bomber “giramondo” Jardel, ha letteralmente fatto innamorare i sostenitori del Vasco.
Quello che impressiona maggiormente in questo minuscolo attaccante (168 centimetri per 60 chilogrammi di peso) è la capacità di dribbling lanciato in piena velocità e anche chi tenta di fermarlo con le “cattive” scopre ben presto che le sue doti di equilibrio e di agilità sono davvero fuori dalla norma.
La palla sembra non voglia staccarsi dai suoi piedi, vede il gioco, è bravo nell’ultimo passaggio e segna con regolarità.
La Torcida del Vasco ha coniato un ritornello appositamente per lui.
‘Ê cafuné! Ê cafuné! O Dener é a mistura de Garrincha com Pelé!’
Se la parola cafuné è quasi intraducibile (è più o meno una carezza, un gesto delicato) molto più chiara la seconda parte del testo “Dener è un misto fra Garrincha e Pelé !” il complimento più grande immaginabile in Brasile, visto che cita i due più grandi campioni della storia calcistica di questo paese.
Il 17 aprile al Maracanà si gioca Fluminense – Vasco da Gama.
Finirà in pareggio, un 1 a 1 che non sarà certo ricordato negli annali ne per lo spettacolo in sé e neppure per Dener, che verrà espulso durante il match per una lite con il terzino brasiliano Branco, vecchia conoscenza anche del calcio italiano.
Nessuno però può immaginare che quella sarà l’ultima partita di Dener, il minuscolo talento destinato ad una carriera luminosissima.
Subito dopo la partita, giocata il 17 aprile,  Dener rientra a San Paolo.
Non è una semplice gita di piacere nella sua città.

Risultati immagini per dener

A San Paolo, insieme ai dirigenti del suo Portuguesa ci sono quelli dello Stoccarda, in quel momento una della squadre più importanti e competitive della Bundesliga.
A caldeggiare il suo acquisto con il team tedesco è nientemeno che Carlos Dunga, arrivato a Stoccarda l’estate precedente dopo le sei stagioni trascorse in Italia con Pisa, Fiorentina e Pescara.
E’ un passo importantissimo per la carriera di Dener e la proposta economica è assai allettante per questo ragazzo che nonostante la giovanissima età è già padre di tre figli.
Dener in passato ha avuto diversi problemi disciplinari:
Allenamenti saltati o arrivando in ritardo, qualche violenta discussione con alcuni allenatori (con l’ex portiere della Nazionale Leao in primis) e comunque diversi comportamenti non esattamente professionali.
Da qualche tempo però pare maturato, più responsabile e disciplinato e il suo rendimento in campo ne è la prova più evidente.
Il 19 aprile riprendono gli allenamenti del Vasco in vista della fase finale del campionato Carioca e Dener, insieme all’inseparabile amico Otto Gomes Miranda, riparte da San Paolo per far ritorno a Rio de Janeiro.
E’ proprio l’amico Otto che in quell’alba del 19 aprile sta guidando l’auto di Dener, una Mitsubishi Eclipse.
Sono partiti da San Paolo durante la notte, quasi sei ore prima e sono ormai nei pressi di Rio de Janeiro (esattamente a Lagoa Rodrigo de Freitas).
Nemmeno quindici minuti e saranno a destinazione.
Ad un certo punto accade qualcosa di imprevedibile.
E di drammatico.
La macchina esce dalla carreggiata e finisce contro un grosso albero ai lati della strada.
L’impatto è tremendo, sia per la forte velocità sia perché con ogni probabilità ha colto entrambi nel sonno.
Otto Gomes Miranda sopravviverà anche se gli verranno amputati gli arti inferiori mentre per Dener non ci sarà nulla da fare.
Morirà sul colpo
, soffocato dalla cintura di sicurezza.
L’inchiesta successiva stabilirà che Dener al momento dell’impatto stava dormendo con il sedile completamente reclinato all’indietro e la cintura di sicurezza, invece di proteggerlo, lo ha praticamente strangolato.
Il cordoglio in tutto il Brasile è immenso.
Vedere oggi le immagini di Dener in Internet non può che farci pensare ad un altro immenso talento brasiliano di oggi che forse riuscirà a raggiungere tutto quello che DENER AUGUSTO DE SOSA ha solo potuto sognare.
Il suo nome è NEYMAR.

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ANEDDOTI E CURIOSITA’

Come per molti altri ragazzi brasiliani l’infanzia di Dener è sulla soglia della miseria. Rimasto orfano all’età di 8 anni per Dener la vita è stata per anni andare a scuola alla mattina e trovare lavoretti saltuari al pomeriggio per contribuire al magro bilancio famigliare.
Può giocare solo al famoso “futbol sala” (il calcio a 5 al coperto) dove però a nessuno sfuggono le grandi doti di questo piccolo e magrissimo ragazzo.
A undici anni il Portuguesa lo mette sotto contratto ma a quindici le necessità famigliari lo costringono a lasciare il calcio giocato. Per lui c’è il ritorno nel Calcio al coperto dove riesce a raggranellare qualche soldino. Tornerà due anni dopo.
Questo il racconto di Antonio Gomes, allenatore del Portoguesa che fece esordire Dener in prima squadra.
“Un dirigente del Club mi parlò di questo ragazzino tutto pelle e ossa che mi convinse a provarlo in una partitella di allenamento. Arrivò al campo e dissi al magazziniere di dargli maglietta e calzoncini.
La partita era già iniziata da diversi minuti quando mi accorsi che Dener era ancora a bordo campo. Sembrava un pulcino smarrito. Lo invitai a entrare in campo. Il primo pallone che toccò lo fece passare sopra la testa di un difensore, lo stoppò e poi scattò via come un fulmine. Il secondo fu una palla a metà tra lui e un altro giocatore, più o meno il doppio di lui fisicamente. Quest’ultimo entrò in scivolata, in maniera anche molto dura e scoordinata. Dener arrivò una frazione di secondo prima sul pallone, lo toccò con la punta del piede e poi saltò a piedi uniti per evitare il tackle dell’avversario. 
A quel punto mi voltai verso i dirigenti e dissi loro di “non fate andar via quel ragazzo prima di avergli fatto firmare un contratto da professionista !”.

La consacrazione per Dener arriva nel 1991 durante il famoso torneo “Junior Cup di San Paolo”, il torneo Under-20 più importante del Brasile e ai tempi autentica vetrina per i giovani talenti.
Dener porta il Portuguesa al trionfo (4 a 0 in finale contro il Gremio e verrà eletto Miglior calciatore del Torneo.

Prima dello storico gol contro il Santos Dener ne realizzò un altro molto simile nel 1991 contro l’Inter de Limeira, sempre per il campionato paulista.
In quell’occasione furono quattro i calciatori saltati in dribbling e in velocità prima di battere a rete con un tocco “sotto” a scavalcare il portiere.

A farlo esordire nella Nazionale Brasiliana fu niente meno che Paulo Roberto Falcao durante la sua breve permanenza sulla panchina del Brasile. Due presenze, entrambe contro l’Argentina.
“Un giocatore meraviglioso. Di quelli che possono cambiarti l’esito di una partita in un solo secondo. Quelli come lui sono un piacere per chiunque ami il calcio” queste le parole dell’Ottavo Re di Roma.

Josè Macia, detto Pepe, uno dei più grandi attaccanti della storia del calcio brasiliano, fu l’allenatore di Dener al Santos in una carriera che lo ha visto fare da chioccia al grande Pelé al Santos e in seguito in giro per il mondo come allenatore in oltre 20 diversi club.
“Tra tutti i calciatori che ho allenato nella mia carriera è l’unico che si è in qualche modo avvicinato a Pelè. Quel ragazzo aveva un talento straordinario”.

Sempre nei ricordi di Pepe c’è un altro racconto particolare e molto emblematico nel periodo in cui fu l’allenatore di Dener al Portuguesa.
“Dener era spesso in ritardo agli allenamenti, oppure non si presentava neppure. Stavo per perdere la pazienza con lui quando venne da me Capitao, il giocatore più esperto della squadra” racconta il grande ex-centravanti del Santos.
“Vengo in rappresentanza dei miei compagni Mister. La preghiamo di avere un po’ di pazienza con Dener. Sappiamo che non sempre si comporta bene … ma è lui che ci fa vincere le partite”.
Ricorda Pepe che “fu la prima e l’ultima volta nella mia carriera di allenatore che fece un eccezione per qualcuno” aggiungendo poi che “Capitao e i suoi compagni però avevano effettivamente ragione !.

L’ultima aneddoto riguarda proprio quel giocatore che per i brasiliani che ricordano Dener ne racchiude gran parte delle caratteristiche, Neymar Junior.
Si racconta che durante i suoi primi anni al Santos Neymar subiva molto la durezza degli interventi degli avversari (non che sia cambiato tantissimo !) e finiva spesso per reagire in malo modo facendosi spesso espellere.
Un giorno il Direttore Sportivo del Santos Paulo Jamelli decide di chiudere Neymar in una stanza per mostrargli come reagivano i grandi campioni ai falli degli avversari … ovvero senza mostrare debolezze, rialzandosi dopo un fallo pronti a ripartire per una nuova giocata.
I video mostrati quel giorno furono di Pelé, di Maradona, di Messi e … di DENER.

Lavorare sul passaggio

In questo periodo mi piace far giocare ai ragazzi delle amichevoli perché penso che non esista metodo migliore per allenarsi se non quello di provare sul campo i gesti fondamentali per poi poterli gestire e migliorare nelle sedute infrasettimanali. Nella partita persa ieri sera oltre alla fatica dimostrata per il carico di lavoro svolto in ritiro mi ha sorpreso da parte di alcuni la non precisione sul passaggio anche in condizioni di non pressing avversario. Condividere l’analisi della partita con i ragazzi e lavorare sul passaggio nei prossimi allenamenti può allora migliorare la tecnica ma anche l’apertura mentale dei ragazzi rispetto al cammino di crescita che si vuole ottenere.

Non avendo nelle gambe freschezza atletica ed avendo inserito diverse novità tattiche ii trasmettere e il ricevere la palla (oriento e passo) diventa un gesto fondamentale che ci da il tempo di ragionare e di far correre la palla e gli avversari senza stancarci ulteriormente. Ieri sera alcuni hanno provato diversi giocate di prima intenzione e il risultato è stato o non preciso con conseguente perdita del possesso palla a favore dell’avversario o ci ha fatto tenere un ritmo alto di gioco che in questo periodo non possiamo sostenere.

Lavorare sul passaggio

Nell’esercizio di oggi quindi lavoriamo sul passaggio (soprattutto sulla precisione nell’effettuarlo). In uno spazio abbastanza ampio inseriamo un giocatore in ogni angolo.

L’esercizio inizia con un passaggio dal giocatore 1 al giocatore 2. Il giocatore 1 segue il passaggio per prendere il posto del giocatore 2 mentre passa e si muove

Il giocatore 2 quando riceve la palla la orienta ed effettua una serie di passaggi da uno a due con il giocatore 3 attraverso i paletti lavorando soprattutto sulla precisione del passaggio.

Il giocatore 2 poi passa quindi al giocatore 4 che gioca un uno-due con il giocatore 3 e poi porta palla all’inizio dell’esercizio. Il giocatore 1 diventa il giocatore 2, il giocatore 2 diventa 3, 3 diventa 4 e 4 diventa 1.

All’inizio è meglio iniziare con passaggi lenti in modo che i giocatori possano abituarsi al movimento e curare la sequenza di ricevere la palla orientandola per il passaggio successivo. Quando poi l’esercizio è chiaro bisogna puntare sull’intensità, con passaggi effettuati precisi ma anche anche decisi sia per direzione che per forza.

Un successivo sviluppo è quello di inserire al posto dei paletti degli avversari, prima in modo passivo e poi in modo attivo per giocare un 4 conto 2 con obiettivo di possesso palla (10 passaggi equivalgono ad un goal).

Ricerca Zona Luce con 3 contro 2

Avendo a che fare con le fasce d’età soprattutto più piccole, uno dei temi sempre arduo da “far passare” è sicuramente quello della ricerca della zona luce.

Può sembrare presuntuoso specificare che per ricevere palla da un mio compagno,  è necessario che non ci siano ostacoli nella traiettoria.   Il giocatore ricevente, per avere il pallone,  deve quindi posizionarsi nella zona luce.

Che cosa intendiamo per zona luce?  Semplicemente, quella zona libera da avversari, in cui il giocatore riceve la palla direttamente dall’avversario. Tante volte avremo detto ai nostri giocatori di non stare nascosti dietro l’avversario! In quel caso,  come vediamo nella immagine, entra invece in gioco il concetto contrario di zona ombra, ossia quella in cui è impossibile ricevere il passaggio per un errato posizionamento dietro un avversario.

 

Nei precedenti anni, ho utilizzato molto una esercitazione semplicissima ma che garantiva una grandissima intensità con la possibilità di inserire anche un doppio obiettivo una volta assimilato questo. 

Si tratta di predisporre un rombo; le dimensioni devono essere piuttosto strette per garantire una grande intensità.

Facciamo posizionare 3 ragazzi su i vertici del rombo, lasciandone uno libero. All’interno del rombo, mettiamo 2 ragazzi con casacche di colore opposto.

L’esercitazione obbliga continuamente i due compagni senza palla ad un movimento costante cercando il vertice libero (lavorando alle spalle del giocatore in mezzo) per trovare, appunto, la zona luce.

Cerchio BLU: giocatori sui vertici (uno ha il pallone) Cerchio ARANCIO: giocatori all’interno che decidono quale dei quattro vertici andare a coprire Freccia NERA: Movimento del giocatore a cercare il vertice libero Freccia VERDE: passaggio

 

Chi è dentro al rombo,  avrà solamente il compito di decidere quale vertice coprire senza ovviamente intervenire.

Questa esercitazione garantisce un lavoro intenso e soprattutto una continua attenzione allo smarcamento e a non cadere più nell’errore di aspettare il pallone nascosti dietro l’avversario.

L’ho applicata con i giovanissimi,  ma ritengo possa tranquillamente essere utilizzata con gli esordienti.

Le mie doti artistiche non sono eccellenti, come potete vedere dal disegno. In caso ci sia qualcosa di poco chiaro, utilizzate i commenti e avrete subito risposta!

p.s Successivamente, ho utilizzato questa esercitazione anche per un lavoro di taglio dell’esterno opposto. Gli obiettivi da inserire sono tanti, ma ho preferito concentrarmi su quello di oggi perchè con un semplicissimo esercizio si riesce ad affrontare un limite piuttosto diffuso e arduo da colmare. 

Lo sciamano Gatti

Lo sciamano Gatti, il vero ‘matto’ del calcio argentino: ‘Se fissi la palla la puoi mandare dove vuoi’ | Primapagina | Calciomercato.com Con il soprannome “El Loco” ci sono probabilmente almeno un centinaio di calciatori nella storia del Futbol argentino. Già in queste pagine ci siamo occupati di uno dei grandi “Locos” del calcio argentino, Renè Houseman, che però aveva nella bottiglia la sua più importante “pazzia”.
Ma quando si parla di uno “matto”, ma matto davvero, il primo nome che viene in mente a tutti quanti in Argentina è quello di Hugo Orlando Gatti.
Eccentrico, controcorrente, polemico, presuntuoso, arrogante, guascone … di lui si può dire di tutto ma non che sia una persona o ancora prima uno sportivo “normale”.
Hugo Gatti nasce in un quartiere di Buenos Aires, il Carlos Tejedor, il 19 agosto 1944.
Gli inizi sono nell’Atlanta, dove dopo tutta la classica trafila nelle giovanili fa l’esordio in prima squadra nel 1962 a 18 anni. In quel periodo gioca con mostri sacri come Luis Artime (uno dei più grandi bomber nella storia del calcio argentino) Nestor Errea, Carlos e Mario Griguol e in quegli anni l’Atlanta vive uno dei migliori periodi della sua storia.
Da subito si capisce che Gatti non è un portiere tradizionale. Non si limita a difendere la propria porta o a comandare la sua area con le sue proverbiali uscite sui palloni alti ma esce spesso dai 16 metri per anticipare attaccanti lanciati a rete,  oppure palla al piede per impostare lui stesso l’azione. A volte capita addirittura che vada a battere le rimesse laterali ! Resta il fatto che fargli gol è difficile, molto. Ha una personalità spiccata e nulla pare intimidirlo.
Passano meno di due anni e per Gatti arriva la chiamata dei Millionarios del River Plate. Sembra il passo definitivo verso la consacrazione. Arriva addirittura la chiamata della Nazionale Argentina per i Mondiali inglesi del 1966 quando Gatti ha solo 21 anni. Ma le cose al River non vanno come previsto; il posto da titolare tra i pali del Millionarios stenta ad arrivare; c’è una autentica leggenda come Amedeo Carrizo con cui fare i conti e in 4 stagioni, tra il 1964 e il 1968, Gatti mette insieme 77 partite. La “via di fuga” e un posto da titolare certo è rappresentata dal Gimnasia Y Esgrima La Plata. Qui rimane 5 stagioni, positive ma non esaltanti. Il suo stile unico ha i suoi detrattori anche se l’arrivo sulla scena internazionale di un altro pazzo come lui, l’olandese Jongbloed, finisce per fare accettare con un po’ più di elasticità le “follie” di Gatti. Intanto, insieme alle sue uscite spericolate e alle sue giocate fuori area inizia ad affermarsi per quella che negli anni diventerà una sua peculiarità assoluta; quella di “pararigori”. Sono ben 8 quelli che para nelle sue stagioni al Gimnasia e addirittura 3 nella stessa stagione, il 1972, sui 5 complessivi che gli tirano. Nel 1975 finalmente la svolta per la carriera di Hugo; arriva la chiamata del grande Juan Carlos Lorenzo che lo vuole con lui al Union de Santa Fe. E con lui arrivano giocatori fantastici del calibro di Victorio Cocco, Rubén “Chapa” Suñe, Baudilio Jáuregui, Miguel Tojo, Ernesto Mastrángelo, Víctor Marchetti … è la “Grande Rivoluzione del ‘75” quando l’Union diventa l’autentica rivelazione del calcio argentino e per il gioco espresso diventa la squadra al centro dell’attenzione di tifosi e media. Gatti gioca partite sensazionali, para ben 4 rigori tra cui uno decisivo contro il River Plate.

Immagine correlata

Juan Carlos Lorenzo a fine stagione riceve la chiamata degli “Xeneises” del Boca e vuole a tutti i costi che “El Loco” Gatti lo segua per diventare “l’arquero” del Boca. La trattativa tra i due Presidenti di Boca (Alberto Josè Armando) e Union (Manuel Corral) è durissima ed estenuante. L’Union sta costruendo un team formidabile, in grado di puntare al titolo assoluto, ma Lorenzo insiste con il Presidente Armando … Gatti è fondamentale per le ambizioni del Boca. La scelta di Lorenzo si rivela più che azzeccata; nella prima stagione (1976) il Boca Juniors vince sia il Metropolitano che il Nacional, quest’ultimo in una storica e indimenticabile finale contro i grandi rivali del River.

L’anno dopo arriva addirittura il trionfo continentale nella Copa Libertadores dove Gatti diventa decisivo con una miracolosa parata su un tiro di Vanderley, attaccante del Cruzeiro. Questa vittoria da al Boca la possibilità di disputare la Coppa Intercontinentale, vinta contro il Borussia Monchengladbach (che partecipa in virtù della rinuncia degli inglesi del Liverpool) e Hugo Gatti è ancora protagonista assoluto, in particolar modo nella partita giocata in Germania e vinta per 3 a 0 dove “El Loco” para tutto il parabile e anche qualcosa di più !
Sempre nel 1977 però accade qualcosa che rende problematica la continuità di Gatti per un lungo periodo di tempo; un grave infortunio al ginocchio in un match di campionato contro il Temperley. Gatti, che fino a quel punto è titolare inamovibile della Nazionale Argentina che Cesar Menotti sta preparando per il Mondiale di casa, perde il posto di titolare a favore dell’altrettanto fortissimo Ubaldo “Pato” Fillol. Quello che accade nei mesi immediatamente precedenti il Mondiale è storia e al tempo stesso gossip e illazione pura; fatto sta che ai Mondiali del 1978 Fillol è il titolare e Gatti non entra neppure nei 22. “El Loco” non dimenticherà mai questo “sgarro” e accuserà in eterno Menotti di aver ceduto alle pressioni della stampa argentina che voleva Fillol come titolare. Altre voci dicono che sia stato lo stesso Gatti (profondamente antifascista a tal punto di appoggiare pubblicamente la campagna elettorale di Raul Alfonsin, “radicale e socialista” che sarà il primo presidente della nuova Repubblica argentina) a “inventarsi” il male al ginocchio ogni volta che arrivava la chiamata della Nazionale “di Videla” … male al ginocchio che poi spariva magicamente ogni volta che doveva scendere in campo con il Boca. Qualcuno, più maligno, afferma che il dolore al ginocchio era solo una scusa per Gatti che non accettava l’idea di fare da riserva “all’odiato” Pato (papero) Fillol.
Di certo c’è che Gatti continua a giocare alla grande nel Boca che rivincerà, rimanendo imbattuto per tutto il Torneo, la Copa Libertadores del 1978. Nonostante “El Loco” abbia già 34 anni nessuno si sogna di mettere in dubbio le sue qualità e il posto di titolare nel Boca. Bisogna arrivare al 1981 per trovare un portiere, in questo caso Carlos Rodriguez, in grado di mettere in discussione la titolarità di Gatti. Dopo un lungo ballottaggio Rodriguez ha la meglio: Gatti si deve sedere in panchina. In quella stagione il Boca ha un potenziale enorme: in una squadra già fortissima sono arrivati un certo Diego Armando Maradona e Miguel Angel Brindisi ma il campionato, a causa di grosso calo di rendimento nella seconda parte della stagione, sta sfuggendo di mano agli Xeneises. Mister Marzolini allora decide di rimettere in prima squadra Gatti, in un match importantissimo contro i “Pincharratas” dell’Estudiantes. L’avvio è da brividi; Gatti sbaglia completamente il tempo di una uscita e solo un provvidenziale salvataggio del compagno di squadra Roberto Mouzo impedisce ai biancorossi di Mar de La Plata di andare in vantaggio. Gatti, che in quanto ad autostima e fiducia nei suoi mezzi non è secondo neppure al suo grande idolo Mohammed Alì, non si perde d’animo e nel resto della partita diventa assolutamente decisivo con le sue parate ma non solo; su un lungo lancio verso la propria area “El Loco” esce dalla sua area anticipando un attaccante avversario, controlla il pallone e lo porta fino alla linea di metà campo prima di appoggiare la palla all’ala sinistra Perotti che, dopo aver saltato un paio di difensori, segna il gol decisivo.

Gatti non uscirà più dalla squadra titolare fino alla fine del Torneo che il Boca riuscirà a conquistare dopo 4 stagioni di digiuno. A seguire l’azione del gol di Maradona nella decisiva partita con il Racing Club.

Dopo di allora, salvo qualche brevissima parentesi, Gatti rimane titolare indiscutibile del Boca fino al 1988 … alla veneranda età di 44 anni ! Nel 1988 però, alla prima partita di campionato contro il Club Deportivo Armenio alla Bombonera, Gatti si rende protagonista di un errore clamoroso; esce dall’area per anticipare su un pallone lungo il centravanti avversario Maciel … El Loco pare in anticipo ma sbaglia banalmente il tempo e il controllo della palla lasciando così sguarnita la propria porta.  Per Maciel è un gioco da ragazzi segnare il gol che si rivelerà decisivo per le sorti del match. L’allentore Josè Omar Pastoriza è inviperito; si scaglia contro Gatti e lo relega in panchina nell’incontro successivo. Nessuno avrebbe potuto prevedere che quella diventerà l’ultima partita di calcio ufficiale giocata dal Loco Gatti …
Uscito in maniera brusca e tra mille polemiche dal Boca “El Loco” non si arrende all’idea di non giocare più a calcio. Si fanno decine e decine di ipotesi, di altre squadre argentine e brasiliana. L’unica proposta concreta arriva però dalla Colombia e precisamente dal Deportivo Calì. Pare tutto fatto; il contratto è pronto. Poche settimane prima si gioca in Colombia la partita di addio al calcio della gloria colombiana Willington Ortiz. In quella partita Gatti decide di giocare con la maglia dei grandi rivali del Deportivo, l’America de Calì ! Le polemiche sono roventi. El Loco viene attaccato con veemenza da tutti i tifosi e dirigenti del Deportivo. Il contratto è stracciato e Gatti torna in cerca di “occupazione”.
Ma non accadrà più nulla. El Loco non entrerà più in una “cancha”. Ma dal calcio non uscirà mai.
Oggi lavora come opinionista sia per la televisione argentina che per alcuni organi di informazione spagnoli e ogni volta che apre bocca sa scatenare come nessuno polemiche e diatribe infinite ! El Loco è ancora oggi “incontrollabile” in uno studio televisivo come lo era in un campo di calcio. Lui che era abituato ad “uscire” perché a stare in porta tutta la partita si annoiava …

ANEDDOTI E CURIOSITA’
Parlando di Fillol ai Mondiali del 1978 “Hanno scelto lui. Lui è gentile, corretto ed educato. Lui è la tradizione, io sono la follia. Lui aspetta che la palla gli arrivi addosso, io esco di porta e la vado a cercare. Lui è il fidanzato che ogni madre vorrebbe per sua figlia … solo che le figlie preferiscono me !”
“Io guardo intensamente la palla. Se la guardi intensamente puoi fermarla o farla andare dove vuoi. Potete chiamarmi  stregone o sciamano. Ma è esagerato. Sono solo il miglior portiere sulla faccia della terra.”
“Io non ho paura di nulla e di nessuno. Mai avuta. Una volta i tifosi avversari dietro la mia porta mi tirarono una scopa: la presi e iniziai a pulire l’area. Sapete com’è: in Argentina ci sono sempre un sacco di coriandoli in campo !”
“Andammo a giocare contro l’Argentinos Juniors e tutti mi parlavano di questo piccoletto, dicevano che era un fenomeno. Era alto poco più di un metro e mezzo con una gran testa di riccioli neri e tutti ad adularlo perché aveva già fatto un sacco di gol. Mi avvicinai a lui prima della partita “Oh Gordito (cicciottello) guarda che oggi tu a me non segni neanche se torna Gesù Cristo in terra per la seconda volta” … per ottanta minuti mi ascolta docile docile. Poi quel diavolo mi fa quattro gol negli ultimi dieci … che tu sia maledetto Diego Armando Maradona !!!”
Sempre sull’amato (!) Fillol. “Lui le partite le gioca. Io le vivo. Molti dei gol che ho preso lui li avrebbe evitati con la sua prudenza … ma sono molti di più quelli che io ho parato e che per lui sarebbero stati imprendibili, perché lui non si buttava, non rischiava. Ma ci si può fidare di uno che nella vita non si butta mai ??!!”
“Maradona ed io eravamo i due più forti giocatori nel 1978. Siamo stati insieme i due più grandi “non-campioni del Mondo” allora !
“Oggi, a distanza di quasi 40 anni, tutti i componenti della squadra di allora a dichiararsi oppositori di Videla e all’oscuro di quello che succedeva. Gli unici che allora lo fecero davvero sono stati, oltre al sottoscritto, tre in tutto; El Lobo Carrascosa che addirittura lasciò la squadra. “El conejo” Tarantini che ebbe il coraggio di chiedere a Videla cosa era capitato ad alcuni suoi amici e Mario Kempes, che odiava Videla e che mai gli strinse la mano.“
Memorabile quello che accadde in una partita contro l’Independiente. Gatti si toglie scarpe e calzettoni e si va a sedere sopra la traversa DURANTE l’incontro. “Non stavo accadendo nulla. E mi stavo annoiando a morte”.
Come opinionista sono decine e decine le sue dichiarazioni controcorrente, polemiche e spesso al limite dell’arroganza. Ecco alcune delle più “clamorose”.
Durante una trasmissione televisiva dopo un commento calcistico da parte della giornalista Irene Junquera la stessa fu “investita” da un Gatti al massimo della sua “locura” ! “ma da quando le donne capiscono di calcio ? Non ne hanno mai capito nulla ! Lavare i piatti è quello che sanno fare meglio !”
Famosissima la sua repulsione per la maggior parte dei giornalisti sportivi “Ma come possono parlare di calcio se la maggior parte di loro non ha mai dato un solo calcio a un pallone ???”
E infine, la sua dichiarazione-simbolo “Io non mi sento un portiere. Io sono un attaccante che gioca in porta”.
(A seguire un piccolo “riassunto” di alcune delle più grandi parate di Gatti e nel secondo una raccolta delle più grandi “pazzie” televisive del Loco.
Buon divertimento !)

Parare con la mente – Tesi di Lorenzo Faccini

Interessante tesi del 2016 sullo sviluppo delle abilità psicologiche del portiere. Qui di seguito uno stralcio che rende l’idea del contenuto della tesi scritto direttamente dall’autore Faccini Lorenzo.  

“Ritengo che il saper integrare le competenze di tipo tecnico, atletico e mentale, rappresenti l’elemento di valorizzazione relativamente al ruolo del preparatore dei portieri del futuro.
A supporto di questa mia “sensibilità”, citerò nella tesi alcune ricerche indicative, che ho trovato in letteratura.
In una ricerca del 2006 “ indagine sulle problematiche psicologiche del portiere di calcio “ (VittorioTubi, Francesca De Stefani, Isabella Cro ce) fatta su un campione di portieri di calcio professionisti, il 90 % del campione intervistato, dichiarava utile la necessità di integrare l’allenamento “ tradizionale” tecnico tattico condizionale con quello mentale, e addirittura il 70 % non sapeva de ll’esistenza della preparazione mentale.
In conformità a ciò, ho cercato di ampliare sempre più le mie conoscenze, cercando di applicarle poi all’attività che amo, ossia il calcio e nello specifico l’allenamento dei portieri.
Mi è stato difficile organizzare lo “ scheletro “ della tesi, perché le cose che avrei voluto esporre e trattare sono molteplici e i contenuti infiniti.
in base quindi alla mia esperienza e ai miei fin qui effettuati, ho deciso di strutturare la tesi in quattro parti distinte e allo stesso comunicanti tra di loro.

PRIMA PARTE
Tratta l’evoluzione del ruolo che c’è stata negli ultimi anni identificando, sulla base
degli ultimi dati, analisi e ricerche in merito, le caratteristiche che dovrà avere il portiere del futuro.
Sulla scorta di ciò, sono andato a intercettare i bisogni del portiere moderno, ma anche il suo allenatore specifico, FIGURA SEMPRE più CRUCIALE PER L’EVOLUZIONE PRIMA DELLA PERSONA POI DEL PORTIERE

SECONDA PARTE:
Ho volutamente trattato in maniera sintetica la parte “teorica”, ciò che è presente in letteratura corollato da riferimenti bibliografici, cercando di identificare gli elementi
essenziali a me utili, che ho utilizzato per MOTIVARE poi quello che io ho potuto sperimentare direttamente nel mio modello di allenamento.

TERZA PARTE:
Ho portato sul campo la mia esperienza e il mio modello di allenamento proponendo degli esercizi pratici basati su casi specifici.

QUARTA PARTE:
Ho inserito degli allegati sulla base dei modelli che io utilizzo ossia: Modello apprendimento, questionari conoscitivi, esercizi su comunicazione efficace e
codificazione linguaggio”